sabato 15 gennaio 2022

Un’età ancora tutta da dimostrare

 L’ha chiamata “età del ristagno”. Mi convince, non l’avevo mai considerata in questi termini. E invece funziona esattamente così. Rivedere con tutta l’attenzione e l’infinito amore che merita l’intera serie di Bojack mi ha fatto tornare a questo concetto espresso da uno dei suoi personaggi. Si arriva all’età del ristagno in un tempo non identico per tutti ma al quale prima o poi si finisce per approdare: per esempio quando si sposa qualcuno che ci ama così come siamo e non ci stimola più a cambiare e progredire, o quando si raggiunge il successo in qualcosa e ci si assesta su quella gloria cavalcando l’onda e vivendo di quella facile rendita, o quando ci rassegniamo ad un percorso esistenziale mediocre ma tutto sommato accettabile. L’età del ristagno arriva un po’ per chiunque e rappresenta per ciascuno di noi il miglior pretesto possibile per autosabotarci, illanguidire nei rimpianti per ciò che non è stato senza attribuirci troppe colpe, perdonarci una resa che in fondo è solo una forma di pigrizia in incognito. In fondo credo che sia un fenomeno piuttosto diffuso, ma considerarlo in questa strana forma legata ad un tempo esatto nella cronologia individuale, come a qualcosa di personalizzabile, fatto di scelte ragionate come se quel momento stesso rappresentasse una meta, mi ha fatto impressione. E così mi sono chiesta in che tipo di età io sia, se quel ristagno sia già stato raggiunto e quanto sia stato determinante il mio contributo in fatto di scelte per arrivarci. Come posso fare a saperlo, io che non ho mai sfiorato l’idea di sposarmi e pretendere che qualcuno mi accettasse così come sono, quanto al contrario di essermi continuamente di ispirazione, che ho volutamente inseguito un lavoro normale nel quale non fosse necessario farmi notare o avanzare nella carriera, io che non potrei perdonarmi neppure un allenamento saltato per quanto sono disciplinata è inamovibile nelle cose che mi interessano profondamente? A che punto della mia età dentro, o verso, il ristagno mi trovo? Se sapessi dell’esistenza di parametri che non conosco e nei quali non rientrare ne sarei davvero felice.

Una volta ho sentito un’attrice di cui non ricordo il nome (è stata Lucia nel vecchio sceneggiato dei promessi sposi) che in un intervista raccontava del bellissimo rapporto che ha con il suo ex marito, tanto che un giorno lei gli chiese “ma tu te lo ricordi perché ci siamo lasciati?” e continuava dicendo che lui le diede una risposta bellissima. Le disse “per evolverci”. Mi pare la più sensata ricetta contro ogni forma di ristagno dell’età. Evolversi allontanandosi soprattutto da ciò che in apparenza ci sembra adeguato, giusto, sano. E invece è solo statico e devitalizzato. E ho pensato a quanto sia difficile riconoscere per tempo questa condizione, più pericolosa persino di quelle dolorose e palesemente da cambiare. Bisogna fare attenzione.

Ieri Pablito è morto. Forse ha avuto un incidente in una delle sue scorribande notturne e così aveva le viscere in poltiglia. Quando ce ne siamo resi conto era troppo tardi. Otto anni e mezzo con noi, prima con me a Milano per due anni e poi con i miei qui in Campania. Da allora mi sono resa conto che non ho fatto altro che abituarmi a pensare che un giorno non sarebbe più stato con noi. Per tutti questi anni ho provato ad esorcizzare il dolore che avrei provato perdendolo. E quando è successo davvero mi sono sorpresa io stessa di quanto in fondo sia stato tutto così normale. Ho pianto moltissimo, ho avuto paura mentre lo portavano dal veterinario, quell’iniezione mi ha devastato. Poi l’ho ripreso in braccio in quella busta rosa e l’ho tenuto stretto così fino al ritorno. Poi ho pranzato e ho smesso di provare dolore. Non saprò mai come giudicare una reazione simile.

A volte la sola cosa che riesco a pensare è che vorrei essere pronta ad affrontare qualunque cosa e che per farlo mi occorra tempo, esercizio, la possibilità di elaborare una qualche “attitudine” che mi eviti il dolore per ciò che non posso evitare nel mio futuro più o meno prossimo. Ma forse l’età del ristagno è proprio così che comincia. Oppure è tutta colpa di questo tempo qui che mi fa sentire ogni cosa sempre piu lontana ed estranea. Mi ci sto abituando solo perché so che durerà ancora a lungo, con questi vaccini che funzionano poco e per poco, con i contagi che aumentano in modo esponenziale e un delirante dibattito collettivo in cui affermare tutto e il contrario di tutto possibilmente urlando pare lo strumento più efficace di questa propaganda di azzeramento del pensiero critico.

Strana età la mia. Tecnicamente potrei essere idonea per una “sana” età del ristagno, fatta di affetti consolidati, obiettivi raggiunti, maturità emotiva, equilibrio “statico” ma in fondo stabile, salute ancora buona. Per fortuna è quasi tutto abbastanza vero. E per identica fortuna è quasi tutto altrettanto abbastanza falso. Ho un’età. Ma non ancora “quell’età”. Ne sono quasi certa.



giovedì 6 gennaio 2022

Il buon fine degli inizi

 Io un’idea me la sono già fatta. E per questo ho deciso di giocare d’anticipo. Quest’anno si preannuncia rognoso quanto il precedente, almeno per l’aspetto riguardante la sorte comune che ci è toccata come se fosse una gigantesca cloaca dalle pareti viscide in cui ci sentiamo tutti inghiottiti allo stesso modo. Viene meno pure l’effetto sorpresa ormai. La rassegnazione mista ad una sempre vigile cautela rimane l’unica ricetta possibile per affrontare la situazione senza perdere completamente il senno. La vera scoperta invece riguarda me: ho deciso di dare voce al mio lato cinico, quello meno educato e più dispettoso e drastico. Ho scoperto quanto sia liberatorio rispondere male a chi mi offende o dimostra di non capire, a chi mi delude e vanifica anni di stima e affetto. Non mi interessa il litigio, la discussione, il confronto continuo ed estenuante. Io fuggo dal conflitto da sempre e non per vigliaccheria, ma perché lo trovo metodologicamente inefficace per la reciproca comprensione. Lo trovo totalmente inutile. Non ho più bisogno del conforto della dialettica per raggiungere un punto di vista comune. Mica è sempre necessario. Io credo che esistano delle verità assodate che trovano il loro senso semplicemente in se stesse, non nel dibattito basato su opinioni, sensibilità o temperamenti differenti. Sono stanca e poi ho scoperto che non mi importa nulla di perdere per strada pure vecchie amicizie e affetti di lungo corso. Non mi importa davvero nulla e questo impressiona pure me. Più che spallucce non mi riesce di far nulla. Sono una brutta persona. La strada per l’amore universale è più lontana di quanto immaginassi.

In questi giorni fa notizia il mancato bonus per la salute mentale. In effetti è abbastanza indicativo sia della sottovalutazione del problema in un tempo assurdo come questo, che per la sua malcelata intenzione nell’assecondare addirittura certe problematiche. Per quanto mi riguarda non saprei in che misura correlare quello che ho deciso di fare con questa pubblica decisione eppure non credo sia del tutto casuale che tra i numerosi corsi on line che mi sono regalata per quest’anno ne abbia incluso anche uno di psicologia. Devo dire che mi si è aperto un mondo e credo che concentrarsi sulle proprie risorse interne, sul proprio controllo mentale, in un momento così anaffettivo e individualista, sia assolutamente necessario, doveroso, vitale. Per tutto il resto ci sono le mie immancabili corse dell’alba, gli esercizi di respirazione, i mega frullati proteici, le pagnotte lievitate. E soprattutto il rientro a casa dal lavoro, quando tutto è ormai quasi finito, tranne la parte migliore del giorno, quella da vivere in tuta, accanto al termosifone, nel silenzio più profondo o in compagnia della seconda stagione di Cobra kai. La continuità di una vita fatta di cose minime, di ricerca attenta di pace e accettazione che si sposa con un atteggiamento tutto nuovo verso gli altri, le loro ragioni e la mia insospettabile indifferenza verso di esse. Sarà  un anno glaciale? Cattivo? Forse. Io devo proteggermi e per ora considero una fortuna tutto quello che ho e quello di cui ho deciso di fare a meno. Se non c’è abbastanza amore preferisco il niente.

Sto per tornare di nuovo a casa. Succede molto più spesso di un tempo. Proprio oggi fanno 12 anni che vivo in questa casa e comincia a farmi un po’ impressione tornare a quel giorno in cui ho scelto il portachiavi e inaugurato io mio primo ingresso come proprietaria di questa piccola casa che è tanto cambiata da allora è in tutti questi anni: quel giorno c’erano solo il letto e il microonde, niente riscaldamento, un ufficio che all’epoca era lontano più di un’ora di viaggio. Una follia. Eppure come mi diverte ricordare, assieme a tutto quello che è successo dopo e che non saprò mai se sia stato abbastanza o in fondo quasi nulla. 

Sono così stanca. Credo sia un buon segno in fondo. Direi un ottimo inizio.


sabato 1 gennaio 2022

Il primo caffè

 Io comincio adesso. In realtà ho salutato l’anno nuovo alle 3 del mattino (ora sono quasi le cinque). Non ho cenato per arrivare al nuovo anno completamente “svuotata” e salutarlo con una colazione ricca e propiziatoria. Sono felice che il 2021 sia finito. Per me è stato decisamente faticoso. L’ho detto più volte. Il 2020, al contrario, nella sua assurda modalità, mi aveva regalato nuovi spazi di “esplorazione” intima, mancanze che confermavano affetti e legami, una prospettiva differente del mio quotidiano che sono stati per me un patrimonio enorme di consapevolezza e creazione di ricordi. Forse è stato diverso l’approccio, i toni, lo spirito di fondo, innestati in una condizione che nel suo perpetuarsi ne ha mostrato tutti i limiti. Di questo anno appena passato mi porto dentro l’amarezza delle incomprensioni, dei toni del dibattito diventati improvvisamente troppo accessi, delle assenze che indeboliscono affetti, entusiasmi, esperienze condivise. Una svalutazione enorme del mio tempo che mi pesa molto. Dell’anno appena passato salvo la buona salute, che spero di continuare a conservare, la costanza nelle attività che considero fondamentali, il cuore senza ferite che ha fatto pace con il suo vuoto senza rimedio, i massaggi dalle mie fatine del benessere, i complimenti di un ragazzo più giovane, le mie cheese cakes. In fondo neppure male. 

Come sempre non faccio pronostici, propositi, elenchi di cose che mi auguro. Che senso ha ingabbiare un tempo che possiamo controllare solo in minima parte? Tutto quello che faccio io ad ogni inizio anno è soltanto onorare la ripartenza, godermi la pagina vuota e le sue innumerevoli ipotesi di declinazione. 

Ho fatto una colazione meravigliosa. Ci stavano dentro tutti i colori e i sapori che potessi immaginare. Ho fatto cinque giorni di rinunce per avere tutto l’appetito necessario a rendere questa esperienza prossima all’estasi. È stato magnifico. Se non avessi avuto così tanta fame non sarebbe stata assolutamente la stessa cosa. Per me questo vuol dire cominciare davvero. Sentire in modo chiaro ciò di cui si ha bisogno e vivere al meglio il momento in cui lo si trova. 

Mi manca solo un buon caffè.

La radio ha appena letto l’oroscopo e il leone lo mette all’ultimo posto. Ecco, benissimo. A proposito di ripartenza…non importa, se pure fosse vero, io non pretendo niente e non sto facendo nessuna gara con altri poveri cristi che sfidano a modo loro il quotidiano affare dell’esistenza. Io, a parte riuscire a non dare fastidio a nessuno,  non chiedo null’altro alla buona sorte. Voglio metterci, e rimetterci, tutto io.

Ho dormito troppo poco. Come da tradizione in fondo. Vorrei che non esistessero mai delle ragioni per avere sonno. Ecco. Questo, se proprio volessi averne uno,  potrebbe essere proprio un ottimo augurio.

Metto la moka.

Buon anno!


sabato 25 dicembre 2021

Se non ci fossi tu che non ci sei

 Caro Babbo Natale,

Ti scrivo perché da quando ti conosco non mi sono mai posta davvero il problema della tua esistenza. Non credo neppure in Dio eppure anche lui conserva una tale e costante incidenza nella mia vita che trovo paradossalmente piuttosto irrazionale fare la scettica con te che pure hai dato motivazioni e speranze ad una bambina che ha cominciato piuttosto male. Mi ha fatto bene pensarti allora, continua a consolarmi farlo adesso, a una età che pare non avere più pretese e in cui mi sento in diritto di lasciar correre, prendere quel che c’è senza pensare cosa altro potrebbe esserci di meglio, come potrei cambiare il modo di fare o guardare le cose che mi stanno intorno. Ti confesso di essere un po’ stanca. Di quella stanchezza che non ha vere ragioni, che non merita premi di produzione, che sente la fatica non tanto di ciò che è stato fatto quanto di quello che non si ha più voglia di ottenere. 

Sono anni strani questi dopo i quaranta e non mi riferisco solo agli ultimi due sui quale  nessuno avrebbe potuto muovere neppure le più vaghe ipotesi di previsione. Anzi, in fondo per noi persone tendenzialmente introverse, è stata una occasione irripetibile di esprimersi al loro meglio. Ricordo i primi tempi del lockdown più come una irripetibile avventura che come una privazione della mia libertà di movimento. Quello che è accaduto dopo, molto più amaramente ha rappresentato una lenta e inesorabile degenerazione in cui il conflitto, il vaneggiamento, il logorante perpetuarsi di una situazione da cui non si riesce a venir fuori è stato invece molto snervante. Ci sono persone a cui non voglio più bene, forme di rancore di cui non mi credevo capace, affetti che ho smesso di provare all’improvviso e senza appello. Scoprilo non mi ha fatto piacere. Ma vabbè. In realtà mi rammarico molto di più aver azzerato anche la sola ipotesi di poter conoscere il mio qualcuno del cuore. Ma poi mi ricordo che è così che continuo a prendermi in giro. Io non voglio conoscere nessuno. Non ne ho proprio voglia. Non funziona così, con l’esercizio della volontà. Lo so da sempre, fa parte di me. Al contrario, forse sono stata fortunata a restarmene lontana da chi mi sarebbe rimasto nel cuore senza poterci stare davvero. Evviva gli amori mai nati, se poi non sarebbero sopravvissuti.

Caro Babbo Natale, non vorrei annoiarti col mio modo un po’ fumoso di raccontarti a cosa penso quando arriva questo momento dell’anno in cui tu ti dai da fare ad inculcarci quel mood spirituale da occhi incantati davanti alle lucine intermittenti e plaid a quadroni. Io invece in questo momento sto rivedendo tutte le puntate di Bo Jack, una delle poche cose che mi hanno veramente cambiato la prospettiva in questi anni. Non scherzo. Eppure a vedermi mica penseresti che stia messa così. Manco l’ho trascorso da sola questo Natale e ho cucinato cose che giusto una moglie devota degli anni ‘50…tutto regolare, pulito, in ordine. Normalissimo. Lo capirei se ad un certo punto ti chiedessi da  quale punto in poi ho smesso di credere in te. Credo da quando ho imparato che la maggior parte dei miei desideri di sempre erano fasulli. Puoi immaginare quanto sia più frustrante ricevere un brutto regalo che non averne per niente? Hai idea dell’ingombro, la confusione, il non sapere  che farsene? Un giorno ho deciso di fare spazio e mi è rimasto il giusto. Assieme ad un sacco di posto tutto nuovo che non ho alcuna intenzione di riempire. Tutto lavoro in meno per te.

Caro Babbo Natale. Non so quanto ti sia di sollievo il fatto che esistano anche persone che ti scrivono dicendoti che non gli servi, che non hai nulla da portare loro pur restando una figura fondamentale per ridisegnare dei nuovi orizzonti personali. Vorrei che avessi il potere di portarmi delle occasioni da riconoscere, del tempo da non sprecare ancora, un primo pensiero fisso del mattino da gemellare con l’ultimo della sera, la capacità di perdonare e perdonarmi, e come sempre qualcuno che non mi renda così lieve la solitudine.

Caro Babbo Natale, la lettera di una quarantacinquenne che si barcamena tra Bo Jack e Zerocalcare non impiegherai molto a classificarla. Non ti chiederò mai con quale etichetta. Mi basta sapere che ti sia preso del tempo anche solo per prenderla in considerazione.

Grazie caro Babbo Natale. Se non ci fossi tu…



domenica 19 dicembre 2021

Ritrovarsi in una ricerca (di mercato)

 La verità è che mi diverte sempre molto. Me lo dice sempre e io mi chiedo ogni volta quali siano le ragioni reali per cui continui a conservare questa opinione di me.  Dice che non posso mancare perché i commenti e le considerazioni che fornisco sono per “loro” un apporto qualitativamente significativo. La cosa è questa: qui a Milano (credo si facciano solo qui è un po’ forse a Roma) ci sono dei repertori che contattano persone a cui chiedere pareri sulle potenzialità di un prodotto che sta per essere lanciato. Di solito si tratta di interviste della durata di due o tre ore durante le quali un esperto (di solito uno psicologo) fa delle domande anche molto strane da cui dovrebbero emergere punti di forza, debolezza, idee per uno slogan vincente, un packaging azzeccato, un concetto pubblicitario rappresentativo del pubblico verso cui si orienta…cose così.

Da anni ormai partecipo a queste cose che mi divertono da matti e che trovo interessantissime. E per questa cosa deliziosa che non mi pesa mai mi regalano pure un sacco di buoni Amazon che giro al papà con grande sua gioia. Questa settimana ne ho fatte tutti i giorni e in una occasione una psicologa mi ha detto che avrebbe rubato una mia espressione per proporre uno slogan spacciandolo per suo. Ho trovato la cosa molto lusinghiera, tanto più se penso che non ho dovuto far nulla per meritare il valore che mi è stato attribuito: non ho dovuto prepararmi o addestrarmi, mi sono limitata ad esprimere un parere sulla scorta di quello che  mi suscitavano gli stimoli della professionista e così ho inventato al momento espressioni, reazioni, evidenziato punti di forza e di debolezza…cose così. Comodo essere spendibili sul mercato limitandosi ad essere semplicemente se stessi. Per trovare lavoro ho dovuto studiare per secoli, dimostrare di averlo fatto con un concorso da vincere, continuare a studiare per dimostrare essere costantemente in grado di farlo. Per migliorare la mia condizione fisica mi sono allenata con costanza, anche quando non mi andava, ho modificato la mia alimentazione, fatto cambiamenti e tentativi continui senza mai cedere. Per il resto mi ritengo una persona irrimediabilmente sgangherata, inquieta, irrisolta, senza talenti naturali o accesa dai sacri fuochi dell’ambizione. Sono una persona che non cercherei se non mi portassi dietro ovunque e spesso controvoglia. Nulla ho raggiunto senza un percorso o una preparazione. Tranne questa cosa qui, che mi chiamano per sapere come la penso su una certa cosa perché il mio parere ha valore, prima per loro e poi anche per me. E tutte le volte penso che il mercato sia una fantastica trappola proprio per questo: mi fa credere di essere importante per il solo fatto che sapere come la penso io ha un valore moltiplicativo sui suoi profitti. E a me in fondo sta bene così: vedere in anticipo il lancio di un prodotto nuovo, individuarne punti di forza e di debolezza, addirittura indicarne il prezzo giusto al di sopra (o al di sotto) del quale non lo comprerei…mi fa sentire depositaria di un certo potere “gratuito” che a volte apprezzo più di quello “meritato” perché mi pare un regalo simile all’amore: immotivato.

Non saprei dire di preciso come mai quella mia reperitrice si ritrovi questa valutazione di me tra le mani, probabilmente perché più che come sei conta come hai fatto a diventare quello che sei e allora ha valore pure quello che hai fatto con fatica e allenamento. E a quel punto non è proprio vera la cosa che sei spendibile pur senza aver fatto nulla per esserlo. Lo hai fatto altrove e poi si vede anche lì. Però buono. Mi piace l’eterogenesi dei fini con ricadute positive anche fuori dal tuo campo di applicazione. Potrei persino abituarmici. Meglio di no. Potrei rischiare l’amara sorpresa che, proprio in quel momento, nessuno avrebbe più alcun interesse a sapere come la penso. Chissà…

mercoledì 8 dicembre 2021

Puoi farli anche tu (?)

 “Puoi farli anche tu”. Questo c’era scritto, quando vi leggevo da piccola, nella parte laterale del pacco famiglia. Trovavi tutta la ricetta e pure il procedimento per fare le Macine in casa, piuttosto che comprarle e godere immediatamente di un biscotto per il quale il mio stomaco avrebbe avuto capienza illimitata. Mi chiedevo sempre che senso avesse fornire la ricetta in modo che poi si rischiava che i clienti avrebbero evitato di comprarli confezionati. Semplice: quella era la prova che non era possibile riprodurre autonomamente la sublime perfezione di quel prodotto. Non soltanto perché l’industria si avvale di tecnologie di produzione e di tipologie di ingredienti diversi. No. C’era qualcosa di profondamente diverso nell’esperienza stessa di aprire quel bustone meraviglioso che da piccola mi pareva gigantesco con i biscotti a disposizione per l’eternità, metterci il naso per sentire quell’esplosione di aroma di panna, burro, vaniglia…prima di pescare a piene mani in quei mille biscotti dalla forma impeccabile. È da quel tempo lì che mi è chiaro l’inganno dell’espressione “puoi farlo anche tu”. Non è vera, o meglio lo è se non pretendi di ottenere esattamente lo stesso risultato.

Vedi, amore mio, è da allora che penso a te come  a quell’ingrediente necessario non a fare la differenza ma, al contrario, a rendere possibile la mia idea già collaudata, proprio come una ricetta che funziona, di coppia. La “Macina”  che posso davvero riuscire a riprodurre esattamente anche io. Proprio come la voglio io. Ed è per questo che non ti cerco più pur in questa mia attesa un po’ ingenua: l’ho fatto inutilmente fino ad ora, ma so per certo che esisti, che anche tu hai la tua ricetta perfetta con l ‘ingrediente mancante e che fino ad allora ti consolerai con quello che si trova e che in fondo arriva pure a saziarti. Ti prego non accontentarti. Resistiamo a questo finto appetito. No, scherzo. Fa’ come credi. A ciascuno il suo percorso.

Le lucine dell’albero sono incantevoli. A Milano il mio addobbo domestico è tutto concentrato sul forno a microonde e invece qui dai miei è faccenda vissuta molto seriamente. È così da sempre e io non capisco perché su di me questa strana fascinazione non abbia attecchito. In realtà sono tante le cose che non sono riusciti a trasmettermi e altrettante quelle da cui ho preso distanze siderali,  come se poi fosse normale che se una cresce all’ombra di certe convinzioni poi necessariamente debba portarsele dentro come degli ingredienti necessari. A proposito di ricette e di prodotti fatti in casa. Mah, sarà tutta una questione di dosi consigliate o il metodo di cottura, sarà la materia prima…chi lo sa che cosa porta davvero alla riuscita o meno di qualcosa, nel modo in cui l’abbiamo pensata noi, partendo da una condizione iniziale predefinita e calcolata al millesimo. Forse niente di tutto questo. Forse più di tutto conta quel magico scarto temporale tra il profumo prima dell’assaggio e la conferma o meno del sapore che si era immaginato. Quanto può durare quello scarto? E cosa c’è davvero in quell’intervallo fatto di sensazioni e di attese? Che importa che possa esserci di meglio se per me il meglio rimane incastrato già tutto lì dentro?

“Puoi farli anche tu”. No, se avessi potuto credo che non avrei più smesso. Ma ne conosco le sensazioni e il sapore. Così bene che non li posso scordare. E per ora, in fondo, mi pare già abbastanza.


venerdì 3 dicembre 2021

A proposito, la lista è da evitare

Ferie. Dopo un viaggio rocambolesco sono di nuovo qui a casa, tra i consueti e familiari profumi di una cucina ricca, gli addobbi e i lavori ancora in corso per le luminarie “competitive” che decoreranno tutta la facciata esterna di casa. Quando sono qui penso poco a Milano. Credo che in fondo sia piuttosto normale. Ho fatto una corsa e passato tutta la mattina alle terme, al rientro ho mangiato la frittata di cipolle più buona del mondo e preparato il dolce per la coazione di domani. Il tempo è stato inclemente ma non fa troppo freddo. Va bene così.

È da un po’ di giorni che tento di elaborare una collezione di piccoli dolori che mi porto dietro da Milano e che, per una volta, non dipendono da miei errori di condotta o pretese non confortate da meriti. Semplicemente si tratta una condizione di fatto che devo soltanto accettare e razionalizzare. Se ci riuscirò la questione sarà chiusa, se non proprio risolta. Devo dire che tenere in braccio un micio può essere di molto conforto: ad un certo punto mi è sembrato che mi chiedesse “ti prego accetta almeno un invito ad uscire da parte di chi ti sembra anche semplicemente una persona educata”. Prometto che mi impegnerò in tal senso con tutte le mie forze. Appena torno a Milano includerò anche questo impegno solenne con me stessa.

Vorrei trovare il tempo di fare un  giro bello lungo a Napoli. Qualche volta, tornando alla me folle di una marea di anni fa mi torna in mente cosa ho detto e fatto per amore proprio in quella città. E mi viene da ridere, più spesso mi vergogno così tanto che se dovessi davvero raccontarlo poi io stessa penserei “ma veramente?!”. Però che slanci! Quando mi ricapiterà di tornare ad essere così appassionata e vitale? In effetti spero proprio mai. 

Non ho mai fatto una lista di buoni propositi per il nuovo anno, non credo che abbia davvero molto senso: un anno è lungo e pieno di imprevisti e blindare i desideri può essere limitante. Però io lo so cosa voglio più di tutto e quella cosa lì non rientra mica in una lista. È una roba unica che contiene in sè una serie di altre condizioni che vorrei che convergessero come un  mucchietto di chiodini attorno ad un magnete. E così ho pensato di fare qualcosa di diverso: una lista di tutte le cose da evitare per non allontanarmi dal mio proposito unico. Ci provo:

- Smettere di consacrarmi in modo acritico all’eccessivo starmene per conto mio

Ho già finito. Pare poco e invece per me significa cambiare un sacco di cose: vuol dire smettere di fantasticare troppo, decidere di dedicarmi a cose nuove, uscire anche con persone appena conosciute,  essere più inclusiva, avere davvero voglia di innamorarmi

A me pare così complicato che ho quasi paura che cominci un nuovo anno in cui dover mettere in pratica questa cosa titanica. Intanto provo a godermi come posso quest’ultimo mese un po’ così, in mezzo a ricordi napoletani pazzi, terme depurative, piccoli dispiaceri irrisolvibili e capitoli ormai vecchi da concludere rapidamente. Avere tanti buoni propositi è in fondo abbastanza facile, perché poi ci si dimentica di loro e restano presto arenati nel flusso di giorni forieri di nuove priorità. Averne uno solo vuol dire fissare un impegno che non può avvalersi di troppe scuse. Ma chi me lo ha fatto fare?








lunedì 29 novembre 2021

Capire. Senza pensarci

 Credo che capiti a tutti, prima o poi, di avere la sensazione che tutto appaia nella prospettiva adatta da avere una spiegazione più convincente delle centinaia di volte in cui tutto sembrava vano e insensato. E’ un po’ come se durante il tempo vissuto fino a quel famoso momento noi ci fossimo mossi a caso o per tentativi maldestri soltanto per riuscire a trovare quella giusta angolazione, il punto di vista perfetto per far tornare almeno parte dei conti con noi stessi. Probabilmente è solo ciò che mi piace pensare in questa parte della mia vita, annidata in uno scorcio di tempo profondamente anomalo e diverso da tutto quello a cui ero abituata, barcamenandomi tra una quotidianità che amo e in fondo mi gratifica e l’oceano di banalità a cui assisto continuamente nella contrapposizione tra pro vax e no vax e temi annessi. Io trovo tutti equamente colpevoli nelle modalità con cui affrontano le discussioni, con cui si violenta il concetto stesso di approccio scientifico, l’inquadramento della questione, che è anche – inevitabilmente – politica e sociale…nessuno capisce davvero l’altro e nessuno lo ascolta davvero. Una babele inutile e dannosa che rappresenta il mio unico rammarico di questi tempi. Direi che in fondo mi va pure di lusso.

Ieri ho visto due film al cinema. Uno più bello dell’altro ed entrambi illuminanti quando si vuole fare i conti con la propria storia senza mettere troppi filtri. Si può sempre ripartire se di tutto il male che ci sentiamo addosso, o intorno, lo usiamo così creativamente da trasformarlo nella nostra risorsa principale. Questo ho capito ieri. E così ho pensato a cosa fare di tutto questo mio sentirmi sempre così storta e inadeguata per chiunque e in qualunque caso. Forse non troppo, eppure mi basta per sentirmi in pace tutte le volte che penserò che non vorrei mai fare a meno delle mie albe, delle mie sessioni di allenamento antelucane e della mia insonnia, perché tutto quello che ho imparato ad accettare e ad aggiustare di me l’ho fatto in quelle stranissime ore lì. Ho capito che la solitudine è una pesantissima e dolorosissima esperienza che ad un certo punto compie la strana magia di trasformarsi in una condizione preziosa e unica a cui difficilmente rinuncerei adesso. Ho capito che nessuna coppia, tra quelle fino ad ora conosciute, è come sogno io che dovrebbe essere una coppia, eppure per loro è ok, quindi è giusto e fa parte della natura delle cose che io non sia espressione di quella realtà.  E poi ho capito che sarei stata una buona mamma di bambini che non sarei stata capace di amare, come moltissime donne che conosco diventate madri senza la reale volontà di esserlo. Per quanto mi riguarda, non si cancella un vissuto che non posso cambiare e che mi ha segnato senza darmi scelta. Ho pure capito che mi piace essere innamorata e che amare invece diventa, alla fine, quasi sempre un noioso “accollo” : i grandi amori, ai miei occhi, sono soltanto quelli implosi sotto il peso della loro stessa grandezza per poi adattarsi alla pacata tranquillità di legami altri che di quell’antico struggimento conservano solo un malinconico ricordo. Sono felice di non avere un marito, meno di non avere un innamorato da ricambiare. Ma mi reputo salva lo stesso. Ho capito l’importanza di liberarsi, anche in modo drastico e netto, di persone che ci tolgono luce, che non sono interessanti. Un bagaglio inutile a cui ci si adatta troppo spesso solo per educazione. E poi ho capito che sono un’ottima cuoca, ancor più brava da quando ho imparato a godere del cibo senza timori, neppure quelli di una bilancia, che mai è stata così generosa com me come in questi ultimi anni folli. E poi ho pure capito che sono più bella oggi di vent’anni fa. Ma tanto.


Tra qualche giorno andrò a casa per un po’. Spero di fare un giro per i vicoli di Napoli senza troppi problemi e pure di andare a vedere il mare e immaginare di poter scegliere con più libertà quanto tempo restare lì e quanto a Milano. E poi mettermi in ascolto. E provare a capire qualcos’altro. Così, come se non lo volessi davvero.

lunedì 22 novembre 2021

A passeggio. Est, dintorni, sotto. E dentro

 È andato tutto bene. Sono tornata solo da qualche ora in una Milano umidiccia e grigia, molto più di Budapest dove le giornate sono state luminose e clementi anche nella temperatura. Sono felice. Non mi concedevo un piccolo viaggio da troppo tempo e ormai non ne potevo più delle solite chiacchiere sterili sul green pass, la pandemia, i contagi e tutte le legittime preoccupazioni di un tempo che ha il fiato troppo corto per riuscire a parlare d’altro. Eppure credo sia altrettanto legittimo chiedersi quanto conti davvero pensare solo ed esclusivamente alla salute per trovare che sia sufficiente questo perché valga davvero la pena di vivere. Budapest è una bella città in cui non ho avvertito la stessa ossessione pandemica e in cui le suggestioni visive e gli spunti  sono stati sufficienti per valorizzare i giorni che ho impiegato a cercare di scoprirla per costruire un’esperienza da portare a casa. 

Di quest’ultimo scorcio d’anno mi porto dentro anche altre cose magnifiche: l’ultima prova d’autore di un immenso Zerocalcare, un po’ di film belli, mancanze che ho trasformato in ricordi sani come desideri che si credono realizzati soltanto perché hanno smesso di essere delle smanie. Considero conquiste pure queste, mica solo le mail di quello che crede di sentirsi in diritto di scrivermi cose equivoche solo perché non lo mando al diavolo e manco capisce che se ho imparato ad amare la solitudine è proprio perché ho passato i miei anni migliori ad evitare con malinconica rassegnazione i tipi come lui. Mica perché non li ho trovati…ma quando mi libererò di “campioni” simili?

A Budapest ci sono un sacco di musei, ma non c’è stata partita con l’ospedale sotterraneo antiatomico: una simulazione esatta di quello che accadeva lì sotto, con tanto di manichini, sangue, stazioni radio, dispense, aerei militari durante i tempi delle sperimentazioni atomiche è rimasto segretissimo fino all’inizio degli anni 2000…pazzesco. Mi muovevo tra quei corridoi e i manichini provando a capire quale dei due regimi che si sono avvicendati abbia fatto più danni in quel lembo di territorio così limitato eppure così  nevralgico sul piano strategico.

Ho camminato molto, fatto la classica crocierina sul Danubio, mangiato abbastanza bene, dormito, come sempre, molto poco. Rientrare a Milano mi è dispiaciuto. In tv c’è la Benedetta che per la trecentomillesima replica soffrigge l’aglio con gli spinaci a cui aggiunge ricotta e uova: una cosa che faccio da tutta la vita senza dirlo a nessuno perché di più imbarazzante per banalità c’è solo la zuppa di latte. Poi per carità, le voglio bene lo stesso eh…

Anche il 2021 si prepara ad essere dignitosamente dimenticabile, proprio come i suoi ultimi fratelli immediatamente precedenti. Detta così pare una cosa brutta e pure un po’ ingrata. E invece no. Il mio bilancio rimane positivo nelle non negatività che mi ha riservato questo tempo assurdo e carico di incertezze. C’è una pace che richiede un tempo non negoziabile e che è fatta di solitudine, rinuncia, poca ambizione, osservazione e scarpe comode. Più passa il tempo e più sono riconoscente di una vita così agevolmente controllabile e non accompagnata male. 

In questi giorni non ho cucinato, mi sono coccolata e ho assecondato ogni mia voglia dettata dal momento. Neppure mi sono chiesta se lo meritassi davvero. L’ho fatto e basta. Mi ci sono abituata? Per fortuna no, ma è stato bello scoprire che sono brava a farmi la corte meglio di chiunque altro fino ad ora incontrato nella vita. Budapest è una bella città che sa meritare il grande senso di pace che solo un fiume maestoso e placido come il Danubio è in grado di regalarle. È corteggiamento pure questo. Ce lo meritiamo.


venerdì 12 novembre 2021

A bordo del mio diario

 Giorni faticosi questi. Però belli: era un sacco di tempo che non avevo giornate così piene al punto da non farmi mai avvertire quel disarmante senso di noia o di indolenza inconcludente. Ho adottato il metodo del diario: annotare minuziosamente tutte le attività imprescindibili programmandole per orario ed obiettivi. Una roba che manco i militari. Però funziona. E’ bello monitorare ogni cosa, riuscire ad avere il controllo almeno di quello che ci interessa profondamente e che non vogliamo disperdere nell’indulgenza del “vabbè dai, sarà per un’altra volta”, “lo faccio domani, non ne ho voglia adesso” “non mi va più. Non ce la faccio. Sono troppo stanca” e tutta quella pletora di scuse validissime per allontanarci dagli obiettivi che riteniamo importanti ma penosi. E’ importante riconoscersi il merito di essere stati diligenti, è una cosa appagante indipendentemente dal risultato conseguito. Detto questo, la sera mi ritrovo ad essere sempre più stanca: ieri ho persino scordato di avere una lezione on line che in altri tempi mai avrei potuto saltare. Per fortuna ci sono le repliche altrimenti starei qui a morire tra un insopprimibile senso di colpa e la sensazione indelebile di fallimento esistenziale. Rientrare a casa e chiudere la porta a giornate come queste è il momento più felice e liberatorio di sempre e così pure tutti ipiccoli rituali applicati subito prima di abbandonarmi sul divano rappresentano momenti di gioia purissima: La bella luce del mio grande specchio in bagno riflette ogni volta un viso stanchissimo (ma che ha ripreso a truccarsi bene, rossetto compreso) che si impone un bel sorriso prima di togliere ogni traccia di eye liner e mascara per riproporre un viso al contempo più bambino eppure più segnato dal tempo. Poi ci sono le prelibatezze del frigo: tutto già pronto e solo da scaldare. Una tuta molto comoda, la copertina termica e il cuscino con i noccioli di ciliegia riscaldato per dare sollievo alla cervicale. Ecco, tutto questo è il mio premio per giornate intense come queste ma nelle quali, per una volta, non sono più le emozioni a dettare le regole ma un bisogno più concreto di lucidità e voglia di fare. Sì, credo che la vera grande novità di tutto questo periodo che forse si spinge ad abbracciare l’intero anno e oltre sia stata questa: il bisogno di innamorarmi (o di credere di sentirmi tale) non ha più la priorità di prima. Non credo ci sia una risposta univoca a questo strano cambiamento di approccio e di sguardo: forse il frequentare molto poco e solo persone con cui non ci sarebbero mai derive amorose, forsesemplicemente gli anni che passano hanno alterato la carica ormonale. Oppure, ancora, la scoperta di un lato di me che avevo trascurato. In fondo cosa vuol dire, veramente, cercare l’amore ma poi non desiderare un matrimonio, dei figli, una vita sessuale regolare, o accettare l’idea di sopportare le reciproche debolezze e imperfezioni quando la passione cede il passo alla routine? In questi giorni mi viene solo da pensare che in realtà non ho mai desiderato altro che imparare a stare proprio come sto adesso. Che mi importa dello struggimento quando posso vivere una vita tranquilla? In fondo la sola cosa che non mi ha deluso mai è stata l’innamoramento platonico fine a se stesso, quel vagheggiamento infantile infarcito quasi del tutto di immaginazione e la garanzia di un tempo ridotto tra tutto questo e il disinteresse completo per chi inevitabilmente si sarebbe rivelato essere tutt’altro.

Sono giorni faticosi e belli questi, nati dentro un anno meno assurdo di altri eppure a suo modo più memorabile, senza un volto su cui inventare baci belli e impossibili, o sogni proibiti accanto a strategie di conquista mai attuate e neppure quell’ oscuro senso di abbandono figlio di una solitudine scioccamente temuta.

Bella la storia del diario delle cose da fare per ottenere ciò che si vuole. Come se fosse davvero la prima volta che tengo un diario su cui dare conto dei fatti miei, io che mi segno tutto da sempre. Eppure mi pare di avere come l’impressione che nulla sia più come prima. Tutto si è trasformato in me così, all’improvviso, senza una progressione graduale. E mi piace, mi sta bene. Ma che mi sia scordata della lezione di cinema di ieri sera non me lo posso perdonare. Ecco una voce nuova, tra le vecchie cose importanti da conservare per mantenere la rotta, da aggiungere al mio diario. Non tutto è da perdersi. Neppure quando è tutto che cambia.

venerdì 5 novembre 2021

Quel saluto mancato di un’amica “mancante”

 Erano già un po’ di mesi che non ritrovavo i suoi post mentre scrollavo rapidamente le pagine di fb. Mai banale, forse un po’ troppo malinconico negli ultimi tempi, ma sempre appassionato e acuto. Come solo un bravo prof di filosofia riesce ad essere. Lo conobbi a Suzzara, curava il “palinsesto” delle proiezioni di un cineforum in cui teneva anche delle bellissime lezioni introduttive: l’idea era indicare la lettura di un libro associato ai film che trattavano le stesse tematiche. Diventammo subito molto amici: i miei mesi a Suzzara sono stati un bel ricordo anche grazie alle lunghe passeggiate pomeridiane sempre più frequenti a chiacchierare di cinema e un po’ delle nostre reciproche faccende,e poi le gite fuori porta offrendomi l’opportunità di una guida “colta” in quel territorio meraviglioso che si confonde con l’Emilia. Fino a seguirlo nei suoi affollati seminari che tenevaanche nei paesini limitrofi e che lo avevano reso uno degli intellettuali più stimati della zona. Patrizio mi ha accordato la sua amicizia con una generosità che non ho mai scordato. Poi sono andata via per trasferirmi a Milano e ci siamo persi in quella maniera che ormai conosco bene quando la prossimità delle relazioni viene interrotta. Per la verità una volta è pure venuto a Milano ma non mi riuscì incastrare i miei impegni con la possibilità di salutarlo. E’ così purtroppo, non sono mai stata brava a conservare le amicizie fuori dal contesto in cui sono nate. Poi un giorno, molti anni dopo il mio approdo milanese mi scrisse un sms carico di tutto il dolore che un uomo possa provare. Si era ammalato gravemente e lo aveva appena scoperto. Il fatto che si fosse ricordato di me, dopo tutti quegli anni e che sentisse il bisogno di informarmi mi fece gelare il sangue. Ci siamo ritrovati su fb, ritrovando la stima, la familiarità dei modi e la reciproca comprensione di un tempo. I suoi studenti continuavano ad amarlo e la sua attività divulgativa si era conservata fertile e appassionatacosì come la ricordavo. Col tempo le sue cure mi erano sembrate farsi molto pesanti e invasive e intuivo che il lockdown lo aveva devastato. Poi ha smesso di scrivere. Ma io non ci fatto caso proprio subito. E’ morto nell’aprile scorso, ma io me ne sono resa conto soltanto pochi giorni fa. Ci sono i saluti di tutti quelli che gli hanno voluto bene e stimato e poco prima aveva scritto un paio di brevi post in cui accennava di non farcela più. Sapevo che sarebbe successo prima o poi e questa notizia, per quanto mi addolorasse molto, l’ho accolta senza lo stupore di chi non si capacita di una morte prematura. Però ho subito ripensato ai suoi racconti di allora, ai libri che mi ha prestato, ai film che mi suggeriva come se fossero beni di prima necessità, ho ricordato il suo orgoglio quasi fanciullesco con cui mi raccontava di come soltanto in quella porzione di territorio potesse prodursi il parmigiano reggiano e in nessun altro posto. E poi mi ricordo di un suo pianto, una sera,davanti ad una cioccolata calda mentre mi raccontava di una questione molto personale e ho pensato a quanta enorme fiduciami aveva accordato, pur senza conoscermi da molto tempo. Ad un tratto mi sono resa conto di quanto poco la meritassi e che quella volta che venne a Milano avrei dovuto impegnarmi per incontrarlo almeno per un saluto veloce. 

Ci sono aspetti della mia vita che mi pare di vivere senza la giusta intensità, come se non riuscissi a calibrarne la reale portata. Un mio amico mi dice sempre “Lucia, ma come fai a sopravviverti!”, alludendo al mio modo a volte “barcollante” di risolvermi il quotidiano. E’ vero. Vivo di piccoli “refusi” non solo di scrittura ma pure di condotta e in fondo credo che resterà sempre questa la mia cifra. D’altra parte se sono ancora qui a raccontarlo forse vuol dire che funziono lo stesso anche così.

Però ci sono distrazioni e distanze che non posso perdonarmi, checonsidero delle colpe gravi, come quella di non riconoscere l’affetto sincero delle persone speciali che la buona sorte ha voluto concedermi e che, bontà loro, hanno conservato un ricordo bello di me. La gratitudine non è un’opzione, va applicata con cura. Credo che lui non abbia avvertito davvero il peso delle mie mancanze e che abbia continuato a pensare a me con affetto fino alla fine. Eppure io sento di essere stata mancante nei suoi confronti.

Ora che è tardi e che la solitudine da pandemia aveva reso ancora più dolorosa la sua malattia sento che la mia disattenzione è stata un’occasione perduta di vicinanza. Nelle sue ultime foto a fargli compagnia c’era solo un piccolo cagnolino a cui dedicava un sorriso malinconico e riconoscente. Quasi quanto quel piantostruggente di tanti anni fa. Tutto passato. E chiedo scusa.

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...