lunedì 29 giugno 2026

5 minuti di eternità

 Intenso questo mese di giugno. Per me, che ragiono su piani mensili da coprire per monitorare il mio passaggio da una casa in cui provo a gestire le attese e una nuova in cui predisporre una fase diversa della mia vita, fare il bilancio di un mese che si conclude è un modo per “tenermi” sotto controllo.

Tanto per cominciare mi sono imposta una piccola challenge (si fa per dire, in realtà è stata una prova titanica di perseveranza e resistenza): fare ogni mattina un plank di 5 minuti. Per chi sa cosa sia il plank capirà benissimo che stare per cinque minuti in quella posizione vuol dire avere percezione dell’eternità e dell’inferno assieme. Durante quei cinque minuti di solito succede una cosa: trovi provvidenziale lasciarti dominare dalla mente pur di dimenticare la condizione di assoluta sofferenza che stai imponendo ad ogni fibra del tuo corpo immobile in quella posizione isometrica. Di solito a me capita che le cose a cui penso siano anche quelle che a vario titolo mi stanno più a cuore o toccano maggiormente certe corde. Cosa mi tocca di più? Ormai poco, perché non mi stupisco più, perché ho capito come funziono io e come funzionano gli altri con me. Perché non mi delude più niente, ma neppure nessuno è ancora capace di riservarmi le sorprese per il semplice fatto che - forse - ogni loro azione e reazione dipende dalla percezione che io restituisco di me. Dovrei lavorarci? Sì. Ma siccome non ne ho voglia, mi tengo quello che trovo. O lo butto via lontano se mi irrita e mi offende come al solito.

Ho pensato che mi diverte mostrarmi “disarmata”, più ingenua di quel che sono, dire e fare qualcosa solo per notarne reazioni e risposte. E di solito tutto succede come da copione. Quando faccio abbassare le difese a chi si relaziona con me è molto probabile che la sua vera natura emerga abbastanza presto e che si dimostri meno gentile, generosa, riconoscente, attenta a gesti e parole…di quello che sarebbe se fosse meno rilassata. Questa piccola ma fondamentale strategia  consente a me di non perdere troppo tempo a capire come potrebbero andare le cose. E di lasciar perdere senza investire altro tempo. Di solito questo lo penso entro i primi 2 minuti e mezzo (non solo di plank…)

Ho pensato che ho un bisogno disperato di andare in un posto nuovo per almeno dieci giorni. L’idea di non poter fare vacanza per i prossimi due mesi mi manda ai matti e quando realizzo che da un lato ho come l’impressione che il tempo mi sfugga prima di permettermi di pianificare le cose come vorrei, dall’altro l’idea di affrontare questi due mesi di calore così estremo a Milano mi pare una punizione per colpe che di certo ho ma che non ricordo essere gravi fino a questo punto. E siamo al terzo minuto e ai primi rivoli di sudore sulla fronte.

Ho pensato che mi piacciono da morire i mobili trasformabili: quelli che cambiano la loro funzione a seconda delle necessità domestiche del momento. Ho visto un documentario sulle case che li includono e questa cosa rivoluziona completamente l’intera filosofia e le regole dell’abitare. Di solito penso a questa assurdità quando ormai sono così disperata che se non voglio mollare mi devo aggrappare ai pensieri più assurdi che accorrono in consolazione. Diciamo al terzo  minuto e mezzo.

Ho pensato che se sapessi di morire entro un’ora penserei solo a sfondarmi di variegato all’amarena, di frappuccini e di panna sparata direttamente in bocca. Sono quasi al minuto 4. Ormai ce l’ho fatta di certo anche oggi, ma ho seriamente pensato di morire in quell’istante moltiplicato per l’intero mese.

Ho pensato che vorrei un anno sabbatico per andare ovunque. No non è vero. Io vorrei stare tutto l’anno in giro solo per gli USA. Dal minuto 4 al minuto 5 io sono sempre in America.

Ho pensato che gli ultimi trenta secondi di plank sono l’eternità dell’eternità e che l’eternità non è affatto una bella cosa.

E poi cado. Come corpo morto cade. Ma è stato il momento migliore di ciascuna delle mie giornate di questo giugno rovente, faticoso, intenso. E ormai andato. Come tutto il resto


giovedì 25 giugno 2026

Se ti pare vero allora lo è (anche se ancora no)

 Per la prima volta mi pare vero. Credo che succeda quando ti sei messa in modalità attesa per così tanto tempo che ad un certo punto perdi di riflessi, cominci a pensare ad altro, provi a fartene una ragione oppure semplicemente non ci credi più davvero. A me succede quando tengo così tanto a qualcosa che parto in quarta, mi concentro, ci metto dentro tempo, risorse, fantasia, entusiasmo…poi le cose si complicano, si fanno attendere troppo, spesso non arrivano proprio e allora io sprofondo in quella specie di pantano emotivo fatto di disillusione, passo rallentato, mollare la presa e piano piano declasso anche l’euforia più genuina a pratica burocratica farraginosa.

E invece ieri per la prima volta è tornato quello slancio luminoso che mi aveva spinto, ormai più di due anni fa, a scegliere il nuovo quartiere dove sarebbe sorta la mia casa nuova nuova che spero diventerà a misura di quello che vorrei farci stare dentro in termini pace, gioia, passioni, nuovi significati.

Mi ha convocato il costruttore, mi ha mostrato tutti i servizi del nuovo condominio, gli spazi comuni, il giardino grandissimo, la palestra, l’ulivo che pianteranno proprio all’ingresso…e poi mi ha portato nella mia casina con ingresso autonomo (e già questo mi fa impazzire!). Ho visto per la prima volta il luminoso salone con soppalco, il mio bagno in camera con doppia finestra e poi quello per gli ospiti. E poi finalmente avrò un balcone grandissimo che affaccerà proprio sul giardino. Ho visto tutto quello che in questi mesi avevo soltanto immaginato a fatica e poi quasi volutamente cancellato per paura di tenerci troppo anche stavolta e restarci di nuovo male. Eh sì, perché mica questo è stato il primo tentativo. Milano con le case delude per così tante ragioni che un po’ li capisco quelli che la trovino respingente. Nei fatti lo è, anche per chi ci vive da secoli.

Sono stata felice, di quella felicità un po’ immeritata che ti arriva solo perché aspettare era l’unica cosa che davvero ti era richiesta, una volta messa in moto la macchina del cambiamento. Io volevo una casa nuova, non una già abitata e data via, volevo che nascesse per me, che anche un po’ fosse stata concepita per soddisfare un mio pensiero preciso. E ieri questa sensazione è stata così forte che, se anche l’opera finita dovesse diventare tutt’altro, io saprei che nella sua ossatura di fondo c’è sempre stato uno spazio che ha parlato direttamente a me. È stato molto bello sentirsi già a casa anche solo in modalità primo incontro.

Sono giorni dal caldo infernale. Io davvero non mi capacito come sia possibile affrontare queste temperature senza diventare cattivi. Persino io che ho paura dell’inverno credo che affrontare il disagio di questi giorni richieda un ottimismo che chi resta a Milano come me può giustificare solo con le grandi promesse settembrine.

E insomma è così, mi sono inventata la felicità di un cambio casa che non avverrà prima dei due mesi forse solo per provare a compensare una faticosa estate in cui farò i conti con quella in cui vivo e che non ha più mobili, le temperature infernali, i turni forse potenziati al lavoro. E niente mare. Quanto si deve essere fiduciosi nel futuro per poter sopportare tutto questo?

La verità è che forse mi diverte pure questo modo anomalo che ho di convivere con i miei bislacchi tentativi di non annoiarmi mai e poi che quando resto e tutti se ne vanno mi pare che anche io mi ritrovo in un posto diverso che mi racconta cose nuove e mi accoglie come se la padrona fossi io. 

E poi verrà settembre. Io intanto avrò aspettato ancora. Forse per allora sarò troppo stanca. Oppure soltanto molto felice. Forse prima di allora il caldo mi avrà abbattuta e settembre sarà solo la mia ultima occasione mancata. Oppure accadrà tutt’altro. E a me andrà benissimo così. O così. O così…io mi fido di tutto.

venerdì 19 giugno 2026

E tu? Dove “ti abiti”?

“Abitarsi meglio”. Qualche minuto fa ho letto questa frase che mi è sembrata così bella che avrei voluto pensarla io. Perché è normale prendere continuamente le misure con quello che ci sta intorno, con lo spazio che occupiamo e a cui proviamo continuamente ad adattarci. Ma cosa facciamo per sentirci meglio nei nostri stessi panni? Io non mi sono mai posta la domanda in questi termini e invece mi pare sacrosanta come portare un regalo quando si è invitati. È un piccolo obbligo che dobbiamo a noi stessi per il solo fatto di aver riconosciuto lo sforzo, neppure richiesto, di fare tutto il possibile per essere una persona decente.

Ho appena preso un antidolorifico e quindi voglio approfittare del temporaneo inganno di un benessere “fittizio” per provare a capire come mi sento proprio in questo preciso istante in cui posso concentrarmi su quello “spazio interiore” capace di allargare e restringere i propri confini a seconda della qualità dei pensieri che ha voglia di contenere, del vuoto che sente di poter combattere, degli interrogativi a cui intende dare risposte.

Che pensieri ho abitato? Più o meno questi qui. Piccoli e devastanti:

- devo assolutamente avere un micio entro quest’anno

- accettare che le mie sessioni di cardio mi devastano a livelli che non sono più in grado di sostenere

- faccio ancora finta di non notare cose che noto benissimo e non mi è chiaro se mi raccontano davvero chi ho di fronte  oppure sarebbe meglio giocare a carte scoperte

- mi abituo a troppe cose. Persino ad una casa inagibile. E questo è male

Quale vuoto sento di essere pronta a combattere? Poco, perché in fondo il vuoto è spazio e lo spazio mi fa sempre stare bene. Ma se proprio devo:

- la mia sconfinata inattitudine a consolidare legami degni di senso

- la mancanza di ispirazione nel trasformare il quotidiano in tempo di qualità. Vorrei che anche preparare un frittata diventasse un momento prezioso

- non riempire la solitudine con forme di interazione scadente/sporadica/opportunistica

A quali interrogativi dare risposte? Solo a quelli che sanno già tutto

- quanto mi piacerà il prossimo Moretti? Tantissimissimo. Ma che domanda è?

- riuscirò a tornare in America il prossimo settembre? Magari assieme al trasloco, così spazio interiore ed esteriore si salutano e si abbracciano

- riuscirò a spegnere 50 candeline pensando che sono diventata proprio la casa in cui volevo “abitarmi”? Che poi…alla fine…chi l’ha detto che le risposte giuste debbano pure essere sincere. Mi risponderò quel che mi servirà per crederci abbastanza. E quando ci credi non hai bisogno di sapere altro

- quanti antidolorifici posso prendere in una giornata? Tutti quelli che mi servono per illudermi di non averne più bisogno

Direi che come prima abitazione posso optare anche solo per una ristrutturazione parziale…tanto a breve traslocherò di nuovo 😅







venerdì 12 giugno 2026

L’estetica anestetica dei pensieri


 Me ne sono stata così almeno per mezz’ora. Seduta per terra, schiena al muro, sguardo fisso sul vuoto a ripetermi che non ce l’avrei fatta.Non questa volta. Sono tre giorni che ogni più piccolo angolo di me è impastato di Voltaren e disperazione. Colpa mia, mi sta bene voler continuare a sollevare pesi e ormai dovrei rassegnarmi al fatto che questo potrebbe indebolirmi piuttosto che rinforzarmi, confermando così un assunto fondamentale che accompagna tutta la mia vita: il gusto insaziabile per il paradosso. Ma tant’è, lo accetto come faccio con lo sguardo giudicante del micio della dirimpettaia mentre bevo il primo caffè della giornata. Comunque, dicevo del mio starmene seduta per terra con lo sguardo nel vuoto. Da calendario mi aspettava un cardio piramidale, di quelli che tiene la mia coach preferita che trasuda energia e motivazione lungo tutta la catena cinetica posteriore, emanando una luce che nemmeno la “magica Creamy” in fase di trasformazione…ma io ormai già pensavo che no, stavolta, per la prima volta capirò che non posso più chiedere nulla al mio corpo e che il mio crepuscolo dell’esistenza comincia da qui la sua inesorabile fase discendente. Ma la rassegnazione è una alleata insidiosa quando ancora non hai pianificato la giusta dose di umiltà per conviverci e così ho provato a trovare una strategia che mi aiutasse a non sentire tutto il peso di un realismo così arrogante. Ho pensato che prima di alzarmi, e provare a fare un qualsiasi sforzo per cui di fatto non mi sentivo all’altezza, dovevo costringermi a sollevare il mio umore e mettere a fuoco tutto quello che mi piace tantissimo e che mi pare facile come gli omaggi delle patatine. Hai presente le cose bellissimissime che non richiedono alcuno sforzo particolare per poterle godere? Ecco, proprio quelle, quelle che il cervello intercetta come una specie di droga innocua e un po' infantile che hanno il solo scopo di una consolazione immediata e a basso costo, che incidono sugli ormoni del piacere senza avere pure pretesa di svolte epocaliE allora mi sono venute in mente queste cose qua:

Cancellare alla lavagna. Ho una piccola lavagnetta con i pennarelli lavabili che uso per la mia programmazione quotidiana. Adoro scriverci sopra e poi pulire tutto con il cancellino a fine giornata. Una nettezza facile, soddisfacente, immediata. Che gioia
Le carambole lessicali. Quella specie di paradossi logici o piccoli giochi di parole con cui di solito mi invento pure i titoli di questo coso su cui scrivo
I gelati soft alla spina. Uno dei miei più grandi desideri sarebbe andare al McDonald e abbassare la leva della gelatiera per fare una torre altissima di quel magnifico ricciolone bianco fatto di polimeri sintetici e calcestruzzo
La schiuma fatta col primissimo caffè e lo zucchero. Prima di berla la guardo sempre come se fosse la notte stellata di Van Gogh
Una pagina a caso di un libro a caso di Calvino. Ma se è “gli amori difficili” è il caso più al caso mio
Ricordare che ho visto l’alba in Sardegna perché quel sole là non può essere lo stesso che vedo da Milano 
- ricordare le mie passeggiate al Greenwich Village ripetendo battute a caso dei film di Woody Allen
Il primo viaggio in solitaria che neppure mi ricordo dove mi portò

Ad un certo punto mi è bastato. Ero ancora seduta per terra, a guardare nel vuoto, con un piramidale da cominciare e il Voltaren che gridava vendetta prendendosi i meriti di dolori magicamente scomparsi. Ma io lo so che invece è stato grazie ai miei pensieri belli se pure stavolta mi sono alzata, ho cominciato il piramidale e me lo sono portato dritto dritto fino all’ultimo respiro. Sì, pure stavolta. E poi ho pensato che il corpo quasi sempre ce la fa. È la testa che si arrende per prima: si arrende quando non trova trucchi per ingannarsi, quando i pensieri belli sono troppo strani per essere pure visti e quando mettere a fuoco quelli più piccoli può invece fare tutta la differenza. Il corpo obbedisce…fino a prova contraria.

Ah…un sentito grazie pure al signor Voltaren. Ci mancherebbe altro…

venerdì 5 giugno 2026

Cronaca di un inizio annunciato

 I fatti. Zerocalcare ha sfornato la terza serie Netflix che è divisiva solo sulla carta, perché di fatto non può che piacere a tutti, di qualsiasi credo politico, ideologico, di qualunque segmento generazionale o livello culturale essi siano. Io, anche solo per questo posso dirmi perfettamente in asse in questo periodo piccolo e insignificante di me. Siamo in piena crisi energetica non per carenza di risorse ma perché Trump ha dovuto dichiarare guerra all’Iran a causa di Epstein, che lo ricatta pure dall’aldilà e lui per evitare che ce ne accorgiamo tutti ci fa guardare altrove. A spese nostre… E poi è morta la Satrapi, di crepacuore, e mi è sembrato come perdere l’equilibrio ad una notizia che ho trovato così ingiusta per tante ragioni: l’età, il suo enorme talento, lo sguardo militante eppure lieve e ironico sulla storia del suo paese. Ti ho voluto un tale bene che vorrei che almeno ti accorgessi di aver trovato finalmente pace.

Le opinioni. Sono stati giorni strani per le mie faccende personali. Non so di preciso da dove comincerei se avessi la possibilità di raccontarli. Forse partirei da come definire una red flag nell’ambito di un rapporto di qualsiasi natura. Confesso che sono diventata veloce e che ormai mi bastano un paio di cose che considero assolutamente colpevoli per farmi abbandonare il campo senza appello. E quindi amen.

Le ipotesi. L’estate prova a cominciare e io non posso bruciare ferie che forse mi serviranno tutte quando ricomincerà l’autunno, quando finalmente dovrei traslocare, avere di nuovo un tavolo, un divano, una cucina, una lavatrice. E allora cosa mi toccherà fare fino ad allora? Temo molto poco e molto male. Forse passerò tutto il mio tempo libero alla panchina preferita pensando che saranno le ultime volte che mi godrò quel salotto a cielo aperto di una Milano che presto mi riserverà uno scenario diverso che finalmente potrò osservare addirittura da un balcone. Poi magari riuscirò persino ad andare al mare per un paio di giorni. Chissà. 

L’immediato. Mi fanno male tutte le ossa e anche i muscoli che non so di avere. Il fatto di accorgermi del tempo che passa dal non riuscire più a fare tutto quello a cui sono abituata a chiedere al mio corpo mi fa diventare pazza. Dovrei accettare di ritarare gli sforzi e il concetto di attività fisica, ma è un passaggio meno banale di quanto si possa credere. 

Oggi ho assistito ad una stupenda conversazione con Valeria Bruni Tedeschi. Andrea le ha chiesto cosa è il cinema per lei e ha risposto  “l’ossigeno che permette a questo mondo in crisi di respirare”. Mi ha convinto più delle sue reali intenzioni. E ho trovato adorabile il suo modo ineffabile di raccontarsi e declinare l’essere attrice e regista.

Non è ancora estate. Respiro ancora. Forse perché non ho ancora capito cosa mi aspetti. O perché in fondo lo so benissimo. E poi la serie di Zero calcare ha così tanti easter eggs che se non la rivedi almeno altre due volte non l’hai davvero vista.

L’estate sta iniziando e se c’è una minima possibilità di realizzare una qualche felicità in terra, può accadere solo in questo momento dell’anno. O mai più 



L’estate sta (s)finendo

 A Milano si respira. Non è affatto scontato in questi giorni infuocati un po’ in tutta Italia e io me lo faccio bastare come benefit di un’...