Dei miei silenzi prolungati posso perdonarmi solo se ho da fare cose che poi avrò voglia di raccontare con i dovuti dettagli. Se non prendo nota è quasi sempre per la paura di dire male i piccoli ma cruciali cambiamenti che mi suggeriscono le strade nuove su cui avviare percorsi differenti. E così, tanto per cominciare, è successo che mi sono messa a ristrutturare questa casa piccolina che mi custodisce da 16 anni. Non è la prima volta: avevo fatto costruire un soppalco e adesso l’ho fatto togliere e poi un armadio a muro che ora non c’è più. Le avevo dato tanti colori e adesso invece è tutta bianca, avevo troppi mobili e ora c’è solo spazio ritrovato. Volevo farlo da anni ma trovavo sempre il modo di rimandare: è incredibile la quantità di scuse validissime che riusciamo a trovare per impedirci di fare quello che ci interessa solo perché non conosciamo la formula magica del “tutto e subito”. Ora sono qui, in questa casa pulita e semivuota, dove ormai manca solo la cucina, e mi pare di dover prendere confidenza con uno spazio tutto nuovo dentro un bianco dominante a cui non ero più abituata. Credo di aver fatto bene. Oppure volevo solo complicarmi un po’ la vita e cambiare almeno le cose che si lasciano cambiare senza discutere.
È già passato un anno dalla mia prima volta a New York. Mi pare ieri, forse perché in realtà ci sono ritornata a distanza di pochi mesi, nonostante abbia avuto l’impressione di aver visto due città completamente diverse. Proprio come la mia casina che cambia pur rimanendo la stessa. Proprio come tutto, forse.
Nel frattempo ho cambiato pure piattaforma per allenarmi: da quando una delle insegnanti è diventata mamma mi sembra meno interessante, meno motivata, meno centrata su tutto quello per cui prima mi restituiva energia e stimoli. E mi pare anche meno felice, ma questo in realtà può saperlo soltanto lei. Io non ricevo più gli stessi spunti e ne ho approfittato per abbandonare anche questa modalità di allenamento a favore di altre.
Eppure a me i cambiamenti mica piacciono davvero. Io sono progettata per la routine, le abitudini insindacabili, la prevedibilità delle cose che so di poter controllare. Se decido di cambiare è perché sono satura, perché lo sforzo titanico che richiede un riassestamento su nuovi equilibri sarà ripagato adeguatamente, perché la novità mi aiuterà a raggiungere prima i miei scopi. E poi quest’anno è un po’ più delicato, mentre procede spedito con la grossa impronta che porta il 50. Un cambiamento di quelli seri, soprattutto perché scanditi senza le tappe ortodosse di marito/figli/ “adultescenza” canonica. Mi fa strano eppure mi piace in fondo. Mi piace non essere innamorata, mi piace non avere la responsabilità di nessuno, mi piace usare i miei soldi dovendo fare i conti senza farci stare dentro pure i compromessi di progetti condivisi, mi piace parlare da sola e ascoltare ognuna delle mie voci possibili per arrivare al punto. Mi piace non dare fastidio a nessuno.
Sono belle le pareti bianche. Ci passano sopra le ombre di tutto quello che si muove tra il cono di luce e il limite che le ospita. Assieme a tutte le infinite possibilità di una loro riscrittura. Ho fatto proprio bene



