Se non funzionano più nemmeno per me allora vuol dire che ormai si è davvero chiusa un’epoca. Sono sui social dal 2008. Prima avevo un blog che mi divertiva e mi impegnava tantissimo e che era un po’ diverso da questo slabbrato diario che mi ostino a portare avanti, illudendomi che faccia bene almeno a me che lo scrivo. Quando sono approdata a facebook vivevo in un posto abbastanza desolato della provincia di Mantova. Potevo contare sulla sola connessione della biblioteca, che frequentavo nei pomeriggi dell’inverno più nebbioso che ricordi, un portatile che mi accompagnava dai tempi dell’università e tutto lo stupore delle infinite possibilità che mi si prospettavano e cominciai a contattare immediatamente persone che non vedevo da decenni, come se l’essersi persi nel frattempo fosse stata soltanto colpa della vita che allontana e non di legami che evaporano con l’età e le incompatibilità.
Fatto sta che la trovai la maniera più emozionante, veloce, efficace per sentire vicine tutte le persone che a vario titolo avevano abitato stralci della mia vita passata e molto spesso rinnegata. Col tempo ho imparato a misurarmi diversamente col mezzo: mi piaceva giocare con la comicità involontaria del mio quotidiano e costruirci sopra piccoli paradossi, siparietti surreali, tristezze mascherate da ironia a cui poi si è aggiunta perplessità (o manifesta contrarietà) verso un mondo e una politica che non corrispondono mai, ma proprio mai, all’idea di mondo e di giustizia in cui troverei ancora sensato stare al gioco, provando ad esorcizzare il rischio di banalizzare o pontificare. Fino a che i social per me sono stati questo non ho mai trovato motivo di stanchezza o di eccessiva preoccupazione per i pericoli e le conseguenze che la libertà di dire ciò che si vuole comportano. E poi ci sono i ricordi che ho piantato negli anni grazie agli aggiornamenti costanti, a cui torno ogni mattina e che hanno costruito uno scrigno esistenziale che da sola non sarei comporre con altri strumenti. Ma adesso qualcosa è davvero cambiato per me. Non mi piace più il modo in cui si comporta l’algoritmo, le notifiche che mi impone e quello che non mi consente più di vedere con l’immediatezza di prima. Non mi piace il racconto altrui che ritrovo, i toni artatamente radicalizzati, l’uso strumentale di ogni santissimo post, i reel che mi fagocitano tra una fermata della metro e le dieci successive. Tutto questo mi destabilizza, mi disorienta, mi spaventa come mai mi era successo prima.
Ho perso il mio strumento quotidiano di racconto, quello mio e quello altrui. Ho perso le mie fonti di informazione predilette che hanno scelto di diventare a pagamento, ho perso i meme ironici sostituiti da quelli incarogniti, falsi, manipolati o da contenuti palesemente prodotti dall’AI. Mi pare di non avere più alcun margine di scelta e se questo manca che beneficio mi rimane? Non ho ancora la forza di andar via: mi sembrerebbe un pezzo di routine quotidiana rassicurante di cui sentirei la mancanza come del primo caffè del mattino. Non fu lo stesso andar via da twitter, della cui trasformazione repentina fui così traumatizzata che scappai via spaventata. Fb è ancora il mio prezioso strumento di star sola senza sentirmici davvero.
Da un mese circa prendo il trenord. E’ una tragedia su rotaia ma in compenso è un osservatorio interessantissimo di un’umanità che non frequento d mai (neppure quando ne facevo parte io) che è quella degli adolescenti pendolari, quasi tutti provenienti dalla prvincia. Sono molto diversi da come li immagino quando mi baso stupidamente su elementi distorti e filtrati da schemi che fanno orrore a me per prima: bellissimi, calmi, che stanno molto tra di loro a dirsi cose che mi interessano, che ne sottolineano l’intelligenza e l’ironia. Non è vero che se ne stanno soltanto sul telefono, non in quell’ora della mattina che li vede assieme prima delle noiosissime lezioni di una scuola che ha smesso di occuparsi di loro da un tempo che non si recupera più. Loro su fb ormai non ci vanno più. Si vede. Non so quali alternative si concederanno nel frattempo. Non è certo mio il diritto di stabilire se saranno valide oppure no









