giovedì 22 luglio 2021

Che male c’è? Tutto quello che vedi

 In fondo è abbastanza divertente pure questa cosa di passare per la no vax che non sono mai stata. E’ davvero curioso quanto sia facile scatenare facili livori anche semplicemente facendosi portavoce di semplici perplessità, intime paure, forme alternative di rispetto verso un problema collettivo. E’ divertente perché mi dice molto del punto in cui sono, delle scelte che ho fatto del mio preferire stare per i fatti miei nonostante non mi definirei affatto una misantropa musona. E’ vero, non ho voglia di fare il vaccino. Non ancora. Mi piacerebbe che fosse meglio collaudato, che non contemplasse tutti quegli effetti collaterali di cui sento quotidianamente parlare dalle testimonianze dirette che ho. E vorrei che funzionasse davvero per abbattere la pandemia, cosa che al momento non è avvenuta visto che i contagi stanno di nuovo aumentando e si parla per l’ennesima volta di zone da colorare. Intanto io non mi sono mai ammalata di niente, neppure di un raffreddore, e continuo ad adottare le solite cautele di quando non c’era un vaccino e neppure le strane varianti che ai miei occhi hanno una curiosa correlazione con lo stesso. Non essendo un medico osservo i fatti con l’umiltà “presuntuosa” di chi pur non sapendo non può essere smentito. Non mi avventurerò in alcuna motivazione: so di avere torto e che sarebbe meglio sposare la causa del vaccino perché altrimenti faccio “free riding”e non è etico, perché potrei davvero ammalarmi e allora un po’ me la sarei cercata, perché potrei muovermi con più libertà e favorire il ritorno alla normalità. So di avere torto. Eppure sento ancora di dover dare retta alle mie ragioni. Certo, se fossi un medico o un’insegnante era fuori discussione, se avessi voluto assecondare il delizioso corteggiamento del mio giovanissimo ammiratore su Instagram sarebbe stata una doverosa forma di cautela, se dovessi fare un bel viaggio o trovassi imprescindibile una vita sociale forse avrei trovato del tutto normale il sacrificio di un vaccino non perfezionato. Ma per il momento vivo questa sospensione della mia esistenza come il decorso più naturale di una fase lunga ma necessaria in cui lo spazio per la riflessione e la riconsiderazione di ogni priorità è stato splendidamente occupato e goduto. A conti fatti credo che la sola cosa che ho davvero imparato da tutta questa assurda esperienza è quella di rimanere fatalista: chi si è ammalato ed è morto quando nulla ancora si sapeva di quello che stava accadendo è stato  semplicemente più sfortunato di noi altri e che chi sopravvive non ha comunque titolo a credersi salvo e fuori pericolo. Che senso ha relegare ogni pensiero del giorno a componenti così aleatorie? Che senso ha vivere solo per salvarsi la vita? Credo che sia questo che con parole struggenti e concetti meglio articolati ribadisce Aldo Nove tra gli scherni di detrattori impietosi.

A me non importa vivere ancora limitata nel mio spazio di manovra. Le cose che mi interessano le ho tutte con me. Le persone che ho voglia di abbracciare le conto su una sola mano: farò presto a rintracciarle quando sarà possibile. Mi fa più specie pensare che mentre la priorità della salute collettiva domina su ogni altra questione del vivere attuale ci sia stato un uomo delle istituzioni che in un bar della provincia ha sparato e ucciso un giovane uomo di colore perché dava fastidio ai tavolini. 

Io ho un rapporto strano con la salute. Quando sto male è perché ho qualcosa di rotto dentro a cui non so mai dare un nome né una cura fatta di pillole o tempi certi di recupero. Di solito provo a scriverci sopra, a camminare per ore ed ore sperando che con l’affanno e la stanchezza passi. Raramente riesco a dormirci sopra. Se esistesse un vaccino per certi tipi di malessere probabilmente nutrirei per esso le stesse perplessità di quelle contro  il covid. 

Credo  di avere un  rapporto anomalo con il dolore. Certe volte mi pare un male necessario, altre una fatalità inevitabile. Certe volte invece mi basta semplicemente aspettare. Essere fatalisti aiuta quando le certezze sono scadenti e le vite di ciascuno raccontano storie troppo diverse per essere controllate tutte assieme come se fossero una massa omogenea di entità indistinte

venerdì 16 luglio 2021

Sottrazione indebita di spazio (alla fantasia)

 In realtà credo che alla fine, forse, me ne sarei pentita lo stesso. E’inutile che mi cimenti in improbabili “what if…” quando in realtà so che non ci avrei fatto nulla o avrei avuta da gestire più di quanto la mia attitudine alla semplificazione del quotidiano avrebbe preteso. Ogni tanto mi capita di lamentarmi (a pieno titolo) del mio “ingombrante” (in tutti i sensi) vicino di casa, che è così vicino che a volte mi pare di averlo in casa ad urlarmi addosso con un megafono puntato nell’orecchio. Credo di aver già raccontato che fino ad un paio di anni quella in cui ora vive lui era una casa vuota perché pignorata già da prima che io venissi a starci accanto. E’ stata messa all’asta e per anni nessuno l’ha voluta. Poi il prezzo ha finito per diventare talmente irrisorio e del tutto fuori mercato che è diventato un bene “speculativo” abbastanza interessante per riuscire a trovare un compratore che la ottenne per un prezzo di ben quattro volte inferiore a quello di casa mia, che è identica. Per anni mi hanno consigliato di prenderla: siccome è ad angolo con la mia, mi sarebbe bastato abbattere una sola parete per avere un quadrilocale con doppia esposizione. Non ho mai accarezzato questa idea perché non avrei saputo che farci con una casa così grande. “Ma come? Stai più comoda. Inviti gente. Se ti sposi hai già tutto a disposizione. La affitti a giornate, visto che hai il Monzino vicino, e così ti arricchisci”. Nessuna di queste ipotesi mi pareva assolutamente allettante: io sto comoda in una casa piccola e che mi impegni poco nella sua gestione. Odio invitare gente e quella che invito riesco a tenerla benissimo anche adesso, trovare marito poi…mai neppure sfiorata l’idea. Affittare poi è una roba che metto a pari merito col desiderio di sposarmi. E poi mi sento già economicamente serena, con buona pace degli invidiosi.

Fatto sta che per anni il meraviglioso silenzio di quella casa ha accompagnato le mie più ingenue e strampalate fantasie mentre contemplavo quella finestra sempre chiusa. Ad un certo punto hocominciato ad accarezzare l’idea che la prendesse qualcuno che avrei amato nel sacro rispetto di quel principio (mai smentito ai miei occhi) che la convivenza indebolisca l’amore fino a farlo diventare asfittico, opaco e anonimo, mentre – al contrario - la stretta vicinanza lo ravvivi. Per anni ho sognato di avere in quellacasa “attaccata” ma separata il mio compagno ideale: con la sua autonomia, il suo spazio la sua intimità (proprio come me), assieme alle chiavi della mia casa e ogni altro tipo di condivisione possibile al netto di un pericoloso accavallarsi delle reciproche esistenze. Per anni ho sognato la “condivisione in autonomia” di un legame affettivo. Immaginavo certe mattine d’inverno in cui salutarsi alla finestra, invitarsi a colazione, chiacchierare o stendere i panni assieme nel cortile, darsi poi lì appuntamento per incontrarsi e uscire, e poi rientrare salutandosi alla porta. Oppure concludere la serata assieme, come degli eterni ospiti senza però nessuna fatica logistica. Mi pareva tutto così ovvio e normale.

L’argentino non è il proprietario della casa. Spero che un giorno vada via, non perché non abbia assecondato le mie fantasie, ma perché è davvero un cattivo vicino. E soprattutto perché mi obbliga troppo severamente a fare i conti con la realtà. E io invece voglio conservare spiragli di immaginazione innestandoli nelle infinite possibilità di una condizione di fatto che posso manipolare a piacimento. Ora c’è lui, con la sua musica orribile, la voce troppo alta, quella gente strana che viene a trovarlo nelle ore più assurde. Forse è questo che mi irrita davvero. Più del rumore molesto. Più della sua grossolana rozzezza. Lui mi impedisce di fare ipotesi. E questo non posso perdonarglielo.

E così ho pensato che forse non avrei commesso un errore così madornale se quella casa l’avessi davvero comprata io. Per lasciarla chiusa. E immaginarla “abitata”. Non da me. Ma per me.

martedì 13 luglio 2021

Il sonno della ragione potrebbe non avere torto

 Che meteo assurdo a Milano in questi ultimi tre o quattro giorni. Si passa dall’arsura ad essiccazione lenta alle tempeste tropicali, bombe d’acqua, vento forte senza soluzione di continuità.  Io ne ho subito tutti i capricci col tempismo di un gatto che punta la sua mosca: mentre ero per strada carica di buste per la spesa, con i sandali nuovi, una maglietta di troppo o troppo leggera, senza ombrello…credo che sia un talento pure questo qui di beccare sempre il momento peggiore per stare in strada. 

E poi ho sempre tanto sonno, anche adesso, che dormo moltissimo e sono nella mia settimana di totale relax. Io ho un sonnodevastante, quello fatto di stanchezza antica, di questioni che mi annientano per il fatto stesso di non poter essere risolte. E’ il sonno della testa pesante, delle gambe che non reggono, delle posizioni scomposte sul divano e dei cali di attenzione anche dopo dieci minuti di lettura. Non so cosa non funzioni, però sento che non basta il solo riposo, gli integratori o i valori giusti di colesterolo. Qualcosa non torna in questi giorni troppo vuoti eppure variabili più di questo meteo.  Mai come quest’anno sogno una vacanza bella lunga, col mare sempre di fronte, qualsiasi mare, pure quello terribile di Varcaturo. Basta che ci sia dello spazio blu in cui non sentirmi più così contratta. Ho bisogno di ampie stanze di condivisione, della cucina del sud dove cimentarmi  nelle mie creazioni mentre mia madre mi racconta di fatti e persone  di cui neppure so perché dovrei ricordarmi o mentre mio padre mi dice di farmi trovare a posto per quando arrivano i suoi amici per salutarmi. Di Pablito che si insinua tra le gambe nei momenti più impensabili.


Credo di aver bisogno di quello strano senso di estraneità crescente che provo ogni volta che ritorno dai miei. E ogni volta diventa sempre più spiazzante.  Eppure succede proprio così. Io torno ormai così raramente che mi accorgo di quanto visibilmentele cose cambino, di quanto noi stessi cambiamo nella forme e nei modi. Tornare diventa quasi l’impegno a colmare distanze che si percepiscono proprio nell’istante in cui vengono annullate. Che fatto strano. Solo un emigrante (che però non torna troppo spesso a casa come fanno certi miei colleghi nostalgici che non si rassegnano a questo strappo dalla loro terra) può davvero capirmi.Molte persone che conosco sono tornate con grande desiderio alla casa d’origine e con tutta probabilità prima o poi toccherà farlo anche a me anche senza desiderio.  Ma credo che non sia ancora arrivato il momento per pensare a questa cosa. In fondo la “fortuna” di non avere un legame stabile rende plausibile ogni ipotesi.  Sono sicura che il tempo, come sempre,  mi suggerirà la soluzione definitiva. E poi ho troppo sonno. C’è del senso anche nel lasciarsi esistere senza sentirsi in dovere di stare sempre sul pezzo, assumendo un ruolo di passivo adeguamento agli eventi e fidandosi un po’ di loro (o affidandosi a loro). In fondo mancanosoltanto poco più di due settimane alle mie vacanze: mi pare un tempo di “sospensione” molto ragionevole per stare a “folle” (nel senso della marcia non del mio modo di essere) e minimizzare ogni sforzo, ogni impegno, pressione, ansia da prestazione.  Il diritto ad essere stanchi può essere un’occasione splendida per fissare ritmi differenti, una marcia nuova, includere aspirazioni, ispirazioni, idee.


E’ passato più di metà anno e comincio a sentirne tutto il suo peso. O tutto il suo vuoto, che pare altrettanto insostenibile.

Forse nulla di tutto questo vale. Forse è solo che sono quattro giorni che non bevo caffè. Riprenderò a farlo soltanto  dopodomani. Non bisognerebbe mai abbandonarsi a riflessioni eccessivamente impegnative senza aver bevuto del caffè. E’ troppo rischioso. Due settimane prima delle ferie passano presto.  Sono i due giorni prima del caffè a sembrarmi eterni.

 

venerdì 9 luglio 2021

La forma, le formine e altri innocui inganni

 Ho comprato delle formine per fare i ghiaccioli. Una ha la forma di cactus, una di fetta di anguria e una di ananas. I miei gelatini saranno preparati con le polverine strane che faccio venire da paesi lontani e che mi illudo possano darmi carica ed energia per fare tutto quello che voglio. Certe sperimentazioni mi piacciono da sempre: l’alimentazione è un territorio affascinante che periodicamente  mi rapisce lasciandosi declinare nelle sue innumerevoli  interpretazioni: espressione e sintesi massima di creatività, salute, piacere, energia, cura, cultura, liturgia, sensualità, propensione agli altri. O semplice attitudine verso se stessi. Credo che sia questo il vero significato dell’essere ciò che si mangia.

Sono stata vegetariana per tantissimi anni. Poi un giorno, complice una cronica carenza di ferro, ho deciso di reintrodurre il pesce e temo che mi sarebbe ormai impossibile rinunciarvi di nuovo.  Per la verità in questo ultimo anno sono cambiate tantissime altre cose nelle mie abitudini e, alla prova dei fatti, devo compiacermi della forte correlazione tra il mio nuovo modo di nutrirmi e la resa in termini di prestazione sportiva. E’ stato faticoso ma molto divertente e persino interessante, malgrado il fatto che neppure questa  mia svolta salutista mi abbia impedito, in questo ultimo periodo, di sentirmi piuttosto stanca e completamente scarica. 


Credo di avere un’estrema necessità di mare. Di aria di mare. Di vista mare. Di passeggiate al mare. Per fortuna domani ho uno dei miei magici appuntamenti dalle fatine del benessere per unmassaggio agli oli essenziali di non so cosa e sale dell’Himalaya  (perché guai a essere il volgare sale di Margherita di Savoia). Pregusto già la mia condizione di quando sarò appena uscita da quel piccolo microcosmo in zona Corvetto fatto di musica da meditazione, aromi fruttati, voci soavi di fanciulle gentili e sempre di buon umore.  Quando finisco e ritorno nel mondo grigio che mi separa dalla metro mi pare che tutto il contesto sia meno ostile. Certe cose dovrebbe passarle il servizio sanitario.


Il mio giovane (giovanissimo) corteggiatore di Instagram continua a scrivermi e a dirmi cose carine (sono così sicura che mi cerchi soltanto su quella piattaforma che neppure mi preoccupo che possa leggere quello che scrivo altrove…e la cosa in fondo mi fa sentire molto al sicuro) e a me questo diverte molto, soprattutto perché non capisco cosa possa attrarlo di quelle mie foto così poco seduttive. Beh, bontà sua. Quando si sarà stancato di corteggiare un agglomerato sconosciuto di pixel, che per giunta non mostra nulla di interessante per un contenitore traboccante di ormoni, lo capirò senza stupirmi troppo.  In fondo sono belle pure le cose dichiaratamente finte e vissute senza aspettative illusorie o pretese velleitarie . Mi fanno ricordare di quella volta che sentii alla radio il caso di una vedova sconsolata, convinta per tutta la sua vita da sposata  di aver avuto accanto un uomo innamorato e fedele per poi scoprire, scovando per caso una scatola in soffitta, che lui aveva tenuto per anni un archivio puntualissimo di tutte le sue numerosissime amanti con relativo corredo di foto inequivocabiliassieme a loro. Fu un colpo durissimo per lei, che ormai non aveva neppure la possibilità dell’onore della vendetta. Una vita intera passata nell’equivoco e nell’autoinganno. Non riesco ad immaginare nulla di più triste.


Stasera mi cimenterò nella preparazione dei miei ghiaccioli “finti” a base di integratori e polverine magiche per stare in forze. Mi piace credere che siano gelati e mi piace altrettanto pensare che mi facciano bene. Il cervello ha sempre questa insana pretesa che debba rivelarsi realizzabile tutto quello che si desidera come possibile. Come se immaginare e concretizzare rientrassero in una sorta meccanismo sequenziale perfettamente funzionante. La verità è che  questo capita solo qualche volta, e allora siamo dei fortunati che non sapranno mai abbastanza di esserlo.  Molto più spesso l’immaginazione è destinata a rimanere tale, senza contemplare alcuna realizzazione se non il materializzarsi di un pallido riscontro. Quando succede sarebbe buona regola non farci troppo caso

 

martedì 6 luglio 2021

Ciò che rende “caro” un diario. Nel suo costo il suo valore

 Potrei stare ore a cercare le parole più adatte per esprimere le emozioni di un pomeriggio come quello dell’altro ieri. Che poi in realtà si è trattato di un’ora e diciassette minuti: questo è stato il tempo del bellissimo monologo che Moretti ci ha dedicato nella sala di quel piccolo ed eroico cinemino di quartiere che è il Beltrade. Io ero in seconda fila, ma la prima era libera e quindi non c’era nessuno ad ostacolare la mia visuale perfetta,. Stavo esattamente di fronte a lui. 

Da sempre io penso che la capacità di raccontare sia la prima vera ragione del mio innamorarmi delle persone. Se per tutto il tempoche ti sto a sentire la mia soglia di attenzione si mantiene costante vuol dire che hai vinto. Potresti fare di me polpette. Ma io di Moretti sono pazza da sempre: è un trasporto che va oltre la poetica stessa dei suoi film, credo che riguardi il suo modosurreale e “vivacemente” apocalittico di intendere il mondo, la sua condotta, l’ironia spigolosa,  il metodo di lavoro stesso, le cose che lo ispirano, quell’universo in pillole che mi pare di ritrovare nei suoi non tanti film nei quali io finisco per trovare sempre tutto quello che mi serve. Moretti è qualcosa che mi sta dentro, annidato in mille forme, a cercare di suggerirmi il modo di vedere le cose e me stessa in mezzo a loro. Ma non vorrei esagerare nel tentare di descrivere l’esperienza mai provata di assistere ad un suo monologo così “ravvicinato”. Che tanto neppure ci riuscirei.


Intanto io pregusto le mie vacanze ancora lontane godendomi il silenzio di un condominio un po’ più vuoto del solito: via i  latinoscaciaroni e pure le coppie urlanti che in questo periodo per fortuna vanno per un po’ ad odiarsi altrove. Ne è rimasta soltanto una che litiga da dodici anni sempre per le stesse ragioni. Un giorno busserò  alla loro porta provando a capire se hanno anche altri motivi per cui detestarsi tanto o se sono proprio appassionati di questioni che non hanno alcuna intenzione di risolvere . Anche la città si sta svuotando a poco a poco, mentre l’ufficio si conferma da tempo l’isola più felice del mio approdo diurno nella terra degliobblighi.  Il panificio di via Mecenate è ancora uno dei fattori principali del lieto inizio delle mie giornate: il profumo  di pane  appena sfornato  nel momento esatto in cui passo io, sono la prova certa  di come si possa vivere anche di soli incipit.


In questi giorni leggo con più costanza uno dei pochissimi blog ancora in vita tra quelli che mi hanno appassionato fin dal loro esordio. In realtà i contenuti sono di quelli che non mi riguardano affatto, trattandosi di un diario della vita familiare della sua autrice, una scrittrice e conduttrice radiofonica molto simpatica, che ha tre figli e un marito che fa il professore universitario (marxista) a Londra.  Lei si barcamena tra lavori belli, figli che crescono, una relazione matrimoniale a distanza e cose buffe che le accadono.  E’ ironica e divertente, mi  piace molto il modo in cui racconta i fatti suoi.  C’è della verità nel suo modo scanzonato di descrivere le cose divertenti  o faticose della sua routinequotidiana. Ora è in vacanza in Francia, sta per scrivere un nuovo libro, ha iscritto i tre figli a delle scuole estive di lingua e di musica (ah, la buona e sana borghesia milanese…i mei mai hanno pensato per me cose del genere) e fa yoga tutti i giorni e in qualsiasi luogo si trovi. Eppure io non la invidio affatto. Mai baratterei la mia vita, incasinata altrettanto, eppure svincolata da obblighi e preoccupazioni legate alla responsabilità di qualcuno che dipenda da me e dalle  mie scelte educative.  Non credo si tratti di egoismo. Semplicemente non mi interessa farlo. Direi di aver capito, finalmente, che la scoperta della propria identità passi pure per questa cosa qui: trovare sensata e divertente la vita altruipur non trovandovi alcuna ragione di emulazione. Mi pare una conquista per nulla da poco.


A me continuano ad appassionare le mie albe solitarie, i miei silenzi del mattino, la radio da accendere come primissimo gesto  appena apro gli occhi. Amo la mia meditazione, i miei esercizi di preparazione, l’allenamento e pure tutti quei piccoli riti di pochi secondi che accompagnano la mia “twilight zone”, priva di rumori di fondo e una luce ancora discreta che pare contenere ancora tutte le possibilità. Amo non condividere i miei problemi con nessuno mentre continuo ad augurarmi, in modo persino un po’ ottuso, che un giorno mi resteranno da bipartire con qualcuno  tutte le gioie rimaste. Amo le mie utopie, le mancanze, le attese indeterminate che vorrebbero finalmente convergere nel punto esatto della definizione di un progetto. 


Della gestazione di Caro Diario, un film che ho visto mille volte, io non sapevo quale immane travaglio, quanta aneddotica buffa  - ma anche disperata – quante difficoltà, tentativi maniacali e pedanti, quante rinunce, riaggiustamenti in corso d’opera sono stati necessari prima di arrivare ad essere quel gioiellino che poi è diventato. Ho riso molto, mi sono commossa, stupita, meravigliata. Poi ho pensato che quel magnifico raccontodell’altro ieri, quella splendida occasione che ho avuto di conoscere tutta la storia “non visibile”, fosse  - di fatto –  proprio la parte migliore di quel bellissimo film. W Nanni!

 

 


lunedì 28 giugno 2021

Gabbie in maschera

 Mi è sembrata una sensazione inebriante, un misto  tra il gesto sovversivo e  liberatorio e la rivendicazione del sacrosanto diritto di respirare a volto scoperto. L’ho vissuto con tutta la solennità di un rito questo primo giorno con la mascherina portata al gomito, il viso scoperto e il trucco sulla bocca. Sono uscita all’alba come se stessi andando ad una serata di gala con i riflettori ad attendermi. Davvero strano. A tal punto che se si dovesse tornare ad indossare questo bavaglio (come presumo che purtroppo accadrà se fosse sottostimata la questione varianti) io non lo troverei così innaturale come qualche mese fa. Abbiamo una capacità di adattamento tale che a volte viene davvero da chiedersi quanto ne sappiamo veramente del nostro reale benessere rispetto alle sue effettive potenzialità, se soltanto ne avessimo percezione edesiderio consapevole.  IO credo che sia più semplice procedere per sottrazione, piuttosto che per aggiunte, per capire davvero quello che ha un valore reale e definitivo rispetto alle cose che non erano altro che trappole della natura, dell’età, delle condizioni, della famiglia d’origine,  del caso, della necessità.  Per esempio io oggi so per certo  che tutto ciò da cui sono scappata e che non mi ha raggiunto è esattamente ciò che mi ha aiutato ad essere ciò che volevo mentre ancora non lo sapevo. 

Senza stare ad indagarne cause e ragioni, al mondo esistono quelli che vedono nella famiglia la cellula fondamentale della società ed altri che invece ritengono che ne sia l’elemento più insidioso. Esistono donne “corvo” che cercano di accompagnarsi ad un uomo ricco o, meglio ancora, con promettenti aspettative di carriera ed altre che decidono, altrettanto legittimamente, di investire i propri anni migliori per realizzare scalate sociali/professionali/economiche. Esistono donne che considerano indispensabile possedere il  Bimby ultra accessoriato livello pro con cui preparate tante bellissime torte per la numerosa prole e gattare solitarie e un po’ malmostose che ritengono che tutta l’umanità sia peggiore di un animale indifeso (per quanto il rischio di scadere in stereotipi semplicistici sia un approccio pernicioso e decisamente fuorviante. Ma insomma, spero che ci siamo capiti) .  Perché no? In fondo il range delle scelte è già abbastanza ampio così.

Perchè no.  Semplicemente.  Sono fuggita da tutto questo perché ognuna di queste ipotesi “precotte” nel profondo del mio essere mi pareva il prodotto di un progetto falso e inutile e ringrazio la sorte di non aver ceduto o cercato di realizzare neppure un frammento di ognuna di quelle scialbe alternative.  Il prezzo in fondo è stato minimo: fare i conti con la solitudine o la perplessità di chi mi stava vicino, unita a quella strana condizione di sentirsi  sempre fuori dalla rassicurante omologazione, dover accettare  la fatica di spiegare che mi piace che mi si trovi carina ma che non mi basta sapere che sia tutto quello che si vuole da me.  Oggi tutto questo mi pare lo svelamento di una verità di fondo che ha accompagnato tutta la mia vita, da quando ero piccolissima e osservavo i grandi che temevo ma di cui già non accettavo le linee di tracciamento. Avrei potuto fare meglio, credendo di più nelle mie inclinazioni, piuttosto che decidere pragmaticamente come mantenermi senza gravare su altri che su me stessa. Ma alla fine mi sono “riaggiustata” a modo mio in ottemperanza al principio che tutti abbiamo il dovere di diventare esattamente ciò che siamo. Sono salva dalla fretta della natura e di modelli che hanno bisogno di ingabbiarci prima possibile per perpetuarsi.  Sento di aver avuto ragione, che l’attesa è stata più bella della frustrazione. 

E così stamattina, mentre prendevo la mia mascherina senza indossarla, ho pensato  che la capacità di adattarsi è in fondo una condizione umana che ci accomuna tutti. Tutti, fino a quando accettiamo di indossarla. Poi, per fortuna,  la smette.

domenica 20 giugno 2021

A spasso nel presente, deviando nel passato

 Non mi ero resa conto di quanto tempo fosse ormai passato dall’ultima volta che ci sono passata. Almeno cinque o sei anni. Ieri invece mi ci sono ritrovata quasi per caso, dopo una piccola deviazione durante uno dei miei lunghissimi percorsi a piedi che mi servono quando voglio respirare, mettere d’accordo i pensieri, avvicinarmi al centro della città. Sono passata sotto il balcone dove ero venuta ad abitare per la prima volta a Milano. Via Cadore: una bella strada semicentrale, molto alberata e luminosa, che ospita un bel parco e da cui passano i mezzi che portano al Duomo. Venni a starci da una signora anziana che era stata appena lasciata dal marito dopo 40 anni di matrimonio. Per me fu una piccola avventura di soli tre mesi. Poi comprai casa e cosi mi stabilii per sempre in una zona molto periferica che coniuga il mio bisogno di sentirmi “dentro le mura” cittadine con la suggestione di uno scenario tipicamente di campagna. Non mi sono mai pentita di questa scelta: questo è un quartiere che amo profondamente, nonostante la brutta fama dovuta ad un passato tutt’altro che onorevole per questioni legate ad episodi di terrorismo, malavita, violenza…ma ora tutto a posto. La sola presenza molesta è il mio ormai famigerato vicino, che in realtà è un brav’uomo affetto da rumorosa logorrea notturna. Quello di cui provo davvero imbarazzo è invece la targa di ottone fuori dalla mia porta con sopra scritto Dott.ssa Lucia Cirillo: me la fece fare il mio papà dall’alto del suo inopportuno e imbarazzante provincialismo (neppure nei prestigiosi studi dei professionisti di Via Senato ho visto una cosa così pomposa)…ma vabbe’…

Rivedere la mia prima dimora però è stato davvero strano. Mi ha fatto sentire un po’ in colpa ricordare il momento in cui dissi alla signora che non avrebbe dovuto offendersi se non mi fossi più fatta sentire. Io ho un problema con i legami e la mia incapacità di coltivarli nel lungo termine quando vengono meno le ragioni per cui erano nati. E’ un mio limite, lo so. Lo faccio sempre. Ad un certo punto scatta in me la perdita di senso e non mi faccio più sentire. Lei invece negli anni mi ha scritto dei messaggi molto affettuosi per sapere come stavo o per dirmi che la clivia che le avevo regalato ormai molti anni fa continua ostinatamente a rifiorire. E’ molto tenera. Io invece orribile.

E’ stata una settimana confusa: ho rotto lo schermo del mio amatissimo i pad e non troverò pace fino a quando non ne ho avrò uno nuovo e scintillante, mi sono lasciata attraversare da brutti pensieri e in generale sono piuttosto affaticata e demotivata. Spero di trovare nuove risorse e soprattutto di riuscire a fare un viaggio entro la fine di quest’anno.


Ci casco sempre. Quando mi capita di sbirciare le statistiche di questo piccolo diario senza altra pretesa che quella di aiutarmi ad appuntare un po’ della mia vita (e di ricerca del suo senso) mi accorgo che ad un certo punto c’è qualcuno che si prende la briga di leggere miei post vecchissimi. Ragionevolmente mi viene da pensare che scelga di leggere un piccolo stock di post in base alla curiosità ispirata dal titolo. E così fa per un po’ di tempo. Mi succede ad intervalli regolari di “rimediare” avventori dell’ultima ora che mi hanno conosciuto in un tempo piuttosto diverso da quello per cui ho cominciato a scrivere. E quello che mi chiedo è sempre “chissà cosa sta pensando ora che sta leggendo la me di allora. E soprattutto perché lo sta facendo?”. A volte mi chiedo quanto sia rischioso e fuorviante persino per me tenere un diario privato in forma pubblica che, oltre a raccontare quello che mi capita, evoca anche stati d’animo e modi di pensare appartenuti ad un tempo e una condizione che ormai non ci sono più. Sì, perché ho riletto io stessa quei post scelti e letti da chissà chi: davvero avevo avuto il coraggio di scrivere quelle cose? Davvero pensavo così e sentivo così? Evidentemente sì, ma poi penso pure a quanto possa essere generosa e allo stesso tempo spiazzante la curiosità di chi si prende la briga di leggere un blog sconosciuto (e di una che non fa niente di speciale nella vita) come questo mio. Grazie qualsiasi sia stato il tuo scopo mio generoso lettore venuto nel mio trascorso.


Sono giorni così, dove il passato riappare improvviso come le deviazioni inattese di una passeggiata lunga in cui non si ha troppa fretta. Qualche volta si fa ritrovare in forma di lettura consigliata da uno sconosciuto arrivato per caso, quasi a ricordarmi che nel flusso degli accadimenti la vera costante della mia vita è una forma di molle malinconia che mi porto addosso come una felpa slabbrata. Poi mi metto le scarpe più comode che ho e faccio l’unica cosa che mi riesca davvero nella vita. Cammino.

domenica 13 giugno 2021

Perché pensar male a tutti i costi?

 Che fatto strano. Forse non lo è molto per altri, eppure io ci vedo qualcosa di veramente atipico in questa piccola cosa che mi è successa questa settimana. Il fatto è che non saprei neppure come raccontarla a me stessa senza sentirmi come certe donne annientate dalla disperazione e dal senso di fallimento per una vita in cui si sono ormai esaurite tutte le possibilità di una svolta qualsiasi. E questo anche perché io, a dispetto del mio pessimismo cosmico, credo di conservare ancora dosi cosi salvifiche di ironia (e soprattutto di autoironia) da ritenermi immune da certe derive nichiliste da donne senza riferimento affettivo stabile. Insomma mi è successo questo.

Da qualche giorno intrattengo delle conversazioni in chat con un ragazzo molto giovane (ha 27 anni!) e troppo, esageratamente, carino che mi ha scovato un giorno su Instagram, dove posto (ovviamente) foto normali di me (la cosa più clamorosa è stato mettermi in costume. Ma era ieri) o di cibo, non è mai stato volgare neppure una volta, da quello che mi scrive mi lascia intuire un’intelligenza vivacissima, è spigliato, brillante, ironico, mai fuori luogo. E’ inglese (ma nonna italiana e quindi parla bene) ed insegna la sua lingua qui a Milano. Vorrebbe tanto conoscermi e non fa che dirmi che gli piaccio molto, sì certo, prima per quello che ha visto dalle foto che pubblico, ma poi anche perché gli piace conversare con me. Allora, io so per esperienza di essere stata una persona estremamente ingenua riguardo alla generalità dei miei rapporti umani e che certe decisioni riguardanti il frequentare meno che posso gli altri, se non solo superficialmente, sono dettate soprattutto da questa mia caratteristica che tanti problemi mi ha creato in anni ormai lontani . Però lui è davvero incredibilmente giusto e, almeno in teoria, non credo ci sarebbe nulla di male nel decidere di vederci per un caffè. Del resto è così spaventosamente giovane che non vedo che genere di rischi ci possano essere. Io credo che sarebbe molto più triste scoprire di aver perso l’occasione di conoscere una persona così carina e che sceglie così spesso di chiacchierare con me. Mi ha inviato un paio di foto in cui sorride e mi sono detta che non è possibile che le sue coetanee non l’abbiano rapito e imprigionato. E’ davvero un mistero. Mah, chissà cosa sarà…

Quanto tempo è che non piango più per qualcuno? Per fortuna sono almeno quattro anni ormai. E rivivrei quel momento solo per riprovare la sensazione della risalita, quel senso di pace assoluta che ti cambia i connotati, ti fortifica al punto da dire che non lo rifarai mai più per nessuno. Per ora è stato così. Un beneficio che ha avuto il prezzo del continuare a ripetersi “no, di certo ha già un’altra e se non ce l’ha di certo non vuole solo me” e cose simili che servono a dissuadere il pensiero e le aspirazioni. Ha sempre funzionato e ora che non cerco più nessuno, perché più di nulla ho necessità, mi sembra surreale che certe piccole forme di gentilezza, presenza e attenzione provengano da un giovane uomo (forse solo e spaesato almeno quanto me) che trova sensato perdere del tempo a chiacchierare con me di cose non riguardanti il sesso o cose del genere.

Ecco, sono anni che non piango più per nessun uomo e sono molto contenta di poter sorridere da qualche giorno per un ragazzo giovane che ha persino voglia di conoscermi.

L’ingenuità ha sempre un prezzo, questo non lo dimentico. E’ pur vero che sono stata così attenta a non sprecarne per anni che ormai credo abbia una stagionatura che l’ha resa più resistente a possibili“urti”. E così stasera ho pensato che in fondo non sarebbe male, ogni tanto, darle un po’ di ossigeno e scoprire che stavolta non sarebbe l’ennesimo inutile spreco verso chi mostra il suo vero talento solo nella capacità di farmi piangere. Chissà. “Bisogna avere fiducia nelle persone”, così diceva quella giovane a quello vecchio nel suo finale di film più bello. E’ così J      

martedì 8 giugno 2021

In apparenza inganno (soprattutto me stessa)

 I paradigmi sono cambiati. E’ innegabile. Pure per me che ho avuto così paura di interrompere ogni mia routine, che mi sono ostinata a fare tutto quello che ho sempre incluso nel mio quotidiano con la disciplina di chi sa che abbassare la guardia, rilassarsi troppo o, peggio, cadere vittima di paure e pessimismo, significa quasi sempre lasciarsi andare, diventare preda facile di abulia, depressione, rilassatezza tossica. Ho avuto così paura che questo accadesse che ho imparato a vivere certa mia periodica e forte stanchezza come l’indicatore di un comportamento corretto, la mia solitudine come pretesto di riflessione e accoglienza per pensieri nuovi, le mie albe come preziose parentesi a cui aggiungere all’attività fisica di impatto anche quella preparatoria  di meditazione e movimenti dolci. E’ cambiato tutto lo stesso, anzi, forse proprio per questo carico di attenzione indotta. Ma me ne rendo conto soltanto ora.

Penso tuttavia  che questa fase stia ormai passando: persino io comincio a convincermi che stavolta ne usciremo davvero. E mi sento pronta a questo sedicente ritorno alla normalità. Mi sono tenuta allenata solo per questo in fondo. eppure il mio solo, primo ed unico desiderio in questo momento, è mettermi in viaggio. Ne ho bisogno come credo di non averne mai avuto prima d’ora ed è una sensazione quasi spiazzante. Farò il vaccino senza malincuore solo in nome di questo obiettivo, lo ammetto.

In questi  ultimi tempi ho fatto una cosa che trova le sue ragioni in parte in una certa forma di vanità per ravvivare la fragile autostima che curo come si fa con certi esserini un po’ indifesi e un po’anche per fare una sorta di esperimento “antropologico” sulla percezione, i valori, le priorità delle persone con cui a vario titolo mi trovo ad interagire…ho fatto questo: ho postato molto spesso le foto del mio stato post work out dell’alba, quello che mi sparo tra le 5:30 e le 6:30 più o meno. Faccio in modo che si capisca che ho fatto una fatica vera, che sono contenta di tutto quel sudore che prova la verità del mio impegno e che addirittura sono abbastanza in forma nonostante i miei prossimi 45 anni. L’altra parte dell’esperimento consisteva nel fotografare il mio cibo impiattato con tutta la cura di cui fossi capace. Ecco, io sono molto felice dei like e delle attestazioni di stima, ci mancherebbe altro. Poi però mi sono arrivati pure  i messaggi privati, quelli dove anche chi non mi ha mai conosciuto dal vivo trova normale pure affermare che sia da sposare semplicemente sulla scorta di quello che vede e percepisce di me. E la cosa mi diverte moltissimo: mi conferma che per un uomo sia più che sufficiente pensarsi accanto ad una donna apparentemente piacente e in grado di cucinare sempre. Forse si scherza soltanto, ma per me è un indicatore pure questo. In fondo che male c’è, se non fosse che per me un uomo che mi apprezza per queste sole ragioni è già di per sé fuori dalla mia orbita di interesse. Un corto circuito da cui non esco: perché essere così, mopstrarmi così, se poi non vorrei piacere per ragioni così banali e arcaiche?

Io cucino sempre pensando a qualcuno. Mi alleno trovando l’energia dal pensiero di qualcuno a cui voglio bene. E’ così, altrimenti non mi verrebbe voglia di fare nulla. Comincio chiedendomi  cosa potrebbe piacergli, quanto gli farebbe bene, se lo ha mai assaggiato, in quali varianti potrebbe apprezzarlo. Io faccio così. Di solito si tratta di persone che forse non arriveranno neppure mai a saperlo, che spesso sono già impegnate (meglio, così metto subito da parte ogni inutile turbamento romantico), persone che mi piacciono per motivi che io stessa non saprei spiegarmi ma a cui torno sempre col pensiero, che vorrei trascinare con me in una  gara di ripetute in salita, a cui chiederei di aiutarmi a fare la verticale o dei test di potenziamento del core per stare in equilibrio su una gamba sola. Lo confesso, io traggo la mia motivazione solo così: pensando a qualcuno con grande affetto e a cui vorrei piacere altrettanto, fermo restando che so già che non funzionerebbe alcun tipo di dinamica amorosa non platonica. Perché sono io a mancare di ogni presupposto necessario: al netto di un po’ di foto allegre, passo la vita a temere di sprecare il mio tempo e non fare mai abbastanza né di essere particolarmente meritevole e quando ci penso mi trovo così noiosa e pedante che, parafrasando Allen (che forse parafrasava a sua volta Groucho Marx), non frequenterei mai un club che vanti tra i suoi iscritti gente come me.

E così, mentre tento anche io questo ritorno a una qualche ipotetica forma di normalità collettiva, meno male che ci sono i social: in mezzo a certi miei post allegri, sportivi e mangerecci, mi ritrovo addirittura a ridere per qualche mia battuta. E così penso che forse nelle mie trappole, chi ci casca davvero, sono proprio io


 

martedì 1 giugno 2021

Dare “lustri” allo sguardo

 Forse sono troppo corti. Me lo dico sempre quando esco dal parrucchiere e decido di fidarmi della fantasia di una di quelle fatine della bellezza che mi scelgo per alleate. Ogni volta mi ripeto che in fondo i capelli crescono, che anzi è importante proprio provare a non abituarsi al proprio aspetto (perché tanto quello cambia con una certa qual noncuranza del nostro volere) e che sperimentare è quasi sempre un bene, se gli esiti non risultano senza rimedio. In realtà dipende molto anche da come sono capace io di sistemarli: ad esempio mi rendo conto che un po’ tirati con la mezza coda e la frangia spettinata  sembro più sbarazzina che se li tengo lisci a coprirmi le orecchie, dandomi un’aria da prof un po’ seriosa.  Nei fatti il risultato non mi convince mai del tutto e così alla fine mi ritrovo a desiderare capelli più lunghi che rinnoveranno la lunga attesa delle volte precedenti.  La verità è che non mi piaccio abbastanza.  La fortuna  è che per un po’ me ne dimentico oppure mi metto a pensare che delle persone che mi piacciono e che vorrei imitare mi attira soprattutto  il loro modo di ordinare i pensieri, la capacità di farmi ridere, di strutturare il ragionamento e di coinvolgermi nello scambio dialettico, la sintassi, persino la modulazione della voce.  Mi importa davvero poco di quanto mi piaccia il loro viso. Posso farci caso, ma non è per questo che li vengo a cercare. Ma  noi insicuri abbiamo costantemente necessità di illuderci che possa bastare sentirci carini agli occhi degli altri. E’ così.

In questo periodo dormo  ancora meno del solito, ma per fortuna non mi sento  particolarmente stanca e così riesco ancora ad essere disciplinata nella mia routine di allenamento (mi chiedo quanto riuscirò ancora a tenere quei ritmi assurdi. E soprattutto perché…) e a sperimentare ricette che sembrano delle cose ma in realtà sono tutt’altro (a proposito di apparenza e dei suoi inganni). E’ molto divertente e poi mi scarica, mi aiuta a pensare alla mia vita un po’ buffa, semplice eppure assurda, alla mia incapacità di andare incontro a qualcuno, di cercarlo davvero. Forse sento già chiaramente quanto sia ormai troppo tardi e la fatica di ammetterlo mi spinge a credere che l’attesa sia più importante di ogni strategia. Chissà. Fatto sta che se incontrassi una persona come me  troverei automatico chiedermi come mai sia sola a questa età: un brutto carattere? Delle stranezze imbarazzanti da nascondere? Il fatto di essere noiosa e insignificante? Se lo si pensasse di  me ne soffrirei molto eppure non credo che sarei davvero capace di spiegare che invece sono sola semplicemente perché mi piace e che non vorrei esserlo soltanto per una sola ed unica persona. Non credo nei tentativi, nella legge dei grandi numeri, negli incontri dove la gente va per vederne altra. Non mi piace, non ne ho voglia. Ma se mi incontrassi non penserei questo di me, lo ammetto.

Alla fine di questo mese rinnoverò il passaporto. Credo che non farò il vaccino prima di agosto e che cercherò di conservare più ferie possibili per riuscire a fare un viaggio lungo. E  lontano .  Anzi lontanissimo, in onore del primo timbro di questo vecchio documento con sopra la foto di una che ormai mi somiglia sempre meno. Ricordo l’India come se ci fossi andata ieri, così come tutti i luoghi raggiunti in questi anni pazzi e incoscienti. Ora dovrò fare una foto col taglio nuovo e troppo corto. Ma ho il viso un po’ più sottile e il corpo più tonico di allora. Del sorriso non saprei dire, ma mi pare di ricordare che non fosse troppo onesto neppure quello di  allora. Se smetto di pensare che intanto ci ho rimesso dieci anni penserei addirittura di essere più bellina oggi di allora. Forse quello di non piacersi abbastanza è come certi timbri che ti ritrovi stampati sul passaporto ma che fatichi a capire a che meta si riferissero. Poi ti viene in mente e pensi che certi viaggi siano meno memorabili di altri, ma fanno numero e alla fine sei soddisfatto pure di quelli.

Stavolta punterei tutto sugli occhi per una bella foto che mi porterò dietro per altri dieci anni. Dice che sono l’unica cosa di noi che rimane immutata per tutta la vita. Cosa mi importa di come stanno i capelli. Quelli crescono. Continuamente 

 

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...