venerdì 9 febbraio 2018

In realtà non è così. Fuori dalla realtà invece sì

Nulla da ridire. È un festival confezionato bene, dalla coreografia ai siparietti, dalle interazioni tra i conduttori a quel vago senso di normalizzazione e di aura rassicurante che si propaga durante il lunghissimo tempo dell’ unica “manifestazione canora” in cui le canzoni hanno una rilevanza prossima allo zero. Io salvo solo gli amabili “Lo stato sociale”, il sempre amato Gazze’ e lo strano caso di un Barbarossa con un “passami il sale” romano per cui non posso che applaudire per ovvie ragioni autoreferenziali.

Giorni strani questi. Provo a pormi in ascolto di una campagna elettorale che non comprendo ma dalla quale vorrei evincere una qualche chiave di lettura della realtà che mi consenta, almeno, di esprimere un voto di opinione. Ma non riesco proprio a capire cosa posso fare per esercitare questo mio diritto senza sentirmi pure ingannata. Non escludo che stavolta non voterò solo per mera incapacità di sapere per chi.

Alcuni mesi fa ho avuto dei contrasti con un’amica a causa di un mio giudizio sbrigativo sul comportamento di un ragazzo che trovavo troppo ambiguo per sembrarmi sinceramente interessato. Le avevo detto di lasciarlo perdere, di non cercarlo più e non chiedergli più alcuna spiegazione. Le suggerii di rimanere gentile ma incurante dell’accaduto e senza coltivare altre speranze. Lei si offese molto, io presi atto di questo e non ci siamo più parlate.
In questi giorni è ritornata, mi ha detto cose molto dolci e regalato delle attestazioni di stima che non mi aspettavo assolutamente. È stato un momento commuovente e a me è dispiaciuto molto che all’epoca fossi stata così drastica nei miei giudizi per quanto, di fatto, non mi fossi poi sbagliata su quel tipo inconcludente su cui ci scontrammo...
È stato carino ritrovarsi e così ho approfittato di certi cambiamenti importanti che la coinvolgono in prima persona per farle un piccolo regalo e scriverle un biglietto che le è piaciuto molto. Si parlava di nuovi inizi, che spesso sono semplicemente cose già cominciate da una vita ma ad un certo punto decidi che vanno viste con occhi e prospettive diversi. Mi ha fatto molto piacere.

Io i conti con la realtà tendo a farli poco: non mi torna quasi mai niente, non applico bene le formule oppure arrivo al risultato saltando una marea di passaggi necessari. Eppure mi chiedo quanto sia davvero utile, e soprattutto dilettevole, avere sempre l’esatta misura delle cose e dei fatti o se non sia più divertente o perlomeno consolatorio conservare i propri punti di osservazione distorti persino quando sai perfettamente che sono tali e che il più delle volte rischiano di farci odiare dagli altri o di vederli per ciò che non sono ma per come meglio si adattano ai nostri sogni e bisogni. Credo ci sia qualcosa di terapeutico in un atteggiamento simile, soprattutto quando ti annoi o la realtà ti pare ancora più ingannevole di quanto faccia tu con te stesso. E non si tratta di rifugiarsi in un libro o dentro un cinema per immaginarsi in un mondo altro. No, è proprio stare dentro le cose a modo tuo come seria e inoppugnabile dichiarazione di intento, come votare per se stessi su una ipotetica scheda a preferenza unica e rimettere al potere almeno la propria di fantasia.
Che tanto poi alla fine un realista per nulla magico che ti apre gli occhi e ti dice che le cose non stanno così, che non è quello giusto e non si fa così...alla fine arriva sempre. Nella realtà uno così prima o poi arriva e ci salva da noi stessi. Ferendoci a morte.







martedì 6 febbraio 2018

Una (speciale) giornata non particolare

È la prima volta che succede. La tv non ha il segnale e io posso seguire il festival solo dalla radio e dai social, che è poi la maniera in cui lo facevo nei sette anni in cui non ne ammettevo la presenza nella mia casa della libertà di pensiero. Va bene così.

Dopo più di dieci giorni sono riuscita a farmi una bella sudata e a recuperare un po’ di buon umore perduto, ho pulito la scrivania come mi ero ripromessa e lavorato con concentrazione. Ormai non ci speravo più. E invece quando le giornate procedono così complici a volte succede che aggiungano anche ulteriori elementi di compiacimento. Il mio collega di stanza, persona a cui voglio molto bene pur avendo una visione diametralmente opposta su ogni cosa esistente in cielo e in terra, era assente e io mi sono goduta la mia stanza pulita e ordinata e le visite sempre gradite di colleghi gentili che decidono di trascorrere qualche minuto a chiacchierare con me, come quello innamorato del cinema e dei libri che mi chiede spesso suggerimenti su cosa vedere e me ne fornisce a sua volta e poi mi racconta chicche meravigliose che dovrei cominciare ad appuntarmi. Vorrei trovare il coraggio di regalargli un mio libro su un regista che ama e sul quale aspettavo un pensiero scritto che non è mai arrivato. Forse lo farò se sarò certa che gli farà davvero piacere. E poi è passato a salutarmi pure il collega che ha preso un part time ma viene in ufficio per fare colazione e a me questa cosa fa tanto ridere. Tutto il resto del giorno me ne sono stata in silenzio, col podcast di Melog e della rassegna stampa di Luca Telese e Oscar Giannino in viva voce e in entrambi i casi ho riso abbastanza.

Sono uscita molto tardi, piovigginava, ho comprato l’insalata già lavata e una zuppa pronta. Mi sono ricordata che ho alle spalle non più di quattro ore di sonno e un allenamento dopo un periodo di fermo. Ma avevo deciso che oggi avrei voluto smettere di essere stanca, disordinata e arrendevole, malgrado l’insonnia, le gambe in stato di pulp, la scrivania che gridava vendetta, la pioggia e i piatti pronti. Malgrado tutto. Non so se la felicità sia una decisione. Di certo lo è stato evitare che dieci giorni no possano pretendere di diventare di più. Soprattutto se ad un certo punto, mentre tenti di mettere in ordine, bussa qualcuno, ti dice cose per qualche minuto e, senza saperlo, ti aiuta a riuscirci prima e meglio.

domenica 4 febbraio 2018

Dramma della gelosia. Che esagerazione...commedia ☺️

Ci sono luoghi comuni che mi irritano più di altri. Non perché li trovi falsi a prescindere o voglia ergermi a paladina di un pensiero ostinato e contrario. Il fatto è che su certi stereotipi poi si costruiscono convinzioni, condotte, pregiudizi e intere categorie intellettuali che rendono distorte alcune delicate dinamiche umane.
Io la storia della competizione tra donne proprio non la reggo. Non so sulla base di quale accreditata letteratura, dati statistici, fenomeni rappresentativi...si sia consolidato questo assunto e di certo non tocca a me smentirlo o confermarlo. Il fatto è che quando provo a riflettere sulla questione mi indispettisco e sento che per fortuna la mia esperienza è stata (anche) tutt’altro. Conosco donne molto belle, intelligenti e simpaticissime che non ho nessuna voglia di perdere di vista per le citate caratteristiche e con le quali non mi sognerei neppure lontanamente di istaurare una qualsiasi competizione. Perché dovrei? Agli uomini piace pensare che certe guerre tra donne nascano per accaparrarsi il maschio, come certe cagnette a cui si ruba l’osso...può essere ma io da questo sono salva perché la mia convinzione riguardo agli incontri del destino non contempla questo tipo di selezione naturale. Se un uomo si sente costretto a scegliere tra me e un’altra, può lasciarmi all’angolo senza problema. il dubbio in questo caso per me è già la risposta inequivocabile che nulla di nulla sarebbe stato.
Ci tenevo molto a dire questa cosa. Perché il logos femminile, qualche volta, è meno comune di quanto la semplificazione desideri.

Oggi ho visto il film di Virzi. Se ne è giustamente ben detto e io, stavolta, mi associo al sentimento comune. A me è piaciuto soprattutto per due ragioni.  La prima è che i due protagonisti fanno un viaggio che ho in parte compiuto anche io verso quella stessa meta ed è stato bellissimo rivedere quella lunga e meravigliosa strada sul mare che porta a key west. Mi è sembrato di tornarci con loro. La seconda ragione è quella che mi sta più a cuore. E riguarda ciò che ahimè si ritiene essere uno dei principali indicatori, nonché alimentatori, dell’amore: la gelosia. Per i due protagonisti si arriva a stressare il concetto fino alla gelosia retroattiva, mancando le oggettive condizioni per degli episodi reali in corso d’opera. Ecco, tutte le volte che desidero scardinare certi luoghi comuni, mi auguro sempre di avere abbastanza argomenti per poter rinnegare questo connubio infame amore/gelosia.
Ma non ci sono riuscita. Se ho amato sono stata gelosa. Quando ho smesso di amare ho smesso di essere gelosa. Vero. Tutto vero ed è per questo che benedico la vita da non innamorata che mi permette di assistere asettica ma pure divertita al frenetico gigioneggiare maschile tra le molteplici ipotesi di conquista. Qualche volta mi chiedo se in fondo non sia giusto anche così, piuttosto che concentrarsi nell’attesa ponderata e paziente di un incontro che io sono convinta non vada assolutamente cercato ma semplicemente intercettato.

Ma che ne so e poi in fondo in questo momento che me ne importa. Però i due anziani protagonisti del film di Virzi erano proprio teneri. Forse perché reciprocamente gelosi, perché generosi, simpatici e intelligenti. La gelosia ha aggiunto valore a un sentimento profondo basato sul rispetto. Le mie no, le mie gelosie erano dovute a mancanze. E le mancanze sottraggono. Per definizione.
Una volta un amico, fidanzato da tanti anni con la stessa persona mi ha detto “...ma sai, io non mi guardo intorno perché quando mi piace una...me ne piace una. Non faccio nessuna fatica ad esserle fedele. Non c’è nessun merito. È una cosa del tutto normale”. Da allora per me è questa la risposta esatta per definizione.
Che poi io volevo solo dire che i luoghi comuni sono semplici ma discutibili e che le definizioni sono spesso belle ma di faticosa applicazione, così tanto che qualche volta si preferisce sfuggirle con un “on the road”, lungo, tortuoso, pieno di intoppi e incidenti di percorso. E poi ci sono io, che adoro quasi sempre osservare tutto questo, piuttosto che viverlo direttamente. Gelosa solo della mia tranquillità


sabato 3 febbraio 2018

Fasi afasiche senza il fisico

Non posso ancora tornare a correre. Sono nove giorni che non mi alleno a causa di un piccolo intervento che ho fatto nove giorni fa, perfettamente riuscito, ma del quale porto i segni piuttosto marcati in due giganteschi ematomi sulle gambe. Forse inconsapevolmente l’ho fatto apposta: se sto bene mi alleno anche se non ne ho nessuna voglia e questo comincio sentirlo usurante e per nulla gratificante. Questo stop forzato mi libera almeno dal senso di colpa e mi restituisce il tempo necessario per individuare da qualche parte un briciolo di nuova motivazione, la stessa che vorrei ritrovare pure in altri fronti dei miei obblighi quotidiani.
Sono mesi che la mia scrivania è in disordine, che non trovo mai quello che cerco e che mi invento strane geometrie di orario per riuscire a gestire tutto quello che devo fare. Ogni tanto mi succede, di essere meno concentrata, di non riuscire a controllare le cose, di fare cose e non sentirmele da nessuna parte. Ieri credo sia successo tutto questo assieme. Stamattina mi sono svegliata con l’unica speranza che oggi sia davvero un altro giorno e che lunedì, cascasse il mondo, metto in ordine la scrivania. Mah, passerà...spero.

Sempre ieri sono andata a fare la spesa alla Coop dopo tantissimo tempo. Ormai esselunga è il mio luogo di elezione per i miei progetti di consumo quotidiano. C’era poca gente, ho comprato tanti piatti pronti vegetariani, ritirato il giornalino dei soci e aggiornato il mio storico libretto di prestito sociale (una cosa che feci ai tempi del mio veterocomunismo da dipendente coop e che non ho mai voluto chiudere) e mi sono resa conto di quanto possa essere profondamente diversa l’esperienza di acquisto di prodotti identici in realtà aziendali con politiche radicalmente differenti. È una cosa che penso da sempre e che non smette mai di stupirmi. È un po’ come considerare uno stesso lavoro svolto nel pubblico o nel privato, o preparare uno stesso piatto in aree geografiche diverse. Il risultato è spesso tutto diverso e capirne il perché, a parità di azioni svolte o ingredienti, per me è questione tutt’altro che ovvia.

Quando sono uscita era buio, io avevo una forte emicrania e ripensavo un po’ irritata alla mia giornata di lavoro. Avevo le mani aggrappate alle spalline dello zaino, come fanno certe bambine piccole piccole che camminano con problemi di assetto e quando me ne sono resa conto mi sono trovata buffissima. Credo sia stato l’unico momento in cui ho sorriso. Poi sono rientrata in casa, ho messo gli occhiali per evitare che il mal di testa aumentasse, ho provato a leggere un libro che mi piace ma che non riesco a concludere. Non ci sono riuscita neppure ieri. Sono stata felice che ci fosse “propaganda live”, ma non sono riuscita ad arrivare alla fine neppure in quel caso. Mi sono trascinata a letto così come stavo, che tanto il pigiama chissà dov’era. Davvero devastante. Eppure non avevo fatto niente di speciale e persino l’ordinario non mi era riuscito granché.

Sono sicura che lunedì, con la scrivania in ordine, sarà tutto passato. O forse devo solo tornare a correre. O tornare più spesso a fare la spesa alla Coop. O finire finalmente il mio libro.
E non andare a dormire mai più vestita.




mercoledì 31 gennaio 2018

Brevi storie. Buone fino a tutta una vita

Molti anni fa, pochi giorni prima di trasferirmi a Milano, mi trovavo in Inghilterra assieme ad una persona che mi piaceva tanto. Lui lavorava lì in una società che aveva un’organizzazione che mi pareva la cosa più vicina al paradiso in terra che potessi immaginare. Nel tempo libero organizzavamo gite fuori porta nei luoghi più belli consigliati dalla lonely Planet: ci alzavamo presto, ci davamo un bacio, uscivamo di casa e non ricordo una sola volta in cui non fosse tutto perfetto fino a sera, quando rientravamo stremati. Nonostante questo non ho mai pensato, neppure per un istante, che sarebbe durata: sarei andata a Milano, avrei dovuto cercare casa, organizzarmi una vita tutta nuova, la lontananza, le troppe incognite...però quel periodo lì con le gare in cucina, il tinello in perfetto stile inglese con la finestra bombata da cui una volta una signora ci salutò mentre ci osservava baciarci, i film di Wenders visti dal computer appoggiato su un piumone pesantissimo, il microonde comprato in un negozio stranissimo senza commessi e trasportato di peso a piedi fino a casa. Mi ricordo di serate luminose lungo il fiume, di cibo inglesissimo che trovavo divino, i pub con le immancabili tennent’s che amava tanto...
Poi partii per Milano e dopo qualche mese ci lasciammo. Lui aveva conosciuto in chat una ragazza e le si legò prima di vederla dal vivo. Io piansi moltissimo per un po’ di giorni. Poi mi passò ma non arrivai mai ad odiare o provare rancore per quel ragazzo così intellettualmente stimolante, simpatico e gentile. Pensai che fosse durata il giusto e che d’ora in poi avrei dovuto concentrarmi sulla mia vita gia così piena di cambiamenti.

Qualche giorno fa una persona cara ad entrambi e che frequentiamo tuttora mi ha portato i suoi saluti e inoltrato una foto molto bella di noi due in un ristorante di Bath. Quella foto la conservo anche io perché siamo entrambi molto carini e quella giornata fu proprio bella e piena di luce. Mi sono ricordata pure di una cosa che avevo scordato: un messaggio molto dolce inviatomi il giorno prima che si sposasse (non con la ragazza della chat). Anni dopo mi è stato riferito che sono stata la sola a cui riservò un pensiero simile. Ecco io credo che stia in questo il vero senso di certi legami, perlomeno dei miei: andare oltre gli eventi “separatori”, gli apparenti incidenti di percorso o il dialogo interrotto. La continuità del ricordo, la confessione di un rammarico fatta alla nostra comune amica (veramente per me è qualcosa di più), le foto da riguardare e i momenti che non sono mai veramente passati. A me basta così per giustificare quelle lacrime di allora, assieme all’assenza di rancore o di toni indispettiti e all’accettazione per ciò che di bello non è riuscito ad essere pure durevole. 

Da allora non ho più avuto il privilegio di costruire ricordi di pari valore. Credo di aver provato sentimenti di profondo affetto e per tanto tempo, ma erano rivolti ad una persona che mi ha così spoetizzato che oggi vorrei che non fosse mai accaduto. L’indifferenza che provo ora ha cancellato ogni istante condiviso e che trovavo prezioso. Si è azzerato il valore di tutto. E questo per me non è utile, non ha senso, mi fa solo pensare che sia un vero peccato perché mi costringe a riconoscere un errore evitabile.

E così stasera ho pensato che è la seconda volta che mi trovo a raccontare quella breve storia d’amore e d’amicizia, passata e ormai lontana nel tempo. Eppure, di tanto in tanto, si arricchisce ancora di qualche nuovo elemento, si ravviva e ne ripercorre di nuovo i momenti topici. Proprio come succede per certe belle storie riuscite. Quelle che arrivano a durare persino tutta una vita


sabato 27 gennaio 2018

Registrare atti. E attimi

C'è una parte del mio lavoro che svolgo con un certo sacrificio, non perché particolarmente complessa ma a causa della sua natura di attività rivolta al pubblico. Per me che sono una finta estroversa la fatica è doppia poiché le persone pensano di trovarsi al cospetto di una figura accogliente, propensa alla conversazione e all’ironia e dotata di una predisposizione d’animo totalmente distesa. Non è così. O meglio, io in realtà mi mostro così ma al prezzo di disagio, tensione, senso di inadeguatezza. A volte però succede tutt’altro, magari perché mi ritrovo ad interloquire con persone particolarmente simpatiche, qualche anziano con aneddoti interessanti, signore amanti dei gatti con cui condividere episodi buffi. Oppure perché arrivi al mio cospetto un uomo come quello che ho incontrato ieri. Quando si è presentato, col suo preliminare da registrare, non ha detto molto e io ho subito cominciato a controllare le sue carte senza dire nulla. A un certo punto si accorge del mio orologio sportivo pieno di funzioni che non mi servono ma delle quali sono molto orgogliosa quando vengono notate. A quel punto è partita una divertente conversazione da cui ho scoperto che pratica pugilato, che ha trentotto anni, che prima faceva judo a livello agonistico, che ha una voce fantastica ...e che non sarebbe stato necessario che io avessi troppa fretta di concludere l’operazione in un tempo da produzione fordista. Ho alzato gli occhi per sorridere ad una sua battuta e lui se ne è compiaciuto. Credo che sia stato quello il momento in cui mi ha raccontato che il pugilato era arrivato come reazione ad una brusca separazione dalla moglie, originata da un lutto per la perdita della seconda figlia. Per mesi lei gli aveva negato di vedere il primo figlio di sei anni e lui stava diventando matto. Gli ho chiesto se poi avesse risolto e lui mi ha detto che è stato fortunato, che hanno raggiunto un accordo e che la cosa era stata tanto più complicata in quanto si trattava di un matrimonio misto. Io l’ho ascoltato interessata e poi colpita da una sua frase espressa con più forza di tutto il resto, quando ad un certo punto ha detto “io voglio fare il padre. Questo non può essermi impedito”. Intanto io avevo quasi finito di fare quello che dovevo per lui e mi è sembrato carino a quel punto riportare la conversazione sullo scherzo, farlo sorridere di nuovo e compiacermi che volesse sapere se anche io fossi libera. Ho dirottato subito l’argomento mostrandogli una funzione avanzata del mio orologio super tech e poi l’ho salutato come se fosse un amico con cui vorrei andare a correre tutte le mattine. Saranno passati dieci minuti. Non di più. Non ricordo assolutamente quale fosse il nome di quell’uomo bello e “centrato”. Probabilmente non lo rivedrò mai più e comunque se accadesse non credo che sarebbe la stessa cosa. Eppure sarebbe stato un peccato non incontrarlo per nulla.
Per quanto mi riguarda, invece, penso che dovrei ricordare più spesso che tutte le volte che sono costretta per lavoro, o per qualsiasi altra ragione, ad uscire dalla mia comfort zone in realtà con ogni probabilità sto per farmi del bene. Almeno qualche volta. Per qualche minuto che poi chissà decide di fermarsi più a lungo.

martedì 23 gennaio 2018

La lista dei non desideri da realizzare assolutamente

Qualche anno fa, quando ancora conducevo una vita molto poco domestica, ho partecipato ad una serie di incontri tra autori, registi, sceneggiatori in quello spazio suggestivo e immaginifico che è il museo interattivo del cinema. I diversi dibattiti erano moderati da giornalisti e critici di cinema e io me ne stavo lì, per l’intera giornata ad ascoltare tutti. In una di quelle volte c’era anche Luca Guadagnino, regista che non credo di conoscere e apprezzare abbastanza ma che all’epoca mi colpì molto per l’ego piuttosto ingombrante e una certa vis polemica sulla capacità del suo ambiente di valorizzare il vero cinema d’autore. Ricordo che lo trovai abbastanza sgradevole e poco simpatico anche per quel suo ritenersi il figlio legittimo di Bertolucci, per certo snobismo nella scelta dei finanziatori, per l’eccesso di compiacimento nel dire “la mia amica Tilda” e pure per il malcelato rancore verso il mondo accademico che a suo tempo non gli concesse la cattedra che desiderava.
Poi mi sono ricordata del motivo per cui conservo comunque un buon ricordo di quell’incontro e della giornata nel suo complesso. Successe al buffet. C’era un giornalista che si chiama Enrico Magrelli (credo lavori ancora per radio tre) che mi era molto simpatico e ad un certo punto punto, non so per quale ragione, io avevo in mano una bottiglia di vino e stavo per riempire il suo bicchiere. Ma lui mi ringraziò ma disse che non lo avrebbe mai permesso. Si riempì il vino da solo. E io lo trovai davvero gentile (resta da capire cosa ci facessi io col vino in mano). Fu una bella giornata. In bocca al lupo a Guadagnino per gli Oscar che spero meriterà.

Sono molto raffreddata e mi sento un po’ stordita, ma in fondo sapevo che non l’avrei fatta franca e che la ciclicità di certe esperienze non si interrompe con un semplice auspicio. Forse è per questo che stasera, mentre danno un film di Moretti che mi diverte sempre tanto, mi sono chiesta se sia possibile stilare una lista delle cose che non farò. Anzi, mi piacerebbe proprio poter fare un miscuglio delle cose che non farò mai, di quelle che non farò mai più e di quelle che solo per il momento non farò, secondo un ordine che non renda possibile capire di che natura sia il mio “non fare”. Sono convinta da sempre che le liste siano un modo comodo ed efficace di tenere le cose sotto controllo e scandire una ipotetica tabella di marcia per raggiungere prima e meglio un obiettivo. D’altro canto hanno il difetto di ingabbiare le scelte e limitare la libertà di movimento. Sono come delle scatole chiuse. E così stasera mi sono detta che se invece parto da tutto quello che lascio fuori, ovvero tutto quello che non voglio assolutamente o che non è ancora pronto per me, ecco che all’improvviso è come se avessi a disposizione una scelta illimitata in cui individuare tutto quello che davvero non voglio, non voglio...e non voglio, anzi ciò che non voglio più, non voglio per ora, non vorrei mai. In ordine sparso potrei dire che per esempio potrebbe trattarsi di cose di questo genere:

- Dipendere materialmente e/o affettivamente da qualcuno
- mangiare carne e pesce
- frequentare uomini sposati
- smettere di fare sport
-Votare a destra o il m5s
- litigare per questioni di principio
- comprare barrette sostitutive dei pasti
- tornare dopo troppi anni nei posti in cui sono stata felice
- leggere un libro di Fabio Volo
- tagliare i capelli corti
- cercare alibi per i miei errori
- ingrassare (almeno non in modo irrimediabile)
- smettere di credere che dietro un qualunque angolo ci sia...ci sia...chi c’è?

Il film è appena finito. Il Papa ha detto che non ce la fa. E in fondo che male c’è: il mondo deve essere anche a misura della nostra fragilità e vulnerabilità e non per questo cessa di essere un’avventura gloriosa, incosciente, esilarante.
Passiamo la vita a progettare desideri da realizzare senza considerare che quelli da non realizzare sono inevitabilmente molti di più e la maniera di non realizzarli può darci le stesse immense soddisfazioni. E così stasera ho pensato che la vita, al netto dei desideri, abbia veramente una marea di spazio in cui muovermi, scegliere e nella quale prendere le mie distanze oppure no. Forse era per questo che quel giorno avevo una bottiglia di vino in mano. Io. Che non bevo mai



venerdì 19 gennaio 2018

Cos’altro è un ricordo se non un ex post?

Alla fine mi ritrovo a farlo sempre, pure se mi ero ripromessa di no. Tutte le volte che cedo alla tentazione di rileggere cose scritte esattamente un anno precedente mi lascio prendere da un misto di tenerezza, imbarazzo, qualche volta compiacimento ma più spesso giudizio severo. Sì, perché al netto di una qualità di scrittura su cui sarebbe il caso di lavorare molto, per non parlare della punteggiatura messa totalmente a caso, dei refusi e di tutte le scelleratezze linguistiche di cui giustamente mi scuso ad intervalli regolari (a consolidare tutte queste “belle” qualità c’è che non rileggo quello che poi pubblico se non dopo che mi sono accorta che qualcuno ci si è soffermato)...dicevo, al netto di tutto questo comincio a trovare anche molto sano questo mio ritrovarmi in un passato più o meno recente con al mio attivo un pezzo di futuro che nel frattempo si è compiuto offrendomi qualche risposta.

Il post dell’oggi di un anno fa è uno di quelli che ricordo con più affetto, perché descrive una sensazione a caldo su un fatto di cronaca molto grave come la tragedia di Rigopiano, si sofferma su un film che mi era molto piaciuto e, come spesso mi succede, mi offre l’occasione di provare a capire quanto stiano in piedi certe mie categoriche convinzioni sulla grammatica dei sentimenti. Grazie, sempre grazie caro “accadde oggi” che mi ricordi che ho scritto cose che qualcun altro ha addirittura letto, commentato e persino apprezzato, mentre io mi limitavo a parlare dei fatti miei, che forse soltanto miei non erano.

Oggi pomeriggio ritornerò a Milano. Come speravo è filato tutto liscio tra affetti, riposo, terme, cibo, micio, vecchi film...davvero non potevo sperare di meglio, a parte la solita solfa “adesso devi trovare il modo di tornare qui per sempre”.
Sarò onesta, forse stavolta anche io ho meno voglia di risalire e riprendere i miei ritmi in parte obbligati e in parte auto inflitti, eppure penso che sia giusto così e che per il momento il mio posto sia ancora quello. Milano rappresenta ancora il senso di responsabilità, della curiosità da soddisfare, delle sfide da affrontare senza il paracadute di qualcuno che mi protegga, è ancora quell’idea di “solitudine necesssria” che vorrei mi educasse ai rapporti perfetti. Quando penso a questo un po’ mi spavento e poi subito mi ripeto che invece è proprio giusto così.

Un anno fa un amico in chat discuteva con me di certe cose che avevo scritto e mi prendeva un po’ in giro proprio per contenuti e forma. Non ricordo chi fosse ma mi piace pensare che possa rappresentare un generico avventore delle mie personalissime sciocchezze pubbliche che un po’ si riconosce in certe mie peripezie esistenziali e un po’ è semplicemente curioso di sapere dove vada a parare la vita normale di una persona dalle insicurezze decise.

Tra un anno leggerò che oggi ero nel lettone di una mansarda troppo poco vissuta, tra lenzuola profumate come non riescono ad essere a Milano a ricordare che un anno prima raccontavo cose che sento ancora oggi e forse pure tra un anno pari pari. E così ho pensato che io i cambiamenti li noto meglio solo se ad intervalli regolari faccio esattamente le stesse cose. Come prendere appunti e lasciarli sospesi in un tempo che riaffiora. Così, giusto per ricordarmi che scrivevo, male, cose che in fondo però capivo bene mica soltanto io






lunedì 15 gennaio 2018

Acqua (termale) passata

Sono ritornata dopo tanti anni alle stufe di Nerone, una stazione termale situata in un posto molto suggestivo a Bacoli, sul lago d’Averno. In passato era un mio rito del sabato mattina, nei mesi caldi perché mi piaceva prendere il sole nell’ampio giardino esterno e immaginare gli antichi romani che pare che infastidissero molto Seneca  che dalla sua casa li sentiva schiamazzare ed esercitare ozio molle e rilassatezza dei costumi. Io ci sono rimasta per tre ore: ho cominciato con una vasca termale con idromassaggio sperando in un miracolo per la mia spalla bloccata. E poi sono entrata in una sauna esageratamente calda. Con me, in quella grotta piuttosto buia e le foglie di eucalipto alle pareti c’era un uomo molto bello, certamente sportivo e come me faceva molta fatica a sopportare quel caldo pazzesco. Ad un certo punto ha deciso di rivolgermi la parola e mi ha detto: “non so lei quanto riesce ancora a resistere ma io tra poco dovrò uscire”. Mi ha davvero stupito quella spiegazione non richiesta, poi ho pensato che le strade del machismo sono davvero infinite e addiritttura si sentono interrotte da una femminuccia che riesce a resistere in sauna un secondo in più. Quando anche io mi sono sentita morire in quella simulazione fedele dell’inferno sono corsa fuori, ho fatto una doccia gelata e sono piombata sulla sdraio rimanendo in uno stato di trans per almeno mezz’ora. Ero umida e molto assonnata, in una stanza dove è obbligatorio il silenzio e mi sono resa conto che da quando sono a casa non ho mai pensato all’ufficio neppure per un istante, che non eguaglierò mai la parmigiana di mia madre,  che ci saranno le elezioni e vincerà la destra, che non è vero che un debito pubblico elevato sia il peggiore dei mali se il denaro da indebitamento è usato come si deve, che quando sono qui in questa casa così grande con gli alberi pieni di arance, mandarini e limoni buonissimi poi un po’ li capisco i miei se pensano che sia una folle a vivere a Milano in due stanze. Ma io ero nel dormiveglia, un po’ sognavo, un po’ pensavo che in fondo meno male che non ho figli e per la restante parte mi chiedevo se davvero fosse giusto così.

La prima volta che entrai in quella sauna prima di oggi ero una dottoranda in economia che faceva la pendolare alla sapienza di Roma. Capii quasi subito che al termine di quell’esperienza triennale non avrei proseguito quel percorso: mi interessava indagare le cause della povertà e della vera natura dello sviluppo economico, ma mi mancavano troppe buone qualità per riuscire seriamente in tutto questo...
Ricordo che su quella sdraio provavo a disegnare altre ipotesi di futuro, che avevo piena fiducia nella mia capacità di farcela ad inventarmi nuove opportunità, che ero molto orgogliosa delle mie gambe e che ero tanto innamorata.

Oggi invece era una rigida giornata invernale, dei dolori alle ossa che forse in parte merito, meno curiosità per il futuro, vado meno fiera delle mie gambe e purtroppo ho il cuore spento e atrofizzato (ma mica è detto che questo sia poi un male). Eppure mi è sembrata una giornata così bella. Gironzolare senza imbarazzi avvolta da un telo bianco, proprio come un’antica romana, in un ambiente promiscuo ma silenzioso e rilassato, ha dato un sapore magico alla mia mattina invernale in un luogo familiare ma estraneo al tempo stesso. Che strano corto circuito.

Sono rientrata giusto per l’ora di pranzo. Ad aspettarmi c’era una zuppa di lenticchie divina, la parmigiana obbligatoria. E poi un panettone artigianale di Milano. E le arance succosissime e fresche del mio albero. Credo che non mancasse nulla. Chissà se Seneca avrebbe avuto qualcosa da ridire pure oggi...

venerdì 12 gennaio 2018

Bagaglio leggero (per corpo e anima)

Direi che sia sufficiente anche così. Domani sera, più o meno a quest'ora,  sarò giù. Di solito papà viene a prendermi alla stazione con in mano un grosso panino avvolto nella stagnola pieno di parmigiana fino a scoppiare e io, superando ogni inibizione, non aspetto nessun tempo per consumarlo. Ho messo un po' di cose in valigia, steso i panni, smaltito le cose deperibili e ordinato casa alla stessa maniera di certe adolescenti svogliate che tentano di mettere a tacere una madre assillante. Di mattina correrò con gli amici, farò altre cose più o meno inutili e poi partirò. E riposerò con tutte le mie forze.

Ieri sono rimasta in ufficio soltanto un'ora. Sapevo che non avrei resistito al prevedibile mal di testa da notte in bianco e da ripetute in salita dell'alba e così ho approfittato del mix di oki e aspirina per chiudermi in un cinema a vedere un film splendido su un sogno d'amore che prima di farsi carne si compie nella sospesione di un mondo altro, non intaccato dall'imprecisione dei corpi, della vita o del controllo inevitabilmente parziale delle proprie emozioni. Corpo e anima apre la mia classifica dei migliori dell'anno.
Di sera ho rivisto un amico, dopo un po' di mesi, che mi ha detto che sono proprio bella con i capelli così lunghi e io ho sperato in quell'istante che gli uomini gentili non abbiano mai il timore di esserlo troppo. Vanno benissimo così.

Non riesco a smettere di pensare ad una cosa che ha detto la figlia di Vittorio Taviani durante la presentazione dell'altro ieri. Ha detto che ormai il tema dell'amore non è una priorità del contemporaneo. Forse è vero, lo avevo intuito anche con una dichiarazione di Gazze' di un paio di anni fa: lui diceva che amava sentirsi padre (ha avuto quattro figli da due donne diverse) ma non più compagno. E a me colpì moltissimo, ma siccome ho sempre considerato la famiglia e la coppia come due concetti totalmente distinti, trovai ragionevole quanto affermava nella misura in cui la famiglia ha ormai frantumato ogni paradigma classico su cui ha garantito la sua stabilità fino ad oggi. Ma a me  interessa solo la coppia e trovo molto triste che non ne sia più possibile una felice realizzazione, magari cambiando i parametri di riferimento, abbandonando certo romanticismo incompatibile con un mondo che impone altre dinamiche, persino includendo la possibilità che non possa durare per sempre...ma che conservi la poesia, l'incanto e l'unicità. Pure a tempo determinato, se è proprio necessario. Altrimenti che senso ha fare tutto il resto?

Quest'anno si festeggiano i cinquant'anni dal '68. Io non credo che abbia colpito nel segno e che gran parte dei suoi più autorevoli esponenti si siano pienamente allineati ai modelli che dicevano di voler sovvertire. Non ho perso neppure una puntata del programma "le ragazze del '68" e mi piacerebbe tanto sapere quanto avrei fatto parte di quel mirabolante fermento, quanto ci avrei creduto e poi che fine avrei fatto. Forse avrei semplicemente indosssto quei meravigliosi pantaloni di velluto a costine, le clarks, i dolcevita neri, i capelli lunghi con la fila al centro e le collanine colorate. In realtà sono stata anche così perché quella moda è tornata. Credo che il mio problema sia proprio questo: pensare che lo spirito del tempo sia sempre visivamente rappresentabile da qualcosa o qualcuno che me lo spieghi senza chiedermi nulla in cambio. E invece troppo spesso non considero il fatto che dentro ci sono pure io e che posso persino continuare a credere in quello che mi pare, a prescindere dallo spirito del tempo, dai trend, dai cicli o dai paradigmi che cambiano. A volte mi sfugge che l'amore vero possa esistere davvero. Per quanto raro. Forse introvabile ma ancora possibile. E rivoluzionario. Ma ciò che neppure si sogna, mi pare cosa quasi certa, non si può realizzare davvero mai...









mercoledì 10 gennaio 2018

andare a kaos

Non ho ancora tirato fuori la valigia. Non ho preparato nulla, per giunta ho pure troppe cose in frigo da smaltire e almeno due lavatrici da fare. Non sono pronta a partire tra così pochi giorni. Lo scorso anno ero già lì ad affrontare un inverno più rigido di così persino giù al sud, trascorrevo allegre giornate in giro tra parenti amici e cappuccini fatti bene e avevo già smesso di piangere per futili motivi. Invece quest'anno sono ancora qui e mi compiaccio di aver ripreso a trascorrere molto tempo fuori casa. Negli ultimi mesi mi ero adagiata su ritmi molto "impiegatizi": a parte qualche film imprescindibile a cinema, ho preso l'abitudine di tornare subito a casa, cucinare velocemente, leggere poche pagine di cose poco impegnative e addormentarmi presto. Credo di aver perso molto ma devo ammettere che non è niente male procedere per sottrazione ogni tanto. Ora che ci penso fu proprio la mia latitanza domestica la vera ragione per cui decisi che Pablito emigrasse dai miei. Oggi non so cosa darei per ritrovarmelo in giro per casa.

Mi sono "addomesticata": mi piace sempre di più starmene qui, senza trucco ma vestita come quando sono fuori e rigorosamente con le scarpe (non ho pantofole perché mi fannno orrore). Mi piace ascoltare in loop il disco di Colapesce che ormai monopolizza lo stereo da settimane, e quest'odore cronico di curry da far invidia a un pakistano. Le ultime due settimane, o forse più, sono state così, intervallate dalla mestizia di sale cinematografiche nelle quali, per la totalità delle volte, ho dovuto chiedere di spegnere il cellulare che abbaglia...ormai me ne sono fatta una ragione eppure, per quanto sia timida e piuttosto tollerante, a questa cosa qui non riesco a soprassedere...

Anche oggi a dire il vero  sono rientrata tardi. Sono stata al Mic per una sorta di seminario, seguito da film, tenuto dalla figlia di Vittorio Taviani. Interessantissimo e bella la riproposizione in pellicola del film "Kaos", tratto dalle "novelle per un anno" di Pirandello e del quale avevo visto solo l'episodio "la giara". Pure oggi c'era un cellulare acceso, ma me ne sono stata zitta e sono stata felice di essermi rassegnata a un trend negativo che non sarò certo io capace di interrompere, o forse ero davvero contenta di stare lì, in quel posto ineffabile, che trovo sempre tanto lontano da dove abito io, a vedere un film di cui mi pareva di sentire tutti gli odori e i sapori del sud. Anche stavolta, fuori dal lavoro, ero tentata di tornarmene nel mio guscio caldo, sul solito divano a rimandare ancora le valigie da preparare e a sbadigliare da quando finisce blob. E invece  c'era un pezzo di Italia che forse mi riguarda prima e più di Milano e che con quella amara condizione fa i conti ancora oggi. Pareva ammonirmi di non aver ancora preparato le valigie e che non c'entra proprio niente il fatto che non creda nelle radici e nell'appartenenza. Io sono partita da lì, da una terra sfortunata, sfruttata e martoriata che ha una storia completamente diversa da quella del luogo in cui vivo ora, dove è vero che mi è più facile trovare pace, ma qualche volta rischia di impigrirmi e annoiarmi.

E così stasera ho deciso che farò tardi, preparerò le valigie con Pino Daniele in sottofondo, carico la lavatrice. Tutto il resto riuscirà a metterlo in ordine il "kaos"

In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...