giovedì 18 luglio 2019

Se ricordo bene...è solo un bene

E così anche De Crescenzo ha ritenuto che potesse bastare così. Dopo Gregoretti, della cui scomparsa mi rammarico più che per gli altri, e dopo Camilleri, i grandi raccontatori ed esploratori di grammatiche nuove del contemporaneo pare che si siano consegnati ad un silenzio a suo modo altrettanto eloquente. Un doveroso grazie.

È da un po’ di tempo che ci penso. Mi sono ricordata di una frase che all’epoca consacrai come la cosa più bella che mi fosse mai stata detta e che fino ad oggi si è dimostrata essere tale. Mi ricordo che bussai alla sua porta, che avevamo un rapporto complesso ma anche solido e affiatato. All’epoca era mio tutor al dottorato, ma era stato il prof di uno dei miei primi esami e relatore della mia tesi di laurea e poi anche docente ad un master post laurea che frequentai solo perché c’era anche lui che per me era già un mito. Ci ritrovammo dopo circa due anni, quando mi licenziai dal mio lavoro, appunto per fare il dottorato. Dicevo, bussai alla sua porta e gli dissi che avrei dovuto parlare con lui di una questione relativa alla mia tesi ma che non volevo fargli perdere troppo tempo. A quel punto lui mi rispose così: “Lucia, un’ora con te non è mai persa”. Forse scherzava, o lo disse così per dire, era un uomo burbero e piuttosto formale nella gestione dei rapporti umani, eppure io da quel momento e fino ad oggi (sono passati più di quindici anni) ho pensato che mai più nessuno mi avrebbe detto una cosa altrettanto bella.

Vorrei che sapesse che mi manca sempre molto, nonostante un rapporto in fondo anche molto conflittuale, le tante incomprensioni, il tempo, la distanza e l’ipotesi tutt’altro che peregrina che si sia ormai scordato di me. Forse non saprà mai quanto anche quella sola frase lo abbia reso indelebile per me, più del 110/110e lode che gli devo e del dottorato stesso, più di tutti quelli che ho incontrato, dei complimenti ai miei occhi o alle mie gambe da parte di uomini gentili e compiaciuti, quando la giovinezza e la freschezza ancora suscitavano nei miei corteggiatori simili lusinghe.

Il mio ricordo definitivo rimane quella frase e basta...almeno fino a qualche giorno fa,  Un’amica a cui tengo molto mi ha detto, dopo che le ho prestato due libri per le vacanze e che le sono tanto piaciuti: “Lucia tu sei la mia life coach! Come fai a capire sempre di cosa ho bisogno?”.
Ecco, forse questa è la seconda cosa più bella che mi sia stata detta nella vita e di certo una di quelle che mi porterò nel cuore per attingere un po’ di autostima quando me ne sento troppo poca in dotazione naturale.

Io non sono un’intellettuale, sono destinata all’oblio e ovviamente accetto con serenità pacificata certe leggi di equilibrio cosmico che vogliono intelligenze e talenti come risorse innate non equamente ripartite. Ma sono brava a ricordare per tutta la vita ciò che mi offre l’illusione che la renda immortale. E così ho pensato che è proprio così. Sì, se ricordo bene, è così che io funziono: ricordando bene

martedì 16 luglio 2019

E cosi fu che...

Esattamente dieci anni fa mi arrivavano i risultati del concorso che mi ha portato a vivere qui. Prima di allora non avevo mai pensato di venire a stare a Milano: la temevo, pensavo che fosse una città per gente competitiva e anaffettiva e in parte non mi sbagliavo, ma col tempo questo non ha costituito un vincolo per una felice esperienza di insediamento in una città che mi ha dimostrato di essere molte altre cose.
Il giorno dopo il mio concorso ero testimone di nozze di mia cugina. Fu una bellissima giornata. Avevo risolto la precarietà del lavoro, c’ea un bel sole, avevo un bel vestito, ero con tutta la famiglia in un bellissimo ristorante di Posillipo. Tutto davvero meraviglioso.

Quel giorno stesso successe pure un’altra cosa. Rividi un mio vecchio compagno di classe, uno di quelli con cui non avevo molta confidenza ma che rivisto dopo così tanti anni, così cresciuto e così diverso da quel ragazzo troppo magro e taciturno, mi fece molta impressione. Disse che mi trovava molto bella, che lavorava a Londra come ingegnere e che avremmo potuto rivederci. Così fu. E così fu che ci avventurammo in una storia bella e divertente, fatta di baci e amore a Londra e dintorni. Così furono le telefonate via Skype mentre io ero intenta a scoprire Milano. E così fu che mi tradì per una che manco conosceva. Così fu che restò con lei per un po’ del tempo successivo ai miei pianti e al mio farmene una ragione. Così fu che sposò un’altra ed ebbe con lei una bellissima bambina. E, infine, così fu che dopo tutti questi anni, mi abbia chiesto un po’ di tempo fa l’amicizia su fb, per poi scrivermi cose dolcissime e malinconiche che mi sono sembrate una maniera delicata e sincera di chiedermi scusa per il suo comportamento di allora.

Oggi, che ho postato quelle vecchie foto  di quel bellissimo matrimonio, che forse scattò lui stesso, vi ho ritrovato anche il suo “mi piace” e ho sorriso con una reazione automatica.
Credo che lui sia stato la mia ultima grande delusione d’amore, dopo erano solo illusioni. Sì, direi che
 Milano incontri del genere me li abbia proprio risparmiati e di questo, qualche volta, la ringrazio di cuore. La ringrazio per la solitudine che ho preso ad amare come mia prediletta ispiratrice di ottimismo e consapevolezze, e poi la ringrazio per i finti amori che ho imparato a schivare, per la presa di distanza dalla provincia e dalla sua grettezza e infine per il dono della presa di coscienza della mia fallibilità emotiva senza farne un dramma. Ringrazio sempre questa città per tutto questo ed anche per tanto altro.
Tranne oggi.

mercoledì 10 luglio 2019

Sonno di una notte di mezza estate (A hisotry of non sense)

Ho ancora una bella abbronzatura, per il resto la mia gioiosa vacanza conclusa da poco ha già smesso di propagare il suo benefico effetto: a Milano fa molto caldo, non riesco ad allenarmi ancora, è cambiata l’organizzazione del mio ufficio e per ora pare promettere molto ma molto male. Sono stanca di una stanchezza fatta di sonno, di noia, di senso di fatica anche per cose elementari.

Di solito l’estate mi accende e risveglia fantasia, dinamismo, voglia di fare cose nuove. Questa volta invece vorrei solo dormire sempre. Mi mancano le persone che vedo in inverno, gli appunti che prendo, i cappotti e il trucco pesante sugli occhi.

Milano si svuota davvero soltanto nel week end e io penso solo al fatto che non so cosa fare per comprare l’anguria più grossa del supermercato senza farmi venire la scoliosi. In compenso ho ceduto al gelato al kinder bueno e spero di non entrare nello stesso tunnel che mi vide a suo tempo vittima della dipendenza da Müller alla vaniglia o da anelli di cipolle panati. Ci sono passioni che non temono neppure il dolore che potrebbe infliggermi l’ago pungente della bilancia. Ingrassare d’estate “pesa” di più che in inverno.

In tv sta andando il film per me più bello di Cronenberg: A history of Violence.
Decidere di essere altro da quello che si è o che gli eventi ci costringono ad essere può essere un affascinante esercizio di volontà dalla riuscita edificante. Nutro spesso dei dubbi sulla sua effettiva solidità e perdurabilità, ma non credo che sia un obiettivo sempre impossibile. Di sicuro a me non riesce se non al prezzo di un sacrificio che in estate mi pare ancora più improbabile.

Ho davvero troppo sonno. Eppure ho dormito abbastanza, non mi sono stancata, nessuno mi ha stressato, ho visto un film che mi ha molto divertito e il video mi sta regalando il Viggo Mortensen più in forma di sempre. Ma ho davvero bisogno di dormire. E invece vorrei aver voglia di fare
qualsiasi altra cosa giusto per il fatto che non c'è ragione per cui non ne abbia.

E invece.

Buona notte.

Ore 22:00


venerdì 5 luglio 2019

(Ri)tagli del mio tempo

Non mi ci abituerò mai. Lo so che è una cosa stupida visto che in realtà lo scopo sarebbe proprio quello. Ma a me questa cosa colpisce sempre. Scoprire che ci sia qualcuno che trova i miei post, persino quelli più vecchi e decide di leggerseli è una stranissima emozione fatta di vergogna mista ad orgoglio. Mi chiedo sempre chissà cosa possa aver pensato, se mi conosce, se ne colga davvero il senso e le intenzioni o se col tempo quelle esperienze sono capaci di raccontare soltanto cose vecchie e non traducibili in materia interessante. Non lo so, però io qualche volta rido abbastanza di quelle cose un po’ insulse che per me avevano addirittura la dignità di un racconto scritto.

Ho tagliato i capelli. Non mi dispiacciono e poi erano molto rovinati e io avevo bisogno di sentirmi diversa.

Il rientro al lavoro è stato piuttosto traumatico: ho cambiato team, manca l’aria condizionata e io riesco a dormire un po’ solo sul divano ma poi le mie ossa ne risentono. Ma va bene così: la mia vacanza è stata bella e stare a Milano a luglio e ad agosto mi piace moltissimo e poi per la prima volta  andrò al festival del cinema di Venezia e sono proprio curiosa.

In questo momento danno “paura d’amare” in tv, uno di quei film molto riusciti e dal romanticismo non  banale sui quali ho tentato di formare la mia educazione sentimentale. Me lo riguardo mentre ne ridimensiono la portata emotiva e consolido l’idea che non è affatto scontato non avere paura di amare o attribuire a qualcuno la capacità di farci sentire profondamente vivi.

Qualche volta faccio un giochino con un amico con cui condivido un sacco di cose tranne l’amore, anche perché credo che lui abbia cambiato quindici fidanzate da quando lo conosco. Faccio così: gli dico che mi piace uno, che flirtiamo, che usciamo...e lui ad un certo punto mi fa “non ti fidare” ,

lascia perdere”, “già da questo capisco che non siete compatibili”...cose così. È geloso senza amarmi. Credo che questa sarà sempre una delle mie condanne. O benedizioni, chi lo sa.

Il film è arrivato al punto in cui loro lo hanno fatto e sono felici. E a me pare soltanto un vecchio racconto in cui non ho più voglia di riconoscermi. Un po’ come ho fatto io durante tutti quegli anni che ho perso a farmi crescere i capelli solo per poi scoprire che in realtà corti mi piacciono di più

giovedì 27 giugno 2019

Di rigide visioni schematiche. E di singhiozzi senza controllo

È una serata fresca qui in Grecia. A Milano invece danno 40 gradi e a me sono bastati per farmi venire i brividi. Non ho l’aria condizionata in casa e credo di dover ancora riprendermi da quella sera del 2017 durante la quale non sapevo dove sbattere la testa per evitare di assistere da viva alla mia liquefazione.
In questo momento sono in una enorme sala piena di tavoli, con la musica classica, qualche bambino che gioca sui divanetti e delle persone molto rilassate che bevono degli aperitivi di cui non saprei dire molto, nonostante facciano parte del mio pacchetto a consumazione illimitata. Non mangio nulla fuori pasto, nè bevo mai succhi, aperitivi o alcolici. Le mie giornate hanno trovato molto presto un loro schema rigido nel quale sono solita ingabbiare le mie certezze tenute assieme dal senso di colpa. E così mi sveglio ancora molto presto, vado a nuotare e a chiacchierare col micio di spiaggia , faccio colazione, ritorno in acqua, vado in palestra, leggo, compro piccoli ricordi totalmente inutili da portare agli altri e trascorro molto tempo sul divano su cui sono ora, soprattutto guardando film su Netflix. E poi continuo ad osservare gli altri, con i loro silenzi e la loro eccessiva  sedentarietà, faccio caso a quello che scelgono di mangiare, come trattano i bambini, cosa leggono al mare. Stamattina c’era una bambina russa buffissima e molto piccolina che giocava tutta sorridente in spiaggia Aveva un singhiozzo molto persistente che non le è passato per tutto il tempo che è stata lì. L’ho rivista questo pomeriggio e il signghiozzo non le era ancora passato e mi sono chiesta come fosse possibile che nessuno provvedesse ad aiutarla...

Non saprei dire perché e come questo genere di questioni mi spingano proprio in questo momento a ricordare che una volta, il mio amatissimo e indimenticato prof di economia, durante il dottorato, mi disse che sarei stata una eccellente sociologa. A quel tempo pensai che questo la dicesse lunga su quanto mi ritenesse promettente come economista.
Ma non mi offesi. Il suo papà era un famoso sociologo, morto proprio l’altro ieri e la cosa mi ha fatto
effetto per una ragione molto tenera. Quando già vivevo a Milano mi ritrovai ad essere sua amica su fb. Lui era già un ultra ottantenne, ma con lo spirito, il temperamento, la curiosità e l’entusiasmo di un ventenne. Mi disse che mi trovava divertente e interessante e che gli avrebbe fatto molto piacere conoscermi. Così si fece promettere che appena sarei tornata un po’ a Napoli ci saremmo conosciuti di persona e mi avrebbe portato a pranzo. Così fu. Si rivelò raccontatore formidabile della sua vita straordinaria, ricca di aneddoti contro il fascismo, la vita accademica costellata di successo e prestigio fin da quando si aventurò a fare ricerca in America con progetti grossi poi realizzati (fu anche un nome di spicco della famosa scuola di portici). Io non facevo che notare a come fosse diverso da suo figlio eppure, mentre lo ascoltavo, pensavo che tutta la stima che negli anni avevo riposto in quest’ultimo avesse delle ragioni molto fondate proprio in un padre così. È morto quasi centenario, ma sono quasi certa che se ne sia andato con lo stesso spirito fanciullesco, pionieristico, sensibile al cambiamento e stupito dalle novità con cui lo avevo conosciuto io in età già così avanzata. Non credo che l’augurio di riposare in pace gli sarebbe risultato davvero gradito.

Ora sono qui, sul mio divano dei film del pomeriggio. Ho appena detto all’animatore che non avrei
giocato a tombola. L’aria è fresca e la serata mi pare ancora più bella se soltanto penso al caldo che ho evitato a Milano. Tutto secondo gli schemi. Mi rimane solo da sapere se alla bimba russa sia passato finalmente il singhiozzo. Ma forse per lei non era mica un problema quanto lo è per me. Per me che manco ce l’ho mai il singhiozzo...



martedì 25 giugno 2019

Vacanza con troppo giudizio...

Fa davvero caldo qui in Grecia. Per il resto mi pare tutto molto armonioso, piacevole, comodo. A parte una leggera scottatura è tutto come avrei voluto: la struttura che mi ospita, il cibo, l’acqua cristallina, la tranquillità che cercavo, i massaggi che mi sono concessa, la palestra per espiare una parte delle colpe...è tuttto giusto. La cosa veramente bella è che si è evitato l’effetto “carnaio”: ci cono piscine in diversi settori del complesso E diversi ristoranti tra cui scegliere liberamente il proprio menu all inclusive, il servizio è differenziato in modo da accontentare chi vuole la piscina e la musica a palla, chi invece l’animazione e chi, come me, vuole solo stare tranquillo e in pace.

 Passo gran parte del mio tempo nelle varie terrazze, alternando la lettura distratta di un libro all’osservazione (invece) attenta delle persone che condividono il mio spazio. No, non lo faccio per impicciarmi. No, è che trovo che sia davvero una cosa molto interessante per me. Vorrei capire cosa racconta davvero il silenzio prolungato tra due persone sedute assieme di fronte ad un aperitivo, o come mai due giovani e bellissimi genitori si trovino ad avere due figli troppo grassi rispetto a loro, vorrei capire come fanno due nonni così anziani a gestire il nipotino troppo vivace e piccolo che hanno deciso di portare in vacanza con loro, o che cosa abbia spinto il marito a venire a cena almeno venti minuti prima di sua moglie e suo figlio. Vorrei capire perché non trovo invidiabile nessuno di loro e che genere di sciatteria si manifesti davvero in quello che vedo.

Come mi succede di fare a Milano, e in qualunque altro posto, continuo a svegliarmi all’alba, faccio una rapida doccia e corro in spiaggia sperando di rivedere il micio incontrato il primo giorno. Fino ad ora c'è sempre stato. Poi faccio una colazione a base di uova e anche di cioccolato, ritorno al mare e me ne sto quasi sempre in acqua. Continuo ad osservare la gente e a non trovare quello che cerco in nessuno di quei volti. Ma comincio a pensare che questo sia solo un problema mio...

Sto proprio bene qui, forse dovrei mangiare meno gelati e uscire a fare delle escursioni. O semplicemente non congetturare sulle vite di persone che in fondo non conosco.

Sto bene qui. Ma mi manca Milano. Milano mi manca sempre. Assieme a tutti i suoi volti. Quelli che mi sono scelta senza che mai mi venisse neppure la minima voglia di giudicarli per quello che non riescono ad essere.

giovedì 20 giugno 2019

Bagaglio leggero. E fardelli di sola andata

Mentre scrivo sono sul treno che mi porta a Malpensa. Vado per un po’ di giorni in Grecia. Ho bisogno di mare e di riposo come non mi succedeva da anni eppure non è stato un anno faticoso o angosciante: sono stanca senza capire davvero bene il perché...usura degli anni a parte. Ho lasciato la scrivania un po’ in disordine ma stranamente abbastanza sotto controllo. La casa invece è tutta pulita e profumata, mancava solo l’insalata da finire e per non buttarla c’ho fatto colazione con la pizza avanzata da ieri. Sono riuscita a limitarmi al bagaglio a mano come mi piace molto fare ormai da qualche anno. Di contro sono rammaricata di perdermi alcune cose belle che avrei voluto fare a Milano, ma so che ragionando così finirei per non allontanarmi mai da questa città adoratissima.

Ma sì, ci sta una breve vacanza proprio adesso.

"Ti lascio perchè ho finito l'ossitocina". Così si intitolava lo spettacolo di una piccola compagnia di teatro che ha il suo laboratorio creativo nella stazione di Porta Vittoria, giusto sopra ai binari verso cui mi direziono cosi spesso nel mio abituale percorso per andare al lavoro. Chi, come me, fa della "volatilità" affettiva una specie di ossessione esistenziale non poteva non far caso ad una cosa del genere scritta proprio sulla vetrata di un locale in cui potrei autocarcerarmi per giorni, tanto sono suggestivi gli oggetti, le coreografie, il modo in cui è concepito lo spazio...poi però finisco sempre per correre al treno che pare lo faccia apposta ad arrivare quando io sono ad una distanza che poi mi impone di scapicollarmi giù per le scale.

Del resto è cosi che ho imparato a farmene una ragione: i sentimenti, tutti, ma soprattutto quelli belli, subiscono mutamenti dettati in larghissima misura dagli ormoni, quelli che si "ostinano" a resistere obbediscono a regole caparbie che solo pochissimi eletti sono in grado di applicare. Ci può stare. Il mondo, incurante della drammaticità di questo fatto si è garantito la sua perdurabilità  con discreto
 successo almeno fino ad ora. E' per questo che la mia domanda è da sempre (e quando dico da sempre intendo tre, quattro,  massimo dai cinque anni di vita in poi) : io qui che ci sto a fare? Da quando mi hanno spiegato che è tutto un avvicendarsi di dopamina e ossitocina, finiti i quali smettiamo di amarci senza la scelta (chissà quanto libera) del compito oneroso di coltivare con l’impegno un rapporto durevole, io boh...forse corro a prendere il treno proprio per allontanare il pensiero per una risposta convincente.


Il bagaglio qui accanto contempla solo costumi e tenute sportive, un rossetto e una matita per gli occhi. E poi giusto un libro, chiaramente l’ipad, e tanti elastici per tenere sempre i capelli raccolti. Spero che il mare sia bello e il cibo abbastanza buono.
Sono su un treno pieno di gente con lo zaino e le valigie. Chissà se anche per loro si tratta di bagagli semplici e qualche fardello di sola andata come per me. C’è di buono che in Stazione Centrale non ci sono laboratori creativi e neppure scritte da cui scappare.
E se ci penso bene mi pare già un’ottima partenza


   

mercoledì 12 giugno 2019

La certezza della penna

È troppo tempo che non scrivo dei fatti miei. È troppo tempo. Sono giorni che ci penso e che mi dico “stasera prendo un po’ di appunti, fisso qualche idea, racconto di qualcosa, anche minima, che mi è successa”. Poi però non l’ho fatto: avevo sonno, ero rientrata tardi, mi dicevo che forse dovrei smetterla di credere che sia davvero importante scrivere per mettere a fuoco la propria condizione. Eppure stasera ne ho proprio voglia. Mi sembra quasi doveroso un bilancio di prima metà di un anno in cui tutto mi sembra essere andato bene: dalle scelte, alle semplici casualità, alle persone che ho incontrato a quelle a cui mi sono legata, fino a quelle che ho scordato con una semplicità che mi fa quasi impressione. Direi che in questa fase sono serena come non mi capitava da un sacco di tempo ormai.

Non ho mai pensato che l’assenza di inquietudine, o anche di una certa nobile forma di rabbia, sia una cosa davvero auspicabile nella vita. Ho sempre ritenuto che, se ben canalizzate, certe intime disarmonie possano costituire dei potenti motori per evolversi.
Mi sono ricordata che al tempo avevo aperto questo blog per una faccenda di cuore in cui non credevo neppure io, ma ci stavo male, non capivo, non mettevo a fuoco il disagio. Ne scrivevo solo tramite sottintesi o provando a raccontare episodi del quotidiano vissuti con quello strano peso sul cuore che mi faceva percepire tutto come troppo faticoso o inutile. La rabbia invece è quasi sempre scaturita da una politica ogni volta più aberrante e che mi priva di ogni visione ottimistica di futuro. Proprio come oggi. Ma poi mi dico che in fondo non posso davvero far molto se non provare ad avere una percezione più ampia e chiara possibile di quello che accade. Il pensiero critico è la sola forma di protesta che posso concedermi in questa fase e lo scrivere può essere parte di un metodo efficace per l’analisi di fatti che mi colpiscono.

Ho riletto un po’ di quei vecchi post e mi ricordo perfettamente di come mi sentivo e di quello che
facevo scrivendo di altro. E poi all’improvviso tutto è passato e a me questa cosa fa sempre tanta impressione. Come ho fatto? Quanto possono essere potenti certi meccanismi di reazione al dolore. E quanto ci cambiano nel profondo. Io mica lo so se la mia calma di oggi sia davvero tale o costituisca un mero antidoto  autoprodotto da corpo e anima per farsi scudo di altri dolori e che mi ha reso solo più cinica e respingente. So che sto meglio di allora. Quello che non so è se sto davvero bene.
La scelta di non amare nessuno, alla mia età, mi pare ormai cosa saggia, come lo è quella di non avere mire e pensare che l’amore si possa anche semplicemente sognare nella sua impalpabile perfezione ideale e magari dargli forme ed indirizzi nuovi. Mi pare più che accettabile come soluzione pacificata. Ho perso tutta la mia vita fino ad ora a tentare di capire a chi fossi destinata e ho escluso la più semplice delle ipotesi con un atto di presunzione che non mi perdono.

Mi fa bene rileggere i miei vecchi post perché è grazie a loro che ho corretto il tiro, capito meglio, elaborato il lutto per ciò che non è neppure mai nato...tutto raccontato mentre parlavo dei film visti al cinema, di quello che mangiavo o di quanto correvo, di un cantante morto o di una lettera al direttore...mi sono ricordata tutto. Tutto quello che non ho scritto servendomi proprio di quello che scrivevo: raccontare qualcosa  per ricordare tutt’altro. Ha funzionato alla perfezione.

Ecco perché mi serviva il blog. Ecco perché mi mancava. Me lo scrivo. Così me lo ricordo

sabato 1 giugno 2019

“Anime” di una generazione

Ancora per i compitini per long take , stavolta per dire cose su Miyazaly&co, Ma poi ritorno alle mie povere questioni di vita un po’ vissuta e un po’ evitata. Ciao.
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 I bambini degli anni ‘80 hanno questo in comune. L'imprinting da “edonismo globale”. Erano gli anni in cui in Occidente si nutriva una cieca fiducia nel rampantismo avido e nel mercato libero e senza regole mentre in una parte dell’Oriente si assisteva per la prima volta ad una (troppo) rapida ascesa economica e finanziaria, a nuove organizzazioni produttive, a rinnovati assetti sociali e alla negazione, con semplicistica leggerezza, di sistemi di valori dalle tradizioni millenarie.

Il Giappone di quegli anni viveva proprio questo strano passaggio repentino: la sua economia decollava in modo così rapido e incontrollato che assecondarne il processo pareva la sola possibilità. È stato proprio in questo clima di disordinato ottimismo che nacquero e si diffusero presto, gli “anime”.
I “cartoni giapponesi” parlavano all’Occidente veicolando al contempo i valori di una cultura antichissima costantemente in bilico tra la sua storia ingombrante e un presente costellato dalle insidie di un benessere a cui non si era abituati. D’ora in poi non sarebbe stata soltanto l’America disneyana a monopolizzare la costruzione di sogni “globali”: dagli anni ottanta l’immaginario di un bambino di quell’epoca si sarebbe popolato anche di eroi nuovi chiamati Lupin, Mila e Shiro, Lady Oscar, Georgie, Anna dai capelli rossi, Candy Candy, Holly e Benji...una vera rivoluzione copernicana della narrazione animata, un punto di non ritorno per una generazione che, crescendo, avrebbe imparato a confrontarsi con questo genere a livelli sempre maggiori di consapevolezza e di maturità.

 È sulla scorta di simili premesse che la poetica di Miyazaky, e del suo studio Ghibli, ha potuto contare su un pubblico ormai strutturato e pronto ad un campionario di proposte nelle quali la costante sarebbero stati mondi fantastici con cui veicolare messaggi filosofici ed etici, differenti geometrie dei legami familiari e sociali, la forza propulsiva e rigenerante dell’infanzia, la malinconia
 dei ricordi, il pessimismo dell’agire umano per la protezione dell’ambiente e la costruzione di un
mondo di pace. E poi, ancora, proposte grafiche a forte vocazione sperimentale e strutture narrative costruite su architetture diverse dai modelli classici di racconto.

In tutti i film dello studio Ghibli è costante una specie di convinta esortazione ad osservare il mondo da un punto di vista differente da quello ad “altezza uomo”o, meglio ancora, ad “altezza terra” : ci sono sempre ottime ragioni per sprofondare negli abissi per poi sollevarsi in cielo e osservare il mondo nella sua totalità, allontanando così tutti i dettagli inutili e ritrovare una realtà meglio definita
proprio grazie al filtro della fantasia. Pare un paradosso e invece tutto torna proprio quando si accetta di indossare “lenti speciali” per nuove messe a fuoco sul mondo. Pare quasi non essere un caso che Miyazaky abbia tratto proprio dalla sua miopia la primaria fonte della propria ispirazione: un nuovo sguardo sul mondo.

Si potrebbe anche soltanto pensare a “La città incantata”, il più premiato e popolare dei film di
Miyazaki, per provare ad intuire le ragioni principali di un progetto che si ripropone con una coerenza
che sarà sempre accompagnata da una creatività mia appannata. La chiave di lettura della storia è così stratificata che si potrebbe pensare di proporla, con pari successo, ad un pubblico anagraficamente
differenziato. Suscitando emozioni altrettanto differenziate.

Eppure un bambino degli anni ‘80 ha forse qualche vantaggio in più: ne capisce il linguaggio, la portata di ogni messaggio, il ritmo della narrazione. Un bambino degli anni ‘80 era piccolo in anni
che si dimostrarono diversi da ciò che sembravano e si ritrovava a crescere tra adulti che del futuro avevano smesso di occuparsi. Il privilegio, per un bambino degli anni ‘80 che vede da grande la “città incantata”, è quello di avere la percezione esatta di ciò che si sta raccontando: dall’avidità al contrasto col mondo adulto cinico e indifferente, dalla fatica di crescere alla perdita dell’identità, dall’ impoverimento della natura alla forza rivoluzionaria della tenacia...tutto appare chiaro e
comprensibile perché quel mondo di simboli è stato assimilato nella più tenera età. Perché, appunto,
l’imprinting è quello giusto.

“Tesoro non prendere la scorciatoia. Finiamo sempre per perderci”.

È tutto qui il limite di una generazione che non riesce più a sottrarsi alla trappola di un mondo che promette strade semplici per raggiungere la meta e che presenterà il conto alle generazioni successive. Un monito o una profezia? Dipende, ormai lo abbiamo imparato, dal punto di osservazione e dalla lente utilizzata.

 Gli anni ‘80, secondo l’adulta degli anni duemila che scrive, sono stati tra i più “tossici” della storia umana. Ma, a ben “guardare”, che gran fortuna essere stata una bambina proprio in quel tempo lì!

lunedì 20 maggio 2019

Non me la racconto. Così forse la capisco meglio

Non aggiorno questa pagina da un sacco di tempo. In realtà non me ne dimentico mai: mi piaceva l’abitudine di raccontare le sensazioni che si affastellano senza una logica precisa nel corso di una giornata e che cominciano a sembrarmi un po’ degne del mio sforzo nel quotidiano soltanto dopo averle fissate per iscritto. È un periodo un po’ così, pieno di cose normali, senza smanie, senza “aritmie” cardiache, con equa ripartizione tra amata solitudine e amabili compagnie. Credo che sia la prima volta da tanto tempo che non mi senta tormentata proprio da nulla: non ho un ultimo pensiero della sera o uno del primo mattino che mi ossessioni, ho ancora la stessa taglia, la signora del piano di sopra non fa rumore e mi ha ritinteggiato l’infiltrazione sul soffitto, ho finalmente riparato la lavatrice con una modica spesa, vedo dei bellissimi film, seguo tutti i corsi che mi piacciono, non piango da un sacco di tempo e non porto rancore neppure verso chi mi ha umiliato. Ecco, quando sto così vorrei scrivere che sono felice, o che non sono infelice, ma non ne ho mai voglia davvero. Mi pare una cosa inutile. È come se l’assenza di tormento non avesse una sua vera dignità narrativa.

Qualche tempo fa, durante una delle lezioni sul cinema e la fotografia, Andrea ha citato un regista filippino, Lav Diaz, che fa film anche di otto ore in cui non vi è una trama. Solo una sequenza di immagini non correlate tra loro da nessuna connessione narrativa. Gli ho chiesto che senso avesse parlare ancora di cinema per una operazione del genere. Lui mi ha risposto che il cinema contemporaneo e più sperimentale qualche volta è anche volutamente antinarrativo, e da Lynch in poi questa è un’attitudine che ormai sta definendo un suo solco ben preciso. Poi mi ha detto pensarci. E io ho provato a farlo per davvero.
Sono partita immaginando una storia da raccontare e ho provato a trasformarla in una sorta di “non racconto”. Mi sono chiesta se ridurre una storia qualunque in una sequenza di immagini sconnesse tra di loro, destrutturate nel tempo e nello spazio, come mescolandole idealmente, possa continuare a possedere una sua ipotesi di rappresentazione per il solo fatto che quelle immagini conservano un
significato a sè stante e non in quanto collegate alle altre con cui compongono un vissuto preciso.
Può darsi. Può essere che se con Lynch la destrutturazione narrativa voleva dire compiere uno sforzo di decodifica per ritrovare una coerenza narrativa che poggia su un piano logico e percettivo diverso,
con Diaz il racconto si componga di “monadi”, di racconti istantanei che si risolvono in ciascuna  dalle foto poi raccolte in un film che può essere potenzialmente di durata infinita. Può darsi. È solo che io non ho voglia di sapere se sia davvero così se per averne conferma devo impegnare un tempo per ora irragionevole.

Io credo da sempre che certe esperienze possano anche semplicemente essere intuite, piuttosto che vissute direttamente. E se ci penso bene è una forma di antinarrazione pure questa: ragionare su un film proprio perché non lo si è visto e perché vederlo significherebbe soltanto ammettere con certezza che non se ne può dire nulla. Un po’ come faccio io da sempre con l’amore: mi piace soltanto quello non vissuto, di cui non posso raccontare nulla, nè le esperienze, nè se sia durato il giusto, non posso
parlare della stanchezza o del divertimento che mi ha procurato.
Di quelli vissuti potrei raccontare un mucchio di cose, dall’euforia alla desolazione, dagli episodi esaltanti alle conclusioni traumatiche o semplicemente fisiologiche. Tutti accomunati da una trama in fondo prevedibile e blindata nello schema rigido di una finitezza obbligatoria. Forse è proprio vero che il racconto così come lo conosciamo è un concetto sempre più sopravvalutato, come l’esperienza effimera, come i tempi morti, l’energia sprecata, la dispersione...
Ma come si fa a saperlo davvero fin dall’inizio? Io credo che si possa. Ne sono sicura, come lo sono dell’inutilità degli amori che poi finiscono. Non bisognava neppure iniziare.

Forse non è vero che la vita si debba viverla per raccontarla. Bisogna viverla per il motivo esattamente opposto: riuscire a percepirne senso, spessore e significato indipendentemente dalla sua effettiva traducibilità narrativa.

Quando rivedo Andrea glielo dico che poi c’ho pensato davvero a questa cosa. Ma il film di Lav Diaz  me lo perdo lo stesso



martedì 7 maggio 2019

Stabili equilibri precari

Ci sono conferme che non ho voglia di ricevere. Per me certe intuizioni devono posizionarsi nel limbo del mai confermato, delle convinzioni profonde che valgono solo per la mia personalissima esperienza e visione delle cose. Per gli altri, almeno per quelli che ai miei occhi rappresentano delle gioiose eccezioni al mio pessimismo sulla stabilità dei sentimenti, ho bisogno di essere sicura della riuscita incorruttibile di certi legami. Però poi lo so che, ad un certo punto, troverò conferma della mia amara coscienza della fallibilità di lungo termine della quasi totalità dei rapporti umani. Così mi pare sia accaduto anche per quanto riguarda la mia amica, una a cui una volta ho dedicato uno dei miei primissimi post di questo blog.
All’epoca (era il 2015) raccontavo di una madre bellissima e premurosissima, di quelle che interpretano la maternità come puro amore e non come pretesto per soddisfare delle ambizioni più o meno represse. È una donna molto bella, dolcissima, di quelle che ti pare sempre che facciamo la cosa giusta, col marito bello e col quale c’è sempre pieno accordo. Non è un fatto strano, se proprio ci penso. Le cose cambiano anche semplicemente perché i figli crescono e la voglia di uscire più spesso con le amiche diventa un atto dovuto a se stesse dopo tanti sacrifici. Oppure c’è qualcosa che inevitabilmente mi sfugge delle dinamiche affettive di lunghissimo termine e per le quali ho sempre solo avuto un sacro timore reverenziale. Il fatto è che osservandola con gli occhi di un’amica che la stima e che le vuole sinceramente bene, mi pare meno stanca ma pure meno felice di una volta. Forse la mia è solo un’impressione, falsata a sua volta da una percezione condizionata dalla mia insana passione per la vita domestica solitaria.

Io non ho mai sofferto di solitudine. Credo che sia questo il mio vero dramma: vorrei trovare l’amore incondizionato ma allo stesso tempo è questa la cosa che più mi fa paura al mondo. Non ho alcun interesse per le frequentazioni occasionali, gli incontri in chat o nei siti deputati a questo nuovo spirito degli approcci. È una roba che proprio non mi riguarda nè mi incuriosisce neppure come esperienza antropologica. L’altro dramma è quello di non pensare mai al...beh insomma ci siamo capiti. Non so cosa sia l’orologio biologico nè ho mai neppure vagamente contemplato l’idea di avere dei figli. Ho spessissimo bisogno di abbracci e vorrei avere qualcuno sempre a portata di baci senza per questo rinunciare a starmene per conto mio nella mia casa piccola a lavare i piatti a mano e con il letto sotto il tetto. Tutto qui: malinconico oltre che poco costruttivo, ma io davvero non penso che questo. Forse non ho mai capito nulla di certe porte del paradiso che non hanno mai acceso la mia curiosità al punto da decidere di scoprire cosa mi celassero.

È un maggio freddo, io sono diversa da qualche anno fa, quando parlavo estasiata della mia amica moglie e madre perfetta. Anche lei è cambiata, ma è ancora bella come allora.
Il passaggio dalla stabilità all’instabilità non è detto che imbruttisca. Anzi, forse tonifica.
Me lo devo ricordare più spesso. Così forse faccio pace con le cose che finiscono. Come certi piaceri
passeggeri che, così dicono, mi farebbero bene. Se soltanto lo volessi.


Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...