Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica faticosamente indirizzata tra i vari gate e le infinite destinazioni verso cui pare proiettare il JFK. Torno a Milano con lo spirito che mi auguravo quando sono arrivata nella città che confermo essere la mia preferita tra quelle conosciute. Come sempre ci sono venuta da sola e come sempre mi sorprende ed incanta.
Non viaggio sempre da sola e non sempre mi succede di organizzare tutto in autonomia. Per quello che ho potuto ho spaziato tra vacanze “sbrasone” alla inclusive nelle quali il mio solo obiettivo era essere trattata come una neonata incapace di badare a se stessa o intrapreso viaggi di gruppo in luoghi troppo complicati o lontani per provare a fare in autonomia. Tutti a loro modo si rivelano funzionali ad uno scopo preciso che varia dal riposo assoluto alla scoperta in condizioni di disagio più o meno tollerabile. Eppure quando viaggio da sola, io che sono mediamente una svampita che procede a tentoni persino in casa propria, sento di trarre il meglio possibile da me stessa e dall’esperienza che intendo costruire. Quando mi ritaglio quei giorni, li pianifico, li immagino, ne avverto il timore se le cose non vanno come dovrebbero…quando faccio tutto questo, contando soltanto sulle mie risorse, mi sento davvero in asse con quello che vorrei sempre percepire di essere. Quando parto da sola e faccio esattamente quello che decido, oltre a quello per cui sono costretta ad improvvisare, sento che l’avventura si trasforma in una specie di mio personale upgrade. E questa cosa non può essere condivisa. È un fatto necessariamente individuale, un dialogo interiore che si declina in un tempo e uno spazio che sono soltanto miei e tali devo restare.
Il mio viaggio a NY è stato magnifico. Non ci avrei giurato. Non lo faccio mai quando ho delle aspettative basate esclusivamente sulla mia capacità di gestirmi in situazioni non ordinarie. Mi sono regalata albe fantastiche ogni singolo giorno, complice anche un jet lag mai risolto e una smania no gestibile di fare e vedere il più possibile rilassandomi il meno possibile. Una di quelle mattine ho condiviso quello scenario pazzesco con un signore credo giapponese che aveva avuto la mia stessa idea di salire sul rooftop del PIER 57 e ha salutato il primo sole con delle foto e suonando l’armonica. Una magia che non dimenticherò facilmente. E poi ci sono le città che ho deciso di attraversare partendo da New York. Washington, Philadelphia e il New England che mi ha fatto scoprire Boston e territori di una bellezza radiosa. Sono stata felice in ogni singolo istante.
Prima di partire ho suggellato l’esperienza “offrendomi” un lobster roll. Confesso che ero indecisa se considerare opportuno pagare 31 dollari per un panino così piccolo. Poi ho pensato che ho pagato cene a persone tremende che non mi hanno dedicato neanche un fiore e mi sono detta che forse me ne merito 30 di quei panini e che me lo devo ricordare più spesso ed essere felice di ricordarmi di trattarmi bene. Anche se non dovessi meritarlo davvero.
Sono rientrata in una casa ormai completamente vuota, niente cibo a disposizione e una serie di piccole grandi incombenze che mi hanno salutato al varco come delle comari a braccia conserte che paiono chiedermi dove sono stata e se era proprio il caso di partire adesso.
E io ho pensato che sì, era assolutamente proprio il caso di partire, aver dimenticato per un po’ che ci sono delle cose da sistemare. E ricordarmene soltanto adesso che ho di nuovo lo spazio per farcele stare. Cosa potrà mai andare storto visto che, ormai, sono tornata?







