Sì è vero, “la realtà è scadente”. Saperlo serve solo per trovare pretesti per sfuggire da lei nei modi che più ci somigliano che per me sono film, serie, corse all’alba, passeggiate al parco a pensare o a parlare con chi sta messo come me.
Ormai non ho più neppure la cucina in casa e sono circondata solo da scatoloni perché tra un paio di mesi abiterò altrove. Eggià, ho comprato una casa tutta nuova nella parte opposta a quella in cui vivo. Una nuova periferia che mi pare così diversa da questa a sud di Milano che credo che passerò un tempo di non poco smarrimento prima di riuscire a riassestarmi davvero. Ma ne avevo bisogno. Avevo bisogno di un po’ di spazio in più (non troppo, ma sì ci vuole), di un bel balcone, di giocare un po’ con l’arredamento e una cucina in cui poter fare quello che voglio in tutta comodità. Non so perché non ci abbia pensato prima: sono stata in questa casa per 17 anni considerandola da sempre come l’appoggio temporaneo che a stento accetterebbe una studentessa che va avanti con i buoni pasto. Credo che la risposta meno insensata stia nel fatto che non ho mai capito perché per me non abbia fatto mai una reale differenza l’avere o non avere soldi: la mia quotidianità non ha mai davvero subito delle variazioni di stile e così credo (anzi ahimè temo) di aver conservato quella logica tutta provinciale, e a tratti quasi reazionaria, che una grossa spesa possa essere giustificata soltanto da una solida idea di futuro e di stabilità, giammai per frivolezze da scalata sociale da esibire. E allora resta solo l’acquisto di una casa. E così, dopo 17 anni mi sono accorta che forse quella in cui vivo da così tanto tempo può anche chiudere la sua porta assieme a tutte le storie incredibili e meravigliose che ha accolto. Negli anni l’ho colorata, stravolta, risistemata, per poi farla tornare esattamente come era all’inizio. E mi rendo conto che forse è sempre stata questa la sua versione migliore, proprio come tutti i miei giri immensi attorno a cose che non mi somigliavano e che ad un certo punto ho deciso di lasciare così come volevano essere. Con la prossima vorrei non commettere nessun errore, vorrei che fosse comoda, accogliente, funzionale e con poche cose che però contano tutte. Che è poi quello che mi auguro per tutto quello che vorrei trattenere in questa seconda e di certo più breve fase della mia vita.
Sono stati giorni di sole luminoso, di passeggiate, corse e di un po’ di chiacchiere, di film belli e di quiete. È passato pure il mio papà per un paio di giorni e gli ho fatto vedere la casa in cui andrò ad abitare, l’ha trovata molto carina, sebbene altri due mesi senza cucina siano secondo lui davvero tanti.
Non lo so, la studentessa Erasmus che è in me la vive come un’avventura in cui esercitare un po’ di sana capacità di adattamento. Al contrario, la quasi cinquantenne che brontola dal sottoscala pensa che abbia aspettato fin troppo a posizionarmi su uno standard un po’ più degno di una persona matura con esigenze e possibilità decisamente più comode. Boh, in fondo chi stabilisce quello che ci serve davvero se non la nostra personalissima idea di benessere?
Intanto adesso sono al parco a godermi un sole ancora magnifico e gente che festeggia scanzonata con della carne orrenda che brucia sulla griglia, stamattina ero a correre e poi sono andata al cinema.
E ho pensato che il bello di avere una casa poco abitabile è che poi, senza volerlo, ti costringe a stare fuori molto di più. E stare fuori è sempre una buona idea
