giovedì 27 giugno 2019

Di rigide visioni schematiche. E di singhiozzi senza controllo

È una serata fresca qui in Grecia. A Milano invece danno 40 gradi e a me sono bastati per farmi venire i brividi. Non ho l’aria condizionata in casa e credo di dover ancora riprendermi da quella sera del 2017 durante la quale non sapevo dove sbattere la testa per evitare di assistere da viva alla mia liquefazione.
In questo momento sono in una enorme sala piena di tavoli, con la musica classica, qualche bambino che gioca sui divanetti e delle persone molto rilassate che bevono degli aperitivi di cui non saprei dire molto, nonostante facciano parte del mio pacchetto a consumazione illimitata. Non mangio nulla fuori pasto, nè bevo mai succhi, aperitivi o alcolici. Le mie giornate hanno trovato molto presto un loro schema rigido nel quale sono solita ingabbiare le mie certezze tenute assieme dal senso di colpa. E così mi sveglio ancora molto presto, vado a nuotare e a chiacchierare col micio di spiaggia , faccio colazione, ritorno in acqua, vado in palestra, leggo, compro piccoli ricordi totalmente inutili da portare agli altri e trascorro molto tempo sul divano su cui sono ora, soprattutto guardando film su Netflix. E poi continuo ad osservare gli altri, con i loro silenzi e la loro eccessiva  sedentarietà, faccio caso a quello che scelgono di mangiare, come trattano i bambini, cosa leggono al mare. Stamattina c’era una bambina russa buffissima e molto piccolina che giocava tutta sorridente in spiaggia Aveva un singhiozzo molto persistente che non le è passato per tutto il tempo che è stata lì. L’ho rivista questo pomeriggio e il signghiozzo non le era ancora passato e mi sono chiesta come fosse possibile che nessuno provvedesse ad aiutarla...

Non saprei dire perché e come questo genere di questioni mi spingano proprio in questo momento a ricordare che una volta, il mio amatissimo e indimenticato prof di economia, durante il dottorato, mi disse che sarei stata una eccellente sociologa. A quel tempo pensai che questo la dicesse lunga su quanto mi ritenesse promettente come economista.
Ma non mi offesi. Il suo papà era un famoso sociologo, morto proprio l’altro ieri e la cosa mi ha fatto
effetto per una ragione molto tenera. Quando già vivevo a Milano mi ritrovai ad essere sua amica su fb. Lui era già un ultra ottantenne, ma con lo spirito, il temperamento, la curiosità e l’entusiasmo di un ventenne. Mi disse che mi trovava divertente e interessante e che gli avrebbe fatto molto piacere conoscermi. Così si fece promettere che appena sarei tornata un po’ a Napoli ci saremmo conosciuti di persona e mi avrebbe portato a pranzo. Così fu. Si rivelò raccontatore formidabile della sua vita straordinaria, ricca di aneddoti contro il fascismo, la vita accademica costellata di successo e prestigio fin da quando si aventurò a fare ricerca in America con progetti grossi poi realizzati (fu anche un nome di spicco della famosa scuola di portici). Io non facevo che notare a come fosse diverso da suo figlio eppure, mentre lo ascoltavo, pensavo che tutta la stima che negli anni avevo riposto in quest’ultimo avesse delle ragioni molto fondate proprio in un padre così. È morto quasi centenario, ma sono quasi certa che se ne sia andato con lo stesso spirito fanciullesco, pionieristico, sensibile al cambiamento e stupito dalle novità con cui lo avevo conosciuto io in età già così avanzata. Non credo che l’augurio di riposare in pace gli sarebbe risultato davvero gradito.

Ora sono qui, sul mio divano dei film del pomeriggio. Ho appena detto all’animatore che non avrei
giocato a tombola. L’aria è fresca e la serata mi pare ancora più bella se soltanto penso al caldo che ho evitato a Milano. Tutto secondo gli schemi. Mi rimane solo da sapere se alla bimba russa sia passato finalmente il singhiozzo. Ma forse per lei non era mica un problema quanto lo è per me. Per me che manco ce l’ho mai il singhiozzo...



martedì 25 giugno 2019

Vacanza con troppo giudizio...

Fa davvero caldo qui in Grecia. Per il resto mi pare tutto molto armonioso, piacevole, comodo. A parte una leggera scottatura è tutto come avrei voluto: la struttura che mi ospita, il cibo, l’acqua cristallina, la tranquillità che cercavo, i massaggi che mi sono concessa, la palestra per espiare una parte delle colpe...è tuttto giusto. La cosa veramente bella è che si è evitato l’effetto “carnaio”: ci cono piscine in diversi settori del complesso E diversi ristoranti tra cui scegliere liberamente il proprio menu all inclusive, il servizio è differenziato in modo da accontentare chi vuole la piscina e la musica a palla, chi invece l’animazione e chi, come me, vuole solo stare tranquillo e in pace.

 Passo gran parte del mio tempo nelle varie terrazze, alternando la lettura distratta di un libro all’osservazione (invece) attenta delle persone che condividono il mio spazio. No, non lo faccio per impicciarmi. No, è che trovo che sia davvero una cosa molto interessante per me. Vorrei capire cosa racconta davvero il silenzio prolungato tra due persone sedute assieme di fronte ad un aperitivo, o come mai due giovani e bellissimi genitori si trovino ad avere due figli troppo grassi rispetto a loro, vorrei capire come fanno due nonni così anziani a gestire il nipotino troppo vivace e piccolo che hanno deciso di portare in vacanza con loro, o che cosa abbia spinto il marito a venire a cena almeno venti minuti prima di sua moglie e suo figlio. Vorrei capire perché non trovo invidiabile nessuno di loro e che genere di sciatteria si manifesti davvero in quello che vedo.

Come mi succede di fare a Milano, e in qualunque altro posto, continuo a svegliarmi all’alba, faccio una rapida doccia e corro in spiaggia sperando di rivedere il micio incontrato il primo giorno. Fino ad ora c'è sempre stato. Poi faccio una colazione a base di uova e anche di cioccolato, ritorno al mare e me ne sto quasi sempre in acqua. Continuo ad osservare la gente e a non trovare quello che cerco in nessuno di quei volti. Ma comincio a pensare che questo sia solo un problema mio...

Sto proprio bene qui, forse dovrei mangiare meno gelati e uscire a fare delle escursioni. O semplicemente non congetturare sulle vite di persone che in fondo non conosco.

Sto bene qui. Ma mi manca Milano. Milano mi manca sempre. Assieme a tutti i suoi volti. Quelli che mi sono scelta senza che mai mi venisse neppure la minima voglia di giudicarli per quello che non riescono ad essere.

giovedì 20 giugno 2019

Bagaglio leggero. E fardelli di sola andata

Mentre scrivo sono sul treno che mi porta a Malpensa. Vado per un po’ di giorni in Grecia. Ho bisogno di mare e di riposo come non mi succedeva da anni eppure non è stato un anno faticoso o angosciante: sono stanca senza capire davvero bene il perché...usura degli anni a parte. Ho lasciato la scrivania un po’ in disordine ma stranamente abbastanza sotto controllo. La casa invece è tutta pulita e profumata, mancava solo l’insalata da finire e per non buttarla c’ho fatto colazione con la pizza avanzata da ieri. Sono riuscita a limitarmi al bagaglio a mano come mi piace molto fare ormai da qualche anno. Di contro sono rammaricata di perdermi alcune cose belle che avrei voluto fare a Milano, ma so che ragionando così finirei per non allontanarmi mai da questa città adoratissima.

Ma sì, ci sta una breve vacanza proprio adesso.

"Ti lascio perchè ho finito l'ossitocina". Così si intitolava lo spettacolo di una piccola compagnia di teatro che ha il suo laboratorio creativo nella stazione di Porta Vittoria, giusto sopra ai binari verso cui mi direziono cosi spesso nel mio abituale percorso per andare al lavoro. Chi, come me, fa della "volatilità" affettiva una specie di ossessione esistenziale non poteva non far caso ad una cosa del genere scritta proprio sulla vetrata di un locale in cui potrei autocarcerarmi per giorni, tanto sono suggestivi gli oggetti, le coreografie, il modo in cui è concepito lo spazio...poi però finisco sempre per correre al treno che pare lo faccia apposta ad arrivare quando io sono ad una distanza che poi mi impone di scapicollarmi giù per le scale.

Del resto è cosi che ho imparato a farmene una ragione: i sentimenti, tutti, ma soprattutto quelli belli, subiscono mutamenti dettati in larghissima misura dagli ormoni, quelli che si "ostinano" a resistere obbediscono a regole caparbie che solo pochissimi eletti sono in grado di applicare. Ci può stare. Il mondo, incurante della drammaticità di questo fatto si è garantito la sua perdurabilità  con discreto
 successo almeno fino ad ora. E' per questo che la mia domanda è da sempre (e quando dico da sempre intendo tre, quattro,  massimo dai cinque anni di vita in poi) : io qui che ci sto a fare? Da quando mi hanno spiegato che è tutto un avvicendarsi di dopamina e ossitocina, finiti i quali smettiamo di amarci senza la scelta (chissà quanto libera) del compito oneroso di coltivare con l’impegno un rapporto durevole, io boh...forse corro a prendere il treno proprio per allontanare il pensiero per una risposta convincente.


Il bagaglio qui accanto contempla solo costumi e tenute sportive, un rossetto e una matita per gli occhi. E poi giusto un libro, chiaramente l’ipad, e tanti elastici per tenere sempre i capelli raccolti. Spero che il mare sia bello e il cibo abbastanza buono.
Sono su un treno pieno di gente con lo zaino e le valigie. Chissà se anche per loro si tratta di bagagli semplici e qualche fardello di sola andata come per me. C’è di buono che in Stazione Centrale non ci sono laboratori creativi e neppure scritte da cui scappare.
E se ci penso bene mi pare già un’ottima partenza


   

mercoledì 12 giugno 2019

La certezza della penna

È troppo tempo che non scrivo dei fatti miei. È troppo tempo. Sono giorni che ci penso e che mi dico “stasera prendo un po’ di appunti, fisso qualche idea, racconto di qualcosa, anche minima, che mi è successa”. Poi però non l’ho fatto: avevo sonno, ero rientrata tardi, mi dicevo che forse dovrei smetterla di credere che sia davvero importante scrivere per mettere a fuoco la propria condizione. Eppure stasera ne ho proprio voglia. Mi sembra quasi doveroso un bilancio di prima metà di un anno in cui tutto mi sembra essere andato bene: dalle scelte, alle semplici casualità, alle persone che ho incontrato a quelle a cui mi sono legata, fino a quelle che ho scordato con una semplicità che mi fa quasi impressione. Direi che in questa fase sono serena come non mi capitava da un sacco di tempo ormai.

Non ho mai pensato che l’assenza di inquietudine, o anche di una certa nobile forma di rabbia, sia una cosa davvero auspicabile nella vita. Ho sempre ritenuto che, se ben canalizzate, certe intime disarmonie possano costituire dei potenti motori per evolversi.
Mi sono ricordata che al tempo avevo aperto questo blog per una faccenda di cuore in cui non credevo neppure io, ma ci stavo male, non capivo, non mettevo a fuoco il disagio. Ne scrivevo solo tramite sottintesi o provando a raccontare episodi del quotidiano vissuti con quello strano peso sul cuore che mi faceva percepire tutto come troppo faticoso o inutile. La rabbia invece è quasi sempre scaturita da una politica ogni volta più aberrante e che mi priva di ogni visione ottimistica di futuro. Proprio come oggi. Ma poi mi dico che in fondo non posso davvero far molto se non provare ad avere una percezione più ampia e chiara possibile di quello che accade. Il pensiero critico è la sola forma di protesta che posso concedermi in questa fase e lo scrivere può essere parte di un metodo efficace per l’analisi di fatti che mi colpiscono.

Ho riletto un po’ di quei vecchi post e mi ricordo perfettamente di come mi sentivo e di quello che
facevo scrivendo di altro. E poi all’improvviso tutto è passato e a me questa cosa fa sempre tanta impressione. Come ho fatto? Quanto possono essere potenti certi meccanismi di reazione al dolore. E quanto ci cambiano nel profondo. Io mica lo so se la mia calma di oggi sia davvero tale o costituisca un mero antidoto  autoprodotto da corpo e anima per farsi scudo di altri dolori e che mi ha reso solo più cinica e respingente. So che sto meglio di allora. Quello che non so è se sto davvero bene.
La scelta di non amare nessuno, alla mia età, mi pare ormai cosa saggia, come lo è quella di non avere mire e pensare che l’amore si possa anche semplicemente sognare nella sua impalpabile perfezione ideale e magari dargli forme ed indirizzi nuovi. Mi pare più che accettabile come soluzione pacificata. Ho perso tutta la mia vita fino ad ora a tentare di capire a chi fossi destinata e ho escluso la più semplice delle ipotesi con un atto di presunzione che non mi perdono.

Mi fa bene rileggere i miei vecchi post perché è grazie a loro che ho corretto il tiro, capito meglio, elaborato il lutto per ciò che non è neppure mai nato...tutto raccontato mentre parlavo dei film visti al cinema, di quello che mangiavo o di quanto correvo, di un cantante morto o di una lettera al direttore...mi sono ricordata tutto. Tutto quello che non ho scritto servendomi proprio di quello che scrivevo: raccontare qualcosa  per ricordare tutt’altro. Ha funzionato alla perfezione.

Ecco perché mi serviva il blog. Ecco perché mi mancava. Me lo scrivo. Così me lo ricordo

sabato 1 giugno 2019

“Anime” di una generazione

Ancora per i compitini per long take , stavolta per dire cose su Miyazaly&co, Ma poi ritorno alle mie povere questioni di vita un po’ vissuta e un po’ evitata. Ciao.
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 I bambini degli anni ‘80 hanno questo in comune. L'imprinting da “edonismo globale”. Erano gli anni in cui in Occidente si nutriva una cieca fiducia nel rampantismo avido e nel mercato libero e senza regole mentre in una parte dell’Oriente si assisteva per la prima volta ad una (troppo) rapida ascesa economica e finanziaria, a nuove organizzazioni produttive, a rinnovati assetti sociali e alla negazione, con semplicistica leggerezza, di sistemi di valori dalle tradizioni millenarie.

Il Giappone di quegli anni viveva proprio questo strano passaggio repentino: la sua economia decollava in modo così rapido e incontrollato che assecondarne il processo pareva la sola possibilità. È stato proprio in questo clima di disordinato ottimismo che nacquero e si diffusero presto, gli “anime”.
I “cartoni giapponesi” parlavano all’Occidente veicolando al contempo i valori di una cultura antichissima costantemente in bilico tra la sua storia ingombrante e un presente costellato dalle insidie di un benessere a cui non si era abituati. D’ora in poi non sarebbe stata soltanto l’America disneyana a monopolizzare la costruzione di sogni “globali”: dagli anni ottanta l’immaginario di un bambino di quell’epoca si sarebbe popolato anche di eroi nuovi chiamati Lupin, Mila e Shiro, Lady Oscar, Georgie, Anna dai capelli rossi, Candy Candy, Holly e Benji...una vera rivoluzione copernicana della narrazione animata, un punto di non ritorno per una generazione che, crescendo, avrebbe imparato a confrontarsi con questo genere a livelli sempre maggiori di consapevolezza e di maturità.

 È sulla scorta di simili premesse che la poetica di Miyazaky, e del suo studio Ghibli, ha potuto contare su un pubblico ormai strutturato e pronto ad un campionario di proposte nelle quali la costante sarebbero stati mondi fantastici con cui veicolare messaggi filosofici ed etici, differenti geometrie dei legami familiari e sociali, la forza propulsiva e rigenerante dell’infanzia, la malinconia
 dei ricordi, il pessimismo dell’agire umano per la protezione dell’ambiente e la costruzione di un
mondo di pace. E poi, ancora, proposte grafiche a forte vocazione sperimentale e strutture narrative costruite su architetture diverse dai modelli classici di racconto.

In tutti i film dello studio Ghibli è costante una specie di convinta esortazione ad osservare il mondo da un punto di vista differente da quello ad “altezza uomo”o, meglio ancora, ad “altezza terra” : ci sono sempre ottime ragioni per sprofondare negli abissi per poi sollevarsi in cielo e osservare il mondo nella sua totalità, allontanando così tutti i dettagli inutili e ritrovare una realtà meglio definita
proprio grazie al filtro della fantasia. Pare un paradosso e invece tutto torna proprio quando si accetta di indossare “lenti speciali” per nuove messe a fuoco sul mondo. Pare quasi non essere un caso che Miyazaky abbia tratto proprio dalla sua miopia la primaria fonte della propria ispirazione: un nuovo sguardo sul mondo.

Si potrebbe anche soltanto pensare a “La città incantata”, il più premiato e popolare dei film di
Miyazaki, per provare ad intuire le ragioni principali di un progetto che si ripropone con una coerenza
che sarà sempre accompagnata da una creatività mia appannata. La chiave di lettura della storia è così stratificata che si potrebbe pensare di proporla, con pari successo, ad un pubblico anagraficamente
differenziato. Suscitando emozioni altrettanto differenziate.

Eppure un bambino degli anni ‘80 ha forse qualche vantaggio in più: ne capisce il linguaggio, la portata di ogni messaggio, il ritmo della narrazione. Un bambino degli anni ‘80 era piccolo in anni
che si dimostrarono diversi da ciò che sembravano e si ritrovava a crescere tra adulti che del futuro avevano smesso di occuparsi. Il privilegio, per un bambino degli anni ‘80 che vede da grande la “città incantata”, è quello di avere la percezione esatta di ciò che si sta raccontando: dall’avidità al contrasto col mondo adulto cinico e indifferente, dalla fatica di crescere alla perdita dell’identità, dall’ impoverimento della natura alla forza rivoluzionaria della tenacia...tutto appare chiaro e
comprensibile perché quel mondo di simboli è stato assimilato nella più tenera età. Perché, appunto,
l’imprinting è quello giusto.

“Tesoro non prendere la scorciatoia. Finiamo sempre per perderci”.

È tutto qui il limite di una generazione che non riesce più a sottrarsi alla trappola di un mondo che promette strade semplici per raggiungere la meta e che presenterà il conto alle generazioni successive. Un monito o una profezia? Dipende, ormai lo abbiamo imparato, dal punto di osservazione e dalla lente utilizzata.

 Gli anni ‘80, secondo l’adulta degli anni duemila che scrive, sono stati tra i più “tossici” della storia umana. Ma, a ben “guardare”, che gran fortuna essere stata una bambina proprio in quel tempo lì!

lunedì 20 maggio 2019

Non me la racconto. Così forse la capisco meglio

Non aggiorno questa pagina da un sacco di tempo. In realtà non me ne dimentico mai: mi piaceva l’abitudine di raccontare le sensazioni che si affastellano senza una logica precisa nel corso di una giornata e che cominciano a sembrarmi un po’ degne del mio sforzo nel quotidiano soltanto dopo averle fissate per iscritto. È un periodo un po’ così, pieno di cose normali, senza smanie, senza “aritmie” cardiache, con equa ripartizione tra amata solitudine e amabili compagnie. Credo che sia la prima volta da tanto tempo che non mi senta tormentata proprio da nulla: non ho un ultimo pensiero della sera o uno del primo mattino che mi ossessioni, ho ancora la stessa taglia, la signora del piano di sopra non fa rumore e mi ha ritinteggiato l’infiltrazione sul soffitto, ho finalmente riparato la lavatrice con una modica spesa, vedo dei bellissimi film, seguo tutti i corsi che mi piacciono, non piango da un sacco di tempo e non porto rancore neppure verso chi mi ha umiliato. Ecco, quando sto così vorrei scrivere che sono felice, o che non sono infelice, ma non ne ho mai voglia davvero. Mi pare una cosa inutile. È come se l’assenza di tormento non avesse una sua vera dignità narrativa.

Qualche tempo fa, durante una delle lezioni sul cinema e la fotografia, Andrea ha citato un regista filippino, Lav Diaz, che fa film anche di otto ore in cui non vi è una trama. Solo una sequenza di immagini non correlate tra loro da nessuna connessione narrativa. Gli ho chiesto che senso avesse parlare ancora di cinema per una operazione del genere. Lui mi ha risposto che il cinema contemporaneo e più sperimentale qualche volta è anche volutamente antinarrativo, e da Lynch in poi questa è un’attitudine che ormai sta definendo un suo solco ben preciso. Poi mi ha detto pensarci. E io ho provato a farlo per davvero.
Sono partita immaginando una storia da raccontare e ho provato a trasformarla in una sorta di “non racconto”. Mi sono chiesta se ridurre una storia qualunque in una sequenza di immagini sconnesse tra di loro, destrutturate nel tempo e nello spazio, come mescolandole idealmente, possa continuare a possedere una sua ipotesi di rappresentazione per il solo fatto che quelle immagini conservano un
significato a sè stante e non in quanto collegate alle altre con cui compongono un vissuto preciso.
Può darsi. Può essere che se con Lynch la destrutturazione narrativa voleva dire compiere uno sforzo di decodifica per ritrovare una coerenza narrativa che poggia su un piano logico e percettivo diverso,
con Diaz il racconto si componga di “monadi”, di racconti istantanei che si risolvono in ciascuna  dalle foto poi raccolte in un film che può essere potenzialmente di durata infinita. Può darsi. È solo che io non ho voglia di sapere se sia davvero così se per averne conferma devo impegnare un tempo per ora irragionevole.

Io credo da sempre che certe esperienze possano anche semplicemente essere intuite, piuttosto che vissute direttamente. E se ci penso bene è una forma di antinarrazione pure questa: ragionare su un film proprio perché non lo si è visto e perché vederlo significherebbe soltanto ammettere con certezza che non se ne può dire nulla. Un po’ come faccio io da sempre con l’amore: mi piace soltanto quello non vissuto, di cui non posso raccontare nulla, nè le esperienze, nè se sia durato il giusto, non posso
parlare della stanchezza o del divertimento che mi ha procurato.
Di quelli vissuti potrei raccontare un mucchio di cose, dall’euforia alla desolazione, dagli episodi esaltanti alle conclusioni traumatiche o semplicemente fisiologiche. Tutti accomunati da una trama in fondo prevedibile e blindata nello schema rigido di una finitezza obbligatoria. Forse è proprio vero che il racconto così come lo conosciamo è un concetto sempre più sopravvalutato, come l’esperienza effimera, come i tempi morti, l’energia sprecata, la dispersione...
Ma come si fa a saperlo davvero fin dall’inizio? Io credo che si possa. Ne sono sicura, come lo sono dell’inutilità degli amori che poi finiscono. Non bisognava neppure iniziare.

Forse non è vero che la vita si debba viverla per raccontarla. Bisogna viverla per il motivo esattamente opposto: riuscire a percepirne senso, spessore e significato indipendentemente dalla sua effettiva traducibilità narrativa.

Quando rivedo Andrea glielo dico che poi c’ho pensato davvero a questa cosa. Ma il film di Lav Diaz  me lo perdo lo stesso



martedì 7 maggio 2019

Stabili equilibri precari

Ci sono conferme che non ho voglia di ricevere. Per me certe intuizioni devono posizionarsi nel limbo del mai confermato, delle convinzioni profonde che valgono solo per la mia personalissima esperienza e visione delle cose. Per gli altri, almeno per quelli che ai miei occhi rappresentano delle gioiose eccezioni al mio pessimismo sulla stabilità dei sentimenti, ho bisogno di essere sicura della riuscita incorruttibile di certi legami. Però poi lo so che, ad un certo punto, troverò conferma della mia amara coscienza della fallibilità di lungo termine della quasi totalità dei rapporti umani. Così mi pare sia accaduto anche per quanto riguarda la mia amica, una a cui una volta ho dedicato uno dei miei primissimi post di questo blog.
All’epoca (era il 2015) raccontavo di una madre bellissima e premurosissima, di quelle che interpretano la maternità come puro amore e non come pretesto per soddisfare delle ambizioni più o meno represse. È una donna molto bella, dolcissima, di quelle che ti pare sempre che facciamo la cosa giusta, col marito bello e col quale c’è sempre pieno accordo. Non è un fatto strano, se proprio ci penso. Le cose cambiano anche semplicemente perché i figli crescono e la voglia di uscire più spesso con le amiche diventa un atto dovuto a se stesse dopo tanti sacrifici. Oppure c’è qualcosa che inevitabilmente mi sfugge delle dinamiche affettive di lunghissimo termine e per le quali ho sempre solo avuto un sacro timore reverenziale. Il fatto è che osservandola con gli occhi di un’amica che la stima e che le vuole sinceramente bene, mi pare meno stanca ma pure meno felice di una volta. Forse la mia è solo un’impressione, falsata a sua volta da una percezione condizionata dalla mia insana passione per la vita domestica solitaria.

Io non ho mai sofferto di solitudine. Credo che sia questo il mio vero dramma: vorrei trovare l’amore incondizionato ma allo stesso tempo è questa la cosa che più mi fa paura al mondo. Non ho alcun interesse per le frequentazioni occasionali, gli incontri in chat o nei siti deputati a questo nuovo spirito degli approcci. È una roba che proprio non mi riguarda nè mi incuriosisce neppure come esperienza antropologica. L’altro dramma è quello di non pensare mai al...beh insomma ci siamo capiti. Non so cosa sia l’orologio biologico nè ho mai neppure vagamente contemplato l’idea di avere dei figli. Ho spessissimo bisogno di abbracci e vorrei avere qualcuno sempre a portata di baci senza per questo rinunciare a starmene per conto mio nella mia casa piccola a lavare i piatti a mano e con il letto sotto il tetto. Tutto qui: malinconico oltre che poco costruttivo, ma io davvero non penso che questo. Forse non ho mai capito nulla di certe porte del paradiso che non hanno mai acceso la mia curiosità al punto da decidere di scoprire cosa mi celassero.

È un maggio freddo, io sono diversa da qualche anno fa, quando parlavo estasiata della mia amica moglie e madre perfetta. Anche lei è cambiata, ma è ancora bella come allora.
Il passaggio dalla stabilità all’instabilità non è detto che imbruttisca. Anzi, forse tonifica.
Me lo devo ricordare più spesso. Così forse faccio pace con le cose che finiscono. Come certi piaceri
passeggeri che, così dicono, mi farebbero bene. Se soltanto lo volessi.


lunedì 29 aprile 2019

È quasi tutto mezzo vuoto

Noi solitari ci riconosciamo così. Dalla panchina personalizzata. Il parchetto fuori casa, quello in cui trascorro la quasi totalità del mio tempo libero primaverile ed estivo, ha quasi sempre tutte le panchine occupate. Quelle più laterali, lontane dalle giostre o dagli spazi per i cani sono le nostre. Di noi solitari, desiderosi delle stesse cose: silenzio, spazio verde, un punto di osservazione ampio. Potrei starmene così per un giorno intero e, conoscendomi, questo è davvero strano perché so per certo che, a parità di tempo trascorso in casa avrei già aperto il frigo cinque volte sperando di trovarci chissà quale consolazione, provato a mettere ordine tra cassetti che traboccano di cose che non so come siano finite lì ma che non ho il coraggio di buttare e poi forse mi sarei guardata allo specchio per assicurarmi di non sembrare ancora troppo in carne.

Non amo stare in casa, per questo non ho mai davvero desiderato di averne una più grande: mi avrebbe dato soltanto dei problemi gestionali più complessi. Il vero salotto per me è questo parco. Non so ancora come farò a continuare a compiacermi per così poco, a non cercare più nulla e pensare che sia in fondo tutto qui, dopo un lavoro che mi stanca senza farmi crescere, i sogni che non ho più voglia di realizzare perché cominciano a farmi paura, la carenza di ferro che aggrava il mio fiato corto quando provo a correre più veloce. Ma è proprio così. Sto bene senza aver voglia di stare meglio.

Ho prenotato le vacanze ma non ne ho mica voglia, eppure sono stata una viaggiatrice entusiasta, solitaria e persino temeraria. Perché ora mi spiace così tanto sganciarmi da questo posto pure se non faccio niente di speciale? Provo a riflettere su notizie terrificanti e sento di giustificarle liquidandole come un segno necessario del tempo, come se questo bastasse per accettarle. Non mi arrabbio più quasi per nulla, al massimo provo uno sconforto a cui offro spiegazioni dal sapore quasi arcaico e non lo avrei mai pensato se solo penso alla bambina e adolescente tanto irritabile che sono stata. Oggi mi dicono spessissimo che sono dolce, ma è solo perché si sono persi un pezzo della mia vita in cui sono stata totalmente altro. È stato davvero un bene ammorbidirmi fino a questo punto? Oppure ci sarebbe ancora qualcosa che riesce ancora ad “animarmi”  come una volta?

Ma perché sto pensando a queste cose? È colpa di questa panchina. Adesso mi alzo. Sono quasi le otto e devo rientrare a casa mia che c’è blob e non voglio perdemelo. Per fortuna il frigo è vuoto, tra poco partirò per le vacanze, mi inventerò un amore. E forse anche un odio, se serve.

sabato 27 aprile 2019

una pastiera “proustiana”

Non vi è pentimento che valga a privarmi di un simile piacere. E in ogni caso ho fatto in modo di meritarmelo. È stato il mio unico pensiero durante tutto il tragitto verso casa, dopo aver visto un piccolo film francese un po’ snob sulle nuove dinamiche amorose, tema sul quale io ho smesso di avere competenze già da molto tempo. Dicevo, ho camminato in una Milano splendida, luminosissima, calda e desertica fino alla biblioteca, ho ritirato delle cose da rivedere e poi mi sono allungata fino al cinemino per il film di cui sopra. Mi ero portata dietro un po’ di cose ipocaloriche per non svenire e perché avevo intenzione di preservare un appetito sufficiente ad alimentare il desiderio. Sì, perché il piacere di cui parlo è quello che mi procura una fetta della mia pastiera scongelata al microonde e gustata rigorosamente calda. È successo alle tre del pomeriggio ed è stato magnifico. La mia pastiera mi piace più di qualunque altra mai assaggiata. E mi chiedo sempre se sia una forma di presunzione ingiustificata, visto che la ricetta è fedelmente riprodotta, oppure è perché in realtà la mia variante senza l’acqua ai fiori d’arancio faccia una differenza davvero sostanziale. Ma credo che la ragione vera sia sempre la stessa e cioè che la pastiera è fatta sempre per qualcuno che non sono io. A me al massimo restano gli avanzi, che poi congelo per farmi un regalo quando conto bene le calorie. È una cosa diversa dal preparare il pranzo per qualcuno, perché in quel caso includo una certa idea di condivisione. La pastiera no. Lei rappresenta la propensione all’altro o il peccato che presuppone un’autorizzazione gestita in solitaria.

Era squisita, morbida e profumata. Mentre affondavo il cucchiaino pensavo a come è strano che oggi faccia così caldo e che Milano sia così silenziosa e poi mi sono ricordata di una Pasqua in cui il mio papà era venuto a trovarmi qui e noi camminavamo verso la metro. Ad un tratto si era accorto di un piccolo leprotto rimasto imbrigliato in una rete verde di recinzione e l’aveva aiutato a liberarsi. È stato bellissimo vederlo scorrazzare felice lontano. Qualche giorno fa, a telefono, mi ha detto, “ti ricordi quel leprotto? Chissà che fine ha fatto adesso”. Non lo so perché mi sono un po’ commossa.
E poi mi è tornata in mente quella volta che la pastiera l’avevo fatta per uno con cui stavo ma non ero felice. Venne bruciata da un lato e io non me ne rammaricai troppo. Ora forse capisco.
Adesso mi trovo alla mia solita panchina vicino a casa, mi sento un po’ appesantita ma non abbastanza da pentirmi pensando ai miei fianchi. Preferisco ricordare ancora qualcosa. Ho fatto la pastiera anche l’anno scorso, per persone che non vedo più e a cui ho voluto un bene non confermato dal tempo, eppure ancora non ho scordato tutto l’affetto che ci avevo messo dentro. Ci sono ricordi che sono destinati a sbiadire con calma inesorabile e sono quelli che apprezzo di meno. Ma tant’è. E poi c’è la pastiera di quest’anno (e quella di oggi ne era, appunto, il suo avanzo) e ho provato ancora lo stesso piacere, stavolta aggiunto alla speranza che i suoi destinatari siano belli così come li vedo.

Sarà che ho visto un film un po’ sentimentale, che mi aiuta ad accettare la mia inattitudine ad un rapporto profondo traducendo l’affetto in un dolce, che poi diventa ricordo. Sarà l’avanzo di un piacere da consumare da sola. Sarà che Milano è bellissima oggi e invece soltanto ieri pioveva e si gelava e perciò non era il caso di scongelare la mia fetta di pastiera. Sarà tutto questo, o proprio nulla di tutto questo, ma oggi quella magnifica fetta di dolce era il mio unico desiderio. Realizzato solo grazie a qualcun altro che neppure lo sa.


lunedì 22 aprile 2019

Di cosa si nutre il genio?


Appunti per Welles
...poi tornerò di nuovo a parlare di me...
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Nel novero delle poche verità incontestabili alla base del dibattito critico sul cinema c’è l’assunto che Orson Welles sia uno dei più importanti e innovativi registi del Novecento. I suoi film costituiscono un passaggio obbligato per chi di cinema vuole parlare, capire o anche soltanto godere. E questo, oggi, è fuori discussione. Ma purtroppo si sa anche che non è sempre stato così.
Nelle scienze economiche esiste una teoria, mutuata a sua volta da studi sul comportamento animale, denominata “Affamare la bestia” (“Starve the beast”), secondo la quale determinati soggetti dotati di particolari caratteristiche ad alto potenziale sono in grado di esprimersi al loro meglio soltanto in condizioni di estrema proibizione, in ottemperanza ad un principio di ottimizzazione di risorse scarse e di vantaggio comparato nelle dotazioni iniziali. In economia questo si traduce in attenzione puntuale all’uso dei mezzi di produzione, assenza totale di sprechi, utilizzo creativo delle risorse - interne ed esterne - a disposizione. 
Orson Welles è stato, rispetto a Hollywood, il prodotto forse meglio riuscito di questa teoria. Il suo talento, la sua “bulimia creativa”, il suo genio produttivo, costantemente umiliati e ostacolati dall’”Industria” sono stati paradossalmente soddisfatti proprio grazie alla fortissima penuria di mezzi e di opportunità. Un tentativo di fornire prova di questa ipotesi potrebbe essere quello di analizzare alcuni aspetti proprio di uno dei suoi film meno riusciti, a livello di critica e di pubblico e per ammissione dello stesso Welles: la “Signora di Shangai”, opera decisamente nata sotto una cattiva stella. Pare che in tutta l’America vantasse in Truman Capote il suo unico estimatore (in Europa invece fu più apprezzato), subì peraltro una gestazione lunghissima perché funestato da morti e malattie nella troupe, tagliato di quasi un’ora e mezza dalla produzione e rimontato un numero considerevole di volte senza mai tenere conto delle istruzioni fornite dal regista. In buona sostanza del film non rimane altro che una vaga approssimazione delle reali intenzioni di Welles. Ed è proprio questo che lo rende così interessante: il genio creativo rimane intatto anche quando il prodotto è stato svuotato delle sue stesse intenzioni. A confermarlo ci sono punti del film in cui l’estetica dei contrasti chiaroscurali a sostegno di una narrazione psicologica dei personaggi, l’adesione a tematiche dolenti sulla condizione umana e le sue contraddizioni, la messa in scena che omaggia una certa teatralità alla base di tutte le dinamiche umane fondate su rapporti di forza (il tribunale ma poi in altri film anche il mondo dell’editoria, della politica o della borghesia), che già rappresentano dei chiari indicatori della sua impronta del tutto peculiare e innovativa.
“Vi sono uomini che intuiscono il pericolo. Io no”. In poche parole tutte le ragioni di una disavventura e, in senso autobiografico, della condotta di una vita intera.
Ma è nei minuti finali che questa idea trova la sua forma più compiuta, quando Michael pare quasi invitare lo spettatore a scivolare assieme a lui nell’incubo della “crazy house”, laddove vertigine e insicurezza e poi figure multiple di identità indefinite e inganni rivelati lasceranno finalmente spazio alla verità. E al ritorno alla luce.
Welles è stato prima di tutto un intellettuale di solida formazione, ha fatto suo il fermento innovatore di matrice europea. È stato totalmente figlio e interprete poliedrico del suo tempo. Ma lo era anche di un luogo che a certi fermenti avrebbe contrapposto, almeno in campo cinematografico, un’idea narrativa diversa e della quale Hollywood era gelosa custode. Non stupisce dunque la costante difficoltà a finanziare i suoi film, l’intrusione esterna nella lavorazione, il costante rimaneggiamento dei suoi film fino all’incapacità di rendere immediatamente percepibile la portata innovativa del suo linguaggio filmico. Una tale mole di ostacoli avrebbe indotto alla resa chiunque. Non lui. Welles non si è mai lasciato scoraggiare dalla scarsità di risorse o dall’ostruzionismo facendo dell’ostinazione il vero motore per la realizzazione di progetti in condizioni estreme. Proprio come una “bestia affamata” che non contempla la resa.
“Vince chi gioca una giusta partita e non l’abbandona”
“Il solo modo di evitare questi guai è quello di invecchiare [...]Ma temo che morirò molto prima”
Forse nulla più di queste ultime battute del film, restituisce l’idea di insopprimibile necessità di seguire se stessi a dispetto di tutto. E di sperimentare costantemente.
Il tempo gli ha dato ogni ragione. E Hollywood gli ha restituito, con un ritardo in fondo perdonabile, tutto il dovuto


giovedì 11 aprile 2019

Oggi un post che vale per il compitino per il corso su Lynch.

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“Io...Noi, ti stiamo chiedendo di avere una mentalità aperta”
Quasi una dichiarazione d’intenti e forse un’esortazione dello stesso Lynch nei confronti di chiunque accetti la sfida di un’esperienza fortemente alienante, destabilizzante ma allo stesso tempo profondamente intima e individuale.
Per Mulholland Drive audacia narrativa, fascinazione estetica, suggestioni oniriche, turbamento irrazionale, tensione paranoica sono solo alcune tra le espressioni-chiave di più immediata ispirazione. La storia, pur nella sua disarmante complessità, è di facile sintesi. Una donna che sogna di essere una promettente attrice, tenta di rivelare l’identità di una sconosciuta. Alla fine troverà “soltanto” se stessa, i suoi sogni infranti e l’incapacità di accettare una realtà non filtrata dalla consolazione dell’immaginazione e del sogno. Sullo sfondo Hollywood, posticcia e spietata a fare da set per colpi di scena non subito chiari. Mentre il racconto si fa sempre più frammentato, ci si perde quasi subito tra numerose identità irrisolte e la sensazione costante che l’irrazionale governi e domini ogni cosa e che la narrazione individuale sia il mero prodotto di una eterna dialettica tra Caso e Necessità, in cui la volontà del singolo rappresenti solo un semplice innesco di quella lotta.
“Volevo proprio venire qui [...]. Sono due sogni ma è come se ne fosse uno [...] .Spero di non dover mai vedere quella faccia quando sono al di fuori del mio sogno”. Il sogno racchiude ciò desideriamo davvero assieme a quello che temiamo di più. Uscirne vuol dire esporsi al pericolo.
“L’atteggiamento di un uomo va di pari passo con quella che sarà la sua vita [...] Io voglio che lei pensi e che smetta di fare il furbetto con me”. Il Caso (o la Necessità?) si diverte a stuzzicare il regista facendogli credere di avere dei margini di manovra che, di fatto, non gli sono concessi.
Il regista:“Non voglio che recitiate. Aspettate di diventare veri”. Ma l’attore: “Ma recitare è reagire”. La scena del provino pare assecondare ogni cosa e mettere d’accordo tutti, ma appena fuori dal set, uno dei consulenti del regista osserva che per l’attore il copione non è più adatto.
“È lei la ragazza” ...”È una scelta eccellente, Adam”. Ma sappiamo non essere stata affatto una sua scelta.
“È tutto registrato [...] È solo un’illusione”
[...]
“Silenzio”.
La comprensione e l’essenza delle cose non sono traducibili in parole. Neppure il cinema lo pretende (si potrebbe qui azzardare una ardita similitudine col “silenzio” pronunciato da Fritz Lang nel “Disprezzo”). Il cinema si limita, appunto, a registrare illusioni.
Come si fa a parlare del cinema di Lynch senza rischiare di cannibalizzare le migliori intuizioni già al servizio delle analisi e interpretazioni più riuscite? Da dove partire per tradurre le suggestioni, la fascinazione, il turbamento, l’indecifrabile generati da tutto il “non-detto” dei suoi film? È stato osservato che i film di Lynch non vanno visti ma “usati” (Canova), quasi a definirli un’occasione esplorativa “multisensoriale”. Può allora valere anche vedere il film più e più volte per poi scoprire che in ciascuna di esse ci si troverà al cospetto di qualcosa di nuovo accompagnato da un paradosso: man mano che la trama diviene meglio comprensibile e lo snodo narrativo ritrova una sua, seppure surreale, coerenza, si viene inghiottiti in un gorgo di oscurità e irrazionalità fatta di incubi, traumi irrisolti, senso di annientamento e di impotenza verso una realtà solo fintamente rassicurante. Si potrebbe ragionevolmente affermare che tutti i film di Lynch richiedano una specie di necessaria premessa di metodo: quella di essere visti, e vissuti, più e più volte. Provare per credere. E riprovare per ricredersi.
Lynch non è un regista militante. È approdato al cinema senza prima essere stato un cinefilo. La sua “urgenza narrativa” ha origini e motivazioni estetiche e filosofiche che partono da tutt’altro, in primis il suo interesse per la pratica trascendentale. Eppure alcune questioni cruciali del contemporaneo, come ad esempio proprio quella dell’identità (il vero grande tema della modernità) o - fa impressione osservarlo proprio all’indomani della prima foto di un buco nero - l’idea che l’alterazione spazio-temporale sia la variabile endogena cruciale di un paradigma universale, fanno del suo cinema uno strumento efficacissimo anche per una chiave di lettura tutta “immanente” della società. Ma forse questo è solo un Caso.
O una Necessità

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...