mercoledì 25 febbraio 2026

“È tutto finto”

 Ci sono dentro come in un gorgo  che mi risucchia a intervalli regolari in queste giornate complicate, tra vernice fresca, scatoloni, problemi organizzativi che vorrei poter delegare a qualche anima generosa carica di pietà per i miei giorni vaghi e fitti di piccole, insidiose incombenze con le scadenze ravvicinate. Ci sono dentro fino in fondo. Del caso Epstein vorrei sapere tutto, ogni più piccola questione, non soltanto quelle di enorme rilevanza internazionale. Credo che la sua sia una delle storie più affascinanti, e allo stesso tempo allucinanti, che mi sia mai capitato di scoprire e inseguire con la smania di chi pensa che il destino dell’umanità passi per quell’impianto gigantesco sul quale si muoveva con la ferocia tattica di una tigre in procinto di attaccare. Ho letto tutto quello che mi è stato possibile, ascoltato più volte le interviste agli amici e complici a cui si concedeva, ho visto alcuni dei moltissimi files raccapriccianti che avevano la sua isola o la sua casa di Manhattan come teatro di certi riti macabri che solo una mente malata potrebbe anche solo concepire. E devo ammettere una cosa, una di quelle che disorientano. Io credo che fosse un uomo di grande fascino e una non comune capacità di persuasione. Non mi stupisce che avesse in pugno anche persone insospettabili del mondo intellettuale e della comunicazione e credo che questo prescinda dalla tessitura diabolica orchestrata con i ricatti, il compromesso, la corruzione e tutta la fitta rete di relazioni basate sulla dipendenza economica, finanziaria, strategica con le élite mondiali. Confesso che sono sicura che lo avrei trovato interessante e persino divertente, come tutte le personalità complesse e cariche di ogni contraddizione possibile.

Sì, era un pedofilo e un pu**aniere ossessionato senza rimedio, un truffatore molto abile che si è arricchito velocemente grazie sostanzialmente all’amicizia di una sola persona, ma quella giusta al momento giusto: il CEO di Victoria’s secrets. Pare che fosse un uomo dal pensiero veloce, intuitivo, fortemente empatico. Un manipolatore abilissimo, capace di sapere esattamente cosa volessero davvero gli uomini potenti e ricchi che gli chiedevano consulenza dopo che era riuscito a fare il suo salto reputazionale.

Una delle cose che ho ascoltato e che più mi hanno colpito è stata la dichiarazione di un famoso podcaster americano che raccontava che quando andò nella sua enorme casa di Manhattan ne fu così impressionato che disse “Wow!” e a allora Epstein, battendo la mano su una parete in cartongesso gli rispose “oh, no. È tutto finto”. Quella villa di sette piani gli fu regalata proprio dal manager di Victoria’s secret e valeva al tempo 77 milioni di dollari. Io penso, alla luce di tutto quello che ho visto e letto, che banalizzare la figura, bollandolo semplicemente come un pedofilo o un allegro cialtrone, non restituisce davvero il peso specifico di un uomo capace di manovrare i fili di tutti i punti nevralgici del potere ai suoi massimi livelli.

Tutto questo per dire che ci sono momenti, nella vita di una persona che non ha per fortuna mai osato tanto, in cui si fanno i conti con ore, giorni e mesi nei quali la sola domanda è “ma cosa non sta succedendo nella mia vita? E perché?” e sembra bello persino occuparsi in modo appassionato delle traiettorie altrui, rovistare nel marcio e nel torbido di certe esistenze che non sono il semplice frutto della fantasia di uno scrittore malato. Sono loro stesse le trame avvincenti di un vissuto reale. A noi è per un po’ concesso il grande privilegio di provare a ricostruire la loro parte più intima, le sensazioni estreme che li hanno condotti a certe azioni, il vortice in cui sono forse loro malgrado finiti senza la possibilità di fermarsi o fare retromarcia. Confesso che ho trovato tutto estremamente affascinante pur senza considerarlo perdonabile.

E cosi, mentre vivo nella certezza assoluta che Epstein non si sia suicidato e che forse sarebbe stato l’eccellente matematico che desiderava diventare, se soltanto avesse controllato meglio quella sua smania esplosiva di gioventù, provo a scordarmi di questi giorni strani, con gli scatoloni in mezzo alla stanza e le domande senza risposta su cosa non è successo e perché.


venerdì 13 febbraio 2026

Nel frattempo

 Dei miei silenzi prolungati posso perdonarmi solo se ho da fare cose che poi avrò voglia di raccontare con i dovuti dettagli. Se non prendo nota è quasi sempre per la paura di dire male i piccoli ma cruciali cambiamenti che mi suggeriscono le strade nuove su cui avviare percorsi differenti. E così, tanto per cominciare, è  successo che mi sono messa a ristrutturare questa casa piccolina che mi custodisce da 16 anni. Non è la prima volta: avevo fatto costruire un soppalco e adesso l’ho fatto togliere e poi un armadio a muro che ora non c’è più. Le avevo dato tanti colori e adesso invece è tutta bianca, avevo troppi mobili e ora c’è solo spazio ritrovato. Volevo farlo da anni ma trovavo sempre il modo di rimandare: è incredibile la quantità di scuse validissime che riusciamo a trovare per impedirci di fare quello che ci interessa solo perché non conosciamo la formula magica del “tutto e subito”. Ora sono qui, in questa casa pulita e semivuota, dove ormai manca solo la cucina, e mi pare di dover prendere confidenza con uno spazio tutto nuovo dentro un bianco dominante a cui non ero più abituata. Credo di aver fatto bene. Oppure volevo solo complicarmi un po’ la vita e cambiare almeno le cose che si lasciano cambiare senza discutere.

È già passato un anno dalla mia prima volta a New York. Mi  pare ieri, forse perché in realtà ci sono ritornata a distanza di pochi mesi, nonostante abbia avuto l’impressione di aver visto due città completamente diverse. Proprio come la mia casina che cambia pur rimanendo la stessa. Proprio come tutto, forse. 

Nel frattempo ho cambiato pure piattaforma per allenarmi: da quando una delle insegnanti è diventata mamma mi sembra meno interessante, meno motivata, meno centrata su tutto quello per cui prima mi restituiva energia e stimoli. E mi pare anche meno felice, ma questo in realtà può saperlo soltanto lei. Io non ricevo più gli stessi spunti e ne ho approfittato per abbandonare anche questa modalità di allenamento a favore di altre.

Eppure a me i cambiamenti mica piacciono davvero. Io sono progettata per la routine, le abitudini insindacabili, la prevedibilità delle cose che so di poter controllare. Se decido di cambiare è perché sono satura, perché lo sforzo titanico che richiede un riassestamento su nuovi equilibri sarà ripagato adeguatamente, perché la novità mi aiuterà a raggiungere prima i miei scopi. E poi quest’anno è un po’ più delicato, mentre procede spedito con la grossa impronta che porta il 50. Un cambiamento di quelli seri, soprattutto perché scanditi senza le tappe ortodosse di marito/figli/ “adultescenza” canonica. Mi fa strano eppure mi piace in fondo. Mi piace non essere innamorata, mi piace non avere la responsabilità di nessuno, mi piace usare i miei soldi dovendo fare i conti senza farci stare dentro pure i compromessi di progetti condivisi, mi piace parlare da sola e ascoltare ognuna delle mie voci possibili per arrivare al punto. Mi piace non dare fastidio a nessuno.

Sono belle le pareti bianche. Ci passano sopra le ombre di tutto quello che si muove tra il cono di luce e il limite che le ospita. Assieme a tutte le infinite possibilità di una loro riscrittura. Ho fatto proprio bene




Il sapore del mattone bagnato

 Ormai sono tornata a pieno titolo alle mie ordinarie faccende quotidiane. Tornare dai viaggi belli vuol dire affrontare la transizione vers...