lunedì 5 ottobre 2015

Sentirsi a posto

Oggi mi sono vestita senza pensarci. Non che sia una fashion addicted, ma di solito provo a soffermarmi almeno qualche minuto per tentare degli abbinamenti non improbabili. E poi mi piacciono molto le collane, certe tunichette "gotiche" in velluto pesante con cappucci a punta quantomeno arditi, e poi i manicotti...insomma un pochino ci gioco con l'abbigliamento e nonostante non mi avvicini mai, neppure lontanissimamente, ad uno stile sexy, mi illudo di essere ugualmente molto femminile e rassicurante.

Però oggi ero davvero stonata, ho messo un vecchio paio di leggings con degli aloni restituiti da un bucato sbagliato. Di solito li uso in casa per fare ginnastica. Poi ho messo degli anfibi con dei ricami laterali di cui non ho mai risolto quell'intima contraddizione tra la vigoria del carro armato e la tenue grazia del ricamino rosa. Poi ho messo un dolcevita nero e sopra una una T-Shirt oversize col collo a punta e una assurda fantasia a fiori...credo che non mi sono sentita così sciatta in vita mia dai tempi in cui mi vestii da piccola fiammiferaia in un lontanissimo carnevale.

Non lo so perché oggi mi sia concessa così poca attenzione. Non avevo fretta, potevo mettere altre cose, potevo con grande facilità vestirmi meglio e piacermi di più. Forse l'ho fatto apposta. Come facevo al liceo, quando ancora non mi truccavo e andavo a scuola quasi sempre con la tuta. Ero ossessionata dall'idea di non assecondare la schiavitù di "mascherarsi" con un aspetto artefatto per garantirmi l'accettazione sociale. Volevo essere considerata solo per quello che ero, e non per quanto riuscissi a mostrarmi carina. Le cose sono cambiate quando davvero ho desiderato di piacere a qualcuno. E allora il primo rossetto, le gonne, gli occhi truccati bene. Sì, credo che sia andata così: fino ad un certo punto non mi importava di piacere a nessuno e poi - come tutti - ho cercato gli strumenti più efficaci per trovare il consenso, indipendentemente da quanto la cosa mi convincesse. Però quella volta, dopo l'estate, quando ritornai in palestra e quel tipo, che mai si era mostrato interessato ai miei saltelli durante le lezioni di aerobica, mi disse "ma...sei tu? Ciao...no è che prima eri proprio diversa...". Di quell'apprezzamento fui felice, ma sentii pure una punta di amarezza di cui mi ricordo ancora di più. A sedici anni anni le punte di amarezza si incastrano meglio nella testa e nel cuore.

E oggi? Cosa c'entra non essere a posto quando ti approssimi ai quarant'anni e non hai nessuna battaglia adolescenziale da portare avanti? A questa età hai ormai fatto i conti col tuo stile, sai benissimo come ti devi truccare e di che colore portare i capelli. Lo devi a te stessa, ai colleghi, alle persone con cui hai a che fare.
Tutto vero. Chi lo sa, forse volevo davvero tornare a provare quel senso un po' dispettoso di liberazione da certe sovrastrutture estetiche, da chi ti considera una "proprio diversa" solo perché hai perso ore davanti a uno specchio o indossi una cosa elegante che quasi sempre è troppo scomoda. Però mi pare che oggi non abbia funzionato. Non solo perché nell'inquietudine dei miei sedici anni c'era tutto un mondo informe che ora per fortuna ha una sua struttura, per quanto fragile. Oggi mi sentivo proprio sciatta e non vedevo l'ora di tornarmene a casa mia e infilarmi nella mia tuta da camera, molto più in tema con l'ambiente, la mia solitudine domestica, il resto del mondo fuori e privo di ogni facoltà di giudizio. Forse è per questo che mi sono ricordata di una pubblicità molto divertente di qualche anno fa. Ci stava una che aveva scordato di fare la ceretta e cosi si era allontanata da Banderas, incontrato per caso al supermarket, per evitare che se ne accorgesse. Pare che lui si sia dato alle galline proprio per il trauma :)
E così ho pensato a quanto sia rischioso non provare ad essere costantemente una donna molto ben curata e tanto elegante, soprattutto quando non hai ancora incontrato l'uomo della tua vita. Femministe non me ne vogliate, io in realtà la penso come voi. Alla prova dei fatti, direi mi pare di tutta evidenza.


domenica 4 ottobre 2015

Le attività cardiache

Da quando mi sono operata al piede, agli inizi di Aprile, pur non avendo mai smesso di tentare di fare sport sono stata costretta ad abbandonare il mio cosiddetto "allenamento pesante", fatto di pesi e attività cardiaca intensiva. Non ho mai smesso di fare i cosiddetti sport di resistenza: camminare anche per ore intere - zoppicando e con le stampelle- e fare la cyclette. Mi ricordo che per un periodo ho avuto gli operai in casa e testardamente mi ero trovata un cantuccio in mezzo alla calce e agli attrezzi pur di non rinunciare. È una mia fissazione, come tutti i pigri ho paura di lasciarmi andare all'ozio e al riposo immeritati e così mi impongo delle forme di disciplina che raramente riescono a trovare scuse valide per essere aggirate.
Il vantaggio di tanta fatica è quello di non fare mai diete. Quelle proprio no.

Ieri però ho ripreso il mio "allenamento pesante". Lo faccio seguendo delle sessioni su dvd americani molto coinvolgenti e splendidamente strutturati. Ho predisposto lo spazio in casa e ho cominciato. Sono arrivata fino alla fine della sessione e ho creduto di morire. Dopo cinque mesi, una lezione che prima facevo con grande soddisfazione, ora mi ha tramortita...
Come ho detto non avevo mai davvero smesso di muovermi, ma impegnavo il cuore in modo molto meno intensivo, per cui una parte del mio corpo è rimasta a dormire mentre l'altra lavorava sull'apparato respiratorio, la circolazione, il ricambio cellulare, ma non incideva sulla forza muscolare. Questa cosa è abbastanza curiosa,e non a caso la penso penso proprio oggi che mi fa male da tutte le parti e ho un senso di stanchezza che non avrei provato se non avessi interrotto quel tipo di allenamento per così tanto tempo. Però devo farlo, perché sono bradicardica (si, il cuore mi batte poco), perché ho bisogno di tonificare i muscoli delle gambe, perché solo il lavoro aerobico assottiglia la struttura muscolare, perché dice che il cortisolo (mi accontento di sapere che è l'ormone che causa lo stress) se fai solo lavoro di resistenza alla fine aumenta troppo.

E così mi sono chiesta quante cose non cominciamo a fare solo perché non riteniamo di essere all'altezza del peso iniziale della sfida, perché in fondo chi te lo fa fare, perche non ce la posso fare o mi hanno detto che non ci sono portato, perché già sto facendo dell'altro che pure mi impegna abbastanza.
Però secondo me la questione è che bisogna non solo resistere, ma pure insistere. E per insistere bisogna che uno si faccia venire la forza giusta per segnare un passo nuovo.
La resistenza può rischiare di diventare sopportazione se non si ha la forza di sollevare il peso della continuità sempre uguale a se stessa. Niente come i muscoli che ti bruciano ti fanno capire quante potenzialità ci sono nel sacrificio volontario. E solo col dolore puoi sperare in un progresso. Nel momento di massimo sforzo questa cosa la capisci davvero benissimo. E niente come i trenta secondi successivi per la decompressione ti fanno capire quanto incanto ci sia dopo un impegno molto intenso.

Oggi mi fa male da tutte le parti. Se non mi lascio scoraggiare e continuo a seguire quella splendida donna tonica del dvd, sono sicura che pure io avrò abbastanza forza per sorridere sempre mentre sollevo pesi sempre maggiori. 

venerdì 2 ottobre 2015

Il posto dell'anima divisa in due

Questa domenica vado a sentire Bauman intervistato da Ezio Mauro. Per avere questa opportunità ho dovuto attendere la conferma del teatro presso cui si terrà l'evento e poi andare a ritirare i biglietti di invito. Si perché ho due biglietti. Faccio sempre così, tutte le volte che voglio andare da qualche parte, ed è richiesta una prenotazione, chiedo sempre due posti. Poi però mi ritrovo quasi sempre a disdire il secondo posto perché...evidentemente il proselitismo non è proprio il mio talento più spiccato...Oppure, tanto per stare in tema, la società è diventata talmente liquida che ogni tanto forse addirittura evapora. In realtà stavolta non ho neppure chiesto, comincio a rimanerci un po' male per i rifiuti e così sto imparando a smettere di chiedere. Mi fa pensare che un mancato rifiuto vale come accettato e quando sarò in quel teatro mi guarderò intorno, studierò i volti di quelli in lista d'attesa che hanno davvero desiderio di partecipare, mi avvicinerò a quello che ispirerà di più la mia voglia di rendere felice qualcuno e gli regalerò l'occasione che cercava.

Finalmente rivedo i cagnolini infagottati nei loro scintillanti impermeabilini e tutto pare normalizzato nel familiare grigiore di una città che comincia le vere prove per l'inverno. Come è strano accorgersi che alla fine ci si abitua piuttosto bene a certe atmosfere, a cicli che si ripropongono in un posto dove non sei né nato né cresciuto, ma in cui hai dovuto innestarti e adattarti, muovendo passi del tutto nuovi e che hai imparato da sola. A me tutto questo pare normale ormai e invece non è stato per nulla scontato.

 Tra due settimane torno giù in Campania per una quindicina di giorni. Lì i miei vivono in una casa davvero grande sulla quale nel 2008 avevano aggiunto un altro piano perché, nei loro disegni, sarebbe diventato il mio appartamento. Ho avuto giusto il tempo di arredarla. Poi mi hanno chiamato a lavorare. Ci vivo solo quando torno giù. Mi piace tanto quello spazio così familiare e allo stesso
tempo tanto sconosciuto e poco vissuto. All'epoca avevo curato ogni dettaglio, fatto mille tentativi per la disposizione giusta, posizionato a dovere ogni piccolo ninnolo, avevo persino ricavato uno spazio per una piccola palestra...
Che io sappia oggi mio padre trascorre lì dentro un sacco di tempo...e si vede, viste certe indebite aggiunte di quadri e improbabili cartine geografiche che mai avrei potuto autorizzare io...

Ma tant'è. Ormai sono anni che tento di stabilire un dialogo con questo bilocale milanese, volutamente troppo colorato, al quale voglio comunque tanto bene e dal quale farei davvero molta fatica a separarmi.
Eppure quel nido lì, giù in quel paesello chiamato Grumo Nevano, che mi accoglie solo qualche volta, che conserva tutta una parte della mia vita, che è stato costruito proprio sopra la casa da cui tutto è partito...persino io stessa...beh proprio quel nido lì è il posto da cui una parte della mia anima
 non si è voluta spostare mai.

E così ho pensato che quando torno a casa, in realtà è perché sento il bisogno quasi ancestrale di andare a trovare proprio quella parte di anima. Quella che si ostina a ripetermi che lei a Milano proprio non ci viene

mercoledì 30 settembre 2015

genti gentili

Ogni tanto mi propongo per andare in un posto vicino a piazzale Loreto a testare dei prodotti alimentari. È una cosa che faccio volentieri, mi impegna per poco tempo e ha i suoi innegabili vantaggi. Stavolta ci hanno dato pure delle focacce da portare a casa per gustarle meglio e domani ci devo ritornare per prenderne delle altre. A Milano questi tipi di test sono diffusissimi.
Mentre aspettavo il mio turno di assaggio, ho incontrato un mio ex collega dell'altro ufficio. Anche lui fa parte di questo giro di "campioni rappresentativi", ci siamo incrociati persino all'anteprima mondiale di inside out, che abbiamo avuto il privilegio di "giudicare" già un anno fa.
Alla fine della "degustazione" abbiamo percorso un tratto di strada assieme a chiacchierare amabilmente, essendo lui uno spiritosissimo ragazzo siciliano dalla battuta molto arguta e una gentilezza di impronta quasi antica. Ad un certo punto mi ha detto una cosa che mi ha colpito moltissimo. Mi ha detto così: "sai Lucia, la prima volta che ti ho visto in ufficio è stato per chiederti dove fossero le macchinette del caffè . Tu mi hai risposto che la avevano appena spostate al primo piano, in fondo al corridoio sulla destra. Soltanto da quella risposta io pensai che eri davvero una persona adorabile perché mi avevi risposto con l'impegno di chi ci tiene ad informarti con precisione su quello che stai chiedendo"

L'ho guardato con l'espressione di chi ha appena sentito una battuta di spirito e invece lui mi ha detto che aveva pensato proprio questo.
No, non è un provolone che ci prova, non abbiamo un rapporto seduttivo, anche perché è un ragazzo indiscutibilmente troppo timido da farmi pensare ad un qualche tipo di approccio. E proprio questo è il punto. È semplicemente un ragazzo gentile, che mi ha detto una cosa carina che mi ha stupito molto, soltanto perché, in un altro tempo, una collega sconosciuta gli aveva dato una risposta gentile che lo aveva stupito molto.


 E a me questa cosa è sembrata davvero molto tenera. E  credo poco importi se io di quell'episodio non mi ricordo affatto ( ...ma ero io?...)

martedì 29 settembre 2015

Vivere...per raccontarsela

Se funzionasse davvero non ci penserei due volte. Mi metterei seduta nel mio angolino creato apposta, con la finestra a destra della scrivania, la musica a volume basso basso, i fazzoletti per tirar fuori tutte le lacrime necessarie. E cominciare.
Scrivere ha il potere tutto magico di aiutare a strutturare il pensiero fino a dargli la forma che ti serve per visualizzarlo meglio. Questo esercizio ha maggiori probabilità di riuscita se parti dall'idea che non sei Calvino e che ti devi accontentare di raccontare te stesso senza alcuna ambizione letteraria. È un'altra cosa, più vicina all'esercizio terapeutico che a quello narrativo.

Ci sta una faccenda della mia vita che mi procura un sacco di dolore e di cui mai e poi mai potrei trovare il coraggio di parlare qui. Nessuno può farci niente, nessuno ha colpe, ma sono di quelle cose che capitano e che non puoi scegliere se volere o no. Le accetti per quelle che sono, ma solo perché in realtà non hai alcun potere di decidere come vorresti che fossero davvero. Ok, faccenda chiusa. Ci sta poco da discutere o da capire meglio.

 Una volta mi trovavo nello spogliatoio di una palestra frequentata anche da bambini piccoli. Le loro mamme venivano nello spogliatoio ad aiutare le bambine a prepararsi. Lo spogliatoio era fatto in modo che i posti per sedersi fossero disposti in parallelo, per cui ogni bambina se ne ritrovava un'altra di fronte. Come credo chiunque avrebbe fatto, rimasi rapita da una bellissima bambina bionda, di quelle da stereotipo con i boccoli, le guance rosa, gli occhi chiari. Sua madre era altrettanto bella e nel dettaglio della loro intimità ne veniva fuori una scena deliziosa. Esattamente di fronte a loro ci stavano un'altra mamma e un'altra bimba, quest'ultima con gravi difficoltà motorie. La sua mamma, meno giovane di quella di fronte a lei, la aiutava a vestirsi. Io ero a poca distanza da entrambe e ricordo perfettamente cosa provai quando mi resi conto di questo assurdo e stranissimo contrasto
speculare. La cosa che davvero mi colpì fu l'imbarazzato silenzio della mamma e della bimba belle. Nessuno aveva colpa di niente per quella strana manifestazione di sorti contrapposte.

 A me piace chi è bravo a sviluppare una visione trasversale dei fenomeni, trovo molto consolatorio credere che quelle erano prima di ogni cosa due donne che avevano accettato la scommessa della vita col suo patto incognito. La scelta della maternità prescinde dalla perfezione della vita che si genera. È solo il Caso, o se si vuole la Necessità, a decidere il criterio distributivo delle gioie e dei dolori della vita che decide di aggiungersi. Se così è, non rileva quanto un figlio sia biondo e sano e bello.

 Sarà così. Ma io di quell'immagine e di quel silenzio commosso non mi sono scordata mai e pure adesso che lo scrivo, non so bene se a scopo terapeutico o cos'altro altro, mi viene ancora da piangere.

 Intanto sta passando alla radio una delle canzoni sceme di Jovanotti e mai come in momenti come questi mi viene da pensare che lo sforzo di comprendere proprio tutto abbia sempre qualcosa di
profondamente meschino






lunedì 28 settembre 2015

Il peso insostenibile di certe leggerezze

-oh guarda, interessantissimo il dibattito sulla bellezza della donna curvy rispetto a quella secca. Non mi appassionavo così dai tempi dell'obbligo inderogabile di portare le timberland che sennò al liceo non eri nessuno e la tua vita sarebbe stata segnata per sempre dal marchio del perdente non allineato...
-ma è un tema sociologico fondamentale Lucia. Ci sono ragazze che si ammalano per essere magre
-e ce ne sono altre che si fanno venire il colesterolo, il diabete e l'ipertensione perché se ne fregano di essere grasse
-no, secondo me è una svolta culturale. Si sdoganano i canoni della bellezza
- non si sdogana proprio niente. Una donna curvy gnocca è tale perché bella nei lineamenti. Lo sarebbe anche se pesasse il giusto. Non c'entra niente che è chiatta. Grasso è bello era un film comico...o un messaggio subliminale per tutte le catene di Junk food
- quindi ti attieni agli stereotipi e ai canoni prestabiliti
-si. Ci sono degli indicatori precisi, di estetica, di buona salute e di buon senso che noi figli alla lontana, ma pur sempre figli dell'arte e della cultura greca dovremmo tenere un po' presenti. Altrimenti vale quella caricatura del David di Donatello che di ritorno dall'America è obeso...e assai meno affascinante
-ma tu credi di stare bene? Vuoi che ti elenchi un po di difetti dai fianchi in giù?
-no, grazie, li conosco perfettamente. Ma almeno non ne faccio un vanto. Non comprendo chi ingrassa a dismisura fregandosene, e mi impensierisce chi dimagrisce ammalandosi. Mi piace chi fa uno sforzo per stare bene, per non gravare inutilmente sul sistema sanitario con malattie da società del finto benessere, chi lavora con disciplina per migliorare il funzionamento della propria macchina, chi scopre che financo la depressione ti passa con mezz'ora di corsa al giorno...
-ma che vuoi? Ora vanno le modelle curvy
- ti assicuro di no. È quello che ti fanno credere per non renderti sazio mai, per alimentare i consumi e le malattie, per renderti pigro e più facilmente gestibile dal divano di casa tua. Alle sfilate a Milano invece erano tutte anoressiche pelle e ossa le modelle...un ossario...terribile lo stesso...
- e quindi? Cosa va di moda?
-entrare in un museo. E farsi un'idea. O più di una...

domenica 27 settembre 2015

La piazza, la luna e il 27

Mentre scrivo, la notizia dominante è la morte di Ingrao. Per chi come me ha un sufficiente numero di anni da aver potuto votare comunista, sapendo  che significava davvero quella cosa lì e non altro,  la perdita di un dirigente storico di quel partito fa molta impressione perché è come avere la percezione del' estinzione di una visione, di una ipotesi diversa del fare politica, della scomparsa di uno dei custodi ultimi di questo sublime patrimonio di idee. Aveva 100 anni, ma forse non sono stati abbastanza. Riposa in pace, se di riposo avevi necessità.

Oggi mi è toccato stare in giro per Milano per tutto il pomeriggio. Il centro è piuttosto impraticabile in questo periodo e così dopo due ore di spostamenti rutilanti ho sentito il bisogno disperato di un posto tranquillo al riparo dalla folla oceanica....davvero non ne potevo più. In galleria ci sta la Feltrinelli. Bisogna scendere come se si andasse in metro. Ci sta una bella luce e un silenzio di cui ti accorgi subito, visto che stai scappando dalla pazza folla della piazza. Non me ne sono resa conto, ma ci sono rimasta due ore. Mi pareva interessante pure il libro dei gas nella sezione scienza, pur di non risalire in quella bolgia. Ho comprato tre dischi e una cosa che per me che vivo con gli auricolari credo che mi svolterà l'esistenza. È una specie di rocchetto che mi eviterà di trovare sempre le cuffie annodate (che non ho mai capito come facciano a fare tutti quei nodi da sole).
Ho persino chiacchierato col promoter delle Smartbox. Gli ho raccontato della mia bella esperienza al centro benessere di Lovere trovato proprio con quella formula. Poi però gli ho confessato che ho scoperto che la consorella povera di questi box del tempo libero mi avrebbe offerto lo stesso albergo con un pacchetto che costa 30 euro di meno. Poverino non ce l'avevo con lui, ma la concorrenza funziona meglio con consumatori un poco attenti.

Poi però non ho più avuto scuse. Sono risalita all'inferno. Ho attraversato la piazza ma non ho preso la metro, volevo godermi lo spettacolo di una città così pulsante di vita, pure senza capire bene quale sia il vero oggetto di questo enorme battito collettivo.
E così ho pensato a chissà come era la piazza che ospitava la massa che andava a sentire Berlinguer e Ingrao. Pensavo questa cosa proprio sul 27, mentre leggevo certe dichiarazioni di Giovanni Lindo Ferretti sui migranti e proprio mentre mi chiedevo che tipo di percorso si decide di scegliere a un certo punto della vita per cambiare diametralmente punto di vista sul mondo.
Si dice che cambiare idea è degli intelligenti, di quelli che fanno autocritica. Ecco, io penso che questo qualche volta sia pericolosamente falso. Esitono idee talmente buone e compatte e coerenti, che puoi limitarti a portarle avanti per tutta la vita pensando solo a come realizzarle in modo pieno. E poi ci stanno quelli che cambiano idea, magari dopo aver cantato di giustizia sociale e di uguaglianza, per fare posto al l'esclusione e alla discriminazione.
Ingrao disse che voleva la luna. Se avesse aspettato un altro poco stasera ne avrebbe vista una tutta rossa. Ma chissà forse pure questo significa qualcosa...
Meno male che il 27 è arrivato presto. In quella piazza c'era da diventar matti oggi.

sabato 26 settembre 2015

non serve aspettare. Certe cose le capisci subito

- Ho cominciato prestissimo. A giudicare da come la penso adesso mi pare impossibile
- a fare che?
- come a fare che? L'unica cosa che mi interessa veramente nella vita
- cioè startene per cavoli tuoi a coltivare insicurezze?
- no. Quello è venuto dopo. Però in effetti già si capiva
- vabbè...sentiamo
- ho cominciato prestissimo a cercare l'uomo della mia vita.Avevo tre anni e quel poverino di G. Non si poteva allontanare da me neppure un secondo. L'asilo deve essere stato un tormento per lui, poverino. Pensa che sua madre è stata la mia prof. di lettere alle medie e all'epoca mi raccontò che era così colpita dal mio attaccamento a suo figlio che era sicura che non lo avrei mollato mai più. In realtà alle elementari già pensavo a V. Credo di aver imparato a scrivere solo per fargli trovare lettere appassionate sul suo banco. Ma certe passioni giovanili, si sa, passano prestissimo. È sufficiente andare alle medie. E incontrare E. , molto carino, molto alto, bravo in matematica...ma con un boy scout no..proprio non può funzionare...
- ma perché non hai preferito che fosse qualcuno a cercare te?
- si, certo. Al liceo mi sono fatta un po' bellina e qualche corteggiatore ha cominciato a proporsi. Ma che ti devo dire, mi ero così abituata a cercare a vuoto, che farmi trovare da chi davvero poteva essere quello giusto mi spaventava...
- ah...mi pare ovvio...certo...
- e così ho continuato. Se ti raccontassi di quello scemo di A. Che mi ha distrutto tutta la fascia 16-19 anni. Te lo ricordi, le palle assurde che raccontava e io ancora più cretina che gli credevo? Però 15 anni dopo si è fatto risentire lui. Che assurdità...mi tenne un'ora e mezza al telefono che voleva il riassunto di tutta la mia vita...ma sei matto! Hai avuto tutti questi anni per ferirmi e ti presenti solo adesso?!?!
E poi di quello di cui già ti ho raccontato, il bello che non balla. E poi di quello che è meglio che non lo accenno neanche che non sia mai, che gli uomini sposati non si guardano neanche di striscio...
- vabbè, benedetta figliola (che potresti essere Lucia, ma spero per te che non sia così). Ora l'avrai capito che non ci sei portata. Stai buona e non cercare più nessuno. O ne hai combinata qualche altra?
-....
-che hai combinato?
-una volta ho dato un bacio a tradimento a uno
- e lui che ha fatto?
-mi ha dato uno spintone. Mi ha detto che voleva solo essermi amico
-uh...e ci sei rimasta male?
- si. Ma poi ho cercato di essergli amica
- perché?
- perché ho sbagliato io. Ma tanto non siamo neppure molto amici, quindi figurati...
- e adesso?
-e adesso non mi vengono in mente altre persone sbagliate con le quali consolidare il mio talento formato  Bridget Jones. Ma dammi tempo. Ho bisogno di stare un po' da sola per trovare il modo di stare molto da sola

venerdì 25 settembre 2015

La prima luce

"La prima luce" è un buon film. Spesso mi si rimprovera di parlare sempre troppo bene dei film che vado a vedere, provocando delle legittime perplessità sulla mia capacità critica. Io penso invece che i film che vado a vedere siano il frutto di intuizioni felici sulla qualità delle storie e che una buona selezione a monte mi consente poi di ridurre al minimo le delusioni per certe scelte. A questo bisogna aggiungere che se mi metti in un cinema, poi il mio tasso di felicità aumenta anche solo per questo "vantaggio di localizzazione" :)
Il film di Marra ha secondo me dei pregi che vanno oltre il merito di una storia che funziona e che è raccontata bene, perché è basato su una intuizione assolutamente non banale e credo mai trattata prima a cinema. Vediamo se riesco a dirla. Il tema è quello della separazione e dell'affidamento dei figli, tema ovviamente non nuovo. Meno affrontato quello della separazione nei matrimoni in cui non c'è solo la legge italiana a dirimere le questioni e in quale maledetto ginepraio si possa incappare quando si finisce in certi processi, in paesi dove le leggi, la cultura, le procedure sono anche enormemente differenti da quelli della propria patria. Una situazione davvero difficile da immaginare anche vagamente.

L'altro elemento che ho tanto apprezzato di questo bel film è la maniera in cui viene raccontato il tema dell'incomunicabilità di coppia. Ci stanno questi due, lui barese e lei cilena, che si capisce che di amarsi non hanno smesso mai, che tra di loro c'è un legame che va oltre la loro stessa incapacità di trovare un punto d'incontro. Che però non riescono a farsi del bene in alcun modo, perché hanno codici esistenziali completamente differenti, perché percepiscono il mondo attorno a loro in modo diametralmente opposto. Ma c'è un figlio. Che entrambi amano. C'è un padre meraviglioso, presente, innamorato di suo figlio, da cui è impensabile staccarsi. E poi c'è una madre che se ne vuole tornare in Cile, un paese emergente dove il futuro comincia a promettere il meglio, molto di più di una città come Bari, ormai disperata e indolente come tutto il meridione che sta rappresentando. Se ne vuole andare col figlio e lo vuole tenere lontano dal padre, più o meno per sempre.

Si può essere un buon genitore pure quando non si riesce ad essere un marito ideale e questo la legge, di qualunque stato, non può escluderlo. I legami succede che alle volte si rompano non solo per mancanza d'amore, ma pure per oggettiva impossibilità di reciproca convergenza, per impossibilità di vivere sotto lo stesso tetto. E questo non è colpa di nessuno. La vera colpa è semmai non tenere conto
di quanto sopravvive da queste macerie, come il bisogno insopprimibile di ciascuno dei due genitori
di veder crescere e amare un figlio nato da quel rapporto sbagliato.
Il finale non fornisce alcuna risposta in merito all'esito legale definitivo ( o meglio la fornisce ma è talmente inaccettabile che è impensabile che sarà pure applicata).
Ne fornisce un'altra. Che è la migliore soluzione possibile. In un mondo che piacerebbe persino a me.


giovedì 24 settembre 2015

È bello ciò che è bello. Anche se non piace

Chi lo sa come mi è passato per la testa. Per la prima volta da quando sono su Facebook ( cioè dal 2008) sono andata a cercare il profilo del mio primo fidanzato "ufficiale". Lo conobbi all'università, ma non era uno studente. Passavo tutti i santi giorni davanti al suo locale e tutti i santi giorni pensavo che non avevo mai visto un ragazzo così bello. Non ho mai avuto il coraggio di entrare e, dopo quei pochi istanti del mio passaggio, non pensavo più al lui neppure per un secondo: quando studiavo ero molto stressata e piena di ansie e di difficoltà. Non credo di aver mai dato uno spazio vero a molte altre cose in quel periodo.

Poi una sera, era piuttosto tardi e io avevo studiato per un esame con altri colleghi, mentre mi dirigevo verso la stazione con passo molto spedito, lui mi suona con la macchina e mi offre un passaggio. Fino ad allora non ci eravamo mai detti niente eppure io salii lo stesso in quella macchina e mi feci portare alla stazione. Avevo 22 anni ed ero ovviamente una sprovveduta. Fui fortunata perché lui fu molto gentile. In treno pensai solo a quanto fosse incredibilmente bello. Credo però di aver pensato soltanto questo anche per tutti i due anni successivi che abbiamo passato assieme.
Dopo quel primo incontro, ad un altro dei miei passaggi davanti al suo locale, mi chiama e mi da un piccolo regalo, mi dice di aprirlo soltanto in treno e va via. Era un bellissimo orologio da tavolo artigianale, che circa un anno dopo mi distruggerà durante un litigio a casa mia.

Non ricordo bene come accadde, fatto sta che pochissimo tempo dopo lo presentai ai miei e a tutto il parentado. Io intanto continuavo a pensare solo a quanto fosse bello, a quanti posti suggestivi di Napoli mi facesse conoscere, a quanto solleticasse il mio ego la sua furiosa gelosia. Ma in realtà non riuscivo a capire come mi fossi ficcata in quella storia, perché sua madre mi invitasse a casa sua per insegnarmi a cucinare come lei, perché mi esortasse a non trascurami mai (?!?!), perché dovessi andare d'accordo con le sue sorelle...la storia finì per continui litigi praticamente su tutto, i miei facevano ostruzionismo ed erano convinti che quel ragazzo più grande di me che già lavorava e aveva obiettivi tanto diversi dai miei mi avrebbe fatto sicuramente del male, c'erano tensioni continue. Solo mia nonna lo adorava ( ancora oggi ogni tanto lo nomina e vorrebbe sapere come sta).
Sono passati tantissimi anni e anche se non ricordo tutti i dettagli di quella storia nata così all'improvviso, riconosco che quel ragazzo con gli occhi più blu che avessi mai visto, con cui non
avevo molto di cui parlare, della cui pazienza credo di avere qualche volta abusato...stasera mi ha fatto venir voglia di sapere che fine ha fatto.
È rimasto un grandissimo figo, ha sposato una gran bella donna, ha avuto la figlia che tanto desiderava e mi pare molto contento. Me ne compiaccio vivamente.
E poi mi sono chiesta, chi lo sa se anche a lui è mai venuta voglia di sapere che fine avesse fatto quella giovane, insicura, inesperta studentessa di quel pezzo per nulla importante della sua vita?

mercoledì 23 settembre 2015

Milano. Così vicina così lontana

Tempi duri per i meteopatici. Pieno inverno oggi, piena estate ieri. Se non altro possiamo sperare che sia finita l'epoca del "ti devi vestire a cipolla", similitudine peraltro che non ho mai trovato veramente efficace...

E' stata una estate bollente durante la quale ho sofferto davvero tanto. Ma l'inverno mi spaventa molto di più, visto che da anni soffro di un disturbo particolarmente odioso per il quale quando fa molto freddo mi si riempiono le mani di geloni che poi si rompono e le ferite non rimarginano fino a quando le temperature non diventano miti. Tremendo, ma ormai me ne sono fatta una ragione.

Oggi ho fatto domanda per cambiare attività e soltanto dopo l'invio della richiesta ho scoperto che la sede di lavoro sarebbe a Roma. Chissà cosa avrei fatto se me ne fossi accorta prima di inviare la richiesta? La mia ansia di cambiamento si scontra con la mia paura di allontanarmi dalle mie certezze consolidate, pure se ormai non mi procurano alcun vantaggio o se mi fanno star male come il mio appuntamento coi geloni. Però in fondo stanno lì, innocue, a dirmi cose che già so.
In realtà non ho alcuna speranza. I posti sono pochi e il lavoro sarebbe troppo bello per essere mio. Ma quella richiesta inviata stamattina in quasi tutta incoscienza e che potenzialmente potrebbe riservarmi una sorpresa tanto rivoluzionaria, mi ha procurato una strana euforia.
"Lucia, hai appena spedito l'interpello alla sede centrale"
"Si. Sarà in via Moscova..."
"No Lucia. È a Roma. E se ti chiamano che fai?"
"Che faccio...hai visto che lavoro figo? Mi hanno persino chiesto se tengo un blog, se mi interessano i social media e gli eventi. Non lo so, ma mi pare che sia una roba che possa riguardarmi. Che faccio...faccio le valige e vedo come mi trovo a Roma. Hai visto mai che i geloni là non mi vengono..."
"Ma perché? Non ti è piaciuto stare a Milano?"
"Milano ad oggi è la mia città del cuore. Ne sono innamorata perdutamente. Non ci sta niente che faccio in questa città che non mi piaccia. Ma ahimè non mi è riuscito di creare nessun legame forte, fortissimo come lo vorrei io. Mi ha riservato solo rapporti sfuggenti, spesso profondamente deludenti, e so per certo che non è stata solo colpa mia. E poi non ho trovato nessuno che mi costringesse a restare. Può anche bastare come motivazione alla partenza"
"E pensi che altrove sia diverso?"
"Penso che provare a innestarsi in realtà diverse possa generare delle cose nuove. Non è una fuga da qualcosa. È, o meglio sarebbe, un andare verso qualcos'altro...che per fortuna è meno prevedibile dei miei geloni"
"Allora buona fortuna"
"Eh, grazie, coi geloni ce ne vuole parecchia..."




Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...