giovedì 24 settembre 2026

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

 


Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica faticosamente indirizzata tra i vari gate e le infinite destinazioni verso cui pare proiettare il JFK. Torno a Milano con lo spirito che mi auguravo quando sono arrivata nella città che confermo essere la mia preferita tra quelle conosciute. Come sempre ci sono venuta da sola e come sempre mi sorprende ed incanta. 

Non viaggio sempre da sola e non sempre mi succede di organizzare tutto in autonomia. Per quello che ho potuto ho spaziato tra vacanze “sbrasone” alla inclusive nelle quali il mio solo obiettivo era essere trattata come una neonata incapace di badare a se stessa o intrapreso viaggi di gruppo in luoghi troppo complicati o lontani per provare a fare in autonomia. Tutti a loro modo si rivelano funzionali ad uno scopo preciso che varia dal riposo assoluto alla scoperta in condizioni di disagio più o meno tollerabile. Eppure quando viaggio da sola, io che sono mediamente una svampita che procede a tentoni persino in casa propria, sento di trarre il meglio possibile da me stessa e dall’esperienza che intendo costruire. Quando mi ritaglio quei giorni, li pianifico, li immagino, ne avverto il timore se le cose non vanno come dovrebbero…quando faccio tutto questo, contando soltanto sulle mie risorse, mi sento davvero in asse con quello che vorrei sempre percepire di essere. Quando parto da sola e faccio esattamente quello che decido, oltre a quello per cui sono costretta ad improvvisare, sento che l’avventura si trasforma in una specie di mio personale upgrade. E questa cosa non può essere condivisa. È un fatto necessariamente individuale, un dialogo interiore che si declina in un tempo e uno spazio che sono soltanto miei e tali devo restare. 

Il mio viaggio a NY è stato magnifico. Non ci avrei giurato. Non lo faccio mai quando ho delle aspettative basate esclusivamente sulla mia capacità di gestirmi in situazioni non ordinarie. Mi sono regalata albe fantastiche ogni singolo giorno, complice anche un jet lag mai risolto e una smania no  gestibile di fare e vedere il più possibile rilassandomi il meno possibile. Una di quelle mattine ho condiviso quello scenario pazzesco con un signore credo giapponese che aveva avuto la mia stessa idea di salire sul rooftop del PIER 57 e ha salutato il primo sole con delle foto e suonando l’armonica. Una magia che non dimenticherò facilmente. E poi ci sono le città che ho deciso di attraversare partendo da New York. Washington, Philadelphia e il New England che mi ha fatto scoprire Boston e territori di una bellezza radiosa. Sono stata felice in ogni singolo istante. 

Prima di partire ho suggellato l’esperienza “offrendomi” un lobster roll. Confesso che ero indecisa se considerare opportuno pagare 31 dollari per un panino così piccolo. Poi ho pensato che ho pagato cene a persone tremende che non mi hanno dedicato neanche un fiore e mi sono detta che forse me ne merito 30 di quei panini e che me lo devo ricordare più spesso ed essere felice di ricordarmi di trattarmi bene. Anche se non dovessi meritarlo davvero. 

Sono rientrata in una casa ormai completamente vuota, niente cibo a disposizione e una serie di piccole grandi incombenze che mi hanno salutato al varco come delle comari a braccia conserte che paiono chiedermi dove sono stata e se era proprio il caso di partire adesso.

E io ho pensato che sì, era assolutamente proprio il caso di partire, aver dimenticato per un po’ che ci sono delle cose da sistemare. E ricordarmene soltanto adesso che ho di nuovo lo spazio per farcele stare. Cosa potrà mai andare storto visto che, ormai, sono tornata?


giovedì 17 settembre 2026

New York state of mind (Billy joel…& me)


 “Un anno senza andare a New York è un anno perso”. Così dice una persona che conosco e che più di me è ossessionata da questa città. Io ci sono tornata per la terza volta e ancora provo lo stesso incanto, la stessa meraviglia della prima. Non credo sia del tutto ragionevole se ci penso bene, visto che amo soprattutto tornare nei luoghi già visti e lo scenario non sempre è davvero edificante e patinato come certe cartoline suggeriscono, non è ovunque pulita, ci sono odori troppo forti e di quantomeno discutibile piacevolezza, si percepisce molto più che altrove il contrasto tra ricchissimi e poverissimi e il numero di quelli che vivono in strada in condizioni inaccettabili credo che abbia raggiunto dei livelli davvero indecorosi. Eppure, malgrado le oggettive criticità di una città che pure ha un ruolo non neutrale nel bilancio complessivo degli equilibri globali, io la amo follemente. Come dicevo le ragioni profonde sfuggono anche a me. So soltanto che mentre la percorro, perdendomici un po’ per caso e un po’ per precisa volontà, io mi sento bene come non mi riesce di stare in nessun altro posto, neppure nell’idillio della natura più incontaminata.

La amo di un amore quasi ancestrale, mi incanta tutto di lei, dalla variabilità repentina delle condizioni meteo, che la decorano con una luce che ne trasforma lo scenario e che somiglia tanto a certi sbalzi d’umore improvvisi e disarmanti, mi sorprende il cambio radicale dell’architettura dei diversi distretti, come se quel corpo unico fosse capace di parlare lingue diverse pur senza perdere mai di vista la sua vera identità, adoro quei suoni/rumori assordanti e continui che fanno da costante tappeto sonoro e che parlano di una città perennemente in manutenzione, costantemente impegnata a conservare se stessa attraverso un cambiamento inarrestabile e invasivo: sirene, trivelle, omini fluorescenti che aggiustano segmenti di strade e palazzi, incessantemente e ovunque. A compensare questa ossessiva “germinazione” metropolitana, il glamour luccicante, senza sbavature, incurante del caos e della fatica necessari tenere tutto intatto, e poi le persone bizzarre, gli scenari mozzafiato da altezze impensabili, o dall’acqua, dagli scorci improvvisi di verde, i businessman con l’andatura veloce e decisa di chi produce e corre solo per arrivare, i caffè da asporto, le pizze già tagliate da mangiare senza stare fermi…tutto quello che si può fare mentre si cammina lo si fa. E poi, quasi senza preavviso, di nuovo la pace assoluta di Central Park: un luogo creato apposta, per sentirsi nella natura pur non avendo nulla di naturale. La quintessenza di ogni contraddizione di questa città. E io non posso fare altro che stare a guardare questo universo in pillole, che mi diverte e mi spiazza e che trovo irresistibile ogni volta di più .

E così sono venuta di nuovo qui. Nello stesso posto di sempre, nel quartiere in cui mi piacerebbe restare per un tempo indefinito, nella città che ogni volta mi pare più familiare e più interessante di quella precedente. Eppure avrei così tanto altro da vedere altrove. Ma a lei non importa. E in fondo, per il momento, neppure a me.


sabato 5 settembre 2026

Posizionarsi




 Allora stavolta succede davvero. Pensavo che certi “grandi eventi” rientrassero nel mero campo delle attese a tempo indeterminato. E invece ad un certo punto si concretizzano con quella dirompenza che ti coglie impreparato pure se avevi predisposto da secoli ogni minimo dettaglio nella realizzazione. E così è davvero successo che sono andata in banca a privarmi di buona parte dei miei risparmi per rendere finalmente mia la casa appena nata che ho scelto un paio di anni fa, ho noleggiato un furgone per traghettare il meno possibile di quello che ho accumulato in questa piccola cuccia che mi ha ospitato per quasi diciassette anni, ho persino chiuso la valigia per un viaggio pazzo che non so come sia riuscita ad incastrare e che farà da transizione tra le due fisse dimore di un’anima che si ostina a rimanere zingara. Finalmente questo tempo troppo atteso è arrivato, bello carico di tutto quello che non si poteva fare in un altro momento per renderne graduale il peso e che ora si propone nella sua mastodontica invasività. E va bene così. Scatoloni pronti, afa a farmi da “aiutante”, scartoffie sistemate. Assegni predisposti. Davvero non sarò più costretta a vivere in questo accampamento domestico ancora per molto, lavando i panni a mano e i piatti in bagno? Ormai mi pare impossibile, non previsto, persino non più dovuto. E invece sta davvero cambiando tutto. Dopo mesi in cui ho continuato a lavorare, viaggiare, conoscere persone assurde, improbabili, sbagliate fino al midollo, immaginare il nuovo arredamento, il terrazzo, correre per le ultime volte all’anello di Linate, compiere 50 anni…e ogni richiamo di vita incurante di una condizione così anomala per potersi gestire in modo sensato, mi pare di cominciare ogni cosa soltanto adesso.

Mi renderò davvero conto del cambiamento radicale di tutto questo? Lo vivrò come un passaggio intenso evocativo di tanto altro che vorrei cambiare della mia vita? Oppure mi sembrerà una di quelle cose che prima o poi andavano fatte perché ho passato fin troppo tempo a sottostimare e mie reali necessità. Chi lo sa come vivrò davvero questo passaggio di stato tra luoghi di Milano così diversi e che con metafora ingenua interpreto come un cambiamento esistenziale più radicale.

A parte questo a cosa penso quando mi metto in cammino per due ore in questi pomeriggi finalmente liberi ma ancora troppo caldi per essere davvero ristoratori? Penso alle strane partigianerie, al bisogno costante che abbiamo di posizionarci sui poli delle categorie del pensiero. Mi ricordo che all’università c’era il fronte degli aziendalisti che si credevano più dritti degli economisti puri, in palestra i fanatici del cardio che sminuiscono quelli che sollevano soltanto pesi, yoga contro pilates, cinema d’autore contro americanate, vegetariani e carnivori..tutto mi racconta di una visione del mondo nettamente suddivisa senza la possibilità che spesso ha davvero senso includere ogni cosa perché è dalla osmosi consapevole che si progredisce davvero. Oppure è solo quello che faccio io perché non ho il coraggio di una posizione radicale: faccio cardio e pesi perché penso di aver bisogno di entrambi, non mangio carne ma il pesce sì, faccio yoga ma non so fare il pincha e allora mi consolo con quello che mi riesce nel pilates, del cinema amo tutto pure quello che non vedrei mai. Perché ci piace così tanto radicalizzare? O meglio perché piace a me e mi sento in colpa pure quando penso che non abbia senso? Meno male che penso a queste cose solo mentre cammino. Poi rientro a casa e faccio un po’ come mi viene.

Sto per cambiare casa. Ancora non ho capito cosa lascerò in questa. Se potessi forse lascerei ogni cosa.

Un passaggio per passare ad altro, oltre e altrove

 “Ti ci accompagno io, che problema c’è?”. Ci sono gesti e parole che non ho mai dato per scontati, soprattutto quando sono spontanei, disin...