lunedì 16 agosto 2021

Mettersi “in lista”

 Sono appena rientrata a Milano. Il viaggio è stato piacevole e tranquillo, trascorso tra un libro molto interessante che ho terminato, social zapping, due chiacchiere in chat col mio ormai “fidanzato virtuale” di Instagram, ovvero il simpatico fanciullo italo inglese che vive qui, che mi dice cose carine e che vorrebbe conoscermi. Ma a me bastano i suoi adorabili complimenti e le cose buffe che “azzarda” per fare effetto sulla  vanità di una  signora troppo solitaria e ormai attempata  che tenta di conservarsi come può. Il corteggiamento è una cosa troppo dolce (e purtroppo superata) per interromperla con la prosaicità di un incontro che guasterebbe ogni  mia fantasia e di certo anche le sue ingenue aspettative.

Le mie vacanze a casa sono state belle e “giuste” tra mare, pace domestica, distanziamento sociale, sport all’aperto e tanto meraviglioso cibo. È durata il necessario, sono pronta all’ufficio, alla familiarità dei miei tragitti a piedi, alla routine rassicurante ma a modo suo sempre “progettuale”, disposta a pianificare, rinnovare traguardi. E poi, su tutto, mi ostino a continuare a sperare che la salute permanga nonostante quello che vedo e che sento ovunque rivolga attenzione mista a perplessità. Non sono così egoista da pensare che stia andando tutto bene solo perché non ho motivi miei per lamentarmi: ovunque sposti lo sguardo mi ritrovo incendi, terremoti, disastri provocati da una natura che ha smesso di perdonarci, guerre che pensavamo concluse e che invece si rinnovano con tutta la loro ferocia repressa, contagi. Il tutto spesso condito da forme esasperate di solitudini insopportabili. Non è necessario dirsi pessimisti per sentirsi legittimati a credere che questa non sembri essere l’epoca più promettente della storia umana. Avere fiducia è doveroso, ma essere realisti è  uno sforzo altrettanto necessario per riconoscere i problemi e approntare soluzioni efficaci.

Gli elenchi non mi sono mai piaciuti. Li trovo inutili e retorici in quanto frutto di forzate semplificazioni e quindi espressioni di un pensiero poco articolato. Eppure qualche volta mi piace, cedo alla tentazione  degli elenchi numerati, del questo dentro e questo fuori, come il ricettario di un mondo in cui sia lecito scartare quello che non ci piace e tenersi come ingredienti principali tutto quello che per noi restituisce davvero sapore alla vita. E così ho pensato che ogni tanto lanciarsi di getto a fissare le prime cose belle che vengono in mente possa fare proprio bene pure se non sei Woody Allen o David Foster Wallace. 

- Pablito che chiama per farsi aprire alle cinque del mattino per fare il suo ingresso trionfale verso la cucina
- Il burro di arachidi con le fettine sottili di banana accomodate con cura amorevole sul pane nero molto tostato 
- La bilancia che mi restituisce il peso che voglio
- L’ispirazione, la creatività, la fantasia che si fanno potenti come non mai quando capisco di essere innamorata
- Vivere da sola, senza per questo mai sentirmi isolata
- De Andre’ e Guccini, da sempre e per sempre. Led Zeppelin da un certo punto in avanti
- Tutto il cinema che mi ha cambiato lo sguardo. Assieme a quello che è pronto a farlo
- Le uova. In qualsiasi modo. Ma soprattutto fritte assieme ad un mare di cipolle stufate
- La corte di un uomo privo di dubbi e che sa aspettare, sicuro della sua meta
- La parmigiana. Persino quella non fritta
- La moda anni 70. Assieme a quasi ogni altra cosa degli anni 70
- Camminare, correre, fare yoga. Tutto preferibilmente entro le sette del mattino
- Tutti i cartoni animati della mia infanzia. Più tutti quelli recuperati in età avanzata
- Seneca
- I massaggi delle mie fatine del centro benessere. Forse mi vaccinerei solo se me lo chiedessero loro
- La mia famiglia, quando sa che poi non mi vedrà per un sacco di tempo
- Milano. Sempre, pure quando la detesto
- Napoli. Sempre, soprattutto quando è lontana
- La persona  a cui penso per prima quando mi sveglio
- La persona a cui penso per ultima quando mi addormento e che falsa la numerazione della mia lista
- Pensare a qualcuno, piuttosto che averlo accanto, e accettare che questo sia più che sufficiente 
- Il variegato all’amarena

Credo di non aver omesso nulla. Ma allora è facile! Evviva

giovedì 12 agosto 2021

Lontano dagli “affetti collaterali” ( o dalle antipatie reali)

 - Sei proprio una dispettosa. Perché ancora non vuoi vaccinarti?

- perché c’è il green pass, una roba che serve a bar e ristoranti per stare aperti nonostante ci siano persone che non si vaccinano. Io non ci andrei comunque e ho deciso di fare il tampone quando andrò al cinema, dove di certo starò come al solito più o meno da sola a vedere lo spettacolo pomeridiano…ma a te pare normale? A me no, ma preferisco questo a una cosa non obbligatoria che non ho ancora voglia di fare

- e non pensi a tutti quelli che potresti contagiare? O al rischio che tu stessa potresti andare in terapia intensiva?

- e come? Sto sempre da sola

- è  vero. Stai sempre da sola e distante da tutti. Io ti capisco. Ma quelli tignosi dicono che sei colpevole lo stesso. Secondo me perché sono un po’ dispiaciuti pure loro di essersi vaccinati e ritrovarsi a non avere comunque grosse garanzie rispetto ai perduranti timori

- boh. Io so soltanto che se mai deciderò di farlo sarà per obbligo e non per volontà e non vedo perché non dovrei assecondare questa mia sensazione

- ah, ma guarda che, per una volta, ti comprendo perfettamente

- grazie. È molto importante per me. Sai mi sento come quella volta che scrissi un post denigratorio contro un collega squalidissimo, che per fortuna se ne è andato, e tutto l’ufficio lo lesse e io ero contenta e felice di avere uno strumento così efficace per esprimermi e dire tutto quello che penso. Fu così liberatorio.

- eh me lo ricordo. Ti fingesti rammaricata e stupita che tutti avessero saputo che quello scemo balordo ti aveva offeso mentre tu eri solo andata a fargli gli auguri per la sua primogenita. E mi ricordo che quando se n’è andato hai esultato e ti è sembrato un magnifico regalo della sorte.

- si, hai ragione mi sento proprio come quando scrissi contro quel foggiano cafone, sindacalista  viscido che il solo risultato che ottenne fu di farsi mandare dove voleva lui. Che bello dire e fare ciò che si pensa e assumersi il rischio del giudizio collettivo senza timore

- si Lucia. Tanto pure questa farsa finirà. Confido nel recupero di un po’ di senno generale e nella tua futura libertà di andare al cinema in sicurezza e senza altri obblighi se non quello intimo e insopprimibile di godere di un buon film in santa pace. Ti saluto cocciuta incompresa 

- ciao. Ti voglio bene. Grazie.

Ho quasi finito. Tra un paio di giorni sarò di nuovo a Milano: al mio attivo dovrei ritrovarmi un buon recupero di energie, un po’ di pace e un tempo dilatato tra lunghe passeggiate in spiaggia, pensieri sparpagliati e folli e qualche ipotesi senza il coraggio sufficiente per darle concretezza . In realtà non riesco a previsualizzare ancora seriamente il mio rientro in una città in cui tornerò come al solito a fare tutto da sola: ancora non ho capito bene quanto mi sentirò “punita” del mio non essere vaccinata durante una fase in cui, lo ribadisco, non avverto ancora miglioramenti di sorta nella condizione generale dei contagi a fronte di una popolazione di vaccinabili che ha raggiunto il traguardo statisticamente molto rilevante del 70% . E non venissero a dare la colpa alla quota di nessuna rilevanza critica dei residui non vaccinati. Mah, mi lascerò guidare dagli eventi e intanto continuo a godere di questi ultimi scampoli di apparente normalità quotidiana. Non sarebbe lo stesso se non dovessi andar via tra poco, ma questo è quello con cui ho fatto pace dal tempo in cui ho deciso che dovevo allontanarmi da qui.

Di questo tempo assurdo, di cui comincio a perdere memoria degli inizi, credo che tra tutte le mancanze che ho sviluppato ci sia quella del senso dell’utopia, quel territorio del possibile in cui le mie fantasie andavano a braccetto con lo slancio fattivo, una volontà testarda o anche solo con le speranze di una sorte favorevole. Vivere di confini certi è comodo, ma in fondo abbastanza ingiusto e di certo alimenta in modo ipertrofico il mio fantasticare. A volte mi capita di ricordare persino cose assurde che avevo rimosso, innamoramenti stroncati sul nascere ma in fondo meglio così, che tanto era impossibile lo stesso e comunque per fortuna che ora non posso più saperlo con certezza. È un tempo fatto così: di pezzi insensati di passato che riaffiorano senza un vero criterio e che pare vogliano dirmi di quanto vuoto, o al contrario di quanta vita, fossero composti anche certi periodi di insospettabile normalità, quasi a ricordarmi che il significato stesso delle azioni che ci guidano  sembra non accorgersi che immensa occasione sia la libertà di movimento che effettivamente ci è stata concessa. Eppure faticavo tanto anche allora a stare a mio agio nello spazio che mi ero scelta con tutta quella libertà che mi ero conquistata. Di quel collega squallido penso male ancora oggi che non lo vedo da tanto tempo. Meno male che ho potuto vomitargli addosso il mio odio. Oggi invece non mi succede più. Credo sia uno dei vantaggi più belli dell’isolamento: stare alla larga dai soggetti tossici.

 Se invece torno alle mancanze, non posso non pensare ai miei amati viaggi. Forse la sola vera ragione capace di rendere il mio strano presente un po’ meno sfuggente, meno rammaricato. Più accettabile. Tra le cose di cui ho scoperto non sentire l’assenza c’è con mia grande sorpresa l’amore. Non mi manca: sono sola da troppo tempo per imputare alla pandemia la colpa di questo. Mi manca piuttosto l’oggetto delle mie utopie amorose. Ma è una cosa completamente diversa. Di solito mi innamoro di persone “reali” che rendo protagoniste delle mie fantasie e divagazioni. Di fatto ho capito che ho la cura “inconsapevole” di accertarmi che siano già impegnate o che, per mille ragionevoli motivi, si tratti di amori impossibili. Sì, faciò proprio così da tanto tempo ormai. Ma non me ne rendevo conto. E così succede che solo ora scopro che le distanze oggettive non rendono più possibile questo mio gioco “platonico”, perché lui si nutre solo di necessarie presenze, parole, occhi che si guardano, scariche elettriche che si innescano con gli incontri reali. Lo scopro solo ora. Col green pass che neppure lo sa di certi guai che ha combinato. Peccato. Ma vaccinarmi che cambierebbe?

venerdì 6 agosto 2021

Far finta di essere sani

 Se soltanto sapessero che non erano queste le mie intenzioni. Mai avrei pensato di maturare una convinzione tanto granitica sulla questione vaccino, io, che pur con tutti i timori del caso, mi ero detta che al mio rientro dalle vacanze avrei fatto tutto quello che era necessario per tornare a respirare aria e un po’ della vecchia libertà. Poi il totale ripensamento, forse dovuto ad una comunicazione tutta sbagliata, offensiva, aggressiva, basata sul terrore. E poi un senso di straniamento, forse per i magri risultati dopo un simile dispiegamento di forze e di masse coinvolte. Fatto sta che è solo da poco che ho capito che preferisco i divieti di una vita da segregata piuttosto che l’adesione  non sentita alla somministrazione di un vaccino che non mi parla di soluzione alla pandemia ma di semplice attenuazione del danno. Mi sento offesa. Offesa da chi prova a convincermi senza argomenti sufficientemente robusti, offesa dalle persone che mi insultano su wa dicendomi che così danneggio la causa sociale, offesa da chi mi crede una no vax, offesa da chi si sente depositario di verità del tutto non dimostrate. Io credo ciecamente nella scienza, ma purtroppo in questo snervante stillicidio fatto di campagne politicamente orientate e ideologicamente manipolate io di scienza e argomentazioni attendibili non ne vedo.

Sono qui a casa ormai già da qualche giorno. Le temperature sono godibili e stare in spiaggia per mezza giornata appaga ogni mia pretesa da questa estate che è partita senza che ne avessi nessuna. Inutile dire che il tema dominante delle conversazioni è sempre e solo quello sui vaccini. Io ho confessato che finché potrò non lo farò ( il mio limite è la minaccia di licenziamento). Il mio papà è un vaccinato “pentito” , dice che non respira bene da quando lo ha fatto. Spero sia solo una sua suggestione. Per il resto, io, e noi tutti in casa, osserviamo sempre tutte le cautele possibili, che poi si risolvono nello stare lontani da chiunque. Quando tornerò a Milano proverò a rispettare le nuove restrizioni “ricattatorie” imposte. La campagna procede spedita, i contagi…pure. Ma si parla ugualmente di successo. Boh, sarà così e magari sono io a non capire dove siano le ragioni di tanto compiacimento - visto che anche le TI si ripopolano - e cosa altro bisognerebbe aspettare per sentirci davvero fuori pericolo. Per quel che mi riguarda, so per certo quale sia stato il momento esatto in cui da un lieve timore dubbioso sono passata alla certezza granitica che non avrei fatto il vaccino: un Burioni che definisce sorcio chi non si vaccina. Una semplice dichiarazione pessima è riuscita in un attimo a farmi passare la voglia di assecondare una simile mortificazione gratuita.

La sola cosa che mi avrebbe fatto capitolare sarebbe stata la possibilità di andare liberamente al cinema: da quando ne ho memoria per me vedere il primo spettacolo del primo giorno di uscita di un film di Moretti è per me un imperativo categorico. Credo che stavolta mi sarà impossibile ed è la sola ragione del mio cuore in frantumi. Ma niente, mi torna di nuovo in mente quello dei sorci e presto fede al mio impegno a non vaccinarmi finché potrò. Vedi a volte certi errori di comunicazione a cosa portano? Succede che ti offendi, scatta dentro di te la spinta a non adeguarti e anzi a ribellarti e ti ritrovi a capire che è meglio sorcio che pecora, meglio l’autosegregazione che aderire ad una massa urlante certezze mai dimostrate e incapace di sospendere il giudizio anche per un solo istante. Ci avevano detto che il vaccino avrebbe risolto tutto. Non è stato così pur avendo superato la soglia di “immunizzati” (che tali non sono) del 60%. I contagi non frenano e le varianti proliferano indisturbate perché la gente abbassa la guardia e si sente troppo sicura. Se non è fallimento questo, come si può chiamarlo?

In alcuni momenti mi chiedo cosa farò al mio rientro a Milano ora che non mi è più concesso nulla. Più o meno dovrò replicare la vita che conducevo durante il lockdown : correre da sola all’anello di Linate, lavorare da sola, camminare da sola, vedere film in streaming in continuazione, leggere, scrivere, cucinare. Se credono di punirmi così si sbagliano di grosso. Per molti è dura, tanto da affidarsi ad un vaccino che non sta funzionando come promesso pur di non ripiombare nell’esperienza di un confronto forzato con se stessi. Per me, purtroppo per chi mi augura il peggio, è semplice normalità istituita ad obbligo non percepito come tale, un’epifania che si rinnova, un’occasione di crescita e di pace. L’ho fatto tante volte nella vita e in nessuna di esse mi sono mai sentita un sorcio. Pensa tu che soggetto poco utile alla causa riesco ad essere per un Burioni di oggi. Che fortuna. Che bello.

mercoledì 28 luglio 2021

Aspetto. In fondo è già così tardi

 Mi piacerebbe capire un po’ meglio cosa sta davvero succedendo. Per me sarebbe facile assecondare una richiesta che forse non mi costerebbe nulla, visto che godo di ottima salute, sono forte e non mi ammalo mai. Eppure non mi va. La trovo una costrizione così ingiusta, ricattatoria e punitiva che il mio senso di rifiuto a prendere un appuntamento e farmi questo vaccino è diventata quasi una forma di protesta dispettosa. Al punto che neppure l’ipotesi di non poter più andare al cinema, viaggiare e fare quelle quattro cose che adoro fare in mezzo agli altri costituisce un deterrente alle mie resistenze. Mi sento offesa, oltraggiata, discriminata e soprattutto continuo a non essere convinta della assoluta sicurezza ed efficacia concreta del prodotto. Per cui, potendo ancora scegliere, preferisco non vaccinarmi. Se i contagi stanno aumentando non è certo per colpa mia, questo è poco ma sicuro. E poi mi rimane ancora da capire perché si possa entrare in chiesa senza il green pass. Se nessuno me lo spiega bene, ma proprio bene, io non capisco perché dovrei trovare sensato averne uno per entrare in un cinema vuoto. Il diritto a non vaccinarmi ai miei occhi rientra nello stesso dibattito sulla necessità di fare figli altrimenti la specie si estingue, o sul diritto a sposarsi o di divorziare. Ci sono delle aberrazioni antropologiche a cui non ho alcuna intenzione di piegarmi: ho sempre saputo che non avrei voluto dei figli, che il matrimonio è una distorsione individuale e il divorzio l’inutile conseguenza del primo. Eppure non mi ha mai neppure sfiorato l’idea che bisognasse pensarla come me. Non c’è nulla di socialmente pericoloso nel decidere di non vaccinarsi se si adottano le stesse importanti cautele di quando il vaccino non c’era. Gli studi lo dimostrano: mascherina, pulizia, distanziamento sono sufficienti. Soltanto i soggetti fragili e gli anziani hanno un rapporto beneficio/rischio così elevato da giustificare la forte raccomandazione a vaccinarsi. Per tutto il resto esiste, come sempre, il destino cinico e baro. 

A parte questo tutto bene. Tra poco andrò in ferie e proverò a pianificare qualcosa di nuovo da fare e per cui impegnarmi durante il prossimo inverno milanese, ammesso che sia ancora possibile ipotizzare un futuro anche a brevissimo termine. Forse deciderò anche io di fare smart working, se sarà ancora possibile,e stavolta me ne starò giù al sud in un ambiente molto più confortevole, nessun vicino argentino rompi timpani e menosolitudine dentro cui cercare un riparo ormai troppo familiare. Forse il momento di includere anche una simile possibilità, in un periodo che offre un range di scelte che per me si sta facendo sempre più ristretto, potrebbe essere l’ideale. Se non posso fare più nulla qui a Milano, tanto vale decidere di trasferirmi in una “gabbia” più confortevole.

Temo di aver troppa paura ad ammette che stia per farsi largo un periodo parecchio difficile per me, molto più di quanto la mia percezione sia disposta ad ammettere. E la cosa comincia un po’ a spaventarmi. Sono davvero troppo stanca per riuscire a formulareuna rilettura edificante di tutto quello che mi circonda, con questa mia smania di individuare ad ogni costo almeno dei fattori di crescita e di consapevolezza. Stavolta non ce la faccio. 

E poi tornerà il tempo in cui il bisogno di andare più lontano possibile si farà di nuovo prepotente, o di provare a non aver paura di cercare una storia vera,  forse semplicemente sarò costretta a farlo e allora anche per me arriverà il momento di vaccinarmi e riprovare a delineare un futuro con qualche possibilità in più sulla quale scommettere. Potrei spingermi addirittura a chiedere un anno sabbatico o il trasferimento definitivo giù al sud, riprendere a guidare, provare ad essere utile alla mia famiglia, fare l’abbonamento per andare a Napoli almeno ogni sabato a correre a via Caracciolo come facevo un milione di anni fa. Forse invece correrei soltanto il rischio di pensare a che senso abbia avuto la mia intera esistenza fino a quel momento. Che importa, tanto a me non torna mai nulla. Con o senza vaccino.A Milano o  a Napoli, come nel resto del mondo. Ci sono percorsi delle cui traiettorie non si viene mai a capo, al punto che pensi che per alcuni di noi abbia davvero senso solo il lasciarsi trasportare da quel flusso invisibile fatto di intuito e incoscienza senza illudersi che questo basti. Ma senza neppure pretendere che serva dell’altro. Se non aspettare

giovedì 22 luglio 2021

Che male c’è? Tutto quello che vedi

 In fondo è abbastanza divertente pure questa cosa di passare per la no vax che non sono mai stata. E’ davvero curioso quanto sia facile scatenare facili livori anche semplicemente facendosi portavoce di semplici perplessità, intime paure, forme alternative di rispetto verso un problema collettivo. E’ divertente perché mi dice molto del punto in cui sono, delle scelte che ho fatto del mio preferire stare per i fatti miei nonostante non mi definirei affatto una misantropa musona. E’ vero, non ho voglia di fare il vaccino. Non ancora. Mi piacerebbe che fosse meglio collaudato, che non contemplasse tutti quegli effetti collaterali di cui sento quotidianamente parlare dalle testimonianze dirette che ho. E vorrei che funzionasse davvero per abbattere la pandemia, cosa che al momento non è avvenuta visto che i contagi stanno di nuovo aumentando e si parla per l’ennesima volta di zone da colorare. Intanto io non mi sono mai ammalata di niente, neppure di un raffreddore, e continuo ad adottare le solite cautele di quando non c’era un vaccino e neppure le strane varianti che ai miei occhi hanno una curiosa correlazione con lo stesso. Non essendo un medico osservo i fatti con l’umiltà “presuntuosa” di chi pur non sapendo non può essere smentito. Non mi avventurerò in alcuna motivazione: so di avere torto e che sarebbe meglio sposare la causa del vaccino perché altrimenti faccio “free riding”e non è etico, perché potrei davvero ammalarmi e allora un po’ me la sarei cercata, perché potrei muovermi con più libertà e favorire il ritorno alla normalità. So di avere torto. Eppure sento ancora di dover dare retta alle mie ragioni. Certo, se fossi un medico o un’insegnante era fuori discussione, se avessi voluto assecondare il delizioso corteggiamento del mio giovanissimo ammiratore su Instagram sarebbe stata una doverosa forma di cautela, se dovessi fare un bel viaggio o trovassi imprescindibile una vita sociale forse avrei trovato del tutto normale il sacrificio di un vaccino non perfezionato. Ma per il momento vivo questa sospensione della mia esistenza come il decorso più naturale di una fase lunga ma necessaria in cui lo spazio per la riflessione e la riconsiderazione di ogni priorità è stato splendidamente occupato e goduto. A conti fatti credo che la sola cosa che ho davvero imparato da tutta questa assurda esperienza è quella di rimanere fatalista: chi si è ammalato ed è morto quando nulla ancora si sapeva di quello che stava accadendo è stato  semplicemente più sfortunato di noi altri e che chi sopravvive non ha comunque titolo a credersi salvo e fuori pericolo. Che senso ha relegare ogni pensiero del giorno a componenti così aleatorie? Che senso ha vivere solo per salvarsi la vita? Credo che sia questo che con parole struggenti e concetti meglio articolati ribadisce Aldo Nove tra gli scherni di detrattori impietosi.

A me non importa vivere ancora limitata nel mio spazio di manovra. Le cose che mi interessano le ho tutte con me. Le persone che ho voglia di abbracciare le conto su una sola mano: farò presto a rintracciarle quando sarà possibile. Mi fa più specie pensare che mentre la priorità della salute collettiva domina su ogni altra questione del vivere attuale ci sia stato un uomo delle istituzioni che in un bar della provincia ha sparato e ucciso un giovane uomo di colore perché dava fastidio ai tavolini. 

Io ho un rapporto strano con la salute. Quando sto male è perché ho qualcosa di rotto dentro a cui non so mai dare un nome né una cura fatta di pillole o tempi certi di recupero. Di solito provo a scriverci sopra, a camminare per ore ed ore sperando che con l’affanno e la stanchezza passi. Raramente riesco a dormirci sopra. Se esistesse un vaccino per certi tipi di malessere probabilmente nutrirei per esso le stesse perplessità di quelle contro  il covid. 

Credo  di avere un  rapporto anomalo con il dolore. Certe volte mi pare un male necessario, altre una fatalità inevitabile. Certe volte invece mi basta semplicemente aspettare. Essere fatalisti aiuta quando le certezze sono scadenti e le vite di ciascuno raccontano storie troppo diverse per essere controllate tutte assieme come se fossero una massa omogenea di entità indistinte

venerdì 16 luglio 2021

Sottrazione indebita di spazio (alla fantasia)

 In realtà credo che alla fine, forse, me ne sarei pentita lo stesso. E’inutile che mi cimenti in improbabili “what if…” quando in realtà so che non ci avrei fatto nulla o avrei avuta da gestire più di quanto la mia attitudine alla semplificazione del quotidiano avrebbe preteso. Ogni tanto mi capita di lamentarmi (a pieno titolo) del mio “ingombrante” (in tutti i sensi) vicino di casa, che è così vicino che a volte mi pare di averlo in casa ad urlarmi addosso con un megafono puntato nell’orecchio. Credo di aver già raccontato che fino ad un paio di anni quella in cui ora vive lui era una casa vuota perché pignorata già da prima che io venissi a starci accanto. E’ stata messa all’asta e per anni nessuno l’ha voluta. Poi il prezzo ha finito per diventare talmente irrisorio e del tutto fuori mercato che è diventato un bene “speculativo” abbastanza interessante per riuscire a trovare un compratore che la ottenne per un prezzo di ben quattro volte inferiore a quello di casa mia, che è identica. Per anni mi hanno consigliato di prenderla: siccome è ad angolo con la mia, mi sarebbe bastato abbattere una sola parete per avere un quadrilocale con doppia esposizione. Non ho mai accarezzato questa idea perché non avrei saputo che farci con una casa così grande. “Ma come? Stai più comoda. Inviti gente. Se ti sposi hai già tutto a disposizione. La affitti a giornate, visto che hai il Monzino vicino, e così ti arricchisci”. Nessuna di queste ipotesi mi pareva assolutamente allettante: io sto comoda in una casa piccola e che mi impegni poco nella sua gestione. Odio invitare gente e quella che invito riesco a tenerla benissimo anche adesso, trovare marito poi…mai neppure sfiorata l’idea. Affittare poi è una roba che metto a pari merito col desiderio di sposarmi. E poi mi sento già economicamente serena, con buona pace degli invidiosi.

Fatto sta che per anni il meraviglioso silenzio di quella casa ha accompagnato le mie più ingenue e strampalate fantasie mentre contemplavo quella finestra sempre chiusa. Ad un certo punto hocominciato ad accarezzare l’idea che la prendesse qualcuno che avrei amato nel sacro rispetto di quel principio (mai smentito ai miei occhi) che la convivenza indebolisca l’amore fino a farlo diventare asfittico, opaco e anonimo, mentre – al contrario - la stretta vicinanza lo ravvivi. Per anni ho sognato di avere in quellacasa “attaccata” ma separata il mio compagno ideale: con la sua autonomia, il suo spazio la sua intimità (proprio come me), assieme alle chiavi della mia casa e ogni altro tipo di condivisione possibile al netto di un pericoloso accavallarsi delle reciproche esistenze. Per anni ho sognato la “condivisione in autonomia” di un legame affettivo. Immaginavo certe mattine d’inverno in cui salutarsi alla finestra, invitarsi a colazione, chiacchierare o stendere i panni assieme nel cortile, darsi poi lì appuntamento per incontrarsi e uscire, e poi rientrare salutandosi alla porta. Oppure concludere la serata assieme, come degli eterni ospiti senza però nessuna fatica logistica. Mi pareva tutto così ovvio e normale.

L’argentino non è il proprietario della casa. Spero che un giorno vada via, non perché non abbia assecondato le mie fantasie, ma perché è davvero un cattivo vicino. E soprattutto perché mi obbliga troppo severamente a fare i conti con la realtà. E io invece voglio conservare spiragli di immaginazione innestandoli nelle infinite possibilità di una condizione di fatto che posso manipolare a piacimento. Ora c’è lui, con la sua musica orribile, la voce troppo alta, quella gente strana che viene a trovarlo nelle ore più assurde. Forse è questo che mi irrita davvero. Più del rumore molesto. Più della sua grossolana rozzezza. Lui mi impedisce di fare ipotesi. E questo non posso perdonarglielo.

E così ho pensato che forse non avrei commesso un errore così madornale se quella casa l’avessi davvero comprata io. Per lasciarla chiusa. E immaginarla “abitata”. Non da me. Ma per me.

martedì 13 luglio 2021

Il sonno della ragione potrebbe non avere torto

 Che meteo assurdo a Milano in questi ultimi tre o quattro giorni. Si passa dall’arsura ad essiccazione lenta alle tempeste tropicali, bombe d’acqua, vento forte senza soluzione di continuità.  Io ne ho subito tutti i capricci col tempismo di un gatto che punta la sua mosca: mentre ero per strada carica di buste per la spesa, con i sandali nuovi, una maglietta di troppo o troppo leggera, senza ombrello…credo che sia un talento pure questo qui di beccare sempre il momento peggiore per stare in strada. 

E poi ho sempre tanto sonno, anche adesso, che dormo moltissimo e sono nella mia settimana di totale relax. Io ho un sonnodevastante, quello fatto di stanchezza antica, di questioni che mi annientano per il fatto stesso di non poter essere risolte. E’ il sonno della testa pesante, delle gambe che non reggono, delle posizioni scomposte sul divano e dei cali di attenzione anche dopo dieci minuti di lettura. Non so cosa non funzioni, però sento che non basta il solo riposo, gli integratori o i valori giusti di colesterolo. Qualcosa non torna in questi giorni troppo vuoti eppure variabili più di questo meteo.  Mai come quest’anno sogno una vacanza bella lunga, col mare sempre di fronte, qualsiasi mare, pure quello terribile di Varcaturo. Basta che ci sia dello spazio blu in cui non sentirmi più così contratta. Ho bisogno di ampie stanze di condivisione, della cucina del sud dove cimentarmi  nelle mie creazioni mentre mia madre mi racconta di fatti e persone  di cui neppure so perché dovrei ricordarmi o mentre mio padre mi dice di farmi trovare a posto per quando arrivano i suoi amici per salutarmi. Di Pablito che si insinua tra le gambe nei momenti più impensabili.


Credo di aver bisogno di quello strano senso di estraneità crescente che provo ogni volta che ritorno dai miei. E ogni volta diventa sempre più spiazzante.  Eppure succede proprio così. Io torno ormai così raramente che mi accorgo di quanto visibilmentele cose cambino, di quanto noi stessi cambiamo nella forme e nei modi. Tornare diventa quasi l’impegno a colmare distanze che si percepiscono proprio nell’istante in cui vengono annullate. Che fatto strano. Solo un emigrante (che però non torna troppo spesso a casa come fanno certi miei colleghi nostalgici che non si rassegnano a questo strappo dalla loro terra) può davvero capirmi.Molte persone che conosco sono tornate con grande desiderio alla casa d’origine e con tutta probabilità prima o poi toccherà farlo anche a me anche senza desiderio.  Ma credo che non sia ancora arrivato il momento per pensare a questa cosa. In fondo la “fortuna” di non avere un legame stabile rende plausibile ogni ipotesi.  Sono sicura che il tempo, come sempre,  mi suggerirà la soluzione definitiva. E poi ho troppo sonno. C’è del senso anche nel lasciarsi esistere senza sentirsi in dovere di stare sempre sul pezzo, assumendo un ruolo di passivo adeguamento agli eventi e fidandosi un po’ di loro (o affidandosi a loro). In fondo mancanosoltanto poco più di due settimane alle mie vacanze: mi pare un tempo di “sospensione” molto ragionevole per stare a “folle” (nel senso della marcia non del mio modo di essere) e minimizzare ogni sforzo, ogni impegno, pressione, ansia da prestazione.  Il diritto ad essere stanchi può essere un’occasione splendida per fissare ritmi differenti, una marcia nuova, includere aspirazioni, ispirazioni, idee.


E’ passato più di metà anno e comincio a sentirne tutto il suo peso. O tutto il suo vuoto, che pare altrettanto insostenibile.

Forse nulla di tutto questo vale. Forse è solo che sono quattro giorni che non bevo caffè. Riprenderò a farlo soltanto  dopodomani. Non bisognerebbe mai abbandonarsi a riflessioni eccessivamente impegnative senza aver bevuto del caffè. E’ troppo rischioso. Due settimane prima delle ferie passano presto.  Sono i due giorni prima del caffè a sembrarmi eterni.

 

venerdì 9 luglio 2021

La forma, le formine e altri innocui inganni

 Ho comprato delle formine per fare i ghiaccioli. Una ha la forma di cactus, una di fetta di anguria e una di ananas. I miei gelatini saranno preparati con le polverine strane che faccio venire da paesi lontani e che mi illudo possano darmi carica ed energia per fare tutto quello che voglio. Certe sperimentazioni mi piacciono da sempre: l’alimentazione è un territorio affascinante che periodicamente  mi rapisce lasciandosi declinare nelle sue innumerevoli  interpretazioni: espressione e sintesi massima di creatività, salute, piacere, energia, cura, cultura, liturgia, sensualità, propensione agli altri. O semplice attitudine verso se stessi. Credo che sia questo il vero significato dell’essere ciò che si mangia.

Sono stata vegetariana per tantissimi anni. Poi un giorno, complice una cronica carenza di ferro, ho deciso di reintrodurre il pesce e temo che mi sarebbe ormai impossibile rinunciarvi di nuovo.  Per la verità in questo ultimo anno sono cambiate tantissime altre cose nelle mie abitudini e, alla prova dei fatti, devo compiacermi della forte correlazione tra il mio nuovo modo di nutrirmi e la resa in termini di prestazione sportiva. E’ stato faticoso ma molto divertente e persino interessante, malgrado il fatto che neppure questa  mia svolta salutista mi abbia impedito, in questo ultimo periodo, di sentirmi piuttosto stanca e completamente scarica. 


Credo di avere un’estrema necessità di mare. Di aria di mare. Di vista mare. Di passeggiate al mare. Per fortuna domani ho uno dei miei magici appuntamenti dalle fatine del benessere per unmassaggio agli oli essenziali di non so cosa e sale dell’Himalaya  (perché guai a essere il volgare sale di Margherita di Savoia). Pregusto già la mia condizione di quando sarò appena uscita da quel piccolo microcosmo in zona Corvetto fatto di musica da meditazione, aromi fruttati, voci soavi di fanciulle gentili e sempre di buon umore.  Quando finisco e ritorno nel mondo grigio che mi separa dalla metro mi pare che tutto il contesto sia meno ostile. Certe cose dovrebbe passarle il servizio sanitario.


Il mio giovane (giovanissimo) corteggiatore di Instagram continua a scrivermi e a dirmi cose carine (sono così sicura che mi cerchi soltanto su quella piattaforma che neppure mi preoccupo che possa leggere quello che scrivo altrove…e la cosa in fondo mi fa sentire molto al sicuro) e a me questo diverte molto, soprattutto perché non capisco cosa possa attrarlo di quelle mie foto così poco seduttive. Beh, bontà sua. Quando si sarà stancato di corteggiare un agglomerato sconosciuto di pixel, che per giunta non mostra nulla di interessante per un contenitore traboccante di ormoni, lo capirò senza stupirmi troppo.  In fondo sono belle pure le cose dichiaratamente finte e vissute senza aspettative illusorie o pretese velleitarie . Mi fanno ricordare di quella volta che sentii alla radio il caso di una vedova sconsolata, convinta per tutta la sua vita da sposata  di aver avuto accanto un uomo innamorato e fedele per poi scoprire, scovando per caso una scatola in soffitta, che lui aveva tenuto per anni un archivio puntualissimo di tutte le sue numerosissime amanti con relativo corredo di foto inequivocabiliassieme a loro. Fu un colpo durissimo per lei, che ormai non aveva neppure la possibilità dell’onore della vendetta. Una vita intera passata nell’equivoco e nell’autoinganno. Non riesco ad immaginare nulla di più triste.


Stasera mi cimenterò nella preparazione dei miei ghiaccioli “finti” a base di integratori e polverine magiche per stare in forze. Mi piace credere che siano gelati e mi piace altrettanto pensare che mi facciano bene. Il cervello ha sempre questa insana pretesa che debba rivelarsi realizzabile tutto quello che si desidera come possibile. Come se immaginare e concretizzare rientrassero in una sorta meccanismo sequenziale perfettamente funzionante. La verità è che  questo capita solo qualche volta, e allora siamo dei fortunati che non sapranno mai abbastanza di esserlo.  Molto più spesso l’immaginazione è destinata a rimanere tale, senza contemplare alcuna realizzazione se non il materializzarsi di un pallido riscontro. Quando succede sarebbe buona regola non farci troppo caso

 

martedì 6 luglio 2021

Ciò che rende “caro” un diario. Nel suo costo il suo valore

 Potrei stare ore a cercare le parole più adatte per esprimere le emozioni di un pomeriggio come quello dell’altro ieri. Che poi in realtà si è trattato di un’ora e diciassette minuti: questo è stato il tempo del bellissimo monologo che Moretti ci ha dedicato nella sala di quel piccolo ed eroico cinemino di quartiere che è il Beltrade. Io ero in seconda fila, ma la prima era libera e quindi non c’era nessuno ad ostacolare la mia visuale perfetta,. Stavo esattamente di fronte a lui. 

Da sempre io penso che la capacità di raccontare sia la prima vera ragione del mio innamorarmi delle persone. Se per tutto il tempoche ti sto a sentire la mia soglia di attenzione si mantiene costante vuol dire che hai vinto. Potresti fare di me polpette. Ma io di Moretti sono pazza da sempre: è un trasporto che va oltre la poetica stessa dei suoi film, credo che riguardi il suo modosurreale e “vivacemente” apocalittico di intendere il mondo, la sua condotta, l’ironia spigolosa,  il metodo di lavoro stesso, le cose che lo ispirano, quell’universo in pillole che mi pare di ritrovare nei suoi non tanti film nei quali io finisco per trovare sempre tutto quello che mi serve. Moretti è qualcosa che mi sta dentro, annidato in mille forme, a cercare di suggerirmi il modo di vedere le cose e me stessa in mezzo a loro. Ma non vorrei esagerare nel tentare di descrivere l’esperienza mai provata di assistere ad un suo monologo così “ravvicinato”. Che tanto neppure ci riuscirei.


Intanto io pregusto le mie vacanze ancora lontane godendomi il silenzio di un condominio un po’ più vuoto del solito: via i  latinoscaciaroni e pure le coppie urlanti che in questo periodo per fortuna vanno per un po’ ad odiarsi altrove. Ne è rimasta soltanto una che litiga da dodici anni sempre per le stesse ragioni. Un giorno busserò  alla loro porta provando a capire se hanno anche altri motivi per cui detestarsi tanto o se sono proprio appassionati di questioni che non hanno alcuna intenzione di risolvere . Anche la città si sta svuotando a poco a poco, mentre l’ufficio si conferma da tempo l’isola più felice del mio approdo diurno nella terra degliobblighi.  Il panificio di via Mecenate è ancora uno dei fattori principali del lieto inizio delle mie giornate: il profumo  di pane  appena sfornato  nel momento esatto in cui passo io, sono la prova certa  di come si possa vivere anche di soli incipit.


In questi giorni leggo con più costanza uno dei pochissimi blog ancora in vita tra quelli che mi hanno appassionato fin dal loro esordio. In realtà i contenuti sono di quelli che non mi riguardano affatto, trattandosi di un diario della vita familiare della sua autrice, una scrittrice e conduttrice radiofonica molto simpatica, che ha tre figli e un marito che fa il professore universitario (marxista) a Londra.  Lei si barcamena tra lavori belli, figli che crescono, una relazione matrimoniale a distanza e cose buffe che le accadono.  E’ ironica e divertente, mi  piace molto il modo in cui racconta i fatti suoi.  C’è della verità nel suo modo scanzonato di descrivere le cose divertenti  o faticose della sua routinequotidiana. Ora è in vacanza in Francia, sta per scrivere un nuovo libro, ha iscritto i tre figli a delle scuole estive di lingua e di musica (ah, la buona e sana borghesia milanese…i mei mai hanno pensato per me cose del genere) e fa yoga tutti i giorni e in qualsiasi luogo si trovi. Eppure io non la invidio affatto. Mai baratterei la mia vita, incasinata altrettanto, eppure svincolata da obblighi e preoccupazioni legate alla responsabilità di qualcuno che dipenda da me e dalle  mie scelte educative.  Non credo si tratti di egoismo. Semplicemente non mi interessa farlo. Direi di aver capito, finalmente, che la scoperta della propria identità passi pure per questa cosa qui: trovare sensata e divertente la vita altruipur non trovandovi alcuna ragione di emulazione. Mi pare una conquista per nulla da poco.


A me continuano ad appassionare le mie albe solitarie, i miei silenzi del mattino, la radio da accendere come primissimo gesto  appena apro gli occhi. Amo la mia meditazione, i miei esercizi di preparazione, l’allenamento e pure tutti quei piccoli riti di pochi secondi che accompagnano la mia “twilight zone”, priva di rumori di fondo e una luce ancora discreta che pare contenere ancora tutte le possibilità. Amo non condividere i miei problemi con nessuno mentre continuo ad augurarmi, in modo persino un po’ ottuso, che un giorno mi resteranno da bipartire con qualcuno  tutte le gioie rimaste. Amo le mie utopie, le mancanze, le attese indeterminate che vorrebbero finalmente convergere nel punto esatto della definizione di un progetto. 


Della gestazione di Caro Diario, un film che ho visto mille volte, io non sapevo quale immane travaglio, quanta aneddotica buffa  - ma anche disperata – quante difficoltà, tentativi maniacali e pedanti, quante rinunce, riaggiustamenti in corso d’opera sono stati necessari prima di arrivare ad essere quel gioiellino che poi è diventato. Ho riso molto, mi sono commossa, stupita, meravigliata. Poi ho pensato che quel magnifico raccontodell’altro ieri, quella splendida occasione che ho avuto di conoscere tutta la storia “non visibile”, fosse  - di fatto –  proprio la parte migliore di quel bellissimo film. W Nanni!

 

 


Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...