lunedì 11 gennaio 2016

Pro_fumo di Londra

Ormai lo sa tutto il mondo. Bowie è morto. Io non sapevo che fosse malato. Erano due giorni che non sentivo parlare d'altro che del suo ultimo disco appena uscito e di quale assoluto ennesimo capolavoro fosse. Poi ho ascoltato un'intervista a Veronesi, che lo aveva diretto per "Il mio west" e ne parlava malissimo. Diceva che era antipaticissimo e ingestibile, forse il peggiore tra gli attori con cui ha girato un film. Non più di cinque minuti fa lo hanno interpellato ancora sul Bowie che ha conosciuto e lui ha ricordato di come fosse rigoroso e ossessionato dalla morte...e io ho provato un po' di compassione. Per entrambi. Ma tant'è...

Nella rapida biografia di commemorazione ho scoperto che ha trascorso l'infanzia a Brickstone, uno dei quartieri più pericolosi e malfamati di Londra e quello che io conosco meglio perché fu lì che trovai un piccolo lavoro per restare a Londra più tempo possibile.
In realtà mi è piuttosto difficile credere che ci siano prove inconfutabili del fatto che il talento, il genio, la creatività si sviluppino in certi contesti piuttosto che in altri, ma è un fatto che Londra abbia sfornato e continui a sfornare tra le maggiori produzioni artistiche del mondo e sarebbe troppo facile liquidare il tutto con la solita storia dello strapotere del mercato anglosassone, se è vero che la controcultura è nata e ha dato il meglio di se' lì e non altrove.

Io avrei tantissimo voluto nascere e vivere a Londra, l'ho sempre detto e non ho mai cambiato idea. Pure se le volte che ci sono andata me ne sono capitate di tutti i colori, pure se quando andai alla Soas, l'università dove avrei voluto fare il mio secondo anno di dottorato, mi misi in ginocchio per essere ammessa e loro furono inamovibili e mi dissero che no il mio voto di Toefl non era sufficiente nonostante le dodicimila sterline di corso che avrei pagato.  Una volta andai a Camden town di prima mattina e scoprii che anche quando il mercato non è ancora aperto ce ne sta un "altro" che non chiude
mai...oggi i nuovi ricchi stanno comprando tutto il quartiere e lo stanno rimettendo a nuovo e penso di aver fatto giusto in tempo  a portarmi dentro uno dei posti più pazzeschi del mondo.
Un'altra volta accettai l'invito di un ragazzo di colore, cliente del piccolo ristorante in cui lavoravo. Mi portò a vedere l'intero quartiere afro, dove tutto, ma proprio tutto, dal cinema alla biblioteca ai negozi alimentari ai ristoranti...parla africano.

Per me Londra è quasi solo la sua periferia e le sue zone "maledette", o perlomeno tutto quello che trovo davvero affascinante di questa città si trova da quelle parti.
Milano è la mia Londra riadattata, è una delle prime cose a cui pensi quando la vedi, pure se a Londra non ci sei stato mai. Però la Soas era tanto più ganza della Bocconi...(sic)

Non lo faccio mai...ma ti chiedo, proprio a te che leggi bontà tua, qual è la tua città?





sabato 9 gennaio 2016

Giornata "svedese" (No, non sono andata all'Ikea)

L'ho comprato più di un mese fa. Mancava solo lui alla collezione e solo per un caso fortuito, mentre ero in Feltrinelli a cercare altro, me ne sono accorta. Però solo oggi ho avuto il coraggio di toglierlo dal cellophane e sottopormi alla certezza di una prova di resistenza non indifferente.

Io ho scoperto il cinema di Bergman (Ingmar) esattamente dieci anni fa, direi relativamente tardi per averne un vero "imprinting". Ho cominciato con "Persona", che considero ancora oggi il suo film più delirante e il mio preferito in assoluto, e non mi sono più fermata. Diventò un'ossessione per me e non perché mi facesse piacere vedere i suoi film, ma perché ne rimanevo trafitta, mi toccavano così a fondo che non riuscivo a fare a meno di quel potentissimo malessere che mi procurava. Quando pensai di aver visto tutto della sua produzione, ritenni chiusa una fase importante della mia vita che stava includendo ovviamente anche dell'altro: per esempio un periodo di mancanza di lavoro, una persona che non riuscivo a scordare, una vita familiare complessa...i film di Bergman mi parevano restituire un mood fatalmente coerente con tutte queste difficoltà pratiche ed esistenziali.

Per anni non ho più avuto il coraggio di rivedere nessuno dei suoi film, pur senza smettere mai di ripensare a certe scene o specifici episodi da riadattare per analogia alla mia vita. Poi in un Natale di tre anni fa ho rivisto "Fanny e Alexander", il film che riassume un po' tutta la filosofia bergmaniana e con stupore ho scoperto che mi restituiva delle emozioni e dei punti di vista molto diversi dalla prima volta. E così piano piano ho preso a rivederne altri e mi sono compiaciuta delle mie antica ossessione per questo gigantesco cineasta.

Mi mancava solo il film che ho appena visto che è "L'immagine allo specchio". Avevo intuito che mi avrebbe devastato, che ne sarei uscita con le ossa rotte, che quando tocchi i traumi infantili, l'incomunicabilità,  la follia, i ricordi sepolti, gli antichi rancori irrisolti...giochi facile con me e quella mia compagna occasionale ma petulante chiamata angoscia.

Vero è che oggi è stata una giornata "svedese", buia, piovosa, solitaria, silenziosa, di quelle in cui il vero pugno in faccia sarebbe stato proprio vedersi uno Zalone e la sua simpatica idiozia ( detto senza snobismo...che tanto prima o poi ci casco pure io).
Ma secondo me ci sono giornate così chiaramente definite che sarebbe un delitto andare fuori tema. Ci sono forme di tristezza e di malinconia che vanno nobilitate invece che rinnegate, perché il contrappasso dell'allegria ostinata rischierebbe di fare peggio.
Oggi ho visto un film molto duro, che ovviamente conferma la mia fede bergmaniana, che avrei potuto vedere solo in un giorno come questo.
Possibile aver provato un immenso piacere per tutto questo?
Sì. Se il dispiacere te lo racconta Bergman (Ingmar)


giovedì 7 gennaio 2016

Assolo. Ovvero...Scusi lei, si ama o no?

Bisogna sempre dare una seconda possibilità a chi ti ha dato molto, ma che forse a causa di un entusiasmo mal gestito, qualche volta non ha dimostrato le sue doti migliori, facendoti ritenere che tutto il bene che pensavi sul suo talento era stato irrimediabilmente tradito.
Ma nel nostro essere imperfetti ci stanno pure i tentativi, le strade nuove da esplorare senza un metodo collaudato, le idee buone ma realizzate solo in parte. E se si è in buona fede il perdono poi arriva.

La premessa a tutto questo misterioso pippone è che ho voglia di parlare del nuovo film della Morante, attrice che amo immensamente e che considero tra le migliori del nostro cinema, non a caso protagonista di due dei migliori film di Moretti. È appena uscito il suo secondo film intitolato "Assolo".
Quando vidi la sua opera prima "Ciligine" ne fui così delusa che pensai che la mia condanna sarebbe stata quella di assistere alla costante caduta dei miei miti perché incapaci di reggere il peso della mia visione idealizzata.

Ma questa volta ho proprio voluto fare un sforzo di riabilitazione. Non poteva essere finita lì, con quel brutto film di un paio di anni fa. E cosi sono andata a vedere "Assolo" piena di belle speranze. E per fortuna il tentativo di recupero mi ha restituito rinnovata fiducia nella venerazione del mio Olimpo fai-da-te.

Il film è una lunga e divertente seduta psicanalitica, interrotta solo dalle sottolineature di vita reale a supporto di tutte le fobie, le insicurezze, le delusioni, di una donna non più giovane e con tanti uomini sbagliati a costellare la sua solitudine inappagata.

 Flavia, la protagonista, crede di non essere capace di stare da sola. Fa progetti assurdi con uomini improbabili, perdona loro tutto, al punto che ne accoglie come parti della nuova famiglia allargata pure le compagne. Non riesce a prendere la patente perché ritiene di non essere in grado di padroneggiare alcuna strada,  non comprende i comportamenti anomali delle altre donne che riescono a tenersi i propri uomini pure mentre li tradiscono.
Flavia è una donna buffa, intelligente ma fragile e non riesce a capire che la parte più 
adorabile di lei è quella maldestra goffaggine che la salva dalla rassegnazione e la spinge a fare 
continuamente dei nuovi tentativi. L'unica sosta a tutto questo quotidiano caos sono le sue lezioni di tango, il ballo dove è l'uomo a condurre, e lei aspetta con una rosa in mano di essere la prescelta. Ci riuscirà? Chissà. 
L'unico essere con cui stabilisce il legame perfetto è la cagnolina dei vicini. Con lei è bella, spontanea
e allegra, non fa e non dice mai nulla di sbagliato e quei momenti con lei sono gli unici di pura gioia.

"Assolo" è un film femminista nel senso più classico che riesco a dare a questa parola usata spesso così a sproposito. Pur se con ironia, non si mostra mai indulgenza verso certe subdole nuove forme di 
sottomissione e di dipendenza affettiva di donne che non ce la fanno a stare da sole. 
L'idea di fondo che mi pare di aver colto su tutto, e che a me consola molto nella mia fallita ricerca dell'amore perfetto, è che non c'è nulla di strano nel provare ad essere felici da soli e che esistono forme d'amore che trovano la loro espressione più compiuta anche in altro che non sia un compagno, o i figli stessi. Perché forse la ricerca dell'amore ha il suo passaggio obbligato nella piena consapevolezza di se stessi e quando si ha la fortuna di raggiungerla, a quel punto gli uomini potrebbero anche non essere più di alcuna utilità.
 Bisogna sempre dare una seconda possibilità. Brava Morante.

martedì 5 gennaio 2016

Di paradisi artificiali e di inferni a basso costo

Ci vado già  da un paio di settimane. Ormai rientra tra quelle fasi cicliche alle quali non ho voglia di rinunciare, visto che con periodicità prevedibile vengo spinta da una forza oscura che mi impone di incamminarmi alla ricerca di luoghi dall'aura fiabesca, musiche celestiali, profumi orientali...il tutto restando comodamente a Milano.
 Questa volta il mio centro benessere me lo sono trovato a via Torino. Ci sta Marika, una deliziosa fanciulla pugliese che sa fare dei massaggi divini. Mentre mi accompagna nel mio universo parallelo fatto di nuvole, aria rarefatta e pura e ogni altra allucinazione possibile, mi racconta episodi di una età che fu anche la mia ma che ormai non so quasi più ricordare, mentre siamo in una stanzetta piena di bottigline, flaconi, scaldacera, trucchi...durante quell'ora mi fa un trattamento che si divide in due parti: nella prima mezz'ora mi passa una crema autoriscaldante che dopo dieci minuti di posa simula l'effetto di una fiamma ossidrica. Superare quella mezz 'ora per me è una prova titanica durante la quale mi ripeto che per godere del piacere massimo del massaggio successivo ho bisogno di quel tipo di supplizio. Altrimenti non vale. E niente, la sindrome che " le cose te le devi meritare perché niente è gratis" mi accompagnerà nella tomba.
Poi finalmente Marika ritorna, mi toglie dalla pellicola infuocata in cui mi aveva avvolto e mi fa un massaggio lenitivo che mi restituisce al mondo dei vivi felici di esserlo.

Non lo so perché tutti gli anni mi passa per la testa di fare queste cose illudendomi di vincere la mia sfida col tempo, le ossa incriccate, la circolazione problematica, la forza di gravità. Sta di fatto che io sono attratta da questi posti qua, mi lascio convincere dai "vantaggiosissimi pacchetti", dalle tisane di benvenuto, dall'armosfera rilassata e pacificata di questi luoghi pulitissimi, pieni di armonia creata ad arte, da quelle stanzette piccole e accoglienti, da quelle fatine rassicuranti, con i capelli lunghi lunghi e maledettamente giovani.

Poi ad un certo punto ho finito il mio trattamento doloroso e gioioso. Bacini di saluto, sorrisi, gratitudine. Mi sembra sempre tanto strano dopo tutta quella metafisica, ritornare in strada. Ero ancora intontita dal massaggio e mi sono trovata in una via Torino inondata da una umanità agguerrita e con gli occhi di brace. Ho pensato che qualcuno avesse appena urlato "scatenate
l'inferno".
E invece era solo il -50% piazzato come uno scudo fuori ad ogni vetrina.

domenica 3 gennaio 2016

Tanta "roba"

Ho cominciato il primo e ho deciso di continuare fino a quando mi farà così piacere. Ho iniziato a buttare roba. Per molti è una pratica normale, per me è una piccola conquista. Io mi affeziono alle cose che posseggo, sono un'accumulatrice compulsiva di gadget che vanno dalla borraccia della Coca-Cola,al servizio per la colazione di Mc donald, alle mitiche tazze rosse del Nescafe, alla tazza inglese deiMc vitie's, persino alla mucca della simmenthal. E poi padelle, vassoi, piadiniere (?!?!), scatole di metallo di ogni genere...Ho dei maglioni di quindici anni fa, rossetti di tutte le tonalità che poi non ho messo mai. Cose così, di relativo o nessun valore che ingombrano in modo apparentemente innocuo il mio piccolo spazio, che affollano i ricordi, che provano a riempire insicurezze e ansie da horror vacui.

Ci pensavo da tempo, da quando mi sono ricordata del primo giorno che ho messo piede in questa casa. La settimana prossima fanno giusto sei anni. Era il 10 gennaio e ci stava solo il letto e il forno a microonde. Niente altro, neppure una sedia. I vestiti in una sola valigia e neppure il riscaldamento. Ho fatto tutto io. Quando finivo di lavorare andavo all'ikea, compravo un mobile alla volta, me lo montavo e il giorno dopo me ne caricavo un altro. È stato bellissimo dare forma e vita a questa casa e l'aggiunta di ninnoli e oggetti era la mia maniera di fissare degli attimi, di plasmarla secondo le mie inclinazioni del momento, personalizzarla e renderla sempre più funzionale alle mie necessità.
 Ma io sono una casinista cronica, non so tenere a posto, non so gestire razionalmente lo spazio e quello che contiene. E così ho capito che avere troppe cose mi avvicina inesorabilmente all'infelicità. Sono partita dall'armadio. Ora è dimezzato. Ho aperto i cassetti: traboccavano di ritagli di giornali di tre anni fa, di collanine spezzate, di estratti conto, di appunti di economia (!?!?!). Ora sono vuoti, ma per anni non ho avuto la possibilità di metterci dentro neppure uno spillo. Credo che funzioni così pure per un cervello ingarbugliato: non può partorire idee veramente nuove se non si libera del fardello di una visione arcaica, blindata, istituzionale e precostituita. E sono certa che funzioni così anche col cuore: non ci metti dentro niente se te lo lasci intasare dai "vampiri".

Poi ho preso la mia tazza storica delle tisane della sera. Ci avrò bevuto centinaia di volte, nonostante nel frattempo siano arrivate delle tazze bellissime che non ho ancora mai inaugurato. Ha accompagnato tantissime delle mie paturnie serali, si è lasciata raffreddare fino a rendere imbevibile il suo contenuto...credo sappia troppe cose di me ormai. È giusto che ci separiamo.

Non lo so come sia riuscita ad accumulare tutte queste cianfrusaglie in un tempo in fondo così modesto. So soltanto che dal primo gennaio di quest'anno ho cominciato un processo di "decumulo" che mi sta dando grandissima soddisfazione e intendo continuare fino a quando gli oggetti che passeranno al setaccio non avranno qualcosa di così importante da raccontarmi da poter meritare di restare con me. Voglio che rimangano solo cose che abbiano un significato. Della "roba" - intesa in senso pirandelliano - non so più che farmene.

C'è un libro che è uscito l'anno scorso, e che per comprensibili ragioni è diventato un best seller, di una giapponese che si chiama "il magico potere del riordino" e che aiuta proprio a compiere questo percorso. Volutamente non l'ho ancora letto perché mi hanno spiegato che l'autrice consiglia di liberarsi delle cose in blocco, e non in modo progressivo, altrimenti il senso di liberazione non si avverte e il suo metodo non funziona. Io ho un po' paura di fare così. Ho bisogno di capire quanto davvero poco contino le cose di cui mi sono circondata in questi anni, devo darmi il tempo di
chiedere loro scusa per il mio poco affetto e poi lasciarle andare, spero riciclate per più sensati usi.

Sono tre giorni che la mia casa si è alleggerita da un sacco di "roba", facendomi riscoprire le cose a cui tengo davvero e cominciando a dare la possibilità a quelle mai usate di farsi conoscere meglio. Farò così tutti i giorni fino a quando capirò che quello che rimane è ciò che posseggo davvero.

Stasera inauguro la mia nuova tazza. Il cucchiaino invece è ancora quello vecchio...che solo cose nuove mi mettono ansia.


venerdì 1 gennaio 2016

Recensione Irrational per "Irrational man"

Quando si tratta di lui non ne tengo conto mai. Non è preclusione aprioristica, anzi, in linea di massima sono piuttosto permeabile al parere di esperti di cui ho stima, ma per lui no. Io di Woody Allen penso bene a prescindere.
Ho voluto cominciare così il mio primo d'anno, proprio per essere sicura che fosse un buon inizio. Oggi il mio amico Nicola ed io ci siamo visti "Irrational man". E ci è piaciuto un sacco. A dispetto della critica troppo severa con l'ultimo Allen (che è l'ultimo Allen da più di vent'anni ormai)e a dispetto pure di una certa ripetitività ossessiva dei temi che gli sono da sempre così tanto cari - il caso, la necessità del male, la meschinità dell'uomo, i paradossi etici.

In questo "Irrational man" ci sta un prof. di filosofia, carismatico e affascinate ma cronicamente depresso. Non riesce a trovare stimoli e senso alla sua esistenza, è profondamente convinto del perenne prevalere del male sul bene, dell'impossibilità per l'uomo di rispondere con coerenza agli imperativi morali quando questi ostacolano il benessere individuale.
Ad un certo punto il tormentato prof. trova il senso del suo stare al mondo decidendo di compiere un'omicidio "eticamente accettabile", perché l'uomo che ha appena ucciso era malvagio e rendeva il mondo peggiore. La sua soppressione sarebbe stato un contributo al bene e alla Eliminazione di ingiustizie inaccettabili. Ma si sa, se ci mette lo zampino il Caso, oltre alla dialettica razionale, di solito è lui a vincere...e non è detto che vada sempre come al protagonista di un altro film di questo genere che era match point.
 Non dico altro, perché è un bel film, che vivamente consiglio (a dispetto di critici annoiati e noiosi) e quindi se vi capita vedetevelo.

Potrei non fare testo nelle mie lodi sperticate per Allen, perché quando si ama non si è né lucidi né obiettivi. Amo da sempre (qualunque sia la fase creativa di cui si parli) il suo punto di vista, l'ossessione con cui declina continuamente i temi di sempre ma tutte le volte con uno sguardo nuovo e/o allargato e approfondito, mi piace perfino la sua implacabile perfidia nel delineare le meschinità, i fallimenti dei suoi personaggi più intellettualmente raffinati, ma troppo deboli per tradurre il loro pensiero in condotta coerente.
Non ho mai pensato che il primo Allen fosse migliore dell'ultimo o di quello di mezzo. Penso che quando uno sia un genio, quando lascia che il suo linguaggio e registro narrativo si evolvano, quando ha qualcosa da raccontare...non proceda per fasi crescenti o calanti. La creatività ha un andamento imprevedibile, non è una curva di prodotto e non è misurabile con criteri né quantitativi e in parte neppure qualitativi, perché in fondo sulle emozioni ci sta poco da discutere. Non mi sento di avere perplessità neppure su un piano strettamente registico. È ben girato, ma credo che su questo pure gli esperti avranno ben poco da ridire. Allen ha ottant'anni e dai suoi film non potrei mai affermarlo.

Ecco, avevo promesso che ne avrei parlato...vedete voi quanto prendere per buono quello che ho appena detto.







martedì 29 dicembre 2015

nebbia reale e nebbia surreale

Erano più o meno le sette di sera e io non vedevo niente di niente. Milano in questo periodo ha una consistenza tutta sua. Pure questa storia angosciante delle polveri sottili...mi sono accorta che ho cominciato a fare caso al mio respiro. È come se volessi contingentare le mie ispirazioni ed espirazioni per ridurre al minimo la mia morte da intossicazione da smog. Ovvio che si tratta di una pratica priva di intelligenza, ovvio che non posso farci niente pur non avendo colpe visto che di tossico io non emetto niente, se non qualche sporadico lamento sulla condizione umana, che quella poi mica si intossica solo con lo smog.

 E poi ci sta una nebbia...avresti dovuto vedermi camminare per via Mecenate stasera, ma tanto non ci saresti riuscito. Non vedevo niente di niente e per tutto il tragitto ho immaginato che al quadrivio avrei trovato Bogart, con un piccolo aereo accanto che mi diceva che ero io quella con cui sarebbe partito. La nebbia ha una sua magia che forse fa invidia persino al mare in quanto a romanticismo, anzi, se dovessi immaginare una sceneggiatura ci metterei una nebbia fitta fitta per raccontare una profonda solitudine o un grande amore  dove due si fanno strada tenendosi il braccio, senza dirsi nulla, senza vedere nulla, senza ascoltare nulla...come se tutti i sensi fossero qualcosa di superfluo in un luogo che ha annullato i suoi contorni per fare spazio ad altre dimensioni. La nebbia livella persino il prestigio dei quartieri. Avrei potuto essere a Brera, a Porta Nuova, ai Navigli...non avrei trovato differenza, avrei provato le stesse sensazioni di totale disorientamento e di costruzione di mondi nuovi.
"Quando c'è la nebbia non si vede". È vero. Si sogna.

Anche stamattina presto era così, ma ad un certo punto, man mano che l'aria si riscaldava e la luce aumentava, ho cominciato a vedere tutto in modo sempre più nitido, cominciavo a sentire i rumori delle auto, a vedere i semafori, i quartieri e il mondo reale che mi restituiva tutti i contorni. La nebbia che si dirada è una impietosa violenza necessaria che purtroppo ha un suo senso a inizio giornata quando siamo richiamati al principio di realtà, quella roba per cui un individuo adulto che ne possiede almeno una modica quantità riesce più o meno abilmente a cavarsela sulla terra.
Ma stasera lei c'era di nuovo. Ho ripreso ad ascoltare il mio respiro, ho fatto caso al silenzio, ho camminato senza vedere e ho pensato che dovevo arrivare prima possibile alla fine della strada. Perché allora avrei di certo visto una piccolissima luce rossa. La sigaretta accesa di Bogart che sta di nuovo lì ad aspettarmmi. Per sempre. O almeno fino al diradarsi nella nebbia







domenica 27 dicembre 2015

Scatti (foto ricordo vs foto dimenticanza)

Ieri pomeriggio ero in centro a Milano. Sono stata con un amico a vedere una mostra fotografica bellissima di una signora che per tutta la vita ha fatto la tata. Quando non lavorava non faceva altro che fotografare. Non si è mai staccata dalla sua macchina fotografica fino alla morte. Riprendeva in modo compulsivo scene di vita di strada tra Chicago e New York. Nessuno vide mai le sue foto quando era in vita. Un giorno tutti i suoi beni furono pignorati per un mancato pagamento. Furono ritrovate tutte queste foto e messe all'asta. Un signore le comprò, si rese immediatamente conto di quale assoluto patrimonio avesse tra le mani e cominciò e pubblicare su internet quelle magnifiche foto. Finalmente furono intercettate da esperti del settore che potessero degnamente diffondere quella meraviglia...e finalmente Vivian Maier è entrata a gamba tesa nel mito. E meno male che ieri ero lì a rendermene conto pure io.

I negozi erano tutti aperti. Ci stava una marea di gente che ancora faceva compere, che ancora aveva la forza di fare l'aperitivo, che ancora aveva voglia di soffermarsi a guardare le vetrine. Io le ho invidiate, ho pensato che non è sempre bello non sentirsi parte di questo strano sentimento collettivo, fatto di lucine, pacchettini scintillanti, calici di spumante accompagnati da deliziosi snack accomodati con una coreografia impossibile da imitare.
Pure io ho mangiato benissimo, ma non fino a scoppiare. Mi sono allenata come ho sempre fatto, ho pulito il bagno e steso i panni. Se non mi avesse chiamato il mio amico per la mostra, probabilmente non sarei neppure uscita...e sarei stata bene lo stesso! ma non avrei saputo quante belle foto mi sarei persa e quanta meraviglia mi sarei portata appresso, almeno fino ad ora che ne parlo.

Ecco, questa cosa un po' mi ha fatto paura. I miei salti emotivi sono sempre il frutto di un caso e quasi
mai di un mio progetto preciso. Io non capisco mai davvero cosa mi sto perdendo fino a quando non

lo trovo. O non lo perdo...dipende da quello che mi capita quando decido di mettere la testa fuori dal mio nido, rassicurante ma privo di sorprese che non siano il rubinetto che perde.
E così ho pensato che mi ha fatto bene andare alla Rinascente dopo la mostra. E capire che quella strana frenesia dell'acquisto era un'altra delle cose che mi stavo perdendo, ma senza il minimo rammarico.
E poi ho pensato ad un regalo che ho ricevuto e che era esattamente identico a quello dell'anno precedente, ma chi me lo ha fatto non se lo è ricordato. Mi sono detta a quanto poco ho da imparare da chi prova ad insegnarmi come si campa a Natale e poi mi basta così poco per capire che la pensa come me...

E niente...anche questo Natale ce lo siamo levati dalle scatole. Come al solito ho scoperto di non essermi persa niente, ma con un bel colpo di fortuna ho scovato delle foto magnifiche.
E senza il Natale tutto questo forse non sarebbe stato possibile. Dalle mie parti in questi giorni si dice
una cosa del tutto priva di senso ma molto simpatica.

Si dice :"buone feste fatte"
Che non vuol dire niente. Ma per me oggi ha molto senso.



venerdì 25 dicembre 2015

Ce l'ho, non ce l'ho. Non mi manca

Come evitare. L'occasione è troppo ghiotta per non approfittarne. Oggi è Natale e non va bene e non va male. Ho appena cucinato tutto quello che avevo in casa e che poteva finire in un unico calderone. Sembravo una streghetta con tutti quei vapori e una dolce musica di sottofondo, che pareva fare da tappeto a qualche formula magica per trasformare il mio intruglio in un incantesimo.

Nonostante un generoso invito ho preferito fare secondo i programmi: starmene tutta sola con i miei intrugli, i compiti per le vacanze, un libro che sto amando, la lezione di body and mind al dvd.
Ieri, con un collega fortemente ancorato alla tradizione natalizia più banale (senza offesa, giuro), fatta di regalini e preghierine, mi compiacevo del fatto che mi sono risparmiata tutte quelle incombenze ipocrite, faticose, inutili se non riesci a sentirle nel profondo. Gli ho detto che sono contenta di essermi risparmiata pure quest'anno lo sforzo di finti sorrisi per tutti i parimenti finti "Uh, ma grazie, che bello. Come hai fatto a capire che volevo proprio questo!"
Per me è questa la vera antitesi della propensione agli altri.

E poi mi sono messa a pensare a ciò di cui sento davvero la mancanza. E no, non ho pensato a nessun amore.
Sono rimasta ferma così sul divano a provare a capire di cosa sento davvero il bisogno, in un giorno come questo in cui non ho voluto nessuno intorno a me, in un'ora che è quella del pranzo ipercalorico, infinito, lontanissimo dalla mia idea di spirito natalizio, ammesso che ce ne sia uno.
Non ho bisogno di niente. È una sensazione straniante almeno quanto quella dell'inquietudine. Oggi, in questo momento, io mi sento proprio come vorrei. E mi sento in colpa.

Ci sta una canzone del nuovo disco di Gazze' che ad un certo punto fa così "ci sono affetti,in effetti, che affetti non sono stati mai". Ecco io credo di capire cosa intenda in un caso come il mio. Ci sono distanze che mi pesano molto di più delle assenze reali, comportamenti che tento di comprendere mentre mi feriscono e invece sono solo una forma di tenue ma implacabile autoflagellazione. Non c'è niente da capire, sono assenze pure quelle ma con la forma di piccoli e perfidi inganni. Tutto questo non mi manca e vorrei anzi che non si ripresentasse mai più.

Avevo promesso che avrei cucinato per due. L'ho fatto. Ho preparato gli spaghetti integrali con il pesto al tofu, i peperoni in agrodolce, e il salmone in umido.
È un menù natalizio che potrebbe accettare solo chi tiene un sacco di voglia di stare con me. Non c'è nessun problema se non viene.
Neppure io oggi ho voglia di compagnia. Ah...tanti auguri eh...







mercoledì 23 dicembre 2015

-8

L'ufficio è quasi vuoto. Ormai è un lungo via vai di trolley e di saluti e buoni auspici. È questo il momento della mia vita lavorativa che amo di più. Sì, perché pur non odiando nessuno dei miei colleghi, mi piace moltissimo stare in questo ufficio quando sono immersa in questo silenzio irreale che si realizza solo con le assenze. Poi quando torneranno tutti saranno benvenuti...che tanto vado in ferie io.

Mancano soltanto otto giorni alla fine di un anno né bello né brutto sul piano personale, piuttosto odioso secondo la mia visione "estesa" ad un mondo che comprendo poco, che amo a pezzi piccoli e faticosamente selezionati, che vorrei diverso in modo disperatamente ambizioso.

Ma se penso a cose che potrei dire, riesco solo a parlare di me e del poco che mi è accaduto e che ho compreso quest'anno.
Ho conosciuto persone nuove che mi sono piaciute subito moltissimo, con le quali ho intrecciato legami sempre più abituali e stretti, tra condivisione di cibo, cinema, tempo bello. E spero di ritrovarle sempre per come le vedo ora: spumeggianti, intelligenti, impegnate, affettuose. Vere.
Mi sono operata ad un piede che per molto tempo ha reso i miei passi ancora più incerti del solito
Non ho fatto viaggi e i sintomi continuano a manifestarsi in forme che variano da malesseri da aria stagnate, vedute ristrette, pelle opaca, miopia
Ho rivisto un sacco dei miei film cult con un amico che forse si diverte ad infrangere cuori e da quando lo penso comincio a ridere un po' di quella volta che ci è riuscito anche con me...però va bene lo stesso, giuro. Certi maschietti sono fatti così e se piacciono tanto forse è proprio per questo.
Ho mangiato i dolci di Sal De Riso e questo mi ripaga di quasi ogni pena sofferta quest'anno
Sono ritornata a casa mia molto più volentieri delle altre volte


Non ho trovato l'uomo della mia vita...ma penso che questo si fosse già capito benino. E non intendo certo incontrarlo nei prossimi otto giorni. il 2015 non è stato memorabile per nessun motivo e certi incontri fondamentali meritano tutt'altra cornice.
 Devo fare prima il back up che del 2016 voglio avere rispetto.

lunedì 21 dicembre 2015

Natale. Con chi vuoi?

Si, quest'anno mi dispiace un po' di più. Io torno a casa sempre dopo le festività natalizie. Per tante ragioni: non mi piace viaggiare in questi periodi, non mi piacciono i menù della tradizione meridionale e tutta quella serie di inevitabili etichette da rispettare quando si condividono certi riti. Mi piace tornare a casa solo a babbo natale morto.

Però quest'anno mi dispiace un po' di più trascorrerlo da sola. Quest'anno, ancor più che i precedenti, mi chiedo che strada stia percorrendo la persona che avrei voluto accanto a me in questo periodo. Quella che non mi considera l'unica ragione di vita, ma certamente la prima, che annulla ogni altro impegno pur di passare del tempo con me solo perché io gliel'ho chiesto, che riesce a lasciarmi di stucco con un pensiero piccolissimo ma improvviso, originale, sorprendente. quello che la mia vita è una cosa che gli riguarda, che sa quanto forte deve stringermi, come baciarmi, come rendere nulla la mia gelosia. Mi chiedo che fine abbia fatto, o se davvero non sia ancora nato, chi mi legge dentro senza darsi altro tempo per capire se ne valgo la pena oppure no.
Mi chiedo quanto sia lecito sognare un amore così, se certi miracoli siano razionati e destinati soltanto a pochissime elette, oppure se ognuno di noi ha il diritto di immaginare che esista davvero un'anima affine che stia facendo la stessa ricerca.

Si lo so, a queste cose io penso più o meno in ogni secondo dell'anno, pero il Natale pure per una insensibile come me al tema, ha questo strano e malefico potere di amplificare certi stati d'animo, di mettermi di fronte alla mia incapacità nell'individuare quegli occhi che il cuore è così bravo ad immaginare ma poi è così incapace ad intercettare.

Io comunque a Natale cucino sempre per due, che se poi finalmente arrivi chissà come sei stanco...




Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...