mercoledì 22 aprile 2026

Domande senza richieste

 Cosa me ne faccio di questo Aprile che sembra passare prima di tutte le paure con cui mi predisponevo ad affrontarlo? 

Ho provato ad interpretare i giorni, ormai contati, che mi vedono in questa casa quasi vuota restandomene il più possibile per strada, in giro, al cinema, al lavoro, al parco…ma un nido non accogliente non permette di ricaricarsi pure se hai un letto e lo stretto necessario. Ma lo stretto necessario non è mai una cosa sufficiente e alla lunga pure i più austeri se ne rendono conto. Ma il bello di non avere troppa scelta è che ci si rende presto conto di quanto lamentarsi sia una pratica dispersiva e inutile. E allora tanto vale provare a fare un esercizio diverso del tipo chiedermi “cosa vorrei fare davvero se solo potessi”, “dove vorrei trovarmi”, “con chi”, “perché”…domande così o persino più ardite del tipo “se potessi, come sceglierei il mio ultimo giorno?”, che raccontano abbastanza di quanto, in questo preciso istante, ci sentiamo comodi nei panni che abbiamo deciso di indossare o che abbiamo semplicemente trovato nell’armadio in dotazione dal padrone di casa precedente. Le risposte io le conosco tutte, quasi tutte, e il fatto che in questo momento stia seduta su una sedia girevole che mi serve per lavorare in smart working, ma anche per pranzare e per vedere film (perché mica posso starmene per terra tutto il tempo) credo che mi potrebbero suggerire molto del punto in cui sono qui ed ora. 

“Dove vorrei essere?”

Nessun dubbio. A New York. Di nuovo. Che darei per camminare ancora nel Village all’alba, costeggiare l’Hudson, aspettare la prima luce dalla Little Island o dal Pier 57  fino all’apertura di una di quelle magnifiche “bagellerie” a Chelsea. Poi mi porterei con tutta calma a Bryant Park e rimedierei un cappuccino lungo con cui completare la mia colazione seduta ad uno di quei piccoli tavolini che lo circondano. Così, per tutti i giorni che avrei voglia di farlo

“Perché?”

Perché credo che potrei non stancarmi mai di come mi sento io in quella città. E non si tratta di quanto sia bella. È qualcosa che si annida in un intero immaginario costruito in quegli anni miei in cui ogni bella storia poteva essere raccontata soltanto su quello sfondo

“Di cosa vorrei morire?”

Sono indecisa sé di indigestione di anelli di cipolle panati o di variegato all’amarena

Forse non è che avrei davvero voglia di rispondere a tutte le domande che mi passano per la testa in giorni sospesi come questi , quando ci si mettono le mezze stagioni, le mezze età, le mezze case che non ne fanno una. O anche soltanto le mezze verità che mi racconto per mentirmi senza pentirmi.

Qui a Milano c’è il salone del mobile e di questi tempi si respira la stessa aria di euforia luccicosa da infinite possibilità tipicamente newyorkese. E io un po’ ci sguazzo come se la scoprissi per la prima volta e un po’ provo a chiedermi come sia possibile che tutto questo inutile apparato possa funzionare davvero. Eppure lo fa e questo dovrebbe già bastarmi.

E poi penso che aprile non è un buon mese per farsi troppe domande. Meglio maggio. Quando anche sbagliare anche tutte le risposte non sembra poi un gran peccato






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