sabato 30 marzo 2019

Decadi mai decadute

Non me ne dimentico mai. Ormai non lo vedo da dodici anni eppure il giorno del suo compleanno è una cosa che non dimentico mai. Ormai sono sessanta e non gli faccio gli auguri da quando ne aveva compiuti cinquanta. Del mio prof. di economia sono stata totalmente appassionata per tantissimi anni. Cominciai col corso di economia politica, il mio secondo esame, passando poi per la tesi, un corso di master e poi il dottorato. Sempre sotto la sua egida. Dai diciotto ai trent’anni ho delegato a lui gran parte  della mia formazione e del mio investimento sul futuro. Credo che sia la persona di cui ho maggiormente avuto stima nella vita. Eppure è stato un uomo piuttosto severo con me. Il suo esame. me lo fece ripetere tre volte prima del 30 e lode. E poi negli anni spesso i rapporti sono stati piuttosto tesi.
È stato lui l’ultima persona che ho incontrato prima di trasferirmi a Milano: avevo concluso il mio percorso già da tempo e non avevo più occasione di incrociarlo, ma ipotizzai che sarebbe andato in una Feltrinelli a Napoli per la presentazione di un libro e mi feci trovare lì “per caso”. Fu molto emozionante.
 Per tornare ad avere a che fare con lui, tre anni prima mi ero licenziata dal lavoro e fatto l’esame per entrare al dottorato. Solo dopo averlo vinto gli avevo chiesto di farmi da tutor. Mi sono occupata di economia dello sviluppo, ho fatto una tesi sull’agricoltura in India, provato inutilmente a capirci qualcosa di econometria e fatto i conti con la presa di coscienza che il mondo accademico fosse per me la cosa meno interessante che possa esserci. Staccarmi da lui è stata un’epifania che ho posticipato il più possibile e faticato ad accettare. Ne ho sentito la mancanza per anni e anni. Poi mi è passata senza però scordarlo mai e considerandolo uno dei miei principali interlocutori immaginari nei momenti di dubbio.

Io faccio così. Per me voler bene a qualcuno significa questo: rimanere concentrata sull’affetto e la
considerazione che provo. E poi il pensiero constante, la fatica e il coraggio di allontanarsi per
evolversi e affrancarsi da ogni possibile forma di dipendenza, fosse anche solo intellettuale.
Però il suo compleanno me lo ricordo sempre e quando gli faccio i miei auguri silenziosi ripenso a quanto lui, più di chiunque altro, abbia condizionato praticamente tutta la mia vita. È a quel punto che non so mai se ringraziarlo tanto oppure per niente. E poi mi chiedo se si ricord ancora di me, di quella    studentessa decisamente non troppo votata alla sua materia, ma tenace e un po’ cocciuta, che una volta gli portò una fetta di dolce di McDonald per farli gli auguri per i suoi quarantaquattro anni, quella che prendeva in giro per la sua passione per Moretti e poi un giorno le mostrò il suo mega poster di caro diario per farle invidia. Chi lo sa, se ogni tanto, così un po’ per caso gli viene in mente una ragazzina provinciale, un po’ maldestra con i numeri, ma abbastanza intuitiva e in fondo intelligente per riuscire a portare a casa un risultato più che degno.
Chi lo sa se ogni tanto si chiede se mi manca e se lo penso. Chi lo sa se, come faccio io con lui,
sbircia sul mio profilo e se mi trova invecchiata. Chi lo sa se si domanda se mi ricordo ancora del suo compleanno.
Mi piace immaginare che faccia proprio tutto questo. Così posso essere quasi certa che il mio “tanti auguri caro prof.”gli sia arrivato giusto giusto in tempo

domenica 24 marzo 2019

Sensazioni...a sentimento

Credo che non cambierà mai. Da quando lo conosco, ormai una decina d’anni, sente la necessità di mettermi in guardia su questa cosa qui. E in fondo credo che abbia ragione. È per questo che anche stavolta, che non è come pensa lui - ma alla fine non fa molta differenza - il suo monito mi serve come utile promemoria, valido pure quando non ci sono rischi.
La cosa è questa. Lui è l’amico con cui ho una confidenza totale, quella senza rischi di derive. Abbiamo dormito nella stessa casa più volte, fatto week end assieme, ho conosciuto quasi tutte le sue fidanzate, parliamo di tutto senza imbarazzo...siamo amici. Mai pensato di essere altro. Lui di me sa che dell’amore ho un’idea intraducibile nella realtà, mi ripete che se non cambio non potrò fare altro che soffrire, che sono bella e che potrei divertirmi molto di più. Io gli sorrido, penso che abbia ragione ma che questo non basta per riuscire a farmi cambiare. Di solito è il primo ad accorgersi quando perdo la testa per qualcuno. Non ho mai capito come faccia, ma ci riesce immediatamente e senza che io gli dica nulla. Dopo un po’ di tempo, quando ammetto il mio errore per l’ennesima volta, lui mi dice “Basta. Non è lui. Andiamo a vederci questo spettacolo, a mangiare,...”. È così da sempre e credo che sia tutta merito suo la velocità con cui riesco a dimenticare le mie innumerevoli sviste sentimentali.

Stavolta però si sbaglia. Una mattina mi ha visto e mi ha detto “ hey, mi raccomando, non ti fissare”. Io l’ho guardato perplessa e mi sono chiesta cosa intendesse e perché stesse pensando che sono in una fase di innamoramento. In realtà sono semplicemente molto serena, piena di nuovi amici e di persone che mi interessano...ma non “oso” innamorarmi da un pezzo ormai. Però ho voluto assecondare il suo equivoco e gli ho detto sorridendo: “Ma non ti preoccupare. Tanto io ti voglio bene lo stesso”. Lui se ne è stato zitto. E ho trovato la cosa parecchio divertente.

Qualche volta mi succede di rileggere la colonnina di questo blog in cui scrivo un po’ di cose che mi descrivono. In realtà, al netto della notizia che vivo a Milano e che la amo in modo conflittuale, è una presentazione che ho copiato e incollato da un blog che avevo nel 2008. Quindi la parte in cui dico che il mio scopo sia la solitudine è di fatto una roba che mi porto dietro (e dentro) da tantissimo tempo, pure mentre tentavo malamente - e inutilmente - di smentirla. Nel frattempo ho imparato qualcosa in più sull’amicizia, sull’essere figlia e sorella di persone con cui i legami sono faticosi...ma per il resto basta. E ora che ho ormai una certa età, che per fortuna non ho pulsioni o necessità particolari di incontro, che ho dimenticato tutto e tutti quelli che mi hanno causato sofferenza e/o disillusione, direi che sia stata una vera fortuna non dover bipartire la fatica del quotidiano, il naturale imborghesimento che impone una vita di coppia duratura ed equilibrata, la gelosia, la gestione del conflitto, il dubbio. Ma quanto coraggio è necessario per dirsi capaci di amare!?!
In realtà la presentazione prosegue con la speranza di essere smentita e che la solitudine sia in fondo soltanto una possibilità tra le altre e pari a quella di una gioiosa compagnia. Ma son quelle cose che si dicono quando pensi che la serendipity sia una cosa valida e da dimostrare col miracolo.

E allora mi chiedo: che tipo di luce e di gioia ho negli occhi in questi giorni, tanto da aver fatto pensare al mio amico storico che mi sia innamorata? Forse lo sono a mia insaputa e lui se n’è accorto prima di me.
Come vorrei che avesse ragione anche stavolta!
(...almeno stavolta...)


venerdì 15 marzo 2019

Un riflesso da trenta secondi

Direi che non mi convince molto. Non mi ha mai convinto molto la frangia sul mio viso così ovale. Lo sapevo già ma avevo proprio voglia di cambiare in modo rapido e senza conseguenze irreversibili. I capelli crescono, oppure faccio la piega ai lati e metto un po’ di fermagli...insomma, all fine il buon vecchio luogo comune che se una donna taglia i capelli...beh insomma...quelle fesserie lì che si dicono per sottolineare le paturnie femminili senza fondamento. E così se è vero che mi piacevo un po’ di più prima, lo è altrettanto che mi dispiaccio un po’ meno adesso.

Tra un po’ fanno dieci anni che sono a Milano. Un paio di settimane fa mi ha contattato l’anziana signora presso cui ho abitato per tre mesi successivi al mio arrivo in questa città. Quando andai via le feci presente la mia difficoltà a conservare i rapporti quando viene meno la continuità o una frequentazione dettata da necessità e le chiesi scusa se l’eventualità che non ci saremmo più riviste si sarebbe poi rivelata fondata. Lei capì. Ci augurammo il meglio e poi ognuno per sè. E invece mi ha cercato per dirmi che la piantina che le regalai ormai tanti anni fa, continua a darle fiori tutti gli anni in questo periodo e che tutte le volte che succede mi pensa e si chiede come me la stia passando. Credo che sia una cosa molto tenera che restituisce almeno in parte il senso di certe distanze che considero come parte necessaria di un percorso concluso. Non credo che io la contatterò mai.

Quando vado in metro mi capita sempre più spesso di osservare il mio viso nel riflesso del vetro del vagone. Tra una fermata e l’altra osservo i segni di espressione sempre più profondi che scorgo in modo ancora più evidente di quando mi specchio a casa. Forse perché è un riflesso grigiognolo, su un vedremo con lo sfondo nero, in un contesto dove di solito non ho espressioni facciali significative, o sono concentrata a conservare un equilibrio sufficiente a non pestare i piedi a chi mi sta davanti. È in metro che prendo davvero atto di tutto il tempo che è passato e che il mio cambio di
vita è coinciso con l’abitudine a considerare la metro il vero simbolo di questa rivoluzione toponomastico-esistenziale. Ricordo perfettamente il riflesso del mio volto sulle mie prime metro, quelle di dieci anni prima per l’appunto, avevo la frangia anche allora ma poi per il resto ero abbastanza diversa da oggi. Non più bella, neppure più espressiva, ma ero davvero tutt’altro nella mia percezione di me stessa. E quel vetro, quel maledetto vetro non riesce a farmi capire cosa sia così diverso a parte il collagene che devo aver espulso ad ogni nuovo abbonamento annuale urbano.

Il mio unico guru di sempre, quello per cui sono totalmente acritica sia che parli di principi escatologici che di tubi per sturare cessi otturati, è Gianluca Nicoletti. Di lui mi appassiona il modo di ordinare il pensiero e poi di tradurlo in splendido eloquio. Credo che potrebbe chiedermi qualsiasi cosa ed io mi attiverei in ogni modo per assecondarlo.
Alla radio qualche volta propone un giochino: chiede ai radio ascoltatori di raccontare la propria
epica individuale in trenta secondi. Non di più nè di meno. Lui sostiene, e poi lo dimostra, che sia un
tempo più che sufficiente per raccontare un episodio, una delusione forte, un’intuizione, una svolta dell’esistenza...capaci di dire praticamente tutto di noi.
Il giochino funziona sempre, eppure, se lo chiedesse a me non so bene cosa prenderei davvero in
considerazione. Vediamo un po’...
(...cronometro...)

Ho trascorso tutta la perte iniziale della mia esistenza in una famiglia piuttosto rigida e anaffettiva, sofferto di solitudine, di disturbi alimentari, per mia sorella, per uomini che mi hanno trattato tutti allo stesso modo, per la provincia. Poi mi sono allontanata da tutto, ho ricominciato tutto da capo. Ma, a parte la metro al posto della provincia, trovo ancora conferma di tutto quanto era già stato.
E così mi concentro ancora una volta sul mio viso riflesso sul vetro con lo sfondo nero e mi chiedo come faccia a sembrarmi così diverso da quello di dieci anni fa se poi sono sufficienti trenta miserrimi secondi per poterne dare contezza. Che mistero...
(...sì...direi che nei trenta secondi rientro alla grande...)

venerdì 8 marzo 2019

Un buon giorno comincia presto. A volte dalla sera precedente. (Sulla riconoscenza)

Ho fatto proprio bene. Mentre scrivo sono nella mia biblioteca prediletta, quella in zona Calvairate vicino al mio ufficio. Non sono ancora neppure le dieci del mattino e io sono reduce dalla prima lezione di yoga della mia vita e da una corsetta con il gruppo della Lierac nel posto più figo di Milano e sotto un sole già luminoso che pare promettere una giornata scintillante. Ho preso uno dei miei giorni di ferie random e, incurante dello sciopero dei mezzi, sono uscita di casa alle sei e un quarto con la stessa energia di chi ha dormito per nove ore e con addosso una strana e immotivata euforia. In fondo perchè la gioia dovrebbe avere sempre un fondamento? Le sue ragioni sono in se stessa e questo l'ho imparato persino prima dello yoga.

Alle 7:30, dopo aver salutato delle amiche che non vedevo da tempo ero su un tappetino a misurarmi con esercizi di allungamento e posizioni in preghiera, con una musica soave in sottofondo e una maestra bella ed eterea che mi pareva una madonnina venuta a portare la grazia a noi poveri profani della spiritualità. Per me, che mi sento vocata da sempre solo al sacrifico, al castigo e alla punizione, tanto che cominciare bene la giornata significa sollevare pesi e fare saltelli spaccacuore per 30 minuti, scoprire che esista un inizio fatto di dolcezza e movimenti lenti è stata una vera rivoluzione copernicana. Dopo questa estasi mistica siamo usciti tutti a correre in piazza Gae Aulenti, incrociando persone ben vestite che andavano spedite al lavoro, alcune alle prese con la prima sigaretta della giornata, altre con lo smarrimento tipico di chi comincia solo in quel momento a carburare. E mi è sembrato tutto cosi bello e strano e interessante. E giusto.

Al rientro ci hanno offerto una tisana detox, della frutta secca e un cioccolatino. e ci hanno detto grazie, che è stato bello e ci hanno augurato buon lavoro. Ma io ho preso un giorno di ferie e così ho passeggiato con tutta calma fino alla metro. Lo sciopero ancora non crea disagio, il sole è già alto, le
endorfine sono ancora in circolo, io ripenso al seminario di ieri e a quanto è bravo, bello e giovane Andrea. E poi penso a quanto siano divertenti i miei amici. E a quanto è bella Milano.

Oggi ho scoperto lo yoga e credo sia stata una vera sorpresa. Dice che sia una pratica capace di sviluppare in noi il senso di gratitudine e di riconoscenza per tutto quello che ci offre la vita. Può darsi e in fondo che importa sapere quale fonte abbia davvero l'attitudine positiva verso le cose. E' solo metà mattina e fino ad ora ha funzionato perfettamente. O forse è solo che fa proprio bene alzarsi tanto presto, chiedersi come muoversi al meglio e che passo tenere. Oppure, semplicemente, avere buoni ricordi della sera precedente e avere voglia di continuare a pensarci e rifletterci e godere di quelle suggestioni. Mah, che importa. Basta che funzioni cosi bene ancora almeno per un altro po'.
Namaste a tutti! Uh, ma ancora di più a tutte noi :-)

sabato 2 marzo 2019

Non puoi neanche immaginare...


No, non mi sono ancora stancata di farlo. Sono giorni che non riporto i fatti miei, come se la cosa facesse una qualche differenza per me o per chiunque altro. Nelle ultime sere, più o meno proprio nelle ore in cui provo a recuperare elementi di interesse nelle cose che mi capitano, è successo che mi trovassi sempre altrove o a fare altro. Ero ad allenarmi, oppure con un’amica, a qualcuno dei corsi  sul cinema, in giro per la città...avevo sempre qualcosa da fare eppure ho sentito forte la mancanza di questo mio piccolo spazio di scrittura “autobiografica” che non condivido più su fb ma che in tanti continuano ancora ad intercettare. E io spero sempre che siano degli sconosciuti o comunque persone che non scoprano di essere parte delle mie sensazioni da ricordare.

In questi giorni è successo che ho conosciuto un po’ di persone nuove molto simpatiche, che ho sorriso più di una volta pensando a qualcuno con cui non accadrà mai nulla e va benissimo così, che un’amica mi ha detto che mi vuole bene e che si sente fortunata ad avermi conosciuta, che ho fatto degli allenamenti che mi hanno dato molta soddisfazione. È successo pure che una persona mi abbia detto “tu non costituisci un modello per me, nè mai lo sarai”. E così, proprio su questa questione, direi che mi è tornata la voglia di soffermarmi e mettere per iscritto uno straccio di riflessione/autodifesa.
È andata così. C’è questa ragazza, perché manco conoscente è stata mai per me data la noia mortale che mi provoca chi parla solo di se stessa, che mi interpella con regolarità frustrante, per frequenza e intensità, sulle sue questioni totalmente fallimentari sul piano sentimentale. Da quando la conosco credo che abbia frequentato tutta la rosa possibile di casi umani maschili più farfalloni, fanfaroni e meschini che io possa immaginare. Lei, complice una logorrea inarrestabile, mi ha sempre raccontato con dovizia di dettagli  le sue parabole discendenti riferite a ciascuna delle sue fallimentari relazioni.

La scena che si paventa è sempre la stessa: lei parla, parla parla. Io la ascolto, la ascolto, mi distraggo, spero che la faccia finita e penso che per fortuna io mi limito a non trovare l’uomo della mia vita. Mica come lei che trova i peggiori catorci della terra.
Alla fine, ammesso che si arrivi ad una fine, mi è consentito soltanto occupare uno spazio di pochi secondi nei quali approfitto per dirle giusto “lascia perdere, non cercare altre spiegazioni, lascialo senza dire altro che tanto è inutile. Ormai l’incanto è spezzato per sempre. Non farti trattare così”. Ma so che lei continuerà, per un tempo imprecisato, a cercare di capire come mai quel tizio che l’aveva corteggiata, poi portata a letto, poi diventato sempre più distratto, abbia finito per riempirla di insulti ed improperi. Succede sempre così. Da quando la conosco. Con chiunque. Quando glielo faccio notare si offende, oppure finge di assecondarmi. Ma io me ne accorgo che non vuole crederci. Allora le dico che preferisco il mio metodo, quello fatto di solitudine, di attesa, di utopie, perché anche io,
come lei, quando perdo la testa e lo faccio capire poi succede che se ne approfittano e mi danno per
scontata ed è proprio allora che capisco che non ne vale la pena e che malgrado la delusione, devo ammettere che neppure stavolta era l’amore.
Meglio sola, a sognare la perfezione, che in compagnia a subire le umiliazioni.
Ma l’ultima volta lei mi ha detto che no, questa non è vita. E che è meglio averci provato e aver fallito. E poi mi dice che non potrebbe mai fare come me. Ecco perché io non sono un modello per lei. In quel momento ho pensato che finalmente avrei potuto dirle quanto mi annoiano le sue inutili storie, che sono io a non trovare degno il suo modo di procedere e di provare a farsi amare. Avrei voluto dirle quanto trovassi patetica la sua paura di stare sola e di farsi sfruttare da uomini mediocri e che il suo è puro egocentrismo tanto più irritante per questa sua pretesa dispettosa di attenzione.
Ma non l’ho fatto. Mi sono limitata a stare in silenzio, fingendo di prendere atto in modo asettico di quella osservazione. E poi ho pensato che in fondo in parte avesse addirittura ragione. Perché anche io penso che sia meglio provare e fallire, piuttosto che non provarci affatto. È per questo che ho avuto una settimana piena, così tanto da non poterla neppure raccontare in tempo reale. Le cose da fare
sono così tante che metterci dentro pure i rapporti inutili è un aggravio veramente insostenibile.
Per tutto il resto continuo a coltivare illusioni e amori perfetti, e a sorridere pensando a chi (forse) non avrò mai, gustandomi la sua perfezione, le immaginarie esperienze condivise, i baci mai dati, una separazione struggente, nessun tradimento nè dubbio o tentennamento...tutto questo mentre vivo, lavoro, faccio tentativi e non perdo tempo a capire ciò che mi è già fin troppo chiaro.
Oh no! È lei a sbagliarsi


mercoledì 20 febbraio 2019

Qualcosa è cambiato? Tutto, se ricordo bene. Altrimenti no

Che fatto strano. Se ci penso bene direi che il mio debito di riconoscenza nei confronti di fb e di quello che mi ricorda è spesso molto alto. Sono dieci anni che approfitto di lui per provare a delineare  la mia “epica” esistenziale cercando di fissare attimi di vita, riflessioni, foto, appunti, passaggi di stato...e trarre a intervalli più o meno regolari le logiche e un certo determinismo sotteso al mio percorso. Fb mi riporta ormai a quando ero ancora piuttosto giovane, e alle prese con una marea di cambiamenti, e così, grazie alla mia continuità nella sua fruizione fin da allora, mi restituisce una “autobiografia” che oggi mi sorprende e mi emoziona. Comunque la si pensi, per me questo fatto ha in sè qualcosa di incantevole.

Dal passato più remoto mi ritrovo in una città diversa, ai miei primi passi in questo lavoro, incontri che ancora adesso restituiscono il loro peso e significato, amori sbagliati o soltanto accennati, traslochi, solitudini, spesso volute, qualche volta subite. Degli anni più recenti mi porto dentro un dolore grande per un amore tossico, e poi un entusiasmo soffocato senza una vera ragione per una persona che mi era tanto piaciuta e che poi si è rivelata molto meschina, una nuova esperienza con persone giovani e bellissime che si occupano di cinema e che vorrei tenermi strette così come sono per sempre.

Parallelamente ho anche provato ad avere percezione dello strano paese in cui vivo, con governi che si sono avvicendati in modo spesso incomprensibile per farsi garante e rappresentante di una società sempre più incarognita, sfiduciata e diffidente, fino ad arrivare a quello di oggi che ritengo essere il periodo peggiore da quando ho una coscienza politica. Di questo ho detto su fb durante 10 anni, In fondo non pochissimi per una quarantaduenne che ha passato tutta la sua giovinezza in un paesino della provincia meridionale in cui non le è successo poi molto e che ha cominciato tardi a maturare una vera consapevolezza di se stessa e del proprio tempo.
Ancora una volta, nell’eterogeneo avvicendarsi delle mie esperienze più o meno decisive per la mia autodefinizione, scorgo purtroppo una sola costante: la mia incapacità di trovare il vero amore. La sola cosa che ancora mi muove al pianto e allo sconforto rimane sempre questa qui. Con gli anni rimane questa la voce principale che metto accanto alla parola fallimento. Ma tant’è: ho fatto pace con l’idea che per questa cosa non esistano percorsi, impegno, esercizio, volontà, strategie, astuzie più validi di altri...nulla di questo appare ai miei occhi propizio per l’incontro del destino. È solo pura buona sorte. E quando ci penso mi si stringe così tanto la gola che se non respiro forte mi si appanna la vista.

Però quando non ci penso sono una persona felice: scorro i ricordi di fb e sorrido spesso per tutto quello che mi è successo, di certe mie battute così riuscite che mi sorprendo io stessa del mio umorismo dell’epoca, rido dei miei crucci di allora e di tutto quello che ancora non sapevo che mi sarebbe successo.
Oggi ho preso un giorno di ferie. Ho bisogno di occuparmi della casa e di un po’ di cose che voglio buttar via. È da stamattina che riempio buste di cose accumulate in questi anni assieme ai miei ricordi virtuali: abiti che non mi piacciono più, oggetti ricevuti da persone che non mi riguardano più, libri che mi hanno fatto cambiare prospettiva. Mi sono data del tempo per riprendermi  una parte di quello che è passato e che mi torna ancora utile.
Cosa racconterò di oggi? Che c’è qualcuno a cui penso spesso e al quale vorrei dare un bacio qui ed ora, che vorrei vivere dentro un cinema, che “sono sportiva e golosa, inquieta ma con la pressione bassa”, che è quello che ho scritto su fb dieci anni fa per presentarmi. Insomma, la solita storia. Per quanto sia proprio mia



martedì 12 febbraio 2019

Libera interpretazione

Succede sempre più spesso. Ci sono giorni in cui mi succede di trascorrere l’intero giorno fuori di casa e mi chiedo che effetto faccia una dimora abitabile e col frigo pieno, ma senza musica, pentole sul fuoco, la lavatrice avviata o il divano  occupato...come faccio a trascorrere così tanta parte del mio tempo in luoghi non familiari, spesso differenti a seconda delle ore del giorno, rincorrendo attività che mi coinvolgono e interessano abbastanza da rendermi lieve la mia indole zingara. Mi piace. In questo momento c’è l’ultimo film della trilogia di Bridget  Jones, quello in cui ha 43 anni, è di nuovo single, ancora piena di paturnie. E di necessità di amare.

È passato ormai tanto tempo e la soluzione che ho trovato con lui si è rivelata perfetta. Io non lo odio e lui lo sa. Sa che non fingo perdono o un atteggiamento amichevole solo per dissimulare un rancore vocato alla vendetta. Lo guardo, gli parlo  e penso che non saremmo mai stati felici, che le incompatibilità avrebbero superato ogni mio più tenace senso di attaccamento. Lo guardo e penso che non solo gli perdono tutto, ma lo ringrazio pure di avermi fatto comprendere di cosa ho veramente bisogno. E ora mi piace anche di più, così gentile, presente, disponibile, affettuoso come non ricordavo da mai. Ma sapevo di non sbagliarmi sulla sua reale caratura...

È che agli uomini piace così: pensare di potere esercitare un potere da dominatore un po’ infantile verso chi dimostra di amarli. Tutti cascano in questa pia illusione, o perlomeno tutti si sentono in diritto di fare così con me. E allora succede di trovarmi in ballo con della gelosia per uno che si è già trasformato in qualcosa di disgustoso: un pollo verso quella, quella e quell’altra o, come nei casi più recenti, mi succede di scovare dei like pure per mia nonna basta che non ce ne siamo per me, e infine dei brillantissimi atteggiamenti di sufficienza...e io intanto già mi sono spoetizzata ma poi tutto il tempo successivo lo passo a cercare di capire come mai tutto questo. E la spiegazione è che mi ero sbagliata su tutto e che quello che fa davvero male è proprio questo. Mi ero sbagliata sul loro conto. O meglio mi ero sbagliata su loro dover contare per me. E così oggi, che più che mai non credo di poter fare tesoro di lezioni valide in assoluto ho capito che al primo sintomo di gelosia devo girarmi subito dall’altra parte. La gelosia è il vero sintomo di assenza del tipo di amore che cerco. Tutto qui.

O forse la verità è che si riesce a dimenticare davvero qualcuno soltanto quando un altro comincia a prendere possesso dei tuoi pensieri. Con gentilezza, ma in modo inesorabile. O anche semplicemente con un buona dose di fantasia. Come faccio io. Per ora. Ma in tv c’è Bridget Jones e mi pare che la sua parabola si sia davvero conclusa. E direi proprio nel migliore dei modi! /sp/div>




martedì 5 febbraio 2019

Rientro alle cose mie

Appena rientrata a Milano. È tutto in ordine qui in casa, c'è ancora il profumo del nuovo detersivo con cui ho lavato i pavimenti prima di scendere dai miei. E poi silenzio e pace. Avrei voluto essere in tempo per la lezione di Scorsese e quando ho avvisato Andrea che non ci sarei stata lui mi ha detto che posso seguire le altre due lezioni rimanenti e che siccome sa che ci sarò anche per Lanthimos quelle due di Scorsese  me le regala. Non riesco a smettere di adorarlo. Passerà, ma spero più tardi possibile.
La mia settimana giù al sud è trascorsa in tutta serenità tra cose che avevo previsto, letture, film post corsi e soprattutto l’immensa gioia di rivedere vecchissimi amici a cui non ho mai smesso di voler bene e con cui confrontarmi. È stato un momento bellissimo. È così, ormai penso sempre più spesso ai fatti miei, alle cose che mi piace fare, in fondo sempre le stesse e senza particolari ambizioni. Penso al tempo che mi passa senza fare troppo rumore e che questo mi sta bene così. Penso che sono troppo fortunata, o perlomeno che mi pare di riconoscere una condizione che sento come vantaggiosa, senza sapere cosa potrei fare per sentirmi anche migliore. Forse è perché in realtà ho l’impressione di vivere in un mondo così sbagliato che in fondo valga starmene attorno al mio ombelico e poco più in là, penso che per fortuna non sono più innamorata, che ho trovato dei buoni amici, che non sono in collera con nessuno, neppure verso chi mi ha deluso ma del quale non sento più nessuna mancanza. Basta così poco. In altri momenti avrei pensato che non è per nulla sufficiente. Invece lo è. Mentre scrivo e mi compiaccio di così poco, c’è Bersani che dice cose vecchie, Scanzi che è sempre troppo logorroico, io che ripenso all’oceano di strafalcioni dei cinque stelle, all’odio gratuito di Salvini verso chi non ha difese...e mi pare tutto un inutile rumore di fondo che fa da tappeto ai miei sorrisi “meditativi” mentre guardo fuori, dal finestrino di Italo e sento  che non ho affanni che mi turbano, obiettivi mancati, aspirazioni tradite, amori non nati. E solo in minima parte accetto che la ragione sia che non riesca a guardare in faccia la realtà, oppure che me la racconti male. È che forse certe anestesie cominciano a funzionare, perché la sola vera maniera che ho di impegnarmi per essere una persona utile a qualcuno è proprio facendo pace con tutto quello che è stato desiderato e mai concesso, mentre mi tengo stretto stretto stretto quello che mi piace e che mi appartiene veramente. Uh! Ma stasera c’e Sanremo. A proposito di anestesia, realtà alterata, rumore di fondo...

giovedì 31 gennaio 2019

In fondo l’energia è sempre solare. O cosmica

Mi chiedo quanto durerà. Di solito quando è tutto così armonioso e bene incastrato vuol dire che dietro l’angolo c'è ad attendermi grigiore, delusione, frustrazione. Sostanzialmente è andata così: ho provato a passare oltre riguardo ad una situazione divenuta incomprensibilmente sgradevole per me. All’inizio mi sono posta delle domande del tipo cosa potessi aver detto o fatto per generare un comportamento così scostante. Poi in realtà era tutto molto semplice (“ma guarda che sta frequentando una da un po’”) e appena mi sono resa conto che non sarei mai stata oggetto di interesse del mio “interesse” mi sono ritirata in buon ordine e ho cominciato a guardare altrove delle fonti di distrazione e di arricchimento interiore. E questa è stata la mia fortuna. Da mesi ormai frequento assiduamente dei corsi di cinema scoperti grazie a un sito che si occupa soltanto della settima arte. Come per quasi tutte le novità ne sono rimasta entusiasta, ma è stata poi la gentilezza e il carisma di Andrea (il fondatore e curatore) a farmi ricordare come si comporta un ragazzo per bene e gentile. Persino con me che di solito mi presto all’emersione del lato più orrido del maschio. Di lui apprezzo l’indubbia capacità di trasmettere una materia che lo appassiona, il fatto di avermi regalato un corso senza che ve ne fosse una vera ragione, e di avermi successivamente fatto ulteriori condizioni di favore sugli altri corsi che gli ho prenotato per il futuro. Mi piace moltissimo che sia così tanto gentile, che mi scriva, che sia così carino. È lui senza dubbio una delle mie nuove migliori conoscenze degli ultimi tempi. Con ogni probabilità non saprà mai che è proprio grazie a lui che ho dimenticato offese e mortificazioni da parte di altri. La compensazione di un torto o di un dolore qualsiasi possono avvenire in così tanti modi...che cosa bella e curiosa assieme. E poi non voglio mica innamorarmi di lui. No, non sia mai. Vorrei solo che fosse sempre così con me per tutto il tempo che mi piacerà godere del suo cinema raccontato. E così sia.

Ieri sono tornata un po’ a casa. I miei hanno messo i pannelli fotovoltaici sul tetto senza che mi avessero detto nulla. Saranno almeno quindici anni che avevo suggerito loro di farlo, poi hanno emulato i vicini e si sono convinti così. A volte vale più la competizione che una ponderazione ragionevole per essere volitivi...vabbè
Tra poco uscirò a trovare parenti e nuovi nipotini che non ho ancora mai visto e probabilmente nei prossimi giorni rivedrò vecchissimi amici dell’adolescenza. Ci conteremo le rughe, le sconfitte, i sogni infranti...o forse ci racconteremo che in fondo è andato tutto bene e che già si capiva da allora che non poteva andare che così. È così, io dal mio determinismo non mi schiodo mai veramente, forse perché sono convinta che si progredisca solo con gli strumenti che già si possiedono, quelli che ti porti dietro per natura, per sensibilità, per volontà...e per una minima componente imprevedibile e incontrollabile su cui non abbiamo alcun potere. È per questo che facciamo certi lavori e non altri, che viviamo in un posto e non in un altro, che amiamo certe persone e non anche altre. Mi pare tutto molto esatto quando penso che le cose funzionino così.

Avevo previsto che i miei ieri mi chiedessero ancora di tornare, di provarci almeno. Ma io credo che sia ancora giusto restare a Milano, al mio lavoro non scelto ma adeguato al mio percorso, ai miei nuovi corsi, alla comprensione per assenze improvvise e in fondo provvidenziali.
Però che forte la storia dei pannelli solari! Bravi. Proprio bravi

domenica 27 gennaio 2019

Recensione doppia. O quasi. O più. Per Fight club

Ormai questo spazio mi serve più che altro per fare i miei compitini sul cinema. Stavolta ho coinvolto una collega di corso per immaginare una recensione in forma di dialogo, come se fossimo sul divano di casa a chiacchierare a caldo del film appena visto. Il film doveva essere di Fincher e io ho scelto di rivedere “Fight club” su cui è davvero difficile non avere opinioni. La mia parte è questa, alla quale spero si aggiungano anche le sue risposte. E perché no, quelle di chiunque altro ✌️😉🤗

 Lucia: ...Wow...che film potente. Che ne pensi? “Addentratevi nella vostra caverna e troverete il vostro animale guida” . Tutto il film io lo risolverei in questa battuta. A te cos’ha colpito? Io di Fincher considero dei capolavori a sè stanti finanche i titoli di testa

Tu:

Lucia: Già. E sfido chiunque a non sentire il tema del disagio contemporaneo come proprio, qualunque sia la modalità in cui lo subisce e lo declina. Dall’ossesione per il lavoro e il denaro - e alla conseguente gestione artificiosa del proprio tempo - per arrivare al sesso, al cibo, via via fino al corto circuito incapacità/bisogno di amare.  Ad un certo punto il protagonista, che fa partire il suo malessere dall’insonnia, dice “non riuscivo a piangere, perciò di nuovo non riuscivo a dormire”. E pure quella in cui osserva le cose trovate nella sua casa incendiata “che imbarazzo, una casa piena di condimenti e niente cibo”. Davvero notevole, non ti pare?

Tu:

Lucia: Ad un certo punto ho cominciato a credere davvero nella possibilità di una vera e profonda rivoluzione individuale per chi trova il coraggio di non fuggire dal dolore, di schivare il finto benessere materiale, la corazza di comportamenti posticci e preconfezionati come un pasto monoporzione offerto su un aereo che ci spiega come salvarci in caso di pericolo. “Io sono l’ardente senso del rifiuto di Jack” ... che poi a pensarci bene proprio quando diventa lo slogan di un piano collettivo, e non più strettamente individuale, non è troppo diverso da uno dei tanti gruppi di sostegno a cui il protagonista si rivolge per stare meglio. Oppure no?

Tu:

Lucia: E forse la vera differenza sta proprio nella volontà di cominciare a definire se stessi per sottrazione “Tu non sei il tuo lavoro, tu non sei i soldi che possiedi...” e poi “pensa solo a lasciarti andare” e ancora, dopo uno dei tanti scontri sanguinosi per abbattere il sistema di reti e zavorre dell’ordine costituito “abbiamo avuto un’esperienza di quasi vita”. Se ci pensi è un metodo interessante

Tu:

Lucia: Che poi se fosse davvero possibile rompere il patto sociale probabilmente l’avremmo già fatto. E alla fine possedere mobili dell’ikea, bere un cappuccino da starbucks, avere l’acqua potabile in casa e non fare a pugni tutto il giorno col diverso può essere un utile compromesso tra lo spirito di adattamento a modelli culturali imposti e la barbarie. Per tutto il resto c'è il cinema, con i suoi spunti di riflessione, i suoi montaggi pirotecnici per farti capire meglio. E la finzione che giustifica sempre se stessa pure quando afferma la verità.
A proposito hai voglia di accompagnarmi al supermercato? Mi serve il sapone

Sonia:


venerdì 25 gennaio 2019

Al prossimo il futuro

Direi niente male. Se dovessi dare un’opinione basata sul nulla, se non una vaga intuizione, di questo primissimo scorcio d’anno direi proprio niente male. Di solito, a parte con gli uomini, la mia intuizione è stata la mia vera, infallibile salvezza. Forse è stata soltanto fortuna, ma secondo me invece era proprio vero quello che diceva il mio prof di economia (“Lucia, tu hai un intuito che devi ascoltare sempre perché ti porta dalle parti buone”). È partito con un aumento di stipendio per gli arretrati di uno scatto di anzianità. E fin qui direi bene. Ho ripreso a correre con quel meraviglioso gruppo fatto di adorabili persone che non hanno smesso di aspettarmi da quando ho deciso di fermarmi per un po’. Ho scovato nuovi corsi di cinema di cui ho subito sviluppato una gioiosa dipendenza e ho al contempo accettato senza tensioni ogni incomprensibile distanza, ho stretto nuove amicizie e sono persino diventata, inopinatamente, oggetto di un delicato corteggiatore. Fino a qui direi tutto bene.

Del vecchio anno mi porto ancora una cronica carenza di ferro che non riesco proprio a fronteggiare e che mi procura una stanchezza cronica che qualche volta mi preoccupa. Ma tant’è, io non posso sottrarmi alle cose da fare, da quelle che mi piacciono e da quelle che non voglio perdermi per una certa ingordigia esistenziale di cui amo compiacermi. Preferisco essere stanca piuttosto che spenta.
In realtà non ho una precisa idea di cosa mi stia davvero riservando quest’anno: ho imparato a non avere la presunzione di pretendere a tutti i costi delle belle sorprese o che riesca sempre a trovare la maniera di ottenere cose a cui tengo. In amore ovviamente non mi permetto di fare neppure i più vaghi pronostici. In quel campo non ci prendo ancora, o forse sì ma con tempi o modi che non sono quelli opportuni. Eppure sono ancora fortemente fiduciosa che arriverà. In qualche modo arriverà. E sarà per sempre. 

Tra qualche giorno tornerò un po’ a casa. So già che i miei mi diranno di tornare, so già che proveranno a farmi stare bene, che penseranno che sia un vero peccato non aver dato loro dei nipoti, che parlerò per notti intere con Pablito e che farò sport. Tutto sempre così, in una casa troppo grande e piena di cianfrusaglie inutili che non capisco come possano piacere a qualcuno minimamente dotato di senso estetico, con mio padre che fa ragionamenti di destra e mia madre che mi racconta episodi riferiti a persone che non conosco. Tutto così nel mio strano e assurdo paese dell’hinterland a nord di Napoli, conosciuto solo perché menzionato come culla di malavita organizzata in Gomorra. Ci sono nata, c’ho vissuto per più di vent’anni, ci sono sempre stata malissimo. Che colpa sarebbe questa? Perché dare per scontato il senso delle radici? Per la verità perché dare per scontato anche il senso dell’essere genitore? Qualche volta, quando penso che con i miei sia mancato un fondamentale codice comune di comprensione, mi viene in mente una battuta di un film di Allen, forse “Hannah e le sue sorelle”, quando fa dire a Mia Farrow “gli piaceva l’idea di avere dei figli, non anche quella di doverli crescere”. Con i miei ho idea che sia andata proprio così, oltre alla gestione non preventivabile di più seri problemi legati alla gestione di prole problematica...ma direi di smetterla: era un post sull’ottimismo, proiettato in un futuro prossimo alla gioia, alle intuizioni vincenti, alla fiducia negli incontri propizi. Il passato ha già fatto la sua parte, lasciando tracce in fondo non troppo profonde, il presente si propone nella sua lieve fuggevolezza con qualche chiave di lettura per aprire chissà quale porta. Forse ne avrei già aperta qualcuna, di quelle già socchiuse dove scorgi pure le lucine colorate. È che sono sempre così maledettamente stanca...

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...