Credo che sia vera la storia che alla fine ci si abitua veramente a tutto. La predisposizione al conflitto per raggiungere forme evolutive superiori è meno diffusa di quanto si pensi. Il cervello funziona a risparmio energetico, la priorità è garantirsi la sopravvivenza e soltanto in un secondo momento si concede il diritto di sforzarsi per avviare un processo di mutamento. Che decida di farlo è tutt’altro che scontato. Tutto questo per dire che vivo da così tanto tempo in una condizione di vita abitativa “non convenzionale” che ormai mi pare del tutto normale. Dormo su un futon giapponese solo per dire in un altro modo che dormo per terra, non ho la cucina né un tavolo, ma neppure un armadio e ancora mi fa strano non dover più lavare tutto a mano.
La verità è che è stato un anno complicato ma pure pieno di elementi di compensazione che mi sono ostinatamente concessa per trovare sopportabile un periodo difficile troppo lungo anche per i più stoici. Vabbè me la sono cercata, ho gestito un po’ tutto da sola e in fondo è stata una bella prova. Dice che la settimana prossima mi arriverà la cucina, ma non voglio illudermi troppo, forse addirittura pure il letto. Quello che è certo è che finalmente quest’anno stranissimo e complicato sta per dirmi addio, assieme ai 50 che ancora non mi sento cuciti addosso su misura, ai viaggi lontani e riusciti soltanto in parte, o meglio riuscito perfettamente New York meno bello quello in Patagonia, non per il paradiso che di fatto era, ma per la compagnia scadente con cui ho condiviso l’esperienza. E questa cosa pesa più di quanto riesca a trovarla accettabile.
Cosa si può davvero ricordare di un anno che ha succhiato ogni energia per risolvere questioni di ordine pratico e che non si era attrezzati ad affrontare? Quanto pesano le grosse novità per un temperamento routinario e spaventato dagli imprevisti? Credo molto eppure ci sono delle cose che salvo, non perché memorabili in sé, ma perché a loro modo sono state “trasformative” (che bella parola: non vedevo l’ora di usarla da quando l’ho sentita per la prima volta da una psicologa). Stavolta me le segno con lo stesso spirito di stupore e meraviglia con cui Woody Allen stilava il suo elenco delle cose per cui vale la pena di vivere. E allora vediamo cosa ci rimane, dopo tutto e, sperabilmente, prima di tutt’altro
- Gratitudine per le opportunità che ho voluto concedermi ma che si sono articolate in modo che le cose potessero accadere davvero. Qui a Milano comprare una casa decente è un’impresa titanica, soprattutto dopo il putiferio del “salva Milano” in cui purtroppo sono inciampata io stessa. Quindi, vero, poteva andare meglio ma sarebbe potuta andare parecchio peggio
- Il mio terzo viaggio a New York se possibile più bello dei precedenti, più luminoso, pacificante, intenso, magico. Io non lo so cosa ci hanno messo dentro ma per me stare a New York significa sentirmi perfettamente in asse come non riesco ad essere mai da nessuna parte.
- I miei allenamenti dell’alba e le mie pratiche yoga per ritrovare pace e decomprimermi
- Un po’ di film più che belli
- Il solito fenomeno di turno a cui decido di dare una possibilità, per avere poi conferma che è il solito opportunista che si crede furbo mentre io lo sto semplicemente valutando a sua insaputa. A questo punto due sono le cose: o sono bravissime persone che diventano squallide solo con me, oppure il destino mi riserva solo questi elementi di scarto senza appello. Vai a capire. Nel dubbio meno male che a conti fatti mi piace sempre tanto e soltanto starmene per conto mio
- I film che stanno per arrivare
- Il fatto che manchino ancora due mesi e che tutto sia ancora possibile. Da quando ho smesso di illudermi che esista qualcosa, di diverso dalla propria individualità su cui sia possibile incidere, vorrei almeno svegliarmi in un mondo almeno di poco più accettabile, ma la vedo così lontana tra le ipotesi realizzabili che almeno vorrei provare a capire come districare il groviglio di insicurezze tossiche da cui mi lascio pervicacemente abitare. Quelle che non lasciano spazio alle cose davvero “trasformative” e che, forse, farebbero davvero tutta la differenza

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