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martedì 31 luglio 2018

Piacere! (...a chi?)

In realtà non lo faccio mai. Perlomeno non da quando ho superato i trenta già da un pezzo. Però, complice un caldo davvero atipico, avevo deciso che questo week end mi sarei vestita da femmina che vuol farsi guardare...beh, detta così direi che non mi fa troppo onore. In realtà ho indossato semplicemente una canotta con delle trasparenze e una gonna molto ampia e colorata. Poi ho messo i tacchi e della biancheria nuova e un po’ elegante che ho dedicato soltanto a me stessa perché avevo sentito una volta una diva americana dire “indosso sempre della biancheria intima molto bella. Gli altri non lo sanno, ma io sì e cammino diversamente”. Aveva ragione: la sensualità non ha nulla a che fare con la bellezza banalmente “visibile”. Non sarò certo io a riferire se il mio esperimento “frivolo” sia riuscito o meno. Mi sarebbe già bastato sapere che ho camminato senza mai inciampare, che quella canotta mi sta ancora come l’ultima volta che la indossai (tanti anni fa) e che mi trovavo proprio bellina. E così, nonostante la mia naturale attitudine alla maglietta dei tre allegri ragazzi morti, jeans sdruciti e sneakers, mi pare sensato ogni tanto scoprirsi ed essere qualcos’altro.

Ormai ho imparato a riconoscerli tutti dal loro modo di bussare. I colleghi che mi vengono a trovare in stanza per un breve scambio di idee, amenità, pettegolezzi...sono tutti riconoscibili dal tocco: c'è chi deve assolutamente raccontarmi cosa ha visto al cinema, chi degli intrighi di palazzo, persino chi mi racconta delle sue esilaranti avventure amorose per le quali io rimango quasi sempre di stucco. La mia bolla fatta di silenzio, lavoro sempre uguale, luce naturale e poca aria condizionata, viene allegramente interrotta da queste sporadiche ma affettuose presenze. E a me questo piace sempre molto. Purtroppo in questo periodo mi toccherà quasi sempre coprire la prima informazione e l’attività di sportello. Starò sempre con la gente, alle prese con cose da dire e da ascoltare. E questo mi affatica. Ma poi oggi è successo che ad un certo punto improvvisamente, un contribuente mi ha regalato della frutta: l’aveva appena comprata e me ne ha data un po’. Gliene ho chiesto i motivi e mi ha detto che sono dolce e simpatica e la cosa mi ha seriamente commosso. E poi tutto accadeva senza che portassi i tacchi tacchi o trasparenze.

A volte mi chiedo cosa sia davvero determinante per piacere agli altri e a se stessi senza nevrosi,
ansie, ipocrisie. Ci sono dei momenti in cui penso che la solitudine e la rinuncia a coltivare legami profondi e duraturi siano soltanto il frutto dell’immensa paura di non essere mai davvero abbastanza per nessuno. Forse amo così tanto la radio anche per questa ragione: mi godo, senza precauzioni, le voci di persone che ho imparato ad amare e apprezzarne l’impostazione, le proposte musicali e intellettuali, l’allegria e gli spunti, senza pure l’obbligo di contribuire attivamente in questa lunga frequentazione, temendone le critiche, la stanchezza, un terreno di scontro. Credo che la radio rappresenti il mio surrogato più perfetto, e comodo, dell’amicizia.

Intanto adesso che è sera e tutto è stato già raccontato e ascoltato, me ne sto su questo divano, che in estate diventa pure il mio letto, a godermi un silenzio magnifico e una cena veloce fatta di quel pochissimo che ho in frigo, in compagnia solo delle ultime pagine di un libricino che vorrei non terminasse mai E con i brutti pensieri che cominciano a stemperarsi, proprio come hanno fatto quelli precedenti. Ormai la radio è spenta, una doccia fresca, i pantaloncini corti, la maglietta di cotone, la faccia pulita e la coda tirata. E poi le mutandine con i manga stampati, su entrambi i lati. Tanto non mi vede nessuno. Peccato, perché stasera penso di essere davvero bellina cosi messa. È trasparenza anche questa.




sabato 28 luglio 2018

Darsi all’ottica (e non perdersi di sviste)

Se l’avessi capito prima sarei sparita subito. Però alla fine è andata bene così: volevo completare un ciclo e al contempo necessitavo di ulteriori elementi per capire meglio. Non è detto che poi di fatto questi elementi esistessero o che ci fosse davvero qualcosa da capire meglio. Quello che è certo è che le cose finiscono. E questo è abbastanza normale e persino sano. Ciò che invece mi spaventa è scoprire che mi ero sbagliata su quasi tutto e che vivevo le esperienze con tutt’altro spirito. E questo è spiazzante, perché mi fa pensare di non aver nessuna percezione della realtà mentre la vivo. Le cose mi diventano chiare dopo, quando tutto ciò che sento di poter fare è andare via e aggiungere un tassello di diffidenza e rammarico. O forse è semplicemente così che funzionano tutte le cose belle che devono avere una buona scusa per finire prima che stanchino e diventino scontate. Va bene. A malincuore accetto che le esperienze e le persone che mi sono piaciute, ad un certo punto, con modalità e motivazioni differenti spariscano dalla mia vita. E io dalla loro.

Estate stranissima questa qui. Negli anni passati avvertivo in modo netto l’interruzine delle attività di una città che all’improvviso assumeva ritmi lenti e dilatava lo spazio. Adesso no. Anche i miei programmi preferiti alla radio stanno ancora andando, sebbene questa sia proprio l’ultima settimana. Credo che avvertirò una battuta di arresto generalizzata e improvvisa proprio da oggi in avanti, la stessa che sento in questo momento mentre pianifico il mio autunno, come se fosse un dirittto acquisito invece che un’ipotesi tra le tante, mischiata con gli imprevisti di un tempo in fondo abbastanza lontano. È che stavolta non vorrei sbagliarmi, vorrei non sentire il peso dell’equivoco o delle cose che mi sembrano belle ma che poi non erano davvero tali, ma solo il frutto un po’ immaturo di un entusiasmo coltivato male. O più semplicemente mi ostino a vedere una realtà distorta ma rassicurante..

Luglio è passato troppo in fretta e mi è sembrato che volesse darmi uno schiaffo che ho schivato giusto in tempo mentre ne avvertivo tutta la violenza. Spero che agosto trascorra abbastanza lento da aiutarmi a pianificare il mio tempo senza che abbia poi voglia di offendermi.
Sì, è proprio una strana estate, meno bollente dello scorso anno e col cuore che batte piano, con la testa che pulsa per colpa di una strana paura di cose finite ma non ancora passate. E i miei difetti di vista, che temo di non riuscire mai a correggere. Neppure con la luce calda di agosto.

lunedì 4 giugno 2018

In tempo reale

Stavo diventando matta. Sono rimasta per quattro giorni senza i giga sufficienti per aggiornare in questo spazio quella parte di fatti miei che provo a trasformare in significato e poi, sperabilmente, in tracce di ricordo. Mi sono sentita troppo sola. E poi mi sono successe delle cose che avrei avuto voglia di raccontare come il fatto che per la prima volta, da quando vivo in questa casa, abbia deciso che sia arrivato il momento di cercare una casa più grande e in una zona più centrale e che, come sono solita fare quando mi lascio possedere intensamente da un’idea, ho contattato una particolare agenzia di compravendita immobiliare di cui ho sentito parlare a radio 24 per chiedere come avrei potuto vendere in fretta questa casa. Mi hanno risposto immediatamente. È davvero strano: amo questa casa come se l’avessi costruita con le mie mani, non mi sono mai pentita di averla scelta, di tutto quello che mi ha richiesto adattarla a me e al mio starci dentro, trovo che sia una prova d’amore persino la sopportazione della terrificante umanità che mi abita in testa e pure intorno per le più assurde ragioni. Non mi è mai parso strano vivere in uno spazio così ridotto, ma ormai credo che sia arrivato il momento di pensare ad altro e altrove. Mi stupisce sempre molto il mio legame con le cose (o le case) e i luoghi in cui vivo ma mi fa ancora un immenso piacere costatare che continui ad essere questione non vincolante quando tento di delinearmi un nuovo orizzonte. Chissà, vedremo.

Durante questi tristi giorni a connessione lenta ho provato a fare così: mi sono armata di un taccuino e una penna e sono uscita con l’intenzione ferma di prendere appunti su qualcosa che avrei trovato meritevole di essere raccontato. E l’ho trovato. Riporto fedelmente:

“Sono ala capolinea del 66 in largo marinai d’Italia. Ad aspettare con me ci sono due adolescenti. Lei lo abbraccia e gli dice “allora?..che mi racconti di bello? Ma ti rendi conto, è un anno che non ci vediamo”. E lui “Ah niente di speciale” . Lei “Ma mi vedi cambiata?” Lui “...No...” Lei “fisicamente
sì, però”. Lui è piuttosto incerto, imbarazzato e di poche parole e mi pare di notare in lei una certa delusione.
Sull’autobus lui rimane silenzioso lei guarda fuori dal finestrino. Nessuno parla. Lui smanetta col telefonino. Dopo un paio di minuti lei gli posa la testa sulla spalla e gli propone un giochino da fare assieme. Io continuo ad osservarli dal vetro che li riflette e penso che ci sono passaggi obbligati che tutti noi ci saremmo risparmiati. Col senno di poi”.

È stato in fondo pure divertente prendere appunti dal tempo reale piuttosto che rivolgere lo sguardo allo schermo per ingannare attese senza sorprese. Ma non succede poi così spesso di cogliere il senso di tutto quello che mi succede sotto gli occhi. Preferisco il filtro distorto di mondi che lascio apparire e scomparire a mio piacere, che stiano li già pronti con le loro trame già scritte, con passaggi di stato repentini, senza silenzi imbarazzanti, abbracci non corrisposti, sguardi che non si soffermano abbastanza, case da cambiare o anche la sola incapacità di cogliere davvero tutta la varietà del mondo.

La carenza di giga mi nuoce abbastanza gravemente. E, col senno di poi, credo che ormai non valga davvero la pena rimanere senza


mercoledì 30 maggio 2018

Tempo variabile. Come i fianchi

Di nuovo brutto tempo. In questo momento sento tuoni che evocano altri mesi e le piogge che sopraggiungono improvvise mi vedono quasi sempre vittima prediletta mentre vado in ufficio riducendomi un pulcino completamente fradicio. Ieri è andata proprio così, ma poi nel pomeriggio c’era di nuovo un sole abbastanza caldo da farmi cedere alla tentazione di un gelato da “melaverde” ,che fa il variegato all’amarena più buono che abbia mai assaggiato, ma pure sperimentazioni ardite che apprezzo e delle quali i miei fianchi danno prontamente contezza. Ma tant’è, non ho più vent’anni e a pensarci bene direi meno male. Ci pensavo giusto un paio di giorni fa, quando a cena mi trovavo accanto ad una deliziosa ventenne a cui avevo detto “beata te che hai vent’anni”, ma in realtà non lo pensavo affatto. E lei mi ha risposto “no guarda,  non è bello per niente”. E io ero d’accordo con lei, pure se manco mi ricordo come vivevo davvero le cose, quali paure avessi, di che natura fossero i miei disagi. Ero al secondo anno di università, mi approcciavo per la prima volta alle scritture in partita doppia senza raccapezzarmici minimamente, frequentavo uno che non mi interessava per dimenticare unaltro, completamente scemo, per cui stavo soffrendo, studiavo nella biblioteca del maschio angioino solo per tenere il mare di fronte, mi truccavo troppo e non mi piacevo mai. Io non credo che certo disagio fosse dettato dalla paura del futuro perché in realtà ciò che mi spaventava davvero era proprio il mio presente e quella sensazione orribile di seguire la strada sbagliata confidando soltanto nel fatto che prima o poi sarebbe stato tutto diverso. No, i vent’anni dovrebbero proibirli per legge più o meno a tutti.

 A me sono piaciuti i trenta. Se dovessi dire quando è stato che mi sono sentita perfettamente “allineata” tra mente, anima e corpo io penso ai miei trent’anni. Avevo ormai portato a termine tutti i miei obblighi, vivevo per conto mio. E avevo dei bei fianchi. Forse mi sbaglio ed è solo l’impronta personale del ricordo ad evocarmi sensazioni che in realtà erano un’altra cosa. Chi lo sa se anche per quella deliziosa fanciulla, così consapevole di quello che le piace, appassionata di un regista che fa film sugli skaters (...ma forse sono io a non aver capito bene...) e così inquieta, in realtà non abbia già raggiunto una maturazione piena, quella che non cerca altro se non di esprimersi con mezzi ancora da trovare, o se invece i dubbi assalgono anche lei e che un nome tatuato sull’avambraccio sia soltanto un equivoco ancora tutto da chiarire.

Il tempo è così variabile e imprevedibile, la pioggia mi coglie sempre impreparata ma poi dopo c'è il sole e io mangio gelati che subito mi fanno ingrassare. Ma questa non è una buona ragione per desiderare i vent'anni. E così stasera, che piove per un po’ e poi subito smette, ho pensato che se dovessi avere anche io un progetto per il futuro sarebbe questo: ritrovare i miei trent’anni. Almeno per un altro poco. Ma non ho più l’eta. Non più quella. Oppure ho solo bisogno di altro tempo per tornarci.

mercoledì 9 maggio 2018

specchio perplesso

Non sapevo che dirmi. Ci sono giorni che mi sembrano opporsi alla fissità di un ricordo qualsiasi sebbene ciò non sia per ragioni legate alla scarsa portata di quello che mi accade: non ho mai pensato che una vita degna di essere raccontata debba necessariamente vantare fatti o episodi significativi. Il senso di un ricordo sta in ciò che si sta provando o semplicemente nel modo di elaborare il proprio quotidiano, una semplice frase, un obiettivo...in teoria potrei affermare che è sempre il momento di scrivere per raccontare.

In questi ultimi giorni mi sono concessa ottime scuse per non dirmi nulla e se dovessi fare un breve resoconto di quello che mi è successo  ricordo solo di un tempo eccessivo ad ascoltare questioni un po’ tediose su affari di cuore altrui che mi appaiono fin troppo chiari. Ma in fondo che diritto ho io di reprimere sogni e illusioni? Ho visto dei film che mi sono tutti tanto piaciuti, ripreso le lezioni sul cinema di cui ho sentito  forte la mancanza e ho cominciato un corso sull’arte contemporanea di cui sono rimasta felicemente sorpresa. Non si è ancora costituito il nuovo governo e in questo momento Cacciari è alla tv e sta dicendo cose ovvie assieme ad altre che richiederebbero quantomeno una competenza lievemente più specifica su questioni di economia. Ma forse mi sbaglio ed è davvero sufficiente interpellare un intellettuale che per ricordare al mondo di esserlo non fa altro che stare in video a diffondere verità assolute. Se dovessi trovare una parola chiave per la fase generale che mi ritrovo a vivere, per non raccontarla, userei la parola perplessità. Non faccio altro che rimanere perplessa in senso “olistico”. Se dovessi produrmi in una lista finirei per avvalermi dei rotoloni Regina. Se dovessi darne un saggio immediato potrei dire che sono perplessa quando:

-quando mi alzo al mattino all’alba e bevo due bicchieri d’acqua e una compressa di ferro, ma poi sono sempre quasi anemica
-quando penso alle volte che ho chiesto di partecipare ai bandi per fare un anno di lavoro all’estero e mi è stato detto di no. Perché? Perché non si può, anche se il bando è interno...
-quando amo starmene per conto mio ma poi non faccio che sorridere al solo pensiero di poter rivedere le persone che mi piacciono
-quando penso che non avrò mai dei bambini ma il futuro mi interessa come se ne avessi
-quando penso che Jovanotti è un cantante di successo e non mi capacito delle ragioni per cui sia così
-quando vedo che nell’armadio ho vestiti che ho comprato io stessa ma che poi non ho mai messo
-quando mi dipingo le unghie e le labbra di rosso anche se fatico a riconoscermi
-quando al supermercato compro una vaschetta di gelato e poi però la poso subito perché...ma che ne so perché...

Potrei non smetterla mai. Ad ogni mia azione corrisponde quasi sempre una reazione uguale e perplessa e io davvero non saprei dire quale delle due abbia in sè le ragioni più valide a fornirmi l’idea più precisa dello “spirito del tempo”, sospeso tra verità inviolabili, che a me paiono più tautologie che qualcosa di molto altro, e l’eterna incertezza da assenza di riferimenti solidi a cui aggrapparmi. O con i quali farmici un bel cappio.

Sono giorni così, che si susseguono con calma rara ma autentica, come quella vissuta quando si riesce a non indagarne troppo accuratamente le ragioni.
Questa pace andrebbe onorata almeno con un variegato all’amarena accompagnato con delle cialde. Ma al supermercato ho finito per non cadere in tentazione.
Che sciocca.



sabato 14 aprile 2018

Il sole di Milano. Così chiaro che confonde

Quando a Milano c’è il sole trovo che sia un delitto non stare tutto il tempo fuori casa. Se poi questo regalo arriva dopo un tempo incalcolabile di pioggia e freddo e addirittura di sabato, allora ha senso mollare ogni tipo di reclusione e incamminarsi con o senza uno scopo reale. Io sono uscita molto presto e come una vecchia consuetudine, solo brevemente interrotta, ho corso con i miei compagni. Avevo con me un borsone, due piccoli libri, un pranzo al sacco consistente in due panini integrali farciti con mozzarella e pomodoro e spinaci e parmigiano e una bottiglina di succo di mirtilli. Li ho mangiati passeggiando per via Torino, una strada che ho molto amato e che ho praticato moltissimo nei miei primi anni in questa città. A quel tempo c’era la fnac, responsabile di quasi tutta la mia videoteca e del mio primo i pad. Era un posto magnifico e al piccolo bar interno facevano una cioccolata calda che non ho mai dimenticato. Conoscevo quasi tutti i commessi, molti di loro erano gentili al punto di conservarmi sempre gli ingressi al cinema di certi fornitori. Poi un giorno quello spazio fu occupato dalla Trony e via Torino smise di essere una strada a cui volevo bene. Oggi ho visto che anche la Trony ha chiuso e io, davanti a quelle insegne smantellate, ho pensato “te lo avevo detto che era una pessima idea”. Sono arrivata fino alla fine della strada, il tempo necessario per terminare i miei panini e mi sono lasciata incantare dalle meraviglie dolciarie di ODS senza lasciarmi tentare, forse anche grazie alla strategia dello stomaco già pieno.

Ho preso la metro e c’era una signora che ha chiesto ad un altro adulto di usare le cuffie piuttosto che disturbare tutti con la musica a tutto volume. Ma lui non l’ha fatto. Lei, rassegnata, ha messo in borsa il libro che avrebbe voluto leggere e ha abbassato lo sguardo. Mi è dispiaciuto. Sono scesa alla fermata Lodi per comprare la caponata fior fiore della Coop che per me rientra tra i prodotti industriali meglio riusciti in tutta la storia della produzione di massa. Poi ho ripreso la metro, direzione porta romana. Ad aspettare c’erano anche un padre e suo figlio adolescente. Parlavano con grande complicità e molto divertiti. Ad un certo punto punto il papà gli ha messo il braccio sulla spalla e gli ha dato un bacio. Poi il figlio ha ricambiato facendo lo stesso e io ho pensato che questa
cosa non l’avevo proprio mai vista. Non tra un padre non giovanissimo e un figlio adolescente. Non li ho mollati per tutto il tempo che ho potuto osservarli e sono rimasti la cosa più bella della mia giornata.
Infine, sono andata a cinema per un film terribilmente doloroso. Lo sapevo, ero pronta. “Loveless” è un concentrato di amara attestazione dell’inattendibilità dei sentimenti umani, persino dei legami più viscerali, sensazioni di precarietà amplificate da contesti ostili, non controllabili né decifrabili. Direi un condensato di puro disincanto oltre che una notevole prova di sopportazione per me.

Quando sono uscita dalla sala il sole non era più così alto ma io ormai ero abbastanza stanca e con un bilancio pieno di voci e decisamente in attivo. Sono rientrata in casa, ho avviato la lavatrice, passato lo straccio a mangiato un’insalata e uno yogurt greco 0%. E un biscotto farcito. Lo so, non avrei dovuto perché ingrasso.
 Ma oggi a Milano c’era il sole. E quando a Milano c’è il sole ciò che è giusto riesce a confondersi con tutto. Soprattutto con quello che non lo è.

mercoledì 7 marzo 2018

Trovare lo spazio in un tempo non perduto

L’ho sempre detto. Io non faccio testo. Sulle questioni riguardanti il sud io passo sempre per quella che disprezza le proprie radici rinnegando se stessa e il dato di fatto di essere totalmente figlia di un sistema di valori differente da quello del nord. In realtà non è vero: ho sempre considerato un privilegio il fatto di essere nata in un posto e poi soltanto dopo capitata altrove e poi ancora altrove, sostando per anni, mesi o anche solo qualche giorno in luoghi lontani e poco familiari. Di indole sarei stanziale, pigra, metodica e prevedibile, ma per fortuna ho sempre gloriosamente parteggiato per uno spirito di contraddizione che mi aiutasse a diventare ciò che volevo essere per stimarmi un po’.
Fin da ragazzina ho dato per scontato che avrei trovato lavoro lontano da casa e non ho mai pensato che fosse una condanna. Per me era semplicemente il passaggio obbligato che compie chi vuole affrancarsi dalla famiglia, da una mentalità rispettabile ma lontana dalla visione del mondo che sta maturando, non volevo contare su altri che sulle mie forze e liberarmi dal controllo e condizionamento inevitabile dei vincoli di sangue. Trovavo strano che non tutti quelli che conoscevo trovassero normale un percorso simile. Andare via dal sud per me ha significato solamente questo. Nulla a che fare con la miseria o la carenza di opportunità del sud. Solo una cosa normale, tanto più se penso che ho lasciato una condizione francamente molto più comoda e privilegiata di quella che mi sono scelta.

Ormai vivo a Milano da più di otto anni: ho comprato una casa che ho più volte ristrutturato, ho spesso fatto i conti con frequentazioni sbagliate, solitudini e difficoltà varie ed eventuali e certe volte lo sconforto mi ha visto vacillare e dubitare del senso reale di certe mie scelte e davvero non saprei dire perché pensi ancora di aver fatto la cosa giusta. No, forse lo so ma in questo momento forse non ha ancora molta importanza.

Credo che tutto parta da una certa forma di fastidio per il concetto di “pragmatismo” come approccio unico al saper vivere, al problem solving e alla gestione delle emergenze...io credo che ci sia un tempo per essere “risoluti” e riuscire a svoltare senza soffermarsi a pensare troppo o darsi un numero eccessivo di ipotesi alternative. Ma penso che debba pure necessariamente esistere il tempo dei tentativi, anche di quelli a vuoto, della riflessione, del confronto prolungato per la risoluzione di problemi complessi, quando si vuole tentare di ipotizzare assetti nuovi. Per quel tempo lì la fretta, le scorciatoie, l’efficienza...sono concetti pericolosi e frenanti. Non ha senso la praticità o la tentazione facile di applicare ricette già collaudate. Io ho bisogno di tentare e di farlo lontano da tutto quello che mi appare giusto e che invece è semplicemente ovvio, comodo, “ragionevole” come una casa molto grande, un luogo familiare e prevedibile, una rendita, un meridione sonnacchioso e rassegnato, un clima mite e la parmigiana tutte le domeniche.
Stasera,  mentre il papà che è venuto a trovarmi e per l’ennesima volta mi dice quanto meglio potrei stare a casa mia, senza gente che mi cammina rumorosamente sulla testa, vivendo in un contesto fatto di radici e di persone su cui contare, mi chiedo se questo eterno mio incespicare tra continui tentativi ed errori, di cui in fondo non mi pento mai, sia in realtà solo l’occasione perduta per un benessere più immediato e a portata di mano. Poi ho pensato che tutto ciò che ho perduto, tra persone, cose, occasioni hanno finito per lasciare un vuoto, che poi sono sempre riuscita a far diventare spazio. Da ristrutturare ogni volta che ho necessità di dimensioni nuove. E io, in tutta questa ostinata assenza di pragmatismo, ritrovo persino tutto il mio tempo perduto altrove



sabato 3 marzo 2018

Il silenzio è duro?

Sapevo di aver soltanto bisogno di una buona scusa. Credo che non succedesse dai tempi dello svezzamento. Oggi non ho messo il naso fuori casa e non ho fatto praticamente nulla se non lavarmi e stendere la lavatrice. Ho persino bevuto il caffè avanzato da ieri e mangiato formaggio e insalata in busta pur di non accendere neppure un fornello. Mi sono rimessa a letto poco dopo mezzogiorno e mi sono riaddormentata come un sasso per più di due ore. Ho acceso la tv per vedere tv talk, programma di cui sono inspiegabilmente appassionata sebbene non guardi praticamente nulla di quanto viene analizzato. È un po’ come ci si sente ad essere atei in un paese a forte condizionamento religioso: ne subisci l’influsso, anche fortissimo, a prescindere dalla tua sensibilità. Sono stata in perfetto mutismo tutto il giorno e ridotto al minimo ogni azione. Sognavo questa assurda condizione da un tempo incalcolabile per una che dorme sempre troppo poco e male, ama stare con le persone ma non subire l’onere della conversazione a tutti i costi e che predilige la condizione dell’ascolto passivo, crede nei diecimila passi al giorno e proprio in virtù di questo ritiene di meritarsene almeno uno da diecimila in meno. Oggi mi sono concessa il diritto di essere stanca e di considerare questa cosa come una magnifica opportunità. Il freddo polare mi è sembrata una specie di autorizzazione dall’alto. Per molti una giornata così è da folli, sociopatici o depressi. A me per fortuna è bastato essere semplicemente fuori gioco (o fuori giogo).

Il silenzio è una cosa parecchio strana. Secondo me è la misura più perfetta di un forte legame o, viceversa, di una distanza incolmabile. Ci pensavo mentre scovavo una citazione di pulp fiction e me ne qui stavo zitta da sola a pensare alle persone a cui voglio bene. Una volta un attore di teatro, di cui non ricordo l’identità, disse che il silenzio del pubblico a volte gli restituiva un senso di concentrazione massima e rapimento totale, altre invece di totale disattenzione e disinteresse. Eppure sempre di silenzio si tratta. Sì, credo di capire cosa intendesse.


Io sono una buona ascoltatrice, direi non una eccellente conversatrice e abbastanza timida da considerare alcuni tipi di silenzio come una specie di macigno da cui divincolarmi in qualsiasi modo. Però succede pure che a volte mi sembri una cosa bella, una forma di comunicazione superiore tra persone che si stanno comprendendo al di là delle parole, dei chiarimenti/discussioni/litigi o del “buon dialogo”. Ho sempre pensato che un buon genitore sia soprattutto il frutto di tutto quanto si riesca a trasmettere senza dire, persino di assenze “eloquenti”, di forme impalpabili di appartenenza che siano capaci di insinuarsi tra gli interlocutori “silenziosi” al netto di precetti e moniti o di esperienze condivise. Ora sarebbe soltanto da capire quanto valga l’opinione di una che col silenzio non c’ha mai fatto niente di tutto questo.

Sono quasi le otto di sera, credo di non aver detto neppure una parola ad alta voce, non ho usato il mio silenzio per comunicare alcunché, non mi sono truccata, indosso una tuta molto comoda e non ho fatto quasi niente. Non ho la più pallida idea di cosa mi sia persa. Ed è proprio in questa inconsapevolezza che ritrovo la certezza di aver fatto la sola cosa che mi fosse possibile oggi


martedì 27 febbraio 2018

“...Falle come fosse un favore”...sparisci prima del voto di protesta

Alla fine credo di aver preso una decisione che non sia il frutto marcio di rassegnazione, rifiuto e apatia. In fondo ho sempre votato e immancabilmente provato un’emozione infantile nell’esercizio, per quanto illusorio, di una scelta. Ora che ci penso è proprio così: il gesto del votare ha in sé ancora un valore simbolico potentissimo per me. Mi armo di prima mattina con la mia tessera elettorale, il documento, matitina, scheda/schede, segreto dell’urna, brividino, croce su potere al popolo. Arrivederci e che il 3% sia con noi. Questione voto per me chiusa.

Da ieri ho una leggera febbre e una tosse che minaccia progressi. Non sono propriamente debole, mi sento solo un po’ intontita, per un paio di volte ho avuto una specie di leggera vertigine ma ho trovato la cosa persino piacevole. Forse è per questo che in una parentesi di conversazione tra femmine mi sono divertita all’ennesimo racconto di maschio che crede ancora di rendersi amabile se prende una donna, la tratta male e lascia che lo aspetti per ore...mi sono ricordata di come almeno uno di questi campioni delle strategie di nonno Peppe sia capitato a tutte noi che poi ad un certo punto rinsaviamo, li accantoniamo nell’indifferenziato e passiamo il resto della vita a cercare di ricordarci per quale diavolo di motivo li abbiamo considerati esseri tridimensionali visibili a occhio nudo. A me succede spesso di avere voglia di chiedere a qualcuno di quelli in cui sono incappata e per il quale ho dato voce ad emozioni senza meriti. Gli direi così: ”senti scusa, mi aiuti a ricordare perché mi piacessi tanto...perché io proprio me ne sono completamente scordata?”. In realtà poi ritorno in me, perché se sono stata capace di dare un potere simile ad omini così poco gentili, piuttosto che scappare via al terzo secondo utile, allora è stata un po’ colpa mia. Alla fine dei miei pettegolezzi con le compagnelle che mi fanno sempre ridere mi sono detta, beati gli uomini che sanno ancora corteggiare l’unica donna che scelgono e per cui hanno affetto, interesse, stima...e beate le donne disposte a riconoscere queste meravigliose risorse scarse. Vi stimo molto e giuro che non voglio neppure più sapere come siete riusciti ad incontrarvi. Questione per me chiusa.

Ho preso un’altra tachipirina, ma non credo fosse necessaria. Ho avuto una giornata divertente, preso delle decisioni che mi riguardano e ricordato fatti e persone che non mi riguardano più. Direi un’epica individuale non proprio avvincente. Eppure non mi pare di ricordare di essere stata così tanto meglio di così...Era solo tachipirina, giuro. La vera cura credo che stia invece nella prescrizione di una nuova gerarchia emotiva. Sia essa per un voto, o soltanto un volto, diverso...




martedì 6 febbraio 2018

Una (speciale) giornata non particolare

È la prima volta che succede. La tv non ha il segnale e io posso seguire il festival solo dalla radio e dai social, che è poi la maniera in cui lo facevo nei sette anni in cui non ne ammettevo la presenza nella mia casa della libertà di pensiero. Va bene così.

Dopo più di dieci giorni sono riuscita a farmi una bella sudata e a recuperare un po’ di buon umore perduto, ho pulito la scrivania come mi ero ripromessa e lavorato con concentrazione. Ormai non ci speravo più. E invece quando le giornate procedono così complici a volte succede che aggiungano anche ulteriori elementi di compiacimento. Il mio collega di stanza, persona a cui voglio molto bene pur avendo una visione diametralmente opposta su ogni cosa esistente in cielo e in terra, era assente e io mi sono goduta la mia stanza pulita e ordinata e le visite sempre gradite di colleghi gentili che decidono di trascorrere qualche minuto a chiacchierare con me, come quello innamorato del cinema e dei libri che mi chiede spesso suggerimenti su cosa vedere e me ne fornisce a sua volta e poi mi racconta chicche meravigliose che dovrei cominciare ad appuntarmi. Vorrei trovare il coraggio di regalargli un mio libro su un regista che ama e sul quale aspettavo un pensiero scritto che non è mai arrivato. Forse lo farò se sarò certa che gli farà davvero piacere. E poi è passato a salutarmi pure il collega che ha preso un part time ma viene in ufficio per fare colazione e a me questa cosa fa tanto ridere. Tutto il resto del giorno me ne sono stata in silenzio, col podcast di Melog e della rassegna stampa di Luca Telese e Oscar Giannino in viva voce e in entrambi i casi ho riso abbastanza.

Sono uscita molto tardi, piovigginava, ho comprato l’insalata già lavata e una zuppa pronta. Mi sono ricordata che ho alle spalle non più di quattro ore di sonno e un allenamento dopo un periodo di fermo. Ma avevo deciso che oggi avrei voluto smettere di essere stanca, disordinata e arrendevole, malgrado l’insonnia, le gambe in stato di pulp, la scrivania che gridava vendetta, la pioggia e i piatti pronti. Malgrado tutto. Non so se la felicità sia una decisione. Di certo lo è stato evitare che dieci giorni no possano pretendere di diventare di più. Soprattutto se ad un certo punto, mentre tenti di mettere in ordine, bussa qualcuno, ti dice cose per qualche minuto e, senza saperlo, ti aiuta a riuscirci prima e meglio.

domenica 4 febbraio 2018

Dramma della gelosia. Che esagerazione...commedia ☺️

Ci sono luoghi comuni che mi irritano più di altri. Non perché li trovi falsi a prescindere o voglia ergermi a paladina di un pensiero ostinato e contrario. Il fatto è che su certi stereotipi poi si costruiscono convinzioni, condotte, pregiudizi e intere categorie intellettuali che rendono distorte alcune delicate dinamiche umane.
Io la storia della competizione tra donne proprio non la reggo. Non so sulla base di quale accreditata letteratura, dati statistici, fenomeni rappresentativi...si sia consolidato questo assunto e di certo non tocca a me smentirlo o confermarlo. Il fatto è che quando provo a riflettere sulla questione mi indispettisco e sento che per fortuna la mia esperienza è stata (anche) tutt’altro. Conosco donne molto belle, intelligenti e simpaticissime che non ho nessuna voglia di perdere di vista per le citate caratteristiche e con le quali non mi sognerei neppure lontanamente di istaurare una qualsiasi competizione. Perché dovrei? Agli uomini piace pensare che certe guerre tra donne nascano per accaparrarsi il maschio, come certe cagnette a cui si ruba l’osso...può essere ma io da questo sono salva perché la mia convinzione riguardo agli incontri del destino non contempla questo tipo di selezione naturale. Se un uomo si sente costretto a scegliere tra me e un’altra, può lasciarmi all’angolo senza problema. il dubbio in questo caso per me è già la risposta inequivocabile che nulla di nulla sarebbe stato.
Ci tenevo molto a dire questa cosa. Perché il logos femminile, qualche volta, è meno comune di quanto la semplificazione desideri.

Oggi ho visto il film di Virzi. Se ne è giustamente ben detto e io, stavolta, mi associo al sentimento comune. A me è piaciuto soprattutto per due ragioni.  La prima è che i due protagonisti fanno un viaggio che ho in parte compiuto anche io verso quella stessa meta ed è stato bellissimo rivedere quella lunga e meravigliosa strada sul mare che porta a key west. Mi è sembrato di tornarci con loro. La seconda ragione è quella che mi sta più a cuore. E riguarda ciò che ahimè si ritiene essere uno dei principali indicatori, nonché alimentatori, dell’amore: la gelosia. Per i due protagonisti si arriva a stressare il concetto fino alla gelosia retroattiva, mancando le oggettive condizioni per degli episodi reali in corso d’opera. Ecco, tutte le volte che desidero scardinare certi luoghi comuni, mi auguro sempre di avere abbastanza argomenti per poter rinnegare questo connubio infame amore/gelosia.
Ma non ci sono riuscita. Se ho amato sono stata gelosa. Quando ho smesso di amare ho smesso di essere gelosa. Vero. Tutto vero ed è per questo che benedico la vita da non innamorata che mi permette di assistere asettica ma pure divertita al frenetico gigioneggiare maschile tra le molteplici ipotesi di conquista. Qualche volta mi chiedo se in fondo non sia giusto anche così, piuttosto che concentrarsi nell’attesa ponderata e paziente di un incontro che io sono convinta non vada assolutamente cercato ma semplicemente intercettato.

Ma che ne so e poi in fondo in questo momento che me ne importa. Però i due anziani protagonisti del film di Virzi erano proprio teneri. Forse perché reciprocamente gelosi, perché generosi, simpatici e intelligenti. La gelosia ha aggiunto valore a un sentimento profondo basato sul rispetto. Le mie no, le mie gelosie erano dovute a mancanze. E le mancanze sottraggono. Per definizione.
Una volta un amico, fidanzato da tanti anni con la stessa persona mi ha detto “...ma sai, io non mi guardo intorno perché quando mi piace una...me ne piace una. Non faccio nessuna fatica ad esserle fedele. Non c’è nessun merito. È una cosa del tutto normale”. Da allora per me è questa la risposta esatta per definizione.
Che poi io volevo solo dire che i luoghi comuni sono semplici ma discutibili e che le definizioni sono spesso belle ma di faticosa applicazione, così tanto che qualche volta si preferisce sfuggirle con un “on the road”, lungo, tortuoso, pieno di intoppi e incidenti di percorso. E poi ci sono io, che adoro quasi sempre osservare tutto questo, piuttosto che viverlo direttamente. Gelosa solo della mia tranquillità


martedì 23 gennaio 2018

La lista dei non desideri da realizzare assolutamente

Qualche anno fa, quando ancora conducevo una vita molto poco domestica, ho partecipato ad una serie di incontri tra autori, registi, sceneggiatori in quello spazio suggestivo e immaginifico che è il museo interattivo del cinema. I diversi dibattiti erano moderati da giornalisti e critici di cinema e io me ne stavo lì, per l’intera giornata ad ascoltare tutti. In una di quelle volte c’era anche Luca Guadagnino, regista che non credo di conoscere e apprezzare abbastanza ma che all’epoca mi colpì molto per l’ego piuttosto ingombrante e una certa vis polemica sulla capacità del suo ambiente di valorizzare il vero cinema d’autore. Ricordo che lo trovai abbastanza sgradevole e poco simpatico anche per quel suo ritenersi il figlio legittimo di Bertolucci, per certo snobismo nella scelta dei finanziatori, per l’eccesso di compiacimento nel dire “la mia amica Tilda” e pure per il malcelato rancore verso il mondo accademico che a suo tempo non gli concesse la cattedra che desiderava.
Poi mi sono ricordata del motivo per cui conservo comunque un buon ricordo di quell’incontro e della giornata nel suo complesso. Successe al buffet. C’era un giornalista che si chiama Enrico Magrelli (credo lavori ancora per radio tre) che mi era molto simpatico e ad un certo punto punto, non so per quale ragione, io avevo in mano una bottiglia di vino e stavo per riempire il suo bicchiere. Ma lui mi ringraziò ma disse che non lo avrebbe mai permesso. Si riempì il vino da solo. E io lo trovai davvero gentile (resta da capire cosa ci facessi io col vino in mano). Fu una bella giornata. In bocca al lupo a Guadagnino per gli Oscar che spero meriterà.

Sono molto raffreddata e mi sento un po’ stordita, ma in fondo sapevo che non l’avrei fatta franca e che la ciclicità di certe esperienze non si interrompe con un semplice auspicio. Forse è per questo che stasera, mentre danno un film di Moretti che mi diverte sempre tanto, mi sono chiesta se sia possibile stilare una lista delle cose che non farò. Anzi, mi piacerebbe proprio poter fare un miscuglio delle cose che non farò mai, di quelle che non farò mai più e di quelle che solo per il momento non farò, secondo un ordine che non renda possibile capire di che natura sia il mio “non fare”. Sono convinta da sempre che le liste siano un modo comodo ed efficace di tenere le cose sotto controllo e scandire una ipotetica tabella di marcia per raggiungere prima e meglio un obiettivo. D’altro canto hanno il difetto di ingabbiare le scelte e limitare la libertà di movimento. Sono come delle scatole chiuse. E così stasera mi sono detta che se invece parto da tutto quello che lascio fuori, ovvero tutto quello che non voglio assolutamente o che non è ancora pronto per me, ecco che all’improvviso è come se avessi a disposizione una scelta illimitata in cui individuare tutto quello che davvero non voglio, non voglio...e non voglio, anzi ciò che non voglio più, non voglio per ora, non vorrei mai. In ordine sparso potrei dire che per esempio potrebbe trattarsi di cose di questo genere:

- Dipendere materialmente e/o affettivamente da qualcuno
- mangiare carne e pesce
- frequentare uomini sposati
- smettere di fare sport
-Votare a destra o il m5s
- litigare per questioni di principio
- comprare barrette sostitutive dei pasti
- tornare dopo troppi anni nei posti in cui sono stata felice
- leggere un libro di Fabio Volo
- tagliare i capelli corti
- cercare alibi per i miei errori
- ingrassare (almeno non in modo irrimediabile)
- smettere di credere che dietro un qualunque angolo ci sia...ci sia...chi c’è?

Il film è appena finito. Il Papa ha detto che non ce la fa. E in fondo che male c’è: il mondo deve essere anche a misura della nostra fragilità e vulnerabilità e non per questo cessa di essere un’avventura gloriosa, incosciente, esilarante.
Passiamo la vita a progettare desideri da realizzare senza considerare che quelli da non realizzare sono inevitabilmente molti di più e la maniera di non realizzarli può darci le stesse immense soddisfazioni. E così stasera ho pensato che la vita, al netto dei desideri, abbia veramente una marea di spazio in cui muovermi, scegliere e nella quale prendere le mie distanze oppure no. Forse era per questo che quel giorno avevo una bottiglia di vino in mano. Io. Che non bevo mai



venerdì 22 dicembre 2017

Dove sono rimasta?

"Lucia, come mai non hai più voglia di organizzare viaggi?". È una domanda legittima se fatta da chi mi conosce abbastanza e confidi nella mia capacità di gestirmi, non certo se a manifestare questa curiosità sia mio padre, che crede che muoia travolta da una panda spinta da un nano quando decido di andare in bici al lavoro.
In effetti negli ultimi due anni non è piu una mia priorità evitare parte del rigido inverno milanese con un po' di vacanze in posti caldi, piuttosto comincia a dispiacermi stare lontana da questa città, da questa casa che con oggi fanno esattamente otto anni che c'ho messo piede, mi pesa interrompere le attività che mi scelgo e che richiedono continuità. E poi non voglio più scappare da niente. Forse è questa la vera risposta.

Stasera, rientrando dal lavoro, c'era ancora per terra il tappetino sul quale faccio i miei strani esercizi del mattino, quelli con la famigerata Rebecca, e un po' di meditazione o di rilassato ascolto di musica per canalizzare l'energia per la giornata. Amo quel faticoso rituale, il caffè con la moka pronta dalla sera prima, gli integratori, la doccia bollente, poi gelata e poi di nuovo bollente e ancora gelata...amo queste mattine  tutte buie, il ghiaccio sull'erba, via Mecenate completamente illuminata dalle lucine intermittenti dei balconi condominiali, le cuffie, gli occhi che finalmente mettono a fuoco il contesto, il respiro che condensa, la mia camminata verso il lavoro che faccio partire tremando per poi arrivare sveglia e riscaldata. Chi me lo fa fare di cercare dell'altro? Mi aspettano quattro giorni di festa e ho una pila di libri da finire e il pranzo di Natale già pronto da scongelare. Avrò la mirabile opportunità di poter scegliere di tenermi lontana da tutto ciò che è inutile, convenevole, rituale, di passeggiare molto o chiudermi in un cinema. Tutto questo senza mai desiderare di trovarmi altrove o con qualcuno.

Non è sempre stato così e non è stato indolore provare a capire cosa non funzionasse. L'inverno è una stagione silenziosa, forse concepita per la riflessione e la pianificazione. A me, nel periodo di temperature minime, si gonfiano sempre le mani così tanto da "esplodere" in piccole ferite che sanguinano per mesi e mesi fino a quando le temperature non riattivino la circolazione: una vera tortura di cui per fortuna non sono ancora vittima quest'anno. Come se non bastasse la mancanza di luce favorisce forme sottili ma insidiose di tristezza. Oggi penso che forse la cosa veramente interessante sia proprio questa sfida: attraversare una stagione difficile vivendola dal suo interno, e dal proprio interno: stare bene da soli, parlare poco, godere anche dell'oscurità e del suo mistero, accogliere la malinconia come uno stato d'animo intenso e non la parente stretta della tristezza. Se le mani dovessero gonfiarsi di nuovo, pazienza, passerà di nuovo...Perché dovrei scappare da tutto questo per una "vacanza" che per sua stessa definizione non serve a colmare vuoti ma a crearli?

Avrei voluto spiegare al mio papà che i viaggi sono una bella cosa quasi sempre, pure quando a farli ci muova una specie di smania, di inquietudine sorda a cui non si sa dare da subito un nome. Gli avrei confessato che io forse ho sempre preparato le mie valigie guidata da un simile spirito illudendomi di tornare senza più questioni irrisolte. Gli avrei detto che oggi sono tranquilla, che mi piace questo inverno, mi divertono le mie mattine ad alto impatto e certe persone simpatiche con cui mi confronto, che non voglio più spostarmi dal mio posto destinato senza sapere prima da cosa mi stia davvero allontanando.
Avrei potuto. Invece gli ho detto che ci sarebbe un tour in Islanda di slow trekking per ammirare l'aurora boreale, abbastanza caro e molto faticoso, e che deciderei di andarci soltanto se ci venisse anche lui (che tanto figurati se mi dice di sì).
 E lui mi ha risposto, pieno di entusiasmo, che ci verrebbe molto volentieri...








giovedì 14 dicembre 2017

Ho preso nota. Ancora non so quanto stonata

Ho deciso di non farlo più. Non credo sia molto onorevole che rilegga i post passati, spesso compiacendomi di quello che pensavo. Confesso di averlo fatto tutte le volte che fb mi ripropone i ricordi. È una forma di vanità di cui non vado molto fiera eppure a volte mi pare un esercizio davvero utile per aiutarmi a definire una sorta di percorso ideale di crescita o perlomeno di consapevolezza. Confesso di stupirmi io stessa di tutte le cose che mi sono successe malgrado la "gabbia" di rassicuranti abitudini in cui mi costringo per proteggermi da imprevisti spiacevoli. Di fatto c'è stato sempre qualcosa che mi ha tormentato, interessato, entusiasmato e che ho vissuto con un'intensità che tradiva l'apparente pacatezza con cui tipicamente mi si dipinge. Rileggere certi miei vecchi post mi impone lo strano esercizio di ritrovare uno stato d'animo ormai passato e immediatamente spogliarlo da ogni coinvolgimento emotivo, osservarlo in modo asettico e scoprire che in fondo era tutto così semplice, elementare, fin troppo chiaro. Perché non riuscivo a vedere le cose come oggi? Non volevo, non mi conveniva, ci stavo credendo con tutta me stessa, mi ero intestardita...vai a sapere...in ogni caso non voglio più rievocare il passato leggendo il presente che fu, neppure in questo periodo in cui dalle statistiche ho notato che qualche nuovo avventore sta recuperando post molto vecchi e io vorrei tanto chiedergli perché lo stia facendo e cosa pensa di me sulla base di cose che vorrei aver vissuto e pensato e raccontato in un'altra maniera.

Se dovessi andare a braccio, pescando solo nella memoria, direi che non vorrei che leggesse del mio unico appuntamento al buio a cui sono andata per compiacere un'amica che ci teneva molto, o di quella volta che ho pianto come una disperata sui gradini di un cinema di quartiere per ragioni che mi fanno ancora oggi una tenerezza infinita, o del mio unico post al vetriolo nei confronti di un collega con cui ora vado molto d'accordo, o di tutte le storie di pura fantasia che mi servono a mistificare la mia realtà infarcendola di ipotesi verosimili ma del tutto improbabili, o, ancora, di certi miei facili entusiasmi presto smorzati da traiettorie poi deviate altrove.
Avrei voglia di leggere quei post assieme al mio lettore misterioso magari per farlo divertire di più e spiegargli che nel frattempo ho imparato a reagire agli imprevisti e allo sconforto in tutt'altra maniera, che ho smesso di piangere per molte cose, di offendermi per i comportamenti che non comprendo. Vorrei dirgli che c'è stato un tempo in cui scrivevo che quando mi allenavo in gruppo era davvero tutta un'altra cosa...ma in realtà mi piace di più farlo da sola, che ho amato la compagnia più dello starmene per conto mio ma raramente è stato davvero così, che non riuscivo a smettere di voler bene a qualcuno e invece ci sono riuscita benissimo, purtroppo.
E poi gli chiederei se sto facendo bene a ritarare il mio modo di aderire alle esperienze. Oppure se per caso, in qualche vecchio post, ha trovato risposte che ancora mi sfuggono



domenica 3 dicembre 2017

La rivoluzione fraintesa

Ci siamo dentro tutti. Persino io, che ne sono fuori da anni. L'atmosfera natalizia, che il marketing fa partire da ottobre per montare per tempo tutte le ansie da prestazione celebrativa, prima ancora di alberi e presepi, è già respirabile con pieno affanno. Sono anni che non torno a casa per le festività natalizie, che non faccio regali, che i miei addobbi domestici si limitano ad un albero e un presepino che stanno in una mano e che mi mettono molta allegria. Rimane anche per me il momento più bello dell'anno perché non ho nessuna incombenza e mi limito ad osservare lucine, rincorse ai regali, preparativi per pranzi pantagruelici senza il minimo coinvolgimento diretto da parte mia. Più o meno per le stesse ragioni non considero utile fare bilanci di fine anno o liste di buoni propositi: ho fatto quello che ho potuto e continuerò a fare quello che posso...mi pare una risposta sufficiente per entrambe le questioni...

Ieri ho visto una mostra bellissima sulla rivoluzione culturale che ha coinvolto in varia misura buona parte dell'occidente e dell'oriente tra il sessantotto e la prima metà degli anni settanta. Al netto dell'aura magica di cui ho da sempre investito quell'epoca, devo dire che poi in realtà un po' mi spiego pure i meno favolosi anni '80 che seguirono. La rivoluzione culturale fu il prodotto di un conflitto estremo tra tutte le forze sociali e il potere, declinato in tutte le sue forme. Il risultato fu un deflagrare meraviglioso e totalmente ingestibile di creatività, nuovi modi di immaginare il mondo e l'ambizione di riscrivere la storia e la condizione umana. Buona parte di quel progetto si è sgretolato per la fragilità delle sue stesse fondamenta, molta parte ha però resistito e contribuito alla creazione di una coscienza davvero nuova che ha potuto affermarsi grazie a progetti concreti o leggi, cioè in sostanza tutto quello che è poi riuscito ad innestarsi in una società regolamentata e ad impronta borghese. Insomma, al netto delle nuove forme dell'arte, un mezzo flop per il mondo nuovo che si proponeva di realizzare. Ma tant'è e la mostra rimane molto suggestiva.




Io direi di essere il prodotto di un'educazione piuttosto repressiva, della quale non butterei via proprio tutto, nel senso che credo che lo spontaneismo possa creare altrettanti danni di un'educazione irregimentata. Credo che sia questo il prezzo pagato dal "sessantotto e giù di lì": la creatività che si oppone alla prepotenza di un'istituzione paternalistica che ha la pretesa di decidere tutto, persino il quotidiano di ognuno, dovrebbe essere accompagnata da un metodo e una disciplina a sua volta, per darsi delle fondamenta solide. Altrimenti non regge o è facilmente attaccabile.
Io non mi sono mai ribellata, non lo trovavo utile e non ne avevo la forza. Ho assecondato, mi sono fatta piacere cose che non mi piacevano e ho sperato che un giorno avrei fatto quello che mi interessava senza passare per il conflitto o l'obbligo di avvisare qualcuno. Sapevo che sarebbe necessariamente andata così come sognavo...se non altro perché non avevo neppure voglia di diventare una povera squilibrata. E in fondo è andata così se oggi posso persino permettermi di sorridere del Natale, di dribblare cenoni e finti auguri, pur rimanendo perfettamente a mio  agio tra le luci, la folla, le canzoncine, le tredicesime...

E così stasera ho pensato che ci sono tanti modi di fare la rivoluzione. Ci sono quelli urlanti, pittoreschi, costruiti dalla massa e destinati ad entrare nel mito ma pure al setaccio della storia. E poi ci sono quelli silenziosi, fatti di finta adesione a modelli totalmente alieni e fondati su una inattaccabile convinzione che inevitabilmente le cose cambieranno. Solo un occhio poco attento penserebbe che questa sia mera sottomissione. La capacità di adattamento ai miei occhi  è una forma costante di rivoluzione.
Io non mi sto preparando al Natale. Ma forse è solo un'impressione...
Happy Revolution!




martedì 28 novembre 2017

Alla ricerca di non tutto il tempo perduto

- Secondo me dovresti evitare
- Di fare cosa?
- Di scrivere così tanto di quello che ti capita, che senti, che immagini...non solo perché un giorno potresti pentirtene. È che potresti correre il rischio di esporti al giudizio arbitrario di chi non ti conosce davvero o peggio ancora ad essere fraintesa...chi te lo fa fare?
- Hai ragione. Ma forse è proprio questo quello che mi interessa di un diario non segreto. E poi c'è anche un'altra ragione che oggi più che mai mi conferma l'utilità della parola scritta e del suo valore "terapeutico". Esattamente un anno fa, più o meno a quest'ora, raccontavo, senza in realtà specificarne le ragioni, di giorni di sofferenza abbastanza ingestibile. Ricordo perfettamente quella sera e mi domandavo se e come mi sarebbe mai passata, provavo a visualizzarmi dopo un anno e mi vedevo ancora così, a piangere al buio come una stupida e senza riuscire a fare nient'altro. Quella condizione durò in realtà appena tre giorni, poi, come una resurrezione laica, mi asciugai le lacrime, feci una magnifica colazione, mi truccai bene e mi passò tutto. Giurai a me stessa che non avrei mai più permesso a niente e a nessuno di ridurmi così per il resto della vita. Ecco, se non avessi avuto quel post a farmi da elemento "pivot" per questa epifania del "libero fluire degli eventi" sono sicurissima che oggi non sarei capace di ridere così tanto di quei tre giorni così sciocchi e così teneri, che stanno lì a ricordarmi che la mia tranquillità è stata un tempo preda di esplosioni emotive devastanti di cui non sento affatto la mancanza.
- Sì, mi ricordo, però riconosco che quella cosa lì ti è servita...a scappare prima dalle insidie, a riconoscerle se non altro...a fare spallucce invece di tutte queste scene madre tra pianti e nottate e digiuni (se ci penso ti prendo a schiaffi)
- Ah certo...In compenso quello che scrivevo esattamente due anni fa sulle atmosfere create  da alberi e presepi, proprio all'indomani della morte del figlio di Eduardo De Filippo,  mi ha fatto tanta tenerezza e poi chiunque potrebbe sentirsi chiamato in causa. Il bello di un blog è questo secondo me: registra e conserva gli umori e gli stati d'animo di un momento o di una fase più o meno ampia della vita e nel frattempo si trasforma in qualcos'altro, tenta di dirmi cose che potrebbero essermi utili o di conforto oggi, mi fa ricordare di come ero e cosa voglio continuare ad essere o se decidere di cambiare totalmente rotta...
Vedi, io ho quarantun'anni e credo di essere abbastanza meno bella dei miei trenta ma infinitamente più gnocca dei miei vent'anni. Perché la nostalgia di ciò che si è stati non è mera questione anagrafica e neppure di saggezza o consapevolezza acquisite. Io credo che sia tutto legato al peso specifico che riusciamo ad attribuire alle cose che ci sono capitate e come siamo riusciti ad elaborarle. E questo peso io, per ora, lo ricavo solo da quello che ho lasciato scritto esattamente nel momento in cui lo vivevo.
- Ma perché dirlo a tutti? Per vanità? Per avere delle conferme? Per farti voler bene? Per farti odiare? Per illuderti di interessare a qualcuno?
- Forse per tutte queste ragioni. Più una. L'identificazione, che è la sola cosa al mondo che giustifichi la rinuncia a starsene tutto il tempo per conto proprio. Riconoscersi è per me una forma di consolazione unica.
- Beh, non lo so se mi hai convinta del tutto...
 Intanto riconosco che sei un'altra persona rispetto all'anno scorso a quest'ora e credimi, senza offesa, ma questa è davvero un'ottima cosa. E comunque se con questo metodo riesci davvero a tornare ai tuoi amati trent'anni fammi sapere, che 'sta cosa mi interessa...

domenica 12 novembre 2017

Non lascio i miei dubbi ai soliti sospetti

Settimana complicata quella appena trascorsa. Succede. Succede che hai da lavorare di più, aggiungere impegni fuori dall'ordinaria tabella di marcia, sacrificare cose che ti piacciono...succede e in fondo, se bene interpretate, sono prove utili per testare la propria capacità di resistenza/resilienza agli imprevisti o ai carichi eccessivi. E poi c'è questa cronaca strana che mi procura un turbamento che davvero non mi spiego. Tutta la mia più totale solidarietà a Kevin Spacey per il tunnel grottesco in cui lo hanno ficcato. Non posso pensarci davvero...

Intanto che mi affaticavo sono successe però anche cose abbastanza piacevoli come lo sono certe esperienze che decido di fare quando ho voglia di sperperare in modo sconsiderato il mio denaro. Periodicamente vado a fare una cosa in un grosso centro medico a corso Buenos Aires:lo scoprii nel 2013 per fare la depilazione definitiva con il laser. Esperienza dolorosissima ma risolutiva di cui benedico la scelta ancora oggi. Ho sempre conservato un ricordo positivo di quel luogo e del medico a cui mi affidai: un molisano simpaticissimo, abbastanza cinico ma onesto e conversatore amabile. Sapevo di non essergli antipatica e mi piaceva che mi regalasse sempre una marea di campioncini e trattamenti non previsti dal mio pacchetto. Poi ho concluso e nel frattempo sono passati quattro anni, il centro è diventato leader in Italia per quello ed anche altri trattamenti che prevedono l'utilizzo combinato del laser, ci sono anche altri medici e io sono ritornata per fare una cosa un po' pionieristica sulla parte alta delle gambe dove ho un po' di problemi, diciamo così, da femmina mediterranea...pure stavolta è una cosa piuttosto dolorosa, ma quando decido di fidarmi di qualcuno anche questo è del tutto secondario. Credo che sia una faccenda legata al mio bisogno di avere un mentore: se mi fido di qualcuno, perché competente e/o mi dimostra di tenere al mio bene in qualche modo, io lo assecondo senza pensare a quanto questo mi costi. Di solito ci prendo, sono abbastanza fortunata con i riferimenti che mi scelgo, pure quelli ancor più importanti che ho ascoltato per crescere, imparare, formare una coscienza. Ma in realtà, ora che ci penso, io - come nessuno - non ho davvero la certezza che chi ha condizionato la mia vita e le mie idee mi abbia giovato fino in fondo oppure no. Del resto ognuno vive degli atti di fede che merita...diciamo che ad oggi mi sento fortunata di certi miei incontri.


Anche Valerio, uno dei coach della scuola di running a cui voglio molto bene e che non mi stancherei mai di ascoltare quando parla di tecnica o di strategie di progresso e di resistenza, qualche volta si attarda a parlare con me per un tempo più o meno lungo che io trovo sempre prezioso, oltre che generoso...nonostante ieri mi abbia fatto promettere di non mangiare pizza fino a quando non avrò dimezzato la circonferenza della coscia...forse i miei guru si parlano tra loro, oppure sono davvero messa male...va bene, obbedisco...

Intanto stamattina avevo bisogno di impastare perché sono ancora troppo tesa e quell'attività mi distende molto. Ne è venuto fuori un pan brioche molto soffice di cui sono abbastanza fiera. Durante la lievitazione sono andata in palestra, ho fatto un progressivo di un'ora su un tapis roulant piazzato di fronte ad una parete con i mattoni rossi: il flusso di coscienza mi ha riportato al sorriso bonario del medico, al monito severo ma affettuoso di Valerio, ma pure ad una serata in cui non mi sono divertita molto e ad una puntata molto commuovente del programma di Gianluca Nicoletti (altro mio amatissimo guru) sulle violenze che persino chi non è una stella del cinema è capace di commettere, magari su un disabile...mentre correvo, restando ferma, mi pareva di essere una specie di proiettore di fotogrammi spaiati a cui io tentavo di dare un filo logico mano mano che aumentavo la pendenza e la velocità. E non lo so se quando ho finito ero streamata per la stanchezza o per tutto quel lavoro di riordino di idee e pensieri.

Poi ho fatto la doccia, sono tornata a casa, ho messo in forno il mio pane lievitato benissimo. Ma ho mangiato solo insalata, frutta e yogurt. E poi, senza dubbio, mi rivedo i soliti sospetti. Proprio senza dubbio...




martedì 7 novembre 2017

Meno solitaria di un passero 🚶‍♀️

La prossima volta prometto di dosare meglio la mia motivazione. Mi sono messa in prima fila come a voler afferrare ogni piccola nozione senza rischiare la minima dispersione e senza considerare che sarebbe stato probabilissimo, anzi certo, sprofondare in una devastante forma di letargia dopo il primo quarto d'ora. Ho passato tutto il giorno a seguire una lezione su una questione di cui mi occupo in sostituzione di un collega. Una tematica direi cruciale, che trovo spesso ostica e drammaticamente noiosa, ma per fortuna non ho mai pensato che il lavoro dovesse necessariamente essere divertente. Può esserlo se si è molto fortunati e dotati o quando le idee sono ben chiare nel delicato momento di certe scelte definitive. Durante la pausa pranzo sono rimasta da sola in aula, con un libro di cui ho letto solo qualche pagina e l'i pad che comincio ad usare con più parsimonia ma sempre un po' troppo...

Ad un certo punto mi sono imbattuta in una citazione di Leopardi sull'effetto "amplificatore" della solitudine, intesa come condizione sublime o terribile a seconda dello stato iniziale di chi la vive. L'ho commentata, dicendo più o meno che è una condizione che mi è assolutamente congeniale e che forse questo non sia un bene. In realtà essere dei solitari non coincide con lo star soli, cosa che per la verità mi capita fin troppo di rado tra lavoro, sport, amicizie più o meno consolidate...la mia solitudine è assenza di turbamento, coincide coll'attimo esatto in cui apro la porta di casa la sera, quando è tutto finito e non c'è nessuno ad aspettarmi, a cui rendere conto, tentare di piacere, chiedere pareri, fare progetti, assumere responsabilità, o accettare una qualsiasi inevitabile forma di distrazione o semplicemente una limitazione del mio spazio vitale. Quel momento esatto della mia azione quotidiana di rientro da un giorno che avrei voluto fosse stato anche altro è la parte più magica del mio tempo. Non sono una musona sociopatica e anche io ho sperimentato forme d'amore un numero sufficiente di volte per riconoscerlo e, forse, cercarlo ancora. Il fatto è che con gli anni ho definito sempre meglio il confine che mi separa da tutto ciò che non mi appartiene ma che soltanto in parte posso evitare. Star sola per me è sperimentare senza il rischio di urtare pazienza e sensibilità altrui. Per dirne una, un giorno decisi che dovevo vivere senza televisione e ho finito per farlo per ben sette anni fino allo scorso anno, e poi di diventare vegetariana (e gli anni furono otto), di provare a stare un anno senza lavatrice e tre mesi senza il frigo. Ad un certo punto ho cominciato a girovagare tutta sola per mezzo mondo per scoprire che si può fare...con molto rischio e pericolo...ma sono qui e l'ho fatto.

Ogni tanto mi capita di pensare alla pessima madre che sarei stata, ma poi cosa posso saperne io che in fondo ho un tale senso di accudimento che la sopravvivenza almeno l'avrei garantita di certo? Ecco, credo che per certi interrogativi la solitudine non sia propriamente uno strumento efficace di comprensione, ma poi penso che non sono stata capace di gestire neppure un micio e allora giusto così...
Oggi sono esattamente la solitaria che volevo essere: quella che cucina bene solo pensando di farlo per qualcuno, che ha sempre sognato di vivere in una comune, che ha una TV come chiunque altro, una lavatrice da nove chili e un frigo troppo pieno pure per una famiglia numerosa...

Poi la pausa pranzo è finita, sono rientrati tutti, abbiamo ripreso la lezione e io per fortuna non avevo più tanto sonno


sabato 7 ottobre 2017

Indicatori di "micro" benessere esistenziale (che con le tre S sono bravi tutti)

C'era un sole splendido oggi a Milano e così, verso le tre del pomeriggio, sono corsa sulla mia panchina "estiva" con la smania di chi non vuole tardare ad un appuntamento importante. Sono giorni che non prendo appunti o scrivo cose che vorrei mi fossero ricordate tra un anno e poi ancora, finché social non ci separi dal nostro passato. È la prima volta che lascio che la vita trascorra senza che trovi necessario anche trascriverla: forse sto abbastanza bene da non trovare utile tentare una qualche analisi alle cose che mi capitano, oppure davvero non mi succede niente di speciale da meritare ricordi tracciabili, o semplicemente sono stata molto stanca per tutta questa settimana e sacrificare il rituale serale delle impressioni scritte delle giornate mi è sembrato un fatto necessario. Scoprire che il mondo non abbia accusato il colpo di questa assenza mi è di un certo sollievo in effetti...Eppure a ben pensarci è stata una settimana un po' speciale per me, che dormo sempre poco e male, e invece sono giorni che Morfeo rimane con me fino a ben sei ore! E poi ho visto un film su Napoli così divertente e ben fatto che ne porto addosso i benefici persino ora. In effetti sono inezie assolutamente essenziali come lo sono per me la necessità di rigenerarmi e vedere buoni film, cose queste che sfuggono ai racconti avvincenti, ma meno male lo stesso che esistono.

Qualche giorno fa, nella sua trasmissione alla radio, Gianluca Nicoletti ha parlato di indicatori di benessere individuale, vale a dire quelle personalissime condizioni a cui ciascuno di noi aspira perché ritenute i fondamenti imprescindibili della felicità. Era un giochino divertente perché partiva dall'escludere i "macrofondamenti" banali delle tre "S" (sesso-salute-soldi) per entrare nel dettaglio "micro" delle essenzialità meno catalogabili. Faccio fatica a spiegarla ma è subito chiaro quando l'esercizio comincia. Io ho provato a fare così: mi sono creata una specie di personali categorie del "benessere" e all'interno di ciascuna ho inserito una piccola lista di indicatori rappresentativi del mio stato di grazia. Le categorie erano 1) il materialismo (...non solo in senso marxista...) 2) l'"intangibile" inteso come l'insieme delle intime sensazioni legate ad esperienze minime e apparentemente odinarie 3) la bellezza a partire dalla sua accezione profana per arrivare fin dove sia dato di incantarmi

Nella prima categoria ho messo questo:
- le lenzuola profumate di bucato su un letto ben fatto. Potrei affondarci dentro per sempre e sentire che tutta la mia infanzia più felice, l'assenza di ogni preoccupazione e stanchezza si realizzano in quella condizione li, in un corpo che non ha bisogno di difendersi ma solo di respirare a pieni polmoni.
- le mie crostate di marmellata. Il piacere comincia da quando compro gli ingredienti, li predispongo sul tavolo, impasto la frolla, arrivo fino al delicato momento della cottura per poi raggiungere l'acme del piacere col primo morso, che cerco di far coincidere in un momento di appetito sincero, quando è ancora caldissima. Non so se si tratti di felicità ma sono sicura che sia una cosa che le assomigli molto.
- ogni nuovo paio di scarpe da running Dalla contemplazione della parete con tutti i modelli fino alla scelta e i lacci tra le mani prima del primo allenamento
- quando vado a fare la spesa e ci sono i miei biscotti preferiti (gli inarrivabili Mc Vitie's digestive) scontati al 40%
- la doccia dopo lo sport con la pressione e la temperatura che dico io
- un cappuccino ben fatto

Nella seconda categoria ci stanno queste cose qui:
- Il pensiero di rivedere a breve una persona a cui voglio bene e, dopo, il pensiero di averla vista ed aver trascorso un tempo piacevole
- cucinare per qualcuno a cui tengo
- le luci che si spengono al cinema
- un trenta e lode a un esame per cui avevo studiato tantissimo e un altro per cui invece conoscevo solo le domande che mi furono rivolte
- tutta la musica che tengo in un  iPod dal 2009. Se sparisse credo che mi ammalerei
- stare sulla mia panchina preferita in questo parco con questo sole in silenzio e senza smanie
- le persone che sanno incantarmi quando parlano

 La categoria della bellezza, infine, ha carattere residuale e volutamente generico. Io ci metterei
 - Pablito e in generale tutti i gatti
 - i miei trent'anni
 - i baci
 - certi bambini "problematici" e simpaticissimi di cui vorrei conoscere il futuro e il modo di districarsi nel mondo
 - Milano e Napoli

 In fondo è una lista furba. Per alcune faccio presto, per altre devo confidare un bel po' nella buona sorte, per altre mi faccio bastare il ricordo. Ma va già bene così





mercoledì 27 settembre 2017

Di cose che passano, persino sullo spazio di quelle che restano

Forse qualche volta avrei bisogno di un angelo custode un po' severo che mi bacchettasse i polpastrelli con la cucchiarella tutte le volte che racconto cose che a distanza di mesi o anni non penso più, non sento nella stessa maniera o smettono del tutto di interessarmi come al tempo in cui ne parlavo. Intanto succede che il tempo passa, io mi dimentico di tante cose, ne capitano altre,  ne lascio traccia qui sopra con la percezione non provata che le sensazioni messe per iscritto facilitino forme di elaborazione di certi stati d'animo, una chiave di lettura, un percorso da seguire. Continuo a credere molto in questo tipo di potere che soltanto la parola scritta possiede.
Malgrado questo, ammetto che quando mi capita di rileggere cose di un po' di tempo fa, provo molto disagio, qualche volta imbarazzo e persino un po' di vergogna e questo nonostante gli unici paletti che mi sia data alla libertà di espressione fossero proprio assenza di volgarità e offese verso chiunque. Oggi è capitato che qualcuno, che non posso sapere chi sia, ha letto un mio vecchio post di cui non avevo memoria fino a quando non sono andata a rileggerlo io stessa. Ogni tanto succede che qualcuno, magari tra quelli che mi hanno trovato di recente, peschi a caso tra cose scritte tanto tempo fa e a me questa cosa fa sempre tanta impressione. Nella fattispecie si trattava di una specie di finto dialogo con me stessa nel quale passavo in rassegna il mio bizzarro modo di voler bene e la maniera in cui questo si è trasformato da quando ero bambina fino all'età che mi ritrovo. È un post abbastanza divertente e divertito, a tratti velato di una certa malinconia per una "grammatica dei sentimenti" mai davvero compresa, o forse semplicemente tradotta male e frettolosamente. Ma non era questa la ragione del mio disagio nel rievocare quel breve estratto di vita "in discussione". Ad un certo punto descrivo un episodio accaduto con una persona a cui all'epoca volevo un bene devastante e che ormai non sfiora i miei pensieri neppure per un secondo della mia giornata, non perché provi odio, rancore o qualsiasi altro sentimento negativo. È che non mi interessa più assolutamente nulla di lui. E mi chiedo come sia stato possibile, all'epoca,  superare ogni remora e ammettere di non riuscire a venirne a capo in nessuna maniera...e poi più nulla. Forse sono un mostro oppure ho bisogno di difendermi, di scappare da sofferenze che sono io stessa a causarmi e dalle quali solo io ho il potere di uscire. Ma come è stato possibile? Quando è successo che ho preso le distanze da quello che scrivevo non molto tempo fa? E cosa avrà pensato lo sconosciuto lettore quando è incappato in quel post? Vorrei chiamarlo e dirgli "guarda che quella non sono più io, ti prego  non leggere quei vecchi post. Sono superati, falsificati da giorni, mesi ed anni che mi hanno voluta diversa". Ma forse chi ha letto ha già dimenticato, riso, è passato oltre...che importa cosa sentivo allora se ora non ne è rimasta alcuna traccia.

In realtà, a mia parziale consolazione, ci sono anche le cose che restano, intatte e uguali a se stesse proprio come al tempo in cui le avevo scritte, come il post che proprio oggi mi ha restituito Facebook: uno di quelli in cui mi ricordo di quanto sia bello sentirsi di sinistra oltre ogni ragionevole dubbio e pure che certi pomeriggi milanesi di mezza stagione sono un condensato poetico ormai irrinunciabile per me. Ci sono temi che tratterei sempre nella stessa maniera, per i quali non ho conflitti o dilemmi per cui macerarmi. E forse è questo che mi pare bello e strano allo stesso tempo della rilettura di un diario: un continuo contraddirsi unito al costante tentativo di tenere la barra ferma.

E così stasera penso che il bello di segnarmi le cose, al di là dell'imbarazzo di restituirle ad un potenziale mondo sconosciuto di cui non posso realmente conoscere reazioni e interpretazioni, sta proprio in questo ricordarmi come ero e non sono più, cosa e chi mi piaceva e ora non più, le persone che ho amato e dimenticato nello spazio di due istanti separati tra loro anni luce e quelle che invece vorrei incontrare subito  per scriverne senza dover mai più cambiare idea.
Grazie, lettore sconosciuto, a tutto questo non avevo ancora fatto caso.


In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...