domenica 8 gennaio 2017

Fuori sincrono festivo

È di un tale conforto psicologico sapere che per me le feste sono appena cominciate. C'è stato un Natale anche per me, l'ho sentito inevitabilmente pure io passeggiando per le strade ipocritamente illuminate del centro, facendo auguri a destra e a manca, mettendo l'alberello mignon pure io sul mobile in cucina, con il palinsesto alla radio completamente stravolto...tutto per me era Natale pure se continuavo a lavorare in un ufficio bellissimo e vuotissimo. E adesso tocca a me non essere al lavoro a sopportare di nuovo il chiasso infernale alle macchinette del caffè, a ritrovare un'atmosfera generale che negli ultimi tempi avverto come sgradevole e faticosa. Al mio rientro mi attende la speranza di cambiare sede e tipo di lavoro e forse la mia paura di rientrare è legata al timore di questo piccolo desiderio infranto.

Qui a casa è tutto movimentato e tanto piacevole, tra cugine e vecchie amiche ritrovate, racconti belli come lo sono spesso quelli tra persone costrette a stare lontane e fare esperienze molto diverse. Ritornare a casa ormai è sempre così: osservare le cose che cambiano senza di me, un micio che tiene assieme gesti e attenzioni di genitori che forse avrebbero preferito occuparsi di biberon e pannolini che non sono mai entrati in questa casa. E poi questa pace, questo distacco dalle cose che mi riesce un po' meglio solo con l'allontanamento fisico da un luogo. Ho già raccontato di un ultimo scorcio d'anno un po' doloroso per la presa di coscienza di una mia incapacità di leggere i fatti in modo realistico. Garantisco che può non essere affatto facile fare i conti con una cosa del genere, non fin quando non riesci in quella operazione necessaria di capitalizzazione del dolore che avrebbe lo scopo di accrescere il valore individuale di lo prova. A suo modo è stato un investimento...si spera ad alto rendimento

La verità è che sono felice di essere qui a cavallo di festività ormai concluse per tutti abbinate ad una fase ulteriore di libertà "irregolare" mentre tutti gli altri stanno elaborando il trauma da rientro. A me piace osservare l'ordinario che necessariamente si ripropone sempre uguale a se stesso, quello dei buoni propositi già quasi scordati, quello che rimane quando l'eccesso di luci, di bontà, di paramenti posticci, di finta allegria lasciano il posto alla norma, al disagio quotidiano, ai problemi dimenticati e mai davvero affrontati. Mi piace avere una visione dall'alto e disimpegnata di questo faticoso passaggio, mentre io non sono tenuta a fare nulla di tutto questo...non con gli stessi tempi, non con lo stesso mood. Poi toccherà anche a me. Ma non ora. A me piace così. Onorare le feste. Finite, forse perché finte, solo per gli altri.

giovedì 5 gennaio 2017

In treno

Piccola variazione di programma. In origine sarebbero stati soltanto due giorni liberi per la settimana prossima, durante i quali sarei rimasta a Milano. Invece ho aggiunto dei giorni, comprato i biglietti per casa e programmato un po' di cose da fare giù. Bene così...e invece...Non faccio in tempo a prendere un'iniziativa, che mi arriva la mail di convocazione dell'interpello fatto per andare in direzione regionale a fare un lavoro che credo mi si addica un po' di più e che mi consentirebbe di lasciarmi alle spalle un ufficio in cui faccio sempre più fatica a muovermi in modo spontaneo. Disagi di cui non attribuisco colpe a nessuno se non a me stessa e agli strani percorsi di una mente contorta e poco pacificata.

Il colloquio io lo farò lo stesso, mi hanno detto che la data del tredici si può spostare e che mi faranno sapere quando si terrà. Non nutro alcuna speranza, ma ricevere una risposta da quella specie di olimpio impenetrabile lo considero il mio primo trofeo di quest'anno.

Ora sono in treno davanti ad un caffè immondo e tra gente molto assonnata. Spero di recuperare il troppo sonno perduto degli ultimi tempi, di trovare il coraggio di fare un paio di cose che sento come necessarie e starmene più tempo possibile a fare la lotta con Pablito.
Il vagone è molto silenzioso e io penso che ho fatto bene a risparmiarmi l'attività di sportello di oggi e a comprare questo sacchetto breakfast pieno di cose sfiziose, pure quando penso che ogni volta che parto mi sale una specie di angoscia, come se mi perdessi qualcosa di fondamentale nel luogo dove tento di avere il controllo su tutto. È difficile non essere più un'emigrante quando ormai sei diventata una che ha deciso che casa sua è altrove e che poi torna ogni tanto in un altrove che è stato casa sua.

E così stamattina, mentre mi separano una manciata di ore da una casa in cui ritorno sempre più raramente, mi chiedo già cosa mi attende al rientro in un luogo che invece mi è sempre più familiare, nel quale provo a costruirmi una qualche ipotesi di senso e dove mi confronto con una umanità quasi sempre interessantissima. Mi chiedo come cambierebbe il mio essere altrove se quel colloquio andasse bene e fissassi un nuovo inizio come quando sono stata assunta qui la prima volta. Mentre il treno va, io mi chiedo se davvero posso aspettarmi cose nuove senza avere sempre tutta questa ansia di prendere e partire. Una volta e per tutte

mercoledì 4 gennaio 2017

Di tagli, di pieghe, di fogli e di piaghe

Tra pochi giorni sarò in ferie anche io. È stato un periodo estremamente faticoso al lavoro perché l'ufficio era decimato non solo per le ferie poco fantasiose della massa festante, ma pure per le malattie non previste di quelli che sarebbero restati a garantire coperture, soprattutto di sportello. Però ce l'abbiamo fatta e sono stata davvero bene, come mi ero augurata, a lavorare in quella pace irreale.
 Oggi sono stata dal parrucchiere fighetto di via Monti, quello dove mi faccio dipingere pure le unghie e provo ad assecondare il concetto mai chiarito che un nuovo taglio di capelli è in realtà l'allegoria di un cambiamento più profondo. Nel mio caso ci stava semplicemente un'emergenza doppie punte e la voglia di vedere come sto con la frangia. Sono rimasta abbastanza contenta ma ancora non avverto i segnali di mutamenti esistenziali da messa in piega di antiche piaghe.

La sola nota davvero dolente è un senso generalizzato di affaticamento profondo, che tuttavia non mi impedisce di rispettare gli impegni per le cose che mi interessano, come allenarmi, rispettare il numero di pagine del libro che leggo pure se gli occhi protestano, camminare per ore e tutto il mio solito mantra fatto abitudini senza deroghe, ma in fondo pure senza uno scopo reale se non assecondare una continuità rassicurante e per questo fondamentale.

Oggi ho riletto un post di questa estate passata perché qualcuno degli avventori di questo blog lo ha ripescato e io ero curiosa di sapere cosa avessi scritto. È datato dieci luglio, racconta di faccende che mi hanno mortificato nell'adolescenza e che ho visto ripetersi tante volte nel mio vissuto successivo. Mi ha fatto tanta tenerezza rileggerlo a distanza di mesi, con una temperatura e pure una mia condizione abbastanza diversa da quella di allora. Prometto a me stessa che non permetterò ad altri di farmi del male senza che io abbia fatto nulla per meritarlo. Anzi non glielo permetterò neppure se me lo merito.

Intanto osservo il mio nuovo taglio e penso che mi ci abituerò presto e che la frangia modifica un po' le caratteristiche del mio viso e certe mie tipiche espressioni imbarazzate o timide. Un taglio nuovo è un po' come indossare una maschera diversa senza per questo rinunciare alla sincerità di un volto senza misteri. Ecco forse questa ipotesi mi piace di più di quella che pretende di vedere una frangia e una spuntatina dei promotori di cambiamenti interiori. Io questo compito lo attribuisco alla scrittura, quella bulimica attività che estrinseco su fogli scritti a mano e che disperdo per la casa, su questo blog il cui numero di lettori a tre cifre costituisce un autentico mistero per me, sugli appunti in un piccolo quaderno con le pagine colorate. Scrivere, e poi correre, e poi svegliarmi presto e poi il costante tentativo di essere un po' più generosa. Sono queste le cose che mi ossessionano e in cui trovo conforto in un mondo che quasi mai capisco e nel quale non sono capace di improvvisare senza combinare guai.

Sono contenta del mio nuovo taglio, forse perché in fondo i capelli crescono sempre. Non c'è niente di irrimediabile in un'acconciatura. C'è giusto una piega diversa. Ma di solito appena uscita dal salone  si affloscia...








domenica 1 gennaio 2017

Buoni giorni a te, anno!

Anche io comincio. In ritardo rispetto a chi ha atteso la mezzanotte, in anticipo rispetto a chi si sveglierà ad ora di pranzo per le veglie in compagnia ad assistere al passaggio di testimone tra un anno che chissà dove proverà ad espiare le sue colpe e uno che arriva con un carico di responsabilità che al suo posto chiederei una moratoria...
Ho deciso di vivere questo giorno ottemperando a quello strano principio che vuole che quello che si fa al primo dell'anno poi si fa per tutto l'anno e così oggi me la sono giocata così, con i propositi di un giorno che vorrei si propagassero per tutto l'anno.
Mi sono alzata all'alba, come faccio più o meno da sempre e come desidero fare per il resto dei miei giorni, mi sono pesata e ho trovato un numero che mi è piaciuto e che vorrei si conservasse tale o anche un poco poco più basso se significa attingere da un sedere sempre troppo in carne, mi sono allenata e guai a farmi passare questa voglia, ho fatto un lunghissima doccia col solito getto gelato alla fine, mi sono truccata bene ma ho indossato i jeans strappati perché niente mi fa sentire più femmina di loro, sono andata a cinema a vedere un cartone stupendamente malinconico e con una filosofia della solitudine che comprendo perfettamente pure quando mi illudo di essere pronta per altro, ho letto le pagine di un libro scritto da un autore in perenne stato di grazia ma in questo libro è ancora più in grazia, ho camminato per un'ora in una Milano perfetta col suo freddo stemperato da un sole con i toni del bianco più che del giallo. E poi ho buttato cose, come molto spesso faccio negli ultimi tempi e come intendo fare fino a quando non sentirò che quello che resta è davvero ciò di cui ho bisogno.
Si, i miei propositi per quest'anno sono tutti accorpati nelle piccole azioni di questo principio d'anno in cui non sono né triste né felice, con qualche peso sul cuore che mi ricorda che una parte del tempo in cui vorrei essere felice dovrò invece usarla per impedirmi di essere infelice, che pare lo stesso tipo di lavoro...e invece no...

Mentre scrivo sono quasi le cinque del pomeriggio e io avrei già fatto tutto quello che mi sarei prefissata per tutto l'anno...spero che il 2017 abbia molta più fantasia di me, che tra i suoi di propositi ci sia una qualche sorpresa, un groviglio di congiunzioni astrali fatte di dimenticanza, di nuovi incontri, di intuizioni impreviste. Di tempo speso bene.
Io il mio preventivo te l'ho fatto. Fammi una controproposta interessante. O lasciami in pace.
Ci si rivede in questi giorni...

venerdì 30 dicembre 2016

Per fortuna sono tanto stanca (di veglie e veglioni che anche no)

Se mi dice bene come ieri, pure stanotte dovrei dormire tanto e bene. Sono giorni di insospettabile stanchezza, forse perché sto di sportello tutti i giorni e ci sta un sacco di gente che trova normale venire a fare la fila in un ufficio pubblico. E poi mi ritrovo a fare cose strane, come cercare parole giuste per non ferire nessuno pur provando ad essere chiara e onesta, a ricordare cose che avevo totalmente rimosso da anni, a desiderare di fare una cosa precisa appena torno giù a casa...sono giorni in cui mi pare di essere qualcosa d'altro, una specie di straniamento divertito che non so di preciso a quali cause associare. Del resto che mi importa di associarlo a qualche causa...

Oggi ho visto un film molto bello, una storia vera è pazzesca, su un bambino indiano che si addormenta in treno e si sveglia a 1600 km da casa. Sarà poi adottato e immensamente amato da una famiglia australiana e ritroverà la sua casa più di venticinque anni dopo. Nei titoli di coda ci stava pure la notizia che ogni anno in India si perdono 80.000 bambini e mi sono ricordata di quando ci sono andata io e una delle prime cose che noti sono i maschi adulti che si tengono per mano. La guida ci raccontava che i bambini vengono educati a camminare sempre mano nella mano perché così non si perdono nelle folle oceaniche di città prive di ogni ragionevole criterio urbanistico.

Domani è l'ultimo giorno del 2016 e io non sono pronta a liberarmi di lui. Ancora non mi sono abituata ai quarant'anni che mi ha portato, all'ennesima richiesta di esperienza di lavoro all'estero non considerata, ai bambini mai avuti, all'amore non trovato, al dolore al braccio, e a tutto il resto...che la metà bastava...
Correrò per 10km. Di solito impiego circa un'ora per arrivare alla fine e durante il percorso mi viene naturale pensare alle cose che più mi ossessionano, poi a un certo punto del percorso, quando comincia la crisi, ascolto solo il mio respiro, smetto di pensare e alla fine sono solo felice. Questo stato di grazia dura poco, ma succede proprio così e di solito mi basta per cambiare totalmente la percezione delle mie inquietudini. Più che mai voglio che domani succeda così. Voglio che tutta questa immane stanchezza di quest'ultimo scorcio d'anno, domani arrivi al suo picco massimo e che mi svuoti completamente. Ho bisogno di fare spazio.

È facile prendersela con un anno complicato mettendo in campo tutte le declinazioni del vittimismo mentre in realtà si sta semplicemente mirando nella direzione sbagliata. E invece io vorrei solo continuare ad avere questa perversa voglia di stancarmi fino a sfinirmi. Che io solo così dormo da Dio. E in fondo solo questo desidero davvero.
Buona notte




mercoledì 28 dicembre 2016

E tu? Lo tieni un anno bello a cui torneresti?

Saranno le temperature primaverili, sarà l'ufficio semivuoto dove gironzolo senza il rischio di incontrare persone che mi mettono a disagio e in cui ritrovo solo colleghi che sono rimasti per le mie stesse ragioni e altri che mi fanno ridere quando vengono a salutarmi in stanza, sarà che ho rimesso indietro le lancette e mi sono ricordata di certi miei stati di grazia di tanti anni fa, quando non cercavo niente e mi stava benissimo così . Sarà tutto questo o forse no, ma ho deciso che me lo faccio bastare per evitare ogni forma lamentosa di bilancio apocalittico di un anno che ormai ha quasi assunto i toni della farsa con questo suo quotidiano memento mori di personaggi iconici.

Un mese fa raccontavo delle mie lacrime. Le ragioni di quel pianto non avevano nessun fondamento, in apparenza nessuno mi aveva fatto nulla, eppure per me quello è stato un momento cruciale senza il quale non avrei mai davvero capito come stavo buttando via il mio cuore, il mio tempo e il mio interesse per le cose che amo davvero. Come ho provato a risolvere la questione è materia oscura persino a me stessa, ma direi di essere partita dall'idea che in fondo era evidente che fosse così e non altrimenti...ma io ho bisogno di cercare oltre l'evidenza per trovare le mie verità. La prossima volta provo a cogliere i segnali qualche secolo prima...ma no dai...va bene così che l'ingenuità è l'unica cosa da cui non voglio guarire mai.

Quest'anno ho fatto rientrare la televisione in casa dopo sette anni che l'avevo estromessa dal mio quotidiano. Ne avevo così paura, pensavo che ne sarei diventata dipendente, che avrei visto programmi scemissimi tutto il tempo, che mi sarei rincretinita ipnotizzata da talent o "de filippiche", che avrei smesso di sentire i miei programmi alla radio, la mia musica scema...e invece sta sempre spenta, tranne per blob e gazebo o la uso per vedere i dvd. Dovrei smetterla di essere così radicale, è da  scemi che hanno paura che ci siano trappole ovunque e invece basta essere coscienti che ci sta del buono in quasi tutto.

Invece una cosa voglio lasciarla qui, in quest'anno che non si farà scordare. Voglio tornare vegetariana. Quella di aver ripreso a mangiare la carne e il pesce è la sola cosa che non mi sono mai perdonata, la trovo incoerente con l'amore che ho per gli animali e poi è inutile. I miei livelli di ferro non sono aumentati e non mi sento più forte. Ecco, l'unico mio proposito per il 2017 sarebbe questo.

Poi non mi azzardo a fare altre ipotesi...che piano piano ci riesco da sola a ritornare al 2012


lunedì 26 dicembre 2016

Should I stay or should I go? Ma go...fidati..go...

A Milano giornate natalizie magnifiche, di sole, di luce, strade vuote ieri e ravvivate oggi. Per me cinema ieri e oggi, sport, purtroppo ancora poco appetito e soliti incubi notturni e un po' di cose che hanno reso un po' complicati questi giorni. Bene così, si vive anche di questo se poi passa.

Ieri ho visto Natale a Londra e mi sono abbastanza divertita. Oggi ho visto "è solo la fine del mondo", film che la critica ha salutato tiepidamente e che io ho trovato faticoso nel suo sviluppo e struggente nel finale.

Pensare all'Inghilterra mi ha fatto ricordare di un Natale di tanti anni fa, era il 2005, quando andai a Nottingham per tre settimane. Alloggiavo a casa di una ragazza deliziosa che viveva con un gatto bellissimo. All'epoca stavo per concludere il primo anno di dottorato e volevo assolutamente essere ammessa ad un master inglese e così andai all'Università di Nottingham, un immenso campus con un lago all'interno dove avrei voluto occuparmi di povertà e sviluppo. Non mi bastò mettermi in ginocchio ed essere disposta a pagare 9000 pounds per far parte della loro squadra...il mio voto di TOEFL (attestato di conoscenza dell'inglese) era di qualche centesimo di punto inferiore alle loro richieste. Ritornai a casa mestissima ma con la percezione che una città governata da uno sceriffo rimane ottusa pure se Robin Hood ha ripristinato una perequazione sociale...

Invece nel 2007, quando mancava solo la discussione della tesi, me ne andai a Londra per poco più di un mese . Mi trovai un lavoro in un take away nel quartiere più pericoloso di Londra, feci amicizia con un inglese afro che mi portò a visitare il quartiere nero e mi incantai di così tanta varietà di scenari in una sola città. Un'altra volta invece ho rischiato grosso con degli incontri sbagliati a Soho, ma alla fine riuscii a cavarlmela. Abitavo in un ostello terribile con dei francesi assurdi che hanno reso ragione di tutto il mio disprezzo per i cugini d'oltralpe, passavo tutti i pomeriggi a Covent garden e i sabato e le domeniche a Camden Town, che ad oggi è il posto che in assoluto amo di più al mondo.

Io sono di quelli che hanno il mito dell'Inghilterra. Qualunque cosa secondo me loro la sanno fare meglio. Mi piace persino la loro ottusa applicazione delle regole e quell'assurda trasformazione che hanno quando rientrano a casa, dopo una giornata di lavoro in tenuta impeccabile e atteggiamento tipicamente "British", per andare al pub a diventare così ciucchi da non reggersi in piedi per tornarsene sulle loro gambe. Amo tutta quella loro affascinante contraddizione, persino la cucina mi pare spesso una prelibatezza e quel magnifico odore di cappuccino e di burro delle loro inarrivabili brioches. È la prima cosa che senti appena arrivi a Victoria station ed il mio ricordo più vivo di quella città.

Il fatto è che per quanto sia stata contenta di essere capitata a Milano, che rimane la più europea tra le città italiane, mi sono sempre chiesta cosa ne sarebbe stato di me se mi avessero accettato per uno di quei master fighissimi dove trovi lavoro il minuto dopo che li hai conseguiti e te ne esci così professionalizzato che il concetto di mercato del lavoro flessibile significa opportunità infinite e non precarietà e gioco al ribasso. Io credo che bisognerebbe avere molto rispetto dei ragazzi che scommettono sul loro futuro guardando all'estero come una forma di investimento e non di disperazione da assenza di opportunità a casa propria. Non so, ma pur con tutta la comprensione che potrei avere per chi non ha voglia di andarsene, cosa del tutto legittima, se io avessi l'opportunità di andar via anche ora, a quarant'anni, lo farei immediatamente.
Il mondo è così vasto, variegato, interessante, pieno di cose da fare e da vedere. Perché starsene così ostinatamente a casa propria? Perché tutta questa paura di andare? Perché pensare che lasciare i limiti ristretti del luogo di nascita sia una costrizione e non invece una formidabile occasione? la faccio facile...forse perché in realtà lo è e perché almeno un tentativo lo meriterebbe.

No...così per dire...che secondo me l'Inghilterra ha perso molto a non consentirmi di far fuggire il mio cervello da lei...



sabato 24 dicembre 2016

qualcuno era comunista...o stava per nascere

Mentre scrivo è più o meno ora di cena di Natale un po' ovunque. Io ho già dato più di un paio d'ore fa. Come mi ero ripromessa non ho cucinato e sono andata di mega insalatona e frutta secca e un pezzo di crostata mia scongelata al microonde. Vigilia secondo i programmi: una bella corsa, un bagno caldo pieno di essenze strane, uno yogurt, delle arance e un po' di liquore al cioccolato e poi una lunghissima passeggiata con un sole abbastanza luminoso da farmi gli occhi verdi verdi come solo in estate mi vengono.

Nel pomeriggio sono stata in centro perché avevo visto un vestitino da femmina che volevo avere assolutamente e invece era rimasto solo quello in vetrina...e poi sono stata contattata da così tante persone che pure il mio "anche a te e famiglia" credo che sia stato ripetuto lo stesso numero di volte di chi festeggia veramente.

Ma il mio momento memorabile della giornata è stata la puntata di Blob di stasera. Ha raccontato della Perestroika, della fine così sbrigativa dell'URSS e di quello che davvero ne è stato di quel passaggio così (in apparenza) epocale.  Si tratta di un tema a cui penso spesso ultimamente ma non saprei davvero dirne i motivi. Sono giorni che ripenso a una cosa che sentii dire a Maurizio Nichetti in occasione di una restrospettiva che lo riguardava. Ad un certo punto raccontava che quando, nei primi anni ottanta lui era in russia per girare una serie, i supermercati cominciavano ad avere un assortimento invece che un solo tipo di prodotto per i bisogni primari più inevitabili come durante il comunismo. Diceva che i russi che entravano per fare la spesa erano talmente spaventati che non riuscivano a mettere nulla nel carrello perché non avevano alcuna coscienza del consumo e nessun parametro di scelta. Molti di loro finirono in analisi per traumi del genere.

Io non ho mai pensato che il marxismo fosse una teoria economica scientificamente attendibile. Per un motivo molto semplice e apparentemente paradossale. E cioè non è falsificabile. La definizione di teoria scientifica è quella di tesi falsificabile. Il progresso è interamente fondato sulla demolizione di parti o intere teorie precedenti. Altrimenti è un dogma. Ecco, io credo che il marxismo sia più assimilabile a una sorta di credo dogmatico che a una teoria scientifica, proprio in virtù del suo impianto assolutamente rigoroso e incontestabile in ogni sua parte. Meglio ancora direi che si tratta di un solidissimo sistema di valori per realizzare in terra una società di giusti ed uguali. Nella pratica nessuno ha mai visto confermare, neppure per frazioni di secondo e in nessun luogo del mondo, questo magnifico impianto ideologico. Non è una critica, sia chiaro. Io continuerei a votare comunista fino alla fine dei miei giorni, se solo sapessi come fare. Purtroppo altre teorie hanno ricevuto maggiore conforto e hanno premiato forme di liberismo così progressivamente fuori controllo da rinnegare da sole se stesse. Purtroppo non è stato certo il comunismo a contraddirle.

Non lo so perché mi premesse tanto dire una roba simile proprio nella sera di Natale. Forse perché qualcuno una volta disse che Gesù di certo era comunista (...tra dogmi ci si intende in fondo) e associo la sua nascita a qualcosa di simbolicamente legato ad un nuovo corso  post liberista. Ma figurati...già il metodo scientifico sta morendo per via di cialtroni e negazionisti, manco solo io con le chiavi di lettura trasversali. Però un po' ci sta che a Natale pure uno laico fino al midollo, convinto che non sia arrivato nessun salvatore e che a piazza duomo trova gente che compra mutande da cinquanta euro da vittoria secret's, ha bisogno di credere in qualcosa che vada oltre la fredda legge numerica, il puro calcolo, la razionalità. Se uno non è religioso, a Natale può consolarsi solo ricordandosi di essere un comunista. Tanto è la stessa cosa. Non succede niente però è così
consolatorio...
Vogliate scusarmi. La mia tradizione vuole che indossi qualcosa di rosso...uh...le coincidenze alle volte. Auguri

venerdì 23 dicembre 2016

Del Natale mi piace che è quasi gennaio. Tra elogio della pazzia ed evoluzione della specie

- allora sei la nostra referente del team per il periodo natalizio? Bene perché noi ci saremo in questi giorni e sappiamo su chi contare
- si, ma soltanto perché sono rimasta soltanto io. Ah, lo sapete che da gennaio cambierò stanza e starò proprio di fronte a voi?
- dai che bello, così ci conosceremo meglio e ci raccontiamo le cose mentre pranziamo assieme.

Questa è stata la breve conversazione di oggi con le nuove leve del team, un ragazzo e una ragazza appena assunti con l'ultimo concorso. Sono gentili, belli ed educati. Mi hanno fermato in corridoio nel momento in cui avevo lavato i contenitori delle mie schiscette e così ho spiegato loro perché non vado mai in ferie come tutti i miei colleghi del sud, che in passato facevo dei bei viaggi e che mi piacerebbe ricominciare. Ad un certo punto è arrivato il terzo neo assunto del team e mi ha detto che nella sua classifica dei pazzi io sono al terzo posto. Mi sfuggono i requisiti di questa medaglia di bronzo, ma poi il collega anziano che mi conosce meglio ha detto che in realtà meriterei il primato...e io ho pensato che dovrei seriamente riconsiderare la percezione che ho di me stessa rispetto a quella che restituisco al prossimo nella mia più totale incoscienza.

Nel pomeriggio invece è venuto a trovarmi un collega che passerà il Natale esattamente come me ed è stato divertentissimo confrontare i nostri menù e le cose che abbiamo intenzione di fare senza rendere conto a nessuno. E non so perché ma questo mi ha fatto sentire meno in colpa per la mia misantropia natalizia.

E sempre oggi mi sono candidata per un altro degli strepitosi eventi che organizza Gianluca Nicoletti ogni inizio anno qui a Milano. Dopo la serata Pixar, quella su Picasso e la notte della barbie viventi, quest'anno l'evento riguarderà l'homo sapiens e così gli ho scritto che la mia evoluzione subirà un arresto se non dovessi rientrare tra i partecipanti. Nicoletti è uno dei miei pochissimi guru contemporanei, sono totalmente acritica verso ogni sua considerazione riferita a qualsivoglia tema. Gli altri sono Vasco, Moretti e Zerocalcare. E poi nessun altro. Mi ricordo di quando nel 2011 mi sollevò per quella sua teoria che le donne vanno prese in braccio per sollevarle, almeno per un istante, da tutto il peso del mondo. Come si fa a non amarlo!?!?

Oggi così, godendo della buona compagnia dei pochi rimasti, apprezzando due occhi azzurri che non avevo ancora notato, lavorando il giusto e sorridendo più della media. E pure se continuo ancora a leggere i post belli del blog lapersonagiusta, ormai da un po' di tempo mi piace di più soffermarmi sulla persona giusta che voglio diventare per me stessa. Che tanto, se sono fortunata, a gennaio incontrerò il mio "homo sapiens"...


giovedì 22 dicembre 2016

devo stare attenta alle docce con l'impermeabile

Giornata bella e strana quella di oggi. Tra una condanna per Formigoni e l'implementazione, dopo 55 anni della Salerno-Reggio Calabria, l'elenco delle cose impreviste potrei dirlo già saturo. Oggi è morta la direttrice di Vogue Italia, Franca Sozzani. Mi ricordo di lei per una sola ragione. La ascoltavo alle "invasioni barbariche" di un po'di anni fa. La Bignardi le chiedeva se era vero che lei si nutrisse soltanto di cappuccini bollenti o se qualche volta mangiava anche una fetta di tiramisù. E lei rispose "credo di non aver mai mangiato un tiramisù in tutta la mia vita"...voglio ricordarla così, già scheletro in vita...

 Al netto dei fatti del giorno, che valgono quanto le monete da un centesimo chi i barboni lasciano sul ciglio della strada, per fortuna si sono avvicendate tante altre piccole cose degne di ricordo, anche personale, che mi fanno pensare che  l'oroscopo delle cinque del mattino, quello a cui mi ostino a prestare fede cieca e forte condizionamento, ogni tanto c'azzecca.

Ho cominciato subito, riuscendo ad evitare il turno intero allo sportello. Oggi ci tenevo molto a starmene tranquilla in stanza a gestire giusto l'arretrato semplice e pianificare l'attività da svolgere nel silenzio di un ufficio finalmente svuotato. Ma ho fatto in tempo ad incontrare i miei contribuenti più affezionati, quelli che mi abbracciano quando mi incontrano o da cui sono andata a recuperare Pablito. Io dico che non è un caso... Poi mi ha telefonato un caro collega che lavora in direzione regionale che mi mette sempre di buon umore. Come al solito gli ho detto che non posso assolutamente uscire durante il periodo natalizio, che prometto che mi farò sentire per un cinema e che la tristezza che avverte quando legge i miei ultimi post è in realtà una cosa diversa, faticosa ma piacevole e ormai credo destinata a concludersi per presa di coscienza e ritrovato amor proprio.
E sempre oggi è successa un'altra cosa bella con il collega che non mi parlava da un sacco di tempo per via di un equivoco letto su questo blog mentre parlavo male di un altro collega che si era comportato da villano. È entrato in stanza, mi ha abbracciato e dato un bacio per gli auguri di Natale. E io l'ho trovato molto dolce.

E poi nel pomeriggio Nicola mi ha portato la marmellata di mele e ci siamo visti un film impegnativo ma bello, almeno se si conosce ed apprezza il cinema indipendente di Jarmush. Paterson è un film sulla poesia delle piccole cose. Molta grazia, a tratti buffo e con una battuta topica detta sul finale da un poeta giapponese:"una poesia tradotta è come fare la doccia con l'impermeabile". Mi è piaciuta tantissimo.

E adesso sono finalmente a casa, come al solito con la schiena inchiodata al termosifone, a pensare che tutta la mia giornata è stata della stessa sostanza del film di Jarmush, con tutto il suo carico di incanto delle piccole cose, quelle che faccio un po' fatica a mettere a fuoco prima che svaniscano per sempre, ma che quando riconosco mi aiutano a trovare nuovi assetti, a distendere i nervi e a regolare il battito cardiaco. Saranno giorni belli. Lo so. E siccome lo so, eviterò di sentire l'oroscopo delle cinque per tutto questo tempo.






martedì 20 dicembre 2016

Guarda il Caso però...

Ho rivisto "ultimo tango a Parigi" dopo un numero spropositato di anni. La prima volta avevo poco più di vent'anni e lo trovai angosciante e traumatico. Però avevo una gran voglia di rivederlo adesso, dopo aver sentito una storia tristissima riferita alla famosa scena del burro. La povera Maria Shneider per anni e anni denunciò che non voleva assolutamente girarla e che Marlon Brando e Bertolucci si accordarono per "violentarla" pur di avere la scena così come doveva essere e poi fu. Quel girato non è recitato: lei davvero piangeva perché stava cercando di fuggire. Era disperata. Soltanto poco tempo fa, quando è morta, Bertolucci le ha chiesto pubblicamente scusa. Intanto quella magnifica attrice, entrata nel mito per una scena che l'ha umiliata, ha avuto un'esistenza devastata da alcol e droghe dopo quell'esperienza così destabilizzante. Per me era già un capolavoro quel corpo magnifico, i suoi jeans a zampa, il volto di Marlon Brando, il modo in cui scopre di amarla...chi lo sa quanto fosse inevitabile quella scena assurda di sesso sadico e quanto fosse davvero scritto nel destino di quella donna godere di una fama dovuta ad un episodio così lacerante.

In ufficio si è già cominciato ieri con auguri, panettoni e primi flussi "migratori". Tutto molto bello, dolce e ovattato. Io, che sono l'addetta al biglietto augurale per il capo team, anche quest'anno ho assolto al mio compito con vero piacere, pure se non si capisce bene perché si conti proprio su di me per queste cose visto che sono l'unica che non festeggia il Natale. Però in fondo l'ho già detto che questo periodo piace moltissimo anche a me, proprio perché è molto divertente anche soltanto osservare tutta questa effervescenza indotta non si capisce bene da cosa.

L'anno scorso, di questi tempi, in tanti non vedevano l'ora di lasciarsi alle spalle un detestabile 2015 per salutare con un entusiasmo carico di aspettative fantastiche un 2016 che invece già se la rideva alla grande fin dai primi giorni. Io sarei più cauta nel salutare il nuovo anno con la stessa gratuita
fiducia. E comunque se io fossi nel 2017 mi rifiuterei di accettare un passaggio di testimone come quello che gli passa questo sciaguratissimo anno...e stavolta non mi sento neppure di dire che bisogna credere nella possibilità che sia un anno migliore. A naso, mi pare che manchino proprio i requisiti minimi essenziali. Ma tant'è.

A livello personale mi accontenterei di starmene come ho imparato a fare in questo ultimo scampolo di 2016, tra qualche aiuto per l'umore, i libri, bei film in sale magiche, lo sport, la consapevolezza e l'assenza di qualunque aspettativa. In questi ultimi dieci giorni voglio vivere solo pensando a questo stranissimo anno che mi ha accompagnato fin qui e prefigurarmi un 2017 come di certo non sarà ma a cui non mi permetterò di chiedere nulla se non la forza di sopportarlo e poi ringraziarlo per avermi concesso di farcela ancora, ammesso che questo consentirà che accada.

L'ottimismo è uno stato d'animo stupido e deludente in una fase storica come quella attuale. Ci sta poco da augurarsi e non per questo si deve cedere al catastrofismo, ma forse il problema è tutto qui, in questo attendersi necessariamente il meglio e non invece la capacità di affrontare il molto più probabile e irragionevole Caso. Qualcuno dice che le cose belle arrivino anche così, senza cercarle ma provando a fare in modo di incontrarle per caso...pare strano ma ci vuole dell'impegno pure per questo. Il Caso non è mai davvero un Caso.
E allora non mi resta che fare i miei più cari e sinceri non auguri a tutti!







Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

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