venerdì 23 agosto 2024

“Se ne parla a Settembre”. Sicuro?

 Ho bisogno di sdrammatizzare. Ho avuto troppo caldo per riuscire ad inventarmi che restare a Milano per quasi un’intera estate sia stata un’idea felice. E non mi basta neppure sapere che nel mio condominio c’ero soltanto io, i latinos e pochi altri silenziosi umani troppo indeboliti dalle temperature per riuscire pure ad infastidire il prossimo. La quiete di una città che concentra tutto il proprio caos nel suo centro può non bastare quando non hai l’aria condizionata e non ti pare opportuno passare tutti i pomeriggi al reparto surgelati di un supermercato.

Negli anni precedenti avevo distribuito le mie ferie in modo che almeno un po’ di giorni tra luglio e agosto fossero destinati al mare a venti minuti da casa: una spiaggia dimenticata da Dio e dalla civiltà, col parcheggiatore abusivo che ti fa trovare pure la tanica di acqua per sciacquarti i piedi quando te ne vai. Quest’anno ho deciso che le ferie residue saranno un po’ a Settembre, un po’ ad Ottobre e un po’ a Novembre. A Dicembre starò di nuovo buona e ferma, stavolta al freddo presumo, conservando la coerenza da sfasamento temporale rispetto all’ortodossia delle feste comandate o delle vacanze di massa. Non lo faccio per fare la snob o l’eccentrica. Credo che sia una specie di inconsapevole comportamento strategico: mi insinuo nei vuoti cercando di accaparrarmi i benefici dell’essere controtendenza: la città desertica e silenziosa, i mezzi pubblici con i posti a sedere, i treni più affidabili e puntuali quando sono in pochi a partire, l’ufficio tranquillo e meno carico di lavoro, i prezzi calmierati degli alberghi quando nessuno prenota, nessun pericolo di overtourism…mi piace, mi aiuta a sopportare le lunghe parentesi in cui non mi è possibile scappare dalla routine collettiva neppure con gli incastri più acrobatici per smarcarmi. Quest’anno è così, gli metto fretta più degli altri perché nel prossimo ci sono delle cose che devo fare e che mi auguro mi facciano sentire, finalmente, nel cerchio giusto da chiudere. 


In queste ultime mattine di agosto sono uscita per andare a correre immediatamente prima che l’aria diventasse troppo calda. Esco sempre senza le cuffie: ho imparato ad apprezzare le sensazioni che mi restituisce la falcata quando è ben sincronizzata con il respiro. Di solito impiego un po’ di tempo e solo quando ci riesco mi sento autorizzata a pensare ad altro, che è poi sempre la stessa cosa, una cosa che penso soltanto al mattino, tutte le mattine da almeno un anno e poi non più per il resto della giornata. E’ una cosa brutta, che riguarda il mio essere stata bambina poco compresa (forse anche poco amata, ma vabbe’) e che avrei voluto capire prima, arrabbiarmi prima, almeno per difendermi e ribellarmi prima. E’ incredibile come certi piccoli o grandi traumi irrisolti non trovino mai una quadra se non ci fai davvero pace o non li si lascia andare perché distratti da impegni più urgenti. Il primo mattino per me è un grosso guaio anche per questo: è il mio momento migliore e più promettente, ma pure quello più vuoto in cui di prepotenza emergono dolori atavici che poi accartoccio per il resto del giorno ma che non riesco mai a strappare definitivamente. E così mi capita di correre con questo pesofaccio i conti con la fatica e combatto con entrambi lungo l’intero anello di Linate. A modo suo un cerchio (vero e proprio) che provo a chiudere e invece…


Ma più di tutto di questa estate ricorderò l’affondamento di una nave di lusso nel mediterraneo, dove – per una volta – a morire sono stati dei miliardari. Perché si può morire in mare anche senza essere dei disperati che fuggono dalla guerra e dalla fame, ma esattamente per il motivo opposto. E io non capisco se in questo macabro gioco delle compensazioni ci sia qualche lezione di giustizia cosmica da apprendere o semplicemente uno spietato livellamento dell’epica individuale nel gioco tutto casuale del destino.


Saluto agosto con la placida consapevolezza di non aver fatto troppo, ma quasi il giusto, che finalmente sta rinfrescando e si tornerà a respirare e soprattutto che ho ancora un sacco di ferie su cui contare. E così chi a giugno aveva sentenziato un “se ne parla a settembre” potrà, con calma, cominciare a sentirsi autorizzato a dire “ormai se ne parla l’anno prossimo” senza sentirsi troppo in colpa. Perché rimandare non è sempre pigrizia o scarso senso di responsabilità. A volte è solo la percezione che il futuro abbia sempre la meglio su tutto. Su un presente scadente e a maggior ragione su un passato immutabile e qualche volta fin troppo doloroso

 

mercoledì 14 agosto 2024

Attesa attiva

 E nel frattempo sono sopraggiunti i 48, quella specie di “età da sala d’attesa”, quando pare che non ti sia richiesto niente di speciale ma solo perché non sai cosa davvero ti aspetta nella stanza dove presto entrerai. E così, mentre aspetto l’ingresso ai 50, ho deciso che i capelli continueranno a crescere fino ad allora, quando saranno lunghi e biondi per dimostrarmi che l’età che uno si sente, è sì sbagliata, ma pur sempre il frutto di un percorso scelto, voluto, sentito in un tempo precedente in cui abbiamo provato a farci pronti. 

In fondo è tutta la vita che mi sento fuori luogo o in una sala d’attesa in cui non so cosa sto davvero aspettando. Forse mi piace, sarà una scelta anche quella di non riuscire ad avere un senso profondo di appartenenza, starmene perplessa a chiedermi cosa ci faccio qui, oppure lì, cosa ci faccio ovunque, come in certi luna park sempre tutti uguali tra loro nei quali cammino un po’ a casaccio tra folla, frastuono, profumo di zucchero filato e giostre che non mi divertono mai. Solo quando ne sono fuori mi rendo davvero conto di quanta pace ci sia lontano da quei non luoghi in cui siamo solo parte di una festa che ha senso solo con un pubblico disposto ad animarla.


Forse mi sento davvero a mio agio solo quando cammino, quando non sono ancorata al suolo che calpesto perché lo abbandono ad ogni passo, come se solo nel riscatto della fuga riuscissi a sentirmi non obbligata ad integrarmi con il posto che sono costretta ad occupare. Eppure, se ci penso ancora un po’ meglio, il sentirmi centrata è sempre legato a momenti precisi piuttosto che ad un modo di occupare i luoghi: il momento di passaggio dalla notte all’alba, l’ora del massaggio thai, una lezione di yoga, un workout che ancora mi fa restituire un polmone, un check up dove risulta che sono in perfetta salute…e ogni volta che riesco a perdere un po’ di coscienza di me perché il momento ha la meglio su tutto. Forse è vero che si è tanto più giovani quanto più si è capaci di perdere la percezione del tempo se l’intensità dell’esperienza ci trasforma anche di poco.


Ho 48 anni ormai da un giorno e ancora devo pentirmi dei figli che non ho mai voluto, del marito che non ho mai cercato, delle ambizioni che non ho coltivato. Non ho mai saputo bene neppure quando fosse il momento adatto per fare un bilancio, cosa mettere alla voce dei guadagni e cosa nelle perdite e cosa conti davvero nel gioco delle compensazioni. So che sono vittima di pregiudizi sbagliati a cui per tanto tempo ho cercato di conformarmi senza troppa convinzione, ma sufficiente ad intossicarne la logica. E poi so che mi tollero di più quando sono da sola e che le relazioni umane mi affaticano sempre di più e che mi piace essere tutta un problema, a patto di esserlo solo per me stessa.


Ho 48 anni e un giorno. Non è un’età rotonda, non fissa traguardi cruciali, non segna passaggi esistenziali epici. Vive della discrezione del suo tempo di transizione. Ha dalla sua le infinite possibilità scevre dalla pressione delle grandi aspettative di una meta imminente. Cosa potrei chiedere di meglio se non camminare e godermi le albe ancora tranquille di questa indulgente età di mezzo?

 

sabato 3 agosto 2024

Pensare da ferma

 Fa un caldo infernale. Durante la notte, ormai da più di una settimana, mi capita di svegliarmi di soprassalto completamente sudata e di aver bisogno di alzarmi per qualche minuto, sciacquarmi il viso e fare lunghi respiri per riprendermi. Non si tratta di incubi o di assilli: è solo un grosso, enorme problema di aria soffocante, mentre i cattivi pensieri, quelli che mi accompagnano incuranti del clima, mi pare che si manifestino nella loro ormai prevedibile assertività sempre come dei compagni di camminata, del lungo percorso casa lavoro, della pausa pranzo lungo viale Molise, della corso all’anello di Linate. È strano eppure se ci penso, quasi senza rendermene conto, ho imparato a concentrare la parentesi oscura dei miei giorni quando sono all’aperto e sto coprendo delle distanze. Tutto sommato mi pare un buon compromesso. 

C’è qualcosa di profondamente catartico nelle liste: mettono in ordine i pensieri, definiscono i confini tra giusto e sbagliato, fissano un orientamento. Anche quelle più banali sono efficaci, se lette col dovuto criterio. E così ogni tanto, soprattutto quando penso che i giorni mi stiano raccontando poco, male e in modo confuso il tempo che occupo, provo a fare il mio elenco delle cose che mi riguardano o quelle che combatto perché sono troppo altro da me. Provo ad andare a braccio, spero che mi aiuti.

1) sono una solitaria che frequenterebbe volentieri altri solitari pur sapendo che se questo fosse possibile non avrebbe più senso quel tipo di compagnia

2) dell’amore ho capito che mi piace solo la parte dell’innamoramento, quella che dura poco ma mette in moto le reciproche parti migliori, assieme a un entusiasmo prepotente e una visione del mondo che sarebbe bello durasse per sempre. E invece non lo fa

3)  il cibo è tra le tre o quattro cose per cui vale la pena vivere

4) non sono una buona amica perché sono incapace di coltivare rapporti non superficiali di lungo termine

5) nessuno degli uomini che mi sono piaciuti potrebbe mai piacermi oggi. Ma proprio per niente. Mi chiedo come sia stato possibile il contrario

6) se potessi non lavorerei. Non farei nessun tipo di lavoro, neppure se mi piacesse. Le cose che piacciono non andrebbero mai sporcate con i contratti

7) Mi vergogno di troppe cose che ho detto e fatto nella prima parte della mia vita. La sola ragione per cui un po’ mi assolvo è che ero davvero tanto stupida

8) non perdono mai nessuno. Qualche volta fingo il contrario. Ma non è vero niente

9) credo che gli ottimisti alla fine siano tutti un po’ scemi. Ma un po’ li invidio

10) mi annoio più spesso di un tempo. Ma non me ne rammarico 

11) le crociere sono un modo ridicolo di viaggiare

12) vorrei concentrarmi di più. Ma non so bene su che cosa

13) real time è il mio irresistibile guilty pleasure. Quando vedo “primo appuntamento” o “abito da sposa cercasi” ho la percezione esatta del disagio che attraversa questo periodo storico

Sta cominciando a piovere. Che bello. Forse stanotte si dorme 


venerdì 19 luglio 2024

Milano summer edition

 E’ una cosa che d’estate mi piace sempre fare. Appena sono al mare metto nelle stories una foto in cui sono in costume che risulta essere sempre la foto di gran lunga più vista di tutte le altre, come cibo, panorami, primi piani…La stragrande maggioranza delle visualizzazioni proviene da donne che (sono sicura) vogliono capire quanto sia o meno in forma e quanti buchi di cellulite riescono a contarmi sulle gambe. Il divario numerico rispetto a tutte le altre cose che metto non smentisce mai un mio assunto secondo cui alla fine la curiosità altrui si limita più o meno a questo. Amen. Ho impiegato una vita per accettarmi fino a piacermi e ad amare quello che il mio corpo è ancora capace di farmi fare. Non sarà certo lo sguardo intrusivo che io stesso contribuisco ad orientare a condizionarmi. Forse mi diverte ancora di più sapere che ci sono colleghe, di cui a stento ricordo il nome, che leggono questo blog, fanno gli screenshot e li portano in giro tra le stanze dell’ufficio lanciandosi in improbabili esegesi del testo. Credersi furbi senza esserlo è una potentissima fonte di ispirazione per chi, come la sottoscritta, osserva senza pronunciarsi.

Estate a Milano significa ufficio quasi vuoto, strade desertiche e autobus con i posti a sedere. E’ attraversare la città che ormai è quasi tutta un cantiere a cielo aperto: stanno abbattendo ovunque palazzi di archeologia industriale o fatiscenti su cui nasceranno condomini nuovi e con una concezione dell’abitare totalmente diversa. E’ straniante assistere alla rapidità con cui, ancora una volta, questa città cambia i propri connotati. Estate a Milano è aria appiccicosa che si mescola con un silenzio anomalo in uno spazio che pare dilatarsi mentre il tempo rallenta. Potrei stare meglio altrove, questo è sicuro, ma questa condizione di sospensione molto cittadina, ma in fondo senza i connotati tipici della sua forma invernale, mi rilassa molto. E poi ho imparato ad essere felice di quello che c’è e non solo di quello che esiste solo nei miei sogni, ormai sempre più sbiaditi e con troppi buchi narrativi per riuscire a capire come vanno esauditi.


“L’ossessività non è un maleE’ una cosa preziosa che ti può salvare la vita. Succede quando ti alzi la mattina e pensi solo a quella cosa continuamente. E così ci lavori, la cambi, la correggi, ne insegui lo spirito, preghi per qualche buona intuizione, provi ad affinarla. La fai fiorire piano piano”. Questo hanno detto i fratelli D’Innocenzo alla presentazione del loro ultimo film. Io li adoro: mi piace il modo in cui lavorano assieme, come concepiscono il cinema, il loro reciproco affiatamento, come si intendono tra di loro. Mi affascina sempre questo tipo di legami, forse perché penso che la vera radice di ogni grande ispirazione sia soprattutto il frutto di un forte sentimento verso qualcuno che amiamo. Almeno questo è stato per me, quando perdere la testa per qualcuno significava stravolgere ogni mia prospettiva inventandomi percorsi di vita, situazioni, progetti, parole, persino sentirmi dotata di un coraggio che non credevo di possedere. L’ossessione è bella perché spinge in alto ogni tuo limite demolendo ogni forma di banalità del reale. Quando passa ci sembra ridicola, tossica, persino pericolosa, in realtà è anche e sopratutto una potentissima forza propulsiva. A me non succede più ma, se ci penso, tutto quello che salvo di quella povera me che sono stata fino a un po’ di anni fa è l’euforia di quel tempo tutto storto, traballante, ma pieno di vibrazioni che è stata la mia giovinezza più appassionata.


Qualche giorno fa mi trovavo in un quartiere bello, piuttosto distante da dove abito. Ci sono andata per un motivo ma poi sono rimasta più tempo per tutt’altro. Anche lì stavano abbattenddei vecchi palazzi. C’erano gli operai e un sacco di polvere. Mi hanno detto che dalla settimana prossima cominciano già a costruire quello che sarà un condominio green, con palestra inclusa e un giardino interno di ciliegi. Ne sono stata felice. Ci tornerò apposta per vederlo nascere

mercoledì 10 luglio 2024

È tutto nella testa. A volte, purtroppo, anche “sopra”

 Neppure lo sapevo che esistesse un nome preciso per definire un’attitudine che a suo modo è inclusa anche nella mia visione delle cose. Si chiama Journaling (adoro questa cosa che gli inglesi hanno sempre pronto un instant term appena un fenomeno si fa premessa per un nuovo trend. Sempre sul pezzo, che gli vuoi dire?). Si tratta in pratica di una specie di routine quotidiana, da fissare rigorosamente per iscritto e su una pagina di carta, con lo scopo di impostare la giornata con presupposti finalizzati ad ottenere ciò che ci interessa. L’idea è che un pensiero scritto diventa più facilmente intenzione concreta e così evita dispersione, ritardi, tentennamenti. Ciò che viene affermato con la scrittura pare che incida sull’umore, fa una scrematura dei pensieri superflui e detta la linea per tutto il giorno. Bello. Questa idea mi convince. I pensieri quando diventano scritti non possono più nascondersi e così ci fai i conti come se fossero materia viva da plasmare per i tuoi obiettivi. Ed ecco ora il punto che mi piace più di tutto: il journalism punta sull’idea che ciò di cui abbiamo bisogno più di ogni altra cosa è conservare un’idea gratificante di noi stessi e questo comincia da quando si riesce ad essere grati per la notte appena trascorsa nel riposo, poi per come ci vediamo allo specchio al mattino mentre facciamo il primo sorriso della giornata, fino al crearsi di uno schema ripetuto di pensieri positivi e di azioni quotidiane che culminano nella cura del proprio benessere fisico. Detta così sembrerebbero i consigli della zia Maria o le solite quattro regole dei fanatici del mindfullness. In realtà è invece abbastanza comune che questo semplice paradigma mattutino venga disatteso in modo da compromettere tutta l’efficacia della buona partenza e, udite udite, dell’esistenza tutta (però mammamia che paura!).  Secondo questo metodo del “buon giorno che si può vedere solo dal mattino oppure mai più”, i passaggi delicati dell’inizio della giornata devo essere rispettati tutti, altrimenti non vale. E io ci credo per esperienza personale e spiego perché.

La faccio breve. Gli inquilini del piano di sopra, quelli che ho maledetto spesso anche qui e che hanno un’orrenda bambina, che non ha fatto molto altro nella sua breve esistenza se non correre h24 per la casa, se ne sono andati via per sempre. Ora, io lo so, anche a me lo hanno spiegato i grandi saggi, che uno deve trovare la pace dentro di sé indipendentemente dagli ostacoli esterni, dagli imprevisti, dalla cattiva educazione altrui e dagli oltraggi dell’avversa fortuna, ma posso garantire che la suddetta pace necessiterebbe quantomeno di un minimo sindacale di ore di riposo e di silenzio almeno all’interno delle proprie mura domestiche, altrimenti posso garantire che sia un’impresa fisicamente e psicologicamente del tutto impossibile. Di contro, grazie a questo magnifico tirocinio forzato alla sopportazione oggi mi sento autorizzata ad odiare i bambini non per scarsa sensibilità, ma per trauma irreversibile diagnosticato da Rosa e Olindo. Da quando quegli esseri inqualificabili sono andati via sono tornata a dormire sul mio soppalco dove, al posto del letto, avevo messo un autentico tatami con sopra un meraviglioso futon giapponese. La mia epifania è stata tornare dormire di nuovo lì, tranquilla, per un numero sensato di ore e in una modalità che mi consente un risveglio veramente magico. E così il journaling è tornato ad essere di nuovo la mia ipotesi di felicità programmata. 


Oggi mi è facile essere grata, scrivere pensieri positivi, avere delle priorità certe e togliere spazio a tutti i pensieri tossici che albergavano in me fino a qualche tempo fa. In fondo è un dettaglio insignificante eppure per me era determinante. Scrivevo anche prima, pianificavo le mie giornate con lo stesso dettaglio, avevo le stesse routine…eppure non funzionava. 


A volte mi chiedo quanto tutto, il dolore, la gioia, la predisposizione d’animo alle sfide…dipendano soltanto dal punto in cui ci troviamo, anche se non ce lo siamo scelto, o se in fondo gli sforzi che facciamo conservino un loro valore “futuro” anche quando ci sembrano inutili e senza risultati evidenti. Credo che sia la seconda…se non ti “calpestano” proprio quando vorresti riposare

mercoledì 3 luglio 2024

Luci d’estate

 Sì è già finita la parte migliore del mio tempo destinato al riposo, all’altrove, alla rottura dal quotidiano. Sono andata via per un po’ e ora sono di nuovo ritornata a quella che ormai da molti anni, un po’ per scelta e un po’ per caso è la mia vita ordinaria. Tutto è stato fin troppo bello, a tratti imprevisto, sorprendente, divertente, persino assurdo. Della Sardegna mi porto dentro soprattutto la sua infinita bellezza fuori da ogni catalogazione e incertezza: le sue albe che non mi sono mai persa neppure una volta, le lunghe camminate senza meta, lo yoga sul patio ventilato del mio bellissimo albergo, il cibo fantastico e, soprattutto, l’incontro del tutto inatteso di uno dei miei lettori storici di questo piccolo posto in cui parlo così tanto dei fatti miei che chi li legge da così tanto tempo ormai difficilmente potrebbe sbagliarsi sul mio conto. A pensarci bene questa cosa mi provoca un’improvvisa inquietudine mista ad imbarazzo. Non ci eravamo mai visti eppure credo che nessuno lo avrebbe mai pensato se ci avesse incrociato mentre camminavamo e parlavamo sul piccolo porto, di prima mattina, tra foto panoramiche e piccole grandi confidenze sulle reciproche vite. Forse potevamo raccontarci ancora altre cose, forse il tempo è passato più veloce di quanto sembrasse. Chi lo sa. A volte è davvero incredibile come si stabiliscano delle connessioni a prescindere dalle esperienze comuni e persino dalla conoscenza diretta.

Se c’è una cosa che ho sempre amato dei social è proprio questa specie di strana magia che, a volte, fa funzionare la reciproca conoscenza meglio di qualsiasi altro tipo di incontro geograficamente “facilitato”. Potrei continuare accennando al meraviglioso campionario di ogni prelibatezza locale, dal dolce al salato, passando per la ceramica artigianale locale di cui mi ha fatto omaggio che mi ha lasciato senza parole e che davvero non potrò scordare. Ma non mi dilungo perché so che si arrabbierebbe dell’eccesso di piaggeria da parte mia ☺️.

Era dai tempi del mio primo blog, quando ancora esisteva la blogosfera e i festival dove ci si ritrovava tutti noi militanti della scrittura virtuale collettiva, che non mi capitava di incontrare persone con questa modalità e forse di diverso c’è proprio il fatto che non vi è più la reciprocità nella lettura: io ho ancora un blog, ma chi mi legge no (o non più) e così c’è chi sa tutto di me ma io niente dell’altro. Che strano anche questo, dovrei ragionare meglio sugli effetti di questa asimmetria informativa.


Da quando sono a Milano il meteo ha cambiato umore con tutti gli sbalzi possibili di temperatura, tra sole accecante, afa e poi temporali e freddo. Presumo che sarà un’estate piuttosto difficile. Eppure ho pianificato tutto lo stesso: ho comprato la carta dei musei della Lombardia e studiato il percorso per andare all’Idroscalo a correre, prendere il sole e illudermi di poter vivere Milano anche come luogo di vacanza. Forse mi ritrovo semplicemente in quella  curiosa condizione per la quale per me l’estate sia già finita e che ormai non mi resti che attendere la fine di settembre per ricominciare a pianificare qualche nuova meta. Nel frattempo farò un update anagrafico (si chiama ancora compleanno dopo i quaranta?), continuerò a lavorare sulle inversioni, andrò a correre, cercherò di meditare e di vedere buoni film. Mi limiterò a leggere fumetti o piccoli racconti e farò tanti pancakes. Ma più di tutto spero di dormire molto senza per questo mai smettere di cercare l’alba anche qui.


Che mi importa di questa estate strana, umorale e senza mare quando ogni giorno, e ovunque, c’è ad attendermi un’alba che non si sbaglia mai

venerdì 21 giugno 2024

La calma non è piatta

 Sarebbe bello poter dire che nell’ultimo mese mi sono successe così tante cose nuove e intense che non mi è riuscito di trovare tempo e parole abbastanza efficaci da restituire al racconto. E invece è solo che è stato un mese impegnativo e dimenticabile, cosa in fondo non drammatica quando la salute e la pazienza ci assistono, ma parecchio energivora quando si è completamente da soli a dover gestire tutto. E così mi è sembrato più generoso verso me stessa starmene zitta e provare a rimuovere un po’ i tratti di questo periodo così complicato in cui mi lascio atterrire da presagi funesti e crisi di pianto. Se sono fortunata e mi ritrovo un rotolo di pasta sfoglia in frigo, mi preparo una torta rustica con le uova e la verdura e così mi rassereno pensando di aver fatto qualcosa di buono senza fare fatica. È impressionante come il lavoro manuale possa essere terapeutico. Me ne devo ricordare più spesso, soprattutto quando la tentazione di guardare il soffitto e arrovellarmi mi sembra l’unica cosa possibile.

Sono stata per un po’ di giorni giù dai miei, ma è stato abbastanza devastante ritrovarsi nel mezzo di complicati lavori di ristrutturazione, tra rumori assordanti e tantissima polvere. E così alla fine non vedevo l’ora di tornare un po’ a Milano e predispormi alla mia piccola vacanza in Sardegna che spero mi riservi maggiore clemenza nelle condizioni di soggiorno. In fondo ho soltanto bisogno di mare, di molto silenzio (ho prenotato in un luogo child free per massimizzare questa probabilità) e sperare che tutto si risolva anche semplicemente grazie al tempo e ad un nuovo mind setting.


Se c’è una cosa che ho capito durante questi periodi un po’ così è che la tentazione di fare qualcosa può essere meno premiante di quella di restarsene in attesa che le cose seguano il loro processo indipendentemente dal nostro intervento o tentativo di plasmarle alle nostre intenzioni. Forse, più semplicemente, non sono abbastanza intelligente da avere le soluzioni più adatte a portata di mano, forse non è un momento propizio e quindi è inutile mettersi a competere con la sorte. Oppure è solo una difficile fase preparatoria verso qualcosa di magnifico. Ma magari…


Qui a Milano il cielo è un po’ cupo e non fa molto caldo. Al mio rientro ieri sera mi sono resa conto che il lavello in bagno perde di nuovo, ma stavolta non mi sono avvilita come la prima volta. Ci si abitua pure ai problemi che si risolvono solo temporaneamente e poi ritornano. E poi ho dormito poco e così ho deciso che stamattina non avrei fatto neppure un saluto al sole. Come se facessi dispetto a qualcuno per questo…


E’ di ieri una notizia che mi ha colpito forse più del dovuto: il litigio in un ristorante romano tra Virzì e la sua ex Ramazzotti. Mi ha stupito la dinamica, fatta di insulti in pubblico, davanti pure ai loro stessi figli e rispettivi nuovi compagni, addirittura sedie che volavano e ambulanze e carabinieri accorsi. Non so perché la cosa mi abbia impressionato così tanto: quando seppi della loro storia mi sembrò un po’ bizzarro perché mi parevano male assortiti, ma in fondo mi piacevano proprio per questo. Mi fa sempre molta impressione un cambio di registro così brusco e nel quale il rispetto e la compostezza crollano in modo così plateale. Eppure, col senno di poi, quella prima impressione perplessa sulla stranezza di quella combo forse aveva qualche ragione. No. Si sono amati e poi hanno smesso, come capita quasi a tutti o molto più spesso di quanto la statistica stessa sia disposta ad ammettere. Io almeno questi dolori ho deciso di risparmiarmeli e vorrei riuscire ad applicare lo stesso principio di “distacco” anche da tutti gli altri dispiaceri che certe fasi della vita mi riservano. Forse sfogarsi urlando e lanciando sedie in aria può essere un modo terapeutico di esorcizzare. Ma no, dai. Il silenzio, il respiro controllato, l’attesa paziente…sono loro l’anticamera di una visione lucida dei fatti e della soluzione ad ogni problema. Tutti a rincorrere le passioni estreme, quando è la calma placida la vera fonte del benessere. Se non vi piace datela a me che con quella ci saluto il sole

 

 

mercoledì 29 maggio 2024

L’elenco nascosto

 Finalmente un paio di giorni senza pioggia. Pare che non ci si possa ancora illudere e che con buona probabilità il prossimo week end si presenterà di nuovo nuvoloso e piovoso. È stato un maggio anomalo, faticoso, fin troppo carico di insidie per essere un mese che ha in sè un cumulo già consistente e gravoso di mesi dell’anno in corso. Confesso di essere parecchio stanca: ho caricato molto con gli allenamenti e trascorro buona parte del tempo del mio risveglio a cercare di gestire i pensieri nerissimi che da un po’ di mesi mi accompagnano senza nessuna possibilità di contenimento e risoluzione. Per fortuna dopo quelle ore drammatiche, le cose da fare secondo la routine classica in cui vanno incastrate riescono a distogliermi dai miei traumi fissi del primo mattino. E poi c’è di bellissimo che il mese prossimo prevedo ben due blocchi di interruzione dal lavoro e mi auguro vivamente di riuscire a garantirmi un po’ di benessere e di distacco da tutto. 

Ho capito una cosa durante questo mese infausto e anticiclico: quando attraverso periodi complicati mi piace svuotare la testa con gli elenchi. Prendo un foglio di carta, una penna con un tratto morbido e che scorre in modo che mi riesca una grafia bella, mi siedo comoda, comincio a passare mentalmente in rassegna tutto quello che mi provoca un sorriso automatico e mi metto a scrivere tutto quello che mi ha fatto bene. Parto dal presente, ma poi, come sempre mi succede in questo periodo, sfoglio ricordi del passato che mi hanno dato piena soddisfazione. Di solito si tratta di cose cose semplici e in fondo banalissime del tipo :

I pancakes del sabato mattina con annesse decorazioni

Una sessione di yoga particolarmente impegnativa che mi è riuscita fino alla fine

Una visita guidata in un posto bello di Milano 

Un prodotto che volevo comprare che ho trovato in offerta super speciale

L’incontro con Zerocalcare in combo con Neri Marcorè 

Scadenze lavorative rispettate 

Ogni gatto che ho incrociato

Il collega viscido, scorretto, maleducato, arrogante di Foggia che da anni non lavora più a Milano (e il fatto che lui sappia di questa mia felicità)

Gli allenamenti del mattino che hanno una fine nel sudore, le gambe che bruciano, il cuore che esplode

La depilazione definitiva che ho fatto dieci anni fa

Laurearmi col massimo dei voti in una disciplina che mi ha sempre fatto schifo

La mia lista delle cose belle più facile e immediata è quasi sempre una cosa molto simile a questa: non credo che approderò mai alla felicità pura, ma mi piace pensare che la mia stabilità si faccia bastare pochi elementi per conservare un suo dignitoso equilibrio. Il problema, semmai, è un altro. È quando la penna si blocca proprio per via dell’ inconsistenza delle mie strategie di consolazione rapida: ho ancora paura di non essere abbastanza per meritare di stare in pace e che in realtà stia solo mascherando un disagio dovuto a dolori che non riesco ad ammettere e ad affrontare. Credo che questa sensazione corrisponda al vero, perché quando mi abbandono a ricordi dolorosi, anche lontani e lontanissimi, mi accorgo che non ce la faccio ancora a sopportarne il peso. Stanno tutti lì, quei rancori mai sopiti, i torti subiti e mai elaborati, le parole sbagliate che sembrano tatuate in qualche piega strettissima della memoria, persino i semplici sguardi fin troppo eloquenti usati come lame che squarciano un budino.

Tutto il non detto, tutto quello che ho capito troppo in ritardo per potermi difendere, tutto quello che ho accettato perché pensavo di non essere meritevole di stare meglio o di ricevere un trattamento migliore, è rimasto come sospeso, lontano dalle fondamenta solide su cui oggi vorrei appoggiare la mia presunta tranquillità raggiunta. Non ci riesco. Non riesco ad elencare quello che mi fa ancora troppo male per riuscire pure a leggerlo in bella copia e provare finalmente a svuotarmi di tutto quel peso tossico, quello che mi fa pulsare le tempie e mi impedisce di vedere le cose per quello che davvero sono: passato da superare, meglio ancora da dimenticare. Dovrei raccontarlo. Forse mi serve solo una penna ancora più bella di questa.

Maggio è quasi finito. Gli è mancata la grazia leggera della primavera inoltrata. Oppure ha pure lui un elenco di piccole gioie e non me lo dice


martedì 14 maggio 2024

Strada facendo

 Ancora non albeggiava, però la temperatura era ideale. Caffè preso, letto rifatto, pranzo per l’ufficio pronto. Non sono riuscita a trovare neppure una scusa per non andare: un’ora di corsa all’aperto, in silenzio, senza spingere troppo, in mezzo alla natura, a pensare. E così ho fatto: quindici minuti di pesi, un po’ di riscaldamento e via. Di solito non mi capita di pensare a niente di speciale mentre corro, perché sono quasi per tutto il tempo concentrata a combattere con la fatica e a cadenzare il respiro. Oggi però mi è riuscito di coordinare bene il passo con il ritmo cardiaco e respiratorio e così ho provato a vivere un’esperienza anche meditativa. Mi sono accorta che è un sacco di tempo che non ho voglia di scrivere niente, né della mia vita né di quello che ho visto al cinema o sentito ai miei corsi. La vita scorre senza il bisogno di essere descritta, raccontata, decodificata attraverso l’unico strumento che conosca per provare ad unire i punti necessari a comporre una figura comprensibile con i miei passi random. Forse non è una cosa tanto brutta: se non scrivo è anche perché non sto soffrendo per qualcosa, che non ci sono lati oscuri del mio mondo interiore che confliggono con lo spazio che occupo e nel quali sono costretta a muovermi, spesso mio malgrado. Mentre correvo ho provato a riprendere il filo di quest’ultimo periodo che in fondo ritrova proprio nella calma la fonte della sua felicità. Ho pensato a quanto sia prezioso un cuore libero, non logorato da sentimenti passeggeri, deboli, distorti. Credo di essere stata innamorata per ogni istante della fase iniziale della mia vita fino a qualche anno fa. Poi, in un solo, fulgido istante, mi è stato tutto chiaro. Meravigliosamente chiaro: non ho mai capito l’amore e neppure l’ho mai davvero cercato per via di una convinzione più radicata della mia stessa volontà di smentirla. Per me l’amore esiste, eccome se esiste, ma è talmente raro che se davvero avessimo contezza di quanto piccola sia la sua probabilità di effettiva manifestazione per ciascuno di noi perderemmo pure la voglia di immaginarlo e augurarcelo. Ad un tratto mi è stato chiaro che il mio tempo e la mia pace meritavano scopi differenti. Se l’avessi capito prima adesso forse sarei meno indaffarata con la ricostruzione della mia autostima.

Cosa mi piace fare più di tutto? La tentazione di rispondere niente sarebbe fortissima. Nel fare nulla c’è per me tutta la gamma possibile degli stati di grazia: quello che si prova dopo una fatica, mentre si guarda un bel film direttamente dal letto, mentre ci si fa fare un massaggio, in riva al mare nei primi giorni di ferie, in aereo o in treno per un viaggio lungo. Fare nulla è il valore esatto di quello che sarei disposta a pagare ciò che credo di meritare. Pensavo a questo mentre correvo senza troppa fatica, ma sempre con l’intento di continuare ancora per molto, e ad un certo punto mi è tornato in mente quanto mi rilassi cucinare, cosa ha significato la scoperta dello yoga così in ritardo e quanto sia ossessionata da alcune posizioni ancora troppo difficili. Ho pensato ai miei silenzi prolungati e ai vecchi film che sto recuperando con calma perché le serie tv hanno malauguratamente preso il sopravvento nel mio tempo sempre troppo ridotto (detective Monk è una serie adorabile che non avevo mai intercettato. Le ossessioni maniaco-compulsive di Monk sono diventate anche tutte le mie). Ho pensato a quanto ami il venerdì pomeriggio ma che in realtà dovrei riuscire a pensare ad ogni istante della mia vita come ad un unico e continuo venerdì pomeriggio. E’ in questo flusso di coscienza, confluito nel sacro valore dell’armoniosa staticità, che ho portato a termine la mia lunga corsa all’aperto. Dieci km in scioltezza, una bella sudata, il cuore attivo ma senza affanno. Come tutto il resto. Che pace

Cosa mi invece piacerebbe fare più di tutto? Forse soltanto conservare questo stato d’animo, in fondo così insolito nell’economia della mia intera esistenza fino ad oggi, con l’aggiunta di qualcosa di veramente indimenticabile da raccontare. In mancanza, va bene anche così

mercoledì 1 maggio 2024

Piacere, Eramnesia

 Si chiama eramnesia. È la condizione che si prova quando si sente di essere nati nell’epoca sbagliata e ci si identifica con un periodo bene preciso del passato per valori, estetica del linguaggio, del vestire, delle architetture…una volta ho letto di un luogo dell’Inghilterra dove alcune signore si incontrano periodicamente per riprodurre esattamente una tipica giornata del periodo vittoriano:dall’abbigliamento, ai mezzi di trasporto, al cibo, alle ambientazioni domestiche…un intero set allestito non per fingere ma, al contrario, per darsi l’opportunità di essere finalmente se stessi in un contesto che si percepisce come proprio, familiare, adeguato alla propria identità. Lo trovai un esperimento molto affascinante. Forse vale per ognuno di noi, un po’ disagiati rispetto al presente e poco inclini all’accettazione delle anomalie del contemporaneo. Probabilmente è illusorio anche essere convinti che esistano mondi perfetti solo in quanto differenti dall’unico che ci è dato di conoscere, eppure, il fatto stesso di pensarsi altro, e altrove, mi pare già indicativo di una armonia faticosa con quello che ci è toccato come mondo in dotazione. Chissà.

Un giorno mi fu tutto chiaro. Un giorno mi sono resa conto che fin a quel momento avevo sempre preferito, forse addirittura scelto, lamentarmi per cose per le quali non mi andava di lottare, che trovavo normale essere ossessionata dalle persone a cui mi affezionavo e soffrire come un cane quando non ero ricambiata oppure data per scontata. Un giorno ho smesso. Così, senza pianificarlo: mi è sembrato naturalissimo passare dal dolore al disprezzo, dalla mortificazione all’indifferenza, dal lamento un po’ vile alla disciplina necessaria per raggiungere un obiettivo preciso. Ad un certo punto ho capito che, più che gli altri, io non mi piacevo abbastanza, che da un lato provavo a compiacere tutti pur di essere amata e apprezzata e dall’altro cercavo scappatoie assolutorie per evitare di affrontare gli ostacoli utili per autodefinirmi e amarmi il giusto che mi dovevo. Un giorno l’ho fatto e ho cominciato a pensare a tutti gli esseri assurdi e improbabili per i quali sono stata anche ossessionata per anni e li ho idealmente salutati col sorriso e l’imbarazzo di chi stenta a credere di aver potuto anche solo vagamente provato certe emozioni per persone che non significano più niente per me. E poi ho pensato a tutto quello che ho dovuto fare per arrivare a trovare questo lavoro, e anche quello precedente, e anche quello che c’è stato tra il primo e questo…e mi sono chiesta quando di preciso l’ho deciso e veramente voluto e perché poi è andata così e non in un altro modo. Un giorno ho capito quanto fosse tutto sbagliato - e che in fondo lo sapessi anche allora - e mi sono ricordata di quel disagio enorme a cui non sapevo dare un nome, mentre mi lasciavo umiliare da persone e situazioni che non mi sentivo addosso e dalle quali non riuscivo a scappare. Io me lo ricordo. Ricordo tutto intero quel carico di malessere, eppure c’era qualcosa di paralizzante che mi impediva di uscire da quella specie di gorgo che è stata la traccia appena abbozzata del mio destino fino ad oggi. Oggi quel disagio per fortuna è scomparso, forse solo perché ormai è troppo tardi per cambiare le cose e io mi sento assolta ormai dalla storia e dal suo epilogo. Il mio riscatto è nell’ anestesia emotiva di cui ho imparato a farmi scudo e che sento ormai come affine per un tempo che non sento mio e che mi interessa sempre di meno. 

Si chiama eramnsesia, la nostalgia di un tempo che non è quello presente. Eppure, se è vero che per me non riguarda neppure gli anni della giovinezza, sarei davvero curiosa di sapere, finalmente, quale sarebbe stato il tempo della mia perfetta aderenza tra quello che sono e quello in cui avrei potuto farlo sapere a tutti senza soffrirne


mercoledì 10 aprile 2024

Cosa non è successo?

 Ciò di cui non prendo appunti non esiste. Sono giorni e giorni che non scrivo nulla che mi aiuti a fissare ricordi scritti dei miei giorni che passano, come se averlo fatto per anni e con cadenza costante mi desse la garanzia di preservare scampoli di vita dotati di significato speciale. In realtà il vero peccato è che non scrivere per me vuol dire non riuscire a mettere in ordine i pensieri, non avere a fuoco la mia condizione del momento e sentirmi smarrita come certi pesci rossi che si muovo a caso in una boccia di vetro che non sentono come casa propria. Sono giorni che rincorro i miei obblighi e le scadenze senza aver ben chiara la direzione, ma nulla di quello che occupa il mio tempo è così poco importante da poter essere trascurato. E così mi ritrovo alla fine della giornata, in quel momento magico in cui riapro la porta di casa e rivedo il mio letto perfettamente in ordine e pronto a riaccogliermi, in cui alla consolazione per la fine di tutti gli impegni si sovrappone la sensazione straniante di non aver fatto nulla di quello che avrei davvero voluto: mi è mancato il tempo per finire il mio fumetto, quello per gettare via tutte le cose che non mi servono più, di andare al cinema, di recuperare i miei podcast preferiti. Quando rientro in casa è come se tutto questo ormai non fosse più recuperabile: dopo le 18:30 nulla di veramente costruttivo può essere intrapreso, secondo il mio perverso schema mentale che mi vuole a letto molto presto e sveglia prima dell’alba. Mi chiedo cosa ne sarebbe davvero di me se non avessi un lavoro con orari blindati e una routine quotidiana così militarmente concepita. Forse sarei una punkabbestia disadattata rincorsa dai servizi sociali.

Oppure il mio problema sta proprio tutto lì, proprio in quelle primissime ore della mattina, che sempre più spesso sono in realtà le ultime di una notte parecchio agitata. Io prima delle 5 ho bisogno di essere in piedi e di occuparmi di come assemblare il pranzo, della mia pratica yoga, dell’allenamento cardio e/o con i pesi, della mia doccia gelata (a volte anche calda, ma più sesso gelata e basta), dei miei due caffè a distanza di trenta minuti l’uno dall’altro, del letto da rifare…e di tutte le attività senza le quali non mi sento in diritto di uscire di casa. Per qualcuno è strano, per altri ridicolo, folle, infantile, insostenibile…per me è imprescindibile. Io tutti i giorni, in casa mia, devo cominciare così. Riesco a sovvertire le regole solo se vado in vacanza: in un albergo, in viaggio, la vita pare sorridermi non tanto per la novità dell’esperienza, ma perché riesco a sganciarmi dalla mia religione delle albe ad alto impatto traumatico. Anzi direi addirittura che il mio bisogno di vacanze coincida soprattutto con quello di riprendermi dai miei stessi risvegli, proprio quelli a cui nessuno mi obbliga veramente. Mi stanca di più la parte autonoma del mio tempo che quella obbligata e già per questo ci sarebbero tutti gli estremi per prendermi a schiaffi.


Non ho preso appunti eppure qualcosa di bello dovrebbe pure essermi successo. Ci penso e mi vengono in mente le solite cose che mi piacciono da sempre: una giornata intera dedicata al cinema, una colazione molto ricca e saporita dopo un allenamento che mi ha schiantato, un bel massaggio…ma alla fine perché dovrei appuntarmi dei momenti così trascurabili, per quanto gioiosi? Vorrei, per una volta, raccontare di qualche svolta epica, un cambiamento così radicale che sarebbe delittuoso non fissarlo con le giuste parole scritte e poi diffuse nell’etere a futura memoria, quando in questo non misurabile archivio immateriale rimarrà sospesa un’emozione senza precedenti che si ostinerà a sopravvivermi nel chiacchiericcio indifferente di un mondo che mi ha dimenticato o mai conosciuta e che io non riconoscerei neppure. Ma cosa potrebbe essere? Un incontro? Un nuovo lavoro o una ritrovata libertà espressiva? Una nuova casa? Una diversa coscienza di me? Una diversa percezione di tutto? No. Ancora non ci siamo. Ho fatto bene a non scrivere niente. Sono cambiate un po’ di cose. Ma nulla di nuovo esiste ancora davvero

In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...