mercoledì 3 marzo 2021

Del guadagnarsi le proprie strade perdute

Ho un sacco di giorni di ferie dell’anno precedente da dover usare entro i prossimi due mesi. In passato erano il mio pretesto migliore per fare un bel viaggio lungo, molto spesso da sola - anche se poi ho smesso per ragioni alle quali ho giocoforza dovuto arrendermi: certi pregiudizi culturali sono molto duri a morire e i rischi ai quali si accompagnano posso assicurare che farebbero arrendere anche le più temerarie. Perlomeno questa è stata la mia esperienza. Oggi mi ritrovo a dover gestire tutto questo tempo “accantonato” giusto per sbrigare un po’ di faccende legate al mio prosaico quotidiano, per camminare, riposare, cucinare e mangiare cose buone, stare zitta e non costringermi ad ascoltare per obbligo o necessità. Mi piace lo stesso. 

Tanto tempo fa, avevo circa 27 anni, feci una cosa: mi licenziai dal mio lavoro di allora, lasciai le Marche ­– splendida regione nella quale sono vissuta per due anni – e mi misi a studiare per preparare l’esame di ammissione al dottorato presso l’università dove mi ero laureata ben tre anni prima. Avevo soltanto un mese per provarci e sui miei vecchi testi di economia c’era una coltre di polvere sedimentata da anni di altrove e di dimenticanza. Ma io volevo conseguire il mio dottorato ad ogni costo. E così stabilii un programma serratissimo di studio matto e disperatissimo: mai nella vita credo di aver mai studiato così tanto e con tale intensità e rigore. A quella prova mi classificai prima e credo che neppure i miei genitori abbiano mai creduto che si trattasse davvero di una selezione seria e trasparente. E invece lo era e la mia motivazione granitica mi restituì i frutti di quel mese assurdo. La verità è che il mio scopo era soltanto uno: ritrovare il mio vecchio prof. Ci sono persone che non smetteranno mai di significare moltissimo per noi, che hanno avuto una presa speciale, che va oltre lo stesso interesse per l’insegnamento e il sapere che ci trasmettono. Io ho sempre saputo che non sarei mai stata una buona economista e anche lui), ma ci tenevo ugualmente tantissimo ad averlo come mio tutor per tre anni e ascoltarlo e interagire con lui. Poi sarei andata via, mi sarei inventata qualche altra cosa per mantenermi, ma quel tempo lì doveva essere mio e dedicato un po’ anche a me. Più di tutto ricordo che una volta mi disse “Lucia, tu hai un intuito che ti porta sempre dalle parti buone. Ascoltalo sempre”. E poi che mi prendeva sempre in giro per la mia insana passione per Moretti (anche lui andava in giro per Napoli con una vespa blu e pure nel modo di fare lo trovavo profondamente “morettiano”). E poi un giorno appese persino un poster di “Caro diario” nel suo ufficio. Ricordo che gli unici momenti in cui mi pareva che si annoiasse ad ascoltarmi era quando gli portavo il mio lavoro di ricerca…nel quale non credevo neppure io, peraltro. Per il resto avere a che fare con lui era un momento sempre irripetibile, interessante, divertente, di confronto ed emozionante per me. A ciascuno i suoi miti. Il mio è stato lui per un tempo imprecisato della mia vita. E l’ultima persona che ho salutato prima di salire a Milano. Sono passati tanti anni da allora. Ancora oggi mi chiedo quale molla mi mosse ad indurmi ad investire tutto quel tempo in qualcosa che sapevo non essere in alcun modo la mia strada e che avrei pagato in faticosi “riaggiustamenti” successivi della mia vita. Eppure quegli anni lì, da matricola che approdò in una facoltà in cui manco sapeva cosa si intendesse con la parola Erario, a quell’esame di economia politica che proprio il mio futuro mito mi fece ripetere tre volte, alla tesi, al master dove ancora lo ritrovai, fino al dottorato…li rifarei tutti. Pari pari. Anche al posto di ogni altra scelta giusta mai compiuta.

Ho un sacco di giorni di ferie da usare a casaccio. Se potessi riempirei uno zaino e andrei in posto a caso tra quelli in promo sulla vetrina dell’agenzia di viaggi della coop. Uno di quelli a cui non avrei mai pensato né scelto. Ma è grazie a certi itinerari non scelti che io torno sempre con i ricordi migliori. E invece adesso non so proprio come sbagliare strada almeno una volta ancora…

venerdì 26 febbraio 2021

Per un frappè oversize

 Mi sono detta che avrei potuto aspettare. Oggi ho saltato il pranzo. Volevo avere abbastanza fame per il frappè “oversize” che avevo intenzione di prepararmi al rientro dal lavoro: banana surgelata in pezzi, skyr, proteine aromatizzate al cioccolato e burro di arachidi, cannella, nocciole sbriciolate, un ciuffo di panna. Quanto ne sia valsa la pena non saprò mai declinarlo adeguatamente con parole mie. 

I giorni diventano sempre più complicati e difficili da raccontare. Un anno passato così, tra stato di emergenza accompagnato da forme di terrorismo catastrofista, a periodi di  ingiustificato liberi tutti da pagare a caro prezzo. Il tutto ad intervalli regolari di due settimane. Per me invece non è mai davvero cambiato nulla se non lo spirito col quale provo ad assecondare questo tempo strano e indecifrabile. In effetti non mi pare che si possa fare molto altro e in ogni caso mi è toccato di stare anche molto peggio in tempi (sedicenti) “migliori”. Sono molto provata, ma non oso immaginare a come sarebbe stato avere dei bambini che non possono vivere regolarmente la scuola e il loro sacrosanto tempo di gioco e condivisione, o dover gestire una relazione “condizionata” dai limiti imposti, o peggio ancora vivere la fase dell’adolescenza…E’ un tempo ad “amarezza differenziata” e chi, come me, ha imparato da tanto tempo a vivere la solitudine come benedizione piuttosto che come condanna, forse ha qualche risorsa in più su cui poter contare, combinata ad una lunga serie di rogne in meno. Forse sono un po’ invidiosa soltanto di certi proprietari di cani che incrocio al mattino, durante il mio lungo cammino al lavoro. Sì, credo che loro abbiano trovato la quadra perfetta. A me toccano semplicemente il fascino di un ufficio pressocchè vuoto, i libri, i film, le lezioni, gli allenamenti, la cucina. E poi, come una stella fissa, l’utopia di un amore per il quale vorrei farmi trovare davvero pronta. Credo che prima dei 50 anni ormai non se ne parla neanche: la competenza emotiva esige un percorso senza scorciatoie e una persona davvero libera che cerchi le stesse cose. E poi che l’universo giochi a favore.

Temo che il biglietto che ho comprato per tornare giù non sarà utilizzabile e io ormai non so proprio come risolvere questa faccenda. Sento il bisogno di raccogliere i limoni del mio alberello e preparare un dolce con la farina di mandorle per cui tutti andrebbero in estasi. E poi di ritrovare quel dispettoso di micio che per un paio d’anni ha avuto pieni poteri in questo bilocale. E poi di rivedere tutte le cose tristi e senza soluzione che ho lasciato lì con l’occhio pacificato di chi ha imparato ad accettare pure questo.

Chissà se mai si tornerà alla vita di prima, se ritroverò le persone che ho perso da mesi e che mi mancano moltissimo, chissà se cammineremo di nuovo a viso scoperto. Chissà se tornerà soltanto ciò che conta veramente, finalmente depurato da inutili orpelli di un tempo di cui non si comprendeva il giusto valore. Se così fosse sarebbe un po’ valsa la pena aspettare così tanto. Un po’ come ho fatto io col mio frappè gigante modello pulp fiction. Da godersi rigorosamente solo dopo prolungata astinenza. 

sabato 20 febbraio 2021

Un anno dopo. E poi?

 E così è davvero trascorso un anno. Un anno esatto dal giorno in cui tutto è cambiato per tutti i presenti a questo mondo. Senza un minimo di preavviso o almeno qualche forma di preparazione psicologica ad una condizione di cui non sapevamo che cosa pensare.  A volte mi pare passato un decennio. Altre mi pare ieri. All’epoca ero alle prese con il mio ultimo bellissimo viaggio in Islanda e sorridevo per tutte le voci di allarme che mi giungevano da amici o dal tenore delle notizie che mi aggiornavano su questa cosa che vedevo cosi assurda, surreale e comica. E invece anche l’essere poi riuscita a tornare a casa si rivelò una fortuna. E trascorsero diverse settimane prima che avessi davvero percezione della gravità della cosa. Tutto il mio mondo cominciò a cambiare con un tasso di accelerazione che oggi mi appare inaudito. Clausura, impossibilità di fare quasi tutto fuori di casa, dal recarsi al lavoro, alla spesa senza ore ed ore di attesa. Poi ho cominciato a ritarare i miei equilibri, a vivere senza troppi traumi il necessario processo di riadattamento. Ho cercato di vederlo come un’avventura senza precedenti, nonostante il dolore e le notizie sempre più catastrofiche e inequivocabili.

Avrei potuto fare smartworking, ma quasi mai ho aderito a questa modalità e siccome l’ufficio era vuoto mi hanno concesso di andarci. Nel frattempo chiudevano le palestre: io, che in dieci anni ho sottoscritto abbonamenti in otto palestre milanesi, negli ultimi due anni mi allenavo già in casa o correndo da sola all’anello di Linate. Nel frattempo ho smesso di prendere i mezzi e cominciato a comprare cose on line. A seguire corsi on line. E a vedere film in streaming. Ho coltivato al mio meglio forme sublimi di solitudine a cui ero già rodata da tempo. Intanto il tasso di divorzi è aumentato del 60%, i bambini sperimentavano la fatica e i risultati scadenti della dad, tantissime aziende hanno fallito e una pletora imprecisata di categorie poco tutelate è finita praticamente in rovina. Nel frattempo è cambiata la compagine governativa perché, alla fine, la politica non smentisce mai la sua incapacità di farsi carico responsabilmente delle tragedie del suo tempo.

 Se proprio ci penso bene, nella mia vita non è davvero cambiato molto e tutto quello che lo ha fatto non è stato davvero peggiorativo. Forse per uno strano paradosso nei due anni precedenti stavo provando a raggiungere il mio equilibrio coltivando sostanzialmente certi rigori da vita in pandemia. Per qualcuno può sembrare un fatto a suo modo inconcepibile. Per me no: se non ho smanie vuol dire che sto bene e che le mie attese sono state consistenti con i risultasti. Oppure ero io a non cercare più nulla di particolare. Piuttosto, se cambiamento c’è stato, è nella mia prospettiva futura che io colgo i segnali più spiazzanti. È dalla scorsa estate che non  posso tornare dai miei e ancora non mi riesce di sapere quando potrò farlo senza rischiare salute e controlli.  E poi è cambiato il mio senso di questa città e l’azzeramento di spunti di facile fruizione che mi offriva fino a pochissimo tempo fa. Mi manca poter spostare l’orizzonte in avanti. Mi manca il progettare un viaggio lungo, possibilmente lunghissimo, ma mi piacerebbe anche semplicemente un soggiorno in un cottage nella campagna inglese con qualcuno che vuole condividere un po’ di tempo tranquillo assieme a me. Mi manca la possibilità di incontrare una persona bella, anche in modo afinalistico o platonico (che poi solo in quelli io mi sento davvero ferrata). E mi mancano i rossetti, le espressioni dei volti, la condivisione di un pranzo in cui si è persino in quattro in una cucina. Si può fare a meno di tutto questo? Certo che sì, ma sapere che si potrebbe anche tornare a certe piccole normalità inessenziali mi pare ancora una bella tentazione. 

E’ passato un anno. La mia vita  non è cambiata quasi per nulla, al netto di dettagli sopportabili. Per certi aspetti è persino migliorata. Eppure anche a me mancano tantissime cose. Ci pensavo giusto oggi. Mentre il suono delle ambulanze continua a fare da sottofondo alle mie giornate. Dopo un anno. E dopo quanto ancora? 

sabato 13 febbraio 2021

(Tra)vestirsi a festa

 Che luce! Il mio percorso all’anello di Linate mi ha regalato un’ora e mezza di sole, musica in cuffia, aria fredda ma tonificante e di pensieri, che partono annodati e poi si “srotolano” e diventano limpidi man mano che provano a cadenzarsi con i passi e il respiro. Amo certi miei rituali del fine settimana, così uguali e diversi ogni volta. Oggi compio 44 anni e mezzo, che non vuol dire niente eppure per me è importante perché ho una incomprensibile impazienza dei 45 anni: mi pare un’età così bella e impressa in una idea “pacificata” di maturità, quella che senti di aver raggiunto quando non devi più dimostrare nulla o sei riuscita a by passare responsabilità socialmente imposte e che non sentivi, quando ti riesce di non essere un peso per nessuno e addirittura ti è riuscito di capire un bel po’ di altre cose, magari un po’ tardi, ma sempre meglio che mai. Non ho marito perché non ne mai voluto uno (e, per “fortuna”, non l’ho neanche mai trovato), non ho bambini perché non mi interessava averne, e continuo ad amare sopra ogni cosa la mia solitudine, che per me rimane l’unico modo che ho di imparare ad amare tutto il resto. La coerenza di tutti questi anni mi ha incoraggiato e aiutato a comprendere che non esiste un solo modo di stare al mondo e che uscire dalla convenzione è un po’ più faticoso ma assolutamente necessario se quella ti appare come l’unica strada. Ma domani è San Valentino anche per gente come noi. Sento che è in ogni caso una festa anche mia. Non importa quanto sia sola nel tempo e nel cuore: San Valentino è la festa degli innamorati. E io “sto sempre innamorata”,  come dico tutte le volte ad un mio amico che è solito prendermi in giro per il mio romanticismo “utopistico”. Ma è la pura verità: io sono sempre, in qualche modo, innamorata di qualcuno. Io ho sempre una persona che se ne sta lì, tra i pensieri – e a una distanza adeguata e tale da esorcizzare ogni tentativo di conquista - a farmi da faro, spinta, modello da emulare. Funziona. Credo sia un allenamento molto efficace soprattutto a rendermi pronta nel caso la sorte volesse riservarmi l’incontro “decisivo”, quello nel quale credo persino io ma del cui concreto verificarsi non affatto sono certa, perlomeno non nel limite ristretto della mia singola esistenza. 

Domani sarà anche la domenica che precede il carnevale e io ho deciso che mi vestirò da donna fatale, col tacco 12 e una bella gonna. E poi metterò il rossetto rosso e mi truccherò bene gli occhi. E poi proverò a capire quanto di me ci sia in una donna così o se certe risorse femminili non mi appartengano proprio per nulla fino a spiegare un po’ del mio starmene così in disparte. Intanto mi tornano alla memoria i personaggi assurdi che si sono avvicendati nel mio vano peregrinare tra sentimenti in cui trovare un po’ di luce condivisa: da quello che si era scordato di dirmi che era già fidanzato, a quell’altro che era addirittura già sposato, fino a quelli che non si è mai capito che tipo di legame volessero…mah…meglio i sogni e le utopie, fatti di uomini che sanno ancora fare la corte e che scandiscono parole e gesti con la grazia e la naturalezza di una complice affinità, come fanno tutti quelli a cui decido di voler bene senza che necessariamente lo sappiano.

Domani è San valentino e io voglio preparare qualcosa di buono che richieda il tempo e la cura che meritano le persone che amiamo. E che arrivino proprio domani, o in qualsiasi momento decidano loro in totale libertà, non ha nessuna importanza. Sarà San Valentino anche per me. Questo è certo.   

domenica 7 febbraio 2021

Risolvere “alle radici”

 Per fortuna certe cose me le segno, così poi me le ricordo come si deve nei periodi di poca lucidità dovuta ad eccesso di sconforto.  Non mi è mai stato chiaro il concetto di orgoglio delle proprie radici. Sentirmi orgogliosa di essere napoletana è come esserlo di avere gli occhi verdi: è una cosa che capita per puro caso e nessun merito particolare, non incide in alcun modo sullo spessore umano e quindi per me non ha senso parlare di orgoglio.  Sono vissuta in una delle province più degradate della Campania, in un paese di una bruttezza mortificante e dal quale ho sempre desiderato scappar via. Oggi  la penso ancora così e l’ipotesi di dovervi ritornare un giorno sarà dettata esclusivamente da obblighi e necessità familiari. Questo è quello che devo sempre tenere a mente quando devo dare ragione dei miei anni in questa città, nella quale faccio una fatica tremenda a tenere la barra dritta ma senza la quale non avrei mai potuto comprendere quanto sia fondamentale affrancarsi da luoghi, famiglia, abitudini consolidate per autodeterminarsi. Ho fatto in tempo a comprendere che non è sufficiente una casa abbastanza grande per sentirsi a proprio agio, che un ragazzo che ti dà uno schiaffo non ha neppure una scusante che lo renda perdonabile, che il “paracadute” familiare ad un certo punto diventa controllo ricattatorio e manipolazione travestiti da affetto e protezione. Nell’ultimo anno ho per un attimo dimenticato tutto questo, con la falsa convinzione che un rientro definitivo a casa, dopo tanti anni impegnata a gestire una vita che mi ha restituito libertà e capacità di scelta, sarebbe stato un ritorno alle origini, ad un ancestrale recupero di quel vago concetto di radici di cui dicevo prima e che di fatto non ho mai davvero compreso. Milano è ancora il posto più figo in cui potessi avere il privilegio di vivere e sempre quello in cui mi piacerebbe restare più a lungo possibile. Ho persino proposto ai miei di vendere tutto e comprare casa qui. Ma per loro pare essere un fatto assurdo e inconcepibile…eppure lo sanno benissimo anche loro che il paesello fa parecchio schifissimo…ma continuo a passare io per quella strana.

Mi sono prodotta nella mia prima teglia di alici della mia vita. Ho diliscato il pesce mentre seguivo on line una delle mie amate lezioni di cinema. E’ stato divertentissimo, come lo sono certe domeniche in cui fuori è brutto ma le cose che hai da fare in casa ti tengono abbastanza impegnata da farti scordare eventuali mancanze, silenzi e sconforto. E poi ho il mio vicino argentino, credo l’uomo più scemo della terra, che in questo momento sta urlando al telefono come un ossesso (come sempre) e mi fa ricordare del tempo in cui la sua casa era vuota e io sognavo un vicino di casa interessante col quale confrontarmi e sorridere. Mi sono sbagliata e ora quel silenzio fatto di vuoto e finestre chiuse mi manca moltissimo. 

La notizia bomba di questi giorni è la rivoluzione copernicana dovuta all’avvicendamento di Draghi al posto di Conte. Ho salutato il fatto come una svolta epocale e sento che in qualche modo lo sarà davvero. Non sono mai stata tanto curiosa del futuro come questa volta e mi auguro con tutto il cuore di poterne raccontare con le migliori parole possibili.

Forse tra un paio di settimane riesco a scendere un po’ giù dai miei. Ho dei colleghi che sono nelle case d’origine più o meno dall’anno scorso. Avrei potuto farlo anche io. Eppure non c’ho pensato neppure per un istante. Avevo già la risposta da allora nonostante per un po’ di tempo abbia creduto di pensare il contrario. Mi stavo confondendo. Ora sono quasi sicura che i miei tentennamenti siano soltanto colpa di questo vicino di casa scemo. Potrebbe farlo lui il ragionamento sulle radici, visto che sta incollato al telefono con i compaesani dalla mattina alla sera. Vorrei che quella casa fosse di nuovo vuota e tornare a fantasticare ancora sul nuovo inquilino. O immaginare di comprarla proprio io, magari arrivare a convincere i miei a starsene lì. E così arrivare a risolvere, finalmente, la nebulosa questione delle radici, o semplicemente della provincia meridionale squallida e delle distanze. Oppure, semplicemente, delle chiacchiere che offendono la mia casa e il mio silenzio e in cui le mie radici provano a darsi, a modo loro, un’identità     


lunedì 1 febbraio 2021

Domenica e lunedì

 Le ho prese davvero. Ero sveglia da prima delle cinque del mattino e sono stata capace di prendermi tre ore di permesso per entrare in ufficio a mezzogiorno. Volevo cominciare il mese e la settimana seguendo la tabella dei miei piccoli obiettivi prefissati con la calma che si concede solo a certi rituali solenni: finire un film che avevo interrotto ieri sera al limite della mia stanchezza, fare una colazione bellissima dopo un allenamento ingiusto anche per una trentenne. E poi stendere la lavatrice e sistemare casa in modo da non doverlo fare al rientro. Volevo leggere un paio di pagine di un libro e prendere pure un po’ di appunti. Mi sono alzata all’alba e catapultata per strada solo quando la città era già nel pieno dei suoi ritmi frenetici. Non mi capita così spesso: di solito esco che è ancora buio, immersa nel silenzio di strade ancora avvolte dalla quiete di un sonno di massa e cosi mi ha un po’ destabilizzato tutta quella folla che sottrae dello spazio al mio percorso. Però è stato bello rimodulare un po’ di abitudini dettate soprattutto dalle necessità di quest’ultimo anno, credo che mi aiuti a cambiare un po’ la prospettiva, persino ad immaginare di nuovo a possibilità più ampie di socializzazione (soprattutto perché non ne ho più alcuna voglia ma sono ancora in grado di capire che questo non sia affatto sano). È stato divertente passeggiare in un contesto caotico ma vivo che ha un po’ ridisegnato la mia routine.

Ieri mi è capitato di vedere una specie di docu-intervista in cui Katharine Hepburn si raccontava, prima come bambina figlia di genitori straordinari, poi giovane e promettente attrice di talento e infine come donna innamoratissima di Spencer Tracy. Per questa ultimissima fase del suo racconto ho pianto così tanto che in un sol colpo mi sono perdonata tutta  la mia incapacità di commuovermi per ognuno dei film deputati proprio a questo ma per i quali risulto sempre essere l’unico cuore di pietra tra gli spettatori. Invece stavolta non riuscivo a non restare avvinta a quella storia meravigliosa. Per fortuna il tempo era bello e sono uscita per una lunghissima camminata all’anello di Linate. Mi ha fatto molto bene. Al rientro ho dondolato sulla  mia bella sedia rossa mentre andavano le ricette fatte in casa da Benedetta: “l’Italia  del fare” - di berlusconiana memoria - col suo pragmatismo alla “Art attack”, fino a risolversi nella sua pletora infinita di canali tematici ipnotici, tra tutorial, seduzione del risultato visibile e facilmente raggiungibile, che ben poco spazio riservano alle “traiettorie alternative” del pensiero astratto, profondo, creativo. Ammetto che certe volte sono un vero toccasana pure per me che ne vedo la “pericolosità”.


Qualche giorno fa ho trascorso il pomeriggio in un centro estetico in cui lavorano ragazze che mi piacciono molto: ho fatto un trattamento al viso molto rilassante. Quanto tempo era che nessuno toccava il mio viso, che non sentivo profumi nuovi e non chiacchieravo con una sconosciuta giovane e delicata?

E’ un anno che vivo così: frequentando quasi nessuno, lavorando in un ufficio semivuoto, vedendo film e serie tv, ricordando vecchi amori tutti sbagliati, cucinando pensando a quelli che forse non vivrò mai, cercando di posizionarmi in questo tempo così assurdo eppure, in fondo, per me così ordinario e “bastevole” per andare avanti.


Dovrei tornare un po’ dai miei, ma in teoria ancora non posso, e vorrei tanto passare a salutare le persone di cui sento la mancanza o trovare il coraggio di farglielo sapere. E poi vorrei tornare agli anni dell’università, a quell’esame che mi fece capire che avrei anche potuto mollare, così oggi la mia vita forse sarebbe stata tutta un’altra cosa. No, non è vero. Il mio mondo sgangherato, casuale, sbagliato e “sbadigliante” mi è sempre piaciuto tutto così com’è. Mi è servito ad arrivare ad una domenica di pianto e commozione. E ad un lunedì che sentitamente ringrazia Di tutto questo.

 

martedì 26 gennaio 2021

Una monoporzione

 Avere il microonde in stanza vuol dire poter venire in ufficio con il risotto al salmone che ti sei preparata ieri,  quello fatto con i pomodorini,  gli odori, le olive (e poi tanto aglio, che tanto non c’è nessuno) e sentire questo profumo meraviglioso e persistente anche adesso, dopo aver finito di mangiare da almeno venti minuti. Se dovessi misurare la mia autostima soltanto sulla base di quanto mi piacciano le cose che mi preparo sarei una gran presuntuosa. Per fortuna le altre cose della vita mi riescono molto meno bene e così resto il più traboccante contenitore di insicurezze, paure, timori, perplessità che il 1976 abbia posizionato nella piena estate di una rovente Italia meridionale. Però che profumo meraviglioso, quanto mi piacerebbe poterlo descrivere abbastanza bene da riuscire a restituirne una percezione anche sensoriale.

Oggi Conte si è dimesso. Non è molto interessante per me sapere cosa accadrà, giacché non mi illudo che arrivi Draghi  (l’unico nome che per me fa rima con svolta) visto che vivo come sempre quella condizione privilegiata e idilliaca (perlomeno ai miei occhi la considero tale) di non trovarmi a  gestire il dramma della scuola, del lavoro, dell’adolescenza repressa, del lavoro perso, di una salute precaria, di cari in difficoltà, di un futuro oltre la mia esistenza che non posso che vedere come ridotto a sacrifici estremi e prolungati. E poi non subisco l’umiliazione di una solitudine non scelta: rientrare dal lavoro la sera, in una  casina accuratamente predisposta per tutte le cose che amo fare, rimane ancora una delle cose più gratificanti della mia vita, assieme ai miei assurdi risvegli dell’alba tra caffè, pesi  da sollevare, vapori che appannano tutto,  schiscette da preparare...se non sapessi esattamente quanto mi piacciano certi momenti della giornata, diffiderei  persino io di me stessa.  Fino ad ora nulla per me ha rappresentato davvero una rinuncia, a parte il fatto di dover cucinare soltanto per me stessa e di aver smesso, oserei dire finalmente, di farlo pure per chiunque orbitasse nella mia sfera di frequentazioni. D’ora in poi la condizione della reciprocità sarà un mio preciso mantra per ogni tipo di legame che deciderò di coltivare. Perché me lo merito. E perché è giusto così. Questa è la sola cosa nuova che ho imparato: un po’ di doveroso egoismo.

Pare che durante la pandemia le separazioni siano aumentate del 60%, ma io non ci casco: erano “asintomatici” già da prima. L’amore non finisce perché si sta troppo tempo assieme e si scopre che ci sono tensioni, conflitti, nulla di interessante da dirsi. L’amore rimane immutato se è davvero tale, quindi ben venga scoprire che non ce ne era stato neppure prima.  La persona a cui penso sempre io, invece, mi piace ancora adesso nella stessa identica maniera. Che bello, uno dei pochi vantaggi di certi scampoli di vita non vissuta e, forse, non “vivibile”.

Tra le cose che promuovo a pieni voti di questo anno assurdo ci sono i miei allenamenti nuovi, le tre esperienze “alimentari” estreme, la nuova energia, i fianchi più stretti, il viso disteso, i fiumi di appunti, i tanti film visti, le mie carambole lessicali, i miei km a piedi in silenzio a scegliere con cura i pensieri.

Qui c’è ancora un profumo magnifico di pomodorini e salmone.  Ma forse è magnifico soltanto per me. E’ un bene che qui ci sia soltanto io. E poi il risotto era tutto soltanto per me

 

venerdì 22 gennaio 2021

Tutti i colori del grigio

 Ci vuole tanto, troppo coraggio a decidere di sopravvivere a Milano in una giornata come quella di oggi, col cielo grigio mestizia, la pioggia sottile che pare insinuarsi nei pori, il silenzio mesto che ricorda più quello di certe periferie dimenticate che a stento vantano l’ufficio postale nella piazzetta principale. E’ con queste sensazioni che mi sono avviata a piedi fino alla Sormani - che da casa mia vuol dire all’incirca allenarsi per il cammino di Santiago – e ho attraversato una città che pare dirmi che, in fondo, gli inverni passati mi offrivano scenari abbastanza simili, solo che io ero più brava a colorarli. Sì è vero. Ad un certo punto credo di aver mollato. Ed è stato  ben prima della pandemia.

Fino a qualche anno fa facevo spesso gare non competitive di running. Nulla di che, giusto 10 km in scioltezza. Quasi tutte erano a Milano, ma una volta mi avventurai a farne una al parco di Monza. Bellissimo, ma ricordo che pioveva che Dio la mandava e faceva un freddo cane. Ma non aveva alcuna importanza per me: corsi lo stesso eppure al nono km non ne avevo proprio più.  Mentre arrancavo al punto da rendere evidenti i miei segni di cedimento mi affiancò una ragazza che non avevo mai visto prima dicendomi: “per colpa tua ho resistito fino a qui. Ho guardato te per tutto il tempo che ho avuto la tentazione di fermarmi e mi hai dato la forza di non farlo e resistere. Dai, adesso resisti tu che siamo quasi arrivate”. Mi colpì moltissimo quell’incitamento non previsto, come pure scoprire che a mia insaputa ero stata di motivazione per qualcuno. E così mi tornarono le forze e arrivai fino alla fine coprendo l’intero percorso in meno di un’ora (che per me è davvero un’ottima prova). Arrivammo al traguardo assieme. Ci abbracciammo e le chiesi il nome. Si chiamava Ines. Le fui molto grata.

Ecco, io credo che la mia esperienza di questi anni sia stata tutta un po’ così: in qualche modo mi sono affezionata all’idea che possa esserci qualcosa o qualcuno che da qualche parte tragga un qualche beneficio dal mio non essere altrove e che a sua volta mi  stia aiutando a trovare la forza e la motivazione necessarie a restare, resistere e andare avanti. Anche quando proprio non ne posso più. Oggi questa speranza mi ha accompagnato per buona parte del tempo e mi è stata di enorme conforto.

Fino a due giorni fa ho seguito, per la terza volta, una specie di percorso “detox” che mi ha imposto, tra le tantissime restrizioni che prevede il suo protocollo, la totale astinenza da caffè e un conseguente mal di testa da non riuscire a stare in piedi senza un sostegno. Esperienza direi quasi mistica e per me tremendamente faticosa ma portata tenacemente a termine tutte le volte e con risultati – fisici ed emotivi – assolutamente sorprendenti. Perché mi sottopongo a prove così estenuanti per “libera scelta”? Ancora non lo so. Ma sento che è giusto.

Ho ordinato dei prodotti on line che ho fatto recapitare all’indirizzo dei miei. Pare che qualcosa sia stato manomesso e giunto danneggiato. Ho inviato foto all’azienda e fatto reclamo. Oggi mi hanno rispedito il prodotto intonso senza nessun problema. E così ho pensato che il capitalismo è brutto e cattivo ma nessuno come lui sa chiedere scusa e farsi perdonare pur continuando a fare come ha sempre fatto. 

Quanto è triste Milano con questo grigio bagnato così uguale e diverso da quando lo conosco. C’è però che intanto Trump non è più il presidente degli Stati Uniti, è poi arrivato il vaccino, e io stamattina ho cucinato delle pietanze assurde e meravigliose che sembrano una cosa e invece sono altro. E poi ho il fegato tutto pulito, una pelle rigenerata e il mal di testa che ormai è passato. Pare che domani faccia bello. Potrei andare a correre. 10 km in scioltezza. Con un pensiero alla mia amica dell’ultimo km a cui devo molto più di quanto lei stessa potrebbe mai pensare. Grazie Ines!    

                                                                                                                                                                            
    

mercoledì 13 gennaio 2021

Essere in bolla (sperando che non esploda)

 -          Hai dormito male stanotte vero?

-           Si. Non mi capitava da secoli di avere gli incubi. E invece stanotte mi sono svegliata di soprassalto per ben due volte.

-          Eppure anche ieri sei andata a letto prestissimo. Eri talmente stanca che hai fatto fatica pure a struccarti

-          Non so cosa dirti. Ho avuto pensieri bruttissimi e questa storia che non so come tornare a casa comincia a preoccuparmi sul serio

-          Eppure non fai che dire che in fondo non ti pesa la vita che ti è toccata in questa fase…

-          Si certo, non mi lamento ma comincio a pensare che devo decidere cosa fare, come ritornare giù e provare ad immaginare di poter vivere bene e per sempre anche lì dove sono nata

-          Davvero!?!? 

-          Sì. Qui non ho nessuno che mi trattenga e ormai credo sia altamente improbabile che possa trovarsi qui la persona che sto cercando da tutta la vita. E poi devo tornare dai miei e apprezzare i posti in cui ho le radici

-          Ma che fesserie dici? Quando mai hai pensato che un luogo valga più di un altro, che le origini contino più del “contaminarsi” con le diverse mentalità  o che l’incontro che aspetti da tutta una vita sia geolocalizzabile!?!?…Lucia, tu non pensi così, non sogni così. Piuttosto, ammetti che non hai mai frequentato abbastanza, che non ti sei mai attivata per trovare davvero  chi cerchi, che non ci credi mai abbastanza, che lasci che vecchie ferite ti brucino ancora perché in fondo ti fa comodo così…

-          Ok, sarà anche questo, tanto ormai non ha nessuna importanza. Rimane il fatto che è mio dovere tornare a casa da parenti che invecchiano da soli

-          Sì, è vero. Hai dormito male per questo?

-          Anche.  Ho avuto incubi confusi con pensieri brutti. Non vedo vie d’uscita definitive o a breve termine da questa cacchio di pandemia, non riesco neppure ad inventarmi  errori nuovi da commettere come pretesto per ripensare tutto in altri modi. Non mi lamento, per carità, ma comincio a risentire anche io di questa bolla assurda che pare diventare sempre più piccola man mano che passano i giorni e poi i mesi. Sono un po’ avvilita

-          Beh, mi pare del tutto normale. Sicura che sia soltanto questo?

-          No. Non credo. Forse ha ragione chi dice che dovrei iscrivermi a quei siti d’incontri anche solo per riderci tutto il tempo, fingermi gatta morta super sexy e vedere l’effetto che fa, così giusto per mettere alla prova lati forse soltanto  nascosti di me. Che ne sai, potrei scoprire di essere una disinibita bomba del sesso

-          Aspetta, scusami, ma devo ridere un attimo a crepapelle. Piuttosto, parlami delle solite scarpe da running che hai comprato al posto del tacco dodici che ti eri imposta per legge?

-          Ok…niente da fare. L’uomo della mia vita dovrà accontentarsi di una che per piacergli fa solo sport e una strana alimentazione. In fondo potrebbe andargli bene lo stesso. Che ne sai tu?

-          E allora perché dormi male? 

-          Ma è stato solo stanotte. Può capitare una volta tanto anche a me in un periodo che in moltissimi hanno vissuto in modo apocalittico

-          Ricapiterà

-          Sì è vero. Ricapiterà

-          Devi farci i conti. Con questa bolla che diventa sempre più stretta devi farci i conti, perché finirà per esplodere o peggio ancora per sottrarti tutta l’aria. Trovalo quel coraggio di fare una cosa che ti pare inconcepibile. Una qualunque tra quelle ancora possibili. E poi fammi sapere

-          Ok. Ma se stanotte dormo bene resto così come sono che ormai ho un’età e mi sto simpatica così

-          Cosi irrecuperabile?

-          Così fiduciosa


 

venerdì 8 gennaio 2021

Bilancio di inizio anno

 Ho salutato il nuovo anno con la supponenza di certe matrone che si mettono a braccia conserte col piedino che batte sul pavimento in segno di attesa di una prestazione che promette un sicuro insuccesso. Essere scaramantici vuol dire anche non aspettarsi mai molto dal futuro, non fare pronostici né fare una lista di buoni propositi o ipotizzare che tutto ciò che è andato male nell’anno vecchio ormai fa parte del passato e che le magnifiche sorti sono solo in attesa del loro imminente svelamento. E in ogni caso il carico di responsabilità affidato al 2021 me lo rende un anno a cui guardare con molta comprensione e enorme cautela. Da solo non ce la può fare. 

Negli ultimi inizio d’anno ero solita uscire all’alba per una corsa di benvenuto di una decina di km: la magia di quel silenzio irripetibile, il valore quasi sacro di quello sforzo “iniziatico” assieme al “battesimo” di una doccia bollente e rigenerante erano il mio incipit obbligatorio. Il primo gennaio rispondeva ad una scaletta precisa che in qualche maniera riflettesse ciò che mi sarei riproposta di conservare per l’intero periodo. Dettava tutta la linea. Questa volta no. Non sono uscita, non ho preparato nulla di speciale, non ho visto nessuno. Ho solo fatto i miei soliti allenamenti in casa, visto film e serie tv, ciondolato, provato vestiti che non mettevo da tempo. E poi sono andata a letto molto presto. Non ho mai avuto così tanto sonno come in questi ultimi giorni, capodanno incluso. Ascoltarsi, non avere fretta, darsi il tempo di vedere i risultati di ciò che si è fatto, prima di decidere come procedere, è stato magnifico. Quello che so per certo che accadrà è che il prossimo luglio mi scadrà il passaporto e che mi impegnerò molto di più per usarlo più che posso. E poi che la bilancia mi ha restituito il peso che volevo e non era per nulla scontato, dati i miei assurdi esprimenti alimentari misti ad una non comune golosità. So pure che mi avvio ai 45 anni con un gusto che non mi sarei mai aspettata, e che se ci saranno le condizioni per passare molto più tempo al sud, se non proprio di riuscire a farlo definitivamente, cercherò di approfittarne senza esitazione. Ecco, il mio 2021 si apre con delle semplici considerazioni e qualche promemoria. Nulla di molto altro. So che sarà un anno storicamente complicatissimo, che la componente di inatteso e di imprevedibile potrebbe addirittura avere il potere di incidere nell’esistenza individuale in un modo forse molto difficilmente manovrabile. Mantenersi flessibili e adattabili è fondamentale: pianificare troppo potrebbe non essere strategicamente premiante.

Sono stata molto tempo da sola in questa lunga fase di transizione e di passaggio di testimone. Non ne ho risentito, nonostante sentissi la mancanza delle persone a cui tengo e quelle di cui vorrei fare conoscenza e con cui vorrei tanto andare a fare colazione da Starbucks.

Milano è diventata una città malinconica e irritata. Camminare per certe strade ha qualcosa di straniante. Eppure ai miei occhi conserva lo stesso fascino dei tempi del mio approdo. Forse perché il suo lato glam non è stato mai di grande interesse per me. Di questa città mi è piaciuto tutt’altro: cose che mi porterò dentro, anche quando andrò via, e che me la faranno amare per sempre. Persino il mio rumoroso vicino sudamericano ormai si fa sentire poco e in questa casa regna una pace irreale, tra cose in ordine che creano stupore persino a me, pranzi cucinati e poi congelati per giorni, “Propaganda live” ad allietarmi il venerdì. Tutto sotto controllo. Basico. Rassicurante. Non avverto nemici esterni e neppure paranoie interne. Mi sbaglierò? Ma certo che mi sbaglierò. Ma c’è tutto un anno a darmi, e questo è il vero augurio, tutte le ragioni. Io, di solito, degli anni che arrivano tendo sempre a fidarmi


domenica 3 gennaio 2021

Fare in tempo a darsi il tempo

 

Non mi sono neppure degnata di andare a vedere che faccia avesse. Il 2021 è arrivato e io non ho ancora messo il naso fuori di casa ad incrociare la sua aria nuova. Nuova malgrado le scarse premesse su cui fonda l'affetto e le speranze che si ripongono in lui. Il tempo è grigio, troppo umido, c’è una brutta luce e questo per me è già sufficiente per smorzare ogni entusiasmo e rinnovata fiducia.

Per fortuna mi è stato possibile non cedere, se non per un brevissimo periodo, alle seduzioni dello smartworking e men che meno all’orrore del pigiama per tutto il giorno. A dirla tutta io non possiedo pigiami: vado a letto con leggings e maglietta così da impormi di cominciare la giornata facendo ginnastica, poi doccia, cazzeggio in rete, trucco, scelta d’abito casuale, pranzo da portare via, oddiocomeètardi, quattro km a piedi, finalmente ufficio. Così, per ciascuno dei miei giorni feriali, tra le 5 e le 7:30, da quando sono l'unica responsabile di ogni scelta del mio quotidiano. Sembra follia, eppure questa replica assurda e sempre fedele a se stessa del momento per me più affascinante e delicato della giornata è ciò che mi ha fatto mantenere la barra dritta anche in un periodo così anomalo. C'è qualcosa di sacro anche in certi rituali così prosaici.

Quando non sono costretta ad uscire, invece, stare a casa è la mia vera festa. La cosa che mi piace fare più di tutto è mettermi sulla cyclette e vedere film, coniugando così la necessità di mantenermi attiva con il bisogno di dimenticare la sensazione che il mio presente sia in realtà irrimediabilmente troppo scarno. In questi ultimi due giorni ne ho approfittato per vedere una seconda volta “Soul”. l'ho trovato un totale godimento dal punto di vista visivo, abbastanza bello nei contenuti, ma troppo già visto e persino discutibile nel messaggio di fondo. Vivere come esperienza pienamente meritevole in sé ha ai miei occhi tutta la retorica del valore intrinseco delle piccole cose che rischiano la mediocrità se non coltivate o animate da una passione sincera. Mah, non saprei, credo che “Coco” resti il mio preferito e “Wall-e” l’acme della sperimentazione più coraggiosa e ardita della Pixar.

Come ci si accontenta di una vita così come quella che mi è toccata nell'anno appena trascorso, senza considerarlo un dramma, ma anzi sentirla come profondamente propria? In realtà non saprei. A me pare abbastanza normale in fondo, e questo pur riconoscendone tutti i limiti e i rischi futuri. Direi che sia una questione che ha a che fare con quello che eri ben prima di tutto quello che hai tentato di scordare o aggiustare nel frattempo: dall’amichetta alle elementari che ti ha tradito e che da allora ti ha fatto smettere di credere alla vera amicizia, da un’educazione repressiva e poco attenta per ragioni che hai capito solo col tempo, da parole dette male o interpretate in modo da scheggiare il cuore per sempre, dalla carenza di motivazione, dalle scelte irreversibili che poi dettano tutto il futuro. L'ideale sarebbe trovare la maniera di lasciar andare tutto questo con leggerezza pacificata, magari ripetendoti come una filastrocca che il passato è passato e si può sempre rimediare, ricominciare, perdonare, comprendere. Si può. anzi, la vera sfida è proprio questa Ma con me funziona bene solo in parte e poi non dimenticare mi aiuta nella cosa più importante di tutte: fare autocritica. Insomma, tutto questo per dire che il 2020 con me ha fatto ben poco se non restituirmi un’opportunità: comprendere che la storia del dolore “capitalizzato” è vera e che il disincanto può costituire persino un piccolo patrimonio di risorse interne che parevano impazienti solo di fare il loro gioco nei momenti più imprevisti. Se ragiono in modo individuale potrei addirittura affermare, non senza imbarazzo, che non sono mai stata meglio proprio grazie a questo tempo isolato, fatto tutto di immaginazione mista a ricordi confusi, di vita ordinaria ma senza contatti forzati, di maturità che non ha avuto rispetto dei suoi canoni “istituzionali”, di tantissimo amore immaginario, impossibile e perfetto, anzi perfetto proprio perché impossibile. La vita che volevo era forse tutta qui, ad aspettarmi per darmi ragione, mettere a tacere voci antiche, temporeggiare ancora un poco nel confronto con la realtà. Chissà.

Delle cose che continuo a salvare ci sono ancora, e non mancheranno mai cascasse il mondo, "Le lettere morali a Lucilio" di Seneca, "Putess' essere aller?" di Pino Daniele, Le danze di Michael Jordan, "Bianca" di Moretti, la mia cheesecake ricotta e cioccolato e la matita per gli occhi.   

E’ il 3 gennaio e io non ho ancora messo il naso fuori per salutarlo. Forse ho paura che sia arrivato soltanto a smentirmi. E a dirmi che ormai potrei anche smetterla. Potrei anche smetterla di avere sempre paura. Finalmente.


Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...