venerdì 18 marzo 2022

Andata e ritorno tra casa e stanchezza

E’ una sensazione strana quella di sentirsi completamente esausti e ostinarsi a continuare a fare tutto come se fosse una colpa sentirsi stanchi, demotivati, troppo tristi per riuscire a conservare il senso e il significato di ogni propria azione. Io mi sento così: psicologicamente ed emotivamente annullata. Faccio fatica a stare in piedi la mattina appena sveglia, mentre sorseggio uno dietro l’altro i caffè da cui pretendo la carica che dovrei trovare altrove e intanto cerco di posticipare il mio allenamento che mi pare ogni giorno più estenuante eppure irrinunciabile. Faccio fatica a sistemare casa prima di uscire per andare al lavoro, a guardare i tg, a parlare con la gente, a trasportare la spesa, persino a sentire la mancanza delle poche persone a cui tengo e che ho perso di vista in questi ultimi anni assurdi. Sento il peso di un tempo che non asseconda il mio bisogno di procedere per step intermedi in vista di obiettivi dal più lungo respiro. Ci sono giorni nei quali non vorrei mettere neppure il naso fuori di casa e quando mi succede mi costringo a farlo con tutte le forze che ho perché mi accorgo che non c’è niente di buono in questa indolenza esistenziale e che ogni sforzo possibile per controbatterla sia doveroso. E’ anche per questo che credo di aver fatto bene a passare un po’ di tempo a casa con i miei. Ma poi la mia vita rimane quella che si articola qui e che proprio qui si affanna a trovare il suo senso. Non è di una vacanza che ho bisogno, perlomeno non ancora, e neppure di compagnia: mi piacciono i miei silenzi in mezzo a questo insopportabile rumore di fondo in cui mi trovo immersa pure mentre tento di isolarmi. Trovo indovinata, necessaria, opportuna, forse persino salvifica la mia solitudine perchè non sarei di nessuna compagnia per nessuno in questo momento e poi non sono ancora diventata la persona che vorrei essere per meritare chi vorrei davvero con me per sempre. E’ tutto come deve essere pure in un periodo in cui nulla mi pare sensato, giusto, promettente. Che strano davvero.

Le mie lunghissime camminate degli ultimi tempi includono la compagnia di audiolibri. Di solito si tratta di classici letti in modo mirabile da attori famosi: potrei starmene così per ore ed ore, senza sosta tanto grande è il sollievo e il piacere che traggo da quel doppio gesto che coniuga in un solo colpo azione e contemplazione.  Come si fa ad essere tristi mentre si cammina osi legge? Credo sia impossibile. Ma impossibile è anche pretendere di non fare altro per tutto il giorno e sottrarsi alla provocazione e agli obblighi del tempo. Questo di solito è quello che penso la sera, quando rientro, mentre mi pulisco le scarpe sullo zerbino e accendo la luce di una casa che ho tenuto vuota per tutto il giorno, nella quale domina un altro tipo di silenzio, piatti già pronti e solo da scaldare, cose non ancora vecchie ma che giànon mi raccontano più niente, ricordi sfocati, dolori ridicoli che riaffiorano nei momenti più impensati, come quei programmi lievie accomodanti con Csaba che apparecchia la tavola per gli ospiti come si deve. Che c’è di sbagliato in tutto questo? Credo ogni cosa. Che c’è di buono? Forse la semplice ma costante idea che ci sia ancora rimedio, che per me esistano ancora tanti libri da leggere, film da vedere, persino il tempo per diventare la persona che vorrei essere e che mi pare ancora troppo lontana, che questa sia una fase di preparazione e, in quanto tale, ricca di possibilità nuove. Del resto io appartengo alla scuola secondo cui la capacità di amare arriva dopo i cinquant’anni, quando ne sai abbastanza di tutto il resto per essere pronta anche a questo. Non devo avere fretta. E’ tutto troppo presto per me. Non posso essere già stanca. Non è il momento

mercoledì 9 marzo 2022

Scorte di futuro a lunga conservazione. Dove? Con chi? A che prezzo?

 Tutti gli scaffali dei prodotti in scatola erano vuoti. Alla coop i reparti dello scatolame, della farina, della pasta erano quasi completamente vuoti. Mi pare comprensibile, anche se non del tutto ragionevole. In realtà me lo hanno riferito i miei: io sono ancora qui da loro in smartworking e in dieci giorni sono uscita solo due volte coprendo duecento metri per fare visita alla nonna. Il mio è un bruttissimo paese nel quale continuo a provare molto disagio, conservare ricordi opachi e nessun senso di appartenenza.E quindi non ho mai voglia di uscire e notarne i cambiamenti.Però in questa casa sto bene, ho tutto, compreso uno spazio molto grande a cui, in questi anni di “bilocalismo” milanese, mi sono progressivamente disabituata. Ormai il terrore di una guerra che potrebbe estendersi anche in zone più prossime appare dominante e io sento quasi nostalgia dell’insulso dibattito tra ottusi fanatici pro vax e altrettanto ottusi e fanatici no vax. Mi mancano quelle inutili farneticazioni nelle quali ognuno snocciolava dati da interpretare senza logica né metodo solo per dare forza ad un pensiero sporcato da ideologia, opinione personale, credenza, umori più o meno plagiati. E’ stato, quello appena trascorso, un periodo che avevo erroneamente battezzato come il più nero di cui avessi memoria diretta, non solo per la pandemia, in quanto tale,ma anche e soprattutto per questa assurda valanga di pensiero debolissimo e prepotente che mi ha umiliato e avvilito. Eppure oggi scopro che si poteva addirittura peggiorare paventando una terza guerra mondiale anticipata da crisi energetiche ed economiche che ancora una volta azzerano ipotesi di riscatto, rinascita, libera espressione, almeno per la maggior parte di noiabitanti di questo tempo. Confesso di non sapere bene cosa fare, a parte sms solidali a ripetizione che mi pare sia il minimo dovere di ciascuno. Forse a Milano mi deciderò a contattare qualche associazione e chiederò come potrei rendermi utile. Sì potrei, anzi forse dovrei proprio farlo. Ma fare cosa? Forse qualche folle ingenuo potrebbe ritenermi capace ospitare una bambina piccola, se proprio dovessi pensare alla cosa più campata in aria che mi si potesse chiedere.

I bambini non mi sono mai piaciuti e loro questo lo capiscono abbastanza presto e poi sono sicura che non sarei in grado di occuparmi di un altro essere umano senza alcuna autonomia. No, non credo che sarei disposta a farlo. Che poi mica è detto, le esperienze vanno contestualizzate, magari invece sarei brava e accudente. In fondo che ne posso sapere. Se proprio ci penso bene potrei farmi domande differenti prima di questa. Per esempio cosa ne sarà di me nella fase più matura della mia esistenza, quando la solitudine non mi sarà così cara come oggi e la minaccia di malanni o imprevisti vari mi renderanno fragile e bisognosa proprio come un bambino piccolo? Non che non abbia mai pensato a cose di questo genere negli anni. Ricordo che una volta, una prof di matematica che conobbi in una università in cui ero “ospite” disse che lei viveva sola perché non voleva dare fastidio a nessuno e che l’ipotesi che fosse coinvolta in un incidente in cui qualcuno dei parenti fosse convocato per il riconoscimento del cadavere la spaventava più dell’incidente stesso. Mi colpì moltissimo. Pensai che a volte la solitudine possa addirittura costituire una scelta adottata come forma di puro altruismo, un modo di evitare ad altri il peso della propria inadeguatezza dello stare al mondo. Pur sempre una scelta, appunto. E allora perché mi pare così astratta la possibilità di occuparmi per un po’ di tempo di un bambino che rimane solo non per sua scelta? Cosa c’entra questo con la personale capacità di tenersi da parte per non risultare di ingombro? Dov’è il confine tra una solitudine ricercata, pur corredata di aspirazioni generose o spirituali, e quella fatta di egoismo e rifiuto dell’altro quando ha bisogno proprio di me, persino del mio ingombro? Io non lo so. Ho provato ad immaginare una giornata tipo, una in cui la mia solita sveglia all’alba non sarebbe occupata dallo sport ma da pappe da preparare, pupazzi e palline colorate ovunque, lo smartworkingcon un seggiolone accanto e magari pianti misteriosi da gestire, passeggiate all’aperto, pannolini da cambiare... Non mi sono mai previsualizzata madre nella mia vita, non ho mai fatto nulla dineppure vagamente simile a tutto questo. Nessuno potrebbe davvero affermare che non ne sarei capace nè che non mi piacerebbe neppure un po’. Non so neppure come questa cosa mi sia passataper la testa. Ma sono due anni che non penso al futuro. Prima che sia davvero troppo tardi, direi di ricominciare a farlo con tutto il carico di follia che ci è dato. Possibilmente.

martedì 1 marzo 2022

Giorni di straordinaria follia (o di folle ordinarietà)

 Cambio integrale di registro. Neppure il tempo di metabolizzarlo. Mentre il mondo ancora non ha smesso di parlare, spesso a vanvera, di pandemia, ci troviamo improvvisamente, e forse inaspettatamente, ad occuparci di tutt’altro. Oggi c’è la guerra. Il covid è improvvisamente scomparso dai radar. Non interessa più a nessuno, neppure ai quelli che eruttavano bile appena intercettavano qualcuno che osasse abbassare per mezzo secondo la mascherina per strada. Tutto volatilizzato con la rapidità impressionante di un fulmine che incenerisce ogni cosa in un istante. Se dovessi pensare al mio personalissimo atteggiamento nei confronti di questa amarissima epoca storica potrei dire che comincia ad infastidirmi l’ironia, proprio lei, la mia prediletta formula consolatoria, la carezza agrodolce che ridimensiona fatti e persone con il tocco lieve di un’espressione arguta. Non ho più voglia di conservare uno sguardo disincantato ma piacione nei confronti degli eventi che giocoforza mi ritrovo a subire senza colpe dirette. Sono stanca di trovare accettabile ogni cosa di questa bizzarra maniera di ritenermi ospite poco accudita di questo tempo.

E’ la prima volta che faccio smartworking qui a casa in Campania. Mi piace moltissimo, lo avevo già immaginato talmente bene che ho evitato di farlo prima proprio perché sapevo che mi ci sarei abituata con facilità. Ne ho approfittato giusto perché tra poco ce lo tolgono completamente. E’ proprio vero che la rapidità di riassestamento dell’uomo a determinati cambiamenti, che siano scelti o imposti, è davvero impressionante.

Direi che il sentimento che mi domini in questa fase sia quello di una incoercibile stanchezza: qualsiasi azione da compiere mi pare un po’ più faticosa di come era prima e un po’ meno interessante. C’è qualcosa di logorante in questo assottigliarsi dell’entusiasmo pure verso le cose che ci sono sempre piaciute. Di buono c’è cheormai me ne sono accorta e così attivo dei meccanismi di compensazione da carenza emotiva per esempio allenandomi di più e cercando di trasformare tutto quel carico aggiuntivo di stanchezza in endorfine e riposo rigenerante, e poi leggo di più piuttosto che vivere i social, mi perdo delle lezioni di cui mai mi sarei privata in precedenza ma vedo più film e documentari che mi aiutino a comprendere senza lo sforzo dell’apprendere. Frequento poco, ma questo è come sempre. Ho accantonato la cosa che per me conta più di tutto e che al momento non si incastra in alcun modo con le circostanze universali attuali. No, l’amore in questo tempo non c’azzecca più niente.

Sono due anni che non ho paura di quello che succede e che subisco ogni cosa aggrappandomi come una tellina a una qualchelogica di buon senso. Non ho paura neppure stavolta, mentre me ne sto qui a farmi raccontare dei rischi tangibili di uno stravolgimento dell’esistenza di ciascuno. Non ho paura, indipendentemente da una guerra vera che arrivi fino a casa nostra. Non certo per coraggio, che non credo di averne neppure per tuffarmi a candela, ma per senso di impotenza verso il mio stesso quotidiano, verso la mia voglia di viaggiare, di incrociare persone che mi corrispondano per sensibilità e attitudine supassioni comuni, verso la possibilità di fare ipotesi nuove, di azzardare, di innamorarmi anche solo per un paio di giorni per poi dimenticamene per decorrenza dei termini di folgorazione. Mi manca la casualità illogica di un mondo che procede senza freni con l’intelligenza collettiva che progredisce creando, non distruggendo.

Sono qui a casa. Mi alleno, lavoro, cucino, scrivo solo perché è soltanto così che capisco meglio quello che penso, vedo film. Tutto molto bello. Se riesco ancora a non impazzire

giovedì 17 febbraio 2022

La forza è dell’abitudine? Oppure no?

 Ho uno strano rapporto con l’abitudine e in generale con tutto quello che richiede un’applicazione ripetuta e duratura di certe attività. In linea di massima mi rassicura: sapere di “dover” fare una cosa, sempre e in quella precisa maniera, senza che mi sia richiesto un valore aggiunto di impronta personale, ha qualcosa di rassicurante che si sostituisce alla responsabilità di una mia scelta creativa non premeditata e dagli esiti ignoti. E poi è “allenante”, crea disciplina, agevola approfondimento e perfezionamento, pure se in mezzo si è costretti spesso ad attraversare un mare di noia e se rimane in fondo abbastanza vero che essere troppo abitudinari vuol dire rischiare di crearsi delle rigide gabbie schematiche, dei forti limiti alla fantasia e alla scelta di strade nuove, più efficaci e più divertenti. Vai a sapere…

Io sono un’abitudinaria col senso di colpa, nel senso che mi sento in colpa sia quando mi ostino ad essere costante, sia quando voglio fare la ribelle e tento strade nuove di emancipazione dalla routine. Una vera fregatura, non c’è che dire. Forse la quadra si raggiunge davvero solo quando si tocca quella meravigliosa quanto rara qualità definita capacità di adattamento. Che nel mio caso significa soprattutto adattamento a me stessa. Che poi finchènon danneggio altri mi sta pure bene così: non possiedo la grazia e la lucente armonia dello stare al mondo di una Csaba e pensare che qualcuno possa trovare normale vivere con una che si sveglia alle 5 meno dieci del mattino per allenarsi e prepararsi uno stranopranzo per il lavoro è ipotesi tanto remota quanto crudele per un essere umano senza gravi colpe da espiare. Lo capisco persino io.


A volte mi capita di leggere, in realtà è una vera abitudine pure questa, i blog di mamme scrittrici/giornaliste/signore più o meno famose e i loro trucchi per riuscire stare dentro a tutto, tra famiglia, lavoro, autonomia…c’è spesso dell’autocompiacimento in questo strano equilibrismo quotidiano nel quale gran parte delle cose che sono “abituate” a fare mi risultano estranee per l’ovvio motivo che non mi trovo a vivere quella loro stessa condizione. Qualche volta avverto anche in loro la sensazione di non farcelané a continuare così e neppure a cambiare, una velata frustrazione che lamenta spesso uno scarso supporto esterno, mancanza di servizi a tutela di mamme, lavoratrici, donne impegnate. Tutte pretese più o meno legittime, credo. Non lo so davvero in realtà. Io sono cresciuta con l’idea di dover chiedere e pretendere il meno possibile dagli altri. Non so neppure se sia tutto in loro sia frutto di una scelta precisa, oppure l’ennesima’”abitudine” sociale collaudata a cui è naturale conformarsi. Non so neppure se la loro vita sia davvero più faticosa della mia, più interessante, più “sentita”, più ricca d’amore vero o se invece il loro carico di immaginazione tra quello che si è e quello che si sarebbe voluto essere sia lo stesso per me e per loro e che per entrambe la vera assoluzione sia proprio una sorta di assuefazione al dato di fatto. Come ci ficchiamo in certi percorsi? E perché li rendiamo obbligatori perseguendoli come dei soldatini? Ci piacciono davvero? Oppure semplicemente abbiamo imparato a familiarizzare così tanto con loro da trovare in questo piccolo mondo ormai conosciuto tutta la sicurezza che ci serve? Mah.


Potrei però decidere dell’altro, scegliere di rivoluzionare ogni cosa. Per esempio domani potrei svegliarmi alle 8, non preparare il pranzo, non allenarmi, consumare il mio pasto in una di quelle infime bettole vicino all’ufficio dove il sugo assume i toni del fucsia, fumare una sigaretta su una panchina di Piazzale Martini dove di solito osservo gli altri per cucirgli addosso vite improbabili. Oppure potrei accettare un incontro su Tinder, andare in giro coi tacchi a spillo, mangiare una fetta carne, leggere Coelho. Mio dio no. E’ tutto impossibile. Io sono tutte le mie scelte. Le mie abitudini ormai mi definiscono in modo irrimediabile. Non c’è scampo. Devo farci l’abitudine

sabato 12 febbraio 2022

Visita al museo. Dove ho lasciato il mio migliore tempo perduto

 Ho attraversato Milano a piedi. Da casa mia al Duomo impiego poco più di un’ora a passo spedito. Un sole magnifico, tanta gente, un cielo terso. Dopo una intera mattina a cucinare e riassettare mi sono precipitata in strada col proposito di essere dove sono ora: alla cineteca di Milano, esattamente il punto di Milano più lontano da casa mia. È ormai lontano il tempo in cui mi fiondavo qui per colmare le mie lacune cinefili tra film rari e corsi che ora sono soltanto on line. Mi pare un’altra vita, un altro tempo. È straniante eppure in fondo è anche normale che certi cicli si concludano indipendentemente dagli impedimenti esterni che li hanno interrotti bruscamente. Lo so, eppure mi fa male trovarmi qui e sentirmi meno felice di come vorrei. 

Se ci penso bene sono tante le cose che ho interrotto da quando vivo qui e tutte coincidono con persone che ho perso, legami che non si sono consolidati, esperienze troncate dal caotico susseguirsi di altre cose da fare e che mi portavano altrove: i gruppi di running con aperitivi, cene, gite fuori porta, le mille palestre frequentate e le chiacchiere da spogliatoio che nessun uomo arriverebbe mai a comprendere in pieno, i tantissimi corsi serali prima di approdare a quelli del cuore che non abbandono neppure ora che sono soltanto on line, gli eventi sulla qualunque che se non sei di Milano non puoi sapere veramente di che si tratta. Tutte cose che ho interrotto così come era giusto, non per costrizione innaturale. È accaduto a basta. Senza rimpianti o malinconie. E invece tornare qui mi ha fatto male in quella maniera che sentì quando avverti uno strappo violento, come se nel frattempo avessi perso qualcosa di prezioso che mi è stato negato per sempre. Solo adesso mi rendo conto di quanta umiliazione abbia sopportato anche senza accorgermene troppo. Ho passato questi mesi a cercare di capire il senso di tutti questi obblighi e costrizioni perdendo di vista quello che davvero mi è stato tolto. E ora che mi pare di rinascere tornando qui dove ero ancora rimasta col cuore, mi pare di avvertire solo una perdita incolmabile. Che assurdo corto circuito. Che strano malessere.

Qui c’è la mostra di King Kong e la manona di Rambaldi che campeggia nell’atrio. Tra poco ci sarà suo figlio a raccontarci cose che di certo non scorderò. Credo che sia un privilegio immenso quello di poter essere qui, proprio adesso, e ritornare a “toccare” le emozioni. E invece mi arrovello su questioni astratte, su un tempo ormai perduto e che non tornerà mai più. 

Per fortuna ci sono i musei e i vecchi film  che custodiscono solo il tempo migliore. Mica quello inutile degli ultimi due anni. Quello ahimè lo abbiamo perso  un po’ tutti. Ma forse è solo che sono ancora un po’ arrabbiata. Tanto tra qualche minuto comincia la visita e mi passa tutto. Già lo so. Evviva. 

giovedì 3 febbraio 2022

L’”illuminazione” di febbraio

 C’è una luce anomala per un mese come questo e io certe cose non posso non notarle, essendo geneticamente abituata ad assistere al faticoso ma sempre affascinante passaggio dall’oscurità al graduale delinearsi dei contorni del mattino. Febbraio ha dalla sua l’inganno psicologico di essere un mese facile da superare perché più corto degli altri e poi perché capita dopo un gennaio che pare sempre essere eterno. Quante sono le sciocchezze a cui diamo il potere di condizionarci l’umore e l’atteggiamento verso le cose... Per me rimane il mese dell’assestamento: mi faccio una ragione di quello che è stato, nel bene e nel male, l’anno passato, e gennaio invece mi fa da contenitore per obiettivi e speranze per l’anno nuovo. Febbraio è il mese delle prime implementazioni, dei tentativi più sperimentali e questo in fondo me lo rende simpatico e poco giudicante. Però c’è davvero troppa luce, mi pare già primavera, quel meraviglioso periodo dell’anno in cui la cosa più importante per me è starmene al parco dietro casa a leggere sulla mia panchina preferita, mentre in questa fase di solito mi aspetta tutt’altro, per esempio una enorme corazza di pazienza e attitudine mentale all’azione. Eppure, forse, potrei anche godermi questo inatteso “non buio” che mi illude che ci sia un tempo dilatato nel quale accadono più cose. Accadono più cose…che vorrà mai dire in un periodo che dura ormai da tanto e nel quale ci è stato chiesto di fare il menopossibile e quel meno ci deve essere autorizzato assieme a mille altre restrizioni e impedimenti. Chi lo sa e in fondo che mi importa: ho il privilegio di vivere in una città che mi fa ricordare che se vivessi oggi nella mia provincia probabilmente sarei diventata matta. 

Sta per tornare San Valentino e mi fa impressione pensare a quanto tempo è che non ne festeggio uno e che per la prima volta mi pare una cosa bella, una retorica mancata, un fattore a cui riesco a non dare più alcun peso. Ecco, se dovessi pensare alla vera rivoluzione della mia vita in questi ultimi due anni direi che è questa: il radicale mutamento della mia idea di amore (o di mancanza dello stesso). Basta romanticismo, basta idealizzazioni. Per la prima volta osservo la mia condizione di persona sola come allo scampato pericolo dall’inganno delle tempeste “ormonali” e del pur umanissimo bisogno di sentirsi amati o, peggio ancora,della necessità riproduttiva. Penso, per la prima volta, che è bello non avere la responsabilità di altri che di se stessi e di riuscire a non confondere questo con l’egoismo. In realtà è esattamente il contrario. Ho sempre agito, a mia insaputa, obbedendo a questa idea. Ora lo so.


Febbraio mi ha portato per la prima volta nella casa in cui vivo da ormai dodici anni e che sto per svuotare proprio come lo era quando l’ho vista per la prima volta: in mezzo tutto un vissuto gioioso e doloroso che posso osservare chiaramente soltanto adesso, con tutta questa luce che a quel tempo non c’era, quando le pareti erano umide e piene di muffa e i tubi del bagno ad un certo punto esplosero e poi al piano di sopra c’erano sempre tante persone che ballavano continuamente e adesso non ci sono più. E poi mi ricordo di tutte le persone che ho accolto, quelle che non vedo più da tanto e quelle che non hanno significato più nulla da un certo punto in poi. Credo che tutto sia cominciato e finito sempre in un qualche febbraio di questi anni, quando la luce era ancora troppo poca e il freddo più pungente, quando le possibilità erano di più, ma pure gli errori. Adesso ho le pareti colorate e senza muffa, un bagno nuovo e dei mobili di cui sto per liberarmi perché incapaci di custodire altri ricordi. Febbraio si è fatto luminoso, così, senza avvertire, quasi a dire che cambiare alla fine non è mica una scelta. Una scelta, casomai, è non farlo e ostinarsi a cercare il buio pure quando le cose sono diventate tutte chiarissime. Bisogna approfittarne. Febbraio, forse, dura così poco apposta.

giovedì 27 gennaio 2022

La sostenibile pesantezza del mio essere

 - Hey, è un po’ che ti vedo immotivatamente serena. Sei sicura di star bene?

- Ma che domanda è? Ti pare così assurdo vedermi senza tormenti da pensare che il lamento rappresenti la mia condizione naturale. E invece mia cara, mi dispiace per te, ma è un periodo bello proprio per questa sua assenza di dissonanze e stravolgimenti traumatici
- Oh, certo. Lo vedo, lo sai che ti osservo tutto il tempo. Te ne stai lì, con la tua disciplina manco fossi un militare, tutta convinta che solo l’abitudine ci renda solidi e non ti rendi conto che questo vuole solo dire essere rigidi e precludersi l’imprevisto, la novità, una prospettiva nuova
- Hai ragione, ma per quello che dici occorre l’ispirazione, lo slancio irrazionale e a me quelli passano a trovarmi solo quando “sto innamorata”. E purtroppo (ma in realtà per fortuna) in questo momento non lo sono
- Ma che discorso è? L’ispirazione te la fai venire innamorandoti di qualcosa, mica necessariamente di qualcuno. L’ho visto sai che hai comprato dei corsi di psicologia che ascolti e riascolti mille volte credendo davvero di rientrare in ogni disturbo della personalità che ti viene descritto. Non sarebbe meglio accettare piuttosto qualche invito di chi ti dice che sei tanto bellina pure se tieni un’età ormai imbarazzante? Guarda che le persone interessanti e bene intenzionate esistono ancora
- Ma questo lo so pure io. Ma è tutto cosi in ordine in questo periodo. Riesco a fare tutto come mi piace, rispetto i miei programmi giornalieri e arrivo a sera con la coscienza di chi non avrebbe saputo fare meglio. Dormo pochino ma molto bene e quando cammino mi racconto di mondi che tu neppure potresti capire. La fantasia mi salva, mi protegge, in fondo a modo suo è anche lei che mi ispira. Che mi importa di tradurre tutto in realtà e compromesso da interazione umana
- Ecco. L’hai pronunciata la parola chiave. Ispirazione. E’questo quello che ti succede quando ti piace qualcuno. ti ispira, finisci per copiarne le espressioni, la postura, le parole che usa, ti spinge a fare passi avanti nelle cose che ti interessano, ha un effetto moltiplicativo sulla tua creatività.Anche la tua fantasia ne gioverebbe parecchio. Quando ti piace qualcuno, che non sia solo te stessa e la tua autostima sempre traballante, diventi più facilmente la parte migliore di te
- Come la fai facile tu. E mi spieghi come dovrei fare? Voglio dire, se escludi i dating, le persone che già conosco e con le quali nulla potrebbe accadere e quelle solo immaginarie, io davvero non saprei chi potrebbe ispirarmi se non questo strano tempo sospeso tra inquietudini contenute e una fluida quiete silenziosa. Davvero, io sto bene anche in questa strana assenza di rotture di ca**o
- Non ti pare un po’ poco
- Per niente. Non più di una puntata qualsiasi di Piero/Alberto Angela, per i quali tutti gridano al prodigio divulgativo e invece tutto quello che viene raccontato da loro è solo un modo molto astuto di catturare lo spettatore facendogli credere che la cultura sia un processo mai faticoso o senza le sue (inevitabili) parentesi noiose. Quello che trasmettono gli Angela’s per me rappresenta solo il primitivo stadio della conoscenza e chi non se ne rende conto, credendosi colto proprio (o solo) grazie a loro, commette un errore di autovalutazione terribilmente serio.
- Sei una palla
- Lo so
- Perché non provvedi allora?
- Perché mi sono diventata simpatica proprio per questo
- Contenta tu
- Contenta io. Sì, hai detto bene

venerdì 21 gennaio 2022

Far presente, al futuro, che c’è un bello spazio

 La verità è che forse non me ne importa proprio niente. Ormai è un po’ di tempo che fingo di accalorarmi su una questione che in realtà mi tocca solo in minima parte, dal momento che a me della prova di come si stia davvero risolvendo il problema della pandemia, di fatto, non potrebbe importarmi di meno. Non lo dico per cinismo, ma ormai è fin troppo evidente che non ha senso nessuna modalità di confronto ragionevole, possibile, realistica. Da quando tutto è cominciato io vivo della certezza che sia tutto sbagliato e che se non mi fossi vaccinata non mi sarebbe accaduto nulla (verità indimostrabile eppure si è ben radicata in me questaconvinzione) proprio come persone vaccinate hanno finito per ammalarsi in modo anche preoccupante. Tutto questo non mi appassiona davvero perché alla fine, nella parte più profonda di me domina un fatalismo “assolutorio” che mi spinge a ritenere che ogni cosa, anche la più apparentemente assurda e inaccettabile, riguardante questa vita, ogni vita, sia “giusta” in sé. Quando me ne rendo conto, un po’ mi spavento. E un po’ mi calmo. Per le stesse identiche ragioni.

Sto liberando piano piano la mia casa dai mobili che non ritengo indispensabili o che non mi piacciono più. Voglio fare spazio, ritinteggiare, cambiare la cucina e prendere un divano più comodo. Ogni tanto sento come necessario “occuparmi” dello spazio che occupo J, credo sia terapeutico, mi predispone a forme nuove di accoglienza possibile e a circondarmi di uno spazio e forme nuove in cui gestirmi. Mi piace. Mi diverte.

Sono tornata solo da pochi giorni dalla Campania. Sono andata sempre alle terme, ho corso moltissimo, ho visto morire il mio amatissimo Pablito e con lui tutta la tenerissima storia che ci siamo portati dietro da quella volta che sono andata a prendermelo dopo che mi era saltato in braccio battendo il suo fratellino. E ho già ricomprato i biglietti per tornare. Non mi era mai successo, da quando vivo qui, di pensare di tornare a casa praticamente ogni mese. La mia media annuale, da tredici anni ormai, è sempre stata al massimo un paio di volte e invece è bello anche questo fitto alternarsi tra luoghi, case, attività e condivisione, perché mi fa avvertire meno il senso delle distanze e delle assenze e mi aiuta a non pensare che in tutto questo tempo ho fallito nella costruzione di rapporti stabili e duraturi, nella creazione di amicizie consolidate e forse pure nell’efficace radicamento in una città che pure amo immensamente e nella quale vorrei continuare a pensare di vivere per sempre. Tutto, in questi anni, è sfumato nell’indistinto. Che peccato, ma pure quanta libertà e infinite possibilità di movimento.

Questo è tutto quello che so: mi sono vaccinata ultima tra gli ultimi senza mai ammalarmi. Ho fatto due dosi senza accusare alcun malessere. Se avessi potuto scegliere sarei ancora non vaccinata e poi avrei pure venduto casa l’estate scorsa a causa di un vicino rumoroso che per fortuna non sento più da mesi, avrei cercato un compagno fisso (e liberissimo di cuore e di fatto)invece di trovare più accomodante chiudermi a ogni sentimento trovando la mia pace in una formula atipica di accettazione fatta di contemplazione e riconoscenza per quello che ho, senza cercare altro. Come sarebbe andata se davvero avessi potuto scegliere secondo istinto e volontà? Mi piacerebbe davvero saperlo? Forse no. Se posso ancora fare tutto quello che il presente mi suggerisce vuol dire che forse quella che chiamavo limiti alla mia libertà di scelta era solo una piccola somma di irrilevanti pretese da non soddisfare, scelte di pancia che meritavano la pazienza che ho loro concesso, dilemmi che avrebbero avuto risposta solo col tempo econ il non fare nulla. E’ stato un bene quel mio sentirmi imprigionata perché oggi un sacco di quei problemi si sono risolti da soli.

E così ho pensato che il futuro è proprio come quello spazio che ci creiamo mentre sentiamo di averne troppo poco. Proprio come la mia piccola casa, che si libera di tutto il superfluo per predisporsi a nuovi spazi da occupare meglio. Con altro. Con altri. O proprio con nulla di più

sabato 15 gennaio 2022

Un’età ancora tutta da dimostrare

 L’ha chiamata “età del ristagno”. Mi convince, non l’avevo mai considerata in questi termini. E invece funziona esattamente così. Rivedere con tutta l’attenzione e l’infinito amore che merita l’intera serie di Bojack mi ha fatto tornare a questo concetto espresso da uno dei suoi personaggi. Si arriva all’età del ristagno in un tempo non identico per tutti ma al quale prima o poi si finisce per approdare: per esempio quando si sposa qualcuno che ci ama così come siamo e non ci stimola più a cambiare e progredire, o quando si raggiunge il successo in qualcosa e ci si assesta su quella gloria cavalcando l’onda e vivendo di quella facile rendita, o quando ci rassegniamo ad un percorso esistenziale mediocre ma tutto sommato accettabile. L’età del ristagno arriva un po’ per chiunque e rappresenta per ciascuno di noi il miglior pretesto possibile per autosabotarci, illanguidire nei rimpianti per ciò che non è stato senza attribuirci troppe colpe, perdonarci una resa che in fondo è solo una forma di pigrizia in incognito. In fondo credo che sia un fenomeno piuttosto diffuso, ma considerarlo in questa strana forma legata ad un tempo esatto nella cronologia individuale, come a qualcosa di personalizzabile, fatto di scelte ragionate come se quel momento stesso rappresentasse una meta, mi ha fatto impressione. E così mi sono chiesta in che tipo di età io sia, se quel ristagno sia già stato raggiunto e quanto sia stato determinante il mio contributo in fatto di scelte per arrivarci. Come posso fare a saperlo, io che non ho mai sfiorato l’idea di sposarmi e pretendere che qualcuno mi accettasse così come sono, quanto al contrario di essermi continuamente di ispirazione, che ho volutamente inseguito un lavoro normale nel quale non fosse necessario farmi notare o avanzare nella carriera, io che non potrei perdonarmi neppure un allenamento saltato per quanto sono disciplinata è inamovibile nelle cose che mi interessano profondamente? A che punto della mia età dentro, o verso, il ristagno mi trovo? Se sapessi dell’esistenza di parametri che non conosco e nei quali non rientrare ne sarei davvero felice.

Una volta ho sentito un’attrice di cui non ricordo il nome (è stata Lucia nel vecchio sceneggiato dei promessi sposi) che in un intervista raccontava del bellissimo rapporto che ha con il suo ex marito, tanto che un giorno lei gli chiese “ma tu te lo ricordi perché ci siamo lasciati?” e continuava dicendo che lui le diede una risposta bellissima. Le disse “per evolverci”. Mi pare la più sensata ricetta contro ogni forma di ristagno dell’età. Evolversi allontanandosi soprattutto da ciò che in apparenza ci sembra adeguato, giusto, sano. E invece è solo statico e devitalizzato. E ho pensato a quanto sia difficile riconoscere per tempo questa condizione, più pericolosa persino di quelle dolorose e palesemente da cambiare. Bisogna fare attenzione.

Ieri Pablito è morto. Forse ha avuto un incidente in una delle sue scorribande notturne e così aveva le viscere in poltiglia. Quando ce ne siamo resi conto era troppo tardi. Otto anni e mezzo con noi, prima con me a Milano per due anni e poi con i miei qui in Campania. Da allora mi sono resa conto che non ho fatto altro che abituarmi a pensare che un giorno non sarebbe più stato con noi. Per tutti questi anni ho provato ad esorcizzare il dolore che avrei provato perdendolo. E quando è successo davvero mi sono sorpresa io stessa di quanto in fondo sia stato tutto così normale. Ho pianto moltissimo, ho avuto paura mentre lo portavano dal veterinario, quell’iniezione mi ha devastato. Poi l’ho ripreso in braccio in quella busta rosa e l’ho tenuto stretto così fino al ritorno. Poi ho pranzato e ho smesso di provare dolore. Non saprò mai come giudicare una reazione simile.

A volte la sola cosa che riesco a pensare è che vorrei essere pronta ad affrontare qualunque cosa e che per farlo mi occorra tempo, esercizio, la possibilità di elaborare una qualche “attitudine” che mi eviti il dolore per ciò che non posso evitare nel mio futuro più o meno prossimo. Ma forse l’età del ristagno è proprio così che comincia. Oppure è tutta colpa di questo tempo qui che mi fa sentire ogni cosa sempre piu lontana ed estranea. Mi ci sto abituando solo perché so che durerà ancora a lungo, con questi vaccini che funzionano poco e per poco, con i contagi che aumentano in modo esponenziale e un delirante dibattito collettivo in cui affermare tutto e il contrario di tutto possibilmente urlando pare lo strumento più efficace di questa propaganda di azzeramento del pensiero critico.

Strana età la mia. Tecnicamente potrei essere idonea per una “sana” età del ristagno, fatta di affetti consolidati, obiettivi raggiunti, maturità emotiva, equilibrio “statico” ma in fondo stabile, salute ancora buona. Per fortuna è quasi tutto abbastanza vero. E per identica fortuna è quasi tutto altrettanto abbastanza falso. Ho un’età. Ma non ancora “quell’età”. Ne sono quasi certa.



giovedì 6 gennaio 2022

Il buon fine degli inizi

 Io un’idea me la sono già fatta. E per questo ho deciso di giocare d’anticipo. Quest’anno si preannuncia rognoso quanto il precedente, almeno per l’aspetto riguardante la sorte comune che ci è toccata come se fosse una gigantesca cloaca dalle pareti viscide in cui ci sentiamo tutti inghiottiti allo stesso modo. Viene meno pure l’effetto sorpresa ormai. La rassegnazione mista ad una sempre vigile cautela rimane l’unica ricetta possibile per affrontare la situazione senza perdere completamente il senno. La vera scoperta invece riguarda me: ho deciso di dare voce al mio lato cinico, quello meno educato e più dispettoso e drastico. Ho scoperto quanto sia liberatorio rispondere male a chi mi offende o dimostra di non capire, a chi mi delude e vanifica anni di stima e affetto. Non mi interessa il litigio, la discussione, il confronto continuo ed estenuante. Io fuggo dal conflitto da sempre e non per vigliaccheria, ma perché lo trovo metodologicamente inefficace per la reciproca comprensione. Lo trovo totalmente inutile. Non ho più bisogno del conforto della dialettica per raggiungere un punto di vista comune. Mica è sempre necessario. Io credo che esistano delle verità assodate che trovano il loro senso semplicemente in se stesse, non nel dibattito basato su opinioni, sensibilità o temperamenti differenti. Sono stanca e poi ho scoperto che non mi importa nulla di perdere per strada pure vecchie amicizie e affetti di lungo corso. Non mi importa davvero nulla e questo impressiona pure me. Più che spallucce non mi riesce di far nulla. Sono una brutta persona. La strada per l’amore universale è più lontana di quanto immaginassi.

In questi giorni fa notizia il mancato bonus per la salute mentale. In effetti è abbastanza indicativo sia della sottovalutazione del problema in un tempo assurdo come questo, che per la sua malcelata intenzione nell’assecondare addirittura certe problematiche. Per quanto mi riguarda non saprei in che misura correlare quello che ho deciso di fare con questa pubblica decisione eppure non credo sia del tutto casuale che tra i numerosi corsi on line che mi sono regalata per quest’anno ne abbia incluso anche uno di psicologia. Devo dire che mi si è aperto un mondo e credo che concentrarsi sulle proprie risorse interne, sul proprio controllo mentale, in un momento così anaffettivo e individualista, sia assolutamente necessario, doveroso, vitale. Per tutto il resto ci sono le mie immancabili corse dell’alba, gli esercizi di respirazione, i mega frullati proteici, le pagnotte lievitate. E soprattutto il rientro a casa dal lavoro, quando tutto è ormai quasi finito, tranne la parte migliore del giorno, quella da vivere in tuta, accanto al termosifone, nel silenzio più profondo o in compagnia della seconda stagione di Cobra kai. La continuità di una vita fatta di cose minime, di ricerca attenta di pace e accettazione che si sposa con un atteggiamento tutto nuovo verso gli altri, le loro ragioni e la mia insospettabile indifferenza verso di esse. Sarà  un anno glaciale? Cattivo? Forse. Io devo proteggermi e per ora considero una fortuna tutto quello che ho e quello di cui ho deciso di fare a meno. Se non c’è abbastanza amore preferisco il niente.

Sto per tornare di nuovo a casa. Succede molto più spesso di un tempo. Proprio oggi fanno 12 anni che vivo in questa casa e comincia a farmi un po’ impressione tornare a quel giorno in cui ho scelto il portachiavi e inaugurato io mio primo ingresso come proprietaria di questa piccola casa che è tanto cambiata da allora è in tutti questi anni: quel giorno c’erano solo il letto e il microonde, niente riscaldamento, un ufficio che all’epoca era lontano più di un’ora di viaggio. Una follia. Eppure come mi diverte ricordare, assieme a tutto quello che è successo dopo e che non saprò mai se sia stato abbastanza o in fondo quasi nulla. 

Sono così stanca. Credo sia un buon segno in fondo. Direi un ottimo inizio.


sabato 1 gennaio 2022

Il primo caffè

 Io comincio adesso. In realtà ho salutato l’anno nuovo alle 3 del mattino (ora sono quasi le cinque). Non ho cenato per arrivare al nuovo anno completamente “svuotata” e salutarlo con una colazione ricca e propiziatoria. Sono felice che il 2021 sia finito. Per me è stato decisamente faticoso. L’ho detto più volte. Il 2020, al contrario, nella sua assurda modalità, mi aveva regalato nuovi spazi di “esplorazione” intima, mancanze che confermavano affetti e legami, una prospettiva differente del mio quotidiano che sono stati per me un patrimonio enorme di consapevolezza e creazione di ricordi. Forse è stato diverso l’approccio, i toni, lo spirito di fondo, innestati in una condizione che nel suo perpetuarsi ne ha mostrato tutti i limiti. Di questo anno appena passato mi porto dentro l’amarezza delle incomprensioni, dei toni del dibattito diventati improvvisamente troppo accessi, delle assenze che indeboliscono affetti, entusiasmi, esperienze condivise. Una svalutazione enorme del mio tempo che mi pesa molto. Dell’anno appena passato salvo la buona salute, che spero di continuare a conservare, la costanza nelle attività che considero fondamentali, il cuore senza ferite che ha fatto pace con il suo vuoto senza rimedio, i massaggi dalle mie fatine del benessere, i complimenti di un ragazzo più giovane, le mie cheese cakes. In fondo neppure male. 

Come sempre non faccio pronostici, propositi, elenchi di cose che mi auguro. Che senso ha ingabbiare un tempo che possiamo controllare solo in minima parte? Tutto quello che faccio io ad ogni inizio anno è soltanto onorare la ripartenza, godermi la pagina vuota e le sue innumerevoli ipotesi di declinazione. 

Ho fatto una colazione meravigliosa. Ci stavano dentro tutti i colori e i sapori che potessi immaginare. Ho fatto cinque giorni di rinunce per avere tutto l’appetito necessario a rendere questa esperienza prossima all’estasi. È stato magnifico. Se non avessi avuto così tanta fame non sarebbe stata assolutamente la stessa cosa. Per me questo vuol dire cominciare davvero. Sentire in modo chiaro ciò di cui si ha bisogno e vivere al meglio il momento in cui lo si trova. 

Mi manca solo un buon caffè.

La radio ha appena letto l’oroscopo e il leone lo mette all’ultimo posto. Ecco, benissimo. A proposito di ripartenza…non importa, se pure fosse vero, io non pretendo niente e non sto facendo nessuna gara con altri poveri cristi che sfidano a modo loro il quotidiano affare dell’esistenza. Io, a parte riuscire a non dare fastidio a nessuno,  non chiedo null’altro alla buona sorte. Voglio metterci, e rimetterci, tutto io.

Ho dormito troppo poco. Come da tradizione in fondo. Vorrei che non esistessero mai delle ragioni per avere sonno. Ecco. Questo, se proprio volessi averne uno,  potrebbe essere proprio un ottimo augurio.

Metto la moka.

Buon anno!


Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...