venerdì 13 febbraio 2026

Nel frattempo

 Dei miei silenzi prolungati posso perdonarmi solo se ho da fare cose che poi avrò voglia di raccontare con i dovuti dettagli. Se non prendo nota è quasi sempre per la paura di dire male i piccoli ma cruciali cambiamenti che mi suggeriscono le strade nuove su cui avviare percorsi differenti. E così, tanto per cominciare, è  successo che mi sono messa a ristrutturare questa casa piccolina che mi custodisce da 16 anni. Non è la prima volta: avevo fatto costruire un soppalco e adesso l’ho fatto togliere e poi un armadio a muro che ora non c’è più. Le avevo dato tanti colori e adesso invece è tutta bianca, avevo troppi mobili e ora c’è solo spazio ritrovato. Volevo farlo da anni ma trovavo sempre il modo di rimandare: è incredibile la quantità di scuse validissime che riusciamo a trovare per impedirci di fare quello che ci interessa solo perché non conosciamo la formula magica del “tutto e subito”. Ora sono qui, in questa casa pulita e semivuota, dove ormai manca solo la cucina, e mi pare di dover prendere confidenza con uno spazio tutto nuovo dentro un bianco dominante a cui non ero più abituata. Credo di aver fatto bene. Oppure volevo solo complicarmi un po’ la vita e cambiare almeno le cose che si lasciano cambiare senza discutere.

È già passato un anno dalla mia prima volta a New York. Mi  pare ieri, forse perché in realtà ci sono ritornata a distanza di pochi mesi, nonostante abbia avuto l’impressione di aver visto due città completamente diverse. Proprio come la mia casina che cambia pur rimanendo la stessa. Proprio come tutto, forse. 

Nel frattempo ho cambiato pure piattaforma per allenarmi: da quando una delle insegnanti è diventata mamma mi sembra meno interessante, meno motivata, meno centrata su tutto quello per cui prima mi restituiva energia e stimoli. E mi pare anche meno felice, ma questo in realtà può saperlo soltanto lei. Io non ricevo più gli stessi spunti e ne ho approfittato per abbandonare anche questa modalità di allenamento a favore di altre.

Eppure a me i cambiamenti mica piacciono davvero. Io sono progettata per la routine, le abitudini insindacabili, la prevedibilità delle cose che so di poter controllare. Se decido di cambiare è perché sono satura, perché lo sforzo titanico che richiede un riassestamento su nuovi equilibri sarà ripagato adeguatamente, perché la novità mi aiuterà a raggiungere prima i miei scopi. E poi quest’anno è un po’ più delicato, mentre procede spedito con la grossa impronta che porta il 50. Un cambiamento di quelli seri, soprattutto perché scanditi senza le tappe ortodosse di marito/figli/ “adultescenza” canonica. Mi fa strano eppure mi piace in fondo. Mi piace non essere innamorata, mi piace non avere la responsabilità di nessuno, mi piace usare i miei soldi dovendo fare i conti senza farci stare dentro pure i compromessi di progetti condivisi, mi piace parlare da sola e ascoltare ognuna delle mie voci possibili per arrivare al punto. Mi piace non dare fastidio a nessuno.

Sono belle le pareti bianche. Ci passano sopra le ombre di tutto quello che si muove tra il cono di luce e il limite che le ospita. Assieme a tutte le infinite possibilità di una loro riscrittura. Ho fatto proprio bene




sabato 24 gennaio 2026

“so(cial)itudine”

 E ad un certo punto smetti. Smetti di farti i selfie, come se fino ad ora rappresentassero davvero la maniera per ricordare al mondo che ci sei anche tu che fai cose, vedi gente, visiti luoghi. Smetti di postare gli allenamenti perché guai a far pensare che non hai sempre la motivazione a mille e rimani centrato sugli obiettivi di medio termine. Smetti di dimostrare mostrando. I social non mi aiutano più a sentirmi meno sola o meno perplessa sulle cose che provo a capire mentre affido al tempo il compito di stabilire quando tutto riesca a diventare chiaro.

Ho lasciato che questo inizio d’anno occupasse il suo spazio con un ingresso senza i clamori di un’accoglienza trionfale: non vedo in lui quella luce che già mancava in quello prima, oppure sono io ancora troppo stanca per pensare già a ricominciare. Ma poi cosa davvero comincia e cosa finisce in questa parte della vita in cui non ci si sente né arrivati né pronti a partire, quando buona parte del futuro si è scritto e il passato ha accumulato cianfrusaglie che non avevi previsto e non hai ancora la forza di buttar via. Tra poco più di sei mesi compirò 50 anni e ancora non ho capito se questa cosa abbia un’incidenza anche tacita sul mio rinnovato atteggiamento verso il tempo e la sua velocità. Cosa mi manca? Cosa non mi è successo se neppure so cosa ho perso davvero? Cosa avrei potuto e dovuto fare senza arrovellarmi tra rimorsi che neppure riesco a quantificare?

Sono giù in Campania da tre giorni. Ho trovato un micio completamente malandato di cui sto provando ad occuparmi, ma mi pare quasi impossibile che riuscirà a salvarsi, però è tenero e bendisposto. Faccio il tifo per lui. Qui ci sono le arance che raccolgo direttamente dall’albero e una quantità di spazio a cui non sono più abituata. Ci sono i problemi irrisolvibili di sempre e le prove impietose degli ultimi 17 anni non condivisi con i miei. C’è una casa che vorrebbe manutenzioni e cure che loro non sono più in grado di darle e la sensazione che sarebbe già abbastanza consolatorio se nel futuro tutto restasse almeno così come è. 

Gennaio è faticoso, freddo, ha il piglio giudicante di chi si sente in diritto di dettare ritmi e obiettivi per tutto il resto dei mesi. Ma stavolta mi sono concessa il lusso di lasciarlo passare senza cedere alla sottomissione da cerimonia inaugurale: non permetto che sia lui a farmi stilare la to-do-list, non mi farò intimidire da un accumulatore di ansie e di sfide senza premio finale. Se esiste una “sindrome dell’impostore” e se è vero che io ne sono costantemente affetta, tanto vale giocarci assieme e farci pace invece che provare a dimostrare a me stessa che sono più forte delle mie paranoie. Giusto per una volta, giusto per vedere l’effetto che fa. 

Tra poco più di un mese partirò per un viaggio lungo. Un tour di gruppo che ho appena saputo faremo in undici e tutti con partenza in solitaria. Partire da soli non è più così originale e impensabile come fino a qualche tempo fa, quando mi capitava di passare per quella strana, in cerca di chissà quale avventura o semplicemente incosciente. E confesso che questa cosa mi pare una gran bella sorpresa. L’ultimo viaggio di gruppo che avevo fatto era stato in Islanda. Fu tutto bello ma confesso che stare troppo tempo con la coppia di leghisti incarogniti con il resto dell’Italia tranne il Veneto e con la coppia padre-figlia che si era ritirata in un casolare in Umbria per non dover più vedere gente…mi fece pensare che i gruppi sono faticosi mica solo perché io non sono troppo socievole. Lo sono perché i rapporti di forza interni sono sbilanciati. E perché la gente brutta, quando può contare su qualche affiliato che gli dia corda, riesce a moltiplicare la sua bruttezza. Stavolta saremo un gruppo di atomi che devono interagire in solitaria e sento che ci saranno dinamiche tutte diverse da sperimentare. Per ora mi fa piacere. Poi chissà.

Il 2026 è in piena attività eppure della sua presenza si ha contezza solo per questo malinconico gioco dei ricordi/confronto col 2016, forse giusto per chiarire che in fondo quello che ne è di noi è tutta colpa degli anni precedenti. Ha ragione. È sempre colpa degli anni precedenti. E allora grazie assai, caro gennaio 2026. Non hai ancora  fatto niente di male e nessuno sa ancora che intenzioni hai. E per ora io non potrei chiedere di meglio


domenica 4 gennaio 2026

Siamo quello che cominciamo a portare a termine

 Alla fine è davvero finito. Era da quando è cominciato il 2025 che ne desideravo la conclusione rapida e più indolore possibile. Credo di aver sopportato tutto quell’anno solo grazie alla complicità di questa certezza: quella che tutte le cose hanno un termine, persino quelle che neppure volevi che cominciassero. Credo che questa mia smania fosse dovuta al fatto che le cose che mi importano davvero hanno un respiro più lungo di un singolo anno solare e allora vivo nell’idea distorta che fino a quando non succedono tutto il resto è solo interlocutorio, superfluo, irrilevante, un rumore di fondo senza partitura. Nulla di più falso, lo so, ma io vivo di sensi di colpa e di smanie e quindi non mi è concessa la soddisfazione di godermi il percorso. Che poi, a conti fatti, è stato pure un anno bello, tra i viaggi che sognavo da una vita e la sensazione che anche la sola buona salute sia sufficiente ad essere grati.

Ho vissuto d’ansia tutta la vita senza mai capire perché assecondare le pretese altrui fosse la cosa giusta da fare, ho davvero creduto alla storia che siamo quello che mangiamo; sono secoli che non ho il privilegio di una creatività potenziata dall’innamoramento tormentato per qualcuno che poi dimenticherò con la stessa facilità con cui scrivevo “solo lui o nessuno”; mi sono resa conto di alcune cose che sono storte da quando sono nata solo alla soglia dei 50 e questa cosa mi fa sentire sentire come vittima di un perenne inganno che - scoperto per tempo - mi avrebbe garantito tutt’altro destino.

Non siamo quello che mangiamo perché la verità è che piuttosto siamo quello che assimiliamo. Vale per il cibo, vale per le esperienze, vale per la fortuna che ci capita. E quello che assimiliamo credo che dipenda dalla nostra capacità di ricezione di quel momento. Il metabolismo rallenta solo quando diveniamo pigri, demotivati, passivi. Vale per il nutrimento in senso ampio. Vale forse per tutto. E mi piacerebbe poter dire che in mezzo ci passino soltanto la volontà e la determinazione. Di fatto credo che dipenda dalla pesantezza dell’aria e dal senso di oppressione che proviamo anche soltanto pensando in che tempo ci muoviamo, quanto sangue di fratelli più o meno vicini troviamo normale e necessario che sia versato, abbandonati su un divano ancora comodo e con le migliori serie tv ancora da finire. La pesantezza dell’aria è il rapporto tra drammi collettivi e condizione individuale. Di solito è molto alta e metabolizzarla  è giusto che diventi impegnativo. Di mio non so cosa potrei fare: non sono un’attivista, non saprei che tipo aiuto potrei dare e per quanto l’indignazione non sia di alcuna utilità, conservo nell’ottimismo delle attese la speranza che prima o poi le cose si aggiusteranno almeno un poco. Non è vero, per il momento non lo credo davvero ma ci provo per riuscirci.

Sono quattro giorni che ho lasciato il 2025 e altrettanti che ho finalmente realizzato il desiderio di non vederlo più. Dovrei aver risolto ormai. E invece, ovviamente, no. Che il nuovo anno abbia fine.

Nel frattempo

 Dei miei silenzi prolungati posso perdonarmi solo se ho da fare cose che poi avrò voglia di raccontare con i dovuti dettagli. Se non prendo...