lunedì 6 aprile 2026

Sentirsi a casa. Sì, ma quale?

 Sì è vero, “la realtà è scadente”. Saperlo serve solo per trovare pretesti per sfuggire da lei nei modi che più ci somigliano che per me sono film, serie, corse all’alba, passeggiate al parco a pensare o a parlare con chi sta messo come me. 

Ormai non ho più neppure la cucina in casa e sono circondata solo da scatoloni perché tra un paio di mesi abiterò altrove. Eggià, ho comprato una casa tutta nuova nella parte opposta a quella in cui vivo. Una nuova periferia che mi pare così diversa da questa a sud di Milano che credo che passerò un tempo di non poco smarrimento prima di riuscire a riassestarmi davvero. Ma ne avevo bisogno. Avevo bisogno di un po’ di spazio in più (non troppo, ma sì ci vuole), di un bel balcone, di giocare un po’ con l’arredamento e una cucina in cui poter fare quello che voglio in tutta comodità. Non so perché non ci abbia pensato prima: sono stata in questa casa per 17 anni considerandola da sempre come l’appoggio temporaneo che a stento accetterebbe una studentessa che va avanti con i buoni pasto. Credo che la risposta meno insensata stia nel fatto che non ho mai capito perché per me non abbia fatto mai una reale differenza l’avere o non avere soldi: la mia quotidianità non ha mai davvero subito delle variazioni di stile e così credo (anzi ahimè temo) di aver conservato quella logica tutta provinciale, e a tratti quasi reazionaria, che una grossa spesa possa essere giustificata soltanto da una solida idea di futuro e di stabilità, giammai per frivolezze da scalata sociale da esibire. E allora resta solo l’acquisto di una casa. E così, dopo 17 anni mi sono accorta che forse quella in cui vivo da così tanto tempo può anche chiudere la sua porta assieme a tutte le storie incredibili e meravigliose che ha accolto. Negli anni l’ho colorata, stravolta, risistemata, per poi farla tornare esattamente come era all’inizio. E mi rendo conto che forse è sempre stata questa la sua versione migliore, proprio come tutti i miei giri immensi attorno a cose che non mi somigliavano e che ad un certo punto ho deciso di lasciare così come volevano essere. Con la prossima vorrei non commettere nessun errore, vorrei che fosse comoda, accogliente, funzionale e con poche cose che però contano tutte. Che è poi quello che mi auguro per tutto quello che vorrei trattenere in questa seconda e di certo più breve fase della mia vita.

Sono stati giorni di sole luminoso, di passeggiate, corse e di un po’ di chiacchiere, di film belli e di quiete. È passato pure il mio papà per un paio di giorni e gli ho fatto vedere la casa in cui andrò ad abitare, l’ha trovata molto carina, sebbene altri due mesi senza cucina siano secondo lui davvero tanti.

Non lo so, la studentessa Erasmus che è in me la vive come un’avventura in cui esercitare un po’ di sana capacità di adattamento. Al contrario, la quasi cinquantenne che brontola dal sottoscala pensa che abbia aspettato fin troppo a posizionarmi su uno standard un po’ più degno di una persona matura con esigenze e possibilità decisamente più comode. Boh, in fondo chi stabilisce quello che ci serve davvero se non la nostra personalissima idea di benessere?

Intanto adesso sono al parco a godermi un sole ancora magnifico e gente che festeggia scanzonata con della carne orrenda che brucia sulla griglia, stamattina ero a correre e poi sono andata al cinema.

E ho pensato che il bello di avere una casa poco abitabile è che poi, senza volerlo, ti costringe a stare fuori molto di più. E stare fuori è sempre una buona idea

mercoledì 25 marzo 2026

Il sapore del mattone bagnato

 Ormai sono tornata a pieno titolo alle mie ordinarie faccende quotidiane. Tornare dai viaggi belli vuol dire affrontare la transizione verso la vita “precedente” con un bagaglio variegato di esperienze da catalogare e lasciar sedimentare in qualche posto accogliente della memoria, sperando che tutto quel mondo si mescoli con quello che siamo sempre stati fino a cambiarci, anche di poco. In fondo è questo il vero senso di certe esperienze: attraversarci-plasmarci-rinnovarci. Spero sia successo. Spero di rendermene conto. E che duri a lungo. 

Un po’ come capita col tofu. 

Prima di capirne le potenzialità mi rapportavo con il panetto di tofu con la stessa severa diffidenza di Homer Simpson quando lo definisce “una roba che ha il sapore di mattone bagnato” (ma quanto può rendere perfettamente l’idea una definizione simile!). Oggi credo che sia uno degli alimenti per me più preziosi e versatili tra tutti i cibi esistenti. E il motivo è proprio nella sua permeabilità a qualsiasi sapore gli venga accostato e quella sua capacità di diventare tutt’altro con un mix ben dosato di ingredienti che si combinano bene tra loro. Oggi so come lavorarlo e trasformarlo in qualcosa che non somiglia a nient’altro ma che nel gioco dei sapori, della cottura e delle consistenze mi restituisce un piatto sostanzialmente irripetibile e “attraversato-plasmato-rinnovato” proprio come quando si ritorna da un viaggio.

Stamattina sono rientrata in ufficio dopo quasi un mese ma prima mi sono regalata una lunga corsa affiancata da un’alba, incurante della sua potenza e del suo splendore crescente man mano che coprivo la mia distanza, mentre combattevo con un mal di testa fortissimo su cui poi ho avuto la meglio. Era da tempo che non lo facevo e invece oggi la luce e la temperatura mi sono sembrate delle alleate meravigliose che mi sussurravano “Lucia non puoi perderti questo inizio. Non oggi che hai un’emicrania che non ti lascerà in piedi”. Meno male che ho lasciato convincermi, perché dopo mi è sembrato tutto più semplice perché l’ossigeno, una sudata all’aperto, il sole, il mal di testa che passava, la campagna…cambiano tutto. Se non lo avessi fatto sarei rimasta un mattone bagnato, un’occasione perduta, una pedina insapore manipolata da emicrania e cartellino”

Oggi è una giornata epocale per la politica italiana e questo solo grazie ad un referendum che nella teoria non ha generato alcun cambiamento e nei fatti ha scoperchiato un vaso di Pandora fatto di mele marce che grazie ai risultati clamorosi di un rifiuto collettivo ad un cambiamento non richiesto stanno piano piano abbandonando il campo. C’è del tofu  anche in questo bizzarro tentativo di alterare i sapori usando ingredienti tossici che poi per fortuna vengono buttati via giusto in tempo.

E così ho pensato che in fondo è di grande conforto poter contare su una base apparentemente neutra di riscrittura delle cose di questo mondo pazzo, soprattutto quando poi ci si accorge di avere già tutto quello che serve per farla come si deve. Funziona sempre? Non lo so. Ma io mai più senza mattoni bagnati



domenica 15 marzo 2026

L’arte di ritornare

 La valigia è di nuovo pronta. Domani ritorno a casa e credo che faticherò a crederci per un tempo pari al numero di casini che mi aspettano, proprio come fanno certe mamme quando dicono ai figli “vieni qui che non ti faccio niente”. Cosa ricorderò di questo viaggio così variegato e carico di cose che non avevo neppure lontanamente previsto? Cosa posso permettermi di raccontare senza apparire scontata? Si è mai sentito uno che è andato in Patagonia e non l’ha trovata fantastica? Che di fronte al Perito Moreno non abbia pensato almeno per un istante che fosse una delle cose più meravigliose che gli occhi abbiano avuto il privilegio di vedere? Sono state due settimane di avventure variegate, faticose o faticosissime, di imprevisti e inciampi non voluti, di meraviglie da contemplare e attraversare. E di altro. Che non avevo previsto e che mi è piaciuto accogliere con la giocosa baldanza delle cose belle che hanno una fine proprio nella scadenza tassativa con cui nascono. Certi viaggi sono belli perché non tutto può diventare racconto e rimane esperienza intima, personalissima e non condivisa se non da chi l’ha vissuta, forse scelta, sicuramente sentita.

Quando sai di trovarti alla fine del mondo può capitare che ti metti a pensare che dopo, quando sei di nuovo tra i tuoi spazi soliti e ricominci, pensi di non farlo da dove eri rimasto, o perlomeno per me in questo momento è così, è come se ti sentissi in diritto di ripartire da zero, quasi a concederti la speranza o la possibilità di un restart dalla tua vita precedente dandole forma e consistenza nuova. Almeno questo è quello che ho creduto di pensare io in mezzo a una natura e uno scenario che non mi erano familiari e che mi suggerivano in ogni momento che le ipotesi nuove sono un modo formidabile di ridisegnare la vita da questo momento in poi. Ma forse è soltanto una delle mie solite suggestioni. Forse, molto più plausibile rimane l’ipotesi che appena rivedrò Milano, la mia casa semivuota, gli impicci che mi aspettano al varco, il mio cervello tornerà quello di sempre assieme all’ansia del tempo che mi pare sempre poco, agli allenamenti delle 5, il lavoro, il rubinetto in bagno che non so cosa voglia da me, gli scatoloni, il mal di testa della sera…

Forse è solo che i viaggi sono faticosi perché tutti sanno sempre come prepararne uno. Ma poi sono davvero pochi quelli che ti dicono come si organizza davvero il ritorno

mercoledì 25 febbraio 2026

“È tutto finto”

 Ci sono dentro come in un gorgo  che mi risucchia a intervalli regolari in queste giornate complicate, tra vernice fresca, scatoloni, problemi organizzativi che vorrei poter delegare a qualche anima generosa carica di pietà per i miei giorni vaghi e fitti di piccole, insidiose incombenze con le scadenze ravvicinate. Ci sono dentro fino in fondo. Del caso Epstein vorrei sapere tutto, ogni più piccola questione, non soltanto quelle di enorme rilevanza internazionale. Credo che la sua sia una delle storie più affascinanti, e allo stesso tempo allucinanti, che mi sia mai capitato di scoprire e inseguire con la smania di chi pensa che il destino dell’umanità passi per quell’impianto gigantesco sul quale si muoveva con la ferocia tattica di una tigre in procinto di attaccare. Ho letto tutto quello che mi è stato possibile, ascoltato più volte le interviste agli amici e complici a cui si concedeva, ho visto alcuni dei moltissimi files raccapriccianti che avevano la sua isola o la sua casa di Manhattan come teatro di certi riti macabri che solo una mente malata potrebbe anche solo concepire. E devo ammettere una cosa, una di quelle che disorientano. Io credo che fosse un uomo di grande fascino e una non comune capacità di persuasione. Non mi stupisce che avesse in pugno anche persone insospettabili del mondo intellettuale e della comunicazione e credo che questo prescinda dalla tessitura diabolica orchestrata con i ricatti, il compromesso, la corruzione e tutta la fitta rete di relazioni basate sulla dipendenza economica, finanziaria, strategica con le élite mondiali. Confesso che sono sicura che lo avrei trovato interessante e persino divertente, come tutte le personalità complesse e cariche di ogni contraddizione possibile.

Sì, era un pedofilo e un pu**aniere ossessionato senza rimedio, un truffatore molto abile che si è arricchito velocemente grazie sostanzialmente all’amicizia di una sola persona, ma quella giusta al momento giusto: il CEO di Victoria’s secrets. Pare che fosse un uomo dal pensiero veloce, intuitivo, fortemente empatico. Un manipolatore abilissimo, capace di sapere esattamente cosa volessero davvero gli uomini potenti e ricchi che gli chiedevano consulenza dopo che era riuscito a fare il suo salto reputazionale.

Una delle cose che ho ascoltato e che più mi hanno colpito è stata la dichiarazione di un famoso podcaster americano che raccontava che quando andò nella sua enorme casa di Manhattan ne fu così impressionato che disse “Wow!” e a allora Epstein, battendo la mano su una parete in cartongesso gli rispose “oh, no. È tutto finto”. Quella villa di sette piani gli fu regalata proprio dal manager di Victoria’s secret e valeva al tempo 77 milioni di dollari. Io penso, alla luce di tutto quello che ho visto e letto, che banalizzare la figura, bollandolo semplicemente come un pedofilo o un allegro cialtrone, non restituisce davvero il peso specifico di un uomo capace di manovrare i fili di tutti i punti nevralgici del potere ai suoi massimi livelli.

Tutto questo per dire che ci sono momenti, nella vita di una persona che non ha per fortuna mai osato tanto, in cui si fanno i conti con ore, giorni e mesi nei quali la sola domanda è “ma cosa non sta succedendo nella mia vita? E perché?” e sembra bello persino occuparsi in modo appassionato delle traiettorie altrui, rovistare nel marcio e nel torbido di certe esistenze che non sono il semplice frutto della fantasia di uno scrittore malato. Sono loro stesse le trame avvincenti di un vissuto reale. A noi è per un po’ concesso il grande privilegio di provare a ricostruire la loro parte più intima, le sensazioni estreme che li hanno condotti a certe azioni, il vortice in cui sono forse loro malgrado finiti senza la possibilità di fermarsi o fare retromarcia. Confesso che ho trovato tutto estremamente affascinante pur senza considerarlo perdonabile.

E cosi, mentre vivo nella certezza assoluta che Epstein non si sia suicidato e che forse sarebbe stato l’eccellente matematico che desiderava diventare, se soltanto avesse controllato meglio quella sua smania esplosiva di gioventù, provo a scordarmi di questi giorni strani, con gli scatoloni in mezzo alla stanza e le domande senza risposta su cosa non è successo e perché.


venerdì 13 febbraio 2026

Nel frattempo

 Dei miei silenzi prolungati posso perdonarmi solo se ho da fare cose che poi avrò voglia di raccontare con i dovuti dettagli. Se non prendo nota è quasi sempre per la paura di dire male i piccoli ma cruciali cambiamenti che mi suggeriscono le strade nuove su cui avviare percorsi differenti. E così, tanto per cominciare, è  successo che mi sono messa a ristrutturare questa casa piccolina che mi custodisce da 16 anni. Non è la prima volta: avevo fatto costruire un soppalco e adesso l’ho fatto togliere e poi un armadio a muro che ora non c’è più. Le avevo dato tanti colori e adesso invece è tutta bianca, avevo troppi mobili e ora c’è solo spazio ritrovato. Volevo farlo da anni ma trovavo sempre il modo di rimandare: è incredibile la quantità di scuse validissime che riusciamo a trovare per impedirci di fare quello che ci interessa solo perché non conosciamo la formula magica del “tutto e subito”. Ora sono qui, in questa casa pulita e semivuota, dove ormai manca solo la cucina, e mi pare di dover prendere confidenza con uno spazio tutto nuovo dentro un bianco dominante a cui non ero più abituata. Credo di aver fatto bene. Oppure volevo solo complicarmi un po’ la vita e cambiare almeno le cose che si lasciano cambiare senza discutere.

È già passato un anno dalla mia prima volta a New York. Mi  pare ieri, forse perché in realtà ci sono ritornata a distanza di pochi mesi, nonostante abbia avuto l’impressione di aver visto due città completamente diverse. Proprio come la mia casina che cambia pur rimanendo la stessa. Proprio come tutto, forse. 

Nel frattempo ho cambiato pure piattaforma per allenarmi: da quando una delle insegnanti è diventata mamma mi sembra meno interessante, meno motivata, meno centrata su tutto quello per cui prima mi restituiva energia e stimoli. E mi pare anche meno felice, ma questo in realtà può saperlo soltanto lei. Io non ricevo più gli stessi spunti e ne ho approfittato per abbandonare anche questa modalità di allenamento a favore di altre.

Eppure a me i cambiamenti mica piacciono davvero. Io sono progettata per la routine, le abitudini insindacabili, la prevedibilità delle cose che so di poter controllare. Se decido di cambiare è perché sono satura, perché lo sforzo titanico che richiede un riassestamento su nuovi equilibri sarà ripagato adeguatamente, perché la novità mi aiuterà a raggiungere prima i miei scopi. E poi quest’anno è un po’ più delicato, mentre procede spedito con la grossa impronta che porta il 50. Un cambiamento di quelli seri, soprattutto perché scanditi senza le tappe ortodosse di marito/figli/ “adultescenza” canonica. Mi fa strano eppure mi piace in fondo. Mi piace non essere innamorata, mi piace non avere la responsabilità di nessuno, mi piace usare i miei soldi dovendo fare i conti senza farci stare dentro pure i compromessi di progetti condivisi, mi piace parlare da sola e ascoltare ognuna delle mie voci possibili per arrivare al punto. Mi piace non dare fastidio a nessuno.

Sono belle le pareti bianche. Ci passano sopra le ombre di tutto quello che si muove tra il cono di luce e il limite che le ospita. Assieme a tutte le infinite possibilità di una loro riscrittura. Ho fatto proprio bene




sabato 24 gennaio 2026

“so(cial)itudine”

 E ad un certo punto smetti. Smetti di farti i selfie, come se fino ad ora rappresentassero davvero la maniera per ricordare al mondo che ci sei anche tu che fai cose, vedi gente, visiti luoghi. Smetti di postare gli allenamenti perché guai a far pensare che non hai sempre la motivazione a mille e rimani centrato sugli obiettivi di medio termine. Smetti di dimostrare mostrando. I social non mi aiutano più a sentirmi meno sola o meno perplessa sulle cose che provo a capire mentre affido al tempo il compito di stabilire quando tutto riesca a diventare chiaro.

Ho lasciato che questo inizio d’anno occupasse il suo spazio con un ingresso senza i clamori di un’accoglienza trionfale: non vedo in lui quella luce che già mancava in quello prima, oppure sono io ancora troppo stanca per pensare già a ricominciare. Ma poi cosa davvero comincia e cosa finisce in questa parte della vita in cui non ci si sente né arrivati né pronti a partire, quando buona parte del futuro si è scritto e il passato ha accumulato cianfrusaglie che non avevi previsto e non hai ancora la forza di buttar via. Tra poco più di sei mesi compirò 50 anni e ancora non ho capito se questa cosa abbia un’incidenza anche tacita sul mio rinnovato atteggiamento verso il tempo e la sua velocità. Cosa mi manca? Cosa non mi è successo se neppure so cosa ho perso davvero? Cosa avrei potuto e dovuto fare senza arrovellarmi tra rimorsi che neppure riesco a quantificare?

Sono giù in Campania da tre giorni. Ho trovato un micio completamente malandato di cui sto provando ad occuparmi, ma mi pare quasi impossibile che riuscirà a salvarsi, però è tenero e bendisposto. Faccio il tifo per lui. Qui ci sono le arance che raccolgo direttamente dall’albero e una quantità di spazio a cui non sono più abituata. Ci sono i problemi irrisolvibili di sempre e le prove impietose degli ultimi 17 anni non condivisi con i miei. C’è una casa che vorrebbe manutenzioni e cure che loro non sono più in grado di darle e la sensazione che sarebbe già abbastanza consolatorio se nel futuro tutto restasse almeno così come è. 

Gennaio è faticoso, freddo, ha il piglio giudicante di chi si sente in diritto di dettare ritmi e obiettivi per tutto il resto dei mesi. Ma stavolta mi sono concessa il lusso di lasciarlo passare senza cedere alla sottomissione da cerimonia inaugurale: non permetto che sia lui a farmi stilare la to-do-list, non mi farò intimidire da un accumulatore di ansie e di sfide senza premio finale. Se esiste una “sindrome dell’impostore” e se è vero che io ne sono costantemente affetta, tanto vale giocarci assieme e farci pace invece che provare a dimostrare a me stessa che sono più forte delle mie paranoie. Giusto per una volta, giusto per vedere l’effetto che fa. 

Tra poco più di un mese partirò per un viaggio lungo. Un tour di gruppo che ho appena saputo faremo in undici e tutti con partenza in solitaria. Partire da soli non è più così originale e impensabile come fino a qualche tempo fa, quando mi capitava di passare per quella strana, in cerca di chissà quale avventura o semplicemente incosciente. E confesso che questa cosa mi pare una gran bella sorpresa. L’ultimo viaggio di gruppo che avevo fatto era stato in Islanda. Fu tutto bello ma confesso che stare troppo tempo con la coppia di leghisti incarogniti con il resto dell’Italia tranne il Veneto e con la coppia padre-figlia che si era ritirata in un casolare in Umbria per non dover più vedere gente…mi fece pensare che i gruppi sono faticosi mica solo perché io non sono troppo socievole. Lo sono perché i rapporti di forza interni sono sbilanciati. E perché la gente brutta, quando può contare su qualche affiliato che gli dia corda, riesce a moltiplicare la sua bruttezza. Stavolta saremo un gruppo di atomi che devono interagire in solitaria e sento che ci saranno dinamiche tutte diverse da sperimentare. Per ora mi fa piacere. Poi chissà.

Il 2026 è in piena attività eppure della sua presenza si ha contezza solo per questo malinconico gioco dei ricordi/confronto col 2016, forse giusto per chiarire che in fondo quello che ne è di noi è tutta colpa degli anni precedenti. Ha ragione. È sempre colpa degli anni precedenti. E allora grazie assai, caro gennaio 2026. Non hai ancora  fatto niente di male e nessuno sa ancora che intenzioni hai. E per ora io non potrei chiedere di meglio


domenica 4 gennaio 2026

Siamo quello che cominciamo a portare a termine

 Alla fine è davvero finito. Era da quando è cominciato il 2025 che ne desideravo la conclusione rapida e più indolore possibile. Credo di aver sopportato tutto quell’anno solo grazie alla complicità di questa certezza: quella che tutte le cose hanno un termine, persino quelle che neppure volevi che cominciassero. Credo che questa mia smania fosse dovuta al fatto che le cose che mi importano davvero hanno un respiro più lungo di un singolo anno solare e allora vivo nell’idea distorta che fino a quando non succedono tutto il resto è solo interlocutorio, superfluo, irrilevante, un rumore di fondo senza partitura. Nulla di più falso, lo so, ma io vivo di sensi di colpa e di smanie e quindi non mi è concessa la soddisfazione di godermi il percorso. Che poi, a conti fatti, è stato pure un anno bello, tra i viaggi che sognavo da una vita e la sensazione che anche la sola buona salute sia sufficiente ad essere grati.

Ho vissuto d’ansia tutta la vita senza mai capire perché assecondare le pretese altrui fosse la cosa giusta da fare, ho davvero creduto alla storia che siamo quello che mangiamo; sono secoli che non ho il privilegio di una creatività potenziata dall’innamoramento tormentato per qualcuno che poi dimenticherò con la stessa facilità con cui scrivevo “solo lui o nessuno”; mi sono resa conto di alcune cose che sono storte da quando sono nata solo alla soglia dei 50 e questa cosa mi fa sentire sentire come vittima di un perenne inganno che - scoperto per tempo - mi avrebbe garantito tutt’altro destino.

Non siamo quello che mangiamo perché la verità è che piuttosto siamo quello che assimiliamo. Vale per il cibo, vale per le esperienze, vale per la fortuna che ci capita. E quello che assimiliamo credo che dipenda dalla nostra capacità di ricezione di quel momento. Il metabolismo rallenta solo quando diveniamo pigri, demotivati, passivi. Vale per il nutrimento in senso ampio. Vale forse per tutto. E mi piacerebbe poter dire che in mezzo ci passino soltanto la volontà e la determinazione. Di fatto credo che dipenda dalla pesantezza dell’aria e dal senso di oppressione che proviamo anche soltanto pensando in che tempo ci muoviamo, quanto sangue di fratelli più o meno vicini troviamo normale e necessario che sia versato, abbandonati su un divano ancora comodo e con le migliori serie tv ancora da finire. La pesantezza dell’aria è il rapporto tra drammi collettivi e condizione individuale. Di solito è molto alta e metabolizzarla  è giusto che diventi impegnativo. Di mio non so cosa potrei fare: non sono un’attivista, non saprei che tipo aiuto potrei dare e per quanto l’indignazione non sia di alcuna utilità, conservo nell’ottimismo delle attese la speranza che prima o poi le cose si aggiusteranno almeno un poco. Non è vero, per il momento non lo credo davvero ma ci provo per riuscirci.

Sono quattro giorni che ho lasciato il 2025 e altrettanti che ho finalmente realizzato il desiderio di non vederlo più. Dovrei aver risolto ormai. E invece, ovviamente, no. Che il nuovo anno abbia fine.

Sentirsi a casa. Sì, ma quale?

 Sì è vero, “la realtà è scadente”. Saperlo serve solo per trovare pretesti per sfuggire da lei nei modi che più ci somigliano che per me so...