venerdì 31 luglio 2020

E tu? A cosa sopravvivi?

- Guarda che con me non puoi imbrogliare
- Ma figurati...ma figurati. Giammai ci pensavo...
- E allora ammettilo
- Cosa?
- Che ti servi di me tutte le volte che non sai come sfogarti ma ti va lo stesso di farlo. Tu mi usi
- Ma perché dici questo? No. È che ho bisogno di un po’ di comprensione. È un’estate complicata, ancora niente mare, in ufficio sempre tutta sola, a casa pure e così ieri al parco mi sono messa a fare quella lista
- La lista...un’altro di quegli espedienti facili per i pigri che non vogliono articolare ragionamenti complessi quando vorrebbero cimentarsi a spiegare come stanno le cose e perché accadono
- Forse hai ragione però quella che ho messo insieme mi ha divertito molto. Sai, quando stai seduta al parco per un po’ di tempo ad un certo punto i pensieri si mescolano ai ricordi, tessendo una trama così disordinata che se riesci ad estrapolarne una lista può essere che sia proprio lei a raccontarti qualcosa
- Continuo a pensare che stai facendo la furba. Ma starti a sentire rientra tra i miei compiti ingrati...allora, fammi vedere...
- E dai magari la trovi divertente quanto è sembrata a me. Sono giorni un po’ così. Abbi pazienza, faccio fatica a fare qualsiasi cosa e non so perché
- Fai fatica perché non hai più vent’anni. E neppure trenta...
- Il punto è proprio questo. Sto invecchiando eppure non penso di stare peggio di quando ero bambina e avevo più forza di oggi. Il disagio mi accompagna da sempre, anche se per ragioni differenti. Direi che mi definirei una sopravvissuta a ciascuna delle mie epoche della vita...tranne che ai trent’anni che -  come sai -  sono gli anni in cui mi sentivo perfetta (chissà poi perché)
- Sopravvissuta? Hai fatto una lista su questo?
- Beh, in qualche modo direi di sì. Per ciascuna fase della mia vita il mio disagio è stata una specie di lotta contro un tempo che non sentivo davvero mio. Ti faccio un po’ di esempi

Sono sopravvissuta:
Anni ‘80
Ai tegolini con l’olio di palma
Al tempo delle mele (1&2)
A kiss me Licia
Alla dittatura dello zaino Invicta
Ai prof che fumavano in classe
Ai capelli cotonati
Alla saga di Dallas
Allo “ciao” senza casco
Agli ombrellini di carta negli aperitivi
Al gelato gusto puffo
Alla diamonica
Anni ‘90:
- Al liceo scientifico
- A un inutile fidanzato
- All’esame di diritto commerciale
- All’aerobica in body
- Ai jeans a vita alta
- Ai film con Madonna protagonista
Anni 2000:
- Ai “devi trovare un posto fisso”
- A “Mi licenzio”
- A una coinquilina sonnambula
- Alla crociera ai Caraibi
- Ai concorsi pubblici
- Ai “ok mi sono sbagliata anche con lui”

...e così via...
- Però nei 2000 avevi anche 30 anni, quelli in cui ti sentivi perfetta
- Eh...ma i trent’anni passano. Sono i 2000 che restano...
- ti perdono anche stavolta. Sfogati pure piccola mia. Ne hai tutte le ragioni





lunedì 27 luglio 2020

Era proprio necessario? La domanda è mal posta

C’è una cosa che mi imbarazza moltissimo e della quale sono la prima a stupirmi. Da un po’ di tempo ho scoperto che qualche avventore legge dei miei post risalenti al 2015. Mi sono persino incuriosita per quei titoli ormai estranei anche a me stessa, ci clicco sopra e mi metto a rileggerli. Il più delle volte mi ritrovo catapultata in questioni ormai sopite da tantissimo tempo, a rivivere sensazioni evaporate e rimpiazzate da tutt’altro, risolte in una bolla assieme a tutti gli equivoci dipanati molto banalmente dalla prova dei fatti. È tutto così strano ciò che viene osservato con gli occhi e la consapevolezza del poi. Ma quello a cui non avevo proprio pensato è il mio imbarazzo attuale: vorrei dire al mio lettore di oggi che quelle cose sono tutt’altro da come le vivevo io a quel tempo, che oggi potrei giurare che non mi soffermerei con quei termini su certi episodi. Addirittura si è messo a leggere un post dove raccontavo di aver dato un bacio a tradimento a uno. Sì, so di averlo fatto davvero (e fu l’unica volta in tutta la mia vita in cui mi sono ritrovata a fare una cosa tanto assurda) ma detta così come l’avevo scritta mi dipinge come una pazza bisognosa d’affetto. In realtà fu una cosa molto buffa, tenerissima, dettata da sentimenti che ho deciso di non provare mai più perché non rappresentano più la mia attuale grammatica dei sentimenti. Vorrei dirgli che adesso sono proprio un’altra persona e che faccio i conti con dilemmi di tutt’altra natura che mi tormentano già da un po’ e che sembrano chiedermi più o meno sempre questo: “Ne valeva la pena?”.

Tranne che per le questioni sentimentali mi definirei un’assoluta testarda: se la mia motivazione è seria io proprio non mollo. Posso starne certa. Invece per tutto il resto, quello che non concerne la volontà, mi rendo preda esclusiva degli avvenimenti. È stato così che ho subito senza strappi la mia destinazione lavorativa: prima nelle Marche, poi nel mantovano. E poi a Milano. Mete mai scelte che ho sempre considerato frutto di un destino da assecondare. È stato così che ho deciso di comprare la casa in cui vivo e poi di trovarmi a subire il vocione di un detestabile uomo grassissimo che parla tutto il tempo con chissà chi dall’altra parte del mondo per notti intere. È stato così che la mia naturale attitudine alla tranquillità e al silenzio viene indebitamente compromessa da mesi.

Tantissimi anni fa ho avuto un fidanzato (l’unico che abbia presentato ai miei come tale e del quale conoscevo a mia volta la sua famiglia) che mi invitava a casa dei suoi solo perché sua madre mi insegnasse a cucinare come lei e che una volta, al telefono, mi illustrò un decalogo sulla buona moglie: si raccomandava che non mi trascurassi mai e a tenere sempre in ordine la casa. Giuro che questo mi è successo davvero. Ero molto giovane ma quella cosa fu per me un vero trauma. Con gli anni ho conosciuto uomini anche peggiori e oggi so che forse incappare in certi soggetti sia in qualche modo tutta colpa mia, nel senso che con altre donne sarebbero degli uomini meravigliosi. Come me invece diventano terrificanti. Continuo ad essere fatalista ma su questa cosa qui vivo di rassegnazione ormai pacificata.

Vorrei dire al mio lettore dei miei cinque anni fa che oggi ho risolto un sacco di quelle questioni. Che certi problemi non me li pongo neanche più, che altri li affronto con una risolutezza che sorprende persino me e che questi anni si confrontano con una persona sempre meno entusiasta del prossimo e del futuro, con la nuova dotazione di una buffa e pacificata perplessità sul presente.
Vorrei fargli sapere che il mio entusiasmo per Milano oggi mi appare progressivamente ingiustificato, che sono meno infelice di cinque anni fa ma infinitamente più stanca, che ho creduto un paio di volte di innamorarmi e invece ho scordato tutto e tutti senza considerarmi vittoriosa per questo.

“Ne valeva la pena?” La risposta esatta è no. Oggi so che la pena non vale mai niente di niente. Come un sacco di cose necessarie. Ma del tutto inutili.

P.S.ho detto all’amministratore che il vicino è insopportabile. Mi ha detto che adesso glielo dice lui. Quanto è normale pretendere di stare un po’ in pace? A proposito di domande poste male...

mercoledì 22 luglio 2020

Una vita attiva_bile


Pare impossibile essere già a fine luglio. È passata più della metà di un anno in cui mi trovo a dirmi fortunatissima solo perché viva, non malata, con ancora un lavoro e senza morti per cui piangere. Eppure anche per me nulla sarà mai come prima. Me ne rendo conto da quando apro gli occhi al mattino,  quando bevo il caffè, quando mi preparo il pranzo. Lo capisco quando cammino in una città che non riconosco più, quando entro nei cinema vuoti, quando vado in ufficio e lo spazio di condivisione ora è tutto mio. È così strano pensare che in fondo la qualità della mia vita sia di fatto tanto migliorata eppure io non riesco a trovare la giusta logica alle sensazioni così inedite. Davvero non so come ritarare il mio modo di percepire il presente.

Ci cascano sempre. Non c’è niente da fare, quando voglio che emerga il mio lato cattivo sono loro a darmi le soddisfazioni maggiori riguardo alle mie convinzioni sul genere umano. Forse è perché mi sono avvicinata ai social partendo dal mondo dei blog e questo vuol dire prediligere, anche in modo involontario, l’argomentazione e il pensiero articolato rispetto agli slogan o alle affermazioni categoriche, quelle che prestano il fianco a provocazioni o reazioni divisive. In questi casi è guerra certa. E qualche volte me la cerco. Mi basta dire che non invidio nessuna madre di bambini capricciosi, che il nord è più evasore del sud, che il privato non è meglio del pubblico, che chi pensa male di Lars Von Trier è perché in realtà non lo ha capito...cose così, pareri personalissimi posti in modo irritante e in grado di generare delle reazioni così esplosive che mi domando come sia possibile che non esista ancora qualcuno che abbia dichiarato guerra per rivendicare il tempo di cottura della pasta. Il tasso di permalosità sui social è centuplicato e non sempre mi è davvero chiaro il perché.
A volte rimango spiazzata, altre mi diverto moltissimo pur sapendo di essere una che fugge da tutti i conflitti possibili e che mi offendo quasi subito e poi che non credo nel valore del dibattito e nella sua capacità di modificare realmente il pensiero originario di chi è già persuaso di una propria convinzione. Il cambio di mentalità credo che  necessiti di altri canali, diversi dal confronto dialettico. E così, ogni tanto, mi metto sulla tastiera, lancio qualche provocazione, leggo le reazioni, rispondo, mi accorgo che il mio interlocutore non è capace di argomentare, provo a stressare fino in fondo la sua rabbia, e arrivo a fargli dire cose di cui probabilmente in condizioni normali si scandalizzerebbe lui stesso. Poi però di solito si arrende e io trovo così conforto riguardo alla mia idea sul nostro essere delle creature tanto prevedibili. Forse è proprio questo che ci manda veramente fuori di testa. Mi basta poco per farmi contenta, persino avere ragione della banalità mia e quella degli altri.

Mi definirei una buona ascoltatrice, soprattutto da quando ho imparato a parlare sempre di meno, ma fuggo dai logorroici che hanno semplicemente bisogno di qualcuno per parlare solo a se stessi. C’è stato un tempo in cui una mia coetanea mi tediava per ore con le sue storie patetiche su come gli uomini la usassero. Credo di averle ripetuto cinquecento volte cose che lei puntualmente non metteva in pratica ma che non la dissuadevano dal perseguitarmi continuando a farmi sapere come la trattassero come mero oggetto sessuale . Un giorno mi disse una cosa del tipo “sempre meglio di come hai deciso di fare tu, che di fatto non vivi”. Non smetterò mai di ringraziarla per quel pretesto formidabile che mi offri l’occasione di non avere più nulla a che fare con lei. Mi finsi offesa e le dissi che non avrei mai più dato ascolto ai suoi monologhi infiniti è sempre uguali a se stessi. Che bello.

Nella mia vita “reale” ho imparato a non innescare mai litigi e a ridimensionare ogni situazione di conflittualità. In quella “virtuale” amministro un mio mondo in cui provo a trovarmi simpatica, articolo meglio i pensieri, provo a giocare con i paradossi e lascio emergere la parte cattiva giustificandola con pretesti a scopo conoscitivo. Tutto, pur di non diventare una noiosa logorroica che cerca gli altri semplicemente per continuare ad ascoltare sempre e soltanto se stessa

lunedì 13 luglio 2020

In estate. Io ci sto

Non ce n’è per nessun’altra. Per me solo l’estate vale. Delle altre stagioni non so proprio che dire e se non ci fossero non ne sentirei alcuna mancanza. Non mi importa del caldo che fa, e neppure dove sono o se sono o no diretta da qualche parte vicina o lontana. Non mi importa se sono sola o in compagnia, se lavoro o sono in ferie. Quando è estate sono sicura che sarò più felice che in qualsiasi altro momento dell’anno, a parità di condizioni. È una specie di bonus di endorfine che agisce direttamente sul mio stato d’animo, donandogli equilibrio e armonia. E questo fatto rimane intatto anche se mi trovo in quella fase malinconica in cui coltivo pensieri cupi sulla mia vita, sulla qualità del mio tempo e del mio modo di stare al mondo, anche quando penso che i miei siano un po’ rammaricati della mia decisione di starmene per conto mio in un modo così categorico e ormai intransigente.
L’estate è il mio cambio di prospettiva sul mio quotidiano, sono le lunghe passeggiate del tardo pomeriggio, è dormire sul divano con la finestra aperta, è la luce domestica che regala a questa casa un’atmosfera frizzante di accoglienza e di festa. Sono i libri letti sul pavimento, le insalatone già pronte nel frigo, è girare scalza e con un impalpabile vestito di cotone da tre euro. È la mia panchina storica al parchetto fuori casa. Persino il sudamericano si è zittito col caldo...spero che stia bene.

Qualche volta il mio papà mi chiama la sera e ultimamente pare non veda l’ora di raccontarmi che tutti i figli dei suoi amici stanno per divorziare. È successo in realtà solo due volte, ma mi sono bastate per chiedermi perché lo abbia fatto. Poi ho pensato che forse, in un modo tutto suo, stesse cercando di darmi ragione, magari provando a capire cosa stia succedendo ad una parte della mia generazione che vive i rapporti di coppia in un modo diverso da quello della sua. Forse vuole consolarmi, senza sapere che non ne ho affatto bisogno, e che comprende questa mia strana dimensione di attesa a tempo indefinito dell’incontro certo, che non voglio più fare tentativi in nome di chissà quale paura di restare sola. Forse ha capito che non funziona così e che si può stare davvero molto male quando ci si lascia tra avvocati o rancori da legami posticci. Sì, forse mi racconta queste cose perché in qualche modo si sta rendendo conto di cosa vorrei davvero dalla vita e cosa vorrei esser certa di evitare.

L’estate dura troppo poco per giustificare tutti quei mesi di freddo e di buio, tutti passati attaccata al termosifone, col raffreddore, la pioggia, il ghiaccio del mattino, il brodo...non ne vale per niente la pensa. Bisognerebbe andare in letargo per decreto per almeno nove mesi. 
E poi svegliarsi alla fine di maggio, farsi un bel massaggio per fronteggiare la prolungata atrofia, mettere un rossetto chiaro per ravvivare l’incarnato, indossare un paio di jeans a zampa, una canotta bianca e aderente con una collanina coloratissima. E poi sorridere e uscire a riconoscersi. 
In alternativa va bene anche così: dormire sul divano, lavorare in un ufficio vuoto, passeggiare fino allo stremo all’anello di Linate, sedersi alla panchina a leggere un libro in cui tutto va come deve andare. E tornare a casa. Con l’insalata pronta e la finestra aperta ad accogliere l’ultima luce. Così. Fino al prossimo letargo.

Buona estate. Qualsiasi cosa significhi per voi

mercoledì 8 luglio 2020

Un bagno nel blu

A giudicare dal preventivo che mi ha presentato direi che sto per ristrutturare il bagno dei Casamonica. Mio padre, come al solito, mi ha detto che mi sono fatta imbrogliare, che con quei soldi ci ristruttura tutta casa sua e gli fanno pure un monumento di riconoscenza. Forse ha ragione, ma il mio istinto mi dice di fidarmi di quel signore gentile e paziente che ha preso meticolosamente le misure, assecondato il mio bisogno di vedere e rivedere tutto il catalogo delle piastrelle, rubinetti, persino del vetro della doccia e inezie  varie da bambina capricciosa. E poi mi regala pure il televisore e mi ha garantito che mi finiscono tutto il lavoro in cinque giorni. 
Alla fine ho deciso di tenermi questa cuccia assurda e con un po’ di chiasso intorno e di mettere a nuovo il bagno. C’è sempre tempo per fuggire altrove e io vorrei tanto farlo in compagnia di qualcuno. Possibilmente. Nel frattempo provo a stare ancorata a questo strano posto come meglio posso. Così è deciso.

Comincia a fare molto caldo. In ufficio sto ancora piuttosto bene nella mia quasi totale solitudine e Milano mi pare alquanto vuota, ma mi sento molto fiacca e dormo troppo poco. Forse dovrei accettare qualcuno degli inviti a cui mi sottraggo sempre con scarse motivazioni. E poi dovrei finalmente cominciare ad imparare a sentire tutto in un modo diverso. E forse è vero che il mio bagno nuovo costa troppo, ma se viene come me lo tengo in testa sarà bellissimo. E se invece non sarà così? Può darsi che a quel punto comincerò a sentire che questa casa non sia più davvero mia e ad applicare un po’ delle mie tecniche del distacco che qualche volta mi tornano utili, quando capisco che si è concluso un percorso. Anche se dovrò farlo tutta sola.

Sono maledettamente stanca. Vorrei fare uno dei miei viaggi in solitaria in un posto di mare dove si rimane in costume tutto il giorno e con quella sensazione di pelle asciugata dal sale. Vorrei chiedere ad uno qualunque dei miei passati amori come hanno fatto a farmi battere così forte il cuore. E come mai oggi questa cosa non mi riesca più. Secondo me è che sono stata proprio brava a riuscire a smettere. Vorrei mangiare una fetta di cheese cake in un posto figo di Milano parlando di qualche film bello con qualcuno. E poi vorrei finalmente indossare il vestitino nuovo che ho comprato da un po’ di tempo e che poi non ho mai avuto voglia neppure di sapere come mi stia.

Sono contenta di fare il bagno nuovo con tutte le piastrelle blu. Davvero. Non vedo l’ora che comincino i lavori.

domenica 5 luglio 2020

Sentirsi nel posto giusto. O perlomeno sentirlo così

Ho aspettato fino a ieri. Dopo circa quattro mesi sono ritornata al cinema. Ho scelto uno di quei piccoli cinema di quartiere, dalla parte opposta della città così da impormi di passare per il centro e ritrovare luoghi da cui sono stata lontana per un sacco di tempo. Sono andata allo spettacolo dell’ora di pranzo: un film in lingua originale. Sono uscita di casa piuttosto presto e con il pranzo al sacco da consumare ai piedi del Duomo, dopo aver ritirato delle cose alla biblioteca Sormani. Poca gente, abbastanza silenzio, molto caldo. Il mio panino era squisito.

Ho camminato per tutto il corso e sono arrivata fino a Porta Venezia, ho mangiato un Mcflurry al bounty che ho molto apprezzato, ma continuo a preferire quello allo sneakers. Il film era talmente bello che nessuno ha osato fare la cosa che temo di più al mondo e cioè accendere il telefonino in sala. Tutto è filato liscissimo e io sono rientrata a casa con quello strano senso di pienezza e di pace che mi mette sempre un po’ in imbarazzo tutte le volte che continuo a trovare sufficienti cose così minuscole per stare serena. Appena rientrata ho dato lo straccio al pianerottolo fuori al mio uscio e alle scale della porzione di corte in cui abito: dovremmo fare una turnazione tra quattro famiglie, ma non si rispetta mai e allora lo faccio io tutte le volte che posso...che non è così spesso...ma vabbè...

Sto studiando un po’ di soluzioni per ristrutturare il bagno, liberarmi di un po’ di mobili, cambiare il colore delle pareti, creare una nuova disposizione all’accoglienza. È da un po’ di tempo che medito di traslocare e fare un salto di qualità domestica e di quartiere, però alterno quello che è un bisogno ormai maturo con la voglia di giocare ancora un po’ con questo posto assurdo e un po’ freakettone che a volte mi irrita ma ancora mi affascina molto. Mah proverò ad intercettare la soluzione ottimale man mano che rifletto su questa cosa.

Sto pianificando le mie ferie. Tornerò giù dai miei a fine agosto e credo che ci resterò fino ai primi di settembre. Lo scorso anno, nello stesso periodo, mi ero regalata il festival del cinema di Venezia. Non mi ci volle molto tempo per capire che non fa per me tutta quella folla, le file, la maleducazione dei veneziani e la loro insofferenza nei confronti di chi viene da fuori e che accolgono solo per avidità. Credo di essere l’unico terrestre ad odiare Venezia. Ad ogni modo, se dovessi mai tornare a quel festival adotterei la strategia di vedere solo i film della sala Volpi. I più belli che mi ricordi e che spesso non approdano in sala.

È da un po’ di tempo che faccio una cosa di cui ancora non ho mai parlato. Credo che proverò a farlo tra qualche tempo, quando saprò bene che tipo di esperienza è stata davvero. Per ora direi che è stata una cosa strana, un po’ faticosa, a sua modo illuminante. Poi racconto.

Oggi c’è un sole splendido e una luce in casa che quasi mi costringe a sgusciare fuori, portare dietro un libro qualunque, il ricordo del sogno di stanotte, qualche piccolo oggetto di cui liberarmi e il pensiero  a qualcuno a caso cui tengo.

Ho fatto colazione con dei pancakes di avena e farina di cocco, frutta e yogurt. Sono a posto. In un posto che ancora sento mio. Anche oggi mi lamento un’altra volta. Non mi pare affatto poco

sabato 27 giugno 2020

Ho fatto in tempo a...

Oggi sono stata a fare un giro in centro a Milano dopo veramente un sacco di tempo. Era semi desertico e faceva molto caldo. Ho fatto un paio di soste quasi d’urgenza per gestire una spossatezza eccessiva: la mascherina è una vera tortura e l’aria è di nuovo irrespirabile. Ormai questa è una città che fatico a riconoscere e credo che sia normale e persino un po’ giusto. Sono terribilmente stanca, sento che questo periodo ha assorbito energia e motivazione, in certi momenti della giornata mi viene da chiedermi cosa mi è successo in questi anni per cui stare qui mi piaceva un po’ di più di adesso. Che cosa ho fatto in tempo a fare? Provo a ricordare senza pensarci troppo. Ho fatto in tempo a:

- A passare un concorso per il quale credevo di non avere alcuna speranza e che mi ha regalato un senso di stabilità che va oltre la tranquillità economica. Qualche volta mi chiedo cosa avrei fatto se avessi dovuto inventarmi per tutto il tempo il modo di mantenermi. Niente. Non sarei stata capace di fare nulla. Lo so.
- Ad andare al Leoncavallo  per i 99 Posse e ritornare col ricordo a quando andai a sentirli a Officina 99 a Napoli tanti anni prima
- A fare viaggi magnifici e assurdi, prima di capire che viaggiare da sola può essere moto rischioso
- A innamorarmi senza nessuna buona ragione. E poi a smettere. E a chiudermi sempre di più sperando di evitare il più possibile che ricapiti
- A veder aprire i primi Starbucks e a vivere il fatto come un evento  antropologico epocale
- A conoscere tutti i miei beniamini radiofonici partecipando ai loro live e raduni come se tutto il mio immaginario da cameretta di provincia trovasse all’improvviso una sua ineffabile conferma di realtà
- A seguire dei corsi bellissimi di un sacco di cose che mi appassionano e soprattutto di cinema. Ora che ci penso non ho mai detto ad Andrea che il sole 24 è l’unico sito on line che si può leggere in ufficio e che la sua è stata da sempre l’unica firma (lui scrive di cinema) che ho cercato nella mia lettura di quel giornale, da almeno dieci anni a questa parte. Mai avrei immaginato di conoscere anche lui di persona e di affezionarmici così tanto.
- A comprare una casa che ho ristrutturato come volevo io e che vorrei che restasse sempre mia anche quando non ci abiterò più, per quanto mi somiglia come niente altro al mondo
- Ad avere amici che mi piacciono. Ma pure altri che ho perso senza neanche rendermene conto. La volatilità dei rapporti è una cosa che qui mi ha accompagnato dal primo momento
- A fare la depilazione laser
- A fare un tatuaggio
- A fare una foto con Nanni Moretti
- A stare tre mesi chiusa in casa senza vedere nessuno. E scoprire che si può fare senza impazzire e che anzi può essere un’occasione irripetibile se si prova a fare un paio di conti con se stessi
- A non sposarmi e a non essere costretta a decidere se avere o no dei figli

Ho poi fatto in tempo ad affezionarmi senza farlo poi sapere, ad accettare il distacco o il semplice starmene da parte. E a trovare tutto questo molto corretto e rassicurante. L’affetto va protetto in qualche modo, anche con dolore. Questo l’ho imparato con un certo sforzo ma mi è utile.

E poi c’è l’oggi, questo tempo fatto di drastica rottura con tutto ciò che è stato e che riparte con un passo inedito, imprevedibile ma inevitabilmente tutt’altro da ciò che era prima. Ho fatto in tempo a tornare in un ufficio semivuoto e trovarlo una dimensione ideale che vorrei durasse per sempre.
Ho fatto in tempo ad ammettere che prima o poi Milano tornerà ad essere una città molto lontana da me e nella quale mi succederà di lasciare un pezzo enorme della mia vita e del mio cuore.
Fino ad allora vorrei ancora fare in tempo a...


mercoledì 24 giugno 2020

Amore non è amore quando scopre mutamento (altrimenti ci arrabbiamo)

Anche io ho sempre pensato che il solo vero stato di grazia di un individuo sia l’innamoramento. Più del suo fratello nobile, che ci ostiniamo a tenere distinto, e a cui attribuiamo tutta la responsabilità  della definizione di amore. Credo che la vera causa di ogni mio malessere resterà sempre questa fragile utopia smentita da ogni esperienza a me nota. Ma purtroppo questo mi è toccato e sono sicura che fino all’ultimo istante della mia vita penserò che un sentimento che muta non valga la pena di essere vissuto. Forse è per questo che l’unico anime della Ghibli che non apprezzo è “I miei vicini Yamada” , quello in cui si raccontano le piccole beghe quotidiane di una tipica famigliola giapponese che riesce a stare in equilibrio nonostante crucci, dispetti, disattenzioni, noia, fatica e obblighi da parte di tutti i suoi componenti. E questo nonostante persino io sia convinta che in fondo la famiglia sia davvero tutta lì, in quelle parole-chiave che il marito trova in “rassegnazione”e  “perdono”. Eppure nulla di quanto riguardi una famiglia tipica e ne promuova il perdurare mi suscita desiderio di realizzarne una tutta mia. Proprio nulla. E ogni volta che ci penso vorrei piangere, chiedere scusa, ammettere che non possa esserci nessuna felicità neppure lontano da quel modello. Ma poi alla fine lo sento fino alle doppie punte dei capelli che le mie ragioni sono sempre più robuste delle mie perplessità.

E invece l’innamoramento dura? Pare tra i sei mesi e un anno. Ci si bacia sempre, ci si cerca continuamente, la pelle e lo sguardo sono lucenti, si agisce solo nell’interesse dell’altro, un dare senza pensare di ricevere, una moltiplicazione esponenziale di energia, motivazione, propensione, voglia di rischiare e sorprendersi...uno stato di grazia senza uguali. Alcuni lo liquidano sbrigativamente attribuendolo ad una fase ormonale temporanea. Una specie di febbre che sicuramente passerà. Poi ci sono i pochissimi eletti che trovano tutto questo in se stessi, senza un preciso destinatario. Beatissimi loro. Altri non ci riescono mai davvero in una vita intera. Peccato, sarà pure quello un fatto ormonale. Per la maggior parte di noi invece, durerebbe, per l’appunto, un tempo più o meno limitato prima di “trasformarsi” in qualcosa di più importante. Così dicono. L’amore vero pare che sia quello che viene “dopo”. Dopo le farfalle nello stomaco, dopo gli entusiasmi e la smania di aversi, dopo il batticuore quando ci si sta per rivedere, dopo il pensarsi costantemente trovando tutto il resto secondario. È amore solo quando si comincia a condividere un progetto e poi ad esercitare la pazienza e la comprensione, a ricomporre gli inevitabili conflitti, stabilire ruoli e confini. È amore se si desidera procreare e assumersi delle responsabilità. Sarà...ma io preferisco quello che viene prima. Oppure mi manca tutto quello che serve per trovare bello anche quello che viene dopo. E forse un giorno capirò che forse è una fortuna pure questa.

Dalla mia famiglia d’origine ho imparato presto che mi confrontavo con montagne troppo alte da scalare e che piuttosto che ricevere l’ennesimo rifiuto dei miei avrei trovato più dignitoso non chiedere più nulla e procurami in altri modi quello che desideravo. E così è stato per troppo tempo. Ho sentito genitori dire “noi viviamo dei vostri successi” e di pensare che fosse la cosa più stomachevole che un padre o una madre potessero desiderare da un figlio.  Ho assecondato ambizioni non mie, pretese per le quali non mi è mai stato chiesto un parere. Mi sono confrontata con la mia incapacità ad esercitare la disobbedienza e a quanto tempo ho impiegato a rendermi conto di quanto poco rispetto abbia riservato a me stessa..

E ora mi chiedo che diavolo c’entra tutto questo con la faccenda dell’innamoramento che è meglio dell’amore?
Niente. Non c’entra niente. Ma potrò pensare quel cacchio che mi pare almeno qua? O neppure nel mio spazio sono padrona?
Vi amo tutti lo stesso. Così, quasi per vendetta

venerdì 19 giugno 2020

Si salvi. Se può

Se sapessi davvero che pensare forse troverei le parole più adeguate per raccontare cosa ha potuto provare una persona che si è adattata ad un cambiamento radicale, e del tutto imposto, del proprio quotidiano quasi come se fosse la cosa più naturale del mondo. Senza contraccolpi, senza attaccarsi al telefono, senza risentire delle ore ed ore di vita domestica in uno spazio per puffi senza troppe pretese. Ho salutato il nuovo anno col progetto di un viaggio in Islanda, che ho fatto giusto in tempo a godermi e a trovare perfetto, per poi ritrovarmi catapultata in una realtà surreale che ho impiegato giorni a prendere sul serio. Poi, in un attimo che non ho neppure avuto il tempo di cogliere, mi sono ritrovata blindata in casa mentre l’inverno fuori lasciava il posto ad una luce ed un sole quasi dispettoso. Sono stata lontana dall’ufficio per più di due mesi e mi è parso di tornare a quel limbo indefinibile di tanti anni fa quando non riuscivo ad immaginare cosa avrei fatto della mia vita e però disponevo del mio tempo come un’occasione preziosa che valorizzavo in un modo solo mio. Ci sono stati d’animo che non hanno una definizione precisa perché dovrebbero coniugare esaltazione e panico assieme. E non mi pare troppo facile.
Sala ha detto che bisogna evitare l’effetto grotta e di smetterla di lavorare da casa, bisogna uscire, lavorare, spendere, andare in vacanza all’idroscalo...e questo nonostante qui in Lombardia i contagi viaggino ancora a tre cifre. Lo dico dai tempi di quella mostruosità che fu Expo che Sala non è persona che merita troppa considerazione e stima.

A volte penso a come sarebbe uno smartworking che mi consentisse di lavorare dalla Campania. Tornerei sulla mia mansarda bella, grande, luminosissima, con Pablito acciambellato sulla scrivania. E poi limonate fresche, qualcuno che mi eviti la fatica di cucinare sempre, ritrovare forme di condivisione familiare senza pero essere costretta ad abbandonare la mia cuccia milanese in cui continuerei a ritrornare più volte al mese. Così non soffrirei per nessun distacco, potrei vivere la mia vita in entrambi i posti, tra la pace della mia dimensione autonoma faticosamente raggiunta e la necessità di esserci per una famiglia che avrà prima o poi bisogno di me. È tutto cambiato così in fretta che pure questa ipotesi non mi pare più troppo peregrina.
Ho recuperato gli ultimi post del 2019. Lo salutavo come un anno si: il 2019 mi è piaciuto e neppure so il perché, visto che non mi è successo niente di speciale, però non ho preso neppure un raffreddore, non sono stata tradita da nessuno, ho pensato al bene che voglio alle persone che stimo senza per questo pretendere che mi fosse ricambiato. Mi è piaciuto il 2019 perché credo che sia stato quello in cui ho imparato più di sempre a prendere le misure, che a volte erano semplici distanze, ad aspettare, accettare, non rincorrere e neppure offendermi per aspettative disattese. Ho imparato abbastanza bene che in fondo tutto, ma proprio tutto quel che mi accade, è giusto. Il 2020 ha fatto in fondo la stessa cosa e in più mi ha restituito un tempo che di solito rincorro con molto affanno. Detto questo, che bello pure tornare in ufficio a ribadire certi rituali fatti di orari precisi, trucco, percorsi a piedi in ore ancora silenziose, che fortuna aver evitato anomalie come le video lezioni e gli spazi di una condivisione forzata. Ma in fondo che ne posso sapere...

Provo ad immaginare il modo in cui saluterò quest’anno. Se preferirò ringraziarlo per tutto il dolore che non mi ha inflitto o bacchettarlo per la sofferenza collettiva che ha prodotto, per il terribile incidente che vede un immenso uomo come Zanardi lottare ancora una volta per la vita, per le incertezze crescenti per chi è più fragile, per tutto quello che neppure sappiamo di esserci persi. Io sto uscendo volentieri dalla mia “grotta”, perché a me questo riesce ancora facile. Il problema è quando in quella stessa grotta io poi rientro. E mi metto a contare le volte in cui penso che è quello che rimane ancora il posto in cui mi piace più di tutto trovarmi.

sabato 13 giugno 2020

Esami. Di coscienza e poca maturità

Direi che ci siamo quasi. Pare che il transito verso una ritrovata normalità, o presunta tale, a dettare meccanismi e equilibri collettivi sia ormai avviato. Io riesco a rientrare in ufficio con più frequenza, vado in giro, faccio cose, addirittura vedo gente. Anche per me, che pure ho avuto l’immensa fortuna di non soffrire per nessun motivo, è cambiato tutto. Sì, credo che non mi sia mai capitato, in tutta la vita, di avere così tanto tempo per pensare e ripensare alle cose che mi stanno davvero a cuore con tutta la calma e la concentrazione possibili. Non è bello che dica questo proprio a ridosso di un periodo così nero e oltretutto in una regione che, nei fatti, non ha ancora davvero risolto questa tragedia.
Ma, parlando a titolo strettamente personale, io l’ho vissuta così: un’occasione preziosissima e irripetibile per sottopormi a “processo” e, a seconda dei casi, attribuirmi colpe o assolvermi. Non è stato mica facile: realizzare che troppo spesso ho attribuito responsabilità ad altri per una mia sofferenza, quando in realtà avevo soltanto una percezione distorta dei fatti o dei sentimenti, quando sono stata io ad aver detto cose sbagliate a causa di poca sensibilità o pretese che non avevo diritto di avere...è stata una faccenda proprio dura da ammettere. Eppure bellissima e necessaria. Mi sono resa conto che fare questo esercizio ha fatto sì che mi fosse molto più facile ricordare il male che ho fatto io agli altri, piuttosto che il contrario. E per quanto per me costituisca una esperienza illuminante, ho dovuto respirare a fondo per sopportare tutto quello che ho scoperto di me e tirato fuori da quel contenitore compresso fatto di rimozioni e traumi sopiti.

Ho vissuto questa casa con lo stesso spirito di chi sta per traslocare e non intende portarsi dietro troppe cose. Quando c’era Pablito era più facile: lui mi rompeva tutto quello che credevo bello e utile e che in realtà mi toglieva solo spazio e aria. I gatti hanno una saggezza insita per ciò che è essenziale e quello che invece è superfluo e da eliminare. Questa è una casa perfetta per una persona. Con un gatto.
Là fuori il dibattito si alternava tra efferatezze indicibili di cui porterò memoria, anche senza fissarle qui, e una retorica dei buoni sentimenti su quanto ne siamo usciti migliori e come ritorneremo più solidi ai nostri nobili progetti. Io invece vorrei solo ricordarmi che, assieme ai competitivi cinici e ai cooperativi “anime belle” , ci sono pure quelli che fanno percorsi alternativi per collocarsi nel mondo senza fare troppi danni e provando ad essere migliori semplicemente partendo da se stessi. Di questi ultimi mi sento umilmente di far parte.

Sono sveglia da almeno tre ore: non ho smesso di dormire poco, di cucinare con grande cura, di smadonnare contro quella specie di wonder woman che mi insegna dalla TV a sollevare pesi, continuo a servirmi del cinema per capire la realtà, a pensare alle persone che mi piacciono e a sperare che stiano bene. Continuo  a cercare senza farlo veramente, forse per paura di trovare. È cambiato tutto anche nelle cose di sempre, ma posso accorgermene soltanto io.

Questi sono i giorni della maturità per una fascia di umanità che non invidio affatto. Io sono tra quelli che non ne hanno un buon ricordo, soprattutto per le questioni irrisolte di cui dicevo prima. Eppure uscii da quell’esame con un onorevolissimo 58/60. Ricordo che all’epoca ci rimasi molto male. Oggi invece penso che sia stato un voto decisamente troppo alto visto che ero davvero brava soltanto in latino e per il resto vivevo di glorie attribuite ma non pienamente giustificate. Se lo avessi capito all’epoca forse oggi avrei meno colpe da ammettere e scelte meno avventate a cui porre rimedio. Quello che non potrò mai sapere, però, è se la Fortuna, a cui credo di essere stata fino ad ora parecchio simpatica, avrebbe vegliato su di me con la stessa commuovente partecipazione anche se fossi stata un po’ più giusta di come, ancora adesso, non mi riesce di essere veramente.




domenica 7 giugno 2020

Piove

Oggi è piovuto tutto il giorno. Ne ho sofferto solo per la mancanza della mia consueta camminata di un paio d’ore all’aeroporto di Linate. Per il resto non mi è pesato starmene in casa e ascoltare lezioni di cinema, impastare una focaccia e cimentarmi nel mio primo, e riuscitissimo, esperimento di banana bread. Era tutto molto silenzioso oggi. Più del solito: meno sirene dell’ambulanza - ne avrò contate un paio - e nessuna musica a palla dalla porta accanto. Credo di non aver detto una parola ad alta voce in tutto il giorno se non per le tre telefonate ricevute.

Ogni tanto, ad intervalli di anni credo, ricevo un messaggio dalla signora che mi ha affittato una stanza quando sono arrivata qui a Milano. Rimasi da lei per tre mesi, prima di comprare la casa in cui vivo tuttora. Mi chiede come sto e mi informa che la piantina che le regalai prima di andar via fiorisce ancora. Una volta, durante una delle nostre conversazioni serali, le dissi che quando smetto di vedere le persone io non sono brava a conservare i rapporti e che non avrebbe dovuto offendersi se avrei mancato di far sapere mie notizie una volta che me ne fossi andata: purtroppo lo so già che quando smetto di condividere un tempo comune di esperienze condivise per me tutti i legami inesorabilmente tendono a diluirsi fino ad annullarsi. E così in questi anni è stata sempre lei a scrivermi e a sincerarsi che stessi bene. E io ogni volta penso di essere proprio storta o poco sensibile. In realtà so che non è esattamente così...potrei fornire spiegazioni molto convincenti per un simile atteggiamento...ma tant’è.

Cosa è stato di questi tre mesi? Cosa mi manca davvero della mia “vita precedente” e cosa credevo fosse indispensabile e invece non era poi così irresistibile? Cosa ho scoperto e che mi piacerebbe conservare? Vediamo un po’
- Cucino cose che mi piacciono più di come le preparavo prima. Questo è sicuro almeno per il mio palato. È stato bello per una volta pensare di cucinare apposta per me. Sembrerà strano ma io ho sempre cucinato pensando a qualcuno che non fossi io. Giuro. Che sciocca.
- Ho imparato a camminare dritta sui tacchi. Ma continuo a piacermi molto di più con le sneakers
- Continuo a vedere film molto belli. Ma non mi manca per niente la sala e la scadente umanità che la popola senza rispettare le regole di una visione corretta
- Non giocherò più in borsa e sono felice di non avere una elevata propensione al rischio. Diversificare è sempre un approccio saggio a quasi tutte le scelte possibili
- Sono felice di non avere dovuto gestire una relazione lontana o dei bambini che non vanno a scuola o dei rapporti familiari problematici. Se sono una persona calma e pacifica è solo per questa ragione. Mi manca l’amore. Non le sue conseguenze
- L’amore immaginario è una grandissima risorsa. Se si ha fantasia sufficiente è il più potente dei motori di una vita solitaria piacevole eppure in costante attesa di contraddire clamorosamente se stessa

In realtà mi mancano un sacco di cose. E allora faccio finta che sia tutta colpa della distanza di sicurezza, del brutto tempo, del caso, della necessità. E quando sono fortunata riesco addirittura a credere che davvero sia così.
Chissà a che punto della fioritura è la piantina che regalai alla signora. Sarebbe il caso di sentirla




Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...