Quando è cominciato agosto ho pensato soltanto che non ce l’avrei fatta a superare anche lui. Sono ormai sei mesi che vivo in una casa in cui ho soltanto un letto e un forno a microonde. Il trasloco è, in teoria, previsto per il mese prossimo. Nel frattempo dovrei anche fare il mio viaggio eroicamente programmato in solitaria perché ho autonomamente deciso che non posso aspettare un secondo di più. Agosto mi è sembrato la sfida definitiva, il prezzo senza sconto del grande salto che vagheggio da così tanto tempo che ormai non lo credo neppure realistico. Intanto mi godo la fine di questa estate anomala: è un po’ la rivincita di chi non ha ancora consumato le proprie ferie il pensare che la fine dell’estate sia in realtà l’inizio di una propria stagione interiore che si incastra in ritmi e scansioni decise quando gli altri non possono più.
E poi Milano, depurata dalla sua classica frenesia, sembra agevolare pure certe aspirazioni “trasformative” del tipo “mai più farò così, dirò così, mi farò trattare così” ma in realtà non mi importa più molto questo tipo di deviazioni di condotta: mi sono persuasa che il mio approccio agli altri sia ciò che a conti fatti mi protegge dall’irreparabile e che preferisco le piccole delusioni da frequentazioni, che passano con la leggerezza delle piccole sviste, ai traumi da risvegli tardivi accanto a mostri che intanto hanno parassitato l’anima delle proprie vittime per una intera vita. A me diverte ancora vedere l’effetto che fa un gesto generoso, una cura o un’attenzione precisa, per poi testare se e quanto venga apprezzato col cuore o se si riveli un mero approfittare gretto che poi io finirò col non perdonare mai più. Notarlo presto, capire fin da subito chi si ha di fronte io riesco a scoprirlo soltanto così. E pazienza se il risultato fino ad ora è di quelli da profondo sconforto. La consapevolezza mi aiuta a gestire meglio un temperamento che in passato è stato inutilmente romantico..
Oggi ho fatto un sopralluogo nella mia futura casa per prendere delle misure e mi sono soffermata per qualche minuto sulla cosa che mi piace di più di quel futuro posticino che mi sono scelta: il terrazzo. Il terrazzo è di una bellezza che mi commuove e che non mi pare ancora vero sia tutto mio. Mi ci sono immaginata seduta, su una poltrona comoda a contemplare il giardino enorme che si sviluppa di fronte, con quella luce magnifica del primo pomeriggio, con qualche buon amico a chiacchierare di cose lievi, a parlare di cinema, a farmi spiegare come si curano le piante che scioglierò di avere e che non ho mai saputo come far sopravvivere. Ho immaginato un momento normalissimo di vita che in questo momento sento di desiderare più di ogni altra cosa e mi pare incredibile che tra qualche giorno possa essere realtà. Che gioia il solo pensiero.
Oggi moriva, nel 1982, Ingrid Bergman, forse la mia idea di bellezza più vicina alla divinità. Non sapevo però che se ne fosse andata nello stesso giorno del suo compleanno e mi è sembrato un modo esatto di concludere un’esistenza che è stata “circolare” anche nella sua dinamica interna: nata in Svezia e poi ritornata in patria soltanto dopo giri immensi per lavoro, famiglia, amori tutto vissuto con l’intensità e il coraggio di chi sa esattamente come percorrere il proprio cammino.
Mi sono cimentata in una japanese cheese cake malgrado in questo momento disponga soltanto di un forno a microonde multifunzione. È perfetta e anche questo mi pare un fatto incredibile: soffice, umida, gustosa proprio come la desideravo. Non avevo nulla da festeggiare. Ma non era vero.

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