Prima giornata di aria respirabile. Mi pare incredibile essere sopravvissuta a questa estate infuocata in una casa senza aria condizionata e senza per la verità quasi ogni altra cosa necessaria a definirla ancora dimora abitabile. All’inizio di quest’anno pensavo che di questi tempi sarei già stata a godermi la mia casetta nuova, che avrei fatto coincidere questo piccolo ma determinante cambiamento con l’avvento dei miei primi e probabilmente unici 50 anni. E invece mi è toccato raccogliere la sfida di un quotidiano adattamento al disagio crescente di una casa che in questi ultimi giorni mi restituisce segnali strani, come di una consapevolezza dell’abbandono. Per esempio si è fulminata la lampadina in cucina e pochi minuti dopo anche quella del frigo e alcuni canali della tele non hanno più il segnale. Credo che si sia resa conto che stia per concludersi un rapporto, che il distacco sia imminente e che si è spezzata la connessione tra me e ciò che mi contiene e che si è ormai interrotto il nostro racconto comune.
L’estate sta finalmente finendo e credo che sia la prima volta nella mia vita che faccio una affermazione simile e con tale compiacimento. Io, che vivo un intero anno solo in funzione di questa manciata di giorni di sole, di luce, di pura vita che faccio coincidere solo con la stagione estiva. Ma ho patito davvero troppo e poi tutto quello che darebbe senso a questo anno complicato mi attende a settembre: il rogito, il mio viaggio in solitaria lontano lontano e poi un altro quartiere, nuovi assetti, un micio che vorrei prendere quanto prima. Ma per il momento mi faccio bastare l’aria respirabile. Tutto il resto arriverà nel modo che vorrà.
La mia valigina dei viaggi in solitaria è aperta e resterà cosi fino al giorno prima della partenza perché solo così ci starà dentro soltanto quello che mi servirà davvero per poi buttarlo via, giorno dopo giorno, fino a tornare in patria con la valigia vuota. Lo faccio spesso negli ultimi anni. È una specie di rito speciale di liberazione, dai fardelli, dalle cose passate, che non ci raccontano più nulla, che fanno spazio a cose nuove. Ormai pianifico un viaggio contemplando sempre anche questo passaggio.
In questi giorni ho imparato una nuova espressione, un acronimo. FOMO (fear of missing out): è la paura di perdersi le cose, una specie di smania del fare, del vedere il più possibile per paura di non far parte di un contesto emotivo ed esperienziale collettivo, o anche semplicemente individuale, ma pur sempre dettato da un trend non direttamente scelto da noi. Non lo so se mi convince se poi significa fare kilometri di fila sulle Dolomiti perché tutti hanno deciso di prendere un bombolone alla crema nello stesso posto, se diventa virale mettere il magnum nel cornetto e io lo facevo già a dodici anni, se signore attempate, ma convinte a non mollare, vanno in piscina credendo di farsi del bene quando in realtà è il contrario e la sola cosa che dovrebbero fare dopo i cinquant’anni è sollevare pesi piuttosto che assottigliare la massa muscolare con un’attività aerobica a basso impatto che ne accelera l’indebolimento. E potrei continuare…ma ho paura di perdermi di meglio…la vita è davvero interessante soltanto quando è controintuitiva. Me lo devo ricordare io stessa più spesso.
L’estate sta finendo. In realtà manca ancora un po’. Io però ricomincio a respirare, non ho ancora troppa F.O.M.O. E neppure tutta questa fretta. Se sento che il peggio sia ormai passato poi la voglia di aspettare diventa improvvisamente dolcissima

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