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sabato 28 ottobre 2017

Il valore variabile di una stessa esperienza

È la seconda volta di seguito che mi succede. Anche questo allenamento del sabato, quello di gruppo al Sempione, non sono riuscita a portarlo a termine. a metà del secondo giro, più o meno al quinto chilometro, mi fermo di colpo, lascio superarmi da tutto il gruppo e comincio a camminare. Non ne saprei la causa visto che sento di avere ancora forza e possibilità di continuare. Ma niente, mi assale una specie di panico da obiettivo, come se fosse chiedere troppo arrivare fino in fondo. Forse è solo un modo di assolvermi da una settimana intera di allenamenti all'alba in quella dimensione che mi è tanto più congeniale che è lo star sola a farmi indicare distanze e andatura da una macchina che non mi assolve, ma neppure ha pretese e forse per questo mi è più facile assecondarla. Non lo so, sono due esperienze così uguali e così diverse, tipo mangiare lo stesso gusto di gelato nel cono o nella coppetta...

Ora sono nel cortile della Statale, devo aspettare le tre e mezza perché per questo e un altro sabato ho il pomeriggio felicemente dedicato ad un altro di quei corsi di cinema senza i quali non so come farò a stare senza, quando avrò concluso tutte le combinazioni possibili di tematiche offerte. Ma poi si fa. È fisiologico, normale, necessario.

L'altro ieri mi è successa una cosa che continuo a ripensare, per il senso di colpa che mi procura e forse pure per il fenomeno che sottende. Ero alla fermata proprio fuori all'esselunga, nell'istante esatto in cui fotografavo uno dei miei momenti un po' fessi che amo condividere con spirito infantile: 19.000 punti sono una notizia in effetti. Ad un certo punto mi si avvicina una anziano signore, con marcato accento milanese e un tubetto vuoto di kukident. Mi chiede 2 euro per comprarne uno nuovo, visto che non gli fanno credito all'esselunga e la nipote gli aveva fatto il bonifico solo quel giorno e lui avrebbe dovuto aspettare tre giorni per vederli sul conto, ma intanto non riusciva mangiare pane da due giorni senza avere i denti ben fissati. Mi ha anche detto che me li avrebbe restituiti. Io ho ascoltato la sua storia, l'ho guardato tutto il tempo impassibile, gli ho dato i due euro con la ferma intenzione che capisse che non credevo affatto alla sua storia. Lui mi ha ringraziato, è entrato di corsa al supermercato e ha comprato davvero il tubetto di pasta dentale. Io mi sono sentita la persona peggiore del mondo nonostante quella moneta alla fine gliel'avessi data senza fare storie.

È che avrei potuto farne un'esperienza diversa e più degna di una persona perbene. A parità di moneta.
Ma è un periodo in cui faccio fatica a fare tutto. Posso solo migliorare





mercoledì 6 settembre 2017

"Ciao. Non devo chiederti niente"

Mica mi abbasso così alle provocazioni. E infatti ho imparato a non raccoglierle più. Sono geneticamente non predisposta al litigio e ai conflitti. Non li trovo utili, non mi piacciono, non mi interessano, secondo me spezzano i legami in modo irrimediabile. Appena noto una disarmonia, giro i tacchi e me ne vado. A me piace ascoltare la radio, leggere e andare a cinema, non parlo mai molto, non mi piace il pettegolezzo ed esprimo giudizi soltanto se richiesti. Non sono una sociopatica, ma francamente neppure una compagnona che tutti cercherebbero per animare una serata casinista. Eppure tutto questo non è bastato per evitare un del tutto inaspettato messaggio avvelenato da parte di una persona a cui ho soltanto detto che se un uomo non la cerca è perché non la vuole. Ho ascoltato con santa pazienza tutti i suoi accadimenti e soltanto dopo espresso una mia legittima percezione. Mica le ho detto che è una verità scolpita nella pietra, ma solo che secondo me non la vuole e che lei non dovrebbe cercare di capire molto altro. Si è offesa e mi ha detto che a me non interessa starla a sentire. Devo dire la verità, solo quando me lo ha brutalmente rinfacciato mi sono resa conto che era proprio così. Non mi interessava più neppur un tantino così ripeterle cose che non aveva voglia di ascoltare e non vedevo l'ora di non perdere più un solo minuto del mio tempo per una faccenda fin troppo limpida ai miei occhi. Quel messaggio così piccato e sgradevole è stato in realtà la mia salvezza.

Nel pomeriggio è passato a salutarmi in stanza un collega molto dolce che mi ha detto esattamente così: "Ciao Lucia, in realtà non ti devo chiedere niente, è solo che non ti vedevo da troppo tempo" e io mi sono chiesta come sia possibile restituire senstimenti tanto diversi nei confronti degli altri rimanendo al contempo esattamente quello che si è.
Io sono una persona fondamentalmente timida e spesso a disagio nella gestione dei rapporti umani, a qualsiasi livello. Non ne ho mai fatto mistero, non la considero una colpa o una forma di egoismo. È semplicemente un modo di essere come un altro e forse pure la ragione principale per cui mi sento più a mio agio in una sala buia o con le cuffie o ad andare a correre. Nonostante questo atteggiamento in fondo non troppo velatamente sociopatico, mi ritrovo sempre circondata pure da persone sinceramente affezionate che non fanno che preoccuparsi per me, di ciò di cui ho bisogno, che mi cercano molto spesso per chiacchierare di faccende di comune interesse, che mi trovano buffa e simpatica. Trovo spiazzante e stupefacente pure tutto questo ad essere onesta...

La verità è che forse è proprio vero che non si può piacere a tutti a meno di essere una specie di Zelig che prova ad assecondare tutti dimenticandosi di se stesso. Ma credo che sia altrettanto vero che è quasi impossibile non piacere proprio a nessuno. Pure se frequenti poco, o se pensi che te la cavi meglio facendoti il più possibile i fatti tuoi, pure quando una all'improvviso ti riempie di insulti perché le hai detto semplicemente che la verità è che non gli piace abbastanza...

La prossima settimana sarò a cinema praticamente ogni giorno, il mio collega di stanza dovrà assentarsi di nuovo forse per tanto tempo, riprenderà il palinsesto invernale di radio due e io i miei allenamenti. Direi che non prevedo troppe occasioni di dialogo. Può essere, ma stavolta sarò io ad andare da chi mi ha regalato stupore e riconoscenza per dirgli: "Ciao. Non devo chiederti niente. È solo che non ci vediamo da troppo tempo"


lunedì 1 maggio 2017

Procedere a caso. Per un tempo indeterminato

-Ti tocca ammetterlo, cara la mia lavoratrice festante. Ormai puoi anche definirti una persona fortunata, data la tua "testa gloriosa", i talenti che mi sfuggono, i tentativi random, i percorsi scelti senza troppa convinzione...ammettilo che sei stata fin troppo fortunata. No, non ti accigliare, non mi riferisco a tutto, però non negherai che il primo maggio arriva sempre a sottolinearti il privilegio immenso che ti è stato concesso nonostante tu sia fatta così...

- Ah, guarda che io non ho proprio nessun problema ad ammettere di essere una vera miracolata. Ma in fondo se guardi bene a modo mio me lo merito. Vediamo se ti convinco. Mi dissero che dovevo fare lo scientifico. E io lo feci, rimpiangendo così per sempre il liceo classico e il greco perduto. Poi venne il momento di decidere il campo di studi grazie al quale definire un ipotetico futuro professionale. La matematica non mi è mai piaciuta. Non è una buona ragione per non scegliere economia, vuoi mettere quante cose puoi fare con un titolo di studi così spendibile? E va bene facciamo economia. Brava. E ora che hai ventiquattro anni vedi che devi fare. Ma che ne so...a me pare di non saper fare proprio niente. E allora specializzati. Va bene. E adesso? Mah...io veramente...non saprei...Uh, in Coop adriatica ci sta una specie di master a scopo assunzione, ti è sempre piaciuto il sistema cooperativo, sai come sarebbe interessante lavorarci. Ok, partiamo per San Benedetto del Tronto. Due anni. No, il modello cooperativo non è bello come credevi e ora che lo sai non ti ha fatto specie licenziarti. Hai ventisette anni, ma sei pazza!?! E ora che fai? Voglio fare il dottorato. Ma se hai fatto così fatica ai tempi...ti ricordi cosa hai passato per matematica finanziaria? Sì però l'economia ha anche dei lati interessantissimi e affascinanti. Io ci provo, ho un mese per preparare il concorso per entrare. Hai visto, l'ho passato. Tanto tre anni passano in fretta.

- E qui ti voglio. Ti ricordi cosa successe quando finisti il dottorato?

- Eccome! Sono rimasta un anno senza lavorare. Avevo trent'anni e una gran paura. Paura di aver sbagliato tutto, osato troppo, che non avrei avuto altre possibilità, che avrei fatto meglio a capire quale fosse davvero la mia vocazione piuttosto che scelte formative spendibili...tutto vero in fondo...

- E com'è che poi sei arrivata al posto fisso a tempo indeterminato? Secondo me non te lo meriti. Non te lo meriti perché non hai assecondato la tua natura, perché per anni hai fatto dei meri tentativi a caso, perché non sei destituita di particolari qualità, perché hai osato troppo e ti ha detto bene per pura buona sorte...conosco almeno trenta persone più intelligenti e in gamba di te che non stanno come te e lo meriterebbero molto di più

- Hai ragione...il mio sviluppato senso di gratitudine trova il suo fondamento nella coscienza di una sorte fin troppo indulgente con me. Eppure ogni tanto ancora mi scappa di chiedermi come sarebbe andata se avessi capito davvero cosa volevo

- Bello sbaglio mia cara. Piuttosto, tanti auguri che oggi è festa anche per te

martedì 21 marzo 2017

Ma poi, chi se le cura?

Questa proprio non ci voleva. Stasera mi è salita la febbre. Ho dolori in tutto il corpo, i brividi, un raffreddore di quelli che non respiri, la tosse e riesco a stare in piedi solo appoggiandomi a qualcosa. Credo che non mi sia mai successo da quando vivo a Milano. Ho passato l'inverno a correre in qualsiasi condizione meteo e non mi è mai venuto niente e adesso una primavera dispettosa mi dice che toccherebbe anche a me. Mi dispiace essere così vulnerabile quando sono sola. L'ultima volta che stavo così ero tornata a casa mia e non so come sarebbe andata a finire se fossi stata sola. Successe questo. Mi alzai dal letto e capii che stavo davvero molto male e siccome i miei erano al piano di sotto feci a fatica le due rampe di scale, mi avvicinai a mia madre dicendole "per favore chiama qualcuno" e poi caddi a terra. Mi risvegliai sul divano dopo qualche minuto e poi non feci altro che vomitare per due giorni interi. È successo due anni fa e dopo qualche giorno  mi sarei operata al piede in una condizione davvero debilitata. Dopo l'operazione sono tornata a Milano nello stesso giorno e sono di nuovo svenuta nel treno. In quell'occasione mi hanno raccolto dei ragazzi in gita.

Io credo che il punto sia proprio questo. Quest'anno mi sono infortunata un sacco di volte, con buona pace dello sport che fa tanto bene, però il dolore è diverso dall'assenza di forza e dall'incapacità di affrontare gli ostacoli per ragioni oggettive. Ma tant'è, prima o poi imparerò pure a raccogliermi da sola.
Mentre ho la febbre penso all'elenco della donna ideale che viene dall'est e penso che gli uomini abbiano ancora nella testa esattamente quel tipo di donna. Non è colpa di nessuno, ma solo di un modello culturale antico quanto il mondo, inossidabile, assecondato esplicitamente e tacitamente più o meno dall'intera umanità, pure da quella che ne riconosce l'assurdità e il senso di sconfitta di tutte le battaglie di rivendicazione femminile. Tutto tempo ed energie perdute. Non si è fatto un passo. Agli uomini piacciono solo gnocche e sottomesse. Amen e poi non ho abbastanza difese immunitarie per non assecondare un pensiero così dominante. Perché uno si dovrebbe impegnare al massimo sempre per tutto? Hanno chiuso il programma e mi fa piacere ma purtroppo certe tristissime verità permangono e magari ci si potrebbe intanto attrezzare un poco meglio per cambiare metodo e risultati. E poi, chi di noi davvero vorrebbe un uomo accanto che nella testa tiene quel modello femminile? Sinceramente...chi lo vorrebbe?

Io stasera ho una febbre che sento aumentare sempre di più, domani almeno per un paio d'ore andrò lo stesso in ufficio perché devo fare una cosa urgente, ho gli occhi gonfi come due palle da tennis e mi sento offesa dalla mia debolezza che mi impedisce di non avere paura di alzarmi e cadere per terra.
E proprio in questo momento così difficile ho pensato che ci stanno cose che devi fare per forza, indipendentemente dal fatto che senti di farcela oppure no. E poi ci stanno le cose che non fai perché approfitti del fatto che sei debole e indifeso, te la racconti un po' così e ti assolvi perché capisci che certe volte una risorsa scarsa come l'energia non può essere sprecata sapendo di non ottenere subito una gioia.

Io stasera sto male, eppure ho cucinato e ho lavato i piatti. Poi mi sono seduta e non ho fatto più niente. Direi che è più che sufficiente per una che quando si ammala si trova a curarsi tutta da sola.
A proposito, ma le donne dell'Est si ammalano mai? E se sì, chi se le cura?





domenica 5 marzo 2017

Letture, riletture. Nuove chiavi

Da circa una decina di giorni ho apportato un po' di varianti ad alcune delle mie abitudini più consolidate. Ho ritenuto necessario farlo perché, dopo anni che mi sono concessa solo letture compulsive di fumetti o cose pop melense alla Catalano, mi sono imposta di portare a termine tutti i libri iniziati e non conclusi perché dal grado di impegno non sindacabile. Attribuisco la responsabilità di questa mancanza di disciplina a diversi fattori, alcuni colpevoli come il prediligere le soste sull'i-pad in ogni momento di libertà, altri dettati dalla gestione del quotidiano fatta di pasti sempre rigorosamente preparati da me, attività sportiva immancabile e ancor più irrinunciabili film visti dentro i cinema. E allora, al netto di questi fattori non negozialibi ho preso ad andare al lavoro in autobus, pregando di non incontrare nessuno che conosco, e mi metto a leggere tra adolescenti che ripassano lezioni ingrate e altre persone di cui non riesco ad identificare i ruoli.

Piano piano sto recuperando attitudini perdute e stati d'animo che avevo rimpiazzato con forme un po' patetiche di attese e di rincorse affettive senza fondamento. Questo è successo negli ultimi anni di faticoso affannarmi tra la gioia di avere la piena responsabilità della mia vita e il bisogno di vivere questa fase concentrandomi su dell'altro. Non so se sia stato tempo perso o un passaggio necessario, fatto sta che non penso che baratterei il mio stato d'animo attuale con gli ultimi quattro o cinque anni, durante i quali ho fatto una marea di cose, ho goduto di buona salute, viaggiato...ma soffrivo quasi sempre ed ero costantemente ansiosa e inquieta. E a me questo basta per pensare che sia stato un vero inferno che non avrei voglia di ripetere.
Poi, ad un certo punto, mi sono ricordata di quando stavo bene in quella maniera che non ti fa desiderare niente altro che assecondare il presente. Ci stava sempre un libro bello, molto silenzio, nessun amore e, in generale, una vita sociale preziosa ma molto limitata.


Io sono sempre stata così e, purtroppo o per fortuna, mi è sempre bastato. Forse è per questo che quello che mi ha detto la direttrice l'altro ieri mi ha molto colpito: le avevo chiesto di spostare le ferie che ho preso per l'8 marzo così avrei potuto partecipare alla riunione indetta per quel giorno. E lei mi ha risposto che non avrei dovuto rinunciare a festeggiare la festa della donna per una riunione. Ecco, io mai mi sarei sognata di fare una cosa simile, tipo vestirmi da baldracca e andare a vedere gli spogliarelli, ma neppure partecipare a un corteo per i diritti delle donne...o qualsiasi altra cosa insopportabilmente posticcia e retorica, e l'idea che qualcuno possa pensarlo mi ha atterrito. Io non festeggio proprio nessuna donna. Dovevo semplicemente fare una seduta di fisioterapia...cose da matti...

Una delle cose che salvo di questa strana fase della mia vita "sopravvissuta" è questo diario quasi quotidiano nel quale ho dato sfogo alla maggior parte delle mie inquietudini, a qualche insospettabile gioia, al senso di colpa da scarso senso della realtà e ai fiumi di lacrime molto nutilmente versate ma non per questo meno dignitose. Non capirò mai i meccanismi per cui così tante persone si sono soffermate su queste cose qui. Ho tentato di fare delle ipotesi, ma so soltanto che la quasi totalità di voi proviene dal mio profilo di Facebook, che vedere numeri a tre cifre è una cosa che non mi spiegherò mai e che spero che oltre a trovarmi irrimediabilmente buffa e problematica abbiate ritrovato anche dei piccoli frammenti di voi stessi. Mi piace pensare che ci sia un po' di empatia e identificazione anche per me che nella mia vita reale sono così poco socievole e per nulla chiacchierona.

Molti degli elementi tossici che mi hanno spinto a scrivere credo siano stati sconfitti. Non piango più da abbastanza tempo, non aspetto più nulla, vivo ancora della fatalistica speranza che tutto possa ancora accadermi ma non farò più niente per forzare gli eventi. Ma soprattutto leggo di nuovo come si deve. Che credo sia la cosa migliore che potesse ri-capitarmi nella vita. Con amarezza mi rendo conto che tutto il resto è stato un "inutile bagaglio ed entri in te".

"Non esiste a questo mondo qualcosa che sia all'altezza dell'immagine illusoria che ce ne eravamo fatti quando avevamo perso la lucidità" (Murakami - L'arte di correre)



martedì 21 febbraio 2017

Verifica di "esistenza"

La parte più interessante del mio lavoro è quella che mi vede andare in verifica esterna. Di solito vado negli studi di commercialisti e avvocati del centro di Milano per verificare l'esistenza di alcune società che vantano dei crediti iva nei confronti dell'ufficio presso cui lavoro. Tutte le volte che mi confronto con questi professionisti sono tenuta a stilare un verbale, chiedere della documentazione, ascoltare delle argomentazioni varie ed eventuali sull'attività svolta..tutto abbastanza interessante, se non fosse per certe situazioni, decisamente pirandelliane, nelle quali definire come esistente una società è più questione di dialettica sottile che di realtà dei fatti. Ma tant'è.

Pure io a volte me la racconto cercando di dare all'evidenza delle interpretazioni diverse. Una di quelle frasette virali che mi piacciono abbastanza per il loro blando paradosso dice "ti cambiano anche le cose che non succedono". Ma cosa significa davvero? Forse si tratta delle aspettative disattese. Io credo che accada sempre qualcosa, che non ci siano dei vuoti nell'esistenza e che nessuno viva davvero solo alla giornata. Tutti quanti pianifichiamo e ci diamo un orizzonte temporale più o meno ampio per far succedere delle cose. Credo che sia questo che cambi davvero le persone. Le cose che non sono successe non esistono e quindi le aspettative disattese non dovrebbero avere titolo ad alcun ruolo nella nostra vita.

Prima di venire ad abitare a Milano desideravo con tutte le mie forze di non vivere a Milano. Avevo una paura matta di questa città e speravo soltanto di finire al massimo in un'anonima e rassicurante provincia della bassa padana dove non succede quasi assolutamente niente. Non è successo e non ho nessuna voglia di sapere come sarebbe andata se stasera non fossi nel bilocale più bello dell'universo nella città d'Italia che mi ispira di più.
A vent'anni mi ero data il tempo limite dei trent'anni per formare una famiglia coll'unico amore della vita. Ne ho quaranta e l'evento non è stato neppure vagamente sfiorato. Non è successo. Che madre
sarei stata è questione che non mi appassiona più. Che compagna mi sarei rivelata...mah, so di essere molto affettuosa e totalmente concentrata nei rapporti a cui tengo ma, per quanto ritenga che possa bastare, rimane una cosa non dimostrata e quindi non appartenente alla mia storia.
Quando cercavo lavoro volevo esattamente qualcosa di simile a quello che faccio ora. Sono sincera. È successo. Se non fosse successo credo che avrei viaggiato per più tempo possibile, mi sarei mantenuta facendo la cameriera nei take away, dormito negli ostelli, letto fumetti tutto il tempo, corso come Forrest Gump. Non è successo e non saprò mai se mi sia persa la mia vera vita o semplicemente quella di una fallita diventata poi una pazza incurabile.

Alla fine credo che sia tutto giusto così. Le cose che non accadono sono semplicemente lo spazio necessario per quelle che ci capitano e ci cambiano. Non esistono i "se fosse andata così piuttosto che...". Io credo nelle geometrie dell'esistenza e nell'esattezza di tutto quanto accade, non certo per cause religiose. È che io della realtà mi fido. Sempre. Pure quando mi propone un leghista e al senso di vuoto cerebrale che avverto pure a distanza di sicurezza; pure quandomi fa guardare in faccia alle disabilità e alle malattie, ai sentimenti calpestati, alle guerre. Quella di vivere non è una scelta, capita senza averci chiesto pareri. Ciò che si sceglie è il tentativo di rendere questa strana esperienza una cosa che ci riguardi davvero. A volte questo esercizio mi risulta alquanto ostico e vorrei abbandonarmi al nulla e all'apatia. Altre volte ci sto dentro fino in fondo ed è proprio in quelle che "verifico" la mia di esistenza. Tutto quello che non mi è accaduto semplicemente non è verificabile. Nel mio verbale non saprei neppure come metterlo.





giovedì 24 novembre 2016

Giorno del mio ringraziamento a...

Vediamo se riesco a non escludere nessuno. In realtà se dovessi dare una risposta a bruciapelo non mi verrebbe subito in mente qualcuno o qualcosa in particolare, o meglio mi verrebbero in mente solo quelli ovvi, eppure sono certa che se faccio un bel respiro, spengo la radio, appoggio la schiena su questo meraviglioso termosifone e mi rilasso, mi verrano in mente un sacco di persone a cui destinare un sentito ringraziamento "argomentato"... Vediamo da dove posso cominciare. Il presupposto è che nessuno attraversa la nostra vita per caso. Se così è tutti hanno un ruolo necessario nella nostra esistenza e per questo meritano un riconoscimento.

Grazie a quello strano individuo che incontrai a sedici anni, bugiardo e imbroglione che mi ha fatto da subito capire cose dell'universo maschile che avrei ritrovato troppo spesso nella mia vita (arrivo a dire sempre), insegnandomi così a soffrire sempre un poco di meno ogni volta. Avrei potuto imparare prima e meglio la lezione, ma a volte sento come necessario pure ripetere per fissare meglio i concetti. Gli uomini a cui voglio bene non mi trattano mai come voglio io. Io oggi però aggiungo...non ancora...

Grazie al prof di economia che tantissimi anni fa mi fece ripetere l'esame tre volte. Credo che ad oggi sia ancora lui una delle tre persone più importanti della mia vita e forse lo sa anche.

Grazie anche alla fantastica "bocca di rosa" che orbita nei pressi del mio "territorio" e che in meno di un anno si è creata una corte di uomini adoranti che in processione vanno a trovarla come fosse la madonna. Ho imparato che ci sta una maniera di essere femmina che io trovo assolutamente invidiabile, quanto del tutto aliena da me. Non potrei mai competere con lei, ma osservo gli uomini che la cercano e penso che forse non sia poi così male che io non sia il loro tipo...se sapesse quanto mi è stata d'aiuto per comprendere ancora meglio quello che davvero cerco io nei rapporti e la qualità di uomo a cui tendo per soddisfarli.

Grazie al mio fisioterapista, perché quando stai tanto male nel fisico ti rendi conto che il dolore esistenziale, quello dei tormentati che fanno credere al mondo che stanno soffrendo più di te pure se non ti sanno spiegare il perché o in base a quale presunzione valida, è solo un'operazione di marketing per diversificare il mercato. E poi grazie di nuovo a lui perché mi ha insegnato a correre e quando corro io penso solo a quello. Quanto può essere bello quando le gambe bruciano come il fuoco e il cuore arriva a battiti impensabili. La sofferenza bella esiste e lotta con noi.

Grazie al direttore regionale che per ben tre volte ha rifiutato la mia richiesta di andare un anno all'estero. In realtà io muoio dalla voglia di lasciare quell'ufficio per un tempo più lungo possibile, ma le mie ragioni non sono chiare neppure a me e quindi io devo resistere lì dentro per tutto il tempo che posso, trovarci la mia dimensione naturale e non tentare fughe inutili da nemici inesistenti. Per ora temo che il mio posto sia ancora là. Credo che sia un bene che io mi costringa a rimanere là dentro, sono certa che quando sarà il momento le cose andranno come è normale che sia in un sereno ambiente di lavoro.

Grazie a tutti quelli che anche con precisa volontà di farlo hanno voluto farmi del male, colpirmi, aiutarmi a capire che soffrire e accettare il dolore vuol dire crescere e sviluppare risorse insospettabili da "combattente".
 E soprattutto grazie a quelli che non mi hanno amato mentre io lo facevo senza motivo. Mi ha fatto assai piacere lo stesso. Senza nulla pretendere.


venerdì 26 agosto 2016

La seconda migliore scelta possibile

Ormai sono tanti anni che ho fatto mia la convinzione che raccontare i fatti propri e decidere di condividerli con chiunque trovi la cosa divertente/interessante/discutibile/detestabile o anche solo la maniera più efficace per confrontare l'esaltante vita di un vip da rotocalco con quella di una anonima sconosciuta, emigrata da una provincia del sud nella scintillante Milano e che si muove nel mondo incespicando e cadendo...e ridendo delle sue ricadute.

Però certe volte è proprio imbarazzante. Da un po' di giorni, prima dell'ennesimo terremoto che ci ha colti impreparati come sempre, riflettevo su quello che è stata questa strana estate per me. Pensavo che è stata bella perché mite. Mite nella temperatura, negli imprevisti, nel traguardo tanto temuto dei quaranta e invece alla fine me li tengo con tanto piacere. Sì, mite è la mia parola chiave di questa estate. Mite anche per l'accettazione atutte le mie attese mal riposte, per il cuore mai appagato ma alla fine...fa' niente, per gli obiettivi che voglio raggiungere ma stavolta con un passo diverso. Avevo bisogno di un'estate così per riparametrare tutto. Ma è imbarazzante. Mentre scrivo sono fresca delle immagini di blob, che è il mio unico canale di informazione televisiva. Raccontava il terremoto cucendo i servizi abominevoli della nostra peggiore televisione, alternandoli ad immagini non commentate che finalmente rendevano giustizia a tutti i racconti mancati.
È imbarazzante non trovarsi mai in sintonia con gli umori del mondo, questa colpevole percezione che la mia quotidiana battaglia individuale per mantenermi più viva che posso è spesso in netto contrasto con gli accadimenti della storia collettiva.

A me piace parlare delle cose che mi succedono, pure di quelle che dal mio personalissimo punto di vista sono dolorosissime, perché uno dei piccoli miracoli che può fare il racconto è proprio quello di restituire nuove forme ai fatti, spesso rendendoli buffissimi ed esorcizzandone quasi del tutto il peso. Ma come si fa davvero a raccontare il dolore che non sai codificare e che puoi immaginare solo come ipotesi remota perché quando succede, e gli sopravvivi, poi di quello che eri prima ormai non rimane più nulla?

Io vivo sola ormai da tantissimi anni, eppure mi succede ancora, ogni tanto, di notte di svegliarmi di soprassalto. Forse perché raggiungo dei picchi di solitudine così insopportabili che si trasformano in incubi spaventosi. E mi dico sempre che è vera la storia che fa più paura avere paura, da soli, di notte. Poi passa, ma non ha senso lo stesso.

E così ho pensato che è davvero strano provare questa riconoscenza gratuita per una stagione, un'età, uno stato d'animo pacificato, un cuore che si è fatto consigliare dalla ragione e ha deciso che è più forte lei...in aperta contraddizione con un mondo che procede spedito verso imprevisti ingestibili ma prevedibilissimi, l'odio rancoroso e infondato per tutto ciò che è diverso , il chicchiericcio ipocrita e incompetente, lo sciacallaggio.

Io non sono in grado di fare molto per impedire tutto questo, se non provare ad agire secondo una sensibilità e una coscienza che presumo essere aderenti a quella collettiva. Ma non lo so come si risolvono i problemi e mi piacerebbe, una volta tanto, che quelli che sono delegati a farlo ci riuscissero con fare illuminato. Però posso provare a fare una cosa a cui non avevo mi pensato. Posso provare ad essere meno triste che posso che, ti assicuro, è una roba quasi impossibile quando la tua pretesa è quella di essere felice a tutti i costi. Non è questo il tempo per essere felici. Se non lo siamo tutti non può esserlo davvero proprio nessuno.

E niente. Tutto qui: essere meno triste che posso è la mia migliore seconda scelta possibile che posso fare per pensare che una nuova estate mite per tutti sia possibile. A me per oggi basta anche soltanto non svegliarmi all'improvviso in piena notte


  

giovedì 25 febbraio 2016

Resiliente "sfegatata"

Fa parte della resilienza. Anzi, per quel che mi riguarda la mia resilienza sta tutta in questa capacità che ho imparato a sviluppare soltanto in questo ultimo anno. Io non discuto più su niente con chi ha delle convinzioni profondamente differenti dalle mie. Ho dovuto imparare a farlo perché odio litigare e fuggo da ogni tensione da confronto delle idee non condivise. E poi non sono capace di gestire il dopo-discussione. Sono profondamente convinta che i legami che cominciano a sfilacciarsi per mancata visione comune siano irrimediabilmente minati per sempre. Dopo non ci sta più niente da fare e quella ferita se ne rimarrà lì abbastanza fresca per farsi ricordare. Io ho cominciato ad allenarmi col collega ultra cattolico che dice cose così inaudibili per le mie orecchie che ho giurato a me stessa di non trattare mai più certi temi con lui, che tanto è inutile e poi noi ci vediamo inevitabilmente tutti i giorni.

Oggi è stata approvata una legge schifosa. Per arrivarci è passato un sacco di tempo, ho sentito cose che mai avrei potuto credere che rientrassero nelle convinzioni di un individuo pensante. Giuro che raramente ho provato così tanto sconcerto nell'epilogo di una questione quanto mai cruciale per il progresso civile. Ma tant'è e la resilienza non si esercita a chiacchiere, la usi per queste cose qua sperando che questo non incida troppo sulle funzioni epatiche.

Una cosa simile mi capita quando ascolto i miei programmi radiofonici preferiti e ci sta gente che chiama per esprimere il proprio fondamentale punto di vista e alla fine dice scemenze e fesserie assolute che non è capace in alcuna maniera di argomentare ed esprimere secondo logica. E così tutte le volte mi chiedo come sia possibile che ci sia una umanità che va a votare, che incide nel mondo con le sue azioni, le sue abitudini e soprattutto con le sue presunte idee senza che sia possibile far notare loro che sono dei perfetti imbecilli in senso assiomatico. No, non accetto reazioni del tipo: "magari l'imbecille sei tu" oppure "sei così intollerante che non accetti il parere degli altri" oppure "guarda che una visione del mondo diversa dalla tua è del tutto normale fa parte della democrazia". Non accetto reazioni di questo tipo perché dimostrerebbero la non comprensione di quello che affermo con totale e inattaccabile convinzione.
C'è una fetta di umanità che non merita di votare, di esprimere le proprie idee né di condizionare la restante umanità. C'è una fetta di umanità che difetta così tanto di umanità che se non si decide a stare zitta e riflettere per tutto il tempo che le è necessario non basterà tutta la resilienza del mondo per riuscire a sopportarne l'esistenza. Non è una questione ideologica. È che Ci stanno veramente troppi fegati in pericolo.





mercoledì 10 febbraio 2016

Straziami ma di (senso) saziami

Fino alle 22:30 esatte. Non rispondo di quel che ne è stato dopo. Se uno resiste più di due spot, poi acquisisce in automatico titolo a parlare di Sanremo. Quindi io posso dire che: zero canzoni piaciute, scenografia non capita, Virginia Raffaele - di solito esilarante - non mi ha fatto ridere per nulla, Garko mi fa impressione...se avessi due anni sono sicura che mi metterei a piangere se mi sorridesse. Di Conti potrei spendere lo stesso numero di parole che troverei per raccontare un film di Bellocchio: due o tre e tutte a caso. Stamattina invece ho sentito la canzone di un tale Rocco Hunt che dice una cosa tipo "wake up guaglio'"...ecco vorrei dire a questo giovane virgulto napoletano che mentre lui dice ai suoi coetanei di alzarsi, noi quarantenni da mo' che corriamo senza sosta coi 99 posse...

Basta sono già esausta, ho esaurito tutta la mia capacità di critica sanremese. E poi oggi sono particolarmente provata. Ho dovuto fare un turno non previsto allo sportello, dovevo trovarmi in centro alle cinque esatte ma i treni del passante avevano subito un guasto e io ero imbacuccata come si farebbe a febbraio se non facessero 16 gradi. Ma perché certe volte tutto mi appare così perfettamente stonato!?!?

Per fortuna poi arriva la sera e penso che pure se a suo tempo l'ho fatta grossa a illudermi che ce la potevo fare a continuare a vivere così per sempre, alla fine ci sta quel magico conforto del rientro in casa...o meglio dell'uscita dal caos.
Sono circa due settimane che quando esco la mattina mi pesano un po' quei quarantadue minuti di cammino di cui ho già raccontato qualche volta. Me ne accorgo perché non ascolto più con attenzione quello che sento nelle cuffie, perché vorrei abbreviare in modo surrettizio il percorso, perché guardo sempre a terra e mai la strada davanti, perché quando penso alla giornata che mi aspetta la sola cosa che mi strappa un sorriso è la prospettiva  del rientro, quando in frigo troverò le mie verdurine già pronte e lo yogurt greco alla vaniglia. Mah, chissà se sono segnali che vogliono suggerirmii qualcosa o se si tratta soltanto di piccoli cedimenti naturali. In entrambi i casi non mi viene in mente  nessuna valida azione di contrasto. Forse devo trovare solo dei percorsi alternativi...

Che strano, mi ritrovo ad aver scritto queste cose mentre la mia intenzione di stasera era quella di parlare del fantastico tema della sazietà, o meglio di quel meraviglioso senso di pienezza che puoi avvertire solo quando hai raggiunto il punto ottimale del tuo benessere. Io ho sempre odiato chi, con intento ottusamente pedagogico, affermava che bisognasse alzarsi da tavola con ancora un po' di appetito, perché fa bene e si apprezza di più quello che si è mangiato. Ecco io credo che questo inno all'insoddisfazione, al bisogno perennemente inappagato, a quella estenuante idea romantica del sensucht (chi lo sa se si scrive così) che risponde al "sempre agognato e mai ottenuto" sia il vero biglietto di sola andata di una vita spesa male, incompiuta e infelice.
E così ho pensato che in effetti in questo periodo mi succede una cosa molto strana. In questo periodo ho fame ma mangio senza appetito. E fare così non solo non sazia, ma fa pure tanto male. E questo io lo so per certo.






sabato 26 settembre 2015

non serve aspettare. Certe cose le capisci subito

- Ho cominciato prestissimo. A giudicare da come la penso adesso mi pare impossibile
- a fare che?
- come a fare che? L'unica cosa che mi interessa veramente nella vita
- cioè startene per cavoli tuoi a coltivare insicurezze?
- no. Quello è venuto dopo. Però in effetti già si capiva
- vabbè...sentiamo
- ho cominciato prestissimo a cercare l'uomo della mia vita.Avevo tre anni e quel poverino di G. Non si poteva allontanare da me neppure un secondo. L'asilo deve essere stato un tormento per lui, poverino. Pensa che sua madre è stata la mia prof. di lettere alle medie e all'epoca mi raccontò che era così colpita dal mio attaccamento a suo figlio che era sicura che non lo avrei mollato mai più. In realtà alle elementari già pensavo a V. Credo di aver imparato a scrivere solo per fargli trovare lettere appassionate sul suo banco. Ma certe passioni giovanili, si sa, passano prestissimo. È sufficiente andare alle medie. E incontrare E. , molto carino, molto alto, bravo in matematica...ma con un boy scout no..proprio non può funzionare...
- ma perché non hai preferito che fosse qualcuno a cercare te?
- si, certo. Al liceo mi sono fatta un po' bellina e qualche corteggiatore ha cominciato a proporsi. Ma che ti devo dire, mi ero così abituata a cercare a vuoto, che farmi trovare da chi davvero poteva essere quello giusto mi spaventava...
- ah...mi pare ovvio...certo...
- e così ho continuato. Se ti raccontassi di quello scemo di A. Che mi ha distrutto tutta la fascia 16-19 anni. Te lo ricordi, le palle assurde che raccontava e io ancora più cretina che gli credevo? Però 15 anni dopo si è fatto risentire lui. Che assurdità...mi tenne un'ora e mezza al telefono che voleva il riassunto di tutta la mia vita...ma sei matto! Hai avuto tutti questi anni per ferirmi e ti presenti solo adesso?!?!
E poi di quello di cui già ti ho raccontato, il bello che non balla. E poi di quello che è meglio che non lo accenno neanche che non sia mai, che gli uomini sposati non si guardano neanche di striscio...
- vabbè, benedetta figliola (che potresti essere Lucia, ma spero per te che non sia così). Ora l'avrai capito che non ci sei portata. Stai buona e non cercare più nessuno. O ne hai combinata qualche altra?
-....
-che hai combinato?
-una volta ho dato un bacio a tradimento a uno
- e lui che ha fatto?
-mi ha dato uno spintone. Mi ha detto che voleva solo essermi amico
-uh...e ci sei rimasta male?
- si. Ma poi ho cercato di essergli amica
- perché?
- perché ho sbagliato io. Ma tanto non siamo neppure molto amici, quindi figurati...
- e adesso?
-e adesso non mi vengono in mente altre persone sbagliate con le quali consolidare il mio talento formato  Bridget Jones. Ma dammi tempo. Ho bisogno di stare un po' da sola per trovare il modo di stare molto da sola

martedì 15 settembre 2015

La saggezza giapponese coi cocci miei

Oggi pomeriggio ho rivisto l'amica che mi aveva combinato quel l'incontro al buio con il ragazzo business oriented che avrebbe voluto vedere al mio fianco. Mi ha detto che mi saluta tanto e poi mi ha chiesto se quella sera ero stata bene. Che carina. Se fosse stata la scena di un film di Ozu sarebbe stata perfetta....

Ho distribuito inviti gratis per Expo a un sacco di persone...se a qualcuno interessasse si facesse un giro su radio 24 che Smart city lab ne ha in dotazione parecchi. Buona fortuna se ci tenete ad andare :)

La sai tu quella cosa che in Giappone quando un piatto è sbeccato si sottolinea la linea della spaccatura con un tratto d'oro, a significare che il valore delle  cose ferite e in qualche modo risanate è superiore a quello delle cose intatte? Dalle nostre parti la metafora del piatto sbeccato è esattamente opposta. Un piatto rotto, riparato pure come si deve, rimane un piatto rotto e cioè disarmonico, imperfetto, ormai non adatto all'uso.
Mica lo so quale teoria mi convinca di più.
A me le ferite fanno sempre male, pure quando si sono rimarginate. Ci sono delle lacerazioni che sono diverse dai tagli netti, sono fatte di consuzione, di mancanze e frustrazioni che non sono vere e proprie ferite, non hanno contorni definiti. Non ci puoi passare lo smalto sopra.

Vero è che alla fine te ne fai una ragione e così smetti di rimanerci male, di stupirti o di offenderti. Perché poi la gente che lo fa diventa prevedibile, scontata e persino divertente. Ma niente è come prima o come volevi che fosse o come speravi e immaginavi.
E quella che pensi sia una ferita alla fine è poco più che un'abrasione...e manco merita una passata di oro...

Non lo so i giapponesi di quali preziose ferite parlassero. I miei piatti occidentali si rompono così presto che mi conviene molto di più buttarli nell'immondizia


Sta facendo anche cose buone. No. Sono io a farle nonostante lei

 Ce ne vuole di coraggio e di fantasia per trovare qualcosa di vagamente passabile in questa mia estate arroventata e sospesa nel limbo dell...