Intenso questo mese di giugno. Per me, che ragiono su piani mensili da coprire per monitorare il mio passaggio da una casa in cui provo a gestire le attese e una nuova in cui predisporre una fase diversa della mia vita, fare il bilancio di un mese che si conclude è un modo per “tenermi” sotto controllo.
Tanto per cominciare mi sono imposta una piccola challenge (si fa per dire, in realtà è stata una prova titanica di perseveranza e resistenza): fare ogni mattina un plank di 5 minuti. Per chi sa cosa sia il plank capirà benissimo che stare per cinque minuti in quella posizione vuol dire avere percezione dell’eternità e dell’inferno assieme. Durante quei cinque minuti di solito succede una cosa: trovi provvidenziale lasciarti dominare dalla mente pur di dimenticare la condizione di assoluta sofferenza che stai imponendo ad ogni fibra del tuo corpo immobile in quella posizione isometrica. Di solito a me capita che le cose a cui penso siano anche quelle che a vario titolo mi stanno più a cuore o toccano maggiormente certe corde. Cosa mi tocca di più? Ormai poco, perché non mi stupisco più, perché ho capito come funziono io e come funzionano gli altri con me. Perché non mi delude più niente, ma neppure nessuno è ancora capace di riservarmi le sorprese per il semplice fatto che - forse - ogni loro azione e reazione dipende dalla percezione che io restituisco di me. Dovrei lavorarci? Sì. Ma siccome non ne ho voglia, mi tengo quello che trovo. O lo butto via lontano se mi irrita e mi offende come al solito.
Ho pensato che mi diverte mostrarmi “disarmata”, più ingenua di quel che sono, dire e fare qualcosa solo per notarne reazioni e risposte. E di solito tutto succede come da copione. Quando faccio abbassare le difese a chi si relaziona con me è molto probabile che la sua vera natura emerga abbastanza presto e che si dimostri meno gentile, generosa, riconoscente, attenta a gesti e parole…di quello che sarebbe se fosse meno rilassata. Questa piccola ma fondamentale strategia consente a me di non perdere troppo tempo a capire come potrebbero andare le cose. E di lasciar perdere senza investire altro tempo. Di solito questo lo penso entro i primi 2 minuti e mezzo (non solo di plank…)
Ho pensato che ho un bisogno disperato di andare in un posto nuovo per almeno dieci giorni. L’idea di non poter fare vacanza per i prossimi due mesi mi manda ai matti e quando realizzo che da un lato ho come l’impressione che il tempo mi sfugga prima di permettermi di pianificare le cose come vorrei, dall’altro l’idea di affrontare questi due mesi di calore così estremo a Milano mi pare una punizione per colpe che di certo ho ma che non ricordo essere gravi fino a questo punto. E siamo al terzo minuto e ai primi rivoli di sudore sulla fronte.
Ho pensato che mi piacciono da morire i mobili trasformabili: quelli che cambiano la loro funzione a seconda delle necessità domestiche del momento. Ho visto un documentario sulle case che li includono e questa cosa rivoluziona completamente l’intera filosofia e le regole dell’abitare. Di solito penso a questa assurdità quando ormai sono così disperata che se non voglio mollare mi devo aggrappare ai pensieri più assurdi che accorrono in consolazione. Diciamo al terzo minuto e mezzo.
Ho pensato che se sapessi di morire entro un’ora penserei solo a sfondarmi di variegato all’amarena, di frappuccini e di panna sparata direttamente in bocca. Sono quasi al minuto 4. Ormai ce l’ho fatta di certo anche oggi, ma ho seriamente pensato di morire in quell’istante moltiplicato per l’intero mese.
Ho pensato che vorrei un anno sabbatico per andare ovunque. No non è vero. Io vorrei stare tutto l’anno in giro solo per gli USA. Dal minuto 4 al minuto 5 io sono sempre in America.
Ho pensato che gli ultimi trenta secondi di plank sono l’eternità dell’eternità e che l’eternità non è affatto una bella cosa.
E poi cado. Come corpo morto cade. Ma è stato il momento migliore di ciascuna delle mie giornate di questo giugno rovente, faticoso, intenso. E ormai andato. Come tutto il resto
