sabato 26 ottobre 2019

Dove ero rimasta? Forse lì dove devo andare

Non mi sono mai chiesta se mi piacesse viaggiare oppure no. So solo che ad un certo punto ho cominciato. Ho fatto il passaporto, ho comprato un volo per l’India assieme a un tour con una guida locale e da allora ho preso a gironzolare con una certa regolarità. Un viaggio extra comunitario all’anno. Così per cinque o sei anni e senza mai chiedermi se ne avessi davvero voglia o quanto mi sarei divertita. Pensavo semplicemente, o forse semplicisticamente, che fosse una cosa da fare: vedere luoghi e persone profondamente diversi da me, confrontarmi con problematiche che non esisterebbero neppure se me ne stessi a casa mia, rinunciare ai ritmi soliti della mia quotidianità stanziale. E poi gestire la difficoltà della comunicazione, osservare nuovi modelli sociali e provare adeguarsi ad essi, imitarne qualche aspetto...cose così, che non saprei se definire veramente divertenti o dettate da spinte motivazionali differenti. Quello che so per certo è che ho sempre pensato che viaggiare fosse la prima cosa da fare appena possibile e nonostante il fatto che il mio viaggio del cuore si ostini ad essere il primo, fatto in solitaria, verso l’Inghilterra, quando mi trovai a pregare in ginocchio di essere ammessa ad un master per cui avrei dovuto pagare 9000 sterline e mi dissero di no perché il mio TOEFL aveva un punteggio di pochissimi centesimi inferiori a quanto richiesto. Nonostante questo sono rimasta pervicacemente anglofila e quel mese trascorso lì, trovandomi persino un assurdo piccolo lavoro in una zona pericolosissima di Londra, rimane una delle cose più avventurose e magnifiche della mia vita.

Una volta, alla radio, sentii dire ad una signora che aveva viaggiato il mondo col marito, da cui poi si era separata, che secondo lei viaggiare era stata una gravissima perdita di tempo e che ormai da molti anni non ne sentiva più il bisogno. Sosteneva che tutto quanto ci sia da sapere di popoli e luoghi lo si possa fare anche semplicemente studiando e cercando fonti alternative di conoscenza degli usi e costumi di altri popoli. Può bastare anche un documentario ben fatto. Per lei era molto più interessante la riflessione, il percorso interiore, l’ascolto di se stessi come metro principale di
coscienza del mondo e di noi in esso. Credo che in fondo non avesse torto. Ma avere
ragione qualche volta può non essere sufficiente. Viaggiare risponde alla necessità di
“portarsi altrove” perché forse è nel tempo dilatato di un passaggio attraverso lo spazio che si stabiliscono nuove coordinate interiori. O forse si capisce davvero quanto sia inutile
farlo soltanto dopo che lo si è fatto molto. Non lo so, me lo chiedo tutte le volte che credo di voler fare un viaggio, o anche una semplice vacanza, e una parte di me si ripete “ma chi me lo fa fare? Sto così bene a casa mia, in mezzo alle mie cose sempre uguali che non mi danno mai problemi. Che male c’è a starsene in questa pace in fondo?”. Non me lo fa fare nessuno ed è vero che starmene a casa mi piace sempre di più. Mentre scrivo questa cosa qui sta passando un pezzo di Levante. Ad un certo punto dice che è un “grave smarrimento rimanere fermi”. Ecco, lo sapevo. Tutte le volte che assecondo i miei “ma sì, basta così, lasciamo perdere e stiamocene tranquilli” succede sempre qualcosa che mi dice che non è ancora il momento di fare quello che penso  e che ho davvero tanta voglia di vedere l'Islanda. E che ci devo andare. E che infatti ci andrò

martedì 22 ottobre 2019

Equilibri(sm)o psicologico

Credo che funzionerà sempre così. Che io funzionerò sempre così. Fino alla fine dei miei giorni mi barcamenerò tra l’adesione fideistica alla disciplina, intesa come metodo e continuità perseguiti con una pervicacia ottusa, e un comportamento così “sbrodolone” da farmi pensare che solo un pietoso angelo custode riesca salvarmi dalle trappole dell’esistenza per consentirmi di sopravvivere a me stessa. A corollario di tutto questo c’è l’idea che questo sia il solo modo sensato per me di stare al mondo. E finché cocciutaggine e provvidenza saranno dalla mia parte io vado avanti così.

Sto usando i miei ultimi giorni di ferie dell’anno per sistemare un po’ di cose di ordine pratico, provare a riposare un po’ e recuperare qualche film che non avrei scelto se avessi avuto meno tempo a disposizione. Ieri mi sono imbattuta in un documentario sul metodo terapeutico di Jodorowsky: un connubio tra psicoanalisi e pratiche rituali estremamente ardite (tipo fare un dipinto col sangue del mestruo, farsi sotterrare simulando il proprio funerale, aiutare un balbuziente a guarire vestendolo da marinaretto per poi tenerlo a battesimo come adulto virile cospargendolo di vernice dorata e sangue, far camminare camminare una coppia in crisi in strada con delle catene per dimostrare che una relazione è ormai arrivata al capolinea...) che hanno ottenuto, sui pazienti intervistati, dei risultati a dir poco sorprendenti. La logica che anima questo percorso sta nell’idea che siamo noi a dover codificare l’inconscio e non il contrario e che la vera guarigione da un trauma debba passare attraverso una qualche forma di amore universale. Io sospendo ogni giudizio ma, comunque la si pensi, sforzarsi di sviluppare un pensiero laterale rimane una forma di apertura estremamente utile. Io resto “illuminista”, in realtà non credo neppure nel valore terapeutico della psicoanalisi perché non riconosco in questo il suo vero scopo. Ciò che si propone la “Psicomagia” di Jodorowsky, è quello di proporsi come un metodo, a metà tra la psicoanalisi, appunto, l’arte e pratiche rituali catartiche che coinvolgono il corpo e le sue risorse inespresse. Alla base di tutto c’è la convinzione che il lavoro sull’individuo sia solo una parte di un modello culturale basato sull’amore universale.
Sì...tutto molto bello...

Io non mi sono mai chiesta se sono o meno il prodotto di traumi di cui ho rimosso la natura e il ricordo o semplicemente il frutto di qualcosa di innato, se delle “strozzature” esistenziali mi hanno reso altro da ciò che avrei voluto o se mi è piaciuto diventare proprio così come sono. Forse non ho neppure voglia di saperlo e in fondo mi vado benino anche così come, probabilmente, “non” dovrei essere. Forse mi basta il malumore di un periodo che so che passerà e la mera accettazione di tutto quello che non posso controllare, mi bastano i miei meccanismi di autodifesa automatici, l’accettazione di una certa soglia di dolore, il rifiuto e la delusione come fatti della vita assieme alla convinzione che poi si trasformeranno in sensazioni sopportabili. A volte la faccio ancora più facile e mi dico che la vera terapia siano un po’ di sport praticato sempre (pare che i miei ormoni della felicità  arrivino solo così) e riuscire a non far caso ad un sacco di cose. Io ho risolto con la terapia della “disciplina sbrodolona”. Almeno fino a che la salute, e un angelo custode assai paziente, me lo lasceranno fare...




lunedì 14 ottobre 2019

Flusso di incoscienza per tornare a casa a piedi

Stasera ho un po’ più freddo del solito, ma qui in casa c’è un bel silenzio e io non ho molta voglia di lasciare questo divano per un letto che mi terrebbe sveglia ancora per troppo tempo. È stata una giornata un po’ faticosa ma nella quale mi sono ritagliata un tempo piuttosto lungo per camminare e lasciare che il pensiero accompagnasse i passi conservando la sua andatura autonoma, che nel mio caso significa saltellare tra le più svariate questioni senza una logica apparente. Se dovessi pensare ad uno stato di grazia direi che è più o meno questo: io che cammino con le cuffie mentre penso ai fatti miei e che mi rendo conto troppo tardi che durante il tragitto ho assunto ogni espressione possibile legata a ciascun pensiero.

Non c’è affanno, dilemma esistenziale, delusione, dubbio che non abbia risolto camminando quasi fino a sfinirmi. Credo che sia una questione collegata al respiro, ai muscoli coinvolti e al fatto che, essendo un movimento automatico, si possa pensare a tutt’altro. E questa cosa mi pare tanto più strana se penso che ormai si possa, apparentemente, fare tutto senza la necessità di spostarsi dal posto in cui si è: basta un comando vocale e possiamo sperare di essere esauditi anche perché la luce in casa si accenda da sola, cercare su internet e scrivere un articolo scientifico, sfogliare le proposte di incontro più affini per trovare l’amore di una sera o anche di tutta la vita. Ormai potremmo risolvere tutta la nostra vita standocene seduti  o sdraiati.

E invece io cammino tutte le volte che posso e penso a quando per scrivere la mia tesi mi toccava andare in giro per le biblioteche delle altre università e fare gli occhi dolci al bibliotecario per procurarmi dei dati che all’epoca erano più preziosi del Graal, ma che oggi troverei gratis su qualunque piattaforma. Cosa significa essere ricercatore oggi? Me lo chiedo pensando ancora a questo lavoro come ad un’attività sì intellettuale, ma anche profondamente fisica, fatta di spostamenti in altri luoghi fisici della conoscenza, confronti con altre persone che non possono ridursi a delle
video conferenze. Oppure la mia è una visione già troppo arcaica? Forse tutta questa informazione senza nessuno sforzo davvero ormai vanifica anni e anni di tentativi dal rendimento incerto...boh...

 Poi ho continuato a camminare e mi è tornato in mente un vecchio amico con cui andavo a cinema tutti i pomeriggi e che un bel giorno mi scrisse dicendomi che mi avrebbe bloccato su fb perché era troppo geloso dei like che mi mettevano gli altri e che io mettevo a loro. In quel momento credo di aver fatto l’espressione basita delle mucche che guardano i treni passare. Ora forse posso capire cosa intendesse, ma fb non ha la colpa per sentimenti che si provano, o che non si provano. E così ho continuato a camminare.
Ho ripensato al film che ho visto ieri. Ne avevo un po’ di timore perché è il seguito di “Un uomo, una donna”, uno dei miei amatissimi da sempre. Invece mi ha molto intenerito, così come mi inteneriscono i ricordi che affiorano mentre si coprono distanze che ne modificano la prospettiva a seconda del punto in cui vengono evocati . Credo di aver pensato proprio questo ad un certo punto
della mia strada verso casa, perché mi sono ricordata di quella volta che, esattamente in quello stesso punto, qualcuno che adoravo mi disse “mi dà fastidio quando parli bene degli altri” e la trovai una cosa dolcissima e buffa come solo la gelosia qualche volta sa essere.
Anche io sono stata molto gelosa, forse lo sono ancora, ma è una condizione che mi fa così soffrire che ho imparato a risolverla nella sola maniera possibile: quella di pensare che tutte le volte che la provo è solo perché mi sto concentrato su qualcuno che non potrà mai essere davvero mio e quello che non è mio non deve riguardarmi. Certe emozioni vanno razionalizzate e poi represse, altrimenti ci annientano.

Poi sono arrivata a casa, in cuffia passava il nuovo bel singolo di Brunori, quello che parla di amore
“al di là dell’amore” e mi è sembrato un tappeto molto indovinato. Ho tolto le cuffie, mi sono seduta
sul divano con l’ipad sulle gambe. E sono rimasta a girovagare per la rete fino a quando il sonno ha
segnato la vera meta della mia giornata. Perché davvero vale tutto. Perché davvero tutto vale.


martedì 8 ottobre 2019

Scelte di consumo obbligato

“C’è una cosa che mi piace fare più di tutto”. Per Moretti sarebbe andare in vespa d’estate attraversando le strade desertiche dei quartieri di Roma. Per me è la spesa al centro commerciale. Credo di averlo detto tante volte: mi piace fare attenzione alle proposte variegate dei prodotti che mi interessano e di cui mi prefiguro l’utilizzo una volta arrivata a casa. Questo detersivo funzionerà? E il suo profumo si sentirà così bene anche dopo che il bucato si sarà asciugato? Le uova bio hanno effettivamente tutto un altro sapore, che importanza ha se costano quasi il doppio..Io me lo ricordo quando non compravo l’insalata già lavata perché così confezionata perde tutte le vitamine e ora invece è l’unica occasione che mi concedo per mangiarla. Ho smesso di comprare i sottaceti perché una mia mica vegana mi ha detto che hanno troppa energia yin. O era quella Yang? Un paio di piatti pronti li includo sempre,  come pure i burger vagani da mettere direttamente nel microonde che tanto di momenti in cui torno a casa e non riesco ad alzare un dito comincio ad averne sempre di più. La tessera punti, la borsa riciclabile, la promoter che mi regala i quaderni a quadretti se compro i flauti al latte...ma si certo che me li compro. Sempre meglio della palla trasparente con il logo della simmethal che mi ha rifilato quest’estate. A me che non mangio carne. Se serve questo ad impedire che un rider mi porti il cibo con la sua bicicletta io lo faccio fino alla,fine.

Fare la spesa è una delle cose più rigeneranti che ci siano. Quando ho tempo a sufficienza mi soffermo ad osservare i carrelli degli altri e provo a capire quali siano i progetti di consumo dietro le loro scelte spesso così tanto diverse dalle mie. Provo a dedurre la composizione familiare, le tendenze ideologiche ed etiche, se si sta seguendo un regime dietetico particolare, se si tratta di un consumatore consapevole oppure si lascia sedurre dalle offerte rese speciali da un marketing sempre più abile nell’orientare le decisioni. Oppure se segue semplicemente una lista blindata da cui non sfora mai.
Credo che il centro commerciale sia un’osservatorio interessantissimo, un campione rappresentativo
molto efficace per capire come siamo e cosa stiamo per diventare.

Sono molti anni ormai che faccio una cosa qui a Milano che mi diverte molto: partecipo a dei focus group nell’ambito di ricerche di mercato, quelle grazie alle quali mio padre fa il pieno di benzina gratis con i buoni che ci danno per ringraziarci del servizio offerto all’aggiornamento e arricchimento del loro data base. Di solito si tratta di psicologi che fanno parlare per ore delle impressioni, reazioni o emozioni riguardo al prodotto di un futuro lancio, oppure fanno provare cibi, usare cosmetici, a volte applicano addirittura dei sensori sulla testa e sulle dita e controllano le tue reazioni in base agli impulsi che emani vedendo certi  video. Roba da far impallidire pure quelli di arancia meccanica. Una volta ho fatto persino un’esprienza di realtà virtuale: ho fatto cadere tutto da quei finti scaffali e mi sono spaventata  a morte. Assurdo.

Il marketing è una scienza estremamente affascinante, se si decide di stare al gioco e di capirne le
regole. Oppure pericolosissima se ne subisci le regole studiate con metodiche così collaudate che il rischio di fallire si approssima ormai allo zero per alcuni brand molto evoluti in merito.
Io non so mai cosa pensare davvero al riguardo: mi piace l’idea che si provino a conoscere meglio i miei gusti per poi propormi qualcosa che mi piaccia davvero. Dall’altro non potrò mai sapere senza ombra di dubbio se la loro offerta mi sta semplicemente condizionando nella scelta di qualcosa a cui, in mancanza, neppure penserei o di cui sentirei il bisogno. Però non è raro che mi piaccia stare al gioco, provare a capirne le regole, sapere di poter fare a meno di un sacco di cose proprio mentre penso che può essere altrettanto bello cedervi, che la Coop rimane una cosa diversa dall’Esselunga pure se vendono le stesse cose, che l’assortimento ampio è meglio della mancanza di varietà, che nei carrelli ci sono panieri di consumo estremamente variabili e diversificati. E che in fondo la democrazia è più  o meno una cosa come questa quando ti chiedono di spiegarla.

Oggi mi hanno fatto provare cinque yogurt vegetali diversi che vorrebbero proporre a breve. Me ne
sono piaciuti due. Sono proprio curiosa di sapere in che modo terranno conto del mio parere rispetto a quelli di tutti quei carrelli così (troppo) diversi dal mio

venerdì 27 settembre 2019

Di semi_seri. E di forza della natura

-...È che penso che ormai andrebbe aggiornato. Almeno in parte, ma sarebbe meglio del tutto...
- Cosa intendi dire? È la verità, io sono questo
- Ma non dire sciocchezze! È roba che hai fatto un sacco di anni fa. È passato remoto. Sei diventata altro: cancella e ricomincia da capo. A proposito, hai tagliato i capelli troppo corti, sei simpatica ma eri più carina prima. Allora? Lo facciamo assieme questo aggiornamento del profilo di questo strano spazio?
- Ma cosa non ti piace di preciso? Lo copiai quasi integralmente  dal mio primo blog, quello del 2008 che si chiamava “Semi_Seri - alla ricerca di un terreno fertile su cui germogliare”. Ho aggiunto solo che vivo a Milano.
-...sì, la città che ami in modo conflittuale...ma fammi il piacere! Sei attaccata a questo posto come una cicca sotto un banco delle medie. E poi a chi vuoi che importi che hai un dottorato in una materia che non ti è manco mai piaciuta...
- No, qui ti sbagli! Mi sono licenziata da un contratto a tempo indeterminato per quella cosa lì...
- Lucia...dilla tutta...volevi tornare dal tuo prof. quello per cui hai avuto una venerazione tanto assoluta quanto incomprensibile per un numero di anni pari quasi alla metà della tua vita. Se non ci fosse stato lui avresti cambiato rotta immediatamente. E saggiamente...
- Hai ragione. Lo adoravo. E quindi che devo fare?
- Riscrivi chi sei adesso. Dimentica ciò che è stato e che non ti rappresenta più, ammesso che lo avesse fatto prima. Sono passati più di 10 anni, come sei diventata nel frattempo, cosa ti interessa profondamente?
- Ok. Mi chiamo Lucia, vivo a Milano come se fosse stata sempre la mia città. Ho una laurea in economia ma vorrei che fosse in lettere, non viaggio più da sola da un po’ di anni e quando capita adesso voglio la colazione a buffet. Vivo sola, e continuo ad amare e onorare la mia solitudine. Le mie giornate sono scandite da un tempo non negoziabile fatto di attività fisica e film belli e di
faccende che a vario titolo stanno attorno a queste cose. Continuo a non essere un’ottimista ma grazie al fortissimo senso di colpa che questo mi procura faccio sforzi continui  di ironia. Spesso ne traggo enorme soddisfazione e l’illusione di non essere troppo antipatica e cupa.
Non leggo più così tanto come un tempo. In compenso sono diventata una buona ascoltatrice e un po’ più socievole di una volta. Continuo a non credere nell’amore eterno...e a sperare di essere smentita. Sono meno intollerante verso la volgarità ma auguro ogni male a chi accende il cellulare al cinema. Ecco, direi che se mi presentassi oggi direi questo. Non mi pare che sia troppo diversa da quello che ero.
- Beh, direi che sei cambiata un bel po’ invece. Apprezzo lo sforzo misto alle convinzioni che non ti abbandonano mai. Senti, hai visto che oggi i giovani hanno manifestato con Greta per l’ambiente?
- A me fa piacere. Nel 2008 io leggevo “la scommessa della decrescita” e mi infiammavo per una teoria che di fatto era una solenne boiata, oggi c’è una ragazzina appassionata e molto arrabbiata che raccoglie milioni di energie fresche richiamandole al senso di responsabilità e al ritorno all’idea di

futuro. Le contestano di essere una pedina nelle mai dei poteri forti e che sia un fenomeno mediatico ed economico. Solo un’altra faccia della stessa medaglia. Anche io penso questo. E penso che la strada sia questa: l’ambiente deve essere una questione economicamente conveniente, deve creare valore anche economico. Non è detto che l’altra faccia di una stessa medaglia sia una faccia sbagliata. Qualche giorno fa ho visto un documentario bellissimo, intitolato  “La fattoria dei nostri sogni”, nel quale si raccontava, tra le tante magnifiche cose, che l’armonia perfetta non è in fondo un traguardo realistico e forse neppure troppo interessante. Ciò che ha senso, nel complicato rapporto dell’uomo con la terra, è l’obiettivo di una “disarmonia sostenibile”. Una bella definizione, non trovi?
- Si è bella. Forse anche la tua vita è stata una vocazione realizzata ad una disarmonia sostenibile. E questo, se ci pensi bene è un gran bel risultato
- Concordo. I miei “Semi_Seri” forse un po’ di terreno fertile alla fine lo hanno trovato. Evviva!




domenica 22 settembre 2019

La ragione sta nella “mezza”

L’autunno ha fatto il suo ingresso a gamba tesa con una puntualità a cui non sono mai pronta visto che per le mezze stagioni sento dire, ormai da quando sono nata, che non esistono più. I ritmi sono tornati ad essere quelli di sempre dopo la “destabilizzante” estate, le temperature suggeriscono il consueto abbigliamento a strati per fronteggiare la variabilità delle giornate e io provo ad inventarmi, come al solito, qualche forma nuova di stupore per tutta questa prevedibilissima ciclicità sempre uguale a se stessa. Detta così pare una cosa triste ma in realtà io in questa condizione ci sto ancora parecchio comoda, forse perché in fondo continuo a desiderare le stesse cose, sempre quelle e tutte di facile accesso per fortuna. E poi più di tutto, durante i giorni che si fanno più rigidi, mi piace starmene su questo divano a “reimparare” a non dare nulla per scontato. Neppure l’indignazione apparentemente più sacrosanta.
È notizia di questi giorni il successo enorme che ha ottenuto il documentario sulla Ferragni. Perché dovrei giudicare questo fatto come il segnale inequivocabile di una decadenza etica e ideologica? Che strumenti si possiedono davvero per criticare l’ascesa senza precedenti di una giovanissima donna che ha intuito per prima un modo totalmente nuovo di concepire il marketing e la valorizzazione dei suoi brands  tramite il web? Ha semplicemente realizzato un’idea che ha avuto un enorme successo. Oltretutto paga regolarmente (tantissime) tasse e non è affatto vero che non lavori.

Pare  strano e invece il capitalismo funziona esattamente così. Da sempre: c’è chi arriva a diventare ricchissimo perché è un genio e la sua idea viene intercettata per creare nuovo valore, chi perché ha scommesso su titoli che sono andati benissimo contro ogni previsione, chi è arrivato per primo ad aggredire certi segmenti di mercato poi risultati vincenti, e poi c’è (anche) chi si è fatto da solo inseguendo ostinatamente un’idea e lavorandoci sopra senza mollare mai. Di contro, c’è anche chi pur avendo almeno uno dei requisiti accennati non ha comunque ottenuto quei risultati. Perché succede. Succede che il mercato obbedisca a regole totalmente proprie e del tutto insondabili, che non sia meritocratico e tagli fuori chi sulla carta potrebbe promettere e mantenere e questo solo perché la congiuntura non gli è, in quel momento, favorevole solo per una mera casualità, per una tempistica errata. Succede da sempre in un sistema concepito così e disattento a preservare l’equità e una redistribuzione attenta delle risorse.

È per tutte queste ragioni che trovo che l’accanimento contro la Ferragni sia ridicolo e inutile, oltre che mosso da evidente invidia. Di contro non mi piace neppure cadere nella trappola opposta di chiedermi se la colpa sia di chi la segue come un oracolo, come se fosse la prima volta che un sistema collettivo senta il bisogno di creare dei miti che garantiscano una visione comune e creino una forma anche fragile di collante e di senso di appartenenza. Chi ha davvero il diritto di contestare e giudicare simili processi? A me interessa di più osservare i cambiamenti per quello che sono, senza giudicarli, perché è inutile, sciocco e pretestuoso, e provare invece a decodificarli

A me della Ferragni importa poco solo perché non mi interessa l’ambito in cui opera, ma ho sentito
ragazze dire che per loro rappresenta la perfezione. Forse è così e sono io a non possedere questo nuovo strumento di misura. Chi lo sa. Però me lo devo ricordare più spesso che giudicare generazioni più giovani della mia, che ragionano con codici diversi, che rispondono alle richieste di un tempo diverso da quello in cui io mi autodeterminavo, non è un modo efficace di leggere la società. E poi io sono coetanea di gente come Renzi e Salvini...dovrei tacere anche solo per questo.

È arrivato l’autunno. È una stagione di passaggio proprio bella ora che ci penso bene. Pensare che possa non esistere più è veramente da folli.


martedì 17 settembre 2019

Di necessità superfluo

Otto bicchieri colorati per aperitivi estivi, delle formine per fare il ghiaccio a forma di animaletti, dei piattini per il sushi comprensivi di bacchette, una mug, delle posate per insalata, un set da sei di tazzine da caffè. Ho preso tutto, l’ho sistemato in una grossa borsa e l’ho regalato a chi avrebbe potuto gradire. È molto divertente privarsi delle cose di cui si pensava di avere necessità e scoprire che il vuoto che lasciano è in realtà uno spazio fatto di leggerezza o un posto lasciato libero per le cose nuove.
È incredibile quante cose si possano accumulare in una casa nel corso degli anni, anche in una piccola come questa. Per me si tratta soprattutto di piccoli ricordi, regali, oggetti buffi, scatole di latta con sopra dipinti soggetti vintage, strani accessori per la cucina...tutte cose di cui credo che non farei troppa fatica a liberami. Mi piacciono ma non mi ci sono affezionata davvero. E questo in fondo mi dispiace un po’. A volte mi chiedo come reagirei se andasse tutto perduto in un incendio. Soffrirei solo per un paio di libri sottolineati e molto vissuti e per certe collezioni di film che faticherei a ripescare...ma forse neppure in questo caso soffrirei più di tanto.

Una volta ascoltai un’intervista ad un antropologo. Lui raccontava che da molti anni andava in giro per il mondo a realizzare piccoli o ambiziosi progetti di aiuto nei villaggi più poveri del mondo: un scuola, un acquedotto, servizi di assistenza, costruzioni abitative...cose così. Ad un certo punto l’intervistatore gli chiese cosa si provasse a lasciare un luogo in cui si è vissuto così intensamente, tutte le persone del posto che si è deciso di aiutare. Gli si chiedeva quanto davvero pesasse il vuoto di un distacco da persone a cui si era dato tanto di sè. L’antropologo rispose così: “vede, io sono un anaffettivo. Una volta portato a termine un progetto è come se un vuoto si fosse già creato. L’esperienza si è conclusa e la sola cosa di cui sento la necessità è portare avanti un nuovo progetto e realizzarlo. Ciò che è stato fatto già non conta più”.
Che strana risposta. Davvero si può decidere di fare qualcosa di bello e di buono per l’umanità pur
non amandola?!?! Pare proprio di sì.
A volte anche io credo che l’affetto, i legami, l’amore siano in fondo un concetto sopravvalutato e spesso smentito dalla stessa impossibilità di riuscire a stabilirne una definizione netta. Penso al mio gatto: a lui importa solo di se stesso eppure ha fatto in modo di diventare un esserino  indispensabile per la mia famiglia. Non ama nessuno ma fa del bene a sua insaputa. Che strano paradosso.

Oggi mi sono liberata di cose che servono di più ad altri e stasera, rientrando in casa e vedendo quegli spazi ormai liberi mi è sembrato di respirare meglio.
E così ho pensato che non è una colpa non sentirsi legati alle cose, alle persone, alle esperienze, ai ricordi. Questo me lo disse il mio primo gatto l’ultima volta che ci siamo visti. Prima di sparire per sempre. E non farsi scordare mai più





venerdì 13 settembre 2019

Quando tutto torna mi metto in “ascolto”

Come è strano soffermarsi sulle cose che mi sono più familiari e che mi sembrano nuove solo perché mi ero allontanata da loro per un po’. Il rientro alla routine post vacanziera mi fa sempre questo effetto: la novità senza l’ignoto, la necessità di riabituarmi ai ritmi perduti e al rapido ritorno a certi automatismi senza imprevisti. È un po’ come rinascere ogni volta portandosi però dietro un pezzo di consapevolezza in più. In fondo credo che invecchiare sia esattamente questo: familiarizzare costantemente con ciò che solo in apparenza ritorna sempre uguale a se stesso come un destino ineluttabile ma che in realtà è, necessariamente, tutt’altro da ciò a cui eravamo abituati.
Dell’estate appena passata avevo già fissato qualche appunto, il tanto che mi è bastato per dire che è stata bella, varia, spesso memorabile e che questo mi pare essere stato un gran bel risultato. Ne farò tesoro da capitalizzare per l’inverno.

Per tutta questa settimana ho avuto una forte allergia agli occhi. Mi svegliavo con la faccia di un pugile molto sconfitto e, prima di essere presentabile senza dare adito a deduzioni improbabili, dovevo fare molti impacchi di acqua fredda. Poi è tutto passato con la stessa misteriosa modalità con cui era arrivato. Forse la calma con cui sono ritornata al mio quotidiano più familiare non poggiava su basi poi cosi solide e così una parte di me ha fatto resistenza impedendomi di “vederci” davvero chiaro. Vai a sapere...tanto poi alla fine tutto torna (torna come? Chiaro?).

È tornato pure l’irrinunciabile palinsesto invernale delle mie stazioni radiofoniche preferite, quelle senza le quali il silenzio domestico mi pare il peso più insostenibile che io possa immaginare. Matteo Caccia è passato di nuovo a radio 24 (da radio due): sono 15 anni che lo ascolto e quando ero ancora giù in Campania desideravo tanto conoscerlo e parlargli. Poi questa cosa è successa davvero e adesso mi commuovo sempre un po’ quando tutte le volte che lo incontro si ricorda il mio nome e mi saluta
 col bacetto.

Nell’albergo di Venezia invece ho fatto colazione al tavolo accanto a Lalaura, altra mia storica beniamina di radiodue. Una mattina l’ho avvicinata e le ho detto che la seguo da tanto tempo e che è bravissima. Ne è stata felice, ma io non mi perdonerò mai di essere stata così ineducata quando l’ho vista con le valige e non ho proprio pensato ad aiutarla un po’. Quella mattina non ho fatto altro che pensare a quanto devo averla delusa.
È tornato anche il mio idolo assoluto Gianluca Nicoletti più in forma che mai. Conosco anche lui: di solito mi prende in giro ma credo che sia molto compiaciuto del mio affetto.
Ecco, io credo che la radio renda più tollerabile il mio ritorno alle mie cose sempre uguali, ai risvegli solitari e con la vista appannata, al silenzio imposto, alla familiarità di uno spazio ostinatamente ristretto. Ma forse tollerabile non è la parola giusta. Ad un certo punto credo che il termine esatto da usare  sia “auspicabile”. Io credo che anche la vacanza più bella, la compagnia più piacevole,
l'esperienza più  sorprendente, il mare più cristallino, i tramonti più poetici, siano il pretesto saggio
di un desiderio di tornare qui, in mezzo a queste quattro cose che mi riguardano così tanto. Così più di tutto il resto.

La serata è fresca, mi sono struccata, ho appena visto un bel film e sono ritornata nel mio letto sotto il tetto. Non ho ripreso ad allenarmi, ma so che tornerò a fare anche questo a brevissimo. Tutto già “sentito”. Non mi resta che rimettermi in “ascolto”. Perché ogni vecchio programma, per continuare ad esistere, porta con sé delle novità invisibili agli occhi. Persino a quelli quasi del tutto sgonfi.



sabato 7 settembre 2019

Tra un’attesa e l’altra. Segni di un’estate

Stavolta ho davvero concluso. Sono alla stazione di Venezia ad aspettare il treno che mi porterà dritta dritta verso l’ultimo scorcio di un anno che mi ha visto in ferie in tempi (e posti) diversi a regalarmi occasioni preziose di scoperte, distanze da ciò che mi è inutile e mi ferisce, nuovi punti di osservazione, condivisione...
L'esperienza della mostra del cinema è stata molto al di sopra delle attese. Pare che sia stata una delle più belle degli ultimi anni e io non fatico a crederlo. Vorrei che vincesse “Ema”, un film che mi ha regalato delle suggestioni visive e una tale partecipazione emotiva che fatico ancora adesso a smaltire tutto quel groviglio di sensazioni così intense. Ma sono tantissimi i film che mi hanno profondamente convinto e potrei affermare che mai una sola volta ho pensato di aver sprecato il mio tempo, neppure per Assayas che ogni volta mi fa pensare che sia un regista piuttosto sopravvalutato. E poi ho capito una cosa di me che non mi era mica così chiara fino ad ora: io amo i documentari. Quelli che ho deciso di vedere, con tematiche inerenti il cinema horror, o quello erotico, persino uno sul funerale di Stalin (che mi ha tenuta incollata con la bocca aperta come una bambina a uno spettacolo di marionette) o su autori come Piero Vivarelli, Babenco, Tarkovsky (questo da pelle d’oca), sono stati una folgorazione continua di cui io stessa fatico a credere, visto che per me tutto ciò che ha a che vedere con la didattica finisce sempre per portare con sè qualcosa di maledettamente noioso.
E poi ci sono state le eccezionali compagne di avventura che hanno reso tanto più semplice e gioiosa questa mia epifania cinefestivaliera. Senza Cristina, Mirella, Serena e Pia non avrei saputo così presto e bene come muovermi, fissare un programma delle priorità, che strade percorrere per le passeggiate più belle...l’armonia è il risultato di un equilibrio delicato e intelligente delle componenti in gioco. Ne ho conferma.
È stata un’esperienza profonda ed è anche per questo che mi è difficile concepirne la replicabilità. Mi è piaciuto tutto. Per questo non tenterò di rifarlo.

Le mie vacanze sono state anche il mare della Grecia, il riposo profondo, il cibo buono, i luoghi antichi, quelli che ti ricordano meglio di tutto chi sei veramente.
Vacanze sono state le gite fuori porta in Trentino con Alessandra a girar per vigne. Io che sono più o meno astemia, e poi a Tortona, sempre con lei, a pranzo dai genitori o per una pizza in una cascina che pareva il set di un film di Bertolucci.

Io non so quale sia la definizione giusta di “vacanza” perché in fondo, in quanto lasso di tempo “vuoto”, ciascuno ha il potere e la fantasia di riempirlo come crede. Ho memoria di anni in cui avevo smesso di aver voglia di andare in un”altrove” solo per dover dire di averlo fatto. Non volevo nulla:
non il mare, nè la montagna, non i viaggi e neppure la compagnia. Aspettavo che i miei andassero via per stare da sola a casa. La mia ultima estate così la usai per scrivere la tesi.

Ecco. Ora sono sul treno. Faccio fatica a fare un resoconto. Sto impiegando uno sproposito per
scrivere questo post, ho problemi con la gestione di questo ultimo scorcio di tempo tutto mio, prima che Milano mi fagociti nella sua “routilante routine”.Sono pronta ma è come se fossi contrariata di questo, sono sazia e appagata da tutto eppure mi pare una colpa ripartire proprio da dove ho scelto di restare. È una sensazione strana e inedita che forse mi passerà non appena riprenderò le chiavi per entrare in casa.

Il treno sta partendo. Ciao Venezia.

Spero che vinca “Ema”. Ma se vincerà un altro andrà benissimo lo stesso

mercoledì 4 settembre 2019

In fila (a tessere le fila)

Ho camminato per due ore, è questo il tempo a piedi dall’albergo fin qui alla mostra. Sono le 9:39 ed è la prima volta da quando sono qui che vedo questo posto sgombro dalla folla oceanica che tiene sotto assedio lo spazio, in fondo molto limitato, nel quale fare file per qualsiasi cosa è uno “state of mind”. C'è un bel sole, una musica di sottofondo abbastanza orribile, io sono seduta su una specie di panchina di fronte al palazzo del casinò e sono già in ansia per la fila alla sala Volpi. Ieri dopo un’ora in attesa sotto un sole impietoso ci hanno detto che era già piena.

Venire alla Mostra è stata una bella idea. Una bella idea che non mi farò più venire. La verità è che sono contenta di tutto, persino dell’albergo totalmente inadeguato rispetto allo sproposito che è costato, mi sono piaciuti tutti i film e direi persino che benedico la scelta proprio di quelli che avrei potuto vedere soltanto qui. Mi sono fatta piacere pure quest’ansia perenne delle file dal mancato buon fine, delle attese per andare in bagno, del mangiare quello che capita e quando capita. Mi sono fatta piacere pure il glamour più tamarro e fesso che si possa immaginare, le gnocche senza fine sui tacchi dodici (esistono ancora i tacchi a spillo e qualcuno che li trova belli...). Ho tollerato la maleducazione dei veneziani che sugli autobus ti fanno appunti pure per il tuo respirare, e persino i panini a sette euro. Va bene tutto. Perché sonno stati giorni di totale astensione da tutto il mio mondo conosciuto, perché passare quasi tutto il tuo tempo vigile tra sale di cinema a vedere film bellissimi e a non dover pensare a nient'altro è stata un'esperienza di catarsi irripetibile, un’avventura totalizzante di vita “aliena” che non sarei stata capace di realizzare in nessun’altra maniera.

Infatti non la ripeterò. E neppure la scorderò. Non la rimpiangerò. Ma che gran peccato sarebbe stato perdermela.
Ora devo andare verso la sala Volpi. C'è un’ora di fila che mi aspetta sennò mi lasciano fuori. E fuori dalla sala garantisco che trovo solo storie meno belle


giovedì 29 agosto 2019

Venezia mi mostra. E mi dimostra

Alla fine ci sono venuta davvero. La mia prima mostra del cinema di Venezia mi vede a zonzo tra una sala e l’altra a fare file su file per vedere più film che mi è possibile, soprattutto tra quelli che so che non arriveranno mai nelle sale. Oggi ne ho visti di belli e di molto belli e mi è sembrata davvero un'esperienza  atipica nonostante il rammarico di dover redarguire, pure stavolta, persone che avevano il cellulare acceso in sala. Non c'è speranza ormai...

Su tutti mi è rimasto dentro un film che, pur non essendo il migliore tra quelli visti oggi, continua a lavorarmi dentro come ad impormi un giudizio più articolato e meno sbrigativo. Il film si chiama Pelican blood. (Pelikanblut). Non mi interessa raccontarne la trama: mi limiterò a dire perché lo trovo così sorprendente. Il tema trattato è vecchio come il cucco: la maternità e le sue infinite declinazioni, la difficoltà di gestire un certo tipo di infanzia estremamente problematica come quella di un bambino adottato e con un passato difficile, i muri di un contesto sociale troppo impaurito dal diverso, i limiti della scienza attuale nella comprensione di tutti i fenomeni della psiche e dell’emotività, la potenza salvifica dell’amore anche quando il suo linguaggio non è compreso da nessuno.
La storia in sè, ma anche tutti i temi che tratta sono faccende che mi stanno tanto a cuore per più di una ragione e questo basterebbe a rendermi il film molto amabile. È che un po’ mi dispiace che sia stato bollato come diseducativo, dalla narrazione incoerente, poco “illuminista”. Io credo invece che sia un bel tentativo di raccontare il coraggio di percorsi che non rinnegano tutto quello che già si conosce per esplorare i territori ingannevoli della superstizione, ma che al contrario affermano il potere salvifico dell’amore servendosi (anche) della forza mistica di riti ancestrali.
Ho trovato molto affascinante tutto questo proprio, anzi a maggior ragione da un punto di vista “illuministico”. E non aggiungo altro perché è un film che suggerisco e caldeggio e di cui vorrei discutere davanti ad un buon piatto.

È il mio primo giorno pieno a Venezia. Ieri ho visto soltanto “la verità” e avrei voluto stupirmi di più, ma va bene lo stesso.
 Non credo che tornerò a replicare questa bella esperienza perché la folla, le lunghe file, le passerelle, i fotografi che aspettano i divi e tutta questa complicata macchina organizzativa, sono faccende che alla fine mi stancano molto e non mi affascinano manco troppo. C'è di bello che sono in buona compagnia, che vedrò film che forse non passeranno altrove e ho interrotto la mia rassicurante ma limitativa routine...ci sta tutta un’esperienza come questa. Bella ma non so come dire...

Domani ho in programma cose altrettanto interessanti. Può darsi che stavolta dirò persino di cosa
parlano i  film

In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...