Visualizzazione post con etichetta #cercare altro altrove. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #cercare altro altrove. Mostra tutti i post

mercoledì 29 aprile 2020

A ciascuno il suo (di proiezioni e ricreazioni)


Che bello rientrare a casa dopo una lunga passeggiata dal lavoro, come nei lontanissimi giorni di ordinaria routine, e sotto uno splendido sole. Come è strana la normalità quando ti è negata per tanto tempo. Pensavo a queste cose mentre attraversavo via Mecenate, osservando un timido traffico che comincia ad impadronirsi di nuovo dello scenario urbano. Sono rientrata e su rete quattro c’era un film delizioso con Doris Day e Rock Hudson e, anche se lo conoscevo già, l’ho rivisto molto volentieri. Mi ha fatto ritornare al tempo esatto in cui il cinema ha cominciato ad impossessarsi di me.


Sì perché io non ho cominciato da bambina a vedere film in quantità tale da plasmare in questa maniera una personalità o un modo di pensare. Non sono nata in una famiglia di cinefili e non vi erano sale cinematografiche nel mio paese. Sono arrivata relativamente tardi ad appassionarmi così tanto come oggi al cinema. Se dovessi stabilire il periodo preciso in cui ho cominciato a considerarlo un parte essenziale della mia vita forse partirei dall’avvento del vhs. Ero adolescente e cominciai a collezionare quelle in allegato ai quotidiani. Feci mia l’intera collana d’autore che proponeva l’Unità (giornale allora diretto da Veltroni), quell’appuntamento rappresentava una specie di iniziazione verso una cosa che subito capii che mi riguardava.
Poi un giorno successe una cosa molto spiacevole che mi fece capire proprio bene quanto davvero amassi quel modo di investire il mio tempo e vedermelo restituire con intensità potenziata. Successe questo: vennero i ladri a rubare tutto quello che era in casa. Quello stesso pomeriggio avevo appena visto  il VHS di “Hannah e le sue sorelle”, della citata collezione dell’Unità. Mi ero detta che lo avrei rivisto di nuovo per quanto mi era piaciuto e così non tolsi dal videoregistratore la mia amata videocassetta. I ladri portarono via anche quello e io, su tutto, mi rammaricai solo per la mia collezione - privata di un film che avevo appena avuto il tempo di amare. Non mi perdonai mai di non averlo messo al suo posto. Sì, credo che sia stato proprio allora che mi sono resa conto che avevo scoperto che del cinema avrei fatto diverse ragioni e motivazioni di piacere, consolazione, comprensione, sguardo alternativo del mondo, immaginazione, ma anche rabbia, malinconia e sofferenza che sempre accompagnano nuovi approdi di conoscenza. Avevo capito che, con la dovuta attenzione e capacità di selezione, avrei trovato un po’ delle risposte cercate, e che mi sarei data l’occasione di formare un gusto rivolto a sviluppare un pensiero che non fosse soltanto critico ma anche creativo.

Questo per me rappresenta il cinema. Una scoperta non subíta da una condizione spontanea quanto piuttosto perseguita, intercettata e poi coltivata con la stessa ansia febbrile che si prova quando si vuol colmare subito una lacuna involontaria.
Mi piacerebbe poter dire di aver visto tutto, di avere al mio attivo tutto il cinema d’autore, quello di ogni genere, quello mai uscito in sala e che è il vero pane dei nerd più impallinati...ma la verità è che se avessi ragionato così forse non avrei soddisfatto la ragione profonda per cui ho imparato ad amare il cinema e cioè quella di toccare le corde più profonde della parte meno “dominabile” e interpretabile di me. Quando scelgo un film ho necessità di pensare che questo contatto stia potenzialmente per avvenire. Non mi interessa essere una mera accumulatrice di storie che non raccontino anche me. Ho nostalgia di tutto ciò che non ho ancora visto e che forse mi aspetta, ma sono felice di ciò che è già stato e che mi sono regalata quando ormai ero già strutturata per una ricezione consapevole e da modulare alla mia sensibilità. Mi chiedo sempre se i miei idoli di sempre da Allen a Bergman, passando per l’amatissimo Moretti a Wilder, Polansky, Hitchcock... Kubrick...sarebbero stati gli stessi se il mio imprinting avesse avuto una base di partenza differente. Non saprò mai se ho deciso davvero io il mio gusto oppure no.

Ecco, per me amare il cinema, e chi mi aiuta a comprenderlo, è soprattutto questo. E non so che fine avrei fatto senza rendermi conto giusto in tempo di questo.
Uh...poi “Hannah e le sue sorelle” me lo sono ricomprato in dvd. Assieme a una collezione altrettanto bellissima.
E tu? Sei nato con una passione? O come me sei rinato trovandone una quando potevi ormai decidere in tutta coscienza?

sabato 27 aprile 2019

una pastiera “proustiana”

Non vi è pentimento che valga a privarmi di un simile piacere. E in ogni caso ho fatto in modo di meritarmelo. È stato il mio unico pensiero durante tutto il tragitto verso casa, dopo aver visto un piccolo film francese un po’ snob sulle nuove dinamiche amorose, tema sul quale io ho smesso di avere competenze già da molto tempo. Dicevo, ho camminato in una Milano splendida, luminosissima, calda e desertica fino alla biblioteca, ho ritirato delle cose da rivedere e poi mi sono allungata fino al cinemino per il film di cui sopra. Mi ero portata dietro un po’ di cose ipocaloriche per non svenire e perché avevo intenzione di preservare un appetito sufficiente ad alimentare il desiderio. Sì, perché il piacere di cui parlo è quello che mi procura una fetta della mia pastiera scongelata al microonde e gustata rigorosamente calda. È successo alle tre del pomeriggio ed è stato magnifico. La mia pastiera mi piace più di qualunque altra mai assaggiata. E mi chiedo sempre se sia una forma di presunzione ingiustificata, visto che la ricetta è fedelmente riprodotta, oppure è perché in realtà la mia variante senza l’acqua ai fiori d’arancio faccia una differenza davvero sostanziale. Ma credo che la ragione vera sia sempre la stessa e cioè che la pastiera è fatta sempre per qualcuno che non sono io. A me al massimo restano gli avanzi, che poi congelo per farmi un regalo quando conto bene le calorie. È una cosa diversa dal preparare il pranzo per qualcuno, perché in quel caso includo una certa idea di condivisione. La pastiera no. Lei rappresenta la propensione all’altro o il peccato che presuppone un’autorizzazione gestita in solitaria.

Era squisita, morbida e profumata. Mentre affondavo il cucchiaino pensavo a come è strano che oggi faccia così caldo e che Milano sia così silenziosa e poi mi sono ricordata di una Pasqua in cui il mio papà era venuto a trovarmi qui e noi camminavamo verso la metro. Ad un tratto si era accorto di un piccolo leprotto rimasto imbrigliato in una rete verde di recinzione e l’aveva aiutato a liberarsi. È stato bellissimo vederlo scorrazzare felice lontano. Qualche giorno fa, a telefono, mi ha detto, “ti ricordi quel leprotto? Chissà che fine ha fatto adesso”. Non lo so perché mi sono un po’ commossa.
E poi mi è tornata in mente quella volta che la pastiera l’avevo fatta per uno con cui stavo ma non ero felice. Venne bruciata da un lato e io non me ne rammaricai troppo. Ora forse capisco.
Adesso mi trovo alla mia solita panchina vicino a casa, mi sento un po’ appesantita ma non abbastanza da pentirmi pensando ai miei fianchi. Preferisco ricordare ancora qualcosa. Ho fatto la pastiera anche l’anno scorso, per persone che non vedo più e a cui ho voluto un bene non confermato dal tempo, eppure ancora non ho scordato tutto l’affetto che ci avevo messo dentro. Ci sono ricordi che sono destinati a sbiadire con calma inesorabile e sono quelli che apprezzo di meno. Ma tant’è. E poi c’è la pastiera di quest’anno (e quella di oggi ne era, appunto, il suo avanzo) e ho provato ancora lo stesso piacere, stavolta aggiunto alla speranza che i suoi destinatari siano belli così come li vedo.

Sarà che ho visto un film un po’ sentimentale, che mi aiuta ad accettare la mia inattitudine ad un rapporto profondo traducendo l’affetto in un dolce, che poi diventa ricordo. Sarà l’avanzo di un piacere da consumare da sola. Sarà che Milano è bellissima oggi e invece soltanto ieri pioveva e si gelava e perciò non era il caso di scongelare la mia fetta di pastiera. Sarà tutto questo, o proprio nulla di tutto questo, ma oggi quella magnifica fetta di dolce era il mio unico desiderio. Realizzato solo grazie a qualcun altro che neppure lo sa.


domenica 24 marzo 2019

Sensazioni...a sentimento

Credo che non cambierà mai. Da quando lo conosco, ormai una decina d’anni, sente la necessità di mettermi in guardia su questa cosa qui. E in fondo credo che abbia ragione. È per questo che anche stavolta, che non è come pensa lui - ma alla fine non fa molta differenza - il suo monito mi serve come utile promemoria, valido pure quando non ci sono rischi.
La cosa è questa. Lui è l’amico con cui ho una confidenza totale, quella senza rischi di derive. Abbiamo dormito nella stessa casa più volte, fatto week end assieme, ho conosciuto quasi tutte le sue fidanzate, parliamo di tutto senza imbarazzo...siamo amici. Mai pensato di essere altro. Lui di me sa che dell’amore ho un’idea intraducibile nella realtà, mi ripete che se non cambio non potrò fare altro che soffrire, che sono bella e che potrei divertirmi molto di più. Io gli sorrido, penso che abbia ragione ma che questo non basta per riuscire a farmi cambiare. Di solito è il primo ad accorgersi quando perdo la testa per qualcuno. Non ho mai capito come faccia, ma ci riesce immediatamente e senza che io gli dica nulla. Dopo un po’ di tempo, quando ammetto il mio errore per l’ennesima volta, lui mi dice “Basta. Non è lui. Andiamo a vederci questo spettacolo, a mangiare,...”. È così da sempre e credo che sia tutta merito suo la velocità con cui riesco a dimenticare le mie innumerevoli sviste sentimentali.

Stavolta però si sbaglia. Una mattina mi ha visto e mi ha detto “ hey, mi raccomando, non ti fissare”. Io l’ho guardato perplessa e mi sono chiesta cosa intendesse e perché stesse pensando che sono in una fase di innamoramento. In realtà sono semplicemente molto serena, piena di nuovi amici e di persone che mi interessano...ma non “oso” innamorarmi da un pezzo ormai. Però ho voluto assecondare il suo equivoco e gli ho detto sorridendo: “Ma non ti preoccupare. Tanto io ti voglio bene lo stesso”. Lui se ne è stato zitto. E ho trovato la cosa parecchio divertente.

Qualche volta mi succede di rileggere la colonnina di questo blog in cui scrivo un po’ di cose che mi descrivono. In realtà, al netto della notizia che vivo a Milano e che la amo in modo conflittuale, è una presentazione che ho copiato e incollato da un blog che avevo nel 2008. Quindi la parte in cui dico che il mio scopo sia la solitudine è di fatto una roba che mi porto dietro (e dentro) da tantissimo tempo, pure mentre tentavo malamente - e inutilmente - di smentirla. Nel frattempo ho imparato qualcosa in più sull’amicizia, sull’essere figlia e sorella di persone con cui i legami sono faticosi...ma per il resto basta. E ora che ho ormai una certa età, che per fortuna non ho pulsioni o necessità particolari di incontro, che ho dimenticato tutto e tutti quelli che mi hanno causato sofferenza e/o disillusione, direi che sia stata una vera fortuna non dover bipartire la fatica del quotidiano, il naturale imborghesimento che impone una vita di coppia duratura ed equilibrata, la gelosia, la gestione del conflitto, il dubbio. Ma quanto coraggio è necessario per dirsi capaci di amare!?!
In realtà la presentazione prosegue con la speranza di essere smentita e che la solitudine sia in fondo soltanto una possibilità tra le altre e pari a quella di una gioiosa compagnia. Ma son quelle cose che si dicono quando pensi che la serendipity sia una cosa valida e da dimostrare col miracolo.

E allora mi chiedo: che tipo di luce e di gioia ho negli occhi in questi giorni, tanto da aver fatto pensare al mio amico storico che mi sia innamorata? Forse lo sono a mia insaputa e lui se n’è accorto prima di me.
Come vorrei che avesse ragione anche stavolta!
(...almeno stavolta...)


venerdì 14 dicembre 2018

Scorci di scorcio d’anno

Non ci sarebbe molto da capire. Per me è del tutto evidente che ci sia ben poco da salvare tra le voci principali della Storia nella quale mi ritrovo a delineare il mio infinitesimale percorso individuale. È una considerazione, forse semplicistica, ma profondamente onesta di quello che penso in ogni istante della mia giornata per ciascuna delle questioni che incidono e condizionano le sorti globali. Di buono potrei vederci il fatto che in fondo non posso farci quasi niente e che credo profondamente in una sorta di equilibrio cosmico ancora capace di attivare meccanismi di autoaggiustamento. A ben vedere è un metodo in fondo piuttosto consolatorio e autoassolutorio: pensare ai fatti miei tenendo conto di questa premessa mi aiuta a comprendere il confine preciso tra le mie aspirazioni possibili dalle mere utopie buone per i tempi d’oro. E comunque tra le cose belle di questi ultimissimi passaggi incerti della nostra politica ci metto la figuraccia con l’Europa grazie alla quale forse si ricomincia davvero a ragionare. E poco importa se questo ci è costato giusto qualche miliardo di euro...ma vabbè...

- Lucia lo sai, prima è venuto XXX e mi ha chiesto se saresti venuta. Io gli ho detto che ti aspettavo, lui ha sorriso e se ne è andato
- Maddai! Che cosa carina. Forse perché mi conosce ancora poco poco...però sono contenta

Ogni tanto, quando decido di chiudere con esperienze che mi lasciano perplessa, amareggiata, incompiuta oppure semplicemente che ritengo concluse, mi lascio incuriosire da nuovi contesti e dalle personalità che li animano. E allora smetto di pensare al passato più recente cercando di codificarlo e di chiedermi se ho sbagliato qualcosa, se ho adottato un comportamento inadeguato, detto cose inopportune, lanciato segnali irritanti...non mi importa più. Succede quando ho fatto troppi tentativi senza esito, quando prendo coscienza di quello che merito dai rapporti, di qualsiasi natura essi siano, e a quel punto mi dico “ma anche basta così. Io faccio qualche altra cosa e mi confronto con contesti diversi.

Credo che il bello di questo mio ultimo scorcio d’anno sia stato questo: smettere di insistere e guardare altrove. Per questo ho smesso di correre per dedicarmi per un po’ agli esercizi isometrici: ho necessità di ripristinare i livelli di ferro, altrimenti non ho nessuna speranza di migliorare. Ed è sempre per la necessità di cambiare propstettiva che ho cercato altri corsi da seguire e degli approcci e un’ottica diversa da quella a cui mi ero tanto appassionata pensando che non potesse esserci nient’altro.
Se proprio devo dirla tutta credo che questo sia l’anno in cui sono cambiata di più dagli anni della detestatissima adolescenza e in un modo che comincia, finalmente, ad andarmi a genio. Per me, che non ho formato una famiglia, che non ho la responsabilità di un figlio da crescere e che manco di Pablito sono riuscita ad occuparmi a dovere, fare i conti col tempo che passa è questione tutt’altro che ortodossa. Per me è ancora normale cucinare solo quando ne ho voglia, non stirare, stare in silenzio per un giorno intero oppure assecondare un amico che vuole stare un week end in mezzo alle montagne. Per me è normale trascorrere il Natale e il capodanno completamente da sola, di solito pensando a qualcuno a cui voglio bene ma del quale non sento davvero la mancanza. Faccio così da così tanto tempo che neppure ricordo quando ho cominciato. Forse è stato dopo quella volta che una giovane donna con cui lavoravo più di dieci anni fa mi disse “come sei fortunata a vivere da sola. Io sono sposata e ho due figli e non lo rifarei mai”. Non ho mai dimenticato la sua espressione e la verità con cui diede sostanza a quella frase. Sì, credo che sia stato allora che ho cominciato ad avere così tanta paura di sbagliarmi.
Alla fine tutto si è rivelato essere molto più semplice. Non ho dovuto scegliere: non avrei mai potuto sposare nessuno di quelli che ho conosciuto durante il mio percorso e a nessuno potrò mai chiedere se sia stata fortunata o abbia perso la vera occasione della mia vita.

Ecco, ci casco sempre. Tutte le volte mi ripeto di non fare bilanci e non provare a pormi criticamente nei confronti del passato, soprattutto di  quello più recente e invece, puntualmente...eppure, senza pensarci troppo e volendo dare un giudizio senza i filtri dei “poteva andare diversamente se soltanto...” direi che è stato un anno proprio bello e che la prova sono i sorrisi più numerosi e le lacrime sempre più rade. mi piacerebbe che ci fosse almeno Pablito a testimoniare che è tutto proprio così






mercoledì 28 novembre 2018

Due anni “spezzati” bene

Due anni giusti giusti. E non lo ricordo perché me lo abbia evocato Facebook che, stranamente da mesi e mesi non mi riporta tra i ricordi i post del blog condivisi anche lì. No, me lo ricordo da sola quello strano giorno quando, dopo una corsa di beneficenza, le risate negli spogliatoi e il freddo di novembre, qualcuno, senza rendersene conto, ti dice una cosa che te ne fa scoprire un’altra. E così, senza il minimo preavviso, scopri che un cuore allenato e cocciutamente predisposto alla felicità in un nanosecondo piglia e si spezza. Quel giorno lì piansi tutto il giorno, senza riuscire a frenarmi proprio mai. Ricordo che mi rifugiai in un cinema di quartiere dopo aver pianto anche lì fuori, sui gradini di una chiesa. Ancora oggi penso di non aver mai sofferto così tanto in tutta la mia vita. E poi mi ricordo del breve post che scrissi e del numero spropositato di coloro che lo intercettarono. Poi all’improvviso mi passò tutto, il cuore si ricompose rimescolandosi con la materia dura, impermeabile e ignifuga di cui decisi di attrezzarmi durante il solenne giuramento di non innamorarmi mai più in tutta la mia vita.
Quante volte in questi due anni ho ritrovato il suo sguardo! Non c’è niente da fare, continua ad essere il ragazzo bello e simpatico di sempre, solo molto più gentile e premuroso di allora. Ma non riesco a ricordare quando, e perché, ad un certo punto me ne innamorai e, soprattutto, come sono riuscita a smettere così bene, per quanto mi pareva impossibile solo qualche istante prima.
Come è bello voler bene a chi hai amato.

Ma due anni sono un tempo in fondo bello lungo, tanto più per un cuore sotto “giuramento”. Davvero sono riuscita a starmente impassibile ad ogni emozione? Alla fascinazione di un incontro che si è pure dato il tempo di trasformarsi in conoscenza ed esperienza condivisa? Non lo so, in tutta onestà, direi di essermi concessa l’occasione di sbagliarmi ancora e di scoprirlo abbastanza in tempo da consentire al cuore di restare ancora intatto. Che pare poca roba ma invece è una conquista di metodo
 mica da ridere. Credo sia andata più o meno così: toh, mi piace un sacco. E poi, ma guarda che strana coincidenza, forse è un segno del destino. Che bello, stasera lo rivedo. Che bello ascoltarlo. Che
bello. Ah...no mi sono sbagliata. Uh, stavolta mi sento proprio offesa. Chissà perché fa così. Aspetta ora faccio io così, dico così, vediamo come reagisce se io...ah no, mi sono sbagliata. Ah, ma non era vero quello che mi aveva detto. Ah ma gli piaceva lei, e forse anche lei. Ah addirittura...questo proprio non lo sapevo...ah ok, mi sono proprio sbagliata.
Però stavolta non ho pianto mai. Neppure quando di occasioni di sbagliarmi ancora, ad un certo punto, non riesco proprio ad inventarmene più.
Sono diventata proprio brava. 

giovedì 25 ottobre 2018

Stasera mi accompagno a casa

Credo che non arriveranno mai a capirlo davvero. È inutile che mi prodighi in rassicurazioni e prove di gestione più o meno efficace delle beghe di una quotidianità in fondo serena. Per i miei è sempre un fatto assurdo che possa trovare ancora ragionevole trascorrere la mia vita qui, tutta sola, e senza mai poter contare davvero su qualcuno. Sì, non lo capiranno mai forse proprio perché in fondo hanno ragione. Ma penso pure che non basti questo per riuscire ad alimentare il desiderio di rientrare proprio adesso. Non è questo il momento e tanto basta perché la faccenda sia chiusa. “Ma come fai a stare sempre sola?” , “Non sono sempre sola”, “ma non hai paura?”, “No”, “Ma non ti stanchi mai a provvedere a tutto tu senza mai bipartire la fatica?”, “si e mi fa piacere non dover essere di peso a nessuno”, “ma pensi di non tornare mai più?”, “tornerò se e quando sarà necessario”.

Ammetto che, qualche volta, certa mia spavalderia nasconde un po’ dello sconforto che spesso mi prende tutte le volte che ho l’impressione che mi sfugga qualcosa di fondamentale, quando mi lascio coinvolgere in esperienze alle quali non credo fino in fondo, o affascinare da persone scorrette, quando proprio non ce la faccio e mi chideo se sia per stanchezza o tristezza. Ma non dura tanto, perlomeno non abbastanza da convincermi di poter già fare a meno di questo posto.

Ci sono cose che ho smesso di fare solo da poco: preparare dolci, conservare cose inutili pensando che potranno servirmi di nuovo un giorno, di comprare barattoli sott’olio, di immaginare l’uomo della mia vita senza smettere di credere che un giorno lo incontrerò. Ho scoperto che mi avanza un sacco di tempo per fare cose più gratificanti, sane e divertenti. Quasi mai riesco a stare davvero sola e ogni tanto sono persino felice di non avere figli in un mondo così terrificante come quello di questa infelicissima fase storica.
Cosa c’entra tutto questo con la mia assurda “missione” di vivere a Milano? Quasi nulla, se non fosse che ci lavoro, che mi sono innamorata dei corsi che seguo ora, che mi piace il mio frigo quasi sempre vuoto ma con dentro quello che mi serve davvero. So che mi piace ancora la gente del bar vicino casa che mi fa sentire bella, i fogli volanti con appunti che non ricordo di aver mai preso, la serratura della porta blindata che non ho mai messo a posto da quando vivo in questa casa...

Sono ben cosciente che in tutti questi anni l’alternativa allo star sola sia stata, nell’ordine, un affascinante uomo sposato incontrato in una bella palestra del centro che voleva dedicarmi tutti i suoi week end (...forse...), o un altro già impegnato a sua volta senza che io lo sapessi mai(...forse...), o le varie infatuazioni passeggere che sono valse il tempo di un’euforia posticcia, prima di farsi perplessità spoetizzata e lieve frustrazione. Direi anche basta a tutto questo nulla che mi offende ogni volta.

Che importa il luogo in cui decidi di startene? A me molto. Perché con ogni probabilità farei e mi capiterebbero ovunque le stesse cose, gli stessi incontri, le stesse frustrazioni...
Ma è soltanto qui che sono diventata brava a dimenticare, togliere e distogliere. E poi ancora aggiungere, fare altro. E, come per magia, di nuovo ricordare


martedì 2 ottobre 2018

Un cono gelato in un cono d’ombra

Me lo sono concesso ieri pomeriggio. Prima della mia seconda lezione sul cinema horror. Faceva un freddo a cui non ero pronta, piovigginava e mi trovavo alla stazione Cadorna. Il mio ultimo gelato della stagione è stato quello di cioccolati italiani, dove prima di dire che gusto vuoi ti scegli la fontanella di cioccolato sotto cui passerà il cono. Mi piacerebbe sempre vedere la mia espressione mentre assisto a quell’operazione. Non avevo nessun desiderio di gelato, me lo sono quasi imposto. E poi avevo l’ombrello che mi dava noia e portavo pure una borsa piena di gadget sportivi che mi aveva appena regalato il mio ex coach: mi ha perdonato del mio non essserci quest’anno agli allenamenti del sabato mattina. Sono contenta che mi abbia pensato lo stesso e avuto voglia di salutarmi.
La piazza aveva un’aura troppo malinconica, c’erano tre o quattro ubriachi che bivaccavano sul bordo delle scalinate, indossavo abiti troppo leggeri, il gelato era buonissimo ma io non avevo abbastanza appetito. Poi ho preso la metro per andare a porta Genova, dove si tiene il corso, ma l’idea che sarei tornata a casa molto tardi non mi allettava per nulla. A me succede spesso di fare cose che mi piacciono e al contempo di pensare che le condizioni non siano le migliori per poterle apprezzare in pieno. E questo mi fa arrabbiare, perché mi pare uno spreco.

Ad un certo punto ho buttato via una parte del mio gelato traboccante di cioccolato e di variegato alla nutella, ho preso la metro con troppo anticipo e quando sono arrivata per la lezione era ancora tutto chiuso. Nel frattempo mi ha chiamato un amico che ha chiacchierato con me per il tempo dell’attesa e mi ha regalato la possibilità di vedere una cosa bella domenica prossima. Poi finalmente mi sono accomodata in prima fila. Andrea mi ha portato il foulard che avevo scordato alla lezione la settimana scorsa. Che fortunata circostanza! Nelle due ore successive ho preso un sacco appunti da “paura” per film che non ho mai avuto il coraggio di affrontare. Sono rientrata molto tardi, ma stavolta avevo il foulard che mi teneva protetta la gola e ormai non avevo più nessun bisogno di cenare. Ho aggiunto delle coperte sul letto e mi sono addormentata senza temere che i fantasmi tormentassero il mio riposo.

Ormai ho freddo ma non ho ancora tirato fuori nulla di adeguato da indossare ed è come se lo facessi apposta a non ritirarmi subito sul nuovo assetto di una stagione che si fa rigida senza preavviso. È un po’ come se intendessi rispettare una fisiologia che ha bisogno di un tempo diverso da quello esterno per poter assorbire il cambiamento. O forse coltivo la speranza folle di trovare proprio nel disagio una risposta nuova.

Oggi, come ieri, non è successo nulla di speciale, eppure come ieri e come sempre, penso a quello che non ho mai avuto il coraggio di raccontarmi davvero e che in origine fu la vera causa della genesi di questo blog e di ogni mio “resoconto”, tormento, senso di colpa, paura del futuro, dubbio e di ogni giornata grigia su cui provare a mettere colori e buone ragioni. Mi è così facile parlare dei fatti miei, confessare uno stato d’animo, esprimere una riflessione, persino stilare la lista infinita delle mie fragilità. Mai detto bugie, mai sovradimensionato entusiasmi o emozioni. Eppure neppure per una volta ho contemplato la reale possibilità di dirmi a chiare lettere come stanno le cose, quelle che non posso risolvere perché sono una condizione di fatto indipendente da tutto e che però muovono ogni mio passo, lacrima, sorriso e orrore. Stasera penso che sia davvero strano saperlo da sempre ma farci davvero caso solo quando comincia a fare freddo. E il silenzio si fa sentire proprio forte.

martedì 25 settembre 2018

Che orrore! Oppure no?

Tanto lo so che su certe cose ci prendo sempre. È da stamattina che faccio una “capa tanta” ai colleghi sulla mia passione nuova nuova per i vampiri. Quando mi sono iscritta al corso sul cinema horror ho pensato che dovevo sfidare la mia paura per questo genere e allo stesso tempo fidarmi di chi mi avrebbe accompagnato in questo percorso. Andrea è davvero molto bravo, come lo sono per me tutte le persone che mi tengono agganciate alle cose che raccontano. Mi piace moltissimo la sua impostazione e mi interessano le cose su cui si sofferma e il modo in cui riesce a coinvolgere. Di solito, per me, la prima impressione su certe cose equivale alla verità. È pr questo che stavolta mi guarderò bene dal chiedergli l’amicizia, rischiando così di corrompere il fascino e l’aura magica di cui per il momento l’ho investito. È un ragazzo bello e interessante e non gli permetterò di farmi cambiare idea avendoci a che fare. Io proverò a tenermi strette le sue lezioni almeno fino a quando riuscirò a conservare questa sensazione. Uh...che si deve fare per costruirsi qualche angolo di paradiso che non svanisca troppo presto...

Sono entrata in ufficio molto tardi perché sono andata prima in un posto per cercare una cosa (che non ho neppure trovato) in una zona molto elegante di Milano dove ci sono agenzie di moda o uffici per grandi affari. Erano le 7:30 quando ho preso una metro che esplodeva di persone animate da scopi diversi ma col comune obiettivo di resistere a quel tratto di viaggio così disagiato. Poi sono arrivata in Porta Genova e la strada che ho percorso era già affollata da persone vestite molto eleganti, agganciate al cellulare e che procedevano a passo molto più spedito del mio. Credo che sia stato in quel momento che ho pensato a quanto di solito siano fortemente atipici, rispetto a questo, i miei inizi di giornata. Questa mattina, più che mai, mi sono resa conto di quanto sia stato vitale per il mio pur precario equilibrio mentale, alzarmi molto presto ed avere rituali molto disciplinati ma privi di fretta e concitazione. Guardando quei volti così assonnnati ma accigliati, già immersi nei cellulari e mantenendo fastidiose pose precarie sui mezzi, ho avuto nostalgia dei miei soliti esercizi spaccacuore, del tappetino su cui aspetto che il battito si regolarizzi, della doccia lunghissima dopo il primo caffè e prima del secondo. Mi sono resa conto di quanto sia rassicurante il gesto sempre uguale di indossare le cuffie piene della musica che mi serve per coprire i 42 minuti a piedi per arrivare al lavoro e che tutto questo accada nella più totale solitudine e prima delle 7:30 del mattino.
Il mio limite è fidarmi molto spesso delle mie sensazioni e la trappola in cui casco è quella di credere che gli altri starebbero davvero meglio se accettassero lo sforzo che questo a volte comporta. Forse addirittura il mio errore sta ancora più a monte e cioè nel pensare che in quei volti ci fosse davvero del malcontento nel loro eccesso di frenesia o anche solo nel prendere una metro in cui a certe ore puoi morire soffocato ... Il problema è forse invece proprio mio, che potrei anche impazzire per così poco se pensassi di cominciare le mie giornate come oggi.

Intanto ieri ho cominciato ad incontrare i miei demoni e mi hanno molto divertito. Forse un giorno arriverò addirittura ad abituarmi ad andare al lavoro in autobus piuttosto che ascoltare la musica camminando a piedi per quarantadue minuti, per ben due volte al giorno. Per il momento mi pare impossibile.
Ma il corso sul cinema horror è appena cominciato e io voglio imparare proprio tutto


domenica 2 settembre 2018

Bagaglio a mano libera

- ma ci pensi che belle tappe possiamo fare partendo ogni giorno da Porto Heli? Abbiamo la macchina, non dobbiamo preoccuparci di dove mangiare, possiamo starcene ogni giorno su un isolotto diverso se vogliamo, visitare tutti i musei e gli antichi teatri che vogliamo...
- hey, frena...quanto dista la spiaggia dall’albergo
- niente, devi solo scendere dalla stanza
-e la colazione? Spero sia all’americana e ovviamente a buffet?
- sì
- e il centro massaggi?
-sì col 20% di sconto su ogni trattamento...ma, come ti ti dicevo, domani andrei a Spetses e poi a Hydra, poi al teatro antico di Epidauro e poi...
-frena....frena...frena. La sola ragione per cui io mi trovo qui è perché ho bisogno solo di tanto sole, tantissimo mare, cibo preparato da altri e sforzi limitati alla respirazione e altre attività minime e strettamente necessarie
- Lucia, figurati, so che ti piacerebbe ma purtroppo sai bene che se tornassi a casa senza aver fatto e visto nulla te ne pentiresti così tanto che ti appelleresti alle torture della Santa inquisizione per l’espiazione. Siamo nella culla della civiltà, neanche volendolo ne rimarresti indifferente
- smettila con questa retorica! Tra ieri e oggi abbiamo percorso in macchina quasi trecento kilomentri. Abbiamo attraversato una terra brulla e desertica, hanno l’iva al 24% (!!!) e si percepisce ovunque che è un paese in affanno. Prendi l’albergo in cui siamo, è bello ma in realtà è un casermone iperdimensionato che ricorda certa architettura sovietica, ora riproposto con una non troppo sapiente operazione cosmetica e quanto è rimasto  da vedere della culla della civiltà meriterebbe un atteggiamento meno barbarico negli scopi reali di chi vi giunga. Io sono venuta qui con un bagaglio a mano e la ferma intenzione di andare al mare, prendere il sole e fare la colazione all'americana. Tutto il resto mi pare inutile quanto una citazione di Paulo  Coelho o di un uomo interessato a più di una sola donna, o del singhiozzo, o di Homer senza Marge...
- Lucia...
-sì, stavolta voglio fare una vacanza barbarica perché so che sarebbe inutile impostarla diversamente. Sono arrivata vuota, quasi senza nessun bagaglio, eppure mi sento ancora piena di ciarpame di cui non riesco a liberarmi. Sono qui solo per posare tutto e andar via completamente libera e senza pesi
-ma intanto potresti portarti a casa qualcosa di veramente lieve, come il passato che ti riguarda davvero e da cui potresti ripartire per ritrovarti. Senza retorica. Ma a me la Grecia pare dirmi solo questo, persino da questo albergo, dalla colazione all’americana, dall’iva troppo alta...mi dice “lascia perdere tutto questo. Vieni a vedere cosa sono stata e continuo ostinatamente ad essere, malgrado ogni barbarie antica e aggiornata”
-dici che non mi peserà?
-dico che solo così avrà avuto senso venire qua con un bagaglio a mano
-passami la cartina che abbiamo un po’ da fare. Meno male che abbiamo la colazione all’americana, che sennò chi ce la fa

mercoledì 22 agosto 2018

500

Meglio non sapere. Tanto più se serve a compensare un difetto di coraggio, quello che avrei dovuto avere per affrontare l’incontro dal forte impatto di oggi pomeriggio. È andata così: qualche giorno fa un amico mi ha regalato una smartbox che ho deciso di convertire in massaggio tailandese presso un centro molto carino  a piazzale Lima. Pensavo che avrei raggiunto il Nirvana grazie al tocco carezzevole di una fanciulla minuta che mi avrebbe regalato benessere e oblio. E invece non ho impiegato molto tempo per capire che la piccola donna molto robusta che mi avrebbe manipolato per quarantacinque minuti, mi avrebbe ridotto in tanti mucchietti di ossa raggruppati per categoria e poi ricomposti secondo i sacri principi dell’olistica orientale (dico parole a caso ma il concetto sono certa che sia chiaro). Tuttto è cominciato con un ingannevole, perché piacevolissimo, lavaggio di piedi con un’asciugamano imbevuta di gradevoli sostanze profumate. Non potevo ancora sapere che sarebbero stati gli unici due minuti di piacere, perché subito dopo ha cominciato con pressioni tali che neppure il mio pudore nel lamentarmi o muovere critiche al lavoro altrui mi hanno impedito di urlare più di una volta. Ad un certo punto la piccola donna molto robusta ha cominciato a camminarmi sulla schiena e poi a piegarmi le braccia come quando si bloccano i ladri per evitare che scappino. Dopo circa venti minuti, forse per rassicurarmi, mi ha detto in un italiano molto incerto “eh, massaggio è così...”. Intanto io vedevo tutte le stelle e sentivo le ossa fare tanti rumori diversi, come se volessero imprecare nella loro lingua. Poi mi ha detto di girarmi e ha cominciato ad accartocciarmi e scartocciarmi mentre saliva sul lettino e faceva una serie di pressioni pesanti su collo e spalle. Ancora non posso credere di essere uscita intatta da quella prova di demolizione e riassemblaggio.
Quando mi sono alzata per rivestirmi mi girava la testa. Ma è durato pochissimo. Poi ho sentito di stare divinamente, non avevo nessun dolore, neppure al braccio che mi fa male da più di due anni. Incredibile. Quando sono uscita dal centro ero così rilassata e avevo così tanto sonno, nonostante fosse le quattro e mezza del pomeriggio, che ho avuto problemi e rientrare a casa senza svenire
nell’autobus. Sono collassata sul divano e ho messo uno dei dvd trovati per caso qualche giorno fa. Era “Dolls” di Kitano. Non lo avevo mai visto prima, pensavo che fosse noioso e criptico, e invece ne sono rimasta completamente folgorata. Anche in questo caso assecondare esperienze di cui non conosco la natura mi ha procurato un immenso beneficio.

Qualche anno fa seguivo un blog molto divertente di una persona che ora seguo su fb e i cui aggiornamenti sono sempre arguti e molto divertenti. Lui si è separato molto presto, quando il suo bambino era ancora molto piccolo, per cui gestiva il rapporto con l’amatissimo figlio secondo una tempistica rigidamente predefinita e di cui lui ogni tanto raccontava.  In uno dei suoi post scrisse, in occasione del decimo compleanno del suo bambino, “sei la percezione esatta dell’amore”. Mi sembrò una frase così bella da parte di un padre che non la scordai mai più. Oggi quel figlio è un adolescente, io continuo a trovare interessante il modo in cui si evolve il rapporto con il suo papà e a leggere incuriosita i suoi auguri di buon compleanno. Avverto ancora lo stesso amore, ma le parole sono diverse, riguardano anche considerazioni sul suo carattere, le discussioni, i conflitti generazionali, una testardaggine emersa con gli anni...e io penso sempre a quella “percezione esatta dell’amore” che è così facile, prevedibile e intuitiva quando tutto è controllabile. E invece così eroica, sorprendente e interessante dopo, quando tutto è meno netto, più sfuggente, più articolato.

E così ho pensato che qualche volta le cose che scegliamo sono spesso tali da farci credere che ciò che decidiamo di fare, essere, amare, sia poi pure controllabile nei suoi esiti, per il solo fatto che ne abbiamo una coscienza e volontà iniziali. E invece, ad un certo punto, pare che vengano a dirci “adesso ti faccio vedere io cosa volevi davvero ma ancora non potevi saperlo”.
A volte. Mica sempre. Ma quasi sempre.

Avrei voluto dire tante cose per il mio post numero 500. Ma poi mi è venuto questo. Che ne sapevo.

lunedì 23 luglio 2018

La regia degli affetti

Qualche volta c’azzecco proprio. È rarissimo ma quando capita mi pare un miracolo. Ricomincio la settimana lasciandomi alle spalle un magnifico week end pieno di cose molto diverse e tutte felicemente necessarie alla mia sempre precaria visione ottimistica delle cose. La cosa è tanto più strana se penso che tutta questa carica positiva è scaturita da un bel documentario su Ingmar Bergman, notoriamente non proprio un allegrone. Di lui ho sempre pensato che, oltre ad essere un genio inarrivabile, fosse uno di quei traditori seriali che non mi augurerei mai di incrociare nella mia, già di suo sfortunata, vita sentimentale e invece ho scoperto che il suo ultimo amore, quello della maturità, è stato per una donna con cui è rimasto felicemente fedele per venticinque anni, prima che una malattia portasse via quella adoratissima donna e dopo cure e presenza premurosa da parte lui. Gli ho voluto ancora più bene di prima. Il documentario  era notevole anche per molte altre ragioni, ma forse io sentivo soprattutto il bisogno di riabilitarlo su questo fronte. Immenso Bergman, anche per aver imparato ad amare come si deve, seppure soltanto in vecchiaia.

Ieri invece ho fatto una lunga escursione con alcune delle persone che più mi piacciono quando faccio sport di gruppo e, nonostante mi sia affaticata più di quanto pensassi, ho ancora negli occhi scenari incantevoli, risate collettive e conversazioni buffe. Tutte cose per cui poi mi pento della mia dominante attitudine alla solitudine. La verità è che le persone mi piacciono quasi sempre più di quanto io stessa sia pronta ad ammettere e garantisco che riconoscerlo non è così automatico. Forse la spiegazione è che , per dirla con lo stesso Bergman, “tutti i legami sono complicati” e credo che per legami lui intendesse il piccolo, o immenso, sacrificio che compie ciascuno di noi per aprirsi all’altro e accoglierlo in quanto tale. Ciò che non è legame non è complicato, ma ahimè, privo pure di bellezza e di senso.

Oggi mi è capitato di rileggere lo scambio di messaggi con una persona a cui voglio bene e al quale una volta ho detto “sei adorabilmente gentile”, col tempo non ha confermato l’impostazione di allora, ha spesso assunto comportamenti che mi hanno spiazzato e che non ho mai completamente compreso. Io l’ho assecondato, mi sono chiesta spesso cosa avessi detto o fatto perché ad un tratto non fosse più così sfizioso nei modi e, in generale, perché lo sentissi meno amico e meno presente. Non mi sono mai data una risposta e ho accettato la cosa per quella che era: nulla di particolare. “I legami sono complicati”, le cose semplici invece si perdono da sole sfumando in un tempo che ad un certo punto non ne definisce più la natura. Quando succede mi dispiace un po’. Poi però mi passa, come è giusto che sia, e mi ripeto che in fondo l’affetto altro non è che un atto unilaterale di durata variabile. Se non sei abbastanza fortunato, o bravo, da farlo diventare una cosa felicemente complicata. Bergman, che era Bergman, ci è riuscito soltanto da vecchio. Pensa tu quanto è difficile...

domenica 17 giugno 2018

Ma cosa mi racconto?

Sì, in effetti credo di aver conosciuto tempi migliori. Sono un po’ nervosa in questo periodo. Eppure non mi è successo niente di troppo diverso dagli ultimi due o tre anni. Però è così e da quando accarezzo sempre più convintamente l’idea di cambiare casa mi pare che tutto qui dentro sia causa di irrritazione. Anche fuori, a parte le mattinate a correre e le intere giornate chiusa nei cinema o a camminare per conto mio nei parchi, mi sento piuttosto poco accogliente. Persino stamattina. Erano le sette e il vicino ha messo i canti della chiesa, o di chissà quale religione a me sconosciuta, a tutto volume e io gli ho urlato di mettere più piano. Mai avrei pensato di fare una cosa simile anche soltanto un anno fa e invece da quando odio quegli orribili bambini pachiderma che fanno sempre chiasso il mio lato peggiore si manifesta con eccessivo orgoglio e una preoccupante frequenza. Non mi piace, non mi piaccio io quando mi comporto così, ma che altro posso fare per pretendere un po’ della pace che mi viene indebitamente sottratta...

Stamattina è così. Mentre scrivo sono le nove trenta del mattino. Ho sbrigato un po’ di faccende domestiche, fatto un piccolo bucato a mano, preparato la colazione e una enorme insalata per il pranzo.  Di solito queste attività mi piacciono solo per un un’unica ragione: le faccio pensando a qualcuno a cui voglio bene. Soprattutto quando cucino. E non importa se manchino del tutto le condizioni per cui quel piatto arriverà ad essere testato dall’inconsapevole invitato. Pure quando tiro a lucido la casa lo faccio perché immagino di aprire la porta e garantire degna accoglienza, sempre ad una persona precisa. Mi succede anche quando leggo un libro, o compro un abito nuovo o se cerco un prodotto tra gli scaffali di un supermercato. Pure quando scelgo un film da vedere. Ho sempre bisogno di sapere che cosa ne penserebbe il mio qualcuno di turno.
Purtroppo spesso mi ritrovo a muovermi con altro piglio, come quando arrivo in ufficio e la prima cosa a cui penso è tenere la porta chiusa, isolarmi con le cuffie e sperare che nessuno venga ad interrompere il mio splendido isolamento tra scartoffie, podcast di radio24, pausa pranzo con annessa contemplazione del condomino di fronte. Ma poi succede anche tutt’altro, che se possibile, mi piace ancora meno. Per esempio succede che ddlle amiche trovino normale raccontarmi dei loro amori non corrisposti (ma perché proprio a me che in materia sono una incompetente totale? E invece non mi salvo lo stesso) e io vorrei dire semplicemente “ma perché credi di avere qualche speranza? A me basta una frase sbagliata, un piccolissimo equivoco, una minimissima dimenticanza o distrazione perché mi sia tutto chiaro e senza possibilità di recupero. I legami veri, profondi, sensati sono fatti di dettagli in assenza dei quali è solo vaga frequentazione. E su quella si può anche non investire alcunché”. Io però non dico mai nulla, non spezzo illusioni salvifiche, ascolto e penso “meno male che mi sono organizzata con l’immaginazione e che il mio qualcuno di turno, pure se esiste e mi regala a sua insaputa la voglia di fare le cose, non è davvero mio”. Alla fine è questo il solo modo che ho di garantirmi che non ci sia nessun’altra, che ci si capisca davvero e che non si litighi mai...e a me il solo pensiero che tutto questo sia anche soltanto pensabile mi restituisce una tale energia che quando torno alla realtà, quella fatta di vicini rumorosi, un lavoro che a volte mi snerva, delle buste della spesa troppo pesanti...e dei troppi film, non sono più così amareggiata.

Sì, credo che il potere dell’immaginazione sia davvero tale quando si traduca in energia vitale, in azioni positive dettate dall’amore anche solo pensato, quando ti allontana da una realtà che non ti rende tollerante verso cose e persone che compongono la tua ordinaria condizione esistenziale.
Sì tutto questo. Quasi tutto, perché per me l’immaginazione è “in realtà“...nel senso che è la mia sola maniera di tenermi agganciata alla realtà rendendomela più o meno accettabile.
Con buona pace di tutti i “qualcuno” sbagliati che ho reso perfetti con bugie tutte accuratamente scelte soltanto da me. Che fortuna!


mercoledì 30 maggio 2018

Tempo variabile. Come i fianchi

Di nuovo brutto tempo. In questo momento sento tuoni che evocano altri mesi e le piogge che sopraggiungono improvvise mi vedono quasi sempre vittima prediletta mentre vado in ufficio riducendomi un pulcino completamente fradicio. Ieri è andata proprio così, ma poi nel pomeriggio c’era di nuovo un sole abbastanza caldo da farmi cedere alla tentazione di un gelato da “melaverde” ,che fa il variegato all’amarena più buono che abbia mai assaggiato, ma pure sperimentazioni ardite che apprezzo e delle quali i miei fianchi danno prontamente contezza. Ma tant’è, non ho più vent’anni e a pensarci bene direi meno male. Ci pensavo giusto un paio di giorni fa, quando a cena mi trovavo accanto ad una deliziosa ventenne a cui avevo detto “beata te che hai vent’anni”, ma in realtà non lo pensavo affatto. E lei mi ha risposto “no guarda,  non è bello per niente”. E io ero d’accordo con lei, pure se manco mi ricordo come vivevo davvero le cose, quali paure avessi, di che natura fossero i miei disagi. Ero al secondo anno di università, mi approcciavo per la prima volta alle scritture in partita doppia senza raccapezzarmici minimamente, frequentavo uno che non mi interessava per dimenticare unaltro, completamente scemo, per cui stavo soffrendo, studiavo nella biblioteca del maschio angioino solo per tenere il mare di fronte, mi truccavo troppo e non mi piacevo mai. Io non credo che certo disagio fosse dettato dalla paura del futuro perché in realtà ciò che mi spaventava davvero era proprio il mio presente e quella sensazione orribile di seguire la strada sbagliata confidando soltanto nel fatto che prima o poi sarebbe stato tutto diverso. No, i vent’anni dovrebbero proibirli per legge più o meno a tutti.

 A me sono piaciuti i trenta. Se dovessi dire quando è stato che mi sono sentita perfettamente “allineata” tra mente, anima e corpo io penso ai miei trent’anni. Avevo ormai portato a termine tutti i miei obblighi, vivevo per conto mio. E avevo dei bei fianchi. Forse mi sbaglio ed è solo l’impronta personale del ricordo ad evocarmi sensazioni che in realtà erano un’altra cosa. Chi lo sa se anche per quella deliziosa fanciulla, così consapevole di quello che le piace, appassionata di un regista che fa film sugli skaters (...ma forse sono io a non aver capito bene...) e così inquieta, in realtà non abbia già raggiunto una maturazione piena, quella che non cerca altro se non di esprimersi con mezzi ancora da trovare, o se invece i dubbi assalgono anche lei e che un nome tatuato sull’avambraccio sia soltanto un equivoco ancora tutto da chiarire.

Il tempo è così variabile e imprevedibile, la pioggia mi coglie sempre impreparata ma poi dopo c'è il sole e io mangio gelati che subito mi fanno ingrassare. Ma questa non è una buona ragione per desiderare i vent'anni. E così stasera, che piove per un po’ e poi subito smette, ho pensato che se dovessi avere anche io un progetto per il futuro sarebbe questo: ritrovare i miei trent’anni. Almeno per un altro poco. Ma non ho più l’eta. Non più quella. Oppure ho solo bisogno di altro tempo per tornarci.

mercoledì 9 maggio 2018

specchio perplesso

Non sapevo che dirmi. Ci sono giorni che mi sembrano opporsi alla fissità di un ricordo qualsiasi sebbene ciò non sia per ragioni legate alla scarsa portata di quello che mi accade: non ho mai pensato che una vita degna di essere raccontata debba necessariamente vantare fatti o episodi significativi. Il senso di un ricordo sta in ciò che si sta provando o semplicemente nel modo di elaborare il proprio quotidiano, una semplice frase, un obiettivo...in teoria potrei affermare che è sempre il momento di scrivere per raccontare.

In questi ultimi giorni mi sono concessa ottime scuse per non dirmi nulla e se dovessi fare un breve resoconto di quello che mi è successo  ricordo solo di un tempo eccessivo ad ascoltare questioni un po’ tediose su affari di cuore altrui che mi appaiono fin troppo chiari. Ma in fondo che diritto ho io di reprimere sogni e illusioni? Ho visto dei film che mi sono tutti tanto piaciuti, ripreso le lezioni sul cinema di cui ho sentito  forte la mancanza e ho cominciato un corso sull’arte contemporanea di cui sono rimasta felicemente sorpresa. Non si è ancora costituito il nuovo governo e in questo momento Cacciari è alla tv e sta dicendo cose ovvie assieme ad altre che richiederebbero quantomeno una competenza lievemente più specifica su questioni di economia. Ma forse mi sbaglio ed è davvero sufficiente interpellare un intellettuale che per ricordare al mondo di esserlo non fa altro che stare in video a diffondere verità assolute. Se dovessi trovare una parola chiave per la fase generale che mi ritrovo a vivere, per non raccontarla, userei la parola perplessità. Non faccio altro che rimanere perplessa in senso “olistico”. Se dovessi produrmi in una lista finirei per avvalermi dei rotoloni Regina. Se dovessi darne un saggio immediato potrei dire che sono perplessa quando:

-quando mi alzo al mattino all’alba e bevo due bicchieri d’acqua e una compressa di ferro, ma poi sono sempre quasi anemica
-quando penso alle volte che ho chiesto di partecipare ai bandi per fare un anno di lavoro all’estero e mi è stato detto di no. Perché? Perché non si può, anche se il bando è interno...
-quando amo starmene per conto mio ma poi non faccio che sorridere al solo pensiero di poter rivedere le persone che mi piacciono
-quando penso che non avrò mai dei bambini ma il futuro mi interessa come se ne avessi
-quando penso che Jovanotti è un cantante di successo e non mi capacito delle ragioni per cui sia così
-quando vedo che nell’armadio ho vestiti che ho comprato io stessa ma che poi non ho mai messo
-quando mi dipingo le unghie e le labbra di rosso anche se fatico a riconoscermi
-quando al supermercato compro una vaschetta di gelato e poi però la poso subito perché...ma che ne so perché...

Potrei non smetterla mai. Ad ogni mia azione corrisponde quasi sempre una reazione uguale e perplessa e io davvero non saprei dire quale delle due abbia in sè le ragioni più valide a fornirmi l’idea più precisa dello “spirito del tempo”, sospeso tra verità inviolabili, che a me paiono più tautologie che qualcosa di molto altro, e l’eterna incertezza da assenza di riferimenti solidi a cui aggrapparmi. O con i quali farmici un bel cappio.

Sono giorni così, che si susseguono con calma rara ma autentica, come quella vissuta quando si riesce a non indagarne troppo accuratamente le ragioni.
Questa pace andrebbe onorata almeno con un variegato all’amarena accompagnato con delle cialde. Ma al supermercato ho finito per non cadere in tentazione.
Che sciocca.



giovedì 15 febbraio 2018

Incontri ottimali. Quando il marketing non serve ad incrociare la domanda con l’offerta

Sapevo che lo avrebbe fatto. La conosco bene ormai e mi sarei stupita se non me lo avesse chiesto. Da molti anni ormai conosco una signora milanesissima, molto bella, disinvolta e spigliata, che vedo periodicamente perché ha un’agenzia che si occupa di un sacco di cose diverse tra cui ricerche di mercato a cui mi piace moltissimo partecipare. Quando ci siamo riviste mi ha di nuovo chiesto se avessi incontrato qualcuno. Credo che quello di vedermi “sistemata” sia una suo strano cruccio da quando mi conosce visto che è la stessa persona che poco più di un anno fa ispirò il post più letto di questo blog e che raccontava, con toni molto divertiti, dell’unico incontro combinato (da lei, appunto) a cui ho partecipato per assecondarla. Per questa ragione ieri non mi sono affatto stupita quando mi ha detto: “Lucia, non vieni mai agli eventi che organizzo nei locali tra corso Como e Brera. Per favore domani vieni all’**** che ti presento un po’ di ragazzi stupendi. E non ti preoccupare la parrucca da ***** me la metto io, mica tu. Dai vieni, per piacere. Sei mia ospite”. Io continuo a trovarla adorabile e non so cosa darei per avere un centesimo della sua esuberanza e vitalità, soprattutto alla luce di una storia dolorosa e complicata legata al dramma di una malattia sconfitta dopo un lungo calvario. Quando mi ripete che non è possibile che io stia sola, come se desse per scontato che la cosa non mi piaccia, e che dovrei sentirmi in colpa per tutto quello che potrei avere e che mi sto perdendo, mi strappa sempre un sorriso, forse perché in fondo penso che abbia ragione ma che questo non basta per farmi desiderare di incontrare qualcuno, magari di notte, in un locale dove la gente si mette le parrucche e ride, beve e balla in un contesto poco familiare. E così stavolta le ho detto di no, che non sarei andata con lei a festeggiare un santo con le frecce scadenti e una pessima mira. Ma le voglio bene lo stesso e so che se deciderò di cambiare abitudini lei uno da presentarmi lo avrà sicuramente pronto. Non funzionerebbe affatto ma almeno ne avrei l’ennesima conferma.

Anche oggi ho partecipato ad una ricerca di mercato. Era sugli elettrodomestici. È durata tre ore, mi sono divertita moltissimo e tuttavia pensavo sgomenta a quanta finta libertà di scelta abbia un consumatore in un mercato apparentemente libero come quello nostro. Siamo in realtà il prodotto manipolato ad arte di una scienza (quasi) esatta che tenta di studiare ogni minimo aspetto di noi e del nostro spazio di manovra per farci credere di scegliere ciò che ci viene semplicemente imposto. O forse non è così, forse ci vuole conoscere per capire chi siamo e cosa vogliamo per poi produrre cose che ci fanno felici, ci servono davvero, ci fanno crescere ed evolvere. Vai a sapere...

E così stasera, mentre ho un sonno che la metà basta a confermarmi che non sono fatta per vivere la notte mi chiedo se esista pure un marketing dell’incontro che non si limiti a trovare un punto di equilibrio tra la domanda e l’offerta di piani cottura a induzione e, poi, come mai non si sia mai pensato di studiare, chesso’, il punto di squilibrio ottimale da cotte senza piani e non indotte da nessuno? Magari un matching ottimale tra individui liberi, ma liberi veramente. Come un mercato che, finalmente, funziona davvero


martedì 23 gennaio 2018

La lista dei non desideri da realizzare assolutamente

Qualche anno fa, quando ancora conducevo una vita molto poco domestica, ho partecipato ad una serie di incontri tra autori, registi, sceneggiatori in quello spazio suggestivo e immaginifico che è il museo interattivo del cinema. I diversi dibattiti erano moderati da giornalisti e critici di cinema e io me ne stavo lì, per l’intera giornata ad ascoltare tutti. In una di quelle volte c’era anche Luca Guadagnino, regista che non credo di conoscere e apprezzare abbastanza ma che all’epoca mi colpì molto per l’ego piuttosto ingombrante e una certa vis polemica sulla capacità del suo ambiente di valorizzare il vero cinema d’autore. Ricordo che lo trovai abbastanza sgradevole e poco simpatico anche per quel suo ritenersi il figlio legittimo di Bertolucci, per certo snobismo nella scelta dei finanziatori, per l’eccesso di compiacimento nel dire “la mia amica Tilda” e pure per il malcelato rancore verso il mondo accademico che a suo tempo non gli concesse la cattedra che desiderava.
Poi mi sono ricordata del motivo per cui conservo comunque un buon ricordo di quell’incontro e della giornata nel suo complesso. Successe al buffet. C’era un giornalista che si chiama Enrico Magrelli (credo lavori ancora per radio tre) che mi era molto simpatico e ad un certo punto punto, non so per quale ragione, io avevo in mano una bottiglia di vino e stavo per riempire il suo bicchiere. Ma lui mi ringraziò ma disse che non lo avrebbe mai permesso. Si riempì il vino da solo. E io lo trovai davvero gentile (resta da capire cosa ci facessi io col vino in mano). Fu una bella giornata. In bocca al lupo a Guadagnino per gli Oscar che spero meriterà.

Sono molto raffreddata e mi sento un po’ stordita, ma in fondo sapevo che non l’avrei fatta franca e che la ciclicità di certe esperienze non si interrompe con un semplice auspicio. Forse è per questo che stasera, mentre danno un film di Moretti che mi diverte sempre tanto, mi sono chiesta se sia possibile stilare una lista delle cose che non farò. Anzi, mi piacerebbe proprio poter fare un miscuglio delle cose che non farò mai, di quelle che non farò mai più e di quelle che solo per il momento non farò, secondo un ordine che non renda possibile capire di che natura sia il mio “non fare”. Sono convinta da sempre che le liste siano un modo comodo ed efficace di tenere le cose sotto controllo e scandire una ipotetica tabella di marcia per raggiungere prima e meglio un obiettivo. D’altro canto hanno il difetto di ingabbiare le scelte e limitare la libertà di movimento. Sono come delle scatole chiuse. E così stasera mi sono detta che se invece parto da tutto quello che lascio fuori, ovvero tutto quello che non voglio assolutamente o che non è ancora pronto per me, ecco che all’improvviso è come se avessi a disposizione una scelta illimitata in cui individuare tutto quello che davvero non voglio, non voglio...e non voglio, anzi ciò che non voglio più, non voglio per ora, non vorrei mai. In ordine sparso potrei dire che per esempio potrebbe trattarsi di cose di questo genere:

- Dipendere materialmente e/o affettivamente da qualcuno
- mangiare carne e pesce
- frequentare uomini sposati
- smettere di fare sport
-Votare a destra o il m5s
- litigare per questioni di principio
- comprare barrette sostitutive dei pasti
- tornare dopo troppi anni nei posti in cui sono stata felice
- leggere un libro di Fabio Volo
- tagliare i capelli corti
- cercare alibi per i miei errori
- ingrassare (almeno non in modo irrimediabile)
- smettere di credere che dietro un qualunque angolo ci sia...ci sia...chi c’è?

Il film è appena finito. Il Papa ha detto che non ce la fa. E in fondo che male c’è: il mondo deve essere anche a misura della nostra fragilità e vulnerabilità e non per questo cessa di essere un’avventura gloriosa, incosciente, esilarante.
Passiamo la vita a progettare desideri da realizzare senza considerare che quelli da non realizzare sono inevitabilmente molti di più e la maniera di non realizzarli può darci le stesse immense soddisfazioni. E così stasera ho pensato che la vita, al netto dei desideri, abbia veramente una marea di spazio in cui muovermi, scegliere e nella quale prendere le mie distanze oppure no. Forse era per questo che quel giorno avevo una bottiglia di vino in mano. Io. Che non bevo mai



venerdì 22 dicembre 2017

Dove sono rimasta?

"Lucia, come mai non hai più voglia di organizzare viaggi?". È una domanda legittima se fatta da chi mi conosce abbastanza e confidi nella mia capacità di gestirmi, non certo se a manifestare questa curiosità sia mio padre, che crede che muoia travolta da una panda spinta da un nano quando decido di andare in bici al lavoro.
In effetti negli ultimi due anni non è piu una mia priorità evitare parte del rigido inverno milanese con un po' di vacanze in posti caldi, piuttosto comincia a dispiacermi stare lontana da questa città, da questa casa che con oggi fanno esattamente otto anni che c'ho messo piede, mi pesa interrompere le attività che mi scelgo e che richiedono continuità. E poi non voglio più scappare da niente. Forse è questa la vera risposta.

Stasera, rientrando dal lavoro, c'era ancora per terra il tappetino sul quale faccio i miei strani esercizi del mattino, quelli con la famigerata Rebecca, e un po' di meditazione o di rilassato ascolto di musica per canalizzare l'energia per la giornata. Amo quel faticoso rituale, il caffè con la moka pronta dalla sera prima, gli integratori, la doccia bollente, poi gelata e poi di nuovo bollente e ancora gelata...amo queste mattine  tutte buie, il ghiaccio sull'erba, via Mecenate completamente illuminata dalle lucine intermittenti dei balconi condominiali, le cuffie, gli occhi che finalmente mettono a fuoco il contesto, il respiro che condensa, la mia camminata verso il lavoro che faccio partire tremando per poi arrivare sveglia e riscaldata. Chi me lo fa fare di cercare dell'altro? Mi aspettano quattro giorni di festa e ho una pila di libri da finire e il pranzo di Natale già pronto da scongelare. Avrò la mirabile opportunità di poter scegliere di tenermi lontana da tutto ciò che è inutile, convenevole, rituale, di passeggiare molto o chiudermi in un cinema. Tutto questo senza mai desiderare di trovarmi altrove o con qualcuno.

Non è sempre stato così e non è stato indolore provare a capire cosa non funzionasse. L'inverno è una stagione silenziosa, forse concepita per la riflessione e la pianificazione. A me, nel periodo di temperature minime, si gonfiano sempre le mani così tanto da "esplodere" in piccole ferite che sanguinano per mesi e mesi fino a quando le temperature non riattivino la circolazione: una vera tortura di cui per fortuna non sono ancora vittima quest'anno. Come se non bastasse la mancanza di luce favorisce forme sottili ma insidiose di tristezza. Oggi penso che forse la cosa veramente interessante sia proprio questa sfida: attraversare una stagione difficile vivendola dal suo interno, e dal proprio interno: stare bene da soli, parlare poco, godere anche dell'oscurità e del suo mistero, accogliere la malinconia come uno stato d'animo intenso e non la parente stretta della tristezza. Se le mani dovessero gonfiarsi di nuovo, pazienza, passerà di nuovo...Perché dovrei scappare da tutto questo per una "vacanza" che per sua stessa definizione non serve a colmare vuoti ma a crearli?

Avrei voluto spiegare al mio papà che i viaggi sono una bella cosa quasi sempre, pure quando a farli ci muova una specie di smania, di inquietudine sorda a cui non si sa dare da subito un nome. Gli avrei confessato che io forse ho sempre preparato le mie valigie guidata da un simile spirito illudendomi di tornare senza più questioni irrisolte. Gli avrei detto che oggi sono tranquilla, che mi piace questo inverno, mi divertono le mie mattine ad alto impatto e certe persone simpatiche con cui mi confronto, che non voglio più spostarmi dal mio posto destinato senza sapere prima da cosa mi stia davvero allontanando.
Avrei potuto. Invece gli ho detto che ci sarebbe un tour in Islanda di slow trekking per ammirare l'aurora boreale, abbastanza caro e molto faticoso, e che deciderei di andarci soltanto se ci venisse anche lui (che tanto figurati se mi dice di sì).
 E lui mi ha risposto, pieno di entusiasmo, che ci verrebbe molto volentieri...








martedì 7 novembre 2017

Meno solitaria di un passero 🚶‍♀️

La prossima volta prometto di dosare meglio la mia motivazione. Mi sono messa in prima fila come a voler afferrare ogni piccola nozione senza rischiare la minima dispersione e senza considerare che sarebbe stato probabilissimo, anzi certo, sprofondare in una devastante forma di letargia dopo il primo quarto d'ora. Ho passato tutto il giorno a seguire una lezione su una questione di cui mi occupo in sostituzione di un collega. Una tematica direi cruciale, che trovo spesso ostica e drammaticamente noiosa, ma per fortuna non ho mai pensato che il lavoro dovesse necessariamente essere divertente. Può esserlo se si è molto fortunati e dotati o quando le idee sono ben chiare nel delicato momento di certe scelte definitive. Durante la pausa pranzo sono rimasta da sola in aula, con un libro di cui ho letto solo qualche pagina e l'i pad che comincio ad usare con più parsimonia ma sempre un po' troppo...

Ad un certo punto mi sono imbattuta in una citazione di Leopardi sull'effetto "amplificatore" della solitudine, intesa come condizione sublime o terribile a seconda dello stato iniziale di chi la vive. L'ho commentata, dicendo più o meno che è una condizione che mi è assolutamente congeniale e che forse questo non sia un bene. In realtà essere dei solitari non coincide con lo star soli, cosa che per la verità mi capita fin troppo di rado tra lavoro, sport, amicizie più o meno consolidate...la mia solitudine è assenza di turbamento, coincide coll'attimo esatto in cui apro la porta di casa la sera, quando è tutto finito e non c'è nessuno ad aspettarmi, a cui rendere conto, tentare di piacere, chiedere pareri, fare progetti, assumere responsabilità, o accettare una qualsiasi inevitabile forma di distrazione o semplicemente una limitazione del mio spazio vitale. Quel momento esatto della mia azione quotidiana di rientro da un giorno che avrei voluto fosse stato anche altro è la parte più magica del mio tempo. Non sono una musona sociopatica e anche io ho sperimentato forme d'amore un numero sufficiente di volte per riconoscerlo e, forse, cercarlo ancora. Il fatto è che con gli anni ho definito sempre meglio il confine che mi separa da tutto ciò che non mi appartiene ma che soltanto in parte posso evitare. Star sola per me è sperimentare senza il rischio di urtare pazienza e sensibilità altrui. Per dirne una, un giorno decisi che dovevo vivere senza televisione e ho finito per farlo per ben sette anni fino allo scorso anno, e poi di diventare vegetariana (e gli anni furono otto), di provare a stare un anno senza lavatrice e tre mesi senza il frigo. Ad un certo punto ho cominciato a girovagare tutta sola per mezzo mondo per scoprire che si può fare...con molto rischio e pericolo...ma sono qui e l'ho fatto.

Ogni tanto mi capita di pensare alla pessima madre che sarei stata, ma poi cosa posso saperne io che in fondo ho un tale senso di accudimento che la sopravvivenza almeno l'avrei garantita di certo? Ecco, credo che per certi interrogativi la solitudine non sia propriamente uno strumento efficace di comprensione, ma poi penso che non sono stata capace di gestire neppure un micio e allora giusto così...
Oggi sono esattamente la solitaria che volevo essere: quella che cucina bene solo pensando di farlo per qualcuno, che ha sempre sognato di vivere in una comune, che ha una TV come chiunque altro, una lavatrice da nove chili e un frigo troppo pieno pure per una famiglia numerosa...

Poi la pausa pranzo è finita, sono rientrati tutti, abbiamo ripreso la lezione e io per fortuna non avevo più tanto sonno


venerdì 20 ottobre 2017

"dipende". Risposta esatta

Quando cerco di raccattare motivi più o meno credibili per trovarmi simpatica di solito comincio da quelli. Dai miei piccoli azzardi di gioventù. Non era scontato che ne facessi: non amo i conflitti, non ambisco né al comando né all'obbedienza, non mi piace chiedere le cose ma trovare possibili strade per andare a prendermele. Quando si è così ci sono solo due possibilità: diventi una disadattata cronica oppure il prodotto di una combinazione di cocciutaggine e flessibilità che tornano sempre utili, quando incespicare è più una scelta di vita che una condizione sfortunata.

Quando i miei mi hanno detto di fare economia non ho battuto ciglio, eppure non c'era una sola cellula di me che la ritenesse una decisione sensata. Non lo era infatti e non lo sarebbe stata se non avessi trovato sul mio percorso un prof. che ho adorato per tutta una vita, per il quale ho ripetuto l'esame tre volte, ma con cui ho poi fatto la tesi e che ho ritrovato come tutor per tutto il dottorato, quello che ho conseguito dopo essermi licenziata da un lavoro che avevo desiderato tanto e che invece era altro da quello che io mi aspettavo per il modello cooperativo su cui era impostato. Chi lo sa se oggi troverei mai il coraggio per fare una cosa del genere, eppure io lo feci con la naturalezza e la spocchia che solo la giovinezza incosciente possiede senza il filtro di un contegno soffocante.

 L'economia mi ha insegnato che la risposta più sensata che si possa dare a qualsiasi problema complesso è "dipende" ed è questa la vera lezione che mi ripeto  ogni volta che cedo alla tentazione di trovare la ricetta definitiva ai dilemmi credendo davvero che esista una verità assoluta che mi salvi dall'errore, dalle delusioni, dai miei "pregiudizi di conferma", quelli che si hanno quando si cerca solo il conforto verso ciò di cui si è già convinti. In economia il "dipende" ha pretesa di esattezza matematica applicata all'imponderabile e questo ai miei occhi ha qualcosa di divino, oggi più che mai che il "dipende" vuole avere pretesa di libertà di scelta basata solo su sensazioni, universi mitologici "tribali" popolati da vegani, rettiliani, antivaccinisti e complottisti non meglio definibili ma sempre pronti al conflitto, allo scontro perenne o, al contrario, al settarismo massonico.

Oggi è stata una giornata difficile al lavoro, ho un problema che non so come risolvere, l'anno scorso invece mi sfogavo su questo blog perché ero l'unica a non aver partecipato all'assemblea sindacale e per questo avevo fatto servizio al pubblico tutta da sola. In altre occasioni ho raccontato di quante volte ho chiesto inutilmente di poter fare un'esperienza di lavoro all'estero e che l'amministrazione non ha mai neppure considerato la remota possibilità di farmi accedere ad uno dei bandi a disposizione dell'agenzia. Mi sono chiesta tante volte se questa fosse davvero la vita in cui speravo, con questi muri che spesso non comprendo, le anomalie a cui faccio caso soltanto io...e mi ripeto che forse, sì, io  volevo proprio una vita così, magari dopo essermi licenziata senza timori, dopo un dottorato per chiudere il cerchio di un percorso conflittuale, magari dopo un anno di vuoto assoluto come quello in cui davvero cominciavo a fare i conti con tutti quanti i miei "dipende".

Di tutto mi rimane l'incapacità di accettare i conflitti e di voler fuggire soltanto da quelli, la ricerca di una composizione armonica delle contraddizioni e il tentativo perenne di rinnovare e purificare lo sguardo senza la smania di cambiare costantemente punto di vista. O, forse, tutto questo "dipende" soltanto dagli anni che hai. Il fattore tempo in economia è la variabile fondamentale per analizzare qualsiasi fenomeno...un caso. Non credo.






mercoledì 27 settembre 2017

Di cose che passano, persino sullo spazio di quelle che restano

Forse qualche volta avrei bisogno di un angelo custode un po' severo che mi bacchettasse i polpastrelli con la cucchiarella tutte le volte che racconto cose che a distanza di mesi o anni non penso più, non sento nella stessa maniera o smettono del tutto di interessarmi come al tempo in cui ne parlavo. Intanto succede che il tempo passa, io mi dimentico di tante cose, ne capitano altre,  ne lascio traccia qui sopra con la percezione non provata che le sensazioni messe per iscritto facilitino forme di elaborazione di certi stati d'animo, una chiave di lettura, un percorso da seguire. Continuo a credere molto in questo tipo di potere che soltanto la parola scritta possiede.
Malgrado questo, ammetto che quando mi capita di rileggere cose di un po' di tempo fa, provo molto disagio, qualche volta imbarazzo e persino un po' di vergogna e questo nonostante gli unici paletti che mi sia data alla libertà di espressione fossero proprio assenza di volgarità e offese verso chiunque. Oggi è capitato che qualcuno, che non posso sapere chi sia, ha letto un mio vecchio post di cui non avevo memoria fino a quando non sono andata a rileggerlo io stessa. Ogni tanto succede che qualcuno, magari tra quelli che mi hanno trovato di recente, peschi a caso tra cose scritte tanto tempo fa e a me questa cosa fa sempre tanta impressione. Nella fattispecie si trattava di una specie di finto dialogo con me stessa nel quale passavo in rassegna il mio bizzarro modo di voler bene e la maniera in cui questo si è trasformato da quando ero bambina fino all'età che mi ritrovo. È un post abbastanza divertente e divertito, a tratti velato di una certa malinconia per una "grammatica dei sentimenti" mai davvero compresa, o forse semplicemente tradotta male e frettolosamente. Ma non era questa la ragione del mio disagio nel rievocare quel breve estratto di vita "in discussione". Ad un certo punto descrivo un episodio accaduto con una persona a cui all'epoca volevo un bene devastante e che ormai non sfiora i miei pensieri neppure per un secondo della mia giornata, non perché provi odio, rancore o qualsiasi altro sentimento negativo. È che non mi interessa più assolutamente nulla di lui. E mi chiedo come sia stato possibile, all'epoca,  superare ogni remora e ammettere di non riuscire a venirne a capo in nessuna maniera...e poi più nulla. Forse sono un mostro oppure ho bisogno di difendermi, di scappare da sofferenze che sono io stessa a causarmi e dalle quali solo io ho il potere di uscire. Ma come è stato possibile? Quando è successo che ho preso le distanze da quello che scrivevo non molto tempo fa? E cosa avrà pensato lo sconosciuto lettore quando è incappato in quel post? Vorrei chiamarlo e dirgli "guarda che quella non sono più io, ti prego  non leggere quei vecchi post. Sono superati, falsificati da giorni, mesi ed anni che mi hanno voluta diversa". Ma forse chi ha letto ha già dimenticato, riso, è passato oltre...che importa cosa sentivo allora se ora non ne è rimasta alcuna traccia.

In realtà, a mia parziale consolazione, ci sono anche le cose che restano, intatte e uguali a se stesse proprio come al tempo in cui le avevo scritte, come il post che proprio oggi mi ha restituito Facebook: uno di quelli in cui mi ricordo di quanto sia bello sentirsi di sinistra oltre ogni ragionevole dubbio e pure che certi pomeriggi milanesi di mezza stagione sono un condensato poetico ormai irrinunciabile per me. Ci sono temi che tratterei sempre nella stessa maniera, per i quali non ho conflitti o dilemmi per cui macerarmi. E forse è questo che mi pare bello e strano allo stesso tempo della rilettura di un diario: un continuo contraddirsi unito al costante tentativo di tenere la barra ferma.

E così stasera penso che il bello di segnarmi le cose, al di là dell'imbarazzo di restituirle ad un potenziale mondo sconosciuto di cui non posso realmente conoscere reazioni e interpretazioni, sta proprio in questo ricordarmi come ero e non sono più, cosa e chi mi piaceva e ora non più, le persone che ho amato e dimenticato nello spazio di due istanti separati tra loro anni luce e quelle che invece vorrei incontrare subito  per scriverne senza dover mai più cambiare idea.
Grazie, lettore sconosciuto, a tutto questo non avevo ancora fatto caso.


In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...