Allora stavolta succede davvero. Pensavo che certi “grandi eventi” rientrassero nel mero campo delle attese a tempo indeterminato. E invece ad un certo punto si concretizzano con quella dirompenza che ti coglie impreparato pure se avevi predisposto da secoli ogni minimo dettaglio nella realizzazione. E così è davvero successo che sono andata in banca a privarmi di buona parte dei miei risparmi per rendere finalmente mia la casa appena nata che ho scelto un paio di anni fa, ho noleggiato un furgone per traghettare il meno possibile di quello che ho accumulato in questa piccola cuccia che mi ha ospitato per quasi diciassette anni, ho persino chiuso la valigia per un viaggio pazzo che non so come sia riuscita ad incastrare e che farà da transizione tra le due fisse dimore di un’anima che si ostina a rimanere zingara. Finalmente questo tempo troppo atteso è arrivato, bello carico di tutto quello che non si poteva fare in un altro momento per renderne graduale il peso e che ora si propone nella sua mastodontica invasività. E va bene così. Scatoloni pronti, afa a farmi da “aiutante”, scartoffie sistemate. Assegni predisposti. Davvero non sarò più costretta a vivere in questo accampamento domestico ancora per molto, lavando i panni a mano e i piatti in bagno? Ormai mi pare impossibile, non previsto, persino non più dovuto. E invece sta davvero cambiando tutto. Dopo mesi in cui ho continuato a lavorare, viaggiare, conoscere persone assurde, improbabili, sbagliate fino al midollo, immaginare il nuovo arredamento, il terrazzo, correre per le ultime volte all’anello di Linate, compiere 50 anni…e ogni richiamo di vita incurante di una condizione così anomala per potersi gestire in modo sensato, mi pare di cominciare ogni cosa soltanto adesso.
Mi renderò davvero conto del cambiamento radicale di tutto questo? Lo vivrò come un passaggio intenso evocativo di tanto altro che vorrei cambiare della mia vita? Oppure mi sembrerà una di quelle cose che prima o poi andavano fatte perché ho passato fin troppo tempo a sottostimare e mie reali necessità. Chi lo sa come vivrò davvero questo passaggio di stato tra luoghi di Milano così diversi e che con metafora ingenua interpreto come un cambiamento esistenziale più radicale.
A parte questo a cosa penso quando mi metto in cammino per due ore in questi pomeriggi finalmente liberi ma ancora troppo caldi per essere davvero ristoratori? Penso alle strane partigianerie, al bisogno costante che abbiamo di posizionarci sui poli delle categorie del pensiero. Mi ricordo che all’università c’era il fronte degli aziendalisti che si credevano più dritti degli economisti puri, in palestra i fanatici del cardio che sminuiscono quelli che sollevano soltanto pesi, yoga contro pilates, cinema d’autore contro americanate, vegetariani e carnivori..tutto mi racconta di una visione del mondo nettamente suddivisa senza la possibilità che spesso ha davvero senso includere ogni cosa perché è dalla osmosi consapevole che si progredisce davvero. Oppure è solo quello che faccio io perché non ho il coraggio di una posizione radicale: faccio cardio e pesi perché penso di aver bisogno di entrambi, non mangio carne ma il pesce sì, faccio yoga ma non so fare il pincha e allora mi consolo con quello che mi riesce nel pilates, del cinema amo tutto pure quello che non vedrei mai. Perché ci piace così tanto radicalizzare? O meglio perché piace a me e mi sento in colpa pure quando penso che non abbia senso? Meno male che penso a queste cose solo mentre cammino. Poi rientro a casa e faccio un po’ come mi viene.
Sto per cambiare casa. Ancora non ho capito cosa lascerò in questa. Se potessi forse lascerei ogni cosa.

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