“Hey Lu! Ci vai quest’anno al festival dell’economia di Trento? Mi ricordo che lo frequentavi in passato”
“Hey ciao! Ci sono andata una sola volta credo 15 anni fa. Ma perché me lo chiedi.”
“Porto i ragazzi (alunni, ndr) e mi farebbe piacere rivederti”
Un paio di giorni fa mi ha contattato un mio ex collega dell’università che non vedo più o meno da quando mi sono laureata, cioè anni fa. Sì, ci aggiorniamo periodicamente, ci lanciamo battutine su fb, ci siamo perfino sentiti di recente telefonicamente per un bruttissimo problema che ha avuto e per il quale gli sarei stata d’aiuto. Ma non abbiamo più avuto modo di rivederci. Io in Lombardia, lui in Veneto. Ci legano tutti gli esami preparati assieme, in quella bella biblioteca vista mare, le ripetizioni infinite al porto, i suoi disegni folli e caricaturali dei nostri prof, le confessioni più assurde, il confronto continuo, la nostra comune impacciatezza nelle prime storie d’amore a cui ci affacciavamo in quegli anni, in bilico tra la paura del futuro e l’urgenza di vita, che si mescolavano a quella degli obblighi che condivisi parevano pesare di meno. Una di quelle amicizie belle e solide che come, spesso mi è capitato per i legami che hanno dato un significato a certi segmenti della mia vita, non sono stata capace di coltivare.
Però sono stata felice che mi abbia proposto di rivederci dopo tutti questi anni, in questa fase della vita in cui i ricordi cominciano ad avere una rilevanza quasi poetica nell’aiutarmi a decifrare il presente. E la cosa che ho capito è che da sempre io il coraggio lo trovo solo quando so che le cose avranno una fine, che decido io a priori, e che ad un certo punto non sarò più la responsabile di quella cosa bella che ricorderò per sempre. Saperlo mi protegge dalle brutte sorprese perché tanto me le ero già costruite io a tavolino. Giocare d’anticipo è pur sempre giocare in fondo. Per me le cose che hanno davvero senso devono assolutamente avere una fine, altrimenti ho paura. Non so bene di cosa. Non l’ho mai capito. Ma ho paura.
Ieri su zoom ho partecipato ad uno dei miei tanti laboratori cinefili in cui i partecipanti sono chiamati a presentare un piccolo elaborato. Stavolta era la relazione tra cinema e specchi: cioè in che modo l’uso degli specchi si fa anche veicolo di messaggi o di suggestioni per lo spettatore. Io ho pensato alla citazione che fa Woody Allen in “Misterioso omicidio a Manhattan” dell’ultima scena de “La signora di Shangai” di Welles, in quel meraviglioso gioco di specchi e di frammentazione delle identità, dove i personaggi reali e quelli riflessi si confondono in un gioco ipnotico senza soluzione. La ripete in modo identico e poi ci mette in sovrapposizione i personaggi della sua storia, come a dire che la vera soluzione dell’enigma ha il potere di offrirla solo il cinema perché i personaggi reali non hanno abbastanza strumenti per sbrogliare tutta quella la matassa intricata che ha portato al delitto. Mi è sembrata una bella trovata, ma in realtà non credo di averlo spiegato al meglio quando mi è stato chiesto.
A volte mi succede di non riuscire a farmi capire come vorrei e così dopo passo tutto il tempo a chiedermi cosa ha davvero capito chi mi ha ascoltato. Non è una bella sensazione e io vorrei solo tornare indietro nel tempo e dire “guarda, adesso te lo spiego meglio, ma tu stai attento che sennò non mi capisci neppure adesso”. E invece non si può, neppure quando di ogni cosa, esperienza, frammento di vita o anche solo di giornata, io ho cominciato a scrivere la fine. Prima di qualsiasi inizio possibile.
E adesso sono qui a desiderare di andare al festival di Trento per rivedere una delle persone che mi conoscono meglio al mondo e che non vedo da oltre 25 anni. Ma che, proprio per questo, sento di non aver mai davvero perso di vista.
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