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sabato 2 marzo 2019

Non puoi neanche immaginare...


No, non mi sono ancora stancata di farlo. Sono giorni che non riporto i fatti miei, come se la cosa facesse una qualche differenza per me o per chiunque altro. Nelle ultime sere, più o meno proprio nelle ore in cui provo a recuperare elementi di interesse nelle cose che mi capitano, è successo che mi trovassi sempre altrove o a fare altro. Ero ad allenarmi, oppure con un’amica, a qualcuno dei corsi  sul cinema, in giro per la città...avevo sempre qualcosa da fare eppure ho sentito forte la mancanza di questo mio piccolo spazio di scrittura “autobiografica” che non condivido più su fb ma che in tanti continuano ancora ad intercettare. E io spero sempre che siano degli sconosciuti o comunque persone che non scoprano di essere parte delle mie sensazioni da ricordare.

In questi giorni è successo che ho conosciuto un po’ di persone nuove molto simpatiche, che ho sorriso più di una volta pensando a qualcuno con cui non accadrà mai nulla e va benissimo così, che un’amica mi ha detto che mi vuole bene e che si sente fortunata ad avermi conosciuta, che ho fatto degli allenamenti che mi hanno dato molta soddisfazione. È successo pure che una persona mi abbia detto “tu non costituisci un modello per me, nè mai lo sarai”. E così, proprio su questa questione, direi che mi è tornata la voglia di soffermarmi e mettere per iscritto uno straccio di riflessione/autodifesa.
È andata così. C’è questa ragazza, perché manco conoscente è stata mai per me data la noia mortale che mi provoca chi parla solo di se stessa, che mi interpella con regolarità frustrante, per frequenza e intensità, sulle sue questioni totalmente fallimentari sul piano sentimentale. Da quando la conosco credo che abbia frequentato tutta la rosa possibile di casi umani maschili più farfalloni, fanfaroni e meschini che io possa immaginare. Lei, complice una logorrea inarrestabile, mi ha sempre raccontato con dovizia di dettagli  le sue parabole discendenti riferite a ciascuna delle sue fallimentari relazioni.

La scena che si paventa è sempre la stessa: lei parla, parla parla. Io la ascolto, la ascolto, mi distraggo, spero che la faccia finita e penso che per fortuna io mi limito a non trovare l’uomo della mia vita. Mica come lei che trova i peggiori catorci della terra.
Alla fine, ammesso che si arrivi ad una fine, mi è consentito soltanto occupare uno spazio di pochi secondi nei quali approfitto per dirle giusto “lascia perdere, non cercare altre spiegazioni, lascialo senza dire altro che tanto è inutile. Ormai l’incanto è spezzato per sempre. Non farti trattare così”. Ma so che lei continuerà, per un tempo imprecisato, a cercare di capire come mai quel tizio che l’aveva corteggiata, poi portata a letto, poi diventato sempre più distratto, abbia finito per riempirla di insulti ed improperi. Succede sempre così. Da quando la conosco. Con chiunque. Quando glielo faccio notare si offende, oppure finge di assecondarmi. Ma io me ne accorgo che non vuole crederci. Allora le dico che preferisco il mio metodo, quello fatto di solitudine, di attesa, di utopie, perché anche io,
come lei, quando perdo la testa e lo faccio capire poi succede che se ne approfittano e mi danno per
scontata ed è proprio allora che capisco che non ne vale la pena e che malgrado la delusione, devo ammettere che neppure stavolta era l’amore.
Meglio sola, a sognare la perfezione, che in compagnia a subire le umiliazioni.
Ma l’ultima volta lei mi ha detto che no, questa non è vita. E che è meglio averci provato e aver fallito. E poi mi dice che non potrebbe mai fare come me. Ecco perché io non sono un modello per lei. In quel momento ho pensato che finalmente avrei potuto dirle quanto mi annoiano le sue inutili storie, che sono io a non trovare degno il suo modo di procedere e di provare a farsi amare. Avrei voluto dirle quanto trovassi patetica la sua paura di stare sola e di farsi sfruttare da uomini mediocri e che il suo è puro egocentrismo tanto più irritante per questa sua pretesa dispettosa di attenzione.
Ma non l’ho fatto. Mi sono limitata a stare in silenzio, fingendo di prendere atto in modo asettico di quella osservazione. E poi ho pensato che in fondo in parte avesse addirittura ragione. Perché anche io penso che sia meglio provare e fallire, piuttosto che non provarci affatto. È per questo che ho avuto una settimana piena, così tanto da non poterla neppure raccontare in tempo reale. Le cose da fare
sono così tante che metterci dentro pure i rapporti inutili è un aggravio veramente insostenibile.
Per tutto il resto continuo a coltivare illusioni e amori perfetti, e a sorridere pensando a chi (forse) non avrò mai, gustandomi la sua perfezione, le immaginarie esperienze condivise, i baci mai dati, una separazione struggente, nessun tradimento nè dubbio o tentennamento...tutto questo mentre vivo, lavoro, faccio tentativi e non perdo tempo a capire ciò che mi è già fin troppo chiaro.
Oh no! È lei a sbagliarsi


domenica 9 dicembre 2018

Sulla forza dei legami effimeri

Sì, la metto agli atti anche qui: tra le cose memorabili di quest’anno, e per la vita tutta, c'è la foto con Nanni, anzi due, perché nella prima non rideva (ma in realtà neppure nella seconda), e l’autografo sulla trama del film di Cuarón. La scena è stata questa: lui che dice “niente dibattito, se volete sto qui per una foto con voi” . Ma nessuno osava e allora io mi sono alzata e ho detto “se è d’accordo comincerei io” e lui “ma certo! Vieni pure”, ma poi non riuscivo a settare il cellulare e allora ho urlato a tutta la platea dell’Anteo “per favore scattateci una foto!”. Che momento indimenticabile. Alla fine gli ho persino sussurrato un “grazie per tutto”...e, lo so, pare tutto una gran fesseria, ma garantisco che chi come me non vive di troppi miti, poi quelli che si sceglie li tiene assai pesantemente in conto. Negli anni passati, appena arrivata a Milano, ho fatto cose simili, seppur con un comprensibile minor trasporto emotivo, anche per certi miei beniamini radiofonici e così oggi Matteo Caccia quando mi incontra ricorda persino il mio nome, Gianluca Nicoletti mi dice di non stressarlo per gli accrediti quando viene a fare le serate a Milano e che mi farà entrare comunque, è capitato pure che i ragazzi di caterpillar mi avessero coinvolto in una puntata divertentissima a Senigallia, o che trascorressi il ferragosto con la Lusenti al parco Sempione ...tutti beniamini con cui mi accompagnavo nell’ascolto quando stavo ancora giù e che ho trovato normalissimo conoscere di persona appena sono arrivata a Milano. Che cosa sfiziosa. Sì proprio sfiziosa, soprattutto se penso che da quando vivo qui non mi è mai davvero riuscito di intrecciare legami di amicizia solida e duratura: pare che sia piuttosto confermata l’idea che Milano favorisca rapporti molto volatili ma non quelli stabili. Per quanto mi riguarda è alquanto vero e così mi sono chiesta quando è stato che in questa città ho conosciuto qualcuno, che poi per qualche motivo ho perso per la mia strada, con cui sia riuscita a creare qualcosa che andasse oltre il fatto di frequentarsi e che anzi scompaginasse il concetto stesso di valore effettivo di un legame. Forse...forse...sì ora ricordo...

- No, sarò solo io a chiamare te
- Ok. Come vuoi tu
- Domani ci sei in palestra ad “occupare” il mio tapis roulant?
- Credo di sì, anzi lo farò apposta per farti dispetto...ahahah...
- Ti vengo a trovare stasera così chiacchieriamo per almeno due ore. E mi raccomando leggi Celine
- Si ok. Senti, posso almeno chiederti perché mi chiami sempre di mercoledì alle due del pomeriggio?
- Perché è l’unico momento in cui mi concedo ancora un Toscano. E siccome io associo quell’attività ad una cosa bella, io appena accendo il sigaro ho voglia di sentirti. Così riesco a fare due cose belle nello stesso momento

È così, a me capita di incrociare persone che ho ascoltato per anni e che ho ringraziato poi di persona ma per via di una conoscenza tutta unilaterale. E poi mi capita pure che qualcuno, di cui non ho mai saputo neppure il cognome, e che ho frequentato in ritagli di tempo decisi unicamente da lui, un giorno mi dicesse una tra le cose più belle che mai potessi sentire sul mio conto. E saranno pure legami illusori, volatili, effimeri, privi di storie condivise e di concretezza. E dove sarebbe il dramma?

martedì 6 novembre 2018

Senti da che trespolo....

Tutti questi anni senza mai guardarci dentro. Twitter è diverso da fb. Di poco, ma è diverso. È più orientato alla condivisione di link a scopo informativo, osservazioni sul contemporaneo, battute ad effetto sempre molto ancorate ai fatti del giorno. Quelli bravi e con elevato potere di sintesi riescono ad essere davvero efficaci ed arguti. Ho sbagliato. Twitter è un mezzo figo di cui mi sono colpevolmente privata e ora che fb comincia a piacermi sempre di meno e qualche volta persino ad irritarmi, credo che dirotterò il mio cazzeggio virtuale nella lettura e composizione di “cinguettii” collettivi dalle migliaia e migliaia di trespoli virtuali di passeri più solitari che mai.
Pure Instagram comincia a mostrarmi il suo fianco, con il suo tentarmi ai selfie ben riusciti, quelli con la luce e i filtri che migliorano, con l’aforisma giusto che smorza un po’ la vanità, o un messaggio dedicato ad un destinatario immaginario che si spera lo intercetti e lo ispiri. Mi piace, ma non mi è utile e neppure troppo dilettevole e poi mi fa pensare sempre a quel bel racconto di Calvino contenuto negli amori difficili: l’avventura di un fotografo. E allora mi spavento un poco, perché penso che l’epilogo tristissimo di quella storia, che ha a che fare con la continua riproduzione della vita attraverso immagini che si sostituiscono in tutto e per tutto alla vita stessa, sia una tristissima profezia che non vorrei realizzare certo io.
Beh, tutto questo per dire che Twitter è un bel posto che mi sono colpevolmente persa, che fb comincia ad annoiarmi e che Instagram è bello ma non ci vivrei. E che i social sono un meraviglioso e variegato mondo, oppure esattamente il contrario.

La parte migliore del mio tempo, invece, non mi lascia dubbi: mi barcamenato tra corsi bellissimi, un lavoro che non mi dispiace, film che non mi hanno deluso, nuovi amici, vecchi amici, unitamente alla mia beneamata solitudine, che mi riempiono e che rendo possibili solo con degli incastri rocamboleschi ma armoniosi come non mi riusciva da tempo. Non tendo a nulla e non odio nessuno, pur non amando come vorrei. D’altra parte stare così tranquilla, posso garantirlo, è una condizione idilliaca che potrei equiparare all’innamoramento senza l’incubo delle passioni: uno stato di grazia per nulla trascurabile.

È morto il micino malato che i miei avevano in custodia. Mi ha fatto molto effetto saperlo perché quella volta che lo vidi mi sembrò incantevole proprio per quella faticosissima vivacità, tra fratellini che crescevano a differenza di lui, il più protetto e coccolato, ma che tremava ad ogni tentativo di carezza.  Uno degli esseri più teneri e agganciati alla vita che abbia mai visto. Hai avuto una bella vita piccolo cucciolo guerriero.

Chiuderò l’anno in mezzo ad un sacco di impegni belli assieme a quelli che ho lasciato perdere per carenza di motivazione profonda: corro di meno ma sollevo più pesi, non preparo più dolci e cucino solo per non morire. La noia spesso può dettare la tabella di ogni cosa e sussurrare all’orecchio ipotesi nuove. All’inizio sembrano soltanto “cinguettii” confusi. O semplicemente mi stavavo ripetendo, da tutta una vita, di fare solo un po’ più di attenzione. Persino a ciò che ho giusto sotto gli occhi


sabato 3 novembre 2018

(Ri)cambio di stagione

Il mio cambio di stagione è quasi finito. Ho ripreso il periodico rito di buttar via cose che non mi riguardano più, oggetti ancora funzionali all’utilizzo ma legati a ricordi non utili a giustificarne l’ingombro: magliette, tazze, pupazzetti regalati da chissà chi, candele, bomboniere...ogni tanto mi prende il bisogno di liberarmi della “roba”. Dice che lo spazio domestico ideale è quello che contiene le stesse cose di una camera d’albergo: forse è un’esagerazione se penso che proprio mai mi libererei dei miei fumetti e dei miei dvd...
Ormai le ore di luce sono diventate poche, la sera mi viene sonno molto presto e ritrovo il mio apice della giornata nel momento in cui il mio vivacissimo piumone mi restituisce il suo calore. Di solito mi addormento quasi subito e così bene che svegliarmi all’alba è solo naturale fisiologia che si realizza senza sforzo. Erano le cinque anche questa mattina di sabato, ero nella mia solita posizione quasi trasversale, abbracciata al cuscino, completamente rilassata, avvolta in un silenzio assoluto e ho subito pensato a quanto siano colpevoli, ai miei occhi, quelli che si alzano a mezzogiorno perché si perdono tutto il sonno notturno o semplicemente perché dormono troppo. Ma ogni tanto mi viene pure da chiedermi che emozioni mi perdo a non avere abitudini e attitudini diverse da quelle che ho.

Fb mi ha restituito una vecchia foto che mi piace molto che fu scattata in un giorno di cui ricordo tutto. Ho pensato al punto in cui ero, allo strano modo in cui ho assecondato un percorso piuttosto che qualunque altro, a come, ad un certo punto, cambia la percezione di tutto, persone comprese. E ogni cosa per un attimo mi è sembrata stranissima. 
Ritorno spesso a quegli anni e ancor di più a quelli precedenti, quando ancora studiavo economia e la trovavo troppo complicata e avrei certamente mollato, se non avessi fatto del mio prof il mio mentore definitivo fino alla fine del dottorato. Forse lui è l’unico tra tutte le persone che ho adorato di cui non smetterò mai di sentire davvero la mancanza. Degli altri legami spezzati non ho molto da dire: svaniti per consunzione, equivoco, bruschi cambi di rotta, inganni, superficialità, gentilezza prima mancanza di rispetto dopo, vacuità...geometrie che ho imparato a riconoscere in tempi sempre più rapidi per fortuna e da cui non lasciarmi offendere troppo. Magari chissà, forse la colpa è stata mia...ma no, stavolta lo so, non è stata affatto colpa mia. È successo così. Punto. Non ho colpe.

C’è un cielo molto grigio stamattina, io ho dormito molto bene e tra poco incontrerò degli amici per pranzare assieme e in un posto magico. E poi farò delle foto. Tra tutte ne sceglierò una che mi piace più delle altre e la affiancherò a quella di nove anni fa che ho ritrovato oggi. Le metterò a confronto senza tenere conto dell’impietosa ma banale evidenza del tempo. Ed infine deciderò a mio insindacabile giudizio che quella di oggi è, senza dubbio alcuno, la più bella


sabato 13 ottobre 2018

Chi ti ha dato le date? Io non me le ricordo. Ma in fondo neppure le dimentico

Credo che non mi sia mai successo prima e la cosa mi ha colpito molto. E non perché sia una a cui non sfugga mai nulla. Anzi. Di base vivo in un mio personalissimo mondo fatto di convinzioni ragionevoli ma sulle quali formulo spesso ipotesi fantasiose e ingenue a cui mi aggrappo fino a severe prove contrarie. Mi piace così: non credo che l’ingenuità sia assenza di intelligenza ma proprio il contrario.
Mi è “semplicemente” successo di dimenticare il mio pranzo per il lavoro e rendermene conto soltanto al momento di consumarlo. Sembra poca cosa, ma per me che tengo così tanto a quel rituale, fatto di elaborazione attenta, suddivisione per contenitori e preparazione accurata della mia mitica borsa delle meraviglie gastronomiche, è mancanza non da poco. È come se con questa dimenticanza avessi prestato meno attenzione a me stessa. Magari  non è neppure un male. Chissà. Forse sto inconsapevolmente tentando di rompere degli automatismi che credevo fondamentali solo perché consueti e perché pensare a delle alternative può essere spesso faticoso e rischioso. Può essere che mi stia dicendo di smettere di fare, pensare, programmare sempre le stesse cose.

Se mi chiedi quale sia il mio film italiano preferito e pretendi una risposta a bruciapelo è molto probabile che io ti risponda “Bianca” o al massimo “Ecce bombo” perché Moretti è il regista che ha maggiormente segnato tutta la mia “competenza” emotiva e ideologica. Per me è scontato che sia un suo prodotto intellettuale a costituire un mio caposaldo. Bianca è il film che ho visto più volte nella vita, potrei citare ogni battuta a memoria. Eppure, se ci penso bene e provo a dare una risposta più sentita, e meglio ponderata, probabilmente risponderei “c’eravamao tanto amati” o “la terrazza”. Si, credo che Moretti sarebbe la mia risposta di pancia e di cuore, ma Scola la mia risposta definitiva di cervello, oltre che di cuore. Pure quando penso a quando è stato che ho avuto percezione di un vero amore mi torna sempre in mente una sua intervista in cui parlava di De Sica. Mai dimenticherò la commozione e l’intensità del suo sguardo mentre era intento a ricordare film ed episodi del regista che più di tutti ne ha condizionato la poetica e l’immaginario,. O quando penso a quella volta che, raccontando di Troisi, usò un’espressione che a me parve un ossimoro parlando di quella sua “intelligenza dei sentimenti”. Non c’avevo mai pensato davvero, ma il mio regista è prima Scola (e subito dopo Moretti).

Forse anche a questo può aiutare accantonare le cose che sentiamo troppo parte di noi stessi: per aiutarci a pensare ad altro e fare spazio a ciò che ci sfuggiva perché eravamo troppo concentrati su quello che già sappiamo benissimo o che abbiamo deciso ci convinca già abbastanza. Vai a sapere...

Stamattina, mentre mettevo un po’ in ordine le mie carte sparse, ho trovato un piccolo biglietto con sopra scritto “date importanti da ricordare 2018”. Non c’è ancora annotato nulla e siamo già a metà ottobre. Credo di aver sorriso come quando mi imbatto nelle liste dei buoni propositi o nell’oroscopo per il nuovo anno quando dice che il mio segno trionferà.
Ma è proprio così importante avere qualcosa da ricordare? Osservo le righe di quel biglietto senza annotazioni e mi sembrano delle occasioni perdute, degli equivoci scampati, delle esperienze ancora tutte da capire. E poi guardo i giorni ancora da venire, quelle righe su cui non ho ancora nessun diritto di parola. E penso che non ha importanza, che d’ora in avanti troverò più interessanti le cose che “deciderò” di dimenticare, o di tenere momentaneamente accantonate, cosi che ricordi nuovi trovino posto da soli, senza la necessità di essere annotati da nessuna parte. Proprio come le parole di Scola, come i film belli assieme a quelli necessari, come un pasto buono dimenticato per poi essere gustato meglio solo qualche ora dopo, nella quiete di un giorno qualsiasi ormai concluso. Forse non da ricordare. Eppure a suo modo indimenticabile

martedì 9 ottobre 2018

Quelli del piano di sopra

A volte ti pare che non ci sia altro da fare che arrendersi alle avversità impreviste. E invece le cose, qualche volta, si aggiustano anche da sole. Fino a quattro o cinque mesi fa ero tormentata dal baccano infernale e inarrestabile di certi inquilini maleducati e irrisoettosi che stavano al piano di sopra. Nello stesso periodo dei vicini di casa che ritenevo amici mi contestavano il posizionamento dei tubi di una caldaia e, come se non bastasse, all’improvviso fu emesso un regolamento che impediva di stendere i panni nel cortile. È stato un periodo molto difficile ed io ero tanto più spiazzata se pensavo alla portata infima delle ragioni per cui trovavo impossibile vivere in questa casa. Mi ricordo che ero decisissima a scappare a vivere altrove, vendere o anche svendere il mio amatissimo bilocale e comprare una casa tutta nuova all’ultimo piano di un quartiere nella parte opposta della città. Conoscendomi sono sicurissima che lo avrei fatto. Se non si fosse dato il caso che, all’improvviso si è aggiustato tutto: i vandali del piano di sopra sono andati via lasciando il posto ad una famiglia che forse è fatta di piuma. Ho tolto il saluto ai vicini ex amici, assieme a tutte le decine di pastiere che ero solita preparare per loro e alle deteststissime assemblee condominiali. Quanto ai panni nel cortile, il mio papà mi ha spiegato che non sta in cielo né in terra quel regolamento e che se si azzardano a contestare li appendiamo noi...

A volte succede. Succede che decido che mi metto da parte, senza difesa ma concentrata e in attesa e ad un certo punto, come per una strana magia, le cose si sistemano per conto loro, come a premiarmi di pazienza e buona educazione, di un tempo indebitamente sciupato e di pace negata. È una strada come un’altra. Avrei potuto alzare la voce, minacciare, indispettirmi. Invece ho aspettato, mentre mi dicevo che non sarebbe stato male, ad un certo punto di non ritorno, anche scappare e andare a stare altrove. Per ora non è stato necessario e posso ancora godermi questa strana periferia che continua pur sempre a divertirmi molto, non faccio più crostate per nessuno, non scrivo più noiosissimi verbali in assemblee condominiali a cui non partecipo e quando c'è il sole stendo i panni proprio come le gioiose lavandaie degli anni sessanta. Per me funziona così da sempre: posso sperare di vincere solo quando mi sottraggo ad ogni conflitto. E ne ne sono felice. È così che ho imparato a far finta di niente, a non rispondere alle provocazioni, ai giochi psicologici, agli atteggiamenti dispettosi. È così che mi sono disamorata di persone che adoravo ed è così che ho reso il cuore un po’ più impermeabile ma pure sempre più abile a capire cosa cerca davvero e cosa di cui non tenere più in conto. Per fortuna il senso inevitabile di delusione mi passa sempre e ad un certo punto torna ancora  prepotente la voglia di avere fiducia nella luce di un viso nuovo, di aprirmi ad altre esperienze e di fare anche le cose di sempre con un passo nuovo.

C’è, di contro, una resa che mi pare invece una sconfitta fatta e finita, come quella di vivere in un paese che asseconda una politica scellerata che se non contrastata per tempo non potrà che portare ad un baratro senza ritorno. Ma un paese non è un condominio di periferia e io non sono la sola inquilina del piano di sotto. Ma chissà , potrebbe darsi che, un bel giorno, spontaneamente decideranno anche “loro” di andar via e di non tornare mai più.
E tutto tornerà ad essere come deve essere. Come per magia. O il meritato premio di una pazienza davvero infinita...

martedì 2 ottobre 2018

Un cono gelato in un cono d’ombra

Me lo sono concesso ieri pomeriggio. Prima della mia seconda lezione sul cinema horror. Faceva un freddo a cui non ero pronta, piovigginava e mi trovavo alla stazione Cadorna. Il mio ultimo gelato della stagione è stato quello di cioccolati italiani, dove prima di dire che gusto vuoi ti scegli la fontanella di cioccolato sotto cui passerà il cono. Mi piacerebbe sempre vedere la mia espressione mentre assisto a quell’operazione. Non avevo nessun desiderio di gelato, me lo sono quasi imposto. E poi avevo l’ombrello che mi dava noia e portavo pure una borsa piena di gadget sportivi che mi aveva appena regalato il mio ex coach: mi ha perdonato del mio non essserci quest’anno agli allenamenti del sabato mattina. Sono contenta che mi abbia pensato lo stesso e avuto voglia di salutarmi.
La piazza aveva un’aura troppo malinconica, c’erano tre o quattro ubriachi che bivaccavano sul bordo delle scalinate, indossavo abiti troppo leggeri, il gelato era buonissimo ma io non avevo abbastanza appetito. Poi ho preso la metro per andare a porta Genova, dove si tiene il corso, ma l’idea che sarei tornata a casa molto tardi non mi allettava per nulla. A me succede spesso di fare cose che mi piacciono e al contempo di pensare che le condizioni non siano le migliori per poterle apprezzare in pieno. E questo mi fa arrabbiare, perché mi pare uno spreco.

Ad un certo punto ho buttato via una parte del mio gelato traboccante di cioccolato e di variegato alla nutella, ho preso la metro con troppo anticipo e quando sono arrivata per la lezione era ancora tutto chiuso. Nel frattempo mi ha chiamato un amico che ha chiacchierato con me per il tempo dell’attesa e mi ha regalato la possibilità di vedere una cosa bella domenica prossima. Poi finalmente mi sono accomodata in prima fila. Andrea mi ha portato il foulard che avevo scordato alla lezione la settimana scorsa. Che fortunata circostanza! Nelle due ore successive ho preso un sacco appunti da “paura” per film che non ho mai avuto il coraggio di affrontare. Sono rientrata molto tardi, ma stavolta avevo il foulard che mi teneva protetta la gola e ormai non avevo più nessun bisogno di cenare. Ho aggiunto delle coperte sul letto e mi sono addormentata senza temere che i fantasmi tormentassero il mio riposo.

Ormai ho freddo ma non ho ancora tirato fuori nulla di adeguato da indossare ed è come se lo facessi apposta a non ritirarmi subito sul nuovo assetto di una stagione che si fa rigida senza preavviso. È un po’ come se intendessi rispettare una fisiologia che ha bisogno di un tempo diverso da quello esterno per poter assorbire il cambiamento. O forse coltivo la speranza folle di trovare proprio nel disagio una risposta nuova.

Oggi, come ieri, non è successo nulla di speciale, eppure come ieri e come sempre, penso a quello che non ho mai avuto il coraggio di raccontarmi davvero e che in origine fu la vera causa della genesi di questo blog e di ogni mio “resoconto”, tormento, senso di colpa, paura del futuro, dubbio e di ogni giornata grigia su cui provare a mettere colori e buone ragioni. Mi è così facile parlare dei fatti miei, confessare uno stato d’animo, esprimere una riflessione, persino stilare la lista infinita delle mie fragilità. Mai detto bugie, mai sovradimensionato entusiasmi o emozioni. Eppure neppure per una volta ho contemplato la reale possibilità di dirmi a chiare lettere come stanno le cose, quelle che non posso risolvere perché sono una condizione di fatto indipendente da tutto e che però muovono ogni mio passo, lacrima, sorriso e orrore. Stasera penso che sia davvero strano saperlo da sempre ma farci davvero caso solo quando comincia a fare freddo. E il silenzio si fa sentire proprio forte.

martedì 18 settembre 2018

Dove sta scritto?

Sono reduce dalla visione di un film che non conoscevo e che mi ha fortemente colpito. Ho visto “I cannibali” della Cavani, un film del ‘70 ambientato in una Milano livida e surreale sulla necessità del capitalismo di fondarsi sul conflitto impari tra forze opposte in cui il vincitore sia noto. L’ho visto in un cinema in cui eravamo in quattro (nonostante la proiezione fosse gratuita). Dietro di me c’erano due uomini che chiacchieravano. Ad un certo punto uno di loro ha detto “si, io continuo a scrivere non perché spero ormai di essere letto, ma per ricordare a me stesso che esisto”. Mi sono voltata un attimo a guardarlo perché ho trovato interessante quanto diceva e volevo dare un volto a quella considerazione che non posso sapere quale origine avesse. Forse è uno che ha scritto qualcosa, che ha delle competenze che ha approfondito e teorizzato, che ha progetti che non riesce a promuovere...non lo so, ma appena l’ho sentito ho pensato alla mia mania di prendere sempre appunti su tutto, di tenere un diario quasi quotidiano con l’infantile convinzione che tutto quello che non capisco o che non mi pare abbastanza significativo possa trasformarsi in risposte chiare quando sono trascritte.

Un paio di anni fa una mia amica che si divertiva a leggere i fatti miei su questo blog mi disse: “lo sai, quando vedo che hai scritto qualcosa e non sono a casa, comoda e con del tempo a disposizione, non apro il link e sono tutta contenta nell’attesa di sapere che cosa hai scritto stavolta. Mi piace tantissimo fare questo” . Giuro che ancora oggi credo che sia una delle cose più belle che mi siano state dette nella vita. Un’altra invece mi disse “io ti leggo solo di sabato. Accumulo tutti i post che hai scritto durante la settimana e me li leggo in una sola volta, come faccio con le puntate delle serie”. Una volta invece mi ha scritto una persona che non conosco su messenger dicendomi cose che potrei paragonare alla lettera d’amore dei miei sogni. E poi c’è M. che addirittura se ne è venuto un pomeriggio che abbiamo trascorso assieme corredato di fogli A4 con sopra stampati alcuni miei post sui quali intendeva intavolare una accurata esegesi. Che matto. Non è per vanità che dico questo. È il contrario: trovo la cosa incredibile, ma siccome è tutto vero, mi chiedo quanto possa essere grande la gioia di chi scrive non solo per provare a raccontarsi e stabilire connessioni e identificazioni ma perché sente di avere qualcosa da dire per contribuire al progresso, per fornire una nuova visione delle cose e del mondo, o anche perché ha un’idea per una grammatica diversa, un metodo nuovo in qualche campo specifico. Credo immensa.

Credo che lo spettatore dietro di me avesse proprio ragione : scrivere serve soprattutto a chi scrive, pure se poi ti legge addirittura qualcun altro e ti dice che gli piaci e lo diverti.

Dopo quella frase che non cercava la mia approvazione, e che non avrà mai il conforto delle sue motivazioni reali, è cominciato il film angosciante di cui ho detto, quello sulla necessità del conflitto per garantire il progresso, sul bisogno di un nuovo umanesimo “animale”, sul cannibalismo anche emotivo... Poi mi sono alzata, ho idealmente salutato lo “scrittore”, ho curiosato nell’ iPad e ho sorriso per i like che si mettono a vicenda su fb i fidanzati perché trovo che sia una cosa moderna tra le più romantiche, ho preso la metro e chiacchierato con un amico in chat.
E poi ho pensato che avrei voluto sapere cosa avrebbe raccontato, appena uscito dal cinema, il mio “scrittore”. Chissà che cosa serve a lui per confermare a se stesso di esistere?




mercoledì 12 settembre 2018

Rientrare. E riorientarsi

Non lo sono mai stata, neppure da giovane. Non ho mai avuto la malinconia da fine dell’estate e da rientro. Era un sacco di tempo che non facevo vacanze così lunghe e non in Italia: negli ultimi tre anni mi ero detta che in fondo è bello anche usare le ferie semplicemente per decidere di non andare in ufficio quando ho voglia di girare per Milano a fare i fatti miei o per stare un giorno intero in un cinema, o andare a correre e poi farmi fare un massaggio. Mi è sempre piaciuto farlo, come pure tornare di tanto in tanto dai miei o semplicemente starmene a Milano quando si svuota. Lo trovo naturale, gradevole, una possibilità buona come un’altra. Così come buona come un’altra stavolta è stata l’idea di andare in Grecia per una piccola ma riuscita vacanza in cui ho alternato il riposo, la mia solita fissa per il benessere facendo sport e massaggi e persino lo spazio per un po’ di escursioni. Non sono una capricciosa e non mi aspetto mai la luna da niente, ma la mia impressione è che sia andato proprio tutto come avevo bisogno che andasse. Sono tornata a Milano senza nessun rammarico e felice di ritrovarla così luminosa.

Stamattina sono andata all’esselunga e la cassiera mi ha detto “se sapesse il viso che ha in questo momento con questa luce e la sua abbronzatura. Una meraviglia”. L’ho trovata di una gentilezza dolcissima, quasi commuovente. Le ho creduto non perché davvero mi trovassi così carina, ma perché ero davvero in pace: ero contenta delle cose fresche che avevo scelto di comprare per il pranzo, della lunga passeggiata appena fatta, del giornale letto poco prima al parco e di certi piccoli rituali che mi danno la misura dei miei spazi di manovra abituali. È stata una ripresa lenta e dolce.

Nel pomeriggio invece sono stata in uno dei centri benessere nei quali mi rifugio qualche volta durante l’inverno a fare massaggi per alleviare i miei dolori alla schiena e alla braccia. La ragazza che mi aveva in consegna era una mia coetanea che mi ha raccontato del triste epilogo della sua storia d’amore. Ad un certo punto della storia mi sono ricordata che è ricominciato il programma di Gianluca Nicoletti alla radio e che io, quasi colpevolmente, ho perso tutte le nuove puntate fino ad oggi. Però non ho dimenticato la volta che disse che una donna non dovrebbe mai cercare un uomo che non la cerca mai perché se un uomo vuole una donna farà di tutto per averla. Se non lo fa è perché non la vuole, quindi non ha senso intestardirsi nel farsi viva.
Questo è anche quello che avrei voluto dire alla mia brava massaggiatrice, perché il mio guru è sempre nel giusto. Poi però mi sono detta che io non sono Nicoletti e lei è una donna che ora sta  soffrendo e soffrirebbe comunque, anche se io le dicessi che è inutile. E così l’ho ascoltata, ho pensato a quanto sono fortunata a non avere più voglia di sperare inutilmente che chi mi piace mi cerchi, mentre io aspetto col cuore a brandelli, e che Gianluca Nicoletti è una persona totalmente amabile.

Poi mi sono diretta a casa. Avevo un profumo buono sulla pelle. Nell’autobus ho trovato posto a sedere e ne ho approfittato per leggere le ultime pagine del libro che avevo cominciato in Grecia. Quando ho riaperto la porta e mi sono lanciata sul divano in quella maniera che mi è solita quando rientro in casa ho pensato che, per me, l’estate è davvero finita. Direi anche piuttosto bene

domenica 2 settembre 2018

Bagaglio a mano libera

- ma ci pensi che belle tappe possiamo fare partendo ogni giorno da Porto Heli? Abbiamo la macchina, non dobbiamo preoccuparci di dove mangiare, possiamo starcene ogni giorno su un isolotto diverso se vogliamo, visitare tutti i musei e gli antichi teatri che vogliamo...
- hey, frena...quanto dista la spiaggia dall’albergo
- niente, devi solo scendere dalla stanza
-e la colazione? Spero sia all’americana e ovviamente a buffet?
- sì
- e il centro massaggi?
-sì col 20% di sconto su ogni trattamento...ma, come ti ti dicevo, domani andrei a Spetses e poi a Hydra, poi al teatro antico di Epidauro e poi...
-frena....frena...frena. La sola ragione per cui io mi trovo qui è perché ho bisogno solo di tanto sole, tantissimo mare, cibo preparato da altri e sforzi limitati alla respirazione e altre attività minime e strettamente necessarie
- Lucia, figurati, so che ti piacerebbe ma purtroppo sai bene che se tornassi a casa senza aver fatto e visto nulla te ne pentiresti così tanto che ti appelleresti alle torture della Santa inquisizione per l’espiazione. Siamo nella culla della civiltà, neanche volendolo ne rimarresti indifferente
- smettila con questa retorica! Tra ieri e oggi abbiamo percorso in macchina quasi trecento kilomentri. Abbiamo attraversato una terra brulla e desertica, hanno l’iva al 24% (!!!) e si percepisce ovunque che è un paese in affanno. Prendi l’albergo in cui siamo, è bello ma in realtà è un casermone iperdimensionato che ricorda certa architettura sovietica, ora riproposto con una non troppo sapiente operazione cosmetica e quanto è rimasto  da vedere della culla della civiltà meriterebbe un atteggiamento meno barbarico negli scopi reali di chi vi giunga. Io sono venuta qui con un bagaglio a mano e la ferma intenzione di andare al mare, prendere il sole e fare la colazione all'americana. Tutto il resto mi pare inutile quanto una citazione di Paulo  Coelho o di un uomo interessato a più di una sola donna, o del singhiozzo, o di Homer senza Marge...
- Lucia...
-sì, stavolta voglio fare una vacanza barbarica perché so che sarebbe inutile impostarla diversamente. Sono arrivata vuota, quasi senza nessun bagaglio, eppure mi sento ancora piena di ciarpame di cui non riesco a liberarmi. Sono qui solo per posare tutto e andar via completamente libera e senza pesi
-ma intanto potresti portarti a casa qualcosa di veramente lieve, come il passato che ti riguarda davvero e da cui potresti ripartire per ritrovarti. Senza retorica. Ma a me la Grecia pare dirmi solo questo, persino da questo albergo, dalla colazione all’americana, dall’iva troppo alta...mi dice “lascia perdere tutto questo. Vieni a vedere cosa sono stata e continuo ostinatamente ad essere, malgrado ogni barbarie antica e aggiornata”
-dici che non mi peserà?
-dico che solo così avrà avuto senso venire qua con un bagaglio a mano
-passami la cartina che abbiamo un po’ da fare. Meno male che abbiamo la colazione all’americana, che sennò chi ce la fa

In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...