lunedì 27 aprile 2026

Se non parto dalla fine, non comincio neppure

 “Hey Lu! Ci vai quest’anno al festival dell’economia di Trento? Mi ricordo che lo frequentavi in passato” 

“Hey ciao! Ci sono andata una sola volta credo 15 anni fa. Ma perché me lo chiedi.”

“Porto i ragazzi (alunni, ndr) e mi farebbe piacere rivederti”

Un paio di giorni fa mi ha contattato un mio ex collega dell’università che non vedo più o meno da quando mi sono laureata, cioè anni fa. Sì, ci aggiorniamo periodicamente, ci lanciamo battutine su fb, ci siamo perfino sentiti di recente telefonicamente per un bruttissimo problema che ha avuto e per il quale gli sarei stata d’aiuto.  Ma non abbiamo più avuto modo di rivederci. Io in Lombardia, lui in Veneto. Ci legano tutti gli esami preparati assieme, in quella bella biblioteca vista mare, le ripetizioni infinite al porto, i suoi disegni folli e caricaturali dei nostri prof, le confessioni più assurde, il confronto continuo, la nostra comune impacciatezza nelle prime storie d’amore a cui ci affacciavamo in quegli anni, in bilico tra la paura del futuro e l’urgenza di vita, che si mescolavano a quella degli obblighi che condivisi parevano pesare di meno. Una di quelle amicizie belle e solide che come, spesso mi è capitato per i legami che hanno dato un significato a certi segmenti della mia vita, non sono stata capace di coltivare.

Però sono stata felice che mi abbia proposto di rivederci dopo tutti questi anni, in questa fase della vita in cui i ricordi cominciano ad avere una rilevanza quasi poetica nell’aiutarmi a decifrare il presente. E la cosa che ho capito è che da sempre io il coraggio lo trovo solo quando so che le cose avranno una fine, che decido io a priori, e che ad un certo punto non sarò più la responsabile di quella cosa bella che ricorderò per sempre. Saperlo mi protegge dalle brutte sorprese perché tanto me le ero già costruite io a tavolino. Giocare d’anticipo è pur sempre giocare in fondo. Per me le cose che hanno davvero senso devono assolutamente avere una fine, altrimenti ho paura. Non so bene di cosa. Non l’ho mai capito. Ma ho paura.

Ieri su zoom ho partecipato ad uno dei miei tanti laboratori cinefili in cui i partecipanti sono chiamati a presentare un piccolo elaborato. Stavolta era la relazione tra cinema e specchi: cioè in che modo l’uso degli specchi si fa anche veicolo di messaggi o di suggestioni per lo spettatore. Io ho pensato alla citazione che fa Woody Allen in “Misterioso omicidio a Manhattan” dell’ultima scena de “La signora di Shangai” di Welles, in quel meraviglioso gioco di specchi e di frammentazione delle identità, dove i personaggi reali e quelli riflessi si confondono in un gioco ipnotico senza soluzione. La ripete in modo identico e poi ci mette in sovrapposizione i personaggi della sua storia, come a dire che la vera soluzione dell’enigma ha il potere di offrirla solo il cinema perché i personaggi reali non hanno abbastanza strumenti per sbrogliare tutta quella la matassa intricata che ha portato al delitto. Mi è sembrata una bella trovata, ma in realtà non credo di averlo spiegato al meglio quando mi è stato chiesto.

A volte mi succede di non riuscire a farmi capire come vorrei e così dopo passo tutto il tempo a chiedermi cosa ha davvero capito chi mi ha ascoltato. Non è una bella sensazione e io vorrei solo tornare indietro nel tempo e dire “guarda, adesso te lo spiego meglio, ma tu stai attento che sennò non mi capisci neppure adesso”. E invece non si può, neppure quando di ogni cosa, esperienza, frammento di vita o anche solo di giornata, io ho cominciato a scrivere la fine. Prima di qualsiasi inizio possibile.

E adesso sono qui a desiderare di andare al festival di Trento per rivedere una delle persone che mi conoscono meglio al mondo e che non vedo da oltre 25 anni. Ma che, proprio per questo, sento di non aver mai davvero perso di vista. 


mercoledì 22 aprile 2026

Domande senza richieste

 Cosa me ne faccio di questo Aprile che sembra passare prima di tutte le paure con cui mi predisponevo ad affrontarlo? 

Ho provato ad interpretare i giorni, ormai contati, che mi vedono in questa casa quasi vuota restandomene il più possibile per strada, in giro, al cinema, al lavoro, al parco…ma un nido non accogliente non permette di ricaricarsi pure se hai un letto e lo stretto necessario. Ma lo stretto necessario non è mai una cosa sufficiente e alla lunga pure i più austeri se ne rendono conto. Ma il bello di non avere troppa scelta è che ci si rende presto conto di quanto lamentarsi sia una pratica dispersiva e inutile. E allora tanto vale provare a fare un esercizio diverso del tipo chiedermi “cosa vorrei fare davvero se solo potessi”, “dove vorrei trovarmi”, “con chi”, “perché”…domande così o persino più ardite del tipo “se potessi, come sceglierei il mio ultimo giorno?”, che raccontano abbastanza di quanto, in questo preciso istante, ci sentiamo comodi nei panni che abbiamo deciso di indossare o che abbiamo semplicemente trovato nell’armadio in dotazione dal padrone di casa precedente. Le risposte io le conosco tutte, quasi tutte, e il fatto che in questo momento stia seduta su una sedia girevole che mi serve per lavorare in smart working, ma anche per pranzare e per vedere film (perché mica posso starmene per terra tutto il tempo) credo che mi potrebbe suggerire molto del punto in cui sono qui ed ora. 

“Dove vorrei essere?”

Nessun dubbio. A New York. Di nuovo. Che darei per camminare ancora nel Village all’alba, costeggiare l’Hudson, aspettare la prima luce dalla Little Island o dal Pier 57  fino all’apertura di una di quelle magnifiche “bagellerie” a Chelsea. Poi mi porterei con tutta calma a Bryant Park e rimedierei un cappuccino lungo con cui completare la mia colazione seduta ad uno di quei piccoli tavolini che lo circondano. Così, per tutti i giorni che avrei voglia di farlo

“Perché?”

Perché credo che potrei non stancarmi mai di come mi sento io in quella città. E non si tratta di quanto sia bella. È qualcosa che si annida in un intero immaginario costruito in quegli anni miei in cui ogni bella storia poteva essere raccontata soltanto su quello sfondo

“Di cosa vorrei morire?”

Sono indecisa se di indigestione di anelli di cipolle panati o di variegato all’amarena

Forse non è che avrei davvero voglia di rispondere a tutte le domande che mi passano per la testa in giorni sospesi come questi, quando ci si mettono le mezze stagioni, le mezze età, le mezze case che non ne fanno una. O anche soltanto le mezze verità che mi racconto per mentirmi senza pentirmi.

Qui a Milano c’è il salone del mobile e di questi tempi si respira la stessa aria di euforia luccicosa da infinite possibilità tipicamente newyorkese. E io un po’ ci sguazzo come se la scoprissi per la prima volta e un po’ provo a chiedermi come sia possibile che tutto questo inutile apparato possa funzionare davvero. Eppure lo fa e questo dovrebbe già bastarmi.

E poi penso che aprile non è un buon mese per farsi troppe domande. Meglio maggio. Quando anche sbagliare anche tutte le risposte non sembra poi un gran peccato






lunedì 13 aprile 2026

Sottoscrivo le sovrascritture

“Quando si scrive si attinge a delle zone anonime del proprio io” (Manganelli)

 Forse non avrei dovuto farlo. Ci sono regole non scritte che andrebbero rispettate. Non bisognerebbe mai rimettersi a leggere cose scritte cinque, sette, otto, dieci anni prima perché potrebbero entrare in gioco questioni che non prendi in considerazione quando ti metti a scrivere un diario senza lucchetto. Scrivere non ti rende necessariamente più forte perché più consapevole di quello che senti, potrebbe renderti invece  “attaccabile” nelle fragilità autodichiarate, in certi episodi che col senno di poi diventano strumenti di manipolazione o ricatto, nell’asimmetria informativa tra chi scrive e chiunque decida di leggere senza essere tenuto a raccontare nulla di sè.

Scrivo su questo coso da così tanti anni che mi ha quasi spaventato riaprire pagine a caso delle mie prime confidenze e scovare cose che forse avrei scordato per sempre assieme ad altre che mi sembravano non cambiare mai. È strano, ma pescando a caso tra i post dei vari anni mi pare di notare essenzialmente due elementi drammaticamente fissi: la mia componente emotiva irrisolta e la necessità di non sentirmi preda del caso provando a controllare tutto il possibile. La “me del senno di poi” vorrebbe dirmi “anche meno eh…nessuno ti obbliga a stare dentro situazioni che non ti stanno comode, piuttosto dovresti smetterla con gli alibi proprio per evitare di scoprire quanto possa essere tutto più semplice e divertente”. Ma credo che faccia parte del gioco facile di chi ormai già conosce il seguito della storia e trova in quella rilettura solo i passi incerti di una persona in buonafede e senza troppi riferimenti. E questo è divertente ma pure leggermente malinconico.

Oggi a Milano piove e fa di nuovo un po’ freddo e per il mio quotidiano domestico posso ormai contare solo su una lavatrice, un microonde e un letto. Sapevo che mi ci sarei abituata e che l’avrei trovato persino divertente, proprio come quando in quel lontano gennaio di tanti anni fa mi insediavo qui dentro e anche allora c’erano solo un letto, un microoonde e una lavatrice. E fuori un manto di neve che forse non si è mai più visto da allora. Tutto già visto. E tutto, ancora, da vedere.

  Ho scritto per anni su questo coso perché vedere i fatti miei tradotti in forma di racconto cronologico sbrindellato e paranoico mi aiuta ad individuare una traiettoria, perché è tenero persino solo immaginare che ci sia qualcuno che ne faccia parte anche leggendo a caso, perché raccontare quello che riesco mi aiuta a stabilire i perimentri di quello che proprio non potrei dire.

Le zone anonime del mio io sentitamente ringraziano

lunedì 6 aprile 2026

Sentirsi a casa. Sì, ma quale?

 Sì è vero, “la realtà è scadente”. Saperlo serve solo per trovare pretesti per sfuggire da lei nei modi che più ci somigliano che per me sono film, serie, corse all’alba, passeggiate al parco a pensare o a parlare con chi sta messo come me. 

Ormai non ho più neppure la cucina in casa e sono circondata solo da scatoloni perché tra un paio di mesi abiterò altrove. Eggià, ho comprato una casa tutta nuova nella parte opposta a quella in cui vivo. Una nuova periferia che mi pare così diversa da questa a sud di Milano che credo che passerò un tempo di non poco smarrimento prima di riuscire a riassestarmi davvero. Ma ne avevo bisogno. Avevo bisogno di un po’ di spazio in più (non troppo, ma sì ci vuole), di un bel balcone, di giocare un po’ con l’arredamento e una cucina in cui poter fare quello che voglio in tutta comodità. Non so perché non ci abbia pensato prima: sono stata in questa casa per 17 anni considerandola da sempre come l’appoggio temporaneo che a stento accetterebbe una studentessa che va avanti con i buoni pasto. Credo che la risposta meno insensata stia nel fatto che non ho mai capito perché per me non abbia fatto mai una reale differenza l’avere o non avere soldi: la mia quotidianità non ha mai davvero subito delle variazioni di stile e così credo (anzi ahimè temo) di aver conservato quella logica tutta provinciale, e a tratti quasi reazionaria, che una grossa spesa possa essere giustificata soltanto da una solida idea di futuro e di stabilità, giammai per frivolezze da scalata sociale da esibire. E allora resta solo l’acquisto di una casa. E così, dopo 17 anni mi sono accorta che forse quella in cui vivo da così tanto tempo può anche chiudere la sua porta assieme a tutte le storie incredibili e meravigliose che ha accolto. Negli anni l’ho colorata, stravolta, risistemata, per poi farla tornare esattamente come era all’inizio. E mi rendo conto che forse è sempre stata questa la sua versione migliore, proprio come tutti i miei giri immensi attorno a cose che non mi somigliavano e che ad un certo punto ho deciso di lasciare così come volevano essere. Con la prossima vorrei non commettere nessun errore, vorrei che fosse comoda, accogliente, funzionale e con poche cose che però contano tutte. Che è poi quello che mi auguro per tutto quello che vorrei trattenere in questa seconda e di certo più breve fase della mia vita.

Sono stati giorni di sole luminoso, di passeggiate, corse e di un po’ di chiacchiere, di film belli e di quiete. È passato pure il mio papà per un paio di giorni e gli ho fatto vedere la casa in cui andrò ad abitare, l’ha trovata molto carina, sebbene altri due mesi senza cucina siano secondo lui davvero tanti.

Non lo so, la studentessa Erasmus che è in me la vive come un’avventura in cui esercitare un po’ di sana capacità di adattamento. Al contrario, la quasi cinquantenne che brontola dal sottoscala pensa che abbia aspettato fin troppo a posizionarmi su uno standard un po’ più degno di una persona matura con esigenze e possibilità decisamente più comode. Boh, in fondo chi stabilisce quello che ci serve davvero se non la nostra personalissima idea di benessere?

Intanto adesso sono al parco a godermi un sole ancora magnifico e gente che festeggia scanzonata con della carne orrenda che brucia sulla griglia, stamattina ero a correre e poi sono andata al cinema.

E ho pensato che il bello di avere una casa poco abitabile è che poi, senza volerlo, ti costringe a stare fuori molto di più. E stare fuori è sempre una buona idea

Cronaca di un inizio annunciato

 I fatti. Zerocalcare ha sfornato la terza serie Netflix che è divisiva solo sulla carta, perché di fatto non può che piacere a tutti, di qu...