mercoledì 1 luglio 2015

Segni indelebili

Quando decisi di farne uno avevo trentasei anni suonati. Mille dubbi e perplessità pur sapendo che lo avevo sempre voluto. Ma come si fa...ma mi posso fidare...ma da chi vado...
Poi un giorno mi decido e vado dalla collega più dark/punk/hard rock che abbia mai conosciuto e le chiedo tutto. Mi voglio fare un tatuaggio ma tengo paura. Lei, che ne è coperta dalla testa ai piedi, mi guarda come un'aliena, trovando strano proprio tutto quel mio assurdo timore. E così dopo due giorni mi prende e mi porta dal suo tatuatore. Mi dice che posso chiedergli qualunque cosa che tanto lui è l'equivalente maledetto di Caravaggio ( ...giusto così per rassicurami....).
Era un caldissimo pomeriggio di giugno, Caravaggio aveva appena fumato, era un po' ubriaco e, mentre io provavo a decidere cosa farmi imprimere per tutta la vita sulla pelle, lui continuava a ripetere che quel giorno non aveva proprio voglia e che gli si chiudevano gli occhi dal sonno.
Gli dico che posso ritornare un'altra volta, ma lui mi "rassicura" e mi dice che mi farà quello che gli chiederò.

Ancora oggi non so come feci a decidere di fidarmi di lui, e perché avessi tutta questa urgenza di porre un segno definitivo sul mio corpo e neppure quale strano incantesimo si realizzò in quel piccolo laboratorio Alle spalle di largo marinai d'Italia. So però che quel tatuaggio fu per me un piccolo rito di iniziazione, la percezione esatta di scelta irrevocabile, la sfida a tutto ciò che è temporaneo e passeggero. 
Decidemmo assieme le varie ipotesi e poi elaborammo al computer la figura di due leoni stilizzati che si scontrano. Nessuna particolare simbologia se non l'aumspicio di forza e coraggio.
Il mio tatuaggio sulla schiena segna il mio vero passaggio all'età della consapevolezza. ne fui felice in modo infantile.

Di quel pomeriggio assolatissimo di una Milano semidesertica, in quel piccolo laboratorio più' simile ad una catacomba che a un negozio, oltre ad un ago che mi pizzicava la pelle facendomi sentire un dolore bello, caldo, religioso,  mi ricordo di una signora russa molto bionda e giunonica con una scatola piena di grilli appena nati e poi di un signore molto anziano e pieno di tatuaggi "accumulati" in una vita intera.
Il mio Caravaggio, benché ubriaco e un po' fumato, fece un ottimo lavoro. 

Durante tutta la seduta ragionammo sul perché ci sono persone che decidono in un certo momento di imprimere sulla pelle le cose più disparate. Per pura vanità, per trovare la maniera di fermare un momento preciso della propria vita, onorare un simbolo, un'idea, un verso, un eroe, o anche solo per portare addosso un disegno ben fatto. Tatuarsi e' probabilmente il tentativo ad alto rischio di fare del proprio stesso corpo una forma d'arte vagante e strumento autonomo di comunicazione.

Quando il tatuaggio fu completato mi resi conto che ciò che mi incuriosiva davvero in quel momento
era sapere come avrebbero reagito i miei. E il fatto che a loro piacque molto costitusce ancora oggi
una delle più rivelatrici fonti di stupore della mia vita.

martedì 30 giugno 2015

Checche' ne pensiate, grazie

Che poi pure se un po' ci speri, mica è detto che accada. E comunque pure se succede mica è detto che ne pensino bene. E pure se ne pensassero bene, mica è garantito che sarà così per sempre. E quandanche dovesse essere così per sempre, mica è sicuro che riesci a sostenere il peso della responsabilità di tutto questo bene.

Direi che sono un po' questi i grandi interrogativi di chi ritiene di potersi cimentare in una qualche forma di scrittura "condivisa" come è quella di un blog.
Sono da sempre convinta che il vero motore che spinga a farlo sia in linea di massima la presunzione, tutta da dimostrare, di avere qualcosa da dire, oltre a quella anche più aleatoria, che quanto scritto possa pure interessare a qualcuno.
Sulla base di questi presupposti incerti l'aspirante blogger si pone il problema delle modalità e del metodo.
 Io mi sono sempre regolata con queste intenzioni. Partire da una cosa che mi succede davvero nel mio quotidiano, oppure da uno stato d'animo che sento molto profondamente nel momento in cui decido di scriverne. Poi provo a trovare il lato più ironico o addirittura comico anche delle cose che mi addolorano, provando a darne una versione da quella maldestra e sprovveduta che sono. Mi serve, mi restituisce la sensazione di cucciolo preso in braccio.
Infine provo ad individuare un meccanismo di identificazione. Ho sempre pensato che le cose che si raccontano, a meno di essere degli esercizi di alto stile letterario, risultino interessanti solo quando sono empatici, quando in quell'episodio ritroviamo un po' di noi stessi e delle nostre fragilità.
E poi la continuità . Sono convinta che un blog, qualunque sia la sua finalità, prenda vita se si impegna ad esistere con continuità, se tenta di ordire una trama più vasta di un episodio sporadico.
Non è un colossal. E' una serie, ha senso nel legame che crea.

Perché dico questo? Perché da quando ho riaperto questa mia finestrella da cui mi affaccio a raccontare un po' di fatti miei, le statistiche dei miei lettori, che non posso sapere chi siano ma soltanto in quanti, sono aumentate sempre. Io non lo so da cosa dipenda, e un po' ho paura di saperlo. Ma ci sono, presumo che abbiano perso un po' del loro tempo per stare qui e io pure solo per questo provo estrema gratitudine.
A prescindere da cosa ne pensiate, mi pare una piccola magia.
Grazie assai

domenica 28 giugno 2015

Come sto? Inguaribilmente bene....

Di preciso non saprei dire come formo certe mie granitiche opinioni su quelle questioni che tipicamente sono ai primi posti nella galassia emotiva di noi mortali fin troppo comuni
Forse ho perso troppo tempo ad ascoltare le esperienze delle altre, forse ho provato senza motivo ad interpretare codici relazionali troppo diversi dai miei, ho finito per sovradimensionare la variabilità dei sentimenti. E invece avrei dovuto semplicemente trovare un mio personalissimo linguaggio e sperare che qualcuno lo capisse. Ma forse nulla sarebbe stato diverso.

Una volta una mia amica mi disse una cosa tipo questa : "Lucia alla fine ce l'ho fatta. Un giorno mi ha detto che dopo sei anni di fidanzamento lui non provava più assolutamente niente per me. Ma io sono sta più forte e l'ho convinto a rimanere con me".
Ancora oggi mi chiedo cosa le facesse pensare di averla avuta vinta. E poi vinto cosa? Un prigioniero? Un povero cristo che non la voleva ma troppo codardo per non rimanere sotto il giogo?

Un'altra volta ho incontrato una ex collega dell'Università dopo tanti anni che non ci si vedeva. L'ultima volta ci eravamo lasciate con lei in lacrime perché l'uomo che amava si era messo con un'altra. Quando ci siamo riviste quell'uomo era riuscito a sposarselo lei. A quel punto le dissi:" ma che grande che sei! Sarai felicissima" . E lei mi rispose: "Macché...ma perché non se lo tenne lei questo fesso che ho sposato..."

Ecco. Io non lo so quanto questi due piccoli episodi abbiano inciso nel mio ripetuto "lasciamoci perdere", certo è che mi arrovello più su queste piccole violenze innocue ma striscianti, piuttosto che sulle grandi tragedie da cronaca nera. Ci sono gradazioni di odio che hanno un potere letale invisibile
 e prolungato come una cinica tortura.

Quando smetto di essere innamorata di qualcuno succede una cosa strana. Succede che mi dico"meno male anche questa è passata", come se ormai lo considerassi una specie di raffreddore che di certo mi passerà.
Questa pronta guarigione aumenta man mano che gli anni passano. E non saprei quanto sia bello questo essere sempre più  "sana".
Quando guarisco sento tutto il peso dei sintomi della malattia di chi è immune dall'amore....nessuna voglia di cercarlo, di sapere dove o con chi sia, se mi pensa almeno un minuto, se gli manco. Non penso più a cosa gli potrei cucinare, quali posti vedere assieme, se gli piacerebbe come sono vestita, come mi sono truccata...

 Quando c'è la salute c'è tutto. No, se riesce a curare pure le malattie da cui non hai voglia di guarire...

venerdì 26 giugno 2015

Tutto subito vs aspetta che scenda dal cielo

Credo che la saggezza vera stia tutta in quella intima coscienza del tempo giusto.  O almeno così è sempre stato per me che ho l'ansia e l'inquietudine come dotazione di serie di tutte le mie azioni e omissioni. Non ho mai davvero capito quanto tempo bisogna impiegare per fare bene le cose e non limitarsi semplicemente a fare cose. D'altra parte manco ci puoi impiegare un'eternità, che poi perdi di riflesso, diluisci il progetto, lo rendi superato e poco competitivo. È meglio uno studio intensivo o la riflessione pacata? È preferibile avere uno scadenzario rigido o spaziare creativamente fregandosene del tempo "esterno" con date tassative. È più meritevole laurearsi in corso, ma in fondo Limitando le proprie competenze ad un programma ben fatto ma non elaborato, oppure fuori corso ma con un intero apporto di elaborazione individuale? È' meglio dimagrire gradatamente e senza troppi sacrifici e costrizioni o darsi un programma severissimo di sopravvivenza con risultati repentini ma che poi si è pure in grado di mantenere? È più romantico dire a qualcuno ti voglio bene, così all'improvviso e senza frenare il cuore, o aspettare che sia lui/ lei a farlo ( ma magari manco ci pensava e tu li ad aspettare come un'ebete).
 Alla fine è meglio essere "estensivi" o "intensivi"?
Che cosa restituisce davvero la misura della propria capacità di gestire i tempi di un tempo sempre più limitato? Il tutto e subito o il saper attendere e assecondare i risultati in modo fisiologico e progressivo?

Fino a qualche tempo fa avrei fatto la brava e senza esitare avrei detto che ogni cosa bisogna farla con la giusta calma e che il valore dell'attesa offre gratificazioni solide e durature.
Oggi penso che l'attesa sia spesso il nome che diamo all'eccesso di cautela, alla paura di spingerci oltre con la forza che abbiamo, alla paura di metterci alla prova, alla pigrizia, al non crederci
abbastanza.
   Oggi credo che il fare con calma riguardi certi stati di grazia che poco hanno a che fare col sentirsi vivi fino in fondo  con la lotta dura senza paura per il risultato. E così mi voglio sforzare di  apprezzare la fretta dell'entusiasmo piuttosto che la pacatezza della riflessione.

Oggi penso che se  il "Paradiso può attendere" è solo perché il problema del tempo non lo tiene.
Io invece sì.





mercoledì 24 giugno 2015

Ottomenodieci.

Puntuale come il campanile della chiesa di fronte mentre ascolto la mia canzone preferita alla radio, ecco la telefonata serale del pater familias alle19:50 ( prima della imperdibile Ghigliottna di Conti....ma vabbè...del resto ogni famiglia abitudinaria è abitudinaria a modo suo).
Pater: hey Lula! Come è andata oggi?
Io: mah,  sono stata al lavoro dalle 7:30 alle 9:00. Poi ho preso un permesso e sono andata via. Ho parlato per tre ore delle caratteristiche che dovrebbe avere lo shampoo perfetto per i capelli ricci
Pater: ma se hai i capelli come spaghetti!?!
Io: papà...lascia fare...sono cose mie e dei patti che stabilisco con questa città...Poi dopo sono andata al cinema
Pater: ma mica per uno di quei film che fai vedere pure a me e ti vergogni perché poi nella sala faccio un rumore infernale mentre russo?
Io: diciamo che non te lo proporrei neppure come la più ardua delle prove di sopravvivenza a cui sottoporti. Invece secondo me si è trattato di uno di quei film perfettamente raccontati ma che puoi apprezzare solo se hai la piena coscienza di quello che stai per affrontare. Era un film giapponese in lingua originale con i sottotitoli, si  intitola "Viaggio a Tokyo" ed è durato due ore e un quarto. Un misto tra "parenti serpenti" di Monicelli e tutta intera la filmografia di Bergman. Sono uscita dalla sala che respiravo a fatica per quanto il tema me lo sentivo addosso. Ma tranquillo, si tratta di un film che genitori e figli non è il caso che vedano assieme. Decisamente no, quindi stai sereno :)
Pater: .........
Io: papà....papà...ci sei ancora?
Pater: luci'....ma come si deve fare con te? Ma che vai facendo? Ma che ti vedi?
Io: si...ci manca solo che mi dici vai a rubare, tocca gli uomini e che tengo l'orchestra in testa.... È
stata una giornata magnifica. Sempre meglio che credere di fare i fenomeni tutte le sera alla stessa ora per indovinare la parola alla ghigliottina....
Pater: lascia stare.... è finito e la sera stiamo tutti scombussolati con questi programmi estivi nuovi che non ci appassionano
Io: .....
Pater: Lucia...Lucia...ci sei ancora?
Io:  si...si....ci sono. Ci sarò sempre. Sennò davvero i film che ho visto non li ho capiti....

martedì 23 giugno 2015

Paese che vai, carrello che trovi

Non capisco come possa non piacere. Ci sono quelli che lo fanno in modo sbrigativo, disattento, senza il gusto e la partecipazione che rende l'incombenza in realtà molto divertente. A me dà proprio tanto gusto. È la prima cosa che faccio pure quando mi trovo in un posto che non mi è familiare o addirittura straniero, perché mi aiuta con la lingua, gli usi e i costumi, mi rende "osservabili" gli individui e mi offre una fotografia molto puntuale del territorio in cui sono.

Il supermercato è un microcosmo in cui con un po' di attenzione si notano un sacco di cose interessanti . Per questo ci vado volentieri solo se non ho fretta. Ho bisogno di percorrere le corsie con tutta la calma necessaria per riflettere su quello di cui ho davvero bisogno o quello che potrebbe ispirarmi. Mi lascio chiamare  dai prodotti, devo capire se posso cedere a nuove proposte o non cambiare quello che già mi piace tanto. È con questo approccio che con gli anni il mio paniere di consumo è cambiato tantissimo. E così, con l'età, il consumo critico, la fine della carne, l'avvento dell'etnico...il carrello "si faceva carico" del progressivo cambiamento della mia visione delle cose.
E poi mi piace sbirciare sempre negli altri carrelli. Trovo stupefacente come ci siano cose che io non comprerei mai e invece altri si. Non scherzo, faccio una fatica incredibile a pensare che ci siano persone dai gusti tanto differenti dai miei. Segue ragionevole senso di colpa su certe mie rigidità e una pericolosa e miope intolleranza. Però diamine, se devi perdere trenta chili che ci fai con tutto quel gelato. E quell'altro con quella provvista di würstel? Cosa c'è il festival dei poliposfati? 

È che mi piace proprio osservare le persone che riempiono quei carrelli. Gioco a dedurne la numerosità familiare, la tipologia dei componenti di quella famiglia, o al contrario il grado di solitudine, di salutismo, di golosità. Mi interessa sapere se come me, fanno un po' caso alle offerte
speciali, se al contrario scelgono solo i prodotti di primissima qualità. E poi le promoter, per le quali
io sono una scienza esatta per quanto sia facile per loro propinarmi pure pappe per neonati o dopobarba. Per me che frequento sia la Coop che l'Esselunga ha senso pure sforzarmi di capire se davvero siano riscontrabili differenze ideologiche tra le due tipologie di clienti o se invece si è ormai azzerata questa storica è un po' retorica dicotomia tra i due mondi della distribuzione, che tanto alla fine i prodotti e i prezzi quelli sono e anzi Esselunga mi pare addirittura più evoluta pure in campo filantropico.

Ho amato così tanto la Coop, che appena laureata feci un master in coop adriatica e ci rimasi a lavorare per due anni. Non lo rifarei, ma non smisi mai di amarla neppure durante quei faticosissimi due anni, e nonostante la trovassi già allora un sistema piuttosto rigido gerarchicamente e arcaico nella sua parte organizzativa. Quando ho scoperto l'evolutissima Esselunga mi sono resa conto che le mie perplessità erano fondate.

Invece quando andai in Inghilterra imparai presto a fare la spesa dopo le sei del pomeriggio, perché a quell'ora tutti prodotti freschi li pagavi la metà. A Miami il supermarket vicino al mio albergo era aperto 24 su 24 e io non potevo fare a meno dell'acqua minerale al gusto di lampone e di non meglio precisati dolci iper cremosi di cui credo ancora di avere tracce nel sangue.
In Francia quasi digiunai tanto era tutto squallidamente caro (o ero io a non voler lasciare i miei soldi a quei fessi)

Se mi sentisse mia madre. Odiava così tanto andare a fare la spesa, che ha cominciato a mandarmici da quando ho imparato a far di conto.
Condottiera di carrelli da tutta una vita









lunedì 22 giugno 2015

Caronte e la nave da crociera

Mi ha sempre turbato moltissimo la storia di Laura Antonelli. Che orribile cosa  quella faccenda di cocaina, e gli interventi chirurgici sbagliati, e l'epilogo triste di una bellezza prepotente e prematuramente sfiorita. Qualche volta credo persino di averle augurato una morte pietosa, per quanta disperazione mi evocava la sua vicenda. Non dovrei, ma sono felice per la fine di tutta questa pena.

Invece Remo Remotti me lo sarei tenuto volentieri un altro poco sulla terra. Personaggio unico e irripetibile di quella romanità viscerale e provocatoria, capace di fotografare la bassezza del tempo senza il filtro dell'ipocrisia della cosiddetta cultura alta. Il mio tenero ricordo rimarrà tutto conservato in quell'esilarante Freud di Sogni d'oro che è una delle mie perle di cinema da sempre. Ciao e non ti annoiare troppo lassù.

Per una che alla morte pensa poco e tenta stupidamente ma cocciutamente di arrivarci in perfetta forma, senza malattie e senza rughe, direi di aver compiuto uno sforzo meritorio.  La banalizzazione è  l'unica cifra che ho per rispondere a quello che non posso capire. Qualche giorno fa una signora anziana mi ha chiesto il numero della dottoressa che mi ha operato al piede. Mi ha detto che non ha alcun malessere ma ci tiene a morire con i piedi belli. L'ho trovata geniale e in un attimo mi ha dato tutto il senso dello stare al mondo. E di come uscirne. I piedi sono in effetti la più perfetta delle metafore al riguardo.

Oggi avevo bisogno di parlare di tutt'altro, volevo scrivere un post in cui ci stava una roba esilarante sulla mia prima e unica crociera.  Volevo scrivere di vita spensierata, di cibo, di grasse risate, di
paillettes e in genere di certi mondi artificiali che ai miei occhi sono la cosa più vicina all'altro mondo che ci possa essere...

Ma io oggi porto persino la maglietta dei Tre allegri ragazzi morti.
Caronte non sei nessuno



domenica 21 giugno 2015

(Dis)tratta da una storia vera

Questa è la storia di due solitudini che si riconobbero in un tempo e in un luogo che fino ad allora non avevano fatto molto per loro.
Era una mite primavera di quattro anni fa e in quella palestra un po' lussuosa che la lei della storia frequentava con malcelata vanità cominciava una conversazione ironica e surreale con il signore ben allenato che le aveva appena "rubato" il tapis roulant. Con galanteria scenderà e glielo cederà.
L'allenamento sarà uno dei più stancanti che lei ricordi e per fortuna quella magnifica struttura ha ai piani bassi un centro termale nel quale lei ovviamente si fionda. Sarà il caso, sarà la necessità, ma l'affascinante signore avrà la stessa esigenza.
Comincia così quella che diventerà una strana amicizia, fatta di tantissime confessioni e del bilancio spesso negativo di un uomo professionalmente di successo di 55 anni, che per scelta non ha voluto dei figli, sposato con una donna bellissima, ancora bellissimo lui stesso...La ragazza della palestra non capirà mai perché lui la cercasse continuamente, perché riuscisse a trovare sempre il tempo e il modo di vederla o sentirla, perché si preoccupasse di lei come il più premuroso dei padri quando lei gli rispondeva mentre era sulla bicicletta, "Se non mi garantisci che ti sei fermata io attacco subito!!!" O ancora "mi raccomando usa sempre materiale tecnico. Con questa tuta non ti voglio vedere più che di sicuro ti ammali",  e poi "devi assolutamente leggere tutto Celine è il più grande scrittore del mondo". "Devi amare "fino all'ultimo respiro".  Ma amarlo proprio fino al midollo". "Dai mi fumo questo sigaro e me ne vado". "Geniali i tuoi sms".

La ragazza della palestra un po' capiva e un po'no, ma quella situazione maliziosamente innocente le piaceva e la lusingava.
Poi lei andò in vacanza. Se ne andò a Senigallia ad uno di quei raduni radiofonici che tanto amava.
Lui perse malvolentieri il controllo su di lei e così le telefonava anche cinque volte al giorno mentre

lei era altrove a pensare ad altro.

Una sera le telefono' mentre lui era a una cena di lavoro e lei a una cena del raduno. Mangiarono poco entrambi. Prima di attaccare lui le promise che l'avrebbe richiamata alle cinque del mattino esatte, in qualunque condizione lui fosse. Lo fece. Ma lei dormiva e non rispose.

Non si rividero più. Era giusto che fosse così. Era necessario che fosse così. Solo una volta, dopo molti mesi, mentre lei usciva dalla palestra con le cuffie, si accorse che lui stava appena entrando. E quando anche lui la vide e la chiamò lei finse di non sentire e continuò a camminare,  per poi sparire, svoltando al più vicino angolo







sabato 20 giugno 2015

Appartenenza. Ne ho le prove ( poche ma gratuite)

Ormai non viene più a bussare. Sono passati un paio di mesi e direi con ragionevole certezza che ha ormai mollato. Il mio brillante e gentile venditore della domenica di quell'illeggibile giornale che è Lotta Comunista, ha tentato per circa un anno di "convertirmi". Io un po' per curiosità, un po' per simpatia per quel ragazzo intelligente, ben educato e appassionato, ho assecondato i suoi inviti a comprare il giornale, a partecipare alle lezioni di marxismo  nella sede di Porta Romana, sono persino andata a un paio di congressi negli affollatissimi teatri che periodicamente affittavano. Niente. A me mancano proprio i mattoncini lego dell'appartenenza. Tutto bello e giusto, tutto condivisibile. Ma niente, io non ci sto dentro. Non lo so perché mi spaventi così tanto sentirmi parte di una qualunque associazione. Forse perché paradossalmente non trovo nulla di più dissociante di un assembramento in cui il senso della condivisione rimane comunque qualcosa di confinato, sebbene potenzialmente estensibile.

In realtà è proprio il senso di appartenenza che mi manca. Non ho mai fatto fatica a distaccarmi dalle cose, dai luoghi dalle persone. Ho imparato prestissimo che è molto più pratico e indolore non avvertire mai nostalgia. Ma l'effetto collaterale è forse proprio questo interiore prendere le distanze da subito, senza offrire alcuna possibilità  ai legami troppo forti. O a dirla tutta, proprio perché vorrei che fossero davvero indissolubili non mi interessano quelli attacca-e-stacca.

Insomma, il mio baldo comunista non ha lottato abbastanza per me e in fondo pare una resa piena di buon senso di cui gli sono molto grata, assieme alle mie tasche.

Mi sforzo di ricordare quand'e' che mi sono sentita parte di qualcosa, di una specie di battito
all'unisono, un "avere gli altri dentro di me"... Non me lo ricordo. Forse a qualche concerto, o a
uno dei raduni dei miei...ma non vale secondo me...il senso di appartenenza è qualcosa di sicuramente più cementato, che si insinua dentro con radici solide e durature, che plasma la tua identità.
E allora niente. Io ho in dotazione soltanto dei campioni rappresentativi di appartenenza, delle prove gratuite di amore cosmico.

A me i campioncini piacciono tanto. Sono regalati, non ti stanchi per eccesso di utilizzo, non ti ci abitui. E ti fai comunque un 'idea abbastanza precisa del prodotto

venerdì 19 giugno 2015

Deduzioni su deduzioni indebite

Se c'è una cosa del mio lavoro che mi piace, forse l'unica, è andare a fare le verifiche esterne. Ci sono delle aziende che devono dimostrare di esistere perché dicono di vantare un credito verso la pubblica amministrazione?  E io vado a verificare (è incredibile costatare quanto sia raro il sommerso tra le società che vantano un credito....), ce ne sono altre che devono distruggere merce invenduta o obsoleta e se la vogliono portare in deduzione.? E io vado a verificare.
Dedurrei con una certa sicumera di appartenere a quella sezione dell'Agenzia delle entrate che viene sempre accolta con tutti gli onori, perché a dispetto di certo populismo d'accatto, nel nobile tentativo di redistribuire correttamente le risorse ci sta pure quello di rimborsare chi vanta a pieno titolo uncredito verso lo stato e si cerca di farglielo avere prima possibile. Per questo specifico fatto devo dire che, almeno in teoria, trovo il mio lavoro "carezzevole" e chiedo perdono se non sono mai riuscita a dimostrare la dovuta riconoscenza verso la parte più curiosa del mio destino, mai rincorsa ma che in fondo tanto benedico.

Quanto appena detto non c'entra niente con quanto appena dirò. Ma io credo che tutto sia in tutto e che pure i voli più pindarici alla fine atterrino sempre nel nido giusto (trattasi di inutile espediente narrativo di chi non riesce a collegare i fatti in modo sensato ed avvincente. Chiedere perdono è d'uopo).
Il fatto è che io penso sempre e solo a come arrivare presto alle cose belle e se non facessi le verifiche esterne non mi capiterebbe mai di andare alla Bindi di San Giuliano milanese e di conseguenza mi sarebbe impossibile stare dentro quella specie mondo sognato pieno di tutte le delizie dolci e salate proposte in quelle magnifiche alzatine di vetro, ciuffi di panna ovunque, torte e torte e torte...e gelati...e gelati....e gelati....il tutto in una cornice da favole per bambini. Pure i camerieri hanno un
look e modi incantati come certi disegni per la prima infanzia.

Ecco, alla fine della verifica e' quella la tappa fondamentale, il vero scopo di tutto. Però oggi è stato
diverso. Oggi, davanti a un gelato che sembrava parlarmi d'amore, pensavo al responsabile
dell'azienda in cui ero appena stata, che oramai conoscevo da anni. E che invece oggi non c'era.
"Come non lavora più con voi? Ma ci siamo sentiti il 4 mattina? ".
"E'stato licenziato il 4 pomeriggio".
"Davvero ?!?! E che ha fatto?"
"La casa madre americana ha detto che il suo profilo professionale orami non esiste più e lui non aveva ragione di stare ancora là"

Non ho abbastanza elementi per giudicare il fatto. Io però mi ricordouna cosa che ho fatto l'anno scorso proprio di questi tempi.  L'anno scorso, proprio di questi tempi, scrivevo di questa stessa società parlandone in termini entusiastici per quanto mi aveva colpito per efficienza, splendore, magnificenza.
Oggi invece gli ho stornato diecimila euro di merci indebitamente dedotte.

E io mai prima di oggi avevo fatto sciogliere il gelato della Bimdi

giovedì 18 giugno 2015

Non è vero. Perciò ci credo (più che un post, un post it)

Oggi uno mi ha dato della trentenne e un altro mi ha detto che sono magra. Non ho pensato neppure per un istante a tentare di smentirli. Ci sono piccole falsità  che mi piace assecondare e anzi far finta che siano vere. Ce ne sono altre che non ho proprio la forza di accettare tanto sono crude nella loro realtà incontestabile. E poi ci sono la batoste che mi occulto da sola se , tanto per dire, da coriacea pessimista disincantata in amore rimango tra quelle che preferirebbero non sapere mai di essere state tradite. Siccome è una cosa che do per certa, il vero auspicio sarebbe solo quello di non accorgermene mai. Solo questo mi basterebbe per essere felice e contenta. Pensa la pacchia per chi mi sarebbe stato accanto :)

Oggi il Papa ha sfoderato un'enciclica che è la copia esatta, ma in forma elementare, delle teorie della decrescita di Latouche. Gli si rende merito, ma senza offesa, già la sapevamo e la accoglievamo a braccia aperte come dei novelli San Franceschi un bel po' di tempo fa e senza che nel frattempo si organizzasse una manifestazione a piazza S.Giovanni, contro l'adozione per single e coppie gay, da parte dei più oscurantisti tra i cattolici che non sentono da nessun orecchio ormai da un millennio abbondante. Insisto, a me non basta sapere che ci sia un Papa piacione e simpatico per non temere che la chiesa non ceda più alla tentazione  di insinuarsi in modo subdolo e repressivo in questioni discutibili solo ed esclusivamente su un piano laico.

Sono più di due settimane che non vado al cinema. Si vede. L'incarnato è opaco, dormo male, tendo all'ipocondria, la frutta marcisce....l'ho sempre detto che il vero medico in sala è quello della sala cinema.

Sono giorni un po' così. Col passo lento. Senza lente. Del resto il piede mi fa ancora male. E del bisogno di vedere meglio ho ancora meno fretta


In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...