domenica 14 agosto 2016

Il (non)senso della misura

Mi è andata bene. Rileggevo il mio post di compleanno dello scorso anno. Mi sono resa conto di quanto possa tornare utile appuntarsi le cose e avere qualcuno che ti ricorda che le hai scritte e te le fa riguardare, giusto così per aiutarti a fare il punto della situazione.  In quel post parlavo della mia paura di approssimarmi alla nuova decade con i timori di un bilancio in perdita, la costante paura di non trovare un amore corrisposto, la paura di invecchiare, di non avere mai la corretta percezione delle cose e della gente. Tutti timori fondati perché sono alla base dei più comuni tentativi che nel corso della vita compiamo per crescere in consapevolezza e in capacità di cogliere l'essenziale.

Non saprei dire davvero quante cose ho davvero voglia di portarmi dentro di quello che mi è capitato e che io ho stessa ho contribuito a far succedere. Di getto mi vengono in mente solo un paio di episodi per nulla piacevoli nel loro epilogo, ma che ora considero con la leggerezza che meritano perché alla fine si è trattato di faccenda di poco conto. Sì, direi che più di tutto ho imparato questa cosa sui trappoloni emotivi che ci costruiamo da soli, da cui non sappiamo districarci e che non riusciamo a risolvere solo per una ragione: non esistevano. E non si possono fronteggiare questioni che non esistono. Mi pare già sufficiente come presa di maggiore coscienza.

Ieri ho visto un film molto strano sul concetto di misura che diamo a tutto ciò che ci circonda per avere una visione oggettiva e inconfutabile del mondo. Cosa definisce davvero il peso delle cose e
perché gli attribuiamo quell'esatto valore e non un altro? Ha davvero senso? È sufficiente quello che sappiamo con il metodo scientifico di quel peso e dei parametri su cui si basa? Che la risposta sia no
a questo punto è fin troppo intuitivo, però capire cosa altro sia necessario sapere per individuare gli altri parametri che servono per dare peso (o toglierlo) alle cose rimane un mistero "incommensurabile". O semplicemente una intima verità individuale.

Io ho spesso attribuito un peso enorme a ciò che quasi non ne aveva e vissuto con troppa leggerezza ciò che imponeva invece una presenza di "peso". Ecco, forse quello che davvero ci viene richiesto di fare del tempo che passa è quello di"calibrarci"... continuamente e senza "misura"...rispetto a quello che ci capita, ai nostri desideri, alle persone che incontriamo.

L'anno scorso avevo paura di non trovare nessuno e pure del metabolismo che rallenta. Oggi non ho più paura di queste cose. Non mi pesano più...e neppure io peso di più. Evviva la leggerezza!

giovedì 11 agosto 2016

Stelle, secondo voi dopo quante cadute ci si solleva per sempre?

No quest'anno niente naso all'insù a cercare stelle che cadono a scopo desiderio da realizzare. Non che gli altri anni mi sia applicata davvero in questa pratica scema: la notte di San Lorenzo ha senso se stai in spiaggia con qualcuno che le stelle le usa come corredo per altro tipo di desiderio...

I desideri che ho espresso io in occasioni simili non credo si siano mai avverati, ma in realtà non ho mai monitorato per avere una conferma, per cui ritengo che fossero dei desideri da strapazzo o smanie per le quali ho poi cambiato idea, perso interesse, lasciato correre. Non ho mai chiesto per  salute o lavoro ma sempre e solo per faccende di cuore. Ma come sia possibile questa cosa io proprio non lo capisco. Eppure nel mio quotidiano vivo come se non pianificassi mai nessun tipo di incontro: quando cammino, quando incrocio gli sguardi, quando sono in ufficio, quando faccio cose e vedo gente...non c'è mai, giuro mai, l'intento di guardarmi intorno per scovare l'anima gemella. È sempre successo mio malgrado, a mia totale insaputa e assenza di volontà. E con lo stesso criterio me la faccio passare, perché avevo frainteso tutto, perché mi hanno presa in giro, perché l'idillio iniziale si trasforma poi in incubo, perché ormai tengo un'età e comincio a sentirmi un po' fuori luogo. E così non mi rimane, tutte le volte, che assistere stranita a queste strane fasi nelle quali non so da quale punto avrei dovuto cominciare a sentirmi responsabile.

Comunque dicevo che alle stelle io ho sempre e solo chiesto l'amore bello come il sole (la citazione vale doppio parlando di stelle)...quello in modalità  stella fissa, mica cadente, qualcosa che perdurasse nelle sue spesso buone premesse. Forse non mi ascoltavano perché volevano che capissi che sono belle per la loro stessa caducità, che alle volte vale la pena considerare valido pure un desidero che si lascia realizzare, assaporare per poi svanire come polvere di stelle e lasciare spazio a nuove utopie. Forse è così: le stelle cadenti vengono a dirmi che il loro mestiere è quello di dare conto della fuggevolezza delle cose cogliemdo l'occasione di riconoscerle e apprezzarle. E anche se a me le cose che passano piacciono poco, stasera non me la
sento di contraddirle. Pure perché è già sera tardi e io sono ancora sveglia e fuori dalla mia finestra probabilmente stanno cadendo stelle che avrebbero potuto fare qualcosa per me mentre io sono qui a pensare che ormai non ho più diritto a nulla.
Aspettate stelline. Sto arrivando. Ecco sto chiudendo....arrivo e mi raccomando stavolta state bene a sentire che tanto il desiderio è sempre lo stesso e chissà che tra voi ci sta una stella che rimane fissa e mi vuole accontentare.


martedì 9 agosto 2016

Affamare la bestia...o almeno tenerla a "regime"

Quando ci sono le olimpiadi faccio un'associazione automatica. Mi ricordo di mio nonno. Credo che sia stato il più grande appassionato di sport che abbia mai conosciuto e anche al netto della sua inossidabile fede juventina e per il ciclismo, le olimpiadi erano per lui un meraviglioso periodo di veglie notturne a godersi qualunque tipo di disciplina. Pure la più sconosciuta o dalle regole incomprensibili. C'era una partecipazione così totale da parte sua, che tarava tutte le commissioni a cui mia nonna lo indirizzava sugli orari delle gare. Il mio ricordo più vivo di mio nonno è indissolubilmente legato a questo.

A me dello sport interessa soprattutto la psicologia dello sportivo. Non posso fare a meno di chiedermi quali siano i motivi che lo hanno portato a scegliere una disciplina piuttosto che un'altra, cosa spinga a sacrificare una vita normale e rilassata in nome di fatiche crescenti e allenamenti continui, cosa scatti nella sua testa prima di una gara...e anche se le risposte sono tutte riconducibili alla passione, trasmessa o nata così per caso, resto sempre molto affascinata dallo strano mistero che uno sportivo professionista si porta dentro.
Un po' di tempo fa ho ascoltato un'intervista alla Comaneci, ginnasta che rientra a pieno titolo nella categoria divinità imbattute, e oggi imprenditrice di grande successo e donna impegnata in attività umanitarie. Ad un certo punto le fu chiesto come le fu possibile raggiungere quei livelli quando era ancora così giovane. E lei rispose che se non fosse vissuta durante un regime così terribile, se non avesse avuto tutta quella rabbia da sfogare e quel l'enorme carico di dolore e umiliazione da elaborare, non sarebbe mai diventata una campionessa. Subito dopo ha aggiunto che nulla sarebbe stato possibile senza l'allenatore che intuì il suo enorme potenziale. Lei sosteneva che se fosse nata ricca e cresciuta in un contesto sano ed equilibrato non avrebbe mai avuto la spinta a fare tutto questo. Ho trovato molto sorprendente quella risposta e immediatamente mi è sorto spontaneo uno strano confronto. Durante la scellerata politica economica di Reagan circolava una teoria iperliberista chiamata "affamare la bestia". Con essa su intendeva affermare che per migliorare i bilanci delle pubbliche amministrazioni e renderle più efficienti, bisognasse privarle di ogni risorsa in modo tale che con mezzi molto scarsi si sarebbero attivate per ottimizzare la loro attività rendendole finalmente competitive e solide. Non commento neppure i risultati più che fallimentari che questa visione iperliberista ha portato ( e che noi abbiamo in parte copiato malissimo), però la Comaneci me l'ha fatta tornare in mente...forse perché i regimi, di qualsiasi natura essi siano, creano delle situazioni estreme da cui solo i fuoriclasse sopravvivono e si rafforzano. Tutti gli altri restano schiacciati a vario titolo dal peso di umiliazioni e rabbia inespressi.

Ma è davvero soltanto così che si può sperare di massimizzare le proprie potenzialità? Vivendo condizioni estremamente sfavorevoli, avere tanta rabbia e la speranza di avere in sorte qualcuno che ti aiuti a canalizzarla, che sennò sei finito? Forse sì. Quindi la passione può nascere soltanto così? È per questo che l'Italia sta vincendo così tanto? E se si, è perché stiamo diventando delle bestie affamate di reaganiana memoria, oppure perché viviamo in un regime repressivo di cui per ora si sono accorti solo gli sportivi? Io voglio credere invece che la passione nasca pure se vivi in un mondo ideale che ti aiuti a capire chi sei e a sceglierti da solo il sacrificio per diventare migliore...ma chissà...


lunedì 8 agosto 2016

Cari prof. Siate all'altezza del "ruolo"...se no statevene a casa

È più forte di me ma certe cose mi offendono indipendentemente dal fatto che mi tocchino o meno da vicino. La reiterata polemica dei professori che non vogliono allontanarsi da casa perché sono le cattedre che devono andare da loro è una questione che mi fa pulsare le tempie. Per più di una ragione. La prima e più ovvia di tutte è che siamo stati in tantissimi a partire e ad allontanarci dalla terra di nascita perché il lavoro sicuro stava da un'altra parte e non abbiamo mai fatto proteste per questo. Lavorare non è obbligatorio ma molto spesso è una necessità e se davvero è tale ci sta poco di cui lamentarsi. In realtà già mi basterebbe anche solo pensare a questo per trovare pretestuosa ogni polemica al riguardo da parte loro. Ma le ragioni della mia indignazione sono altre.
 Io ho sempre venerato la figura del docente, l'ho sempre investita di un'aura magica e anche se in realtà sono pochissimi quelli di cui ho conservato sufficiente stima, continuo a credere che non si tratti di un lavoro qualsiasi. Chi sceglie di formare coscienza e sensibilità di un essere umano vorrei sperare che abbia fatto un percorso individuale e professionale animato dalla passione e dalla responsabilità di chi ha un così enorme potere di incidere sulla qualità di uomini e società...

Trovo indecorose le ragioni della loro protesta perché in quelle voci e in quegli argomenti io non ritrovo individui degni del ruolo che dovrebbe essere loro attribuito. Se la scuola è ormai lontana dal vero spirito del tempo le ragioni sono molte e tra queste di certo gli insegnanti senza passione sono il guaio più grosso. Ma io ho avuto dei pessimi professori...per cui paradossalmente nemmeno io stessa posso garantire sulla qualità del mio pensiero...

Io ho un lavoro che asseconda totalmente la mia idea di "tempo in vendita": mi reco in un posto, eseguo quello che mi si dice di fare, finisco il mio orario e me ne vado ad assecondare altrove  la mia natura. Tra dieci anni per rendere conto del mio operato dovrò cercare pratiche polverose in un archivio impraticabile. Un docente invece si ritroverebbe di fronte un uomo a cui anche involontariamente avrà trasmesso una parte di se'. A me verrebbero i brividi soltanto a pensarci.

Cari docenti che vi lamentate perché dalla Sicilia vi hanno spostato in Lombardia, perché non provate  a dimostrare di essere sinceramente interessati a trasmettere la parte migliore di voi a chiunque e ovunque? oppure continuate pure da precari a casa vostra, se questo può farvi stare meglio. Ma per carità,non banalizzate nel modo in cui state facendo il vostro ruolo con preclusioni arcaiche che fanno pensare all'insegnamento solamente come un comodo ripiego...



sabato 6 agosto 2016

"Sospensione dell'incredulità" (il salto necessario tra reale e realizzabile)

Su Facebook circola una specie di meme dove uno chiede a un altro di dirgli cosa faceva in un determinato anno, con chi stava, cosa è cambiato da allora... Io non ho partecipato. Mi fa un po' impressione il confronto "ora-allora", mi fa impressione in generale tutto quello che mi provoca il ricordo puntuale delle cose che mi sono successe e sulle quali non più alcun potere di intervento.
Però in fondo sarebbe stato un esercizio interessante per fare il punto della situazione e rendersi conto che il "come eravamo" è in buona parte un prodotto indipendente dal "come credevamo di essere e diventare". Potrei giusto rispondere frettolosamente che l'anno che mi è più caro tra quelli che mi ricordi della mia vita è il 2009 perché: 1) non avevo nessuna responsabilità: ero disoccupata da circa un anno ma avevo vinto il concorso 2) non ero innamorata di nessuno. È una cosa magnifica non avere nessuno in testa, ricordare quelli che ti sono piaciuti, per i quali hai immancabilmente sofferto e scoprire, così all'improvviso e senza una spiegazione plausibile che non occupano più neppure un angolo isolato del tuo cuore e della tua mente. Sensazione magnifica. 3) una vacanza bellissima in Sardegna 4) Ho scoperto il cinema di Bergman. Tutto intero. Mi ricordo di pomeriggi magnifici nella mia mansarda appena costruita trascorsi a vedere quelle che per me hanno rappresentato i pilastri su cui ho costruito la mia visione delle cose fino ad oggi 5)andavo a vivere in una casa tutta da sola. Niente più posti letto e cucine in condivisione. Una casa grande grande tutta per me nella provincia di Mantova. Fu lì che maturai la scelta di non avere mai più il televisore...la mia ottima scelta durata quasi sette anni...il fatto che oggi mi sia di nuovo "imborghesita" riportando la TV in casa non sminuisce il valore salutare di quella scelta

Ecco, alla fine l'ho fatto pure io questo strano compitino. Ma il 2009 è un anno a se stante. Non può fare testo per un raffronto equanime con tutti gli altri anni che a vario titolo mi hanno accompagnato, o più spesso ostacolato, fino ad oggi. E così ho deciso di fare un'altra cosa. Mi scelgo l'anno che verrà . Non necessariamente il prossimo, ma uno dei prossimi nei quali io decido cosa sono e quello che mi è accaduto secondo una proiezione fantasiosa ma plausibile. Facciamo un patto narrativo di "sospensione dell'incredulità", quella tattica che usano gli scrittori di fiabe e di romanzi di fantascienza per convincere il lettore ad immergersi in un mondo impossibile ma assolutamente plausibile.

È l'anno 20** e io ho lasciato da tempo il mio lavoro sicuro per un più gratificante lavoro autonomo nel campo dell'editoria indipendente. Il mio compito è sostanzialmente leggere i blog di ragazzi di età compresa tra i ventotto e i trentacinque anni, elaborarne i contenuti e collaborare alla stesura di storie
dalla architettura più vasta, sempre al confine tra vita vissuta e vita immaginata. Un lavoro bellissimo in cui io e il mio team siamo stati i pionieri riconosciuti.
Ho una vita affettiva finalmente gratificante con una persona spiritosa e appassionata, un uomo gentile, che condivide le mie passioni e la mia idea di legame e con cui ho un dialogo non obbligato perché la comprensione vera è fatta pure di silenzio complice.
Viviamo nella mia attuale casa, ma intanto ho comprato anche il bilocale accanto...perché di sicuro è vera la leggenda che una vita di coppia riuscita necessita di due bagni :). Non abbiamo figli ma non è affatto un problema. Abbiamo un micio tutto grigio magnifico che sta sempre sul divano e non rompe mai niente. La mattina andiamo a correre assieme e lui al rush finale mi lascia sempre vincere. L'unico pasto che obbligatoriamente dobbiamo fare assieme è  la colazione, perché è l'inizio che si ripete e noi dobbiamo ricominciare ogni volta senza dare questo come scontato. Poi un bacio e un pensiero reciproco in sottofondo per tutto il giorno.
Sono contenta e finalmente appagata della mia vita ma mi piace continuare a riconoscermi in quella di sempre. Sento che c'è della continuità in tutto il mio percorso, anche se apparentemente mi appare tutto sconnesso e incoerente. Mi piace l'idea non non essere costretta a rinnegare niente e che tutta la mia vita fino ad oggi ha seguito una
logica oscura ma necessaria e solo sulla scorta di tutto questo ad un tratto si giunge al lavoro che mi rappresenta e all'incontro necessario.

 Ecco, il mio 20** sarà così. Almeno ai sensi della mia "sospensione dell'incredulità" . In fondo moltissimi romanzi di fantascienza si sono rivelati profetici proprio perché hanno immaginato un futuro improbabile  ma, come detto, pur sempre plausibile.

 E così stasera io voglio brindare al mio magnifico e plausibile 20**. Lui sì che se lo merita.

venerdì 5 agosto 2016

1741

1741. E' questo il numero delle donne che negli ultimi dieci anni sono state uccise per mano di uomini. Il movente è quasi sempre quello passionale. Ma che parlo a fare su una questione che sfugge totalmente alla mia comprensione, sia per la portata sconcertante del fenomeno che per la sua stessa esistenza? Infatti non mi azzardo in una simile follia.

Nella mia presentazione a questo blog, copiata pari pari da quello aperto tanti anni fa, io parlo della Solitudine come vero scopo di ogni essere umano...con attesa di cortese smentita. Con questa affermazione io ho sempre inteso una cosa precisa. Ed è precisamente questa. Io credo da sempre (più o meno dai due anni in poi) che l'amore sia l'unica cosa che richieda perfezione e compiutezza. Se un rapporto d'amore non è davvero tale tra due che si scelgono, allora la solitudine è la sola decisione possibile. Allora che cosa è per me l'amore? Quello che dovrebbe essere per chiunque: desiderare in ogni istante il bene dell'altro. Dentro questa faccenda ci sta il rispetto, la generosità, la presenza, l'immenso piacere di stare assieme progettando continuamente. Mi sfugge come questo possa conciliarsi con l'eliminazione fisica di uno dei due protagonisti di questo amore...
Io non ho esperienza vissuta della mia idea di amore. Non sono stata fortunata, eppure mai e poi mai potrei sognare di barattare con altro quella che è la mia unica certezza al riguardo. La vera salvezza da un legame sbagliato è imparare a rendersi felici anche da sole.

Ancora mi ritrovo a sentire di storie dove donne della mia età  decidono di prendersi dei catorci assoluti soltanto perché questi hanno detto che se le sposano. Io credo che sia proprio questo malinteso senso dei legami a generare rapporti malati, infelici e spesso pure violenti.

Cercare la persona giusta non è cosa da poco ed è possibile pure che non la si riesca a trovare mai. Adattarsi a chiunque pur di non rimanere soli può essere assai peggio.






giovedì 4 agosto 2016

Dopo quante vite il gatto ti insegna a vivere la tua?

La dirimpettaia ha un nuovo micino. È un cucciolo bianco e rosso e si muove in modo ancora incerto sul davanzale dal quale se ne è stato a fissare per un'ora buona la mia finestra. Una autentica delizia. Quello di prima era altrettanto adorabile: pacato, osservatore, usciva ad orari regolari, conosceva tutti noi. Poi all'improvviso non l'ho più visto. A volte succede con i mici che assaporano la piena libertà di esplorare il circondario durante la notte. A Pablito non lo autorizzai mai. Io però nel cuore e sulla coscienza mi porto il primo micio, Charlie, che da quella finestra mi aveva salutato per mesi, quello che ad un certo punto strinse uno strano sodalizio mattutino  con Pablito (chiacchieravano dalla finestra...Pablito pareva Giulietta e lui era il suo Romeo) che passava da me per un fuori pasto e che si lasciava accarezzare all'ombra nel cortile durante le calde serate di agosto.

Una mattina però successe una cosa della quale ancora oggi provo vergogna e quando ci penso mi sento la più orrenda delle persone. Era una gelida mattina, verso le cinque, e Charlie fece una cosa che non si era mai permesso di fare: era salito sulla mia finestra, aveva spostato la zanzariera(senza romperla) e aveva cominciato a bussare e a piangere alla mia finestra. Io mi spaventai molto, non era un suo comportamento tipico. Gli aprii e gli diedi da mangiare. Lui mangiò due bocconi, ma poi nulla più e continuò solo a fissarmi e a piangere. Io non capivo, ero già pronta per andare a correre, lo presi in braccio e lo lasciai in cortile. Ma lui ripiombò sulla finestra e ricominciò ad urlare. Ebbi così tanta paura che gli diedi uno spintone. Non volli neppure vedere se si fosse fatto male. Uscii a correre ma lui già non era più in cortile. Non sapevo ancora che non lo avrei rivisto mai più.

Un paio di giorni dopo questo brutto episodio di stupida brutalità da parte mia, chiesi alla sua padrona
 dove fosse Charlie e lei mi disse che non si spiegava perché non avesse più voglia di uscire. La
settimana dopo mi disse che era sotto antibiotici. Poco dopo morì.  Ancora oggi mi chiedo come sia stato possibile che mi sia permessa di fare quello che ho fatto, cosa mi avvesse spinto ad avere così paura di un animale che amavo così tanto, perché non ho provato a capire la sua richiesta di aiuto. Ancora oggi, quando guardò quella finestra penso a quel gatto magnifico che mi aveva chiesto aiuto, si era fidato di me in quella fredda mattina in cui tutti dormivano . E ancora oggi non mi capacito come sia stato possibile che mi sia potuta comportare così.

E così ho pensato che qualche volta forse può capitare  che quando non ci sentiamo in grado di gestire il dolore di chi amiamo possiamo rischiare di fargli del male, di allontanarci perché veder soffrire senza sapere come poter essere d'aiuto può essere insopportabile. Io ho avuto paura. Ma questo non mi fa sentire assolta ne potrei compiacermi di esserlo.

La paura a volte rende cattivi, allontana, può essere fatale. Charlie era magnifico. Ha cercato me e io non l'ho aiutato, non l'ho capito, non ho percepito il suo dolore. Non me lo perdonerò mai. Eppure stasera, quel piccolo nuovo arrivato che se ne è stato per un 'ora incantato a fissare la mia finestra pareva proprio che volesse dirmi "ora ci sono io...spero di non avere mai bisogno di te, ma tu intanto amami abbastanza da non avere alcun timore". L'ho sentito chiaramente. Mi ha detto proprio così. Forse l'ha mandato Charlie per perdonarmi. Speriamo...

mercoledì 3 agosto 2016

Radio days

Mi pare doveroso approfondire il discorso proprio nella sua parte che mi sta più a cuore. Qualche tempo fa mi sono trovata a scrivere cose sulla televisione, su ciò che ha rappresentato per me, su quello che è diventata, le sue degenerazioni, i suoi arcaismi fuori contesto, la sua "voluta" incapacità di fornire strumenti di lettura di un mondo che cambia assumendo volti di cui lo schermo non riflette nessun lineamento.
Dicevo che in fondo la cosa ormai non mi riguarda più perché ormai da anni amo la radio e le sue voci intelligenti, divertenti e giovani. In realtà io ascolto da sempre radio due ( e i podcast di radio 24 che propone delle cose sublimi che scelgo di sentire quando posso).
Da un paio di mesi si è insediato Carlo Conti in qualità di direttore artistico e non ha esitato a stravolgere la quasi totalità dello storico palinsesto. Potrei non discutere, potrei aspettare e stare a sentire come mi suonano le novità. Potrei assecondare il taglio eminentemente musicale piuttosto che di contenitore di rubriche di varia natura...potrei ma ne sbatto e sbrocco subito.
Radio due è una radio che amo proprio per la linea editoriale che la contraddistingue da sempre, che è fatta di tanta musica ma anche di racconti, di comicità di impegno, di informazione. Non contesto il fatto che ci debbano essere dei programmi nuovi...ma la linea editoriale non la devi toccare!
Perché mi sono arrabbiata così tanto? Mal che vada non la ascolto più. Eh no...troppo facile...io mi alzo alle cinque. La prima cosa che faccio appena apro gli occhi è accendere la radio. È un automatismo imprescindibile.  Dalle cinque alle sei  io devo avere qualcuno che mi racconta quello che ci sta dietro le canzoni che ascolto mentre bevo un barile di caffè e comincio a pedalare su una maledettissima cyclette. Non puoi capire il trauma quando John Vignola ad un certo punto se ne è andato a radio uno. Poi ho capito che quella fascia oraria non la può coprire in eterno sempre la stessa persona. Piccoli traumi che si superano con mestizia e ragionevolezza.  Dalle sei in poi so di ritrovare amici che ragionano in modo sensato sulla rassegna stampa, che mi dicono che hanno dormito poco come me, che fanno satira di decompressione sui fatti più assurdi appena accaduti.
Così faccio da dieci anni, perché così ho bisogno di cominciare con la parte più delicata della mia giornata...chi sei tu per stravolgere questo idillio dell'alba? Chi sei tu? Razza di lampadato nato nelle radio private in mezzo a quattro dj paninari in quegli sfigatissimi anni ottanta, che ancora ti permetti di dire ad una donna incinta "auguri e figli maschi", che piaci alle ottantenni e a quelli che ancora credono che Pieraccioni faccia ridere...Tu, che ora puoi condizionare pure la mia quotidianità, pure se io non ti ho seguito mai, per scelta precisa e non per caso.

Quando torno a casa alle sei, ho bisogno della voce saggia ma pure para**** di Massimo Cirri. Perché lo hai relegato  alle otto di sera? A quell'ora la mia rassegnazione per il giorno che è stato ha già preso il sopravvento. A quell'ora ho già finito tutti gli stimoli per recuperarne il senso.
Non pronuncio verbo sull'eliminazione del programma di Bordone, ma solo perché sono una signora. Un oltraggio simile meriterebbe ogni più volgare slang. Il sabato e la domenica pomeriggio per me sono le lezioni finto-sgangherate di tecniche del suono e di lettura ragionata della migliore musica indi di ieri e di oggi.
E cosa potrei mai dire del tentativo di levare dalla programmazione pure 610... Follia pura ( e infatti pare che questo pericolo sia rientrato. Saranno finite le zappe da darsi sui piedi).

Caro Carlo Conti venuto dalla rete ammiraglia dei miei stivali...io sono sicura che ti sei messo a rivoluzionare la più alternativa delle radio pubbliche perché è il tuo ruolo "omologante" che te lo impone. Ma ci sta da sapere (ma come fai a non saperlo?) che il popolo della radio, soprattutto di un certo tipo di radio "pensante", è molto ma molto meno indulgente e malleabile di quello televisivo nel quale hai oramai compiuto la tua "missione".
 Noi della radio, soprattutto quelli di noi che si sono salvati per tempo dalla TV, non ci piegheremo a questa deriva prossima ventura dell'ultimo barlume di comunicazione intelligente di cui ci era concesso di godere. Te ne renderai conto presto spero.

Se invece questo stravolgimento dovesse tristemente consolidarsi, spero almeno di trovare la forza di lasciarmi alle spalle pure radio due. L'assuefazione a un cambiamento imposto è un rischio e una bassa forma di prepotenza.
Cambiare stazione. Ripartire da altro. Mi darò nuove occasioni di ascolto. Chissà come mi "sentirò"

domenica 31 luglio 2016

Gli altri siamo noi (e la noia)

Stanotte ho dormito proprio bene. Non succede quasi mai e per questo riconosco benssimo la differenza tra un riposo profondo e ristoratore e uno troppo leggero per essere avvertito come rigenerante. Credo che le ragioni di questo piccolo miracolo siano molte: ieri ero stanchissima. Ho rivoltato la casa tra pulizia e riassetto generale, lavato i tappeti, pedalato per trentacinque minuti, camminato per un'ora, fatto la spesa per tutta la settimana, letto un libro bello, riflettuto sui fatti miei mentre cucinavo delle cose molto speziate...e alle nove ero tramortita nel letto pensando che mi sarebbe tanto piaciuto essere al concerto di Calcutta al Carroponte, ma meno male che nessuno mi ci ha portato perché il mio nuovo cuscino memory all'aloe mi stava restituendo altrettante emozioni.

A volte è veramente curioso notare quanta energia assorba la normalità. Ma come hanno fatto gli eroi a diventare tali? Seguivano una dieta particolare? si allenavano tutti i giorni? Si drogavano? Evitavano di riassettare casa? Oppure facevano tutto questo e però erano dotati di qualche soffio vitale aggiuntivo che non viene concesso a tutti?

Dice che la motivazione è tutto e chi è davvero appassionato della vita non ha bisogno neppure della salute per fare cose eccezionali.
Io non ho le prove, ma si racconta che Totò, negli ultimi anni della sua vita, quando faceva ormai soltanto teatro ed era quasi completamente cieco e impossibilitato a muoversi, quando saliva sul palcoscenico era come se ritrovasse la vista e le forze durante l'intera rappresentazione, per poi ripiombare in uno stato catatonico appena ritornava "fuori scena". Dello stesso si diceva di Eduoardo de Filippo e mi viene da dire che qualcosa del genere accadesse anche alla appena mancata Marchesini, che a dispetto di una malattia cosi di "contrappasso" per chi fa teatro non ha mollato il palco fino alla fine...

Io non sono mai stata una prestazionale. Credo che sia un atteggiamento tipico di chi non è troppo esuberante, o troppo fiducioso nei propri talenti e nella capacità di far cose eccelse. Non ci trovo nulla di colpevole in questa attitudine. Però mi è sempre sembrato un peccato non avere passioni così forti da riuscire ad escludere ogni tentennamento e insicurezza da riuscire a lanciare il cuore oltre l'ostacolo.
Alla fine mi sono sempre detta che dormire almeno sei ore è davvero importante, che non è buona cosa ubriacarsi (eccerto...che mi costa...tanto sono astemia), che in fondo le regole è più comodo rispettarle che provare a vedere che succede a infrangerle, che i piccoli passi sono meglio del passo più lungo della gamba.  No, non è vero che penso a queste cose come buone e giuste in assoluto. Però le faccio lo stesso, perché mi fanno comodo e minimizzano gli imprevisti del mio quotidiano. Mi servono soprattutto ad annoiarmi moltissimo e ad un certo punto mi aiutano a capire che anche io sono capace di accumulare, ad un certo punto detto di saturazione, una forza di reazione sufficiente per cambiare e stravolgere tutte le certezze inutili che una vita irregimentata comporta.

Succede anche a me. Che non sono un genio, non ho passioni insopprimibili o talenti indiscussi. Succede a tutti quelli che pensano che il piacere di vivere sia sempre accompagnato da una strana energia magica che dobbiamo provare a sviluppare tutti in un modo o nell'altro. In alcuni è innata. E beati loro. Noialtri la troviamo solo ogni tanto. Magari grazie a un cuscino all'aloe, qualche corsetta, più di un buon libro...e tanta, tantissima noia...


giovedì 28 luglio 2016

Sosta passeggera per equilibristi stanchi

Milano restituisce un'estate "indulgente" quest'anno: ad ogni tentativo di afa regala un piccolo temporale e qualche volta un po' di vento e lo fa con una tempistica così efficace che non concede neppure il tempo di un lamento vittimistico.
Milano a Luglio e ad agosto diventa un'altra città. Si fa silenziosa e luminosa. Rallenta e respira profondamente. Trovo inconcepibile perdermela in questo periodo, ma forse comincio a trovare inconcepibile perdermela in qualunque periodo ormai. È così. Quest'anno è così. Bene il Portogallo a giugno e benissimo rientrare pochi giorni dopo. Bene la Liguria per un lungo week end e benissimo lavorare in questo periodo. Belle le lunghissime passeggiate, bello il parco fuori casa e bellissimo il temporale estivo di ieri.

È una sera di mezza estate di un anno credo tra i più tremendi che la storia contemporanea stia scrivendo, un anno nel quale ci si sente persino a disagio a pensarsi in uno stato di grazia di cui non sono ben chiare le fonti. Eppure, colpevolmente, ogni tanto non posso impedirmi di stare proprio così.
Tanto poi passa. Passa perché pure chi difetta assai di realismo sa che non basta una città che si fa bella ai tuoi occhi, non basta un clima temperato e neppure il ricordo di viaggi belli per arrivare a consolidare uno stato d'animo in perfetto equilibrio. Non basta neppure aver perdonato ogni offesa ricevuta, sopito tutti i rancori, dimenticato ogni tradimento.

Nulla è davvero sufficiente a garantirci per sempre il miracolo di un perfetto benessere. Perché in realtà il vero equilibrio è il prodotto di una composizione dei contrasti che non ammette perdita di controllo, è il frutto di un lavoro titanico e di una fiducia granitica nelle forze che lo sostengono.
Io di mio ci metto i tentativi, la sveglia all'alba, le vitamine, ci metto un ottimismo spesso traballante e pure la resilienza. E poi ci metto gli sfoghi necessari per tutte le sconfitte  che hanno voluto raccontarmi qualcosa che non ho subito capito. Se uno facesse sul serio parlerebbe con più rispetto dell'equilibrio e della sua apparente banalità. Per questo molti di noi ripiegano sulla follia che sta giusto sotto di lui e rende tutto talmente sfumato da fartela soltanto immaginare la realtà perché a vederla bene certe volte non gliela si fa...

Ma questa è semplicemente una sera d'estate...io non ho voglia di perdermi la mia grazia inconsapevole, immotivata, gratuita, passeggera. Tanto poi mi passa. siamo ancora a Luglio.

domenica 24 luglio 2016

Alzati e cammina. Ma se vuoi, fuggi pure

- Cara C. (collega di stanza con cui mi trovo molto bene.ndr), siamo praticamente l'unico team che non ha subito spostamenti, che ne diresti di approfittare della situazione e provare ad occupare una delle stanze che si sono liberate?
- Mi pare una splendida idea. Qua stiamo in mezzo ad un corridoio di passaggio in cui chiunque può farsi i fatti nostri e prendere atto di quello che stiamo facendo...cerchiamoci una stanza in cui chi ci vuole davvero fa uno sforzo attivo per cercarci

Non ci avevo mai pensato, ma forse certi cambiamenti uno li sente come necessari proprio per questo. Non ci stava proprio nessuna ragione per chiedere di andare altrove. Apparentemente. Ma poi una si mette un po' a fare mente locale e si rende conto che ogni cambiamento di moto a luogo è quasi sempre stato dettato da una intrinseca necessità di andarsene da dove si stava fino a quel momento. Qualche volta le ragioni pur validissime appaiono ancora nebulose, ma questo non ne ridimensiona necessità e urgenza verso il cambiamento.

Mi ricordo che quando stavo nell'altro ufficio ero costretta ad andare in una zona di Milano così lontana da casa mia che non  mi fu difficile trovare delle valide ragioni per chiedere il trasferimento nel mio attuale ufficio. Ma la verità era un'altra. Non la racconto perché non sempre si può spiegare tutto, non quando ci sono di mezzo intrecci anomali, ambiguità e inganni. Sentii il bisogno fortissimo di andar via da lì, di dimenticare quello che avevo scoperto mentre la mia ingenuità provava a proteggermi dallo sconforto e dalla delusione. Tutto passò appena mi allontanai. Un vero piccolo miracolo, ma riuscii a dimenticare tutto e subito soltanto perché la distanza a volte è una cura che funziona davvero benissimo.

Io credo che a volte il vero rimedio contro certe forme di dolore o semplice insofferenza verso un presente che ci mette a disagio sia semplicemente  un cambio di prospettiva. Intendo proprio di quel mutamento di punto di vista che ti impone uno spostamento fisico oltre che di modo di osservare i fatti. A volte si chiama fuga, altre semplice allontanamento. Altre volte basta semplicemente farsi un poco più in là e le cose davvero appaiono talmente diverse che sembrano tutt'altro.
Ci sono presenze che ci feriscono e lo faranno per sempre perché non sono in grado di fare altro per noi. Ci sono luoghi che non ci appartengono e dei quali non ci sentiremo mai parte nonostante ogni sforzo di radicamento. Ci sono cose che è assolutamente inutile provare a cambiare o anche solo accettare per quello che sono. Si continuerà a star male e a rimanere impotenti. Però si può provare ad alzarsi e darsela a gambe più lontano possibile.

Ancora non ho ben capito cosa mi abbia entusiasmato così tanto del possibile cambio di stanza con la collega con la quale andrò in un posto in fondo in fondo al corridoio e dove nessuno ci può vedere (se non per venire apposta a cercare noi). Per ora so che è necessario, che l'idea mi provoca benessere e che mi serve ancora un po' di tempo per capirne anche il motivo. Perché non può non esserci.



Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

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