Alla fine è davvero finito. Era da quando è cominciato il 2025 che ne desideravo la conclusione rapida e più indolore possibile. Credo di aver sopportato tutto quell’anno solo grazie alla complicità di questa certezza: quella che tutte le cose hanno un termine, persino quelle che neppure volevi che cominciassero. Credo che questa mia smania fosse dovuta al fatto che le cose che mi importano davvero hanno un respiro più lungo di un singolo anno solare e allora vivo nell’idea distorta che fino a quando non succedono tutto il resto è solo interlocutorio, superfluo, irrilevante, un rumore di fondo senza partitura. Nulla di più falso, lo so, ma io vivo di sensi di colpa e di smanie e quindi non mi è concessa la soddisfazione di godermi il percorso. Che poi, a conti fatti, è stato pure un anno bello, tra i viaggi che sognavo da una vita e la sensazione che anche la sola buona salute sia sufficiente ad essere grati.
Ho vissuto d’ansia tutta la vita senza mai capire perché assecondare le pretese altrui fosse la cosa giusta da fare, ho davvero creduto alla storia che siamo quello che mangiamo; sono secoli che non ho il privilegio di una creatività potenziata dall’innamoramento tormentato per qualcuno che poi dimenticherò con la stessa facilità con cui scrivevo “solo lui o nessuno”; mi sono resa conto di alcune cose che sono storte da quando sono nata solo alla soglia dei 50 e questa cosa mi fa sentire sentire come vittima di un perenne inganno che - scoperto per tempo - mi avrebbe garantito tutt’altro destino.
Non siamo quello che mangiamo perché la verità è che piuttosto siamo quello che assimiliamo. Vale per il cibo, vale per le esperienze, vale per la fortuna che ci capita. E quello che assimiliamo credo che dipenda dalla nostra capacità di ricezione di quel momento. Il metabolismo rallenta solo quando diveniamo pigri, demotivati, passivi. Vale per il nutrimento in senso ampio. Vale forse per tutto. E mi piacerebbe poter dire che in mezzo ci passino soltanto la volontà e la determinazione. Di fatto credo che dipenda dalla pesantezza dell’aria e dal senso di oppressione che proviamo anche soltanto pensando in che tempo ci muoviamo, quanto sangue di fratelli più o meno vicini troviamo normale e necessario che sia versato, abbandonati su un divano ancora comodo e con le migliori serie tv ancora da finire. La pesantezza dell’aria è il rapporto tra drammi collettivi e condizione individuale. Di solito è molto alta e metabolizzarla è giusto che diventi impegnativo. Di mio non so cosa potrei fare: non sono un’attivista, non saprei che tipo aiuto potrei dare e per quanto l’indignazione non sia di alcuna utilità, conservo nell’ottimismo delle attese la speranza che prima o poi le cose si aggiusteranno almeno un poco. Non è vero, per il momento non lo credo davvero ma ci provo per riuscirci.
Sono quattro giorni che ho lasciato il 2025 e altrettanti che ho finalmente realizzato il desiderio di non vederlo più. Dovrei aver risolto ormai. E invece, ovviamente, no. Che il nuovo anno abbia fine.
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