Forse ancora non ho davvero realizzato quanto tutto sia davvero cambiato. Ormai è passata una settimana da quando dormo in una nuova casa ancora piena di nulla che la riguardi davvero se non le cose che ho portato dalla vecchia casa e che qui troveranno nuovi spazi e destini. Non faccio che pulire, ordinare mobili, parlare con l’arredatrice, lavorare e ritararmi su tutte queste novità come se fossero delle cose inattese e in realtà sono anni che le pianifico. È strano accorgersi che rompere una routine vuol dire anche accorgersi di essere anche qualcos’altro, di pensare in modo diverso e a cose nuove, porsi problemi prima sconosciuti e rallegrarsi di nuovi impegni di cui farsi carico. Ieri ho preso le ultime cose nella vecchia casa e disdetto le utenze. È stato in quel preciso momento che mi sono resa conto che un capitolo si era ormai chiuso, che il Passante trenord mi farà tribolare non poco, che vivrò tutto il mio tempo domestico nello spazio esterno e che finalmente ho fatto fare un soppalco proprio come l’ho sempre sognato. E non lo so come sto davvero, se ho una paura che non riesco davvero ad ammettere, un entusiasmo che vorrei condividere, una felicità che non so ancora come esprimere…non riesco a definire in modo netto l’arco delle sensazioni che si affollano, o si annullano reciprocamente, per riuscire a fare un bilancio di questi giorni strani e faticosi.
Ero pronta, ma non basta essere semplicemente pronti ai cambiamenti. Bisogna saperli attraversare scegliendo la postura adatta e la lucidità necessaria per sentirseli addosso e poi dar loro tutto lo spazio necessario. Io non lo so se ci sono riuscita. C’è una parte di me che si ripete che in fondo nulla in un mondo come questo valga davvero la pena, che mi bastano pochi semplici test per capire che la fiducia nelle persone è stata troppo spesso mal riposta, che la salute è la prima cosa ma che da sola non basta per dare davvero senso a ogni cosa.
Ogni tanto, non sempre, mi accorgo che il mio “navigatore” interiore mi allontana dal traguardo, mi suggerisce deviazioni al posto della via più breve, come se certi scenari facessero parte di un viaggio non solo più lungo ma anche più ampio mentre io non riesco a decidere niente. Mi sta bene, lo accetto come accetto pure le soste, gli incidenti di percorso, i rientri e le successive ripartenze. Eppure mi sento a disagio in questo ottobre ormai privo di luce e dopo un’estate infuocata ma poco a fuoco persino lei.
La verità è che di tutto quest’anno ricorderò davvero soltanto una cosa e non è una casa nuova o un po’ di problemi ormai risolti: ricorderò solo quanto sono stata bene a New York lo scorso settembre. E questo rientrerà per sempre tra le cose bellissime a cui non ho voglia di dare una spiegazione, perché significherebbe chiedermi perché sia così speciale tornare da sola in una città che avevo già visto e nella quale mi sono limitata a camminare, mangiare cose che sono vietate in Europa (ma ho perso quasi 4 chili), prenotare tour e osservare le persone. Perché è così facile per me essere felice in certi luoghi e altrove per niente? Perché tutte le volte che faccio i miei test “in incognito” sulle persone di cui vorrei fidarmi alla fine ottengo sempre le risposte che non vorrei? In quale punto del mio percorso “deviato” mi trovo rispetto alla meta?
A volte mi aggrappo alle liste come a delle ancore a cui fissare uno straccio di coordinata esistenziale che non mi scaraventi ovunque come se fossi una pallina di gomma incapace di restare aderente al piano d’appoggio della sua stabilità. E così mi ritrovo a scrivere elenchi lunghissimi sui temi più disparati: cosa è bello o brutto, cosa mi piace negli uomini che mi potrebbero interessare e cosa proprio no, i film che amo e quelli che mi annientano, i libri che mi servono e quelli che rileggerei mille volte, le serie tv che sono cresciute con me e quelle che mi hanno folgorato…le liste sono la sola maniera che conosco di accettare le deviazioni sapendo che in qualche modo mi riporteranno sulla strada che conosco. La mia lista della felicità per ora contiene solo la parola New York. Che fortuna…
Il mezzo pubblico che ho più vicino è il Passante trenord, un tipo di treno che riesce bene solo nei ritardi e nelle cancellazioni. So che mi capiterà di prenderlo prenderò molto spesso. E che grazie a lui capirò diverse cose sul concetto di destinazione e arrivo. Temo molto meno su quello di felicità. Ma in effetti, chi può davvero dirlo?

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