giovedì 1 ottobre 2026

Ma tu ti rendi conto?


 Non mi sono resa conto di niente. Quest’anno tutto ha meritato questa stranissima condizione di presente impreciso, inafferrabile e sfuggente. Ho dormito per due notti nella nuova casa e mi è sembrato del tutto normale, in mezzo a scatoloni e cose provenienti dalla vecchia casa ma ancora nessun mobile di quelli destinati a dare una identità a questo spazio tutto nuovo. Come supponevo quello che mi incanta di più è il terrazzo enorme, che cerco come prima cosa al mio risveglio, e che mi restituisce la vista di un giardino antistante grandissimo. Dopo diciassette anni vissuti senza uno spazio esterno che comunicasse direttamente con quello che mi ha accolto è un po’ come aver scontato una punizione per colpe che all’epoca avevo deciso soltanto io.

Dicevo che non mi sono resa conto di un anno che mi ha accompagnato fino a questo ottobre pur concedendomi momenti e periodi tutt’altro che banali o irrilevanti: i miei primi 50 anni, il trasloco, un viaggio in Patagonia, un terzo ritorno a New York…cose che ho di certo avuto il buon senso di apprezzare a accogliere col dovuto rispetto e gratitudine. Eppure prima che tutto questo accadesse sentivo di predispormi a momenti topici da salutare con la necessaria enfasi dei grandi salti evolutivi che si condensano in una pur piccola e limitata esistenza. E invece quando ognuna di queste piccole o grandi cose è davvero successa, e io ero lì per accoglierla, mi è sembrata come un’esperienza preziosa di cui non sono riuscita davvero ad impadronirmi. E non si tratta di delusione o aspettative disattese, è che mi è mancata la solidità per farci stare dentro tutto e così adesso mi sento come una che ha fatto una spesa enorme ma non ha abbastanza sacchetti per riuscire a portare tutto a casa.

 Forse fa eccezione soltanto il mio ritorno a New York: quando torni a qualcosa che già sai di amare molto è come se camminassi su un sentiero conosciuto e che poi ti basta semplicemente ripercorrere per sentirti in bolla. Ma per il resto non saprei proprio cosa pensare. Ho compiuto 50 durante un’estate in cui certe notti ho pensato che ci sarei rimasta secca. Quella del mio compleanno ricordo di essere uscita per prendere un po’ d’aria e vagavo in un silenzio irreale rotto soltanto dai condizionatori accesi nelle case. Ricordo che mi sentivo strana ma non triste o improvvisamente troppo vecchia rispetto ad una vita che non mi pare diversa neppure rispetto a trent’anni fa. Del viaggio in Patagonia ricorderò le suggestioni di una natura che non ha niente di simile a tutto quello che ho visto prima, ma il gruppo con cui condividevo l’esperienza non mi ha permesso di stabilire nessun legame degno di memoria e questo, per un’esperienza del genere, è un fortissimo minus.

Come si celebrano i passaggi fondamentali di un’esistenza? È davvero una colpa non saperli riconoscere come tali? Oppure arrivano solo per dirci che non siamo ancora pronti per loro, che c’è ancora da aspettare  per fare davvero festa? Non lo so. Forse vivere nel proprio personalissimo limbo, fatto di attese e di predisposizione a quello che avverrà senza data certa è la maniera che qualcuno di noi ha di proteggersi dalle emozioni estreme. La gioia o il dolore troppo acuti non sempre si compensano e gestirli separatamente è un talento a sé stante che non tutti sentiamo di possedere.

Ora sono nella casa vecchia, quella ormai vuota ma con ancora il frigo acceso e qualcosa dentro da consumare. Sono venuta a lavorare qui perché sento che anche se non ha un balcone rimane un posto in cui sono stata persino molto felice qualche volta, perché nel pomeriggio c’è sempre una bella luce e il silenzio giusto per accorgersi delle cose piccole. Perché è ancora mia e forse lo sarà per sempre anche se riuscissi a venderla.

Ma tra un po’ torno in quella nuova, perche è più bella, più grande, col terrazzo enorme che guarda il giardino. Perché è lì che ho deciso di continuare il mio percorso. E di “rendermi conto”, finalmente, di ogni cosa



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