venerdì 19 giugno 2020

Si salvi. Se può

Se sapessi davvero che pensare forse troverei le parole più adeguate per raccontare cosa ha potuto provare una persona che si è adattata ad un cambiamento radicale, e del tutto imposto, del proprio quotidiano quasi come se fosse la cosa più naturale del mondo. Senza contraccolpi, senza attaccarsi al telefono, senza risentire delle ore ed ore di vita domestica in uno spazio per puffi senza troppe pretese. Ho salutato il nuovo anno col progetto di un viaggio in Islanda, che ho fatto giusto in tempo a godermi e a trovare perfetto, per poi ritrovarmi catapultata in una realtà surreale che ho impiegato giorni a prendere sul serio. Poi, in un attimo che non ho neppure avuto il tempo di cogliere, mi sono ritrovata blindata in casa mentre l’inverno fuori lasciava il posto ad una luce ed un sole quasi dispettoso. Sono stata lontana dall’ufficio per più di due mesi e mi è parso di tornare a quel limbo indefinibile di tanti anni fa quando non riuscivo ad immaginare cosa avrei fatto della mia vita e però disponevo del mio tempo come un’occasione preziosa che valorizzavo in un modo solo mio. Ci sono stati d’animo che non hanno una definizione precisa perché dovrebbero coniugare esaltazione e panico assieme. E non mi pare troppo facile.
Sala ha detto che bisogna evitare l’effetto grotta e di smetterla di lavorare da casa, bisogna uscire, lavorare, spendere, andare in vacanza all’idroscalo...e questo nonostante qui in Lombardia i contagi viaggino ancora a tre cifre. Lo dico dai tempi di quella mostruosità che fu Expo che Sala non è persona che merita troppa considerazione e stima.

A volte penso a come sarebbe uno smartworking che mi consentisse di lavorare dalla Campania. Tornerei sulla mia mansarda bella, grande, luminosissima, con Pablito acciambellato sulla scrivania. E poi limonate fresche, qualcuno che mi eviti la fatica di cucinare sempre, ritrovare forme di condivisione familiare senza pero essere costretta ad abbandonare la mia cuccia milanese in cui continuerei a ritrornare più volte al mese. Così non soffrirei per nessun distacco, potrei vivere la mia vita in entrambi i posti, tra la pace della mia dimensione autonoma faticosamente raggiunta e la necessità di esserci per una famiglia che avrà prima o poi bisogno di me. È tutto cambiato così in fretta che pure questa ipotesi non mi pare più troppo peregrina.
Ho recuperato gli ultimi post del 2019. Lo salutavo come un anno si: il 2019 mi è piaciuto e neppure so il perché, visto che non mi è successo niente di speciale, però non ho preso neppure un raffreddore, non sono stata tradita da nessuno, ho pensato al bene che voglio alle persone che stimo senza per questo pretendere che mi fosse ricambiato. Mi è piaciuto il 2019 perché credo che sia stato quello in cui ho imparato più di sempre a prendere le misure, che a volte erano semplici distanze, ad aspettare, accettare, non rincorrere e neppure offendermi per aspettative disattese. Ho imparato abbastanza bene che in fondo tutto, ma proprio tutto quel che mi accade, è giusto. Il 2020 ha fatto in fondo la stessa cosa e in più mi ha restituito un tempo che di solito rincorro con molto affanno. Detto questo, che bello pure tornare in ufficio a ribadire certi rituali fatti di orari precisi, trucco, percorsi a piedi in ore ancora silenziose, che fortuna aver evitato anomalie come le video lezioni e gli spazi di una condivisione forzata. Ma in fondo che ne posso sapere...

Provo ad immaginare il modo in cui saluterò quest’anno. Se preferirò ringraziarlo per tutto il dolore che non mi ha inflitto o bacchettarlo per la sofferenza collettiva che ha prodotto, per il terribile incidente che vede un immenso uomo come Zanardi lottare ancora una volta per la vita, per le incertezze crescenti per chi è più fragile, per tutto quello che neppure sappiamo di esserci persi. Io sto uscendo volentieri dalla mia “grotta”, perché a me questo riesce ancora facile. Il problema è quando in quella stessa grotta io poi rientro. E mi metto a contare le volte in cui penso che è quello che rimane ancora il posto in cui mi piace più di tutto trovarmi.

sabato 13 giugno 2020

Esami. Di coscienza e poca maturità

Direi che ci siamo quasi. Pare che il transito verso una ritrovata normalità, o presunta tale, a dettare meccanismi e equilibri collettivi sia ormai avviato. Io riesco a rientrare in ufficio con più frequenza, vado in giro, faccio cose, addirittura vedo gente. Anche per me, che pure ho avuto l’immensa fortuna di non soffrire per nessun motivo, è cambiato tutto. Sì, credo che non mi sia mai capitato, in tutta la vita, di avere così tanto tempo per pensare e ripensare alle cose che mi stanno davvero a cuore con tutta la calma e la concentrazione possibili. Non è bello che dica questo proprio a ridosso di un periodo così nero e oltretutto in una regione che, nei fatti, non ha ancora davvero risolto questa tragedia.
Ma, parlando a titolo strettamente personale, io l’ho vissuta così: un’occasione preziosissima e irripetibile per sottopormi a “processo” e, a seconda dei casi, attribuirmi colpe o assolvermi. Non è stato mica facile: realizzare che troppo spesso ho attribuito responsabilità ad altri per una mia sofferenza, quando in realtà avevo soltanto una percezione distorta dei fatti o dei sentimenti, quando sono stata io ad aver detto cose sbagliate a causa di poca sensibilità o pretese che non avevo diritto di avere...è stata una faccenda proprio dura da ammettere. Eppure bellissima e necessaria. Mi sono resa conto che fare questo esercizio ha fatto sì che mi fosse molto più facile ricordare il male che ho fatto io agli altri, piuttosto che il contrario. E per quanto per me costituisca una esperienza illuminante, ho dovuto respirare a fondo per sopportare tutto quello che ho scoperto di me e tirato fuori da quel contenitore compresso fatto di rimozioni e traumi sopiti.

Ho vissuto questa casa con lo stesso spirito di chi sta per traslocare e non intende portarsi dietro troppe cose. Quando c’era Pablito era più facile: lui mi rompeva tutto quello che credevo bello e utile e che in realtà mi toglieva solo spazio e aria. I gatti hanno una saggezza insita per ciò che è essenziale e quello che invece è superfluo e da eliminare. Questa è una casa perfetta per una persona. Con un gatto.
Là fuori il dibattito si alternava tra efferatezze indicibili di cui porterò memoria, anche senza fissarle qui, e una retorica dei buoni sentimenti su quanto ne siamo usciti migliori e come ritorneremo più solidi ai nostri nobili progetti. Io invece vorrei solo ricordarmi che, assieme ai competitivi cinici e ai cooperativi “anime belle” , ci sono pure quelli che fanno percorsi alternativi per collocarsi nel mondo senza fare troppi danni e provando ad essere migliori semplicemente partendo da se stessi. Di questi ultimi mi sento umilmente di far parte.

Sono sveglia da almeno tre ore: non ho smesso di dormire poco, di cucinare con grande cura, di smadonnare contro quella specie di wonder woman che mi insegna dalla TV a sollevare pesi, continuo a servirmi del cinema per capire la realtà, a pensare alle persone che mi piacciono e a sperare che stiano bene. Continuo  a cercare senza farlo veramente, forse per paura di trovare. È cambiato tutto anche nelle cose di sempre, ma posso accorgermene soltanto io.

Questi sono i giorni della maturità per una fascia di umanità che non invidio affatto. Io sono tra quelli che non ne hanno un buon ricordo, soprattutto per le questioni irrisolte di cui dicevo prima. Eppure uscii da quell’esame con un onorevolissimo 58/60. Ricordo che all’epoca ci rimasi molto male. Oggi invece penso che sia stato un voto decisamente troppo alto visto che ero davvero brava soltanto in latino e per il resto vivevo di glorie attribuite ma non pienamente giustificate. Se lo avessi capito all’epoca forse oggi avrei meno colpe da ammettere e scelte meno avventate a cui porre rimedio. Quello che non potrò mai sapere, però, è se la Fortuna, a cui credo di essere stata fino ad ora parecchio simpatica, avrebbe vegliato su di me con la stessa commuovente partecipazione anche se fossi stata un po’ più giusta di come, ancora adesso, non mi riesce di essere veramente.




domenica 7 giugno 2020

Piove

Oggi è piovuto tutto il giorno. Ne ho sofferto solo per la mancanza della mia consueta camminata di un paio d’ore all’aeroporto di Linate. Per il resto non mi è pesato starmene in casa e ascoltare lezioni di cinema, impastare una focaccia e cimentarmi nel mio primo, e riuscitissimo, esperimento di banana bread. Era tutto molto silenzioso oggi. Più del solito: meno sirene dell’ambulanza - ne avrò contate un paio - e nessuna musica a palla dalla porta accanto. Credo di non aver detto una parola ad alta voce in tutto il giorno se non per le tre telefonate ricevute.

Ogni tanto, ad intervalli di anni credo, ricevo un messaggio dalla signora che mi ha affittato una stanza quando sono arrivata qui a Milano. Rimasi da lei per tre mesi, prima di comprare la casa in cui vivo tuttora. Mi chiede come sto e mi informa che la piantina che le regalai prima di andar via fiorisce ancora. Una volta, durante una delle nostre conversazioni serali, le dissi che quando smetto di vedere le persone io non sono brava a conservare i rapporti e che non avrebbe dovuto offendersi se avrei mancato di far sapere mie notizie una volta che me ne fossi andata: purtroppo lo so già che quando smetto di condividere un tempo comune di esperienze condivise per me tutti i legami inesorabilmente tendono a diluirsi fino ad annullarsi. E così in questi anni è stata sempre lei a scrivermi e a sincerarsi che stessi bene. E io ogni volta penso di essere proprio storta o poco sensibile. In realtà so che non è esattamente così...potrei fornire spiegazioni molto convincenti per un simile atteggiamento...ma tant’è.

Cosa è stato di questi tre mesi? Cosa mi manca davvero della mia “vita precedente” e cosa credevo fosse indispensabile e invece non era poi così irresistibile? Cosa ho scoperto e che mi piacerebbe conservare? Vediamo un po’
- Cucino cose che mi piacciono più di come le preparavo prima. Questo è sicuro almeno per il mio palato. È stato bello per una volta pensare di cucinare apposta per me. Sembrerà strano ma io ho sempre cucinato pensando a qualcuno che non fossi io. Giuro. Che sciocca.
- Ho imparato a camminare dritta sui tacchi. Ma continuo a piacermi molto di più con le sneakers
- Continuo a vedere film molto belli. Ma non mi manca per niente la sala e la scadente umanità che la popola senza rispettare le regole di una visione corretta
- Non giocherò più in borsa e sono felice di non avere una elevata propensione al rischio. Diversificare è sempre un approccio saggio a quasi tutte le scelte possibili
- Sono felice di non avere dovuto gestire una relazione lontana o dei bambini che non vanno a scuola o dei rapporti familiari problematici. Se sono una persona calma e pacifica è solo per questa ragione. Mi manca l’amore. Non le sue conseguenze
- L’amore immaginario è una grandissima risorsa. Se si ha fantasia sufficiente è il più potente dei motori di una vita solitaria piacevole eppure in costante attesa di contraddire clamorosamente se stessa

In realtà mi mancano un sacco di cose. E allora faccio finta che sia tutta colpa della distanza di sicurezza, del brutto tempo, del caso, della necessità. E quando sono fortunata riesco addirittura a credere che davvero sia così.
Chissà a che punto della fioritura è la piantina che regalai alla signora. Sarebbe il caso di sentirla




martedì 2 giugno 2020

A spasso

Oggi fa proprio caldo. Sono appena rientrata dal mio percorso di camminata meditativa all’anello di Linate. Prima lo coprivo correndo, adesso preferisco approfittare di quel tempo per pensare a un po’ di cose che mi porto appresso assieme alle cuffie per ascoltare in pace i miei programmi preferiti e un po’ di musica. Sono totalmente dipendente da quei dieci chilometri. E ora che sono rientrata sono tutta rilassata e mi sono accorta che nel libero fluire dei pensieri, quando smetto di preoccuparmi per le solite cose, mi è tornata in mente una vecchia intervista di Marchionne quando, già giovane manager rampante, raccontava ad una televisione svizzera della sua fede cieca nel libero mercato. Ricordo che mi colpì molto, non solo per questa dichiarazione - che con gli anni ha sensatamente in parte modificato - ma perché durante quella conversazione si diceva fortunato di aver trovato una moglie molto comprensiva e inoltre che quel giorno suo figlio compiva otto anni. Fu proprio durante quella diretta che quel giovane papà prometteva che in onore di suo figlio avrebbe smesso di fumare. E io ho pensato a quella promessa non mantenuta (rimase un fumatore accanitissimo fino alla fine dei suoi giorni) e anche a quella moglie da cui in seguito si sarebbe separato. Ho capito in quel momento quanto possa dirsi ampio lo spettro di definizione della parola successo anche per chi ha dato conferma della sua tempra in contesti tanto strategici.

Ero più o meno a metà strada del mio percorso abituale quando mi sono soffermata su quello che ha detto Nicoletti in un podcast recuperato stamattina. Parlava con una ragazza che si era intestardita a rincorrere un uomo che rimaneva sfuggente. Lui le ha detto  che se un uomo vuole davvero una donna una maniera perché lei capisca, per poi raggiungerla, la troverà sempre. Se non accade è solo perché non la vuole. Lei non deve fare nulla di nulla: una donna che rincorre un uomo perde in partenza. Credo che sia vero. Di sicuro io ormai non riuscirei a fare una cosa del genere anche perché mi mancherebbe ogni coraggio.

Ieri ho incrociato il mio vicino sudamericano rumoroso. Lui non sa che io qualche volta mi lamento di lui e quando mi vede è sempre molto sorridente e gentile. Ero appena tornata dalla passeggiata e lui stava con un amico e gli ha detto: ”questa è la mia vicina, hai visto come è bella?”. Mi sono sentita molto in colpa e mi sono detta che non sono capace neppure di detestare come si deve una persona che pure mi offre ottime ragioni per farlo. Che storia...

Ho preparato una cheese cake senza zucchero davvero molto saporita, nonostante abbia meno della metà delle calorie. O forse mi sono semplicemente tarata su livelli di soddisfazione meno ambiziosi. Mah...vai a sapere...

Sono sola da troppo tempo. Forse ha ragione la mia amica quando mi dice che non c’è proprio niente di male a mettersi in contatto con qualcuno che la pensi come me, che abbia i miei gusti. Per me che esco poco e frequento ancora meno sarebbe un’ottima modalità per conoscere persone simili. Non c’è niente di male infatti. Ma io non ci riesco lo stesso. Mi pare ancora la cosa più stonata del mondo.

È tutto strano.

Poi ho completato il mio percorso. Mi sono seduta sulla panchina, ho bevuto alla fontanella. Me ne sono stata lì per qualche minuto a prendere un altro po’ di sole.
Poi sono rientrata in casa. E mi è sembrato tutto, di nuovo, totalmente normale


sabato 30 maggio 2020

Riabituarsi alle vecchie abitudini

Mi ha chiesto di partecipare in tutta sicurezza. Mi ha detto che le piace come esprimo i giudizi sulle campagne di lancio di un nuovo prodotto. È una bella signora ormai avanti con gli anni ma ancora molto affascinante, dolce, con degli occhi azzurri che credo abbiano fatto sognare molto. Quando c’è da fare una ricerca di mercato mi chiama e per un paio d’ore mi viene chiesto di ragionare sulla campagna pubblicitaria per il lancio di un prodotto, talvolta nuovo, qualche altra volta già esistente ma che deve rinnovare la propria immagine. Io amo molto fare queste cose: mi si apre un mondo tra tecniche di comunicazione, psicologia, teorie sulla valorizzazione di un prodotto o semplicemente di un messaggio da veicolare. Davvero estremamente interessante. Di solito per ringraziarci del disturbo ci regalano delle gift card per comprare cose su Amazon o dei buoni benzina. In entrambi i casi i soli beneficiari sono i miei genitori o l’amico con cui condivido l’abbonamento a Netflix. E siamo tutti contenti per buone ragioni.

Stavolta ho scoperto che il marchio su cui ho ragionato, e che fa detergenti,  in realtà non è il brand di una società, ma quello di una cooperativa, per cui tutti gli utili sono reinvestiti per creare nuovo lavoro. Non lo sapevo, ma la loro campagna così come me l’hanno presentata fa abbastanza pena. Spero di averli dissuasi dalle loro proposte di marketing del tutto scellerate. Però è stato molto divertente e quelle due ore mi hanno ricondotto ad un primo accenno di normalità ritrovata.

Poi ho chiacchierato un po’ con la reperitrice. Non sapevo che avesse tre figli da un matrimonio durato vent’anni, che dopo ha avuto molte relazioni per nulla soddisfacenti e che da dieci anni vive sola. Mi ha detto che un uomo non avrebbe voglia di vederselo intorno neppure dipinto. E poi che ha avuto paura del covid proprio perché, dopo anni inquieti e senza serenità, finalmente aveva trovato il gusto della vita proprio nella sua dimensione di vita solitaria e autonoma. Ho provato un po’ di invidia per il suo essere così risolta.

Tra le cose “normali” che mi è capitato di fare negli ultimi due giorni è stato andare a trovare un amico e ragionare un po’ assieme sul fatto che in fondo viviamo in Lombardia già da un sacco di anni e che nel frattempo sono cambiate troppe cose sia qui che dentro di noi, che lui ha sciolto il suo (ennesimo) legame mentre io, come noto, non ne ho e che entrambi abbiamo una famiglia al sud che ha sempre più bisogno di noi.

Poi ho fatto il mio solito percorso amatissimo all’anello di Linate. Dieci kilometri durante i quali pensare a ben due conversazioni fatte finalmente con persone con cui ho avuto un confronto, uno scambio di parole, sorrisi e sguardi. Poco importa se si sia trattato in fondo di mere conferme a cose che già pensavo per conto mio. Ho respirato aria nuova lo stesso. Quanto mi è piaciuto!

martedì 26 maggio 2020

Centro di levità

Certe volte mi chiedo come sarebbe stato. Forse ultimamente Lo faccio un po’ più spesso, dato il tempo infinito che ho avuto per mettermi a contare i passi già fatti. Vivo qui da circa undici anni e comunque sono via da casa, con brevi interruzioni, da quando ne avevo 24. Prima di allora avevo avuto un fidanzato che mi piaceva molto e che però non ho mai amato neppure per un nanosecondo. Fu una liberazione riuscire a sganciarmi da lui e da allora compresi quanto non basti non volersi bene per riuscire a lasciarsi andare in tutta semplicità. Ora come allora sono sicura che un giorno incontrerò chi cerco davvero. Non pretendo che accada sul serio, mi basta sapere che vivo di questa assurda e assiomatica certezza. Io non credo sia una cosa efficace cambiare assieme a chi si ama, sono convinta che si arrivi a stare bene assieme quando si è compiuto un percorso di evoluzione prima da soli e quando si è  già diventati ciò che dobbiamo essere. Perlomeno questo credo che valga per me. Non in assoluto.

Eppure qualche volta mi chiedo come sarei cresciuta e cambiata se avessi incontrato da giovanissima la persona della mia vita. Chi lo sa.
Nel mio piccolo sondaggio personale c’è un fatto molto curioso: non esiste tra le persone cinefile che conosco una sola che non abbia un proprio personalissimo vissuto associato al film di Truffaut “La signora della porta accanto”. Giuro che ogni volta che ne parlo alla fine c’è quel film lì a fare da fattore “pivot” di una storia sentimentale. E per me questo significa moltissimo.

Questi giorni mi hanno suggerito un’infinità di cose e riportato a galla un mucchio di ricordi anche parecchio sgradevoli. Non ricordo più quando è stata l’ultima volta che ho pianto, quando ho dato per l’ultima volta un bacio appassionato. Non ricordo quando ho cucinato per qualcuno il suo piatto preferito o pianificato un viaggio. Eppure non è passato tanto tempo. Non si tratta di mancanza di una persona precisa, visto che quelle che conosco so già che non sono qui per me. È piuttosto l’assenza di uno stato d8animo ben preciso che a volte si fa pesante. E qualche volta vorrei tanto  che esistesse una qualche garanzia di valorizzazione dell’attesa.

Ho appena sfornato una focaccia con i pomodorini che rasenta la perfezione: assieme alla cottura ideale dell’uovo alla coque è una delle attività in cui ho profuso il mio impegno maggiore in questi giorni domestici e il risultato mi soddisfa davvero tanto. Per fare bene le cose, spesso, ci vuole tempo. Altrimenti si fanno solo delle cose.

C’è un mio amico molto simpatico che una volta mi ha detto che quando si fidanza lo sa già che, per quanto possa dirsi innamorato perso in quel momento, dopo un anno esatto perderà ogni interesse per la sua compagna. Lo sa. Dice che forse è un fatto fisiologico. E chi sono io per contraddirlo e impedirgli di continuare a trovare interessanti molte donne, piuttosto che una soltanto?

Ma che ne so. A me è successo di voler scegliere di aspettare, di sentirmi troppo spesso delusa e stanca, di sognare per conto mio, di immaginare cosa vorrei veramente e di non trovare affatto interessante le storie che, dopo un tempo più o meno definito, si dissolvono nell’abitudine e nell’indifferenza.

Ora esco e vado a fare una specie di massaggio ayurvedico o qualcosa del genere. Pare che abbia effetti fortemente distensivi e sul buon umore. In realtà io non sono tesa e neppure di cattivo umore. Eppure l’idea di passare un’ora a fare una cosa bella pure se non ne ho nessun bisogno, mi procura un piacere che non avevo messo in conto. Chissà, forse invece ne ho davvero un gran bisogno e non me ne sono ancora resa conto.

Tutti a cercare il loro centro di gravità permanente. E io qui alle prese con quello di levità almeno contingente...E se davvero poi mi bastasse?

sabato 23 maggio 2020

Da ciascuno il mio

Chissà se questa cosa succede soltanto a me. La premessa è che io vivo da sempre di modelli di riferimento a cui mi ispiro più o meno appassionatamente a seconda di quello che rappresentano per me, di quanto mi ci sono affezionata, di cosa mi insegnano, del loro ascendente su di me...
Per dire, i miti dell’adolescenza non si toccano: Vasco potrebbe anche salire sul palco e sussurrare parole a caso e per me sarebbe sempre una performance memorabile. E così pure Moretti: non mi importa che film faccia, io sarò sempre al primo spettacolo del primo giorno di proiezione. Anche in piedi e con una gamba rotta (come ho fatto).

Ci sono poi i miei riferimenti conosciuti davvero: devo la mia spinta allo studio dell ‘economia ad un prof che ho letteralmente adorato per tutto il mio periodo accademico e pure per quello successivo. Senza dei riferimenti carismatici io perdo subito motivazione e orientamento .

Ieri alla radio hanno intervistato uno di quegli artisti che mi piacciono più per quello che pensano che per la loro attività artistica. C’era Diego Abbatantuono che raccontava della sua quarantena trascorsa con la famiglia nella sua casa di campagna. Ad un certo punto ha detto che non si preoccupava degli assembramenti perché è da tempo ormai che l’umanità lo annoia e che per lui, oltre al sentimento per la sua famiglia, ciò di cui ha molto sofferto la mancanza è stato il suo rapporto abituale con gli amici di sempre, le conversazioni, la convivialità, l’atmosfera magica che si crea solo tra persone che si intendono davvero. Questo, ha detto, è tutto ciò che lo affascina davvero e che, al di fuori di queste persone, non gli interessa nessun altro. Mi è sembrato un bel modo di coltivare un “incanto selettivo” per la vita, il mondo e le persone che vogliamo davvero tenerci accanto, escludendo quelle che non possono darci nulla. Mi ha colpito molto questa idea che in fondo se è vero che non sia tutto bello, allora quello che c’è bisogna accudirlo con tenacia. Mi è piaciuto molto. Voglio farlo anche io.
Anche Pupi Avati mi fa questo effetto: non mi piace tutto quello che produce in campo artistico e non condivido neppure il suo scellerato bigottismo e le sue idee sulla famiglia, però quando parla mi rapisce, mi riguarda, mi interessa. Però quello che dice lo tengo presente come modello chiaro da cui stare alla larga. Anche questo è carisma a modo suo.
Tra i decodificatori del contemporaneo potrei dire di essere completamente acritica nei confronti di Nicoletti. Lui, pure se parla della cosa meno interessante al mondo, che per me potrebbe essere, per dire,  lo scoutismo, io non posso fare a meno di ascoltare i suoi argomenti e concordare con lui Sempre e comunque.

Credo che funzioni così per molti di noi che non abbiamo una personalità dominante e neppure abbiamo ambizioni in tal senso: consideriamo un genitore un buon genitore non perché sia stato bravo  nella trasmissione di un pensiero/valore/comportamento, ma perché ha creato una connessione. E così sarà, a maggior ragione, un professore, un artista, un giornalista, un amico, uno sconosciuto...”Non è il cosa, ma il come” diceva Hitchcock sull’arte di fare un film che ti procuri delle suggestioni durature e incisive.

E così ho pensato che in fondo non mi resta che ammettere che non sono che il prodotto di quello che, forse, ho capito studiando e di quello che, ancora forse, ho deciso di capire da coloro che ho eletto a miei riferimenti esistenziali, spesso a loro insaputa.
Resterebbe solo da capire cosa avrei fatto io mentre tutta questa gente badava a me stessa...


lunedì 18 maggio 2020

Da dove ricominciare?

Tocca che lo faccia anche io. Non mi perdonerei di non aver congelato il momento topico del ritorno alla normalità, dopo giorni che sono parsi il passaggio di ere geologiche. Confesso che ero volutamente impreparata e che mi sarei fatta suggerire dalle sensazioni del momento su cosa avrei fatto nel mio primo giorno di liberi tutti. Ho cominciato come quando non mi era concesso di fare quasi nulla oltre il mio uscio: bevendo tanto caffè, scongelando una fetta della mia magnifica torta con curcuma e cioccolato e bevendo altro caffè. Mi sono vestita come una diciottenne e sono andata a piedi fino a viale Umbria per fare la spesa. Era ancora molto presto e non ho avvertito l’euforia di una città che si riaffaccia alla vita precedente con l’entusiasmo liberatorio di chi vuole recuperare il tempo perduto. Sono rientrata con  un autobus meravigliosamente vuoto e con una luce ormai decisa che non ha favorito di molto il rompere di un silenzio ancora piuttosto dominante. Ho pranzato con un’insalatona in cui ho messo dentro qualunque cosa e pensando con felicità al corso on line su Hitchcock che mi aspettava stasera. Poi sono uscita di nuovo. Con quelli di stamattina ho macinato complessivi 21 km. Una mezza maratona direi.

In ufficio non posso ancora andarci. Ho cercato di capire cosa fosse cambiato per me nella giornata di oggi. Per la verità tutto. Tutto in ogni piccola cosa identica alle precedenti che ho fatto in questi giorni. E così, anche se non l’ho fatto proprio oggi, mi piace pensare che finalmente potrò di nuovo andare da Starbucks a bere i cappuccini strani accompagnati alla carrot cake e la panna. Mi basta sapere che sia di nuovo aperto. Ho lavato i piatti ripensando a quella volta in cui ho capito a come per me la gelosia sia sempre stata figlia di un amore troppo limitato rispetto a quello che avrei voluto ricevere e condividere e che se mai dovessi provarla ancora dovrei soltanto andar via di corsa. Ho ricordato quale  sensazione di assoluta libertà si possa raggiungere anche quando fuori apparentemente tutto appaia congelato in una ciclicità assurda nella sua banalità. Oggi è stato tutto così: una giornata di raccordo tra un passato e un presente che si scazzottavano amichevolmente mentre mi suggerivano di non pianificare ancora nulla. Perché tanto c’è tutto il tempo.

I capelli non hanno per il momento nessuna urgenza di un parrucchiere e ancora non ho libero accesso all’ufficio. Qualche volta mi capita, stranamente, di ricordare cosa ho sognato la notte precedente e mi sono resa conto che si tratta di un sogno ricorrente: ci sono io, adulta, che tengo in braccio me stessa appena nata. Che strano.
In giro c’è poca gente. Questo per me è davvero stranissimo perché pensavo di essere tra i rarissimi a considerare la clausura una condizione preziosa di crescita e di autovalutazione e invece a quanto pare non solo io  vivo di silenzio e di ascolto senza contraddittorio. Ci si sente meno soli anche così. Ricorderò per sempre questi tempi lunghissimi all’aperto e nel silenzio di una città che ha cambiato tono così all’improvviso.

Cosa sta succedendo a chi è davvero in difficoltà, che forma ha il dolore di questi giorni così strani che sembrano lasciarmi ancora qui senza nulla pretendere? Comincio a sentirmi in colpa. Ma non so per cosa, di preciso, chiedere scusa

martedì 12 maggio 2020

Cosa ti eri messa in testa? E adesso invece?

- Devo dire che mi hai abbastanza sorpreso
- A cosa ti riferisci?
- Per anni e anni me l’hai menata con la storia che per te la solitudine è un fatto davvero importante, che solo chi sa davvero star solo poi può arrivare a sapere come si fa a voler bene sul serio a qualcuno o perlomeno a riconoscerlo. Ma sai, son quelle cose che si dicono quando in realtà si ha comunque una vita sociale, una certa autonomia, si ha occasione di lavorare in contesti istituzionali...e insomma davvero sola alla fine non sei finita per esserlo mai. E invece...adesso ho capito che dicevi sul serio
- Ma per chi mi hai preso!?!?! Certo che ero seria. La solitudine è uno “state of mind”, una condizione esistenziale, una cosa che ti rimane addosso pure quando stai in mezzo a mille persone. Ma queste cose veramente te le devo dire io? Si, sono quasi due mesi che vivo in totale isolamento. Sto bene, ho avuto un po’ di malinconia e amarezza nella fase centrale, ma non mi sono mai davvero abbattuta. È stata una esperienza intensa, estremamente illuminante, surreale. E persino pacificante
- Pacificante? Che intendi?
- Certo! Ti ricordi quando all’inizio ti avevo promesso che non mi sarei lasciata andare, che avrei continuato ad alzarmi presto, a mettermi carina, a non stare mai in ciabatte, a fare sport, a non affogare nei carboidrati, a vedere almeno un film al giorno, a scrivere e leggere sempre qualcosa. Ho fatto tutto. Mi faccio una tenerezza che non ti dico ma ti assicuro che ho mantenuto ogni promessa
- Lo so, lo so. Eri sola, ma di me mica ti liberi. Ti controllo sempre, sai?
- Eh, lo so
- E dimmi, hai capito qualcosa di quello che vorresti appena potrai tornare alla tua vita di prima?
- Eddai che tanto sai già pure questo. Che ti posso dire? Non ho mai ceduto a nessuno degli incontri virtuali che si sono proposti in questo periodo e che mi ostino a non considerare come interessanti per i miei scopi. Continuo a sognare qualcuno che abbia voglia di corteggiarmi come si deve, dal vivo, imparando la sacra arte del flirtare, e anche il principio inderogabile del volere soltanto me e nessuna più. Insomma quelle cose impossibili, o forse soltanto molto improbabili, eppure banalissime che non voglio cercare ma che ancora vorrei tanto che mi capitassero
- Eggià, due mesi non bastano per smettere di credere ai miracoli. Senti, ho visto che hai messo una foto su Instagram e c’è persino un like che non ti aspettavi
- Sì sì ho visto, eheheh...del resto perché non dovrei aspettarmelo. Il bene si trasforma e poi rimane...
- Insomma, stringendo, questi due mesi da hikikomori cosa ti hanno restituito?
- La bellezza di una vita semplice, la preparazione di piatti low carbo pescati su dei siti assurdi per impallinati di fitness...delle creazioni fantastiche che non ti dico. E poi ho pensato alle persone che mi sono davvero care, a come farò quando non mi sarà più possibile stare ancora qui. Certe notti ho abbracciato il cuscino più forte e senza mai riuscire ad addormentarmi. Altre invece ho dormito come un neonato. Star  bene da soli non vuol dire star sempre bene. Vuol dire non trovarlo un tempo opprimente o sterile.
- E allora sei pronta per ricominciare? Pensi di trovare persone e contesti molto mutati?
- No, non sono pronta. Potrei durare ancora almeno fino alla fine di tutto quest’anno assurdo. Sai è tornata Silvia Romano e non puoi capire sui social cosa le hanno vomitato contro? Ma capisci con quali portatori di odio devo confrontarmi appena tornerò nel consesso pubblico...ma che fretta c’è?
- E quelli a cui vuoi bene?
- Continuo a volergliene. Tanto non posso neppure abbracciarli più
- Ah già. E il tuo grande amore?
- L’ho aspettato fino ad ora e non si è presentato. Adesso sarà lui ad aspettare me
- Ah...ma certo. Come ho fatto a non pensarci...vabbè, comunque stavolta te lo meriti. Sei stata proprio brava. Anche la tinta ai capelli l’hai fatta da sola?
- Si sì
- Brava. Proprio niente da dire...

domenica 10 maggio 2020

Ma di preciso, la madre di chi è sempre incinta?

Qualche volta mi piace fare un giochino semplice che funziona sempre. Quando decido di fare la cattiva e di stuzzicare i bassi istinti, perché ho voglia di litigare con qualcuno, mi metto a fare i commenti ai leghisti come reazione alle loro osservazioni grette, da infima scolarizzazione e infarcite solo di turpitudini e rozzezza. È un giochino talmente facile che attaccare una umanità così mediocre accrescerebbe l’autostima pure a una muffa. Di solito il litigio si conclude quando loro si mettono a vedere chi sono tramite il mio profilo e non sanno fare di meglio che pronunciare battute sessuali o contro l’amministrazione per cui lavoro. E io li ringrazio sempre perché mi aiutano a capire come mai, pur conservando passioni e meraviglia per la vita, mi ostini a far prevalere pessimismo e sconforto nella mia disgraziata visione del mondo.

In passato invece facevo un’altra cosa. Cominciai dodici anni fa, quando ancora avevo il mio primo blog. Ai tempi scrissi un post contro la retorica della maternità che mi procurò una serie di reazioni piccantissime da parte di madri felici e dalle aspiranti tali, vomitandomi addosso una, in fondo abbastanza incomprensibile, catena di rimproveri su quanto fossi cinica ed egoista. Da allora ho ripetuto il “giochino” svariate volte e le reazioni sono più o meno state sempre le stesse. Con risultati che mi hanno divertito, amareggiato, stancato...ma mai condotto a modificare la mia convinzione.

Non ho mai desiderato essere madre. Non mi sono mai pentita di questo. Potrei snocciolare una serie di validissime ragioni a mia “discolpa”, ma in realtà non credo affatto che nessuna di quelle rappresenterebbe la motivazione decisiva al punto da far maturare una certezza così granitica. Certo è che se davvero si trattasse di puro istinto allora io semplicemente non ne sono stata dotata per mero difetto di fabbricazione. E allora di che mi si accuserebbe. Il fatto è che non mi sono mai previsualizzata come entità generatrice e la costruzione di famiglia tradizionale non mi interessa da mai. Forse è solo il fatto che ragiono da sempre (e per sempre) in termini di coppia e credo che siano troppi i casi in cui la vera spinta per tante donne sia stata l’idea di avere un figlio ma non quella di volerlo poi anche crescere con lo stesso trasporto. Di madri annoiate, distratte, anaffettive, disinteressate pare che vi sia più di qualche traccia, appena si ammette che possano esistere. Forse è solo che non credo affatto che la maternità coincida con la certezza di amare chi si è generato.

La verità è che ci sono tipologie femminili che mi spaventano da quando ero piccolina piccolina. Sono le donne che vivono con la precisa intenzione di procreare e che per questo cercano un uomo che sia soprattutto un buon padre. Di solito quando tale compito è stato assolto, ci si accorge che bisogna separarsi per trovare finalmente un compagno da amare. E poi ci sono quelle senza alcuna ambizione di essere delle buone madri che però hanno interiorizzato perfettamente il concetto di famiglia tradizionale e pur di aderirvi ne assecondano il percorso classico di realizzazione.  E poi le madri per caso, quelle pentite, quelle “asburgiche” , anaffettive e spigolose che godono del comando e della severità. Che diavolo vuol dire veramente essere madre?

Forse ogni donna è madre a modo suo e se si “stressa” il concetto abbastanza si può arrivare a ritenere che la donna stessa sia generatrice in quanto tale, fino a diventare madre di se stessa e dell’amore che è capace di trasferire. Madre senza esserlo. Non madre pur essendolo.

Quando dicevo queste cose tanti anni fa mi si tacciava di egoismo. Chissà sulla base di cosa. All’epoca ero giovane, ma già sapevo che sarebbe andata così come oggi ho fatto in modo che accadesse. Non ho mai incontrato il padre dei miei figli. E mi pare ancora una gran fortuna perché credo che l’orologio biologico abbia degli effetti estremamente distorsivi per il riconoscimento del vero amore.
Per me la questione è risolta da un pezzo. Rimarrebbe da stabilire cosa passi per la testa del mio uomo ideale. Spero che abbia già provveduto altrove a soddisfare il suo eventuale bisogno di eternità.

Ma ora me ne torno a litigare coi leghisti. Sono loro la vera conferma a tutte le mie perplessità. Auguri anche alla loro di madre...



martedì 5 maggio 2020

Fuori (dalla) fase

E così da ieri qualcosa è finalmente cambiato. Dopo un mese e oltre di clausura pressoché totale, da ieri per molti di noi è possibile ritornare laddove si era rimasti e/o da chi ci si era involontariamente allontanati. Per me non è cambiato molto, anche se la lunghissima passeggiata di ieri pomeriggio, ritrovando il percorso familiare che di solito copro correndo è stato pura magia. Ho potuto ammirare una natura rigogliosissima, aria pulita, il silenzio di sempre, un sole dal calore penetrante e avvolgente di cui non mi ero resa conto quanto fossi in astinenza. Soltanto una sete che non avevo previsto mi ha sollecitato al rientro dopo circa due ore che ero immersa in quella specie di idillio dimenticato. In verità la mia fase due è per ora una fase uno che ce l’ha fatta. Perché ho continuato a non rivedere nessuno, a non poter andare in ufficio, a parlare in silenzio...ma fuori, all’aperto, alla luce ha in sè un sapore tutto nuovo. E questo non è affatto poco anzi direi che ieri nulla è stato come i giorni precedenti.

Quello che ho capito durante questo tempo assurdo e imprevedibile è che forse la storia che l’uomo sia un animale sociale è vera ma non verissima, se penso che per noi, timidi senza il coraggio di ammetterlo, essere socievoli coincide spesso con montagne altissime di disagio da scalare, oltre al sentirci perennemente in obbligo di sforzarci di essere simpatici e brillanti, pure quando in realtà vorremmo semplicemente nasconderci sotto un tavolo. E lo stesso penserei di noi, romantici che non crediamo nelle strategie seduttive come metodo valido di “cattura” di un cuore, quando ci rendiamo prede debolissime di cinici accalappiatori o di mete non destinate a noi. Ed è sempre a noi altri che penso , quando non coltiviamo ambizioni particolari se non quella di non essere di peso ad altri, non risultare noiosi, antipatici, o di non essere tormentati a nostra volta da persone simili che ci trascinano in un baratro senza ritorno di ricatti morali, zavorre esistenziali, noia e insensatezza di contatti. Che colpa abbiamo noi se in questa condizione di semi autarchia abbiamo trovato una nostra dimensione ideale? Se ci siamo resi conto che ci è sufficiente essere animali “social”, piuttosto che sociali? Se siamo così fortunati, e forse anche un po’ interiormente forti o rafforzati, per trovare in noi stessi il gusto di andare avanti e ridurre i problemi soltanto a quelli che riusciamo a risolverci da soli?

Possiedo uno stereo che ho comprato circa 18 anni fa. Lo ricordo perché è stato un regalo che mi sono fatta col primo stipendio. Stamattina ho preso l’ultimo cd dei Led Zeppelin per ascoltarlo, ma non so per quale ragione è rimasto incastrato e non vuole più uscire. Tengo troppo a quel cd, fa parte di un cofanetto troppo figo per restare incompleto. Questo è fino ad ora il solo vero impiccio che non riesco a risolvere da sola da quando sono in quarantena. Forse romperò questo vecchio ricordo legato alla mia indipendenza economica per riuscire a salvare la cosa a cui tengo di più perché legata alla mia maturità emotiva, o magari mi sarà sufficiente smontarlo e salvare pure lo stereo. Non lo so, eppure credo che se fosse successo in altri tempi mi sarebbe dispiaciuto un po’ di più. Non tutti i ricordi meritano di essere salvati, non tutto ciò che si ha è detto che meriti di restare con noi oltre il necessario.

Credo che uscirò a passeggio anche oggi. So che non troverò nessuno neppure stavolta. E so che starò bene come ieri. A certe cose non mi abituo mai. Non mi paiono vere. Eppure lo sono

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...