“Abitarsi meglio”. Qualche minuto fa ho letto questa frase che mi è sembrata così bella che avrei voluto pensarla io. Perché è normale prendere continuamente le misure con quello che ci sta intorno, con lo spazio che occupiamo e a cui proviamo continuamente ad adattarci. Ma cosa facciamo per sentirci meglio nei nostri stessi panni? Io non mi sono mai posta la domanda in questi termini e invece mi pare sacrosanta come portare un regalo quando si è invitati. È un piccolo obbligo che dobbiamo a noi stessi per il solo fatto di aver riconosciuto lo sforzo, neppure richiesto, di fare tutto il possibile per essere una persona decente.
Ho appena preso un antidolorifico e quindi voglio approfittare del temporaneo inganno di un benessere “fittizio” per provare a capire come mi sento proprio in questo preciso istante in cui posso concentrarmi su quello “spazio interiore” capace di allargare e restringere i propri confini a seconda della qualità dei pensieri che ha voglia di contenere, del vuoto che sente di poter combattere, degli interrogativi a cui intende dare risposte.
Che pensieri ho abitato? Più o meno questi qui. Piccoli e devastanti:
- devo assolutamente avere un micio entro quest’anno
- accettare che le mie sessioni di cardio mi devastano a livelli che non sono più in grado di sostenere
- faccio ancora finta di non notare cose che noto benissimo e non mi è chiaro se mi raccontano davvero chi ho di fronte oppure sarebbe meglio giocare a carte scoperte
- mi abituo a troppe cose. Persino ad una casa inagibile. E questo è male
Quale vuoto sento di essere pronta a combattere? Poco, perché in fondo il vuoto è spazio e lo spazio mi fa sempre stare bene. Ma se proprio devo:
- la mia sconfinata inattitudine a consolidare legami degni di senso
- la mancanza di ispirazione nel trasformare il quotidiano in tempo di qualità. Vorrei che anche preparare un frittata diventasse un momento prezioso
- non riempire la solitudine con forme di interazione scadente/sporadica/opportunistica
A quali interrogativi dare risposte? Solo a quelli che sanno già tutto
- quanto mi piacerà il prossimo Moretti? Tantissimissimo. Ma che domanda è?
- riuscirò a tornare in America il prossimo settembre? Magari assieme al trasloco, così spazio interiore ed esteriore si salutano e si abbracciano
- riuscirò a spegnere 50 candeline pensando che sono diventata proprio la casa in cui volevo “abitarmi”? Che poi…alla fine…chi l’ha detto che le risposte giuste debbano pure essere sincere. Mi risponderò quel che mi servirà per crederci abbastanza. E quando ci credi non hai bisogno di sapere altro
- quanti antidolorifici posso prendere in una giornata? Tutti quelli che mi servono per illudermi di non averne più bisogno
Direi che come prima abitazione posso optare anche solo per una ristrutturazione parziale…tanto a breve traslocherò di nuovo 😅
