giovedì 22 novembre 2018

Imparare a perdere una lezione. Così imparo...

In fondo è una fortuna anche questa. Ti prendi un giorno di ferie perché devi fare una cosa bella di mattina e quando finisci e sei sul tram per tornartene a casa ti si gonfiano gli occhi, ti fanno male tutte quante le ossa che hai, la testa ti esplode e tu, almeno per il momento, non puoi permetterti niente di tutto questo. Credo che si sia reso conto delle mie condizioni soltanto un ragazzo in metro che, vedemdomi in difficoltà a tenere gli occhi aperti, mi ha ceduto il suo posto. Gli uomini gentili esistono ancora e vale la pena ammalarsi anche solo per avere ancora questa prova.

Sono rientrata in casa, mi sono guardata allo specchio: sono pesta. Ho preso delle cose per l’influenza, mangiato i pizzicherei che avevo tolto dal freezer stamattina, ho sistemato tutto, mi sono tolta il trucco, messo i piedi per cinque minuti nell’acqua calda e mi sono messa al letto. Ho fatto tutto quello che dovevo eppure garantisco di avere dolori ovunque. Stasera avrei una lezione sul cinema nella parte opposta della città e sono sicura che troverò la forza di andarci anche se sarò ancora in queste condizioni. In questo momento sono su un lettone/soppalco, assieme ad un mal di testa ancora feroce, come sa esserlo solo quello che mi prende quando sono angosciata da qualcosa che non so risolvere o quando ho battuto molto forte su qualche parete dura, e penso che certe volte sia proprio un lusso stare male se non hai nessuno che ti fa le cose o almeno te le semplifica. E poi c'è la questione “motivazione”: ci sono esperienze che non voglio proprio perdermi, come la lezione di stasera, e poi ce ne sono altre che faccio solo perché riesco a sopportarle bene, ma non anche a goderle e purtroppo mica sempre riesco ad esercitare il sacrossnto diritto di ribellarmi a questo inutile abbattimento della qualità del mio benessere. E questa è una faccenda per nulla banale per me perché credo mi fornisca la misura di quanto sia frutto di una mia scelta profonda e quanto una mera prova di forza e di sopportazione.

Ho scoperto per puro caso una cosa che mi ha lasciato molto stupita perché non ho capito le ragioni per cui dover dire una cosa non vera senza che ve ne sia neppure una sola valida ragione. A volte basta cosi poco per modificare totalmente la percezione di cose, persone, situazioni che cambia in un nano secondo il tuo sguardo su quelle. E forse su tutto il resto. sono sicura che certe cause di malessere trovino la fonte dei propri sintomi pure nella delusione non mitigata da valide spiegazioni. Ma non mi illudo che le mie pilloline possano occuparsi anche di questo.

Domani dovrei seguire l’ultima lezione in un posto così lontano da casa mia che ogni volta rientro così tardi la sera sono un vero straccio e adesso sto qui a chiedermi quanta “motivazione” devo aver avuto per decidere di fare una cosa  simile ad un orario per me così balordo e cambiando ben quattro mezzo di trasporto diversi. Mi mortifica anche soltanto il pensiero.
Oggi, con questo mal di testa, gli occhi gonfi e distanze difficili da coprire penso che perdersi qualche lezione sia in fondo un lusso che posso cominciare a prendermi persino io. Finalmente


sabato 17 novembre 2018

Qualche ottima ragione per darmi torto

“No, non ci vado. Ora finisco questa cosa, metto a posto un po’ di scartoffie e poi me ne torno direttamente a casa che c’ho un’emicrania così forte che mi si è apppannata la vista. No...è inutile, ho deciso, non ho nessuna intenzione di andare in centro in queste condizioni. E poi fa freddo, devo comprare il latte e poi sai che caos in metro a quest’ora...”. Faccio sempre così quando sono molto stanca ma muoio dalla voglia di fare qualcosa che avevo in programma: elenco tutte le ottime ragioni per cui non avrei colpa nel tirarmi indietro, che in fondo non è l’unica esperienza che mi sto per perdere e che se è vero che si cresce solo uscendo dalla propria comfort zone è, giocoforza, altrettanto vero doverci pur entrare ogni tanto...

Ieri, poco prima di uscire dall’ufficio, facevo di simili congetture perché ero malandata ma pure desiderosa di fare una passeggiata in centro e andare a sentire un po’ di storie di autori di libri nell’ambito di “Bookcity”. Per fortuna ho scelto di non assecondare le scuse e io, il mio mal di testa, un orribile spezzafame a base di riso soffiato, il cellulare scarichissimo, ci siamo avviati verso il centro mentre faceva la stessa strada una serata (finalmente) invernale. Quando ho attraversato la piazza mi sono resa conto che è passato un sacco di tempo dall’ultima volta che l’ho percorsa di sera, abbastanza da non essere più abituata al suo fascino, alla magnificenza delle luci della galleria, ad una pace non riscontrabile nelle ore diurne. Mi ero disabituata a certa magia, c’era un’armonia in quel flusso non caotico di passanti assieme alla gente seduta ai tavolini esterni dei locali e io, che avevo sotto gli occhi tutto quanto come se fossi un’invitata arrivata un po’ in ritardo, mi sono resa conto solo in quel momento che nessuna delle ottime scuse che avevo trovato per non essere lì era davvero valida.

Ho tirato un sospiro di sollievo, sono stata ancora un paio di minuti ad osservare quel posto così giusto così e sono entrata alla Feltrinelli della galleria, dove avrei sentito parlare di storie fantastiche, di come nasce un fumetto matto e degli effetti moltiplicativi della creatività e dell’immaginazione. E poi ho respirato forte di nuovo, ho preso la metro e ho trovato posto a sedere. Sono rientrata in una casa in ordine, calda e silenziosa. Solo in quel momento mi è tornato il mal di testa. O forse avevo solo scordato di averlo. Ho guardato in frigo. Non era vero che è finito il latte. Ho acceso la tv, mi sono agganciata al termosifone, ho preso qualcosa per il mal di testa e mi sono rilassata così tanto che ho trovato le energie solo per raggiungere il letto e per pensare che sono proprio brava a trovare ottime ragioni per non fare le cose che mi interessano. E poi che quasi sempre la mia scelta giusta sta nel non assecondarle neppure tanto così 

domenica 11 novembre 2018

-Come lo senti il male? - Male, ma con piacere

Sono solo pochi anni che lo considero un prodotto irrinunciabile. Credo che la generale avversione all’uso di medicinali e palliativi mi abbia portato a sottovalutarne la assoluta necessità che oggi gli attribuisco a pieno titolo. Io non voglio vivere senza almeno un antidolorifico in casa. Cominciai per via di un mal di denti per cui arrivai a svenire per il dolore e da allora ho capito che noi poveri mortali saremo anche nati per soffrire ma che sarebbe il caso di limitare le casistiche alle volte in cui possa davvero valerne la pena: direi quasi mai, oppure se la sofferenza è una forma di allenamento fisico, spirituale, intellettuale, emotivo per plasmare quel dolore in piacere. Tutto il resto è “banalmente” male.
Dopo quel mal di denti il dolore fisico mi ha colpito nella forma di infortuni, mal di schiena, mal di testa, contratture...e tutte le volte c’erano degli Oki a darmi un sollievo quasi immediato e io me ne stavo lì ad intercettare il momento esatto in cui cominciava a fare effetto, pregustando le ore in cui avrei di nuovo fatto movimenti fluidi e tutte le normali attività che tali non sono quando stai male e non puoi sottrarti alle cose da fare. 

C’è qualcosa di miracoloso nei palliativi, e in generale nelle anestesie, hai un male ma non lo senti, puoi tenertelo facendo quello che ti piace o che è necessario e che altrimenti non ti sarebbe possibile. Aspetta...ecco...la sento l’obiezione...come dici? Ah già, il palliativo non è una soluzione, è solo una specie di inganno temporaneo, anche rischioso se non stai attento. Ah già, mi stai dicendo che senza la percezione del dolore potrei fare cose che peggiorano la causa del male e poi i palliativi, come le droghe, creano dipendenza. Eggià, bisogna stare attenti...bisogna stare attenti agli inganni che ci raccontiamo per stare meglio, siano essi intrugli di chimica ben assortiti o le cose che ci raccontiamo per consolarci di un’evidenza che ci rema contro, o la speranza che ci colora le attese pure se non si capisce bene quando si realizzeranno effettivamente, o un bel film che ti toglie dal quotidiano almeno per un paio d’ore, o persino un libro che ti racconta il finale giusto. 


Chi stabilisce davvero cosa sia davvero consolatorio e curativo e cosa invece ingannevole e di piacere passeggero? No, ti prego no, non mi scomodare gli epicurei e gli stoici, non voglio dire questo, non propriamente almeno. Io vorrei solo sapere cosa renda vile la fuga dal dolore e cosa no, se un mal di denti meriti di essere negato e un mal d’amore o un tormento esistenziale invece vadano vissuti fino in fondo perché dopo saremo persone davvero migliori. Mah, alla fine mi rispondo che forse è improbabile immaginare la possibilità di una vita intera senza dolore, ma che sia del tutto legittimo ipotizzare una sorta di diritto a non soffrire che bisogna far valere...al costo di tutto il dolore possibile. E del paradosso che lo regola...

Esattamente sette anni fa facevo il mio primo viaggio intercontinentale. Andai in India e fu un’esprienza irripetibile. Il tour che feci mi restituì esattamente il luogo che avevo immaginato: la più grande democrazia (finta, fintissima come tutte le democrazie del mondo)  regolata da una religione che legittima le caste come cosa buona e giusta, mica pure necessaria per la conservazione di una società cristallizzata e controllabile. E così ho pensato che esistono davvero un sacco di modi di evitare il dolore, consolarsi e provare piacere ovunque si desidera che ci sia. Non credi? No, veramente non credo. E questa mancanza di fede, infatti, mi addolora.











martedì 6 novembre 2018

Senti da che trespolo....

Tutti questi anni senza mai guardarci dentro. Twitter è diverso da fb. Di poco, ma è diverso. È più orientato alla condivisione di link a scopo informativo, osservazioni sul contemporaneo, battute ad effetto sempre molto ancorate ai fatti del giorno. Quelli bravi e con elevato potere di sintesi riescono ad essere davvero efficaci ed arguti. Ho sbagliato. Twitter è un mezzo figo di cui mi sono colpevolmente privata e ora che fb comincia a piacermi sempre di meno e qualche volta persino ad irritarmi, credo che dirotterò il mio cazzeggio virtuale nella lettura e composizione di “cinguettii” collettivi dalle migliaia e migliaia di trespoli virtuali di passeri più solitari che mai.
Pure Instagram comincia a mostrarmi il suo fianco, con il suo tentarmi ai selfie ben riusciti, quelli con la luce e i filtri che migliorano, con l’aforisma giusto che smorza un po’ la vanità, o un messaggio dedicato ad un destinatario immaginario che si spera lo intercetti e lo ispiri. Mi piace, ma non mi è utile e neppure troppo dilettevole e poi mi fa pensare sempre a quel bel racconto di Calvino contenuto negli amori difficili: l’avventura di un fotografo. E allora mi spavento un poco, perché penso che l’epilogo tristissimo di quella storia, che ha a che fare con la continua riproduzione della vita attraverso immagini che si sostituiscono in tutto e per tutto alla vita stessa, sia una tristissima profezia che non vorrei realizzare certo io.
Beh, tutto questo per dire che Twitter è un bel posto che mi sono colpevolmente persa, che fb comincia ad annoiarmi e che Instagram è bello ma non ci vivrei. E che i social sono un meraviglioso e variegato mondo, oppure esattamente il contrario.

La parte migliore del mio tempo, invece, non mi lascia dubbi: mi barcamenato tra corsi bellissimi, un lavoro che non mi dispiace, film che non mi hanno deluso, nuovi amici, vecchi amici, unitamente alla mia beneamata solitudine, che mi riempiono e che rendo possibili solo con degli incastri rocamboleschi ma armoniosi come non mi riusciva da tempo. Non tendo a nulla e non odio nessuno, pur non amando come vorrei. D’altra parte stare così tranquilla, posso garantirlo, è una condizione idilliaca che potrei equiparare all’innamoramento senza l’incubo delle passioni: uno stato di grazia per nulla trascurabile.

È morto il micino malato che i miei avevano in custodia. Mi ha fatto molto effetto saperlo perché quella volta che lo vidi mi sembrò incantevole proprio per quella faticosissima vivacità, tra fratellini che crescevano a differenza di lui, il più protetto e coccolato, ma che tremava ad ogni tentativo di carezza.  Uno degli esseri più teneri e agganciati alla vita che abbia mai visto. Hai avuto una bella vita piccolo cucciolo guerriero.

Chiuderò l’anno in mezzo ad un sacco di impegni belli assieme a quelli che ho lasciato perdere per carenza di motivazione profonda: corro di meno ma sollevo più pesi, non preparo più dolci e cucino solo per non morire. La noia spesso può dettare la tabella di ogni cosa e sussurrare all’orecchio ipotesi nuove. All’inizio sembrano soltanto “cinguettii” confusi. O semplicemente mi stavavo ripetendo, da tutta una vita, di fare solo un po’ più di attenzione. Persino a ciò che ho giusto sotto gli occhi


sabato 3 novembre 2018

(Ri)cambio di stagione

Il mio cambio di stagione è quasi finito. Ho ripreso il periodico rito di buttar via cose che non mi riguardano più, oggetti ancora funzionali all’utilizzo ma legati a ricordi non utili a giustificarne l’ingombro: magliette, tazze, pupazzetti regalati da chissà chi, candele, bomboniere...ogni tanto mi prende il bisogno di liberarmi della “roba”. Dice che lo spazio domestico ideale è quello che contiene le stesse cose di una camera d’albergo: forse è un’esagerazione se penso che proprio mai mi libererei dei miei fumetti e dei miei dvd...
Ormai le ore di luce sono diventate poche, la sera mi viene sonno molto presto e ritrovo il mio apice della giornata nel momento in cui il mio vivacissimo piumone mi restituisce il suo calore. Di solito mi addormento quasi subito e così bene che svegliarmi all’alba è solo naturale fisiologia che si realizza senza sforzo. Erano le cinque anche questa mattina di sabato, ero nella mia solita posizione quasi trasversale, abbracciata al cuscino, completamente rilassata, avvolta in un silenzio assoluto e ho subito pensato a quanto siano colpevoli, ai miei occhi, quelli che si alzano a mezzogiorno perché si perdono tutto il sonno notturno o semplicemente perché dormono troppo. Ma ogni tanto mi viene pure da chiedermi che emozioni mi perdo a non avere abitudini e attitudini diverse da quelle che ho.

Fb mi ha restituito una vecchia foto che mi piace molto che fu scattata in un giorno di cui ricordo tutto. Ho pensato al punto in cui ero, allo strano modo in cui ho assecondato un percorso piuttosto che qualunque altro, a come, ad un certo punto, cambia la percezione di tutto, persone comprese. E ogni cosa per un attimo mi è sembrata stranissima. 
Ritorno spesso a quegli anni e ancor di più a quelli precedenti, quando ancora studiavo economia e la trovavo troppo complicata e avrei certamente mollato, se non avessi fatto del mio prof il mio mentore definitivo fino alla fine del dottorato. Forse lui è l’unico tra tutte le persone che ho adorato di cui non smetterò mai di sentire davvero la mancanza. Degli altri legami spezzati non ho molto da dire: svaniti per consunzione, equivoco, bruschi cambi di rotta, inganni, superficialità, gentilezza prima mancanza di rispetto dopo, vacuità...geometrie che ho imparato a riconoscere in tempi sempre più rapidi per fortuna e da cui non lasciarmi offendere troppo. Magari chissà, forse la colpa è stata mia...ma no, stavolta lo so, non è stata affatto colpa mia. È successo così. Punto. Non ho colpe.

C’è un cielo molto grigio stamattina, io ho dormito molto bene e tra poco incontrerò degli amici per pranzare assieme e in un posto magico. E poi farò delle foto. Tra tutte ne sceglierò una che mi piace più delle altre e la affiancherò a quella di nove anni fa che ho ritrovato oggi. Le metterò a confronto senza tenere conto dell’impietosa ma banale evidenza del tempo. Ed infine deciderò a mio insindacabile giudizio che quella di oggi è, senza dubbio alcuno, la più bella


mercoledì 31 ottobre 2018

Un po’ di battute e qualche battito (forse)

- Hey, che succede? Come mai così tanti giorni senza i fondamentali aggiornamenti sulla tua vita?
- Guarda, lascia perdere...
- Dai, non te la prendere. Mica è colpa tua se il Paese è nelle mani di totali incapaci e razzisti. Non puoi farci proprio niente, sopporta il tuo tempo con maturità e pazienza. Piuttosto, cosa fai tu in prima persona, con la tua condotta quotidiana, per cambiare le cose?
- E cosa vuoi che faccia? Sai bene che non sono una che si mette a battagliare per dire ad un altro come stare al mondo. Quello che mi limito a fare è, per esempio, non andare più a comprare cose da chi non emette scontrino, non mangiare più la focaccia in un franchising famosissimo perché il proprietario non paga i dipendenti quanto pattuito, non prendere il caffè nei bar dove ci sono le macchine per il gioco d’azzardo...cose così...ma capisci bene che non sposto proprio niente e il risultato è che spesso resto senza caffè e senza focacce buone...
- Oh, povera! Che strano modo di ribellarti in effetti. E per il resto? Cosa non ti è successo per cui hai trovato inutile farcelo sapere?
- Ma che domanda è? Guarda che la mia vita mi piace moltissimo quando sono soltanto io a metterci mano e a monitorare i risultati! Sto lavorando molto perché accumulo anche le ore per guadagnare un giorno di ferie in più, come oggi. Sto seguendo più corsi contemporaneamente e mi sono data un tempo per concentrarmi su cose che mi stanno a cuore. Sono stati giorni di non notizie, di rielaborazione del già visto...ci sono stati d’animo e sensazioni non traducibili in parole. Vanno afferrati, intuiti, percepiti e la loro narrazione si risolve in una specie di tacita definizione interiore
- Mah...vabbè...e invece oggi? Perché non sei andata al lavoro? Stavi ancora ascoltando la tua voce interiore che se ne sta zitta?
- E non prendermi sempre in giro! Avevo un po’ di cose da fare. Ho preso delle scatole da riponimento. È incredibile quanto spazio si recuperi anche semplicemente posizionando le cose in uno spazio ben circoscritto. A volte penso di avere troppe cose e invece sono semplicemente nel posto sbagliato.
E poi ho fatto una di quelle interviste per delle ricerche di mercato che trovo sempre fantastiche. Quando un marchio viene a chiedermi come vorrei che fosse, tenendomi per due ore ad esprimere giudizi meramente legati alla comunicazione giusta per indurmi a comprarlo, mi sento onnipotente e idiota nello stesso identico istante. Credo che sia questa la vera, immarcescibile grandezza del mercato.
- E scommetto che sei uscita pure senza ombrello...
- Certo! Però avevo un cappellino che mi riparava e le scarpe giuste per saltellare nelle pozzanghere. E quando sono rientrata parevo un pulcino ma avevo il trucco ancora intatto e una bomba alla crema comprata stamattina assieme alle fialette drenanti...così, giusto per tener sempre presente che criticare gli altri vale per lo più solo come prova generale per criticare meglio se stessi
- Sei irrecuperabile...e il cuore? Come ti batte?
- Uff...neanche stavolta mi salvo, poi dici che non ti racconto mai niente...il cuore...lo sai, io sono bradicadica e quindi batte piano. Qualche volta accelera, ma lo capisco subito che non è pronto, si sbaglia o si spezza. Ancora non ce la fa e così gli dico tutte le volte di rallentare, di ritornare al ritmo lento e fluido di sempre, ma di tenersi sempre ricettivo alle sorprese. Ecco. Credo di aver aggiornato i dati per analisi che, spero, rispondano a leggi diverse da quelle del mercato ma delle cui formule mi sfugge sempre qualche passaggio cruciale
- Già...dai, fammi un po’ vedere quel trucco indelebile che resiste alla pioggia. Festeggiamo Halloween assieme. Ti trucco da “vivente” e ti disegno un cuore giusto sopra quello che hai, così si sommano i battiti e forse finalmente ti emozioni come si deve...ahahah
- Ma sei di una simpatia....

giovedì 25 ottobre 2018

Stasera mi accompagno a casa

Credo che non arriveranno mai a capirlo davvero. È inutile che mi prodighi in rassicurazioni e prove di gestione più o meno efficace delle beghe di una quotidianità in fondo serena. Per i miei è sempre un fatto assurdo che possa trovare ancora ragionevole trascorrere la mia vita qui, tutta sola, e senza mai poter contare davvero su qualcuno. Sì, non lo capiranno mai forse proprio perché in fondo hanno ragione. Ma penso pure che non basti questo per riuscire ad alimentare il desiderio di rientrare proprio adesso. Non è questo il momento e tanto basta perché la faccenda sia chiusa. “Ma come fai a stare sempre sola?” , “Non sono sempre sola”, “ma non hai paura?”, “No”, “Ma non ti stanchi mai a provvedere a tutto tu senza mai bipartire la fatica?”, “si e mi fa piacere non dover essere di peso a nessuno”, “ma pensi di non tornare mai più?”, “tornerò se e quando sarà necessario”.

Ammetto che, qualche volta, certa mia spavalderia nasconde un po’ dello sconforto che spesso mi prende tutte le volte che ho l’impressione che mi sfugga qualcosa di fondamentale, quando mi lascio coinvolgere in esperienze alle quali non credo fino in fondo, o affascinare da persone scorrette, quando proprio non ce la faccio e mi chideo se sia per stanchezza o tristezza. Ma non dura tanto, perlomeno non abbastanza da convincermi di poter già fare a meno di questo posto.

Ci sono cose che ho smesso di fare solo da poco: preparare dolci, conservare cose inutili pensando che potranno servirmi di nuovo un giorno, di comprare barattoli sott’olio, di immaginare l’uomo della mia vita senza smettere di credere che un giorno lo incontrerò. Ho scoperto che mi avanza un sacco di tempo per fare cose più gratificanti, sane e divertenti. Quasi mai riesco a stare davvero sola e ogni tanto sono persino felice di non avere figli in un mondo così terrificante come quello di questa infelicissima fase storica.
Cosa c’entra tutto questo con la mia assurda “missione” di vivere a Milano? Quasi nulla, se non fosse che ci lavoro, che mi sono innamorata dei corsi che seguo ora, che mi piace il mio frigo quasi sempre vuoto ma con dentro quello che mi serve davvero. So che mi piace ancora la gente del bar vicino casa che mi fa sentire bella, i fogli volanti con appunti che non ricordo di aver mai preso, la serratura della porta blindata che non ho mai messo a posto da quando vivo in questa casa...

Sono ben cosciente che in tutti questi anni l’alternativa allo star sola sia stata, nell’ordine, un affascinante uomo sposato incontrato in una bella palestra del centro che voleva dedicarmi tutti i suoi week end (...forse...), o un altro già impegnato a sua volta senza che io lo sapessi mai(...forse...), o le varie infatuazioni passeggere che sono valse il tempo di un’euforia posticcia, prima di farsi perplessità spoetizzata e lieve frustrazione. Direi anche basta a tutto questo nulla che mi offende ogni volta.

Che importa il luogo in cui decidi di startene? A me molto. Perché con ogni probabilità farei e mi capiterebbero ovunque le stesse cose, gli stessi incontri, le stesse frustrazioni...
Ma è soltanto qui che sono diventata brava a dimenticare, togliere e distogliere. E poi ancora aggiungere, fare altro. E, come per magia, di nuovo ricordare


domenica 21 ottobre 2018

La lettera, le motivazioni. E il guardaroba

Tutto come da programma. Mi sono resa conto quasi subito che ha funzionato. Quando stamattina ho tentato di inseguire la sveglia delle sei, che tengo volutamente  in cucina così sono costretta ad alzarmi, avevo dolori praticamente in ogni punto calpestabile del mio corpo. Lo sapevo. Sono strisciata fino al pulsante per spegnere l’allarme (che di sabato e domenica si dorme un’ora in più), ho acceso la radio per ascoltare il risveglio della Lusenti e poi mi sono ritrascinata a letto, accompagnata da un’orchestra di dolori e scricchiolii ossei che potrei giustificare solo con un rullo compressore che mi è passato addosso mentre dormivo. 
In realtà sapevo bene che dopo i venti km di scalata di ieri avrei avuto contezza di quella bella esperienza  proprio in questi termini. Ed era esattamente quello che volevo: impormi il letto anche standomene sveglia ad ascoltare la radio, non fare attività fisica, immaginare e attendere la colazione che avrei fatto più di in’ora dopo. Ho fatto proprio così: per una volta sono partita dai suggerimenti di un corpo dolorante per arrivare a capire cosa mi facesse davvero piacere fare. Il disagio è quasi sempre più efficace di ogni programmazione elaborata in condizioni favorevoli.

A metà mattina mi ha scritto un’amica per ringraziarmi di una cosa strana che avevo fatto per lei e che pare abbia dato un primo risultato. È andata così: un giorno mi dice che sta provando a cambiare lavoro e che la nuova società in cui vorrebbe lavorare, dopo aver letto il suo curriculum, le ha chiesto una lettera motivazionale che rendesse chiare le ragioni per cui si sente qualificata per quel lavoro, quali aspettative coltiva, le ragioni per cui ha scelto quella realtà aziendale e non altre. Ad un certo  punto mi dice: “Lucia, me la scrivi tu?”. Io rimango perplessa rispondendo che il senso di una lettera motivazionale sta proprio nel suo essere strettamente e autenticamente personale. E lei mi dice: “È vero. Allora mettila così: mi conosci da tempo, ti ho parlato tante volte del mio bisogno di cambiare e delle ragioni per cui voglio farlo. Sai tutto. È solo che poi tu metti per iscritto cose che a me non verrebbero mai in mente e che poi sono proprio quelle che penso io. Sono convinta che se la lettera me la scrivi tu sarà più vera di come potrei costruirla io”. La guardo perplessa e per un attimo penso che la sua potrebbe chiamarsi semplice pigrizia o forse insicurezza. Ma decido che voglio assecondarla. Le scrivo la lettera sulla scorta di tutto quello che so di lei, gliela invio. E non ci penso più. Fino ad oggi, quando mi ha detto che è stata ricontattata e che potrà accedere al colloquio finale per essere assunta. Ne sono stata felice e ho pensato che me la devo ricordare più spesso la storia che lo sforzo di mettersi nei panni degli altri, o se si vuole l’empatia, ha il formidabile vantaggio di farti vivere vite diverse dalla tua senza il peso e il vincolo dell’esperienza diretta. E questa mi pare una gran cosa davvero.

Poi ho deciso che era giunta l’ora di alzarmi dal letto perché ormai non potevo più stare senza cose come il caffè, il pane valtellinese con lo stracchino, la frutta, gli integratori di magnesio per i crampi lancinanti. Mi sono presa il diritto di fare tutto piano, di prolungare il mio stato di distensione stavolta sul divano e di cantare a squarciagola una canzone dei Baustelle. Quando era ormai ora di pranzo mi sono vestita comoda, preso un pacchetto di patatine e uscita (con enorme sforzo) a prendere l’autobus senza avere una meta precisa, solo per sentimi come in carrozza per la città. È come se avessi chiesto anche a me stessa di mettermi nei miei panni, ma quelli che non indosso mai, stanno lì da sempre e che non scelgo senza conoscerne i motivi, che magari hanno persino ancora il cartellino, e verificare se mi stanno bene, anche solo per un’occasione speciale. Credo sia empatia anche questa. È che con me funziona soltanto a certe condizioni, quelle fatte di autolimitazioni e strategie macchinose per deragliare dalla consuetudine. 
Con gli altri mi viene più naturale, mi basta conoscerli, trovarli simpatici, affezionarmici. E poi vederli bene proprio per quello che sono.
E questa mi pare proprio una bella cosa. O anche semplicemente una lettera di motivazione da tenere in seria considerazione. Mica nulla!


mercoledì 17 ottobre 2018

Di necessità superfluo

Giornate lisce quelle di questo autunno mite che ancora invoglia a passeggiate lunghe, il gelato a sostituzione del pranzo, pensieri lievi. Questo mi suggerisce questo lento transito verso la fine di un anno non brutto e a tratti persino indulgente.
Ho trascorso buona parte del pomeriggio dal parrucchiere: ho ravvivato l’”oro” dei miei capelli, li ho alleggeriti, ho persino fatto un impacco rinforzante e ho fatto pure la manicure. In realtà avevo soprattutto bisogno di farmi massaggiare la testa, sentire l’acqua che si confronta con la schiuma profumata, il collo che si distende ed io che mi rilasso fin quasi ad addormentarmi. Dio benedica quelle mani! Una bella piega ondulata, che durerà il tempo di un paio di vetrine più avanti per l’ultimo autocompiacimento. Poi tutto come prima: capelli lisci di solito raccolti a coda, unghie corte e pulite, trucco solo sugli occhi, scarpe comode. E nessuna voglia di essere notata. Chissà poi perché. Forse perché non ho più voglia di conferme, o di corrompere i miei silenzi e la mia solitudine con incontri dettati da presupposti sbagliati. Forse perché non mi sento giusta per nessuno, perché mi bastano le cose che faccio per conto mio, le mie albe, i miei corsi, le mie ricette vegetariane, i miei film pomeridiani, l’assenza di spiegazioni, gelosie, incomprensioni, conflitti. Perché ormai ho un’età In cui una si specializza così bene nei sogni che poi non ci pensa proprio più a realizzarli pure.

La puntata di “Melog” di oggi ha dato voce ai pareri dei radioascoltatori su un tema di cui neppure faccio riferimento tanto mi ha sconvolto quello che è emerso tra le opinioni di chi ha avuto l’arditpre di chiamare ed esprimere idee che neppure l’oscursntismo più spinto sarebbe capace di contemplare. Sono davvero senza parole. Poi per fortuna la trasmissione è terminata, Nicoletti ha chiosato col buon senso e la lucidità che contraddistingue chi ormai non si stupisce più di nulla e che sa bene che in fondo il mondo non finirà neppure per colpa dello strisciare di una mentalità arcaica, reazionaria, ottusa e intollerante. Però a me ha impressionato lo stesso e ho ripensato a quello che ho provato per tutto il tratto che mi separava dalla gelateria di Milano che preferisco. Ho scelto due gusti rassicuranti, mi sono diretta al passante immaginando il taglio di capelli che avrei deciso o il colore dello smalto. E così mi sono rasserenata quasi subito.

Sono rientrata in casa e mi sono resa conto di non aver fatto la spesa. Ho aperto il frigo e vi ho trovato: due birre, un barattolino quasi vuoto di paté di olive, mezzo litro di latte e due uova. Mi pare più che sufficiente in fondo. E poi oggi  c’erano cose più importanti a cui pensare: quelle superflue prima di quelle intollerabili. E anche dopo di loro

sabato 13 ottobre 2018

Chi ti ha dato le date? Io non me le ricordo. Ma in fondo neppure le dimentico

Credo che non mi sia mai successo prima e la cosa mi ha colpito molto. E non perché sia una a cui non sfugga mai nulla. Anzi. Di base vivo in un mio personalissimo mondo fatto di convinzioni ragionevoli ma sulle quali formulo spesso ipotesi fantasiose e ingenue a cui mi aggrappo fino a severe prove contrarie. Mi piace così: non credo che l’ingenuità sia assenza di intelligenza ma proprio il contrario.
Mi è “semplicemente” successo di dimenticare il mio pranzo per il lavoro e rendermene conto soltanto al momento di consumarlo. Sembra poca cosa, ma per me che tengo così tanto a quel rituale, fatto di elaborazione attenta, suddivisione per contenitori e preparazione accurata della mia mitica borsa delle meraviglie gastronomiche, è mancanza non da poco. È come se con questa dimenticanza avessi prestato meno attenzione a me stessa. Magari  non è neppure un male. Chissà. Forse sto inconsapevolmente tentando di rompere degli automatismi che credevo fondamentali solo perché consueti e perché pensare a delle alternative può essere spesso faticoso e rischioso. Può essere che mi stia dicendo di smettere di fare, pensare, programmare sempre le stesse cose.

Se mi chiedi quale sia il mio film italiano preferito e pretendi una risposta a bruciapelo è molto probabile che io ti risponda “Bianca” o al massimo “Ecce bombo” perché Moretti è il regista che ha maggiormente segnato tutta la mia “competenza” emotiva e ideologica. Per me è scontato che sia un suo prodotto intellettuale a costituire un mio caposaldo. Bianca è il film che ho visto più volte nella vita, potrei citare ogni battuta a memoria. Eppure, se ci penso bene e provo a dare una risposta più sentita, e meglio ponderata, probabilmente risponderei “c’eravamao tanto amati” o “la terrazza”. Si, credo che Moretti sarebbe la mia risposta di pancia e di cuore, ma Scola la mia risposta definitiva di cervello, oltre che di cuore. Pure quando penso a quando è stato che ho avuto percezione di un vero amore mi torna sempre in mente una sua intervista in cui parlava di De Sica. Mai dimenticherò la commozione e l’intensità del suo sguardo mentre era intento a ricordare film ed episodi del regista che più di tutti ne ha condizionato la poetica e l’immaginario,. O quando penso a quella volta che, raccontando di Troisi, usò un’espressione che a me parve un ossimoro parlando di quella sua “intelligenza dei sentimenti”. Non c’avevo mai pensato davvero, ma il mio regista è prima Scola (e subito dopo Moretti).

Forse anche a questo può aiutare accantonare le cose che sentiamo troppo parte di noi stessi: per aiutarci a pensare ad altro e fare spazio a ciò che ci sfuggiva perché eravamo troppo concentrati su quello che già sappiamo benissimo o che abbiamo deciso ci convinca già abbastanza. Vai a sapere...

Stamattina, mentre mettevo un po’ in ordine le mie carte sparse, ho trovato un piccolo biglietto con sopra scritto “date importanti da ricordare 2018”. Non c’è ancora annotato nulla e siamo già a metà ottobre. Credo di aver sorriso come quando mi imbatto nelle liste dei buoni propositi o nell’oroscopo per il nuovo anno quando dice che il mio segno trionferà.
Ma è proprio così importante avere qualcosa da ricordare? Osservo le righe di quel biglietto senza annotazioni e mi sembrano delle occasioni perdute, degli equivoci scampati, delle esperienze ancora tutte da capire. E poi guardo i giorni ancora da venire, quelle righe su cui non ho ancora nessun diritto di parola. E penso che non ha importanza, che d’ora in avanti troverò più interessanti le cose che “deciderò” di dimenticare, o di tenere momentaneamente accantonate, cosi che ricordi nuovi trovino posto da soli, senza la necessità di essere annotati da nessuna parte. Proprio come le parole di Scola, come i film belli assieme a quelli necessari, come un pasto buono dimenticato per poi essere gustato meglio solo qualche ora dopo, nella quiete di un giorno qualsiasi ormai concluso. Forse non da ricordare. Eppure a suo modo indimenticabile

martedì 9 ottobre 2018

Quelli del piano di sopra

A volte ti pare che non ci sia altro da fare che arrendersi alle avversità impreviste. E invece le cose, qualche volta, si aggiustano anche da sole. Fino a quattro o cinque mesi fa ero tormentata dal baccano infernale e inarrestabile di certi inquilini maleducati e irrisoettosi che stavano al piano di sopra. Nello stesso periodo dei vicini di casa che ritenevo amici mi contestavano il posizionamento dei tubi di una caldaia e, come se non bastasse, all’improvviso fu emesso un regolamento che impediva di stendere i panni nel cortile. È stato un periodo molto difficile ed io ero tanto più spiazzata se pensavo alla portata infima delle ragioni per cui trovavo impossibile vivere in questa casa. Mi ricordo che ero decisissima a scappare a vivere altrove, vendere o anche svendere il mio amatissimo bilocale e comprare una casa tutta nuova all’ultimo piano di un quartiere nella parte opposta della città. Conoscendomi sono sicurissima che lo avrei fatto. Se non si fosse dato il caso che, all’improvviso si è aggiustato tutto: i vandali del piano di sopra sono andati via lasciando il posto ad una famiglia che forse è fatta di piuma. Ho tolto il saluto ai vicini ex amici, assieme a tutte le decine di pastiere che ero solita preparare per loro e alle deteststissime assemblee condominiali. Quanto ai panni nel cortile, il mio papà mi ha spiegato che non sta in cielo né in terra quel regolamento e che se si azzardano a contestare li appendiamo noi...

A volte succede. Succede che decido che mi metto da parte, senza difesa ma concentrata e in attesa e ad un certo punto, come per una strana magia, le cose si sistemano per conto loro, come a premiarmi di pazienza e buona educazione, di un tempo indebitamente sciupato e di pace negata. È una strada come un’altra. Avrei potuto alzare la voce, minacciare, indispettirmi. Invece ho aspettato, mentre mi dicevo che non sarebbe stato male, ad un certo punto di non ritorno, anche scappare e andare a stare altrove. Per ora non è stato necessario e posso ancora godermi questa strana periferia che continua pur sempre a divertirmi molto, non faccio più crostate per nessuno, non scrivo più noiosissimi verbali in assemblee condominiali a cui non partecipo e quando c'è il sole stendo i panni proprio come le gioiose lavandaie degli anni sessanta. Per me funziona così da sempre: posso sperare di vincere solo quando mi sottraggo ad ogni conflitto. E ne ne sono felice. È così che ho imparato a far finta di niente, a non rispondere alle provocazioni, ai giochi psicologici, agli atteggiamenti dispettosi. È così che mi sono disamorata di persone che adoravo ed è così che ho reso il cuore un po’ più impermeabile ma pure sempre più abile a capire cosa cerca davvero e cosa di cui non tenere più in conto. Per fortuna il senso inevitabile di delusione mi passa sempre e ad un certo punto torna ancora  prepotente la voglia di avere fiducia nella luce di un viso nuovo, di aprirmi ad altre esperienze e di fare anche le cose di sempre con un passo nuovo.

C’è, di contro, una resa che mi pare invece una sconfitta fatta e finita, come quella di vivere in un paese che asseconda una politica scellerata che se non contrastata per tempo non potrà che portare ad un baratro senza ritorno. Ma un paese non è un condominio di periferia e io non sono la sola inquilina del piano di sotto. Ma chissà , potrebbe darsi che, un bel giorno, spontaneamente decideranno anche “loro” di andar via e di non tornare mai più.
E tutto tornerà ad essere come deve essere. Come per magia. O il meritato premio di una pazienza davvero infinita...

In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...