lunedì 22 aprile 2019

Di cosa si nutre il genio?


Appunti per Welles
...poi tornerò di nuovo a parlare di me...
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Nel novero delle poche verità incontestabili alla base del dibattito critico sul cinema c’è l’assunto che Orson Welles sia uno dei più importanti e innovativi registi del Novecento. I suoi film costituiscono un passaggio obbligato per chi di cinema vuole parlare, capire o anche soltanto godere. E questo, oggi, è fuori discussione. Ma purtroppo si sa anche che non è sempre stato così.
Nelle scienze economiche esiste una teoria, mutuata a sua volta da studi sul comportamento animale, denominata “Affamare la bestia” (“Starve the beast”), secondo la quale determinati soggetti dotati di particolari caratteristiche ad alto potenziale sono in grado di esprimersi al loro meglio soltanto in condizioni di estrema proibizione, in ottemperanza ad un principio di ottimizzazione di risorse scarse e di vantaggio comparato nelle dotazioni iniziali. In economia questo si traduce in attenzione puntuale all’uso dei mezzi di produzione, assenza totale di sprechi, utilizzo creativo delle risorse - interne ed esterne - a disposizione. 
Orson Welles è stato, rispetto a Hollywood, il prodotto forse meglio riuscito di questa teoria. Il suo talento, la sua “bulimia creativa”, il suo genio produttivo, costantemente umiliati e ostacolati dall’”Industria” sono stati paradossalmente soddisfatti proprio grazie alla fortissima penuria di mezzi e di opportunità. Un tentativo di fornire prova di questa ipotesi potrebbe essere quello di analizzare alcuni aspetti proprio di uno dei suoi film meno riusciti, a livello di critica e di pubblico e per ammissione dello stesso Welles: la “Signora di Shangai”, opera decisamente nata sotto una cattiva stella. Pare che in tutta l’America vantasse in Truman Capote il suo unico estimatore (in Europa invece fu più apprezzato), subì peraltro una gestazione lunghissima perché funestato da morti e malattie nella troupe, tagliato di quasi un’ora e mezza dalla produzione e rimontato un numero considerevole di volte senza mai tenere conto delle istruzioni fornite dal regista. In buona sostanza del film non rimane altro che una vaga approssimazione delle reali intenzioni di Welles. Ed è proprio questo che lo rende così interessante: il genio creativo rimane intatto anche quando il prodotto è stato svuotato delle sue stesse intenzioni. A confermarlo ci sono punti del film in cui l’estetica dei contrasti chiaroscurali a sostegno di una narrazione psicologica dei personaggi, l’adesione a tematiche dolenti sulla condizione umana e le sue contraddizioni, la messa in scena che omaggia una certa teatralità alla base di tutte le dinamiche umane fondate su rapporti di forza (il tribunale ma poi in altri film anche il mondo dell’editoria, della politica o della borghesia), che già rappresentano dei chiari indicatori della sua impronta del tutto peculiare e innovativa.
“Vi sono uomini che intuiscono il pericolo. Io no”. In poche parole tutte le ragioni di una disavventura e, in senso autobiografico, della condotta di una vita intera.
Ma è nei minuti finali che questa idea trova la sua forma più compiuta, quando Michael pare quasi invitare lo spettatore a scivolare assieme a lui nell’incubo della “crazy house”, laddove vertigine e insicurezza e poi figure multiple di identità indefinite e inganni rivelati lasceranno finalmente spazio alla verità. E al ritorno alla luce.
Welles è stato prima di tutto un intellettuale di solida formazione, ha fatto suo il fermento innovatore di matrice europea. È stato totalmente figlio e interprete poliedrico del suo tempo. Ma lo era anche di un luogo che a certi fermenti avrebbe contrapposto, almeno in campo cinematografico, un’idea narrativa diversa e della quale Hollywood era gelosa custode. Non stupisce dunque la costante difficoltà a finanziare i suoi film, l’intrusione esterna nella lavorazione, il costante rimaneggiamento dei suoi film fino all’incapacità di rendere immediatamente percepibile la portata innovativa del suo linguaggio filmico. Una tale mole di ostacoli avrebbe indotto alla resa chiunque. Non lui. Welles non si è mai lasciato scoraggiare dalla scarsità di risorse o dall’ostruzionismo facendo dell’ostinazione il vero motore per la realizzazione di progetti in condizioni estreme. Proprio come una “bestia affamata” che non contempla la resa.
“Vince chi gioca una giusta partita e non l’abbandona”
“Il solo modo di evitare questi guai è quello di invecchiare [...]Ma temo che morirò molto prima”
Forse nulla più di queste ultime battute del film, restituisce l’idea di insopprimibile necessità di seguire se stessi a dispetto di tutto. E di sperimentare costantemente.
Il tempo gli ha dato ogni ragione. E Hollywood gli ha restituito, con un ritardo in fondo perdonabile, tutto il dovuto


giovedì 11 aprile 2019

Oggi un post che vale per il compitino per il corso su Lynch.

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“Io...Noi, ti stiamo chiedendo di avere una mentalità aperta”
Quasi una dichiarazione d’intenti e forse un’esortazione dello stesso Lynch nei confronti di chiunque accetti la sfida di un’esperienza fortemente alienante, destabilizzante ma allo stesso tempo profondamente intima e individuale.
Per Mulholland Drive audacia narrativa, fascinazione estetica, suggestioni oniriche, turbamento irrazionale, tensione paranoica sono solo alcune tra le espressioni-chiave di più immediata ispirazione. La storia, pur nella sua disarmante complessità, è di facile sintesi. Una donna che sogna di essere una promettente attrice, tenta di rivelare l’identità di una sconosciuta. Alla fine troverà “soltanto” se stessa, i suoi sogni infranti e l’incapacità di accettare una realtà non filtrata dalla consolazione dell’immaginazione e del sogno. Sullo sfondo Hollywood, posticcia e spietata a fare da set per colpi di scena non subito chiari. Mentre il racconto si fa sempre più frammentato, ci si perde quasi subito tra numerose identità irrisolte e la sensazione costante che l’irrazionale governi e domini ogni cosa e che la narrazione individuale sia il mero prodotto di una eterna dialettica tra Caso e Necessità, in cui la volontà del singolo rappresenti solo un semplice innesco di quella lotta.
“Volevo proprio venire qui [...]. Sono due sogni ma è come se ne fosse uno [...] .Spero di non dover mai vedere quella faccia quando sono al di fuori del mio sogno”. Il sogno racchiude ciò desideriamo davvero assieme a quello che temiamo di più. Uscirne vuol dire esporsi al pericolo.
“L’atteggiamento di un uomo va di pari passo con quella che sarà la sua vita [...] Io voglio che lei pensi e che smetta di fare il furbetto con me”. Il Caso (o la Necessità?) si diverte a stuzzicare il regista facendogli credere di avere dei margini di manovra che, di fatto, non gli sono concessi.
Il regista:“Non voglio che recitiate. Aspettate di diventare veri”. Ma l’attore: “Ma recitare è reagire”. La scena del provino pare assecondare ogni cosa e mettere d’accordo tutti, ma appena fuori dal set, uno dei consulenti del regista osserva che per l’attore il copione non è più adatto.
“È lei la ragazza” ...”È una scelta eccellente, Adam”. Ma sappiamo non essere stata affatto una sua scelta.
“È tutto registrato [...] È solo un’illusione”
[...]
“Silenzio”.
La comprensione e l’essenza delle cose non sono traducibili in parole. Neppure il cinema lo pretende (si potrebbe qui azzardare una ardita similitudine col “silenzio” pronunciato da Fritz Lang nel “Disprezzo”). Il cinema si limita, appunto, a registrare illusioni.
Come si fa a parlare del cinema di Lynch senza rischiare di cannibalizzare le migliori intuizioni già al servizio delle analisi e interpretazioni più riuscite? Da dove partire per tradurre le suggestioni, la fascinazione, il turbamento, l’indecifrabile generati da tutto il “non-detto” dei suoi film? È stato osservato che i film di Lynch non vanno visti ma “usati” (Canova), quasi a definirli un’occasione esplorativa “multisensoriale”. Può allora valere anche vedere il film più e più volte per poi scoprire che in ciascuna di esse ci si troverà al cospetto di qualcosa di nuovo accompagnato da un paradosso: man mano che la trama diviene meglio comprensibile e lo snodo narrativo ritrova una sua, seppure surreale, coerenza, si viene inghiottiti in un gorgo di oscurità e irrazionalità fatta di incubi, traumi irrisolti, senso di annientamento e di impotenza verso una realtà solo fintamente rassicurante. Si potrebbe ragionevolmente affermare che tutti i film di Lynch richiedano una specie di necessaria premessa di metodo: quella di essere visti, e vissuti, più e più volte. Provare per credere. E riprovare per ricredersi.
Lynch non è un regista militante. È approdato al cinema senza prima essere stato un cinefilo. La sua “urgenza narrativa” ha origini e motivazioni estetiche e filosofiche che partono da tutt’altro, in primis il suo interesse per la pratica trascendentale. Eppure alcune questioni cruciali del contemporaneo, come ad esempio proprio quella dell’identità (il vero grande tema della modernità) o - fa impressione osservarlo proprio all’indomani della prima foto di un buco nero - l’idea che l’alterazione spazio-temporale sia la variabile endogena cruciale di un paradigma universale, fanno del suo cinema uno strumento efficacissimo anche per una chiave di lettura tutta “immanente” della società. Ma forse questo è solo un Caso.
O una Necessità

domenica 7 aprile 2019

È solo una fredda domenica di Aprile

È una brutta giornata. Sono all’ingresso di un cinema che non ha ancora aperto. Non sono neppure le due e mezza, pioviggina e fa freddo. Ho trascorso la mattina in casa tra un cartone della ghibli e le puntate sempre amatissime di vita da strega. Ora vedrò “Noi” e poi spero di trovare una buona pizzeria. Il mio Garmin mi dice che ho percorso cinque kilometri e trecento metri a piedi e così mi sono ricordata che non ho partecipato neppure quest’anno alla Milano marathon. Corro da tutta la vita ed è da tutta la vita che odio correre: ormai dovrei accettare il fatto che quel momento di estasi che raggiunge il runner, quando diventa abbastanza allenato e consapevole, io non lo proverò mai. Non è mai stato il mio sport e forse non potrò mai perdonarmi il fatto che avrei potuto investire i miei sforzi di tutti questi anni in qualcosa di divertente. A pensarci bene potrei estendere questa osservazione un po’ a tutta la mia vita senza poter sapere mai come sarebbe andata.

Ho un freddo cane. Qui in viale degli Abruzzi non c’è quasi anima viva e io credo di non aver ancora detto una parola, da stamattina, forse giusto qualcosa mentre parlo da sola senza rendermene conto. Non so neppure di preciso di cosa parli il film che sto per vedere. So soltanto che Andrea lo ha consigliato e che io mi fido di lui. Fino ad ora non mi sono sbagliata, sebbene con gli anni mi sia resa conto che quando ho avuto ragione o torto non è mai stato per sempre in entrambi i casi. Intanto, per ora, so per certo che fidarmi di lui è giusto.

Cominciano ad arrivare dei bambini un po’ chiassosi e io mi rendo conto che è una cosa bella anche non avere alcuna responsabilità, stare zitta tutto il giorno, non correre la Milano marathon senza sentirsi in colpa e cimentarsi nella visione di un horror sapendo che se non ti fidassi di chi te lo ha consigliato non lo avresti mai considerato. Ma alla fine ho imparato che scegliere sia uno sforzo sopravvalutato. Subire gli eventi non è necessariamente una modalità peggiorativa dell’esistenza. Può essere una gran fortuna, soprattutto quando si è data ampia prova di non essere dei campioni delle scelte ottimali.

Mamma mia quanti bambini! Che baccano. Meno male che tra qualche minuto il cinema apre e loro andranno tutti nell’altra sala.
Sono proprio fortunata 

mercoledì 3 aprile 2019

Come “marcia” il cambiamento?

In fondo è un po’ come me lo ero immaginato. Ormai sono tanti anni che lavoro, circa quattordici, di cui quasi dieci in amministrazione e non avevo mai aderito a nessuno sciopero tra quelli indetti prima di quello di ieri. Le ragioni sono molte ma tutte sostanzialmente riconducibili al fatto che non mi piacciono le logiche, gli obiettivi e le dinamiche sindacali che si sviluppano nella pubblica amministrazione. La mia è per lo più una forma di sdegno contro di loro. Ma quello che sta succedendo per assecondare l’inettutudine della politica nelle strategie di recupero di risorse necessarie a finanziare le sua sciocche promesse a fondo perduto (quota cento, reddito di cittadinanza tra quelle di maggiore appeal mediatico, ma non solo quelle) mi ha portato in strada assieme alla quasi totalità dei miei colleghi. È stato un bel momento di partecipazione del quale conserverò memoria. E poi ho ritrovato colleghi di altri uffici in cui ho lavorato in passato e che non vedevo da anni. Mi ha stupito che tutti loro mi hanno detto la stessa cosa: ti leggo sempre su fb e mi piace quello che scrivi. Ad oggi non ho ancora capito che cacchio scrivo di così simpatico per certe persone. Io, che sono una maldestra, timidissima, sociopatica, per lo più incapace di intercettare un uomo normale che mi ami in modo anormale e che passo la vita a portare i segni di offese e mortificazioni o a vedere film che mi portino un po’ di conforto, o almeno di confronto. Quello che rimane sono soltanto poche attività di copertura di un vuoto che spesso mi esaspera.

 Gran bella giornata quella di ieri.

Da mesi sto procrastinando un controllo medico su una questione fisica che mi lascia perplessa e mi chiedo se sia questo un atteggiamento completamente scellerato oppure se sia sufficiente non provare nessun sintomo per pensare che sia ancora tutto ok. Il fatto è che fino ad ora ho sempre avuto l’ottima scusa di un sacco di cose da fare e sono mesi che ormai dico “vabbè, se ne parla domani. Può darsi
che intanto la cosa si risolva da sola”. Sono proprio una scellerata.

È una cosa bella svegliarsi con un primo pensiero diverso ogni volta. Lo è di certo per me, che sono sempre stata vittima di inutili chiodi fissi grazie ai quali ho costruito tormenti del tutto privi di fondamento eppure pesanti come zavorre. Di solito era per qualcuno che si divertiva a farmi del mare (che novità), qualche volta per difficoltà oggettive legate al dover fare tutto da sola, o per il lavoro che non riuscivo a trovare, e poi per una cosa che non si può risolvere ma che mi è bastare imparare ad accettare come condizione in sè. Oggi quando apro gli occhi penso solo alla mia moka pronta, al libro che vorrei finire non troppo presto, alle i,prescindibili lezioni di cinema. E poi penso alla gran fortuna di non dover conquistare chi mi piace perché tanto è già impegnato e posso sognarmelo perfetto cosi come pare a me.

Ieri è stata una bella giornata. Lo ripeto perché me lo devo ricordare. Ho fatto una cosa nella quale
non credevo fino in fondo come uno sciopero eppure mi è sembrato tutto assolutamente necessario. Ho pranzato allo stesso tavolo con persone con cui ho in passato avuto un rapporto a dir poco problematico e che, riuscendo a cancellare tutto ciò che ormai è stato, mi hanno fatto ridere e riportato ad un’armonia dimenticata.

Io non lo so come avvenga davvero un cambiamento profondo. Alcuni dicono che sia repentino perché si ritiene che sia frutto di un fermento sotterraneo rimasto soffocato per troppo tempo e che cerca solo il momento adatto per esplodere. Per altri è il prodotto di un processo graduale, persino impercettibile, fatto di metodo, visione a lungo termine, concentrazione e tenacia.
Io credo che, qualche volta, il cambiamento sia semplicemente un’intuizione che sopraggiunge inattesa. Persino durante una marcia perplessa per sostenere uno sciopero. O tra persone ritrovate. O per distanze che si accorciano. Fino alla scoperta di una sorprendente normalità



sabato 30 marzo 2019

Decadi mai decadute

Non me ne dimentico mai. Ormai non lo vedo da dodici anni eppure il giorno del suo compleanno è una cosa che non dimentico mai. Ormai sono sessanta e non gli faccio gli auguri da quando ne aveva compiuti cinquanta. Del mio prof. di economia sono stata totalmente appassionata per tantissimi anni. Cominciai col corso di economia politica, il mio secondo esame, passando poi per la tesi, un corso di master e poi il dottorato. Sempre sotto la sua egida. Dai diciotto ai trent’anni ho delegato a lui gran parte  della mia formazione e del mio investimento sul futuro. Credo che sia la persona di cui ho maggiormente avuto stima nella vita. Eppure è stato un uomo piuttosto severo con me. Il suo esame. me lo fece ripetere tre volte prima del 30 e lode. E poi negli anni spesso i rapporti sono stati piuttosto tesi.
È stato lui l’ultima persona che ho incontrato prima di trasferirmi a Milano: avevo concluso il mio percorso già da tempo e non avevo più occasione di incrociarlo, ma ipotizzai che sarebbe andato in una Feltrinelli a Napoli per la presentazione di un libro e mi feci trovare lì “per caso”. Fu molto emozionante.
 Per tornare ad avere a che fare con lui, tre anni prima mi ero licenziata dal lavoro e fatto l’esame per entrare al dottorato. Solo dopo averlo vinto gli avevo chiesto di farmi da tutor. Mi sono occupata di economia dello sviluppo, ho fatto una tesi sull’agricoltura in India, provato inutilmente a capirci qualcosa di econometria e fatto i conti con la presa di coscienza che il mondo accademico fosse per me la cosa meno interessante che possa esserci. Staccarmi da lui è stata un’epifania che ho posticipato il più possibile e faticato ad accettare. Ne ho sentito la mancanza per anni e anni. Poi mi è passata senza però scordarlo mai e considerandolo uno dei miei principali interlocutori immaginari nei momenti di dubbio.

Io faccio così. Per me voler bene a qualcuno significa questo: rimanere concentrata sull’affetto e la
considerazione che provo. E poi il pensiero constante, la fatica e il coraggio di allontanarsi per
evolversi e affrancarsi da ogni possibile forma di dipendenza, fosse anche solo intellettuale.
Però il suo compleanno me lo ricordo sempre e quando gli faccio i miei auguri silenziosi ripenso a quanto lui, più di chiunque altro, abbia condizionato praticamente tutta la mia vita. È a quel punto che non so mai se ringraziarlo tanto oppure per niente. E poi mi chiedo se si ricord ancora di me, di quella    studentessa decisamente non troppo votata alla sua materia, ma tenace e un po’ cocciuta, che una volta gli portò una fetta di dolce di McDonald per farli gli auguri per i suoi quarantaquattro anni, quella che prendeva in giro per la sua passione per Moretti e poi un giorno le mostrò il suo mega poster di caro diario per farle invidia. Chi lo sa, se ogni tanto, così un po’ per caso gli viene in mente una ragazzina provinciale, un po’ maldestra con i numeri, ma abbastanza intuitiva e in fondo intelligente per riuscire a portare a casa un risultato più che degno.
Chi lo sa se ogni tanto si chiede se mi manca e se lo penso. Chi lo sa se, come faccio io con lui,
sbircia sul mio profilo e se mi trova invecchiata. Chi lo sa se si domanda se mi ricordo ancora del suo compleanno.
Mi piace immaginare che faccia proprio tutto questo. Così posso essere quasi certa che il mio “tanti auguri caro prof.”gli sia arrivato giusto giusto in tempo

domenica 24 marzo 2019

Sensazioni...a sentimento

Credo che non cambierà mai. Da quando lo conosco, ormai una decina d’anni, sente la necessità di mettermi in guardia su questa cosa qui. E in fondo credo che abbia ragione. È per questo che anche stavolta, che non è come pensa lui - ma alla fine non fa molta differenza - il suo monito mi serve come utile promemoria, valido pure quando non ci sono rischi.
La cosa è questa. Lui è l’amico con cui ho una confidenza totale, quella senza rischi di derive. Abbiamo dormito nella stessa casa più volte, fatto week end assieme, ho conosciuto quasi tutte le sue fidanzate, parliamo di tutto senza imbarazzo...siamo amici. Mai pensato di essere altro. Lui di me sa che dell’amore ho un’idea intraducibile nella realtà, mi ripete che se non cambio non potrò fare altro che soffrire, che sono bella e che potrei divertirmi molto di più. Io gli sorrido, penso che abbia ragione ma che questo non basta per riuscire a farmi cambiare. Di solito è il primo ad accorgersi quando perdo la testa per qualcuno. Non ho mai capito come faccia, ma ci riesce immediatamente e senza che io gli dica nulla. Dopo un po’ di tempo, quando ammetto il mio errore per l’ennesima volta, lui mi dice “Basta. Non è lui. Andiamo a vederci questo spettacolo, a mangiare,...”. È così da sempre e credo che sia tutta merito suo la velocità con cui riesco a dimenticare le mie innumerevoli sviste sentimentali.

Stavolta però si sbaglia. Una mattina mi ha visto e mi ha detto “ hey, mi raccomando, non ti fissare”. Io l’ho guardato perplessa e mi sono chiesta cosa intendesse e perché stesse pensando che sono in una fase di innamoramento. In realtà sono semplicemente molto serena, piena di nuovi amici e di persone che mi interessano...ma non “oso” innamorarmi da un pezzo ormai. Però ho voluto assecondare il suo equivoco e gli ho detto sorridendo: “Ma non ti preoccupare. Tanto io ti voglio bene lo stesso”. Lui se ne è stato zitto. E ho trovato la cosa parecchio divertente.

Qualche volta mi succede di rileggere la colonnina di questo blog in cui scrivo un po’ di cose che mi descrivono. In realtà, al netto della notizia che vivo a Milano e che la amo in modo conflittuale, è una presentazione che ho copiato e incollato da un blog che avevo nel 2008. Quindi la parte in cui dico che il mio scopo sia la solitudine è di fatto una roba che mi porto dietro (e dentro) da tantissimo tempo, pure mentre tentavo malamente - e inutilmente - di smentirla. Nel frattempo ho imparato qualcosa in più sull’amicizia, sull’essere figlia e sorella di persone con cui i legami sono faticosi...ma per il resto basta. E ora che ho ormai una certa età, che per fortuna non ho pulsioni o necessità particolari di incontro, che ho dimenticato tutto e tutti quelli che mi hanno causato sofferenza e/o disillusione, direi che sia stata una vera fortuna non dover bipartire la fatica del quotidiano, il naturale imborghesimento che impone una vita di coppia duratura ed equilibrata, la gelosia, la gestione del conflitto, il dubbio. Ma quanto coraggio è necessario per dirsi capaci di amare!?!
In realtà la presentazione prosegue con la speranza di essere smentita e che la solitudine sia in fondo soltanto una possibilità tra le altre e pari a quella di una gioiosa compagnia. Ma son quelle cose che si dicono quando pensi che la serendipity sia una cosa valida e da dimostrare col miracolo.

E allora mi chiedo: che tipo di luce e di gioia ho negli occhi in questi giorni, tanto da aver fatto pensare al mio amico storico che mi sia innamorata? Forse lo sono a mia insaputa e lui se n’è accorto prima di me.
Come vorrei che avesse ragione anche stavolta!
(...almeno stavolta...)


venerdì 15 marzo 2019

Un riflesso da trenta secondi

Direi che non mi convince molto. Non mi ha mai convinto molto la frangia sul mio viso così ovale. Lo sapevo già ma avevo proprio voglia di cambiare in modo rapido e senza conseguenze irreversibili. I capelli crescono, oppure faccio la piega ai lati e metto un po’ di fermagli...insomma, all fine il buon vecchio luogo comune che se una donna taglia i capelli...beh insomma...quelle fesserie lì che si dicono per sottolineare le paturnie femminili senza fondamento. E così se è vero che mi piacevo un po’ di più prima, lo è altrettanto che mi dispiaccio un po’ meno adesso.

Tra un po’ fanno dieci anni che sono a Milano. Un paio di settimane fa mi ha contattato l’anziana signora presso cui ho abitato per tre mesi successivi al mio arrivo in questa città. Quando andai via le feci presente la mia difficoltà a conservare i rapporti quando viene meno la continuità o una frequentazione dettata da necessità e le chiesi scusa se l’eventualità che non ci saremmo più riviste si sarebbe poi rivelata fondata. Lei capì. Ci augurammo il meglio e poi ognuno per sè. E invece mi ha cercato per dirmi che la piantina che le regalai ormai tanti anni fa, continua a darle fiori tutti gli anni in questo periodo e che tutte le volte che succede mi pensa e si chiede come me la stia passando. Credo che sia una cosa molto tenera che restituisce almeno in parte il senso di certe distanze che considero come parte necessaria di un percorso concluso. Non credo che io la contatterò mai.

Quando vado in metro mi capita sempre più spesso di osservare il mio viso nel riflesso del vetro del vagone. Tra una fermata e l’altra osservo i segni di espressione sempre più profondi che scorgo in modo ancora più evidente di quando mi specchio a casa. Forse perché è un riflesso grigiognolo, su un vedremo con lo sfondo nero, in un contesto dove di solito non ho espressioni facciali significative, o sono concentrata a conservare un equilibrio sufficiente a non pestare i piedi a chi mi sta davanti. È in metro che prendo davvero atto di tutto il tempo che è passato e che il mio cambio di
vita è coinciso con l’abitudine a considerare la metro il vero simbolo di questa rivoluzione toponomastico-esistenziale. Ricordo perfettamente il riflesso del mio volto sulle mie prime metro, quelle di dieci anni prima per l’appunto, avevo la frangia anche allora ma poi per il resto ero abbastanza diversa da oggi. Non più bella, neppure più espressiva, ma ero davvero tutt’altro nella mia percezione di me stessa. E quel vetro, quel maledetto vetro non riesce a farmi capire cosa sia così diverso a parte il collagene che devo aver espulso ad ogni nuovo abbonamento annuale urbano.

Il mio unico guru di sempre, quello per cui sono totalmente acritica sia che parli di principi escatologici che di tubi per sturare cessi otturati, è Gianluca Nicoletti. Di lui mi appassiona il modo di ordinare il pensiero e poi di tradurlo in splendido eloquio. Credo che potrebbe chiedermi qualsiasi cosa ed io mi attiverei in ogni modo per assecondarlo.
Alla radio qualche volta propone un giochino: chiede ai radio ascoltatori di raccontare la propria
epica individuale in trenta secondi. Non di più nè di meno. Lui sostiene, e poi lo dimostra, che sia un
tempo più che sufficiente per raccontare un episodio, una delusione forte, un’intuizione, una svolta dell’esistenza...capaci di dire praticamente tutto di noi.
Il giochino funziona sempre, eppure, se lo chiedesse a me non so bene cosa prenderei davvero in
considerazione. Vediamo un po’...
(...cronometro...)

Ho trascorso tutta la perte iniziale della mia esistenza in una famiglia piuttosto rigida e anaffettiva, sofferto di solitudine, di disturbi alimentari, per mia sorella, per uomini che mi hanno trattato tutti allo stesso modo, per la provincia. Poi mi sono allontanata da tutto, ho ricominciato tutto da capo. Ma, a parte la metro al posto della provincia, trovo ancora conferma di tutto quanto era già stato.
E così mi concentro ancora una volta sul mio viso riflesso sul vetro con lo sfondo nero e mi chiedo come faccia a sembrarmi così diverso da quello di dieci anni fa se poi sono sufficienti trenta miserrimi secondi per poterne dare contezza. Che mistero...
(...sì...direi che nei trenta secondi rientro alla grande...)

venerdì 8 marzo 2019

Un buon giorno comincia presto. A volte dalla sera precedente. (Sulla riconoscenza)

Ho fatto proprio bene. Mentre scrivo sono nella mia biblioteca prediletta, quella in zona Calvairate vicino al mio ufficio. Non sono ancora neppure le dieci del mattino e io sono reduce dalla prima lezione di yoga della mia vita e da una corsetta con il gruppo della Lierac nel posto più figo di Milano e sotto un sole già luminoso che pare promettere una giornata scintillante. Ho preso uno dei miei giorni di ferie random e, incurante dello sciopero dei mezzi, sono uscita di casa alle sei e un quarto con la stessa energia di chi ha dormito per nove ore e con addosso una strana e immotivata euforia. In fondo perchè la gioia dovrebbe avere sempre un fondamento? Le sue ragioni sono in se stessa e questo l'ho imparato persino prima dello yoga.

Alle 7:30, dopo aver salutato delle amiche che non vedevo da tempo ero su un tappetino a misurarmi con esercizi di allungamento e posizioni in preghiera, con una musica soave in sottofondo e una maestra bella ed eterea che mi pareva una madonnina venuta a portare la grazia a noi poveri profani della spiritualità. Per me, che mi sento vocata da sempre solo al sacrifico, al castigo e alla punizione, tanto che cominciare bene la giornata significa sollevare pesi e fare saltelli spaccacuore per 30 minuti, scoprire che esista un inizio fatto di dolcezza e movimenti lenti è stata una vera rivoluzione copernicana. Dopo questa estasi mistica siamo usciti tutti a correre in piazza Gae Aulenti, incrociando persone ben vestite che andavano spedite al lavoro, alcune alle prese con la prima sigaretta della giornata, altre con lo smarrimento tipico di chi comincia solo in quel momento a carburare. E mi è sembrato tutto cosi bello e strano e interessante. E giusto.

Al rientro ci hanno offerto una tisana detox, della frutta secca e un cioccolatino. e ci hanno detto grazie, che è stato bello e ci hanno augurato buon lavoro. Ma io ho preso un giorno di ferie e così ho passeggiato con tutta calma fino alla metro. Lo sciopero ancora non crea disagio, il sole è già alto, le
endorfine sono ancora in circolo, io ripenso al seminario di ieri e a quanto è bravo, bello e giovane Andrea. E poi penso a quanto siano divertenti i miei amici. E a quanto è bella Milano.

Oggi ho scoperto lo yoga e credo sia stata una vera sorpresa. Dice che sia una pratica capace di sviluppare in noi il senso di gratitudine e di riconoscenza per tutto quello che ci offre la vita. Può darsi e in fondo che importa sapere quale fonte abbia davvero l'attitudine positiva verso le cose. E' solo metà mattina e fino ad ora ha funzionato perfettamente. O forse è solo che fa proprio bene alzarsi tanto presto, chiedersi come muoversi al meglio e che passo tenere. Oppure, semplicemente, avere buoni ricordi della sera precedente e avere voglia di continuare a pensarci e rifletterci e godere di quelle suggestioni. Mah, che importa. Basta che funzioni cosi bene ancora almeno per un altro po'.
Namaste a tutti! Uh, ma ancora di più a tutte noi :-)

sabato 2 marzo 2019

Non puoi neanche immaginare...


No, non mi sono ancora stancata di farlo. Sono giorni che non riporto i fatti miei, come se la cosa facesse una qualche differenza per me o per chiunque altro. Nelle ultime sere, più o meno proprio nelle ore in cui provo a recuperare elementi di interesse nelle cose che mi capitano, è successo che mi trovassi sempre altrove o a fare altro. Ero ad allenarmi, oppure con un’amica, a qualcuno dei corsi  sul cinema, in giro per la città...avevo sempre qualcosa da fare eppure ho sentito forte la mancanza di questo mio piccolo spazio di scrittura “autobiografica” che non condivido più su fb ma che in tanti continuano ancora ad intercettare. E io spero sempre che siano degli sconosciuti o comunque persone che non scoprano di essere parte delle mie sensazioni da ricordare.

In questi giorni è successo che ho conosciuto un po’ di persone nuove molto simpatiche, che ho sorriso più di una volta pensando a qualcuno con cui non accadrà mai nulla e va benissimo così, che un’amica mi ha detto che mi vuole bene e che si sente fortunata ad avermi conosciuta, che ho fatto degli allenamenti che mi hanno dato molta soddisfazione. È successo pure che una persona mi abbia detto “tu non costituisci un modello per me, nè mai lo sarai”. E così, proprio su questa questione, direi che mi è tornata la voglia di soffermarmi e mettere per iscritto uno straccio di riflessione/autodifesa.
È andata così. C’è questa ragazza, perché manco conoscente è stata mai per me data la noia mortale che mi provoca chi parla solo di se stessa, che mi interpella con regolarità frustrante, per frequenza e intensità, sulle sue questioni totalmente fallimentari sul piano sentimentale. Da quando la conosco credo che abbia frequentato tutta la rosa possibile di casi umani maschili più farfalloni, fanfaroni e meschini che io possa immaginare. Lei, complice una logorrea inarrestabile, mi ha sempre raccontato con dovizia di dettagli  le sue parabole discendenti riferite a ciascuna delle sue fallimentari relazioni.

La scena che si paventa è sempre la stessa: lei parla, parla parla. Io la ascolto, la ascolto, mi distraggo, spero che la faccia finita e penso che per fortuna io mi limito a non trovare l’uomo della mia vita. Mica come lei che trova i peggiori catorci della terra.
Alla fine, ammesso che si arrivi ad una fine, mi è consentito soltanto occupare uno spazio di pochi secondi nei quali approfitto per dirle giusto “lascia perdere, non cercare altre spiegazioni, lascialo senza dire altro che tanto è inutile. Ormai l’incanto è spezzato per sempre. Non farti trattare così”. Ma so che lei continuerà, per un tempo imprecisato, a cercare di capire come mai quel tizio che l’aveva corteggiata, poi portata a letto, poi diventato sempre più distratto, abbia finito per riempirla di insulti ed improperi. Succede sempre così. Da quando la conosco. Con chiunque. Quando glielo faccio notare si offende, oppure finge di assecondarmi. Ma io me ne accorgo che non vuole crederci. Allora le dico che preferisco il mio metodo, quello fatto di solitudine, di attesa, di utopie, perché anche io,
come lei, quando perdo la testa e lo faccio capire poi succede che se ne approfittano e mi danno per
scontata ed è proprio allora che capisco che non ne vale la pena e che malgrado la delusione, devo ammettere che neppure stavolta era l’amore.
Meglio sola, a sognare la perfezione, che in compagnia a subire le umiliazioni.
Ma l’ultima volta lei mi ha detto che no, questa non è vita. E che è meglio averci provato e aver fallito. E poi mi dice che non potrebbe mai fare come me. Ecco perché io non sono un modello per lei. In quel momento ho pensato che finalmente avrei potuto dirle quanto mi annoiano le sue inutili storie, che sono io a non trovare degno il suo modo di procedere e di provare a farsi amare. Avrei voluto dirle quanto trovassi patetica la sua paura di stare sola e di farsi sfruttare da uomini mediocri e che il suo è puro egocentrismo tanto più irritante per questa sua pretesa dispettosa di attenzione.
Ma non l’ho fatto. Mi sono limitata a stare in silenzio, fingendo di prendere atto in modo asettico di quella osservazione. E poi ho pensato che in fondo in parte avesse addirittura ragione. Perché anche io penso che sia meglio provare e fallire, piuttosto che non provarci affatto. È per questo che ho avuto una settimana piena, così tanto da non poterla neppure raccontare in tempo reale. Le cose da fare
sono così tante che metterci dentro pure i rapporti inutili è un aggravio veramente insostenibile.
Per tutto il resto continuo a coltivare illusioni e amori perfetti, e a sorridere pensando a chi (forse) non avrò mai, gustandomi la sua perfezione, le immaginarie esperienze condivise, i baci mai dati, una separazione struggente, nessun tradimento nè dubbio o tentennamento...tutto questo mentre vivo, lavoro, faccio tentativi e non perdo tempo a capire ciò che mi è già fin troppo chiaro.
Oh no! È lei a sbagliarsi


mercoledì 20 febbraio 2019

Qualcosa è cambiato? Tutto, se ricordo bene. Altrimenti no

Che fatto strano. Se ci penso bene direi che il mio debito di riconoscenza nei confronti di fb e di quello che mi ricorda è spesso molto alto. Sono dieci anni che approfitto di lui per provare a delineare  la mia “epica” esistenziale cercando di fissare attimi di vita, riflessioni, foto, appunti, passaggi di stato...e trarre a intervalli più o meno regolari le logiche e un certo determinismo sotteso al mio percorso. Fb mi riporta ormai a quando ero ancora piuttosto giovane, e alle prese con una marea di cambiamenti, e così, grazie alla mia continuità nella sua fruizione fin da allora, mi restituisce una “autobiografia” che oggi mi sorprende e mi emoziona. Comunque la si pensi, per me questo fatto ha in sè qualcosa di incantevole.

Dal passato più remoto mi ritrovo in una città diversa, ai miei primi passi in questo lavoro, incontri che ancora adesso restituiscono il loro peso e significato, amori sbagliati o soltanto accennati, traslochi, solitudini, spesso volute, qualche volta subite. Degli anni più recenti mi porto dentro un dolore grande per un amore tossico, e poi un entusiasmo soffocato senza una vera ragione per una persona che mi era tanto piaciuta e che poi si è rivelata molto meschina, una nuova esperienza con persone giovani e bellissime che si occupano di cinema e che vorrei tenermi strette così come sono per sempre.

Parallelamente ho anche provato ad avere percezione dello strano paese in cui vivo, con governi che si sono avvicendati in modo spesso incomprensibile per farsi garante e rappresentante di una società sempre più incarognita, sfiduciata e diffidente, fino ad arrivare a quello di oggi che ritengo essere il periodo peggiore da quando ho una coscienza politica. Di questo ho detto su fb durante 10 anni, In fondo non pochissimi per una quarantaduenne che ha passato tutta la sua giovinezza in un paesino della provincia meridionale in cui non le è successo poi molto e che ha cominciato tardi a maturare una vera consapevolezza di se stessa e del proprio tempo.
Ancora una volta, nell’eterogeneo avvicendarsi delle mie esperienze più o meno decisive per la mia autodefinizione, scorgo purtroppo una sola costante: la mia incapacità di trovare il vero amore. La sola cosa che ancora mi muove al pianto e allo sconforto rimane sempre questa qui. Con gli anni rimane questa la voce principale che metto accanto alla parola fallimento. Ma tant’è: ho fatto pace con l’idea che per questa cosa non esistano percorsi, impegno, esercizio, volontà, strategie, astuzie più validi di altri...nulla di questo appare ai miei occhi propizio per l’incontro del destino. È solo pura buona sorte. E quando ci penso mi si stringe così tanto la gola che se non respiro forte mi si appanna la vista.

Però quando non ci penso sono una persona felice: scorro i ricordi di fb e sorrido spesso per tutto quello che mi è successo, di certe mie battute così riuscite che mi sorprendo io stessa del mio umorismo dell’epoca, rido dei miei crucci di allora e di tutto quello che ancora non sapevo che mi sarebbe successo.
Oggi ho preso un giorno di ferie. Ho bisogno di occuparmi della casa e di un po’ di cose che voglio buttar via. È da stamattina che riempio buste di cose accumulate in questi anni assieme ai miei ricordi virtuali: abiti che non mi piacciono più, oggetti ricevuti da persone che non mi riguardano più, libri che mi hanno fatto cambiare prospettiva. Mi sono data del tempo per riprendermi  una parte di quello che è passato e che mi torna ancora utile.
Cosa racconterò di oggi? Che c’è qualcuno a cui penso spesso e al quale vorrei dare un bacio qui ed ora, che vorrei vivere dentro un cinema, che “sono sportiva e golosa, inquieta ma con la pressione bassa”, che è quello che ho scritto su fb dieci anni fa per presentarmi. Insomma, la solita storia. Per quanto sia proprio mia



martedì 12 febbraio 2019

Libera interpretazione

Succede sempre più spesso. Ci sono giorni in cui mi succede di trascorrere l’intero giorno fuori di casa e mi chiedo che effetto faccia una dimora abitabile e col frigo pieno, ma senza musica, pentole sul fuoco, la lavatrice avviata o il divano  occupato...come faccio a trascorrere così tanta parte del mio tempo in luoghi non familiari, spesso differenti a seconda delle ore del giorno, rincorrendo attività che mi coinvolgono e interessano abbastanza da rendermi lieve la mia indole zingara. Mi piace. In questo momento c’è l’ultimo film della trilogia di Bridget  Jones, quello in cui ha 43 anni, è di nuovo single, ancora piena di paturnie. E di necessità di amare.

È passato ormai tanto tempo e la soluzione che ho trovato con lui si è rivelata perfetta. Io non lo odio e lui lo sa. Sa che non fingo perdono o un atteggiamento amichevole solo per dissimulare un rancore vocato alla vendetta. Lo guardo, gli parlo  e penso che non saremmo mai stati felici, che le incompatibilità avrebbero superato ogni mio più tenace senso di attaccamento. Lo guardo e penso che non solo gli perdono tutto, ma lo ringrazio pure di avermi fatto comprendere di cosa ho veramente bisogno. E ora mi piace anche di più, così gentile, presente, disponibile, affettuoso come non ricordavo da mai. Ma sapevo di non sbagliarmi sulla sua reale caratura...

È che agli uomini piace così: pensare di potere esercitare un potere da dominatore un po’ infantile verso chi dimostra di amarli. Tutti cascano in questa pia illusione, o perlomeno tutti si sentono in diritto di fare così con me. E allora succede di trovarmi in ballo con della gelosia per uno che si è già trasformato in qualcosa di disgustoso: un pollo verso quella, quella e quell’altra o, come nei casi più recenti, mi succede di scovare dei like pure per mia nonna basta che non ce ne siamo per me, e infine dei brillantissimi atteggiamenti di sufficienza...e io intanto già mi sono spoetizzata ma poi tutto il tempo successivo lo passo a cercare di capire come mai tutto questo. E la spiegazione è che mi ero sbagliata su tutto e che quello che fa davvero male è proprio questo. Mi ero sbagliata sul loro conto. O meglio mi ero sbagliata su loro dover contare per me. E così oggi, che più che mai non credo di poter fare tesoro di lezioni valide in assoluto ho capito che al primo sintomo di gelosia devo girarmi subito dall’altra parte. La gelosia è il vero sintomo di assenza del tipo di amore che cerco. Tutto qui.

O forse la verità è che si riesce a dimenticare davvero qualcuno soltanto quando un altro comincia a prendere possesso dei tuoi pensieri. Con gentilezza, ma in modo inesorabile. O anche semplicemente con un buona dose di fantasia. Come faccio io. Per ora. Ma in tv c’è Bridget Jones e mi pare che la sua parabola si sia davvero conclusa. E direi proprio nel migliore dei modi! /sp/div>




In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...