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sabato 7 settembre 2019

Tra un’attesa e l’altra. Segni di un’estate

Stavolta ho davvero concluso. Sono alla stazione di Venezia ad aspettare il treno che mi porterà dritta dritta verso l’ultimo scorcio di un anno che mi ha visto in ferie in tempi (e posti) diversi a regalarmi occasioni preziose di scoperte, distanze da ciò che mi è inutile e mi ferisce, nuovi punti di osservazione, condivisione...
L'esperienza della mostra del cinema è stata molto al di sopra delle attese. Pare che sia stata una delle più belle degli ultimi anni e io non fatico a crederlo. Vorrei che vincesse “Ema”, un film che mi ha regalato delle suggestioni visive e una tale partecipazione emotiva che fatico ancora adesso a smaltire tutto quel groviglio di sensazioni così intense. Ma sono tantissimi i film che mi hanno profondamente convinto e potrei affermare che mai una sola volta ho pensato di aver sprecato il mio tempo, neppure per Assayas che ogni volta mi fa pensare che sia un regista piuttosto sopravvalutato. E poi ho capito una cosa di me che non mi era mica così chiara fino ad ora: io amo i documentari. Quelli che ho deciso di vedere, con tematiche inerenti il cinema horror, o quello erotico, persino uno sul funerale di Stalin (che mi ha tenuta incollata con la bocca aperta come una bambina a uno spettacolo di marionette) o su autori come Piero Vivarelli, Babenco, Tarkovsky (questo da pelle d’oca), sono stati una folgorazione continua di cui io stessa fatico a credere, visto che per me tutto ciò che ha a che vedere con la didattica finisce sempre per portare con sè qualcosa di maledettamente noioso.
E poi ci sono state le eccezionali compagne di avventura che hanno reso tanto più semplice e gioiosa questa mia epifania cinefestivaliera. Senza Cristina, Mirella, Serena e Pia non avrei saputo così presto e bene come muovermi, fissare un programma delle priorità, che strade percorrere per le passeggiate più belle...l’armonia è il risultato di un equilibrio delicato e intelligente delle componenti in gioco. Ne ho conferma.
È stata un’esperienza profonda ed è anche per questo che mi è difficile concepirne la replicabilità. Mi è piaciuto tutto. Per questo non tenterò di rifarlo.

Le mie vacanze sono state anche il mare della Grecia, il riposo profondo, il cibo buono, i luoghi antichi, quelli che ti ricordano meglio di tutto chi sei veramente.
Vacanze sono state le gite fuori porta in Trentino con Alessandra a girar per vigne. Io che sono più o meno astemia, e poi a Tortona, sempre con lei, a pranzo dai genitori o per una pizza in una cascina che pareva il set di un film di Bertolucci.

Io non so quale sia la definizione giusta di “vacanza” perché in fondo, in quanto lasso di tempo “vuoto”, ciascuno ha il potere e la fantasia di riempirlo come crede. Ho memoria di anni in cui avevo smesso di aver voglia di andare in un”altrove” solo per dover dire di averlo fatto. Non volevo nulla:
non il mare, nè la montagna, non i viaggi e neppure la compagnia. Aspettavo che i miei andassero via per stare da sola a casa. La mia ultima estate così la usai per scrivere la tesi.

Ecco. Ora sono sul treno. Faccio fatica a fare un resoconto. Sto impiegando uno sproposito per
scrivere questo post, ho problemi con la gestione di questo ultimo scorcio di tempo tutto mio, prima che Milano mi fagociti nella sua “routilante routine”.Sono pronta ma è come se fossi contrariata di questo, sono sazia e appagata da tutto eppure mi pare una colpa ripartire proprio da dove ho scelto di restare. È una sensazione strana e inedita che forse mi passerà non appena riprenderò le chiavi per entrare in casa.

Il treno sta partendo. Ciao Venezia.

Spero che vinca “Ema”. Ma se vincerà un altro andrà benissimo lo stesso

mercoledì 2 maggio 2018

“Era de maggio”

L’occasione era troppo ghiotta per non approfittarne. Ieri qui in casa c’era un silenzio irreale. I pachidermi del piano di sopra sono stati via tutto il giorno (sono rientrati esattamente alle 20:17, ma a quel punto io ero talmente rilassata e in pace con l’universo che risentire il loro baccano mi è parso un obolo ragionevole). Volevo stare in casa. In realtà nel pomeriggio sono uscita per una corsetta di 5 km ma mi ero già concessa all’allenamento con i pesi con la Rebecca-quadricipiti d’acciaio, volevo soltanto ossigenarmi un po’. Il primo maggio è sempre un giorno strano per me. Non so mai bene come onorarlo: non lo sapevo quando ero una studentessa che non sapeva cosa sarebbe diventata o cosa desiderava davvero, non lo sapevo quando ho cominciato a cercare qualcosa che mi assomigliasse e per un periodo ho temuto che non ci sarei riuscita mai, non lo sapevo quando ho provato ad interpretare il mio lavoro senza puntare alla carriera ma ad esperienze diversificate (senza assolutamente riuscirci). E non lo so neppure oggi, che non mi pongo più nessuna domanda perché alla fine l’argomento lavoro mi risulta sempre mal posto. Ma oggi è il 2 maggio ed è lecito accantonare la questione così com’è, nella sua perennemente irrisolta consistenza.

È di oggi la notizia che fb si arricchirà di una nuova funzione di facilitatore di incontri, sul modello di tinder tanto per intenderci. In linea di principio mi pare piuttosto ragionevole: c’è uno che ci conosce bene e in base alle nostre caratteristiche ci accoppia. Già, pare che quei dati siano utili non solo per farci comprare e votare ciò che vuole. Ci dice pure di chi ci innamoriamo...inutile ogni mio commento al riguardo.
Non ho mai pensato a fb come piazza utile per gli “agganci” e nell’infinita rosa di significati che sia lecito attribuire ad un like non vi ho mai riscontrato quello con valenza ammiccante. Forse è per questo che non mi sono mai innamorata di qualcuno conosciuto su un qualsiasi social senza avergli prima stretto la mano. Al contrario è successo che mi sia interessata a qualcuno conosciuto con i sortilegi del caso attraverso incontri che mi parevano fatali e di rimanerne poi spoetizzata “spulciandone” le attività su fb ( confesso...del resto chi non lo ha fatto? Non negate che tanto non vi credo) perché piacione con altre donne o per dei like di troppo concessi altrove...cose così, che per una come me, ingenua ma con un intuito piuttosto infallibile su certe questioni,  sono elementi utili di allontanamento e presa di coscienza. Proprio no, fb non è un collante affettivo ma solo una modalità agile di condivisione di idee, fatti, stati d’animo...non fa nascere nè è capace di nutrire e consolidare dei legami profondi. Attendo smentite. Prontissima a darmi torto, ma intanto viva il corteggiamento coraggioso fatto di parole dette assieme agli occhi che si guardano e alle mani che si tengono.

Oggi è il 2 maggio, ho trascorso tutto il giorno in ufficio, hanno bussato alla mia porta alcuni colleghi fedelissimi o semplicemente simpatizzanti che amano aggiornarmi su fatti di cui nulla potrei sapere perché mi “collego” poco pure con certi spazi reali comuni, ho visto un film in stop motion che mi sono goduta fino all’ultimo fotogramma, camminato sotto la pioggia e mangiato una piadina commuovente. Domani fanno 50 anni dal maggio francese, quello che doveva sovvertire tutte le regole sociali fino ad allora conosciute e accettate. Auguri anche se il vostro maggio ha fatto a meno del nostro coraggio...ah non era il contrario. Beh, insomma auguri.

Intanto qui in casa anche oggi c’e silenzio. Che bello.



sabato 14 aprile 2018

Il sole di Milano. Così chiaro che confonde

Quando a Milano c’è il sole trovo che sia un delitto non stare tutto il tempo fuori casa. Se poi questo regalo arriva dopo un tempo incalcolabile di pioggia e freddo e addirittura di sabato, allora ha senso mollare ogni tipo di reclusione e incamminarsi con o senza uno scopo reale. Io sono uscita molto presto e come una vecchia consuetudine, solo brevemente interrotta, ho corso con i miei compagni. Avevo con me un borsone, due piccoli libri, un pranzo al sacco consistente in due panini integrali farciti con mozzarella e pomodoro e spinaci e parmigiano e una bottiglina di succo di mirtilli. Li ho mangiati passeggiando per via Torino, una strada che ho molto amato e che ho praticato moltissimo nei miei primi anni in questa città. A quel tempo c’era la fnac, responsabile di quasi tutta la mia videoteca e del mio primo i pad. Era un posto magnifico e al piccolo bar interno facevano una cioccolata calda che non ho mai dimenticato. Conoscevo quasi tutti i commessi, molti di loro erano gentili al punto di conservarmi sempre gli ingressi al cinema di certi fornitori. Poi un giorno quello spazio fu occupato dalla Trony e via Torino smise di essere una strada a cui volevo bene. Oggi ho visto che anche la Trony ha chiuso e io, davanti a quelle insegne smantellate, ho pensato “te lo avevo detto che era una pessima idea”. Sono arrivata fino alla fine della strada, il tempo necessario per terminare i miei panini e mi sono lasciata incantare dalle meraviglie dolciarie di ODS senza lasciarmi tentare, forse anche grazie alla strategia dello stomaco già pieno.

Ho preso la metro e c’era una signora che ha chiesto ad un altro adulto di usare le cuffie piuttosto che disturbare tutti con la musica a tutto volume. Ma lui non l’ha fatto. Lei, rassegnata, ha messo in borsa il libro che avrebbe voluto leggere e ha abbassato lo sguardo. Mi è dispiaciuto. Sono scesa alla fermata Lodi per comprare la caponata fior fiore della Coop che per me rientra tra i prodotti industriali meglio riusciti in tutta la storia della produzione di massa. Poi ho ripreso la metro, direzione porta romana. Ad aspettare c’erano anche un padre e suo figlio adolescente. Parlavano con grande complicità e molto divertiti. Ad un certo punto punto il papà gli ha messo il braccio sulla spalla e gli ha dato un bacio. Poi il figlio ha ricambiato facendo lo stesso e io ho pensato che questa
cosa non l’avevo proprio mai vista. Non tra un padre non giovanissimo e un figlio adolescente. Non li ho mollati per tutto il tempo che ho potuto osservarli e sono rimasti la cosa più bella della mia giornata.
Infine, sono andata a cinema per un film terribilmente doloroso. Lo sapevo, ero pronta. “Loveless” è un concentrato di amara attestazione dell’inattendibilità dei sentimenti umani, persino dei legami più viscerali, sensazioni di precarietà amplificate da contesti ostili, non controllabili né decifrabili. Direi un condensato di puro disincanto oltre che una notevole prova di sopportazione per me.

Quando sono uscita dalla sala il sole non era più così alto ma io ormai ero abbastanza stanca e con un bilancio pieno di voci e decisamente in attivo. Sono rientrata in casa, ho avviato la lavatrice, passato lo straccio a mangiato un’insalata e uno yogurt greco 0%. E un biscotto farcito. Lo so, non avrei dovuto perché ingrasso.
 Ma oggi a Milano c’era il sole. E quando a Milano c’è il sole ciò che è giusto riesce a confondersi con tutto. Soprattutto con quello che non lo è.

lunedì 14 agosto 2017

Di profumi. Di "dissolvenze" parigine (col fine lieto della realtà)

Non lo so perché a me non escono così. Io per sentire il profumo di pulito e di fresco sulle lenzuola devo venire qui a casa. Ho una lavatrice molto più supersonica di quella di mia madre, uso lo stesso detersivo e le mie lenzuola non profumano mai di niente, anzi, quando è inverno sanno persino di "cagnozzo", forse per la troppa umidità. È veramente un fatto strano. Quando dormo qui, nel letto fatto proprio bene, con le lenzuola tirate come mi è impossibile fare a Milano, affondo la faccia nel cuscino e resto più che posso a respirare quel profumo buono e poi penso che anche gli asciugamani hanno lo stesso odore e così mi alzo, vado a sciacquarmi il viso e poi lo copro con l'asciugamano e aspiro tutto mentre i residui di acqua moltiplicano quella sensazione di freschezza. A Milano non ho modo di ripetere azioni così elementari e mi pare un fatto assurdo, oltre che ingiusto.

Ieri ho compiuto 41 anni ed è stata una bella giornata, ricca persino di tantissimi auguri che mai avrei potuto ricevere senza un facilitatore "sociale" come fb, che mai mi stancherò di benedire per questo e le mille occasioni d'uso potenzialmente sensato che permette. Non saprei chi sia mancato, non ho notato le assenze e intendo seguire questa strategia per sempre e in qualsiasi circostanza.

Quando vengo giù porto sempre con me una pila di film già visti e una di libri letti. Io a Milano non ho più spazio e certe cose proprio non posso darle via. Stavolta mi sono accorta che ho portato con me un vecchio film che in realtà non avevo ancora visto. Si chiama "Insieme a Parigi" con due "belli" come la Hepburn e William Holden. Chissà perché alla fine mi era sfuggito. Forse perché ho sempre sostenuto che Parigi sia la città meno romantica che possa immaginare e che quando una coppia decide di fare una fuga d'amore a Parigi io già so che tra quei due non funzionerà mai davvero. È un assioma. Provato mille volte. E invece il film alla fine era bello, non perché romantico ma in quanto deliziosa lezione di cinema e degli infiniti sogni che può incarnare e di cui farsi portavoce grazie ai suoi magici artifici.
 Tanto per dire, io vorrei una "dissolvenza" pure nella vita: pensa che bello passare con tanta naturalezza da un tempo all'altro, da un luogo all'altro, da uno stato reale ad uno immaginario...così...con la semplice dissolvenza ti trovi catapultato nel tempo e nel posto in cui ti serve stare, per vivere cose impossibili, recuperare occasioni, ritardare un destino...
Penso da subito a come I miei 41 di ieri sarebbero diventati presto i 30 a cui vorrei, ogni tanto (mica sempre), tornare, alla mia "cuccia" alla periferia di Milano che farei atterrare pari pari su un qualsiasi ultimo piano di Brera, ai miei fianchi e al mio sedere che ho ben chiaro come vorrei che fossero, e poi alle frasi non dette, ai baci non dati, ai rischi mai corsi...Per tutto questo una semplice dissolvenza. Ed ecco una, mille, infinite occasioni da poter cogliere di nuovo come se fosse la cosa più naturale e possibile del mondo. Che diabolica trovata che è il cinema.

Domani tornerò a Milano e dormirò di nuovo in un letto pulito ma che non profuma di buono, in una casa che amo ma che perde ogni confronto con quella in cui sono ora, indosserò dei jeans che mi stanno un po' più stretti dell'anno scorso e penserò a tutte le cose non dette rimaste nel silenzio soffocante di paure e disagi. Poi però penserò che esistono i treni, e i luoghi dove ritrovare profumi che risconosco, esistono gli incontri nuovi e corpi che cambiano. Esiste il cinema, e meno male. E poi penserò pure che non esiste soltanto Parigi. E che ogni tanto, in dissolvenza, c'è persino la realtà, che il suo lieto fine, qualche volta, se lo scrive anche da sola.




lunedì 12 giugno 2017

Preludio di una notte insonne di mezza estate

Ormai mi sono rassegnata al fatto che in questo periodo dorma ancor meno del solito. In fondo ci sono delle volte in cui questo non mi dispiace e mi fa sentire in diritto di stabilire dei piccoli rituali di grande relax, come un ultimo amaro Montenegro, passare mentalmente in rassegna i fatti del giorno, godere di un silenzio irreale, addormentarmi direttamente sul divano. Orami sono due settimane che succede. Quando mi sveglio qui in cucina, con le tapparelle non abbassate, la finestra aperta, il tavolo visto da una prospettiva non usuale e una certa sciatteria trasgressiva da sprovveduta, mi diverto sempre un po'.  La mia idea di estate è tutta concentrata in certi passaggi temporanei di stato.

E poi ci sono le cose che non smetto di fare mai, neppure in estate e a temperature roventi, come percorrere a piedi, e almeno per due volte al giorno, Via Mecenate, credo la strada di Milano che amo di più. Negli anni l'ho vista cambiare persino nella luce e nella quantità di nebbia che riusciva a contenere. Da circa un anno è arrivato uno stabilimento di Gucci e poi un albergo di lusso:dei palazzoni neri molto glam che hanno "violentato" le architetture dickensiane da romantica archeologia industriale che tanta parte hanno avuto nel mio tragitto incantato. Ma tant'è, non sarà certo questo ad impedirmi di continuare a "farmi strada" in quel tratto dove concentro la parte più densa del mio silenzio e dei miei interrogativi.

Esattamente un anno fa facevo una piccola e bellissima vacanza in Portogallo. Mi ricordo che ero imbottita di antidolorifici perché avevo un braccio completamente bloccato da contratture muscolari da cui sarei guarita solo molto tempo dopo e tanta fisioterapia e che soffrivo per una persona che in realtà non ha avuto alcun significato nella mia vita. Ma nelle foto avrei detto che ero del tutto felice. Io sorrido sempre, di un sorriso che inganna persino me stessa e questa cosa mi spiazza, perché io me lo ricordo come mi sentivo davvero. Che senso hanno quelle foto così ingannevoli? Restituisco ricordi fasulli e questo mi spaventa.

Stasera fa molto caldo, sono rientrata in casa da poco e via Mecenate, così poco illuminata, così mezza proletaria e mezza deturpata dal lusso prepotente e fuori luogo, era ancora bellissima. E ho pensato che era in quel momento che avrei dovuto fare una foto. Perché adesso sì che il mio sorriso sarebbe stato sincero...

giovedì 16 marzo 2017

Il bello di farsi i film . Se c'è un fine è sempre lieto (lezioni di cinema)

Questa settimana mi è sfuggita. Mi sono sfuggiti gli aggiornamenti del sempre poco interessante panorama politico nostrano, mi sono sfuggiti i film a cinema che avevo in programma di vedere, mi è sfuggito un allenamento dei tre infrasettimanali, mi è sfuggito pure questa volta l'incontro con la persona da cui non pretendo nient'altro che la stessa voglia di incontrare me. In compenso ho fatto altre cose ugualmente interessanti come delle lunghe chiacchierate con una persona che stimo molto e che mi dà strani suggerimenti su come intercettare la persona giusta. Lui, che è un maschietto allegro, ottimista, molto bellino e sciupafemmine , sostiene che dovrei uscire molto di più, conoscere un sacco di gente e per la legge dei grandi numeri, troverei senza alcun dubbio quello giusto. Io l'ho ascoltato divertita e in fondo riconoscevo che la legge dei grandi numeri è una regola della statistica assolutamente valida.  Ma non mi ha convinto lo stesso. Non del tutto almeno. Però ne terrò conto e, come dice lui, proverò a cambiare atteggiamento su questa faccenda. Mah...no, ora che ci ripenso non voglio cambiare proprio niente. Se vuole arrivare da me lo farà. Inevitabilmente lo farà. Se no io non ho perso nulla e lui non avrà trovato me.

Oggi ho fatto la prima lezione di pilates della mia vita. È stata un'esperienza interessante, basata su principi di staticità, equilibrio e respirazione. Mi convince ma solo perché so che correre rimane la sola attività fisica che ritengo degna dei miei sforzi migliori. Era una lezione pilota di uno dei "corsi corsari" che sono attività di una associazione culturale fichissima tra le quali ho pescato pure il mio corso sul cinema contemporaneo.
Ecco, forse del docente che tiene quelle lezioni in effetti mi sono un po' innamorata. È timido, coltissimo, educato e, nonostante non sia giovanissimo, ha l'aspetto di uno studente di lettere degli anni settanta e quando comincia a parlare io comincio subito a fantasticare e a volte me lo immagino a preparare la lezione, altre a consultare sacri testi di critica del cinema per trovare curiosità e aneddoti particolari. Si vede lontano un miglio che per il cinema ha una passione reale e quasi tormentata e poi il suo curriculum dice tutto il resto. Mi piace moltissimo. Lunedì gli ho chiesto suggerimenti sui film in sala in questo periodo. Quelli che mi ha citato li ho visti tutti. Ha gli occhiali in celluloide come Allen, è un po' stempiato come Servillo e ha una erre "arrotata" irresistibile. Non porta la fede...ma è impossibile che non abbia qualcuna, o qualcuno (che ne so io), che lo ami. Però io questo ancora non lo so. E finché non farò la dolorosa scoperta di una donna bellissima al suo fianco, continuerò ad alimentare innocenti fantasie di serate trascorse a vedere film assieme e ascoltarlo nelle sue mirabili esegesi da super esperto che sa andare oltre trame, montaggi, valore interpretativo degli attori. A fine lezione sto sempre attenta che senta il mio saluto e che risponda proprio a me, non a tutta l'aula. E quando mi dice grazie per essere venuta io me ne vado a casa tutta contenta.
Forse a me può bastare così. Intercettare soggetti "ispiratori" sui quali costruire le mie sceneggiature, quelle fatte di amori perfetti, di complicità piena anche nei silenzi, dei piatti da lavare mentre si parla di massimi sistemi, di occhiali in celluloide da pulire mentre c'è il fermo immagine di un film di Kitano. Io il quotidiano me lo immagino così, con Dio che si insinua nei dettagli più insignificanti, nell'immodizia da buttare mentre si chiacchiera sul ruolo del musical in "dancer  in the dark", il film più triste della storia umana.
Si, a me basta questo, immaginare cose possibili ma non per questo meno campate in aria. Mi piace immaginare un abbraccio con tutto il contorno, persino la temperatura percepita, i soprammobili se siamo in casa o le auto e i passanti se siamo in strada. Mi piace dipingere le situazioni nella mia testa e sulla scorta di quelle simulare le emozioni che proverei. Credo che a volte possa essere più che sufficiente. Altre volte no. Ma stavolta si. L'ho imparato alle lezioni di cinema

martedì 14 marzo 2017

Quasi primavera. O meglio, quasi non più inverno

Tra tutti gli inverni vissuti fino ad ora questo lo ricorderò come il più terribile. Non per le temperature particolarmente rigide, che tali non sono state, o per le mani che immancabilmente mi torturano tra gonfiori e ferite sanguinolente, e neppure per la scarsità di momenti significativi. Ma davvero ho fatto molta, moltissima fatica. Mi porto dentro una tale quantità di sconforti di così varia natura che davvero mi chiedo se non stia facendo i conti con una fragilità che non conoscevo, oppure se è un po' vera la storia che i quarant'anni per una donna siano tanta roba, nel bene e nel male.
Se devo dirla tutta, e vale come confidenza privatissima, ho idee abbastanza chiare ormai su come abbia faticosamente tentato di elaborare tutti i miei vuoti: le strategie sono andate dal coraggio di piangere fino a non averne più a quella di riuscire finalmente a riderci sopra così tanto  da ammettere che solo una tardona come me non ci sarebbe arrivata parecchio prima a capire certe cose tanto ovvie, fatte di assoluto disinteresse e prese in giro.

E poi i tentativi mai appagati di trovare altre dimensioni lavorative, magari all'estero. Per fuggire, lo ammetto. Io vorrei essere altrove, lontanissimo e non vedere più nessun volto conosciuto almeno per un paio d'anni. Se mi fosse possibile sono certa che risolverei ogni residua traccia di questo faticosissimo inverno numero quaranta. E invece ho lasciato che tutto rimanesse stagnante e fermo a pesare su se stesso.
Poi penso pure che in fondo c'è l'ho quasi fatta. Da sola, in silenzio, senza annoiare nessuno coi miei lamenti, senza chiedere spiegazioni a cui non ho mai avuto diritto. Me ne sono stata buona, con la testa che pulsava e il cuore che certe volte pareva che volesse esplodere, e manco quello era capace di fare a dovere.

 Se non fosse stato per  lo sfinimento di certe lunghe corse, per i magnifici film a cinema, o certe rappresentazioni teatrali benedette da vitalità, talento e forza comica. Se non fosse stato per la vita, che è sempre più interessante di come ci appare un qualunque meschino, insignificante inverno.
Ormai le temperature sono miti, le giornate sono luminose e sempre più generose. Io non ho più voglia di piangere e per fortuna neppure di ridere troppo di me stessa. Anzi credo che ormai sia tempo di prendermi finalmente sul serio, di aver persino meritato il bel complimento di un collega che oggi mi ha detto che ero "bellissima vestita così".

Mi si perdoni lo sfogo inutile in questa quasi primavera...o in questo quasi passato inverno. In cui io mi sento quasi felice, quasi bellissima. Quasi fuori dal tunnel. Ma oggi avevo proprio voglia di farmi una carezza, prima della bella corsa in salita che sempre mi tocca. Pure in primavera.

venerdì 24 febbraio 2017

Prove di improvvisazione. Dialogo sul nulla e poco altro

- Ue'
- Eh...
- Che tieni oggi? Mica stai storta?
- No no...sto bene. Lo sai? Ho cambiato team. Me l'hanno detto oggi, così, come un fatto normale
- Uh, e tu ci sei rimasta male?
- Direi di no. Quando cambio mi trovo sempre un poco meglio di come stavo prima. E poi farò molte più verifiche esterne, e quelle mi piacciono un sacco, e se parte pure il progetto "fisco scuola" posso rientrare pure in quello. Mi dispiace lasciare la mia attuale capo team...ma così è la vita.
- E per il resto?
- Il resto mancia. Dai che scherzo...Ho visto Jackie oggi. Lei straordinaria, il film buono, ben confezionato...ma poi boh...
- Lucia sei antipatica stasera. Se non tieni voglia lascia perdere. Mica sei obbligata
- ...no è che stavo pensando all'improvvisazione
- A che?
- Si. Secondo te è più in gamba chi si risolve la vita senza prepararsi mai a niente ma buttandosi nelle cose col puro istinto selvaggio senza nessun rischio calcolato, oppure chi si prepara e prevede tutto, si allena, prova e riprova e arriva pronto all'ostacolo?
- Lucia, te l'ho detto tante volte, tu ti devi far curare...hai smesso con le pillole, voglio sperare...
- Dai, sono seria. Ci sono attori che dicono che se provano troppo poi la scena viene male, non è autentica, altri che solo dopo un numero infinito di ciack e di preparazione trovano l'autenticità che cercano. E io sarei d'accordo con entrambi, ma non mi riesce di capire da quale punto in poi si passano il testimone. Secondo me l'eccesso di preparazione mortifica la creatività e trovo che l'improvvisazione abbia in se' la genialità dell'intuizione ma la fragilità della superficialità.
- Bah...io credo che dipenda dai casi
- Maddai...ma quanta saggezza. Meno male che ci stai tu che dopo di te soltanto Hegel...
- Senti non ci areniamo. Hai voluto dire questa cosa inutile e facciamo che siamo a posto così. Piuttosto, che hai fatto oggi?
- Te l'ho detto! Mi sono vista Jackie
- Eh...E dille due parole in croce, diamine, che figura ci fai se qualcuno passa e legge queste fesserie!?!?
- La Portman è strepitosa, il film scritto bene e confezionato apposta per i festival. Detto questo, un film medio su una donna più interessante di quanto pensassi. L'idea che la favola Kennediana sia stata in buona parte costruita a tavolino da lei era una faccenda che non avrei mai considerato. E invece sostanzialmente da questo film è questo quello che ho colto.
- Lucia, come stai?
- Che carina, stasera sono così acida e tu mi chiedi lo stesso come sto. Direi sempre un po' meglio di prima e di prima ancora e di prima ancora, da quando ho cominciato a non stare mica proprio benissimo che meglio non si potrebbe
- Che carina!?!? Lucia ma sono sempre io, cioè tu...cioè io...insomma...
- Si. Ci siamo capite...mi sono capita
- Stavi improvvisando?
- Io sempre. E tu?
-E io?...sempre meno. Per colpa tua





giovedì 9 febbraio 2017

Scrivere per sovrascrivere

No, stasera neppure per un secondo. Ho visto per intero le due puntate del sempre orrido Sanremo, ma quest'anno le canzoni sono davvero tutte inqualificabili. Lo dico senza snobismo visto che alla fine mi lascio pure io coinvolgere sempre da questa strana manifestazione che catalizza così tanta parte dell'attenzione di un paese che che forse a volte sopravvaluto, ma del quale poi io stessa sono parte integrante e in fondo integrata. E quindi non mi permetto nessun giudizio eccetto il disgusto musicale.

Stasera ho ascoltato tutto il tempo l'ultimo lavoro dei Baustelle che, invece, mi è piaciuto tantissimo. E poi ho letto uno dei fumetti comprati ieri. E neppure quello mi ha deluso. Insomma mi approssimo alla mezzanotte con un bilancio più che positivo di una non fredda giornata di febbraio in cui ho fatto capitare persino un film bello e divertente assieme ai miei colleghi. Il mio diario di bordo si potrebbe concludere qui se tra le attività serali non avessi incluso quella di rimaneggiare, come faccio da poco più di una settimana, il post che vorrei pubblicare a San Valentino. Di solito quando scrivo non rileggo niente (facile crederlo, dati i continui e diffusi refusi e le ripetizioni di parole o interi periodi...la mia è una prosa spesso grezza, ma la preferisco ad una più elaborata ma meno di pancia). Invece per quella storia lì mi ero ripromessa di scrivere in modo attento, accurato, pensato bene e che ne restituisse in pieno sia il lato triste che quello divertente. Il fatto è che intanto sono cambiata anche io, ho allentato tristezza, malesseri e tensioni proprio mente ricostruivo fatti e sensazioni. Tutto diventava più evanescente, lontano come le cose che avevo desiderato inutilmente e, all'ennesima rilettura mi sono resa conto di come fosse tutto molto meno rispetto al carico di significato reale.

Forse è per questo che quando qualcuno mi manifesta il proprio amore per me (o presunto tale) e io non sono in grado di corrispondergli, mi allontano immediatamente, voglio essere dimenticata e non generare alcun tipo di speranza, illusione, aspettativa che qualcosa possa cambiare. Non cambierà mai nulla: se non amo, non amo. Così succede a me, così succede a chiunque. Inutile perdere tempo, fantasticare, ricostruire storie credendo che assurgano a valore letterario in quanto custodì uniche di sentimenti eterni.
Se si è generosi e corretti si è molto chiari da subito. Poi ci sono gli ambigui che vanno capiti per tempo e poi ci sono i cinici, che godono a vederti smaniare inutilmente per loro. E poi ci sei tu, vittima di sentimenti inappagati e in quanto tali inevitabilmente destinati a riportarti alla realtà, prima o poi. Io ci sono riuscita scrivendo, perché se non scrivo quasi mai io capisco una cosa qualunque della mia vita, neppure quella più scema. Sono certa che esistano anche altri modi per capirsi e risolversi, ma io non li conosco. E quindi niente, mi tocca scrivere, raccontarmela, ridere di quello che provavo fino a ieri. E possibilmente pensare a cos'altro potrei postare di meno scemo a San Valentino. Credo nulla. Altrimenti, come al solito, improvviserò.


giovedì 26 gennaio 2017

Centro benessere...e decentramento dei malesseri

L'appuntamento era alle 9:30. Non è la prima volta che faccio dei bellissimi massaggi in quel centro in cui fanno anche l'agopuntura e certe innominabili pratiche orientali con attrezzi impossibili da descrivere. Una volta mi hanno praticato un trattamento vietnamita basato su pressioni sulla fronte con una specie di rotellina in ferro. L'idea di fondo era simile alla riflessologia: ogni parte del viso corrisponde ad un preciso organo. Se c'è un malessere fisico il trattamento passa per il viso. Io credo a tutto, quindi il fatto di non aver avvertito alcun tipo di beneficio non mi pare un indicatore sufficiente.
Oggi invece ho fatto uno splendido massaggio bioenergetico. C'era un lettino riscaldato, una musica soave di sottofondo, una deliziosa fanciullla che mi sussurrava di rilassarmi e svuotare la mente. E poi c'ero io, che quando faccio queste cose mi immedesimo nella condizione di un neonato. Mi ha detto che sono incredibilmente contratta, che tutte le mie tensioni si concentrano sulle spalle, che ho le mani troppo fredde e persino qualcosa che non ho capito bene ai meridiani. Io la ascoltavo senza troppo turbamento durante quello stato di grazia fatto di olio di mandorle dolci caldo massaggiato sulla succitata schiena, quei profumi d'Oriente e la pace di una mattina di un giorno di ferie. Lo so che sono "aggrovigliata" e che tutte le tensioni me le lascio alle spalle, così poi quelle mi fanno male schiacciate da tutto quel peso.

Quando ha finito stavo divinamente. Mi ha offerto una tisana ayurvedica agli agrumi e alle 10:30 ero in piena armonia con l'universo.
Poi sono tornata a casa e ci stava un'ambulanza a metà di via mecenate, due soccorritori che facevano un massaggio cardiaco a una signora che giaceva sulla strada con la testa sanguinante. Mi sono spaventata molto e non ho avuto la forza di sapere come è andata a finire, però mi è sembrato così strano il mio benessere senza ragione di soltanto pochi minuti prima
Poi ho preparato un pranzo veloce, sfogliato un po' il libro di Sorrentino, ho ripensato alla magnifica serata di ieri e ho approfittato del sole per fare un giro al parco fuori casa in cui trascorro tutti i miei giorni d'estate e invece d'inverno mai un minuto. Ho scoperto che è bellissimo anche in questo periodo e mi è dispiaciuto non averci fatto caso prima. A volte mi distraggo troppo dalle cose che ho sotto il naso credendo, sbagliandomi, di conoscerle già abbastanza bene.

Poi è arrivato il 66 che mi ha portato dritta dritta a vedere il film che ha meritatamente fatto incetta di tutti i golen globe possibili. LaLa Land è un film sulla magia dei sogni realizzati a fatica e spesso a carissimo prezzo. Detesto i musical, ma questo è davvero qualcosa di assolutamente unico e imperdibile. Sono uscita dal cinema che mi sentivo di nuovo in armonia con l'universo, pure se il braccio mi fa ancora male, pure se le tensioni alle spalle non sono andate via con un colpo di massaggio, pure se a via mecenate si consumava un dramma che spero abbia avuto un epilogo positivo.
C'era il sole, c'era la mia panchina estiva al parco d'inverno, c'era uno splendido film. E frammenti differenziati di una splendida giornata qualunque.

giovedì 19 gennaio 2017

"Dopo l'amore" ...io riassumo le puntate precedenti

Come si fa a raccontare una giornata normale quando in un luogo che è stato pure casa tua per un paio d'anni si consumano tragedie di cui non si riesce a contenere la portata? Terremoto, tempeste di neve, crolli di edifici per valanghe...io davvero non so quali siano e se esistano parole non banali o inutili per esprimere sconcerto e infinita pietà. Forse non ce ne sono ed è meglio che me ne stia zitta augurandomi che in futuro queste situazioni siano vissute come in Giappone, dove le case sono fatte in maniera che manco te ne accorgi che la terra non è ferma.

Per la mia di giornata, invece, riesco ancora a trovare parole a scopo ricerca di senso e di ricordi significativi. Subito dopo pranzo sono uscita dal lavoro per vedere un film che aspettavo con ansia. Si chiama "dopo l'amore" ed è un film francese che racconta la gestione pratica di una vita familiare in cui l'amore tra i coniugi è finito, o forse è semplicemente tutt'altro da ciò che era e per questo appare spiazzante, teso, incomprensibile e ingestibile. Alla fine del film non ho potuto fare altro che pensare che dopo l'amore non può che esserci ancora amore, se tale era stato prima. È solo da poco tempo che ho scoperto che l'etimologia della parola amore è "senza morte" e quindi non può esserci un dopo per una cosa che non muore mai. Il vero motivo di rottura dei due protagonisti, la vera causa della discordia, è quel tetto che hanno condiviso, la gestione comune dei problemi e delle responsabilità. Basterà loro divorziare per tornare ad amarsi come si deve...ma questa in realtà è soltanto una mia intuizione non espressa in modo inequivocabile nel film. E io in realtà che cavolo ne posso sapere.
Devo dire che, a prescindere dalle mie personali interpretazioni, questa è materia che i francesi trattano sempre da veri maestri e così, pur senza toccare le vette di Romer e Truffaut, me ne sono uscita dal cinema abbastanza triste e sconsolata proprio come temevo e, in fondo, volevo.

Nel pomeriggio mi ha contattato in chat un amico che non vedo da un po' ma a cui voglio tanto bene.
Mi ha divertito perché mi ha detto che aveva voglia di leggere un mio nuovo post, ma io non avevo ancora aggiornato nulla, e poi persino chiedermi chiarimenti su alcuni dei precedenti. Mi ha fatto un po' ridere questo uso da soap opera delle mie povere esperienze personali, pur sempre frutto di una vita irrimediabilmente normale, solitaria, spesso buffa, e ancor più spesso di bassissimo profilo.

 Io scrivo, ma mica lo so chi legge poi che cosa pensa davvero, in che modo intende le cose che dico, se si diverte o prova a riflettere secondo i miei stessi codici, o semplicemente è curioso di sapere dove vado a parare, quante volte perdo, come affronto il dolore e la gioia, se riesco a tradurre in atti le mie intenzioni.

Io scrivo senza essere una scrittrice o una giornalista, senza fare altro nome che il mio, provando a non colpevolizzare (quasi) nessuno e a elaborare la mia serie infinita di paure e di ansie ricostruendo la trama del mio quotidiano.
Io scrivo perché mi intenerisce che un amico, ad un certo punto, mi contatti e mi chieda riassunto e approfondimenti delle puntate precedenti.
Per tutto il resto suggerirei il cinema d'autore.







venerdì 13 gennaio 2017

Comprendere senza giudicare. O aspettare la saggezza del tempo

Ormai il treno è partito da un po'. Anche questo passaggio necessario da richiamo delle origini lo abbiamo assolto con piacere, divertimento, affetti, riposo, corse e letture forsennate come non riuscivo da tanto tempo. Sono stata benissimo. Ma ora si torna a Milano, con lo stesso piacere perché casa mia è pure quella e perché spero di fare cose nuove o perlomeno provare a vivermi quelle vecchie con tutto un altro spirito. Vedremo...

Mentre mi rilasso in questa carrozza semivuota mi ricordo degli assurdi fatti di cronaca che si sono avvicendati in sequenza così ravvicinata in questi giorni e mi sono chiesta cosa diavolo mi sfugga davvero della qualità di certi legami umani. Me lo chiedo perché ognii volta che tento di dare un giudizio sbrigativo su quello che non vivo direttamente mi ricordo di ripetere come un mantra la prima legge dell'antropologia "comprendere senza giudicare". 
Io non riesco a comprendere due adolescenti che pianificano un assassinio efferato di due genitori, per cui forse non avrebbe senso neppure sapere che è accaduto. E invece pare sia la fortuna del palinsesto pomeridiano di tutte le reti.
Vorrei non riuscire a comprendere neppure cosa passi per la testa di un'adolescente piuttosto sprovveduta che si ostina a credere che il suo fidanzato non le abbia da fuoco. E invece purtroppo in quel caso posso capirla, perché di dipendenza affettiva si può cadere vittima, quando si vuol bene a qualcuno al punto da perdere di vista se stessi e ogni difesa. Se si è giovani, romantici, poco sicuri di se', prima o poi il fenomeno di turno che se ne accorge e decide di divertirsi col tuo cuore arriva e fa di te ciò che gli pare. Credo che nel caso di questa ingenua ragazzetta manipolata, prima da un frescone e poi dalla D'urso, si possa ancora fare qualcosa. Glielo auguro di tutto cuore.

Un anno fa scrivevo un post entusiastico  su un film magnifico con Cate Blanchet, raccontavo di una mia necessità di cambiamento, parlavo di cose che mi facevano male. Mi facevano male perché non le capivo e non sapevo come fare a uscirne. Ma la regola del comprendere senza giudicare deve poter valere anche per me. E così ho piano piano compreso, pianto, elaborato il mio gigantesco equivoco emotivo, imparato a riderci sopra. E a non giudicarlo. Sui sentimenti nessuno può insegnare niente ad un altro. Su quelli sbagliati e fasulli poi...ci sbatti un attimo contro ed è fatta. Mammamia quanta fatica, quanto dolore, quanto cuore sprecato...

Ora torno a Milano. Quella vecchia voglia di cambiare mi è rimasta uguale identica.  Le altre me le sono fatte passare, assieme allo sconcerto inevitabile che sempre si accompagna ai sentimenti umiliati. Ma sono ancora qui, tutta intera a raccontarlo e quindi pare che davvero di cuore si muore solo se è malato o poco allenato ai colpi. Il mio mi ha detto che può sopportare questo e godere di tutt'altro. La Cate Blanchet sta per uscire con un nuovo film pure quest'anno e parè che sia ancora più strepitoso di quello dello scorso anno.
Comprendere senza giudicare. Per tutto quello che rimane da sapere chiedi al tempo 





venerdì 30 dicembre 2016

Per fortuna sono tanto stanca (di veglie e veglioni che anche no)

Se mi dice bene come ieri, pure stanotte dovrei dormire tanto e bene. Sono giorni di insospettabile stanchezza, forse perché sto di sportello tutti i giorni e ci sta un sacco di gente che trova normale venire a fare la fila in un ufficio pubblico. E poi mi ritrovo a fare cose strane, come cercare parole giuste per non ferire nessuno pur provando ad essere chiara e onesta, a ricordare cose che avevo totalmente rimosso da anni, a desiderare di fare una cosa precisa appena torno giù a casa...sono giorni in cui mi pare di essere qualcosa d'altro, una specie di straniamento divertito che non so di preciso a quali cause associare. Del resto che mi importa di associarlo a qualche causa...

Oggi ho visto un film molto bello, una storia vera è pazzesca, su un bambino indiano che si addormenta in treno e si sveglia a 1600 km da casa. Sarà poi adottato e immensamente amato da una famiglia australiana e ritroverà la sua casa più di venticinque anni dopo. Nei titoli di coda ci stava pure la notizia che ogni anno in India si perdono 80.000 bambini e mi sono ricordata di quando ci sono andata io e una delle prime cose che noti sono i maschi adulti che si tengono per mano. La guida ci raccontava che i bambini vengono educati a camminare sempre mano nella mano perché così non si perdono nelle folle oceaniche di città prive di ogni ragionevole criterio urbanistico.

Domani è l'ultimo giorno del 2016 e io non sono pronta a liberarmi di lui. Ancora non mi sono abituata ai quarant'anni che mi ha portato, all'ennesima richiesta di esperienza di lavoro all'estero non considerata, ai bambini mai avuti, all'amore non trovato, al dolore al braccio, e a tutto il resto...che la metà bastava...
Correrò per 10km. Di solito impiego circa un'ora per arrivare alla fine e durante il percorso mi viene naturale pensare alle cose che più mi ossessionano, poi a un certo punto del percorso, quando comincia la crisi, ascolto solo il mio respiro, smetto di pensare e alla fine sono solo felice. Questo stato di grazia dura poco, ma succede proprio così e di solito mi basta per cambiare totalmente la percezione delle mie inquietudini. Più che mai voglio che domani succeda così. Voglio che tutta questa immane stanchezza di quest'ultimo scorcio d'anno, domani arrivi al suo picco massimo e che mi svuoti completamente. Ho bisogno di fare spazio.

È facile prendersela con un anno complicato mettendo in campo tutte le declinazioni del vittimismo mentre in realtà si sta semplicemente mirando nella direzione sbagliata. E invece io vorrei solo continuare ad avere questa perversa voglia di stancarmi fino a sfinirmi. Che io solo così dormo da Dio. E in fondo solo questo desidero davvero.
Buona notte




lunedì 26 dicembre 2016

Should I stay or should I go? Ma go...fidati..go...

A Milano giornate natalizie magnifiche, di sole, di luce, strade vuote ieri e ravvivate oggi. Per me cinema ieri e oggi, sport, purtroppo ancora poco appetito e soliti incubi notturni e un po' di cose che hanno reso un po' complicati questi giorni. Bene così, si vive anche di questo se poi passa.

Ieri ho visto Natale a Londra e mi sono abbastanza divertita. Oggi ho visto "è solo la fine del mondo", film che la critica ha salutato tiepidamente e che io ho trovato faticoso nel suo sviluppo e struggente nel finale.

Pensare all'Inghilterra mi ha fatto ricordare di un Natale di tanti anni fa, era il 2005, quando andai a Nottingham per tre settimane. Alloggiavo a casa di una ragazza deliziosa che viveva con un gatto bellissimo. All'epoca stavo per concludere il primo anno di dottorato e volevo assolutamente essere ammessa ad un master inglese e così andai all'Università di Nottingham, un immenso campus con un lago all'interno dove avrei voluto occuparmi di povertà e sviluppo. Non mi bastò mettermi in ginocchio ed essere disposta a pagare 9000 pounds per far parte della loro squadra...il mio voto di TOEFL (attestato di conoscenza dell'inglese) era di qualche centesimo di punto inferiore alle loro richieste. Ritornai a casa mestissima ma con la percezione che una città governata da uno sceriffo rimane ottusa pure se Robin Hood ha ripristinato una perequazione sociale...

Invece nel 2007, quando mancava solo la discussione della tesi, me ne andai a Londra per poco più di un mese . Mi trovai un lavoro in un take away nel quartiere più pericoloso di Londra, feci amicizia con un inglese afro che mi portò a visitare il quartiere nero e mi incantai di così tanta varietà di scenari in una sola città. Un'altra volta invece ho rischiato grosso con degli incontri sbagliati a Soho, ma alla fine riuscii a cavarlmela. Abitavo in un ostello terribile con dei francesi assurdi che hanno reso ragione di tutto il mio disprezzo per i cugini d'oltralpe, passavo tutti i pomeriggi a Covent garden e i sabato e le domeniche a Camden Town, che ad oggi è il posto che in assoluto amo di più al mondo.

Io sono di quelli che hanno il mito dell'Inghilterra. Qualunque cosa secondo me loro la sanno fare meglio. Mi piace persino la loro ottusa applicazione delle regole e quell'assurda trasformazione che hanno quando rientrano a casa, dopo una giornata di lavoro in tenuta impeccabile e atteggiamento tipicamente "British", per andare al pub a diventare così ciucchi da non reggersi in piedi per tornarsene sulle loro gambe. Amo tutta quella loro affascinante contraddizione, persino la cucina mi pare spesso una prelibatezza e quel magnifico odore di cappuccino e di burro delle loro inarrivabili brioches. È la prima cosa che senti appena arrivi a Victoria station ed il mio ricordo più vivo di quella città.

Il fatto è che per quanto sia stata contenta di essere capitata a Milano, che rimane la più europea tra le città italiane, mi sono sempre chiesta cosa ne sarebbe stato di me se mi avessero accettato per uno di quei master fighissimi dove trovi lavoro il minuto dopo che li hai conseguiti e te ne esci così professionalizzato che il concetto di mercato del lavoro flessibile significa opportunità infinite e non precarietà e gioco al ribasso. Io credo che bisognerebbe avere molto rispetto dei ragazzi che scommettono sul loro futuro guardando all'estero come una forma di investimento e non di disperazione da assenza di opportunità a casa propria. Non so, ma pur con tutta la comprensione che potrei avere per chi non ha voglia di andarsene, cosa del tutto legittima, se io avessi l'opportunità di andar via anche ora, a quarant'anni, lo farei immediatamente.
Il mondo è così vasto, variegato, interessante, pieno di cose da fare e da vedere. Perché starsene così ostinatamente a casa propria? Perché tutta questa paura di andare? Perché pensare che lasciare i limiti ristretti del luogo di nascita sia una costrizione e non invece una formidabile occasione? la faccio facile...forse perché in realtà lo è e perché almeno un tentativo lo meriterebbe.

No...così per dire...che secondo me l'Inghilterra ha perso molto a non consentirmi di far fuggire il mio cervello da lei...



giovedì 22 dicembre 2016

devo stare attenta alle docce con l'impermeabile

Giornata bella e strana quella di oggi. Tra una condanna per Formigoni e l'implementazione, dopo 55 anni della Salerno-Reggio Calabria, l'elenco delle cose impreviste potrei dirlo già saturo. Oggi è morta la direttrice di Vogue Italia, Franca Sozzani. Mi ricordo di lei per una sola ragione. La ascoltavo alle "invasioni barbariche" di un po'di anni fa. La Bignardi le chiedeva se era vero che lei si nutrisse soltanto di cappuccini bollenti o se qualche volta mangiava anche una fetta di tiramisù. E lei rispose "credo di non aver mai mangiato un tiramisù in tutta la mia vita"...voglio ricordarla così, già scheletro in vita...

 Al netto dei fatti del giorno, che valgono quanto le monete da un centesimo chi i barboni lasciano sul ciglio della strada, per fortuna si sono avvicendate tante altre piccole cose degne di ricordo, anche personale, che mi fanno pensare che  l'oroscopo delle cinque del mattino, quello a cui mi ostino a prestare fede cieca e forte condizionamento, ogni tanto c'azzecca.

Ho cominciato subito, riuscendo ad evitare il turno intero allo sportello. Oggi ci tenevo molto a starmene tranquilla in stanza a gestire giusto l'arretrato semplice e pianificare l'attività da svolgere nel silenzio di un ufficio finalmente svuotato. Ma ho fatto in tempo ad incontrare i miei contribuenti più affezionati, quelli che mi abbracciano quando mi incontrano o da cui sono andata a recuperare Pablito. Io dico che non è un caso... Poi mi ha telefonato un caro collega che lavora in direzione regionale che mi mette sempre di buon umore. Come al solito gli ho detto che non posso assolutamente uscire durante il periodo natalizio, che prometto che mi farò sentire per un cinema e che la tristezza che avverte quando legge i miei ultimi post è in realtà una cosa diversa, faticosa ma piacevole e ormai credo destinata a concludersi per presa di coscienza e ritrovato amor proprio.
E sempre oggi è successa un'altra cosa bella con il collega che non mi parlava da un sacco di tempo per via di un equivoco letto su questo blog mentre parlavo male di un altro collega che si era comportato da villano. È entrato in stanza, mi ha abbracciato e dato un bacio per gli auguri di Natale. E io l'ho trovato molto dolce.

E poi nel pomeriggio Nicola mi ha portato la marmellata di mele e ci siamo visti un film impegnativo ma bello, almeno se si conosce ed apprezza il cinema indipendente di Jarmush. Paterson è un film sulla poesia delle piccole cose. Molta grazia, a tratti buffo e con una battuta topica detta sul finale da un poeta giapponese:"una poesia tradotta è come fare la doccia con l'impermeabile". Mi è piaciuta tantissimo.

E adesso sono finalmente a casa, come al solito con la schiena inchiodata al termosifone, a pensare che tutta la mia giornata è stata della stessa sostanza del film di Jarmush, con tutto il suo carico di incanto delle piccole cose, quelle che faccio un po' fatica a mettere a fuoco prima che svaniscano per sempre, ma che quando riconosco mi aiutano a trovare nuovi assetti, a distendere i nervi e a regolare il battito cardiaco. Saranno giorni belli. Lo so. E siccome lo so, eviterò di sentire l'oroscopo delle cinque per tutto questo tempo.






giovedì 15 dicembre 2016

il film, la frolla, la fine, il fine...

Due ore e venti per un film sono tante. Anche se è di quelli che riescono in quella complicata operazione di insinuare il mistero da svelare e hanno quella struttura di narrazione che hai deciso che ti piace sempre molto. Hai presente? Quei film in cui il complesso mondo interiore si esprime con molto non detto, con la forza espressiva di un volto che ha pianto troppo, con episodi del quotidiano che non capisci subito che ruolo abbiano nella narrazione nel suo complesso. Insomma quei film in cui se hai invitato qualcuno, gli chiedi scusa imbarazzato e magari gli offri qualcosa se non hai pagato il biglietto pure per lui.

In realtà "Aquarius" è un bel film, con un finale strano, anzi, è strano proprio tutto il film nel modo in cui si evolve e tratta i passaggi della storia. Ma l'attrice è superba e tutto mi è sembrato estremamente affascinante. Di che parla? Credo di una forma tenace di resistenza all'oblio, dell'idea di dimora come scrigno dei momenti fondamentali di vita familiare ma pure di una intera visione del mondo che si è formata con il continuo via vai di varia umanità che vi albergava, ci lavorava, consolidava affetti e legami.

Se il film fosse finito prima sarei rientrata in ufficio a completare il mio orario. E invece sono tornata a casa, richiamata da una fetta di crostata alla fragola che giuro mai mi era venuta così buona e poi la casa era pulita e in ordine, il frigo pieno ed erano tutti pronti pure i pranzetti congelati da portare in ufficio. Certe volte mi comporto come una noiosa mogliettina dell'Italia conformista degli anni cinquanta. Poi per fortuna passa subito.

Siamo a metà dicembre. Tra pochi giorni saranno tutti in ferie e di riflesso anche la mia quotidianità cambierà. Intanto so per certo che l'ultimo giorno dell'anno correrò per 10km con altra gente non per fuggire da nulla quanto piuttosto per andare incontro alle incognite di un anno a cui non ho nulla da chiedere se non, forse, la magia di un incontro perfetto...ecco, la mia solita debolezza...non mi libererò mai di certe ossessioni...d'altra parte..why not? Crederci sempre ☺️☺️☺️

Siamo a metà dicembre, ho già detto che non ho nulla da ridire, sul piano personale, per questo 2016 così complicato ma pure fortissimamente onesto, così da neo quarantenne maldestra ma quasi risolta, così uguale e diverso dai precedenti, con un sacco di cose da ricordare e altrettante che vorrei dimenticare o vivere in altri modi. Però sono qui, con i capelli quasi lunghi, biondi come quando avevo sedici anni, un viso con segni nuovi che non mi dispiacciono e una crostata di fragole da far impallidire nonna papera.

Oggi ho visto un film sull'importanza della dimora come depositaria di affetti e legami, ma pure di una profondissima solitudine piena di poesia, di musica, di percezioni che non possono essere condivise perché affondano nelle pieghe di un vissuto interiore che decifriamo soltanto da soli.

Non è mai elegante portare rancore. Soprattutto verso se stessi e tutti i tentativi che abbiamo avuto il coraggio di fare. Anno che stai passando, non è stato vano conoscerti. Nel curriculum vitae giuro che ti metto in grassetto. Tante care cose.

venerdì 9 dicembre 2016

Quell'idea di futuro che mi porto dal passato

Tutto torna. E lo dico sia nel senso che alla fine le situazioni si fanno chiare, acquistano una loro logica coerenza e ti raccontano cose che non riuscivi a vedere da subito per quello che erano, sia perché tutto prima o poi torna a riproporsi allo stesso modo o con altri metodi. Oggi sono stata in verifica, poi sono andata a cinema e poi ancora in ufficio. Ho pranzato con una cioccolata calda e una zuppa inglese ragionando amabilmente con la mia collega di cose di femmine. È stata una bella giornata, iniziata con una nebbia così fitta che per venire al lavoro a piedi mi sono affidata alla buona sorte. Poi via via la giornata si è schiarita fino a fare spazio ad un sole pallido ma luminoso e rassicurante. Un po' come a volte succede nella vita: ciò che è opaco e incerto all'improvviso si fa chiaro e limpido senza che tu abbia contribuito davvero all'"illuminazione".

Esattamente un anno fa invece succedeva questo. Avevo preso un giorno di ferie, ero uscita molto presto per andare in un centro benessere a fare un bellissimo massaggio, avevo con me una borsa piena di cibo che ho portato in giro fino al pomeriggio. Poi ero andata in un negozio di piccoli oggetti, di quelli per gli addobbi o i pensieri scemi e avevo comprato un piccolo mappamondo. Mi ero alla fine trattenuta in biblioteca e avevo aspettato l'arrivo di chi avrebbe ricevuto quella borsa e il mappamondo. Poi salii su un autobus, vergognandomi un po' di tutta quella strana euforia dell'attesa che mi aveva inutilmente accompagnato per tutto il giorno. Forse il vero spartiacque tra quello che sentivo e percepivo e ciò che rimaneva davvero da raccontare è stato quel giorno lì. Quasi stento a credere che sia passato esattamente un anno per come quel giorno mi pare così vivo e recente.

Quella di oggi invece è stata una giornata senza smanie, tensioni o accanimento verso nulla. Non ho fatto massaggi ma sono più rilassata di allora, non ho preparato cibo per nessuno e non ero in attesa di nulla. Il film che ho visto si intitolava "amori ed inganni" e l'ho trovato molto gustoso e abbastanza  in linea con quello che ho provato a capire sull'argomento. E poi sono andata a vedere una casa in
vendita che la mia collega sta per fare sua e mi sono ricordata di quando ero io ad esplorare questa città allora così sconosciuta per me, eppure già così familiare, quando mi perdevo ovunque e tentavo di intuire i quartieri che mi somigliassero di più. Mi ricordo di lunghi tragitti sotto la neve, di telefonate continue agli agenti immobiliari, e poi finalmente il notaio, il rogito, questa casa presa un po' a caso e un bel po' a sentimento. Sono passati esattamente sette anni da allora. Oggi non so se ne sarei di nuovo capace. Ma è stato bello entrare in quella casa da comprare stasera, immaginare a come potrebbe diventare anche solo con un paio di idee semplici. È stato bello rivivere quell'idea di futuro che in questo periodo mi pare di rivivere solo scovando in un passato che non è proprio tutto da buttare. È stata una bella giornata. E tra un anno penserò che finalmente ho di nuovo dei buoni ricordi.

Il confronto con gli anni precedenti non mi pare mai una cosa utile o divertente. Non sono una nostalgica e tendo a cancellare il passato perché quasi sempre mi suona stonato. Però oggi ho pensato che quando non comprendi bene tutto quello che ti accade mentre lo vivi, quello poi torna e ti spiega come stavano le cose. Oppure, qualche volta, non ti spiega niente e ti dice "ti ricordi come sei stata brava quella volta? Avevi sette anni di meno, ti perdevi pure sotto casa, non capivi niente di impianti a norma...e nessuno ti fermava. Quella volta lì io ti dico che non sei stata niente male". Non è stato tutto falso e inutile.
Me ne ricorderò

mercoledì 7 dicembre 2016

Allora, come rimaniamo? 2016 non ti preoccupare, non sei tu. Ero io

Manca poco. La Rai ha deciso che la prima della scala debba essere un fenomeno pop e se proprio non vuoi rimetterci i 2400 euro degli ultimi cinquanta biglietti disponibili, ti metti come me vicino al termosifone, con una tisana calda e la copertina sulle ginocchia e ti ascolti la madama butterfly dalla TV . Bella la storia. Una giapponesina minorenne salvata da un marinaio americano e poi da costui abbandonata col di loro pargolo perché il bellimbusto se ne torna dalla di lui moglie americana. Si rifarà vivo solo molto tempo dopo, quando lui tornerà per riprendersi il figlio. Non vedo l'ora di passare un po' di ore di spensierato ottimismo. Poi dice che uno si butta sul boss delle cerimonie...pace all'anima sua pure a lui.

Oggi, come tutti i santi giorni ho camminato per 8 chilometri attraversando una milano "ambrogina" molto pittoresca tra negozi chiusi e aria di festa patronal-natalizia. Poi ho tirato a lucido la casa come non facevo da troppo tempo e credo che mi abbia fatto davvero bene: c'è un piacere quasi mistico nel meccanismo di riordino e di pulizia profonda. Ho buttato via tante cose, fatto spazio, sistemato i cassetti, ascoltato musica scema, cucinato gli spaghetti ai frutti di mare, pensato a cose inutili che mi hanno fatto ridere, tipo come mai impazzano i cibi a domicilio, quelli pronti, le apericene, gli all you can est e tutti gli "altrove" dalla cucina di casa propria...e contemporaneamente ci sono soltanto programmi di cucina che fanno picchi di audience e pure l'editoria ormai si regge soltanto sul settore gastronomia. Nessuno cucina più eppure il cibo pare essere il tema dominante dell'esistenza individuale e collettiva. Questa cosa non mi torna proprio.

Facebook, come a tutti, mi ha fatto il riassunto del 2016. Ha scelto delle belle foto, quasi a volermi dire "guarda che sei stata felice e non te ne sei accorta". Forse ha ragione lui. Non mi è andata poi così male e chissà perché lascio che siano sempre dominanti nel ricordo e nelle analisi delle mie esperienze i fatti e gli episodi che poco o nulla hanno condizionato la media generale del mio percorso. Sono un po' più magra dello scorso anno (e per una donna che ha raggiunto i quaranta è come vincere al lotto), ho conosciuto un sacco di gente adorabile e conservato quasi tutte quelle che già adoravo, non mi sono mai ammalata, ho fatto un viaggio tanto bello con il mio papà, ho saputo cose che non sapevo (e sapere è sempre meglio pure quando fa un male cane), ho visto film meravigliosi con il mio paziente compagno di sventure e di confidenze, è uscito il nuovo fumetto di  Zerocalcare, mi sono fatta passare ogni tristezza correndo e ho inaugurato con la 10k della Lierac la mia magnifica stagione delle gare podistiche. Come mi permetto di pensar male di quest' anno?

In realtà non è stato un anno clemente per un sacco di ragioni, ma quelle le conosciamo tutti e ce le siamo raccontate in diretta. A chi giova ripassare?

La verità è che "la felicità è una cosa seria. Se c'è dev'essere assoluta" e nessuno può avere la pretesa che un anno solo faccia tutta l'impresa. Lui fa quel che può, tra cose che ti fa venire voglia di conservare e altre che devi avere il coraggio di buttare pure se ti pare che servano ancora. Purtroppo non servono e  prima le butti prima farai spazio per il necessario.
 Il mio armadio ha ancora vestiti che mi stanno. Ma non li metto più. Perché ancora non mi riesce di separarmene? Un bel guaio. Entro la fine di questo mese sarà il mio obiettivo riporli tutti in una scatola e chiudere con abiti che non sono già  più miei.
 Intanto per la "madama butterfly" non ho bisogno di alcun dress-code. Me la vedo in tuta. Lo puoi fare quando la prima alla Scala puoi permetterla in casa tua.
Seria felicità a tutti


domenica 4 dicembre 2016

Dalla pace del seggio...(divagazioni di una scrutatrice maldestra di se stessa)

Non sono neppure le nove del mattino. Sono nel seggio del Monzino e c'è un'atmosfera irreale di silenzio e di pace in questa bella saletta. Sono già arrivati un po' di malati a votare.
I miei compagni sono simpatici e io sono contenta di stare qui.

Ho già fin troppo raccontato di una settimana un po' complicata e della quale spero di avere presto al massimo un divertito ricordo, ma il clima oggi è troppo sereno per non provare a ripassare episodi, parole, esperienze piccole o piccolissime, frasi , indicatori più o meno chiari che hanno costellato un intero periodo di vita. Non credo che sia molto utile eppure non posso evitare di provare a capire come sia stato possibile farmi così male mentre cercavo di farci stare dentro tutto. Perché è questo che è successo. C'era la vita, le cose da fare, i viaggi, il lavoro, le volte a cinema e quelle a teatro. C'erano i tempi in cui pensavo che tutte queste cose avrebbero dovuto includere una persona e nessun'altra, mentri i percorsi di ciascuno seguivano tracciati in realtà completamente separati.

Come ci sono riuscita? Mi ricordo di come ero poco più di quattro anni fa, quando nel cuore non avevo nessuno e pensavo solo a come arredare la mia prima casa, a conoscere i miei beniamini della radio, a scoprire cantanti sfigati  di musica indie, a non mangiare carne e pesce. Mi ricordo che mi piaceva essere così, senza previsualizzarmi con altri, senza aspettare nulla, senza includere nel mio futuro nessuna possibilità di affetti profondi. Io sono quella roba lì. Non ci sta niente da fare. Non mi è mai riuscito di essere altro. Lo sanno bene quelli che mi conoscono davvero. Eppure succede anche a me, qualche volta, di provare a pensare che non sia così. Ci può stare, se è vero che quel mio pericolosissimo lato romantico riemerge come a punirmi dello spazio che mi ostino a togliergli sempre di più man mano che passano gli anni. Sono passati così questi anni qui, tra le bugie che mi raccontavo, l'indifferenza e le cose che non volevo o potevo sapere, i fantasmi e gli incubi di gelosie che non ero tenuta a provare, legami fragili come le catenelle di carta fatte a carnevale.

Un amico che mi vuole bene mi dice che non ci si racconta così, che sono soddisfazioni che non
bisognerebbe dare a nessuno. Ma io non credo che sia davvero importante. Credo che conti di più il gusto di raccontarsela mentre la si vive e perché no di confidarsi tra amici, conoscenti e "passanti". Che vuoi che sia. Solo domenica scorsa piangevo tutte le mie lacrime, oggi no. Prima di domenica scorsa pensavo che semplicemente non fosse il momento, oggi no. Da lunedì dormo poco e mangio ancora meno, ma ho ripreso a correre di nuovo e ieri ho spinto così tanto che davvero non ne avevo più di respiro da spezzare. Le cose cambiano, seguono nuovi corsi e di solito hanno abbastanza pietà da restituire sempre meno dolore. Perché non lasciarne testimonianza?

Intanto siamo a dodici votanti "cardiopatici". Col cuore malato si fa tutto lo stesso

venerdì 2 dicembre 2016

In teoria sarebbe tutto chiaro. Ma in realtà...c'è la realtà

Quando andavo all'università seguivo sempre tutti i corsi. Ritenevo che fosse fondamentale per avere un metodo di studio efficace, perché la guida di un docente può rendere la materia molto più affascinante  del mero studio dei testi e poi pure perché il docente stesso e la sua personalità facevano parte della mia preparazione agli esami. Io mi ricordo solo dei prof di economia. Li trovavo molto simili tra loro e mi affascinavano sempre moltissimo, forse perché l'economia è la più umanistica tra le scienze applicate, perché se vuoi essere un bravo economista devi prima essere un conoscitore forte di storia e filosofia e solo molto dopo pure di statistica e matematica.

L'esame di microeconomia è stato quello più ostico. Più di quello di macro (che pure ho dovuto ripetere tre volte). Mi ricordo che non mi capacitavo del fatto che quando studiavo la parte teorica mi pareva di capire tutto. Poi passavo alla risoluzione dei problemi e spesso non sapevo dove mettere mano. Una volta andai dal prof e gli parlai di questo strano fenomeno e lui mi rispose : "vuol dire che non hai capito niente della teoria. Se avessi davvero afferrato i concetti, sapresti pure come applicarli. Tu hai soltanto l'impressione di aver capito ciò che studi"...mi dispiacque tanto, ma capii soltanto sei mesi dopo, e centinaia di esercizi svolti, che aveva ragione da vendere. A me serve tempo per applicare la teoria, quella che la fa sempre facile per tutto perché se ne sta bella dritta nel suo mondo ideale e senza gli accidenti dei casi particolari.

Ecco, a me succede così quando so esattamente come stanno le cose e che comportamento dovrei adottare. Poi però si inseriscono così tante altre variabili che perdo l'obiettivo, complico l'algoritmo e faccio un gran casino. Eppure la teoria è fondamentale e non andrebbe disattesa mai.
Una volta, qualche anno fa, un collega con cui ho scambiato soltanto poche battute prima che ritornasse a casa sua al sud, parlando della sua fidanzata, poi diventata moglie, disse che era la più bella e più desiderabile del mondo. Aveva gli occhi dell'uomo più irrimediabilmente innamorato che avessi mai visto in vita mia. E io in quell'istante lì imparai una lezione di teoria d'amore esattamente applicata ad una coppia. Un paio di giorni fa rievocavo questo episodio con un'amica e lei mi ha detto: "Eh...ma tu stai parlando di una persona che è il top, non puoi pretendere che tutti gli uomini siano così". Forse è proprio così, certe teorie diventano applicabili solo se gli elementi a disposizione sono funzionali al risultato, che altrimenti risulterebbe distorto, impreciso.

Eppure stasera, dopo una settimana decisamente "illuminante" su quello che ho forzatamente scoperto di me stessa, sento che certe teorie io le ho capite proprio bene pure applicandole a casaccio. E siccome dall'economia ho imparato pure che si può procedere con successo nel mondo anche semplicemente per "tentativi ed errori", io ora sono certa che un giorno troverò un modo di applicarla proprio come l'ho capita io. E se così non fosse, continuerei a non avere dubbi che stavolta la so come si deve.
Ah, all'esame di microeconomia poi ebbi 30/30






Sta facendo anche cose buone. No. Sono io a farle nonostante lei

 Ce ne vuole di coraggio e di fantasia per trovare qualcosa di vagamente passabile in questa mia estate arroventata e sospesa nel limbo dell...