martedì 21 novembre 2017

Cardio "frequenze"

Questa non mi era ancora mai capitata. In quasi nove anni che faccio questo lavoro ho ricevuto molti pensieri gentili, dolci, bottiglie di spumante, complimenti  immeritati ma lusinghieri...ma una lettera di encomio mi mancava. Mi ha colpito molto, soprattutto se penso che, come ho detto tante volte, svolgo con fatica l'attività col pubblico: sono timida (non lo si direbbe al primo impatto ma in realtà è questo quello che sono) e mi piace stare in silenzio e, se possibile, ascoltare persone che mi piacciono. Di fatto devo riconoscere che le cose più sorprendenti mi succedono sempre quando mi ritrovo ad interagire. Che bello, un piccolo pilastro per la mia rannicchiata autostima. Intanto grazie a chi ha ritenuto che meritassi una dedica così dolce.

In questi giorni ho ripreso alcune vecchie abitudini che in realtà già sapevo che non sarei riuscita a perdere, come svegliarmi alle cinque e ritrovare la Rebecca dei miei dvd americani di cardio blast. Nel suo entusiasmo posticcio ma convincente, in così netto contrasto con i pesi che mi costringe a sollevare e quegli esercizi spaccacuore c'è ai miei occhi la perfetta metafora di una vita ben vissuta. Esagero, lo so, ma mi piace così tanto...
E poi, soprattutto, c'è lei, la voce del programma delle cinque alla radio. Nell'ultimo mese mi sono alzata alle sei e me la sono persa e l'ora di riposo in più non è riuscita a compensare il mio rammarico. È una giornalista che seguo da tanti anni, che ho conosciuto di persona e con la quale ho persino trascorso il ferragosto al parco Sempione nel 2015. Mi piacciono i pezzi che scrive per il risveglio, mi piace la sua erre arrotata e quella maniera così intensa, poetica e originale con cui vive le cose che le accadono. Con gli anni ho pure imparato a notare il suo modo tormentato e assoluto di vivere l'amore. Lei è molto bella, di raffinata intelligenza e, per quanto mi è parso di capire, abbastanza sfortunata in amore e io davvero non riesco a comprenderne le ragioni. L'ho sentita gioire per amori appena nati e che viveva con il candore di una bambina che scopre una cosa nuova e poi
soffrire per l'inesorabile rottura quasi fino a soffocare. La radio certe magie le concede a chi ha voglia di "sintonizzarsi" con la voce interiore di chi si sta ascoltando. Io la comprendo, ma ormai ho imparato a  non darmi tempo per capire meglio e cosi, per me, ciò che parte male non potrà che finire peggio e che tanto nei rapporti è necessario che tutto sia molto chiaro fin dall'inizio. I tentativi, le ipotesi, la comprensione sono parametri che ormai escludo del tutto. Ma lei mi piace perché ha il cuore che ce la fa a ripartire ancora e ancora di nuovo, come se si resettasse ogni volta per concedere tutto lo spazio ad un altro incontro, a nuove promesse, che poi le cambiano il timbro di voce, il ritmo dei sorrisi, le parole da usare. E io trovo che sia sempre magico, direi incantevole, assistere al cambiamento di una donna innamorata.

Lo ripeto, è raro che mi venga davvero voglia di chiacchierare molto, quando sto zitta e ascolto chi mi piace io desidero solo provare ad immaginare le sue emozioni, soprattutto quelle che il mio cuore forse  non sarebbe in grado di reggere ma che è capace lo stesso di percepire. Credo che l'empatia sia un'ottima strategia per non assumersi la responsabilità di sentimenti propri. Non so cosa mi davvero mi stia perdendo e in fondo per ora ho paura o non mi interessa saperlo. So soltanto che non ho più nessuna voglia di soffrire per chicchessia, che i passi indietro sono spesso il solo modo che ho avuto di non precipitare e che in fondo le vite degli altri sono anche parte della mia individuale esperienza, al pari di un romanzo o un buon film, soprattutto se decido di alzarmi alle cinque per ascoltarne le storie.

Per tutto il resto c'è la Rebecca, che mi costringe al sorriso pure con i pesi da dieci. E che per ora è la sola che riesce a farmi battere il cuore così forte che certe volte mi pare che sia pronto persino lui a sintonizzarsi su certe "frequenze"

venerdì 17 novembre 2017

Scorci da ultimo scorcio d'anno

Però alla fine mi piace assai proprio così. Io li capisco certi colleghi che pensano che me ne stia sulle mie, sempre chiusa in stanza e mai a condividere un caffè in sala pausa, mai appassionata a questioni sindacali o ai pettegolezzi e agli intrighi di palazzo. I nuovi arrivati, tranne uno bello come il sole che non passerebbe inosservato neppure nella folla dell'ultimo concerto di Vasco, proprio non li conosco. In questi mesi nei quali la mia stanza era eccezionalmente tutta per me ho trovato la mia dimensione ideale in una porta chiusa, i podcast di radio24, le mie pratiche quasi in linea con gli obiettivi e le ore che trascorrono in questo splendido isolamento senza troppi imprevisti. Non posso farci niente, a me piace essere così: la collega meno interessante della terra. Lo accetto, sono io a volerlo. Di contro succede pure che, di tanto in tanto, faccia incursione un po' di gente parecchio simpatica e che mi conosce abbastanza da sapere cosa dirmi per strapparmi un sorriso o accendere il mio entusiasmo. Ho il collega che tiene a farmi sapere i film che è andato a vedere e cosa ne pensa, quello che mi racconta delle sue frustrazioni lavorative, quello che mi confida cose anche molto delicate della sua vita privata e che in un caldissimo pomeriggio d'estate è arrivato con una gigantesca porzione di gelato allo strano gusto di cheescake al limone. Squisito. Io credo che sia sufficiente così: se non hai la forza di andare incontro agli altri, tieniti stretti quelli che sanno dove cercarti e vengono a trovarti.

Veronica Lario ha perso l'assegno di mantenimento. Le serviva quasi un milione e mezzo al mese per vivere. Credo che sia la prima volta in vita mia che mi trovi dalla parte di Berlusconi. Intanto oggi ho soltanto sentito parlare della necessità di accordi prematrimoniali che stabiliscano chiaramente confini ed obblighi reciproci. E a me tutto questo fa sempre tanta malinconia...non avrò mai la storia che sogno davvero...non fino a quando il fattore economico sarà così dominante in ogni tipo di rapporto.

Intanto novembre trascorre inesorabile, con giocatori senza talento che ci hanno portato fuori dai mondiali, la morte di Riina assieme a tutto quanto non sapremo mai delle stragi degli ultimi trent'anni, scandali di sesso approdati anche qui da noi e i prodromi di una campagna elettorale che pare non promettermi nulla di buono. Sono abbastanza curiosa del 2018.

Del novembre passato ho un ricordo mesto e soffrivo molto per una faccenda che grazie al cielo non mi tocca proprio più, la casa accanto alla mia era ancora un a zona franca su cui fantasticavo e poi facevo tante gare di corsa a cui ora non ho più voglia di partecipare. Mi manca il mio micio e pure qualcuno che sia in grado di non deludermi mai. Ma in realtà, a pensarci bene, credo che siano sufficienti anche un po' di belle facce che bussino alla mia porta per una bella chiacchierata. Di questi tempi direi che sia più che abbastanza



mercoledì 15 novembre 2017

Per una "quadratura" del cerchio alla testa (il mio "posto" è là)

Oggi ho trascorso tutto il giorno tra una sala e l'altra del cinema Anteo: un brutto palazzo grigio in cui non mi raccapezzo mai ma con così tanta offerta da risultarmi comodo e rassicurante. Sono stata in ufficio soltanto un'ora perché avevo troppo mal di testa per riuscire a concludere qualcosa di utile. Ho chiesto un permesso, comprato un'aspirina e due biglietti e sono affondata in comode poltrone a vedere due film, in fondo parecchio simili tra di loro quanto a tematica, che mi sono abbastanza piaciuti. "The square" è un film che tenta di esplorare il ruolo rappresentativo, da parte dell'espressione artistica, di un'etica ideale realisticamente traducibile in un mondo inevitabilmente più complesso e variegato di qualsiasi modello teorico. Per essere un film "nordeuropeo" è persino fin troppo godibile e non del tutto apocalittico, come mi aspetterei da quella scuola. Mi è piaciuto per questo e pure per l'indulgente comprensione per la debolezza umana senza una semplicistica conclusione assolutoria. Le due ore e mezza, con un mal di testa che tentavo di dimenticare, sono passate con relativa fluidità.

Avevo portato con me la schiscetta da lavoro e sono andata a consumarla in piazza Gae Aulenti, scintillante area della Milano del futuro nella quale io mi sento sempre fuori luogo, ma poi è anche molto divertente stare lì seduta a guardare gente molto elegante e spesso parecchio di fretta.
Poi sono rientrata all'Anteo e ho atteso "the place" di Genovese. In qualche modo sono rimasta in tema, visto che anche in questo caso il tentativo è quello di raccontare i possibili dilemmi etici legati al libero arbitrio. Originale la struttura del racconto, bravi gli attori, buoni gli spunti. Intanto il mio mal di testa cominciava ad attenuarsi e a far posto ad uno stato abbastanza rilassato. Mi sono ricordata che avevo con me anche del cioccolato fondente con scorzette di limone e zenzero e con quello ho accompagnato il finale di questo secondo film, come il primo consolatorio ma senza esagerare.

Io, molto banalmente, credo che la bontà sia solo in parte innata e in massima parte costituisca un esercizio di volontà, evoluzione culturale e grado di appartenenza ad un modello sociale ad impronta solidaristica. Quest'ultimo aspetto è quello che io trovo davvero cruciale sia per la qualità individuale che per le caratteristiche stesse  di una nazione. Sul libero arbitrio temo invece che ciascuno di noi abbia in fondo un range piuttosto limitato di scelte e che, per quanto queste possano incidere in modo sostanziale nel percorso e nel destino di ciascuno, a determinate leggi occulte non si sfugga.

Ora sono a casa, sono tranquilla e non ho più il mal di testa e penso che le giornate così, quelle un po' cattive ma senza esagerare, che migliorano solo con qualche buona idea o meglio ancora delle buone storie per fare il punto, quelle col mal di testa che poi passa, siano una piccola necessità. Molto più che una scelta.

domenica 12 novembre 2017

Non lascio i miei dubbi ai soliti sospetti

Settimana complicata quella appena trascorsa. Succede. Succede che hai da lavorare di più, aggiungere impegni fuori dall'ordinaria tabella di marcia, sacrificare cose che ti piacciono...succede e in fondo, se bene interpretate, sono prove utili per testare la propria capacità di resistenza/resilienza agli imprevisti o ai carichi eccessivi. E poi c'è questa cronaca strana che mi procura un turbamento che davvero non mi spiego. Tutta la mia più totale solidarietà a Kevin Spacey per il tunnel grottesco in cui lo hanno ficcato. Non posso pensarci davvero...

Intanto che mi affaticavo sono successe però anche cose abbastanza piacevoli come lo sono certe esperienze che decido di fare quando ho voglia di sperperare in modo sconsiderato il mio denaro. Periodicamente vado a fare una cosa in un grosso centro medico a corso Buenos Aires:lo scoprii nel 2013 per fare la depilazione definitiva con il laser. Esperienza dolorosissima ma risolutiva di cui benedico la scelta ancora oggi. Ho sempre conservato un ricordo positivo di quel luogo e del medico a cui mi affidai: un molisano simpaticissimo, abbastanza cinico ma onesto e conversatore amabile. Sapevo di non essergli antipatica e mi piaceva che mi regalasse sempre una marea di campioncini e trattamenti non previsti dal mio pacchetto. Poi ho concluso e nel frattempo sono passati quattro anni, il centro è diventato leader in Italia per quello ed anche altri trattamenti che prevedono l'utilizzo combinato del laser, ci sono anche altri medici e io sono ritornata per fare una cosa un po' pionieristica sulla parte alta delle gambe dove ho un po' di problemi, diciamo così, da femmina mediterranea...pure stavolta è una cosa piuttosto dolorosa, ma quando decido di fidarmi di qualcuno anche questo è del tutto secondario. Credo che sia una faccenda legata al mio bisogno di avere un mentore: se mi fido di qualcuno, perché competente e/o mi dimostra di tenere al mio bene in qualche modo, io lo assecondo senza pensare a quanto questo mi costi. Di solito ci prendo, sono abbastanza fortunata con i riferimenti che mi scelgo, pure quelli ancor più importanti che ho ascoltato per crescere, imparare, formare una coscienza. Ma in realtà, ora che ci penso, io - come nessuno - non ho davvero la certezza che chi ha condizionato la mia vita e le mie idee mi abbia giovato fino in fondo oppure no. Del resto ognuno vive degli atti di fede che merita...diciamo che ad oggi mi sento fortunata di certi miei incontri.


Anche Valerio, uno dei coach della scuola di running a cui voglio molto bene e che non mi stancherei mai di ascoltare quando parla di tecnica o di strategie di progresso e di resistenza, qualche volta si attarda a parlare con me per un tempo più o meno lungo che io trovo sempre prezioso, oltre che generoso...nonostante ieri mi abbia fatto promettere di non mangiare pizza fino a quando non avrò dimezzato la circonferenza della coscia...forse i miei guru si parlano tra loro, oppure sono davvero messa male...va bene, obbedisco...

Intanto stamattina avevo bisogno di impastare perché sono ancora troppo tesa e quell'attività mi distende molto. Ne è venuto fuori un pan brioche molto soffice di cui sono abbastanza fiera. Durante la lievitazione sono andata in palestra, ho fatto un progressivo di un'ora su un tapis roulant piazzato di fronte ad una parete con i mattoni rossi: il flusso di coscienza mi ha riportato al sorriso bonario del medico, al monito severo ma affettuoso di Valerio, ma pure ad una serata in cui non mi sono divertita molto e ad una puntata molto commuovente del programma di Gianluca Nicoletti (altro mio amatissimo guru) sulle violenze che persino chi non è una stella del cinema è capace di commettere, magari su un disabile...mentre correvo, restando ferma, mi pareva di essere una specie di proiettore di fotogrammi spaiati a cui io tentavo di dare un filo logico mano mano che aumentavo la pendenza e la velocità. E non lo so se quando ho finito ero streamata per la stanchezza o per tutto quel lavoro di riordino di idee e pensieri.

Poi ho fatto la doccia, sono tornata a casa, ho messo in forno il mio pane lievitato benissimo. Ma ho mangiato solo insalata, frutta e yogurt. E poi, senza dubbio, mi rivedo i soliti sospetti. Proprio senza dubbio...




martedì 7 novembre 2017

Meno solitaria di un passero 🚶‍♀️

La prossima volta prometto di dosare meglio la mia motivazione. Mi sono messa in prima fila come a voler afferrare ogni piccola nozione senza rischiare la minima dispersione e senza considerare che sarebbe stato probabilissimo, anzi certo, sprofondare in una devastante forma di letargia dopo il primo quarto d'ora. Ho passato tutto il giorno a seguire una lezione su una questione di cui mi occupo in sostituzione di un collega. Una tematica direi cruciale, che trovo spesso ostica e drammaticamente noiosa, ma per fortuna non ho mai pensato che il lavoro dovesse necessariamente essere divertente. Può esserlo se si è molto fortunati e dotati o quando le idee sono ben chiare nel delicato momento di certe scelte definitive. Durante la pausa pranzo sono rimasta da sola in aula, con un libro di cui ho letto solo qualche pagina e l'i pad che comincio ad usare con più parsimonia ma sempre un po' troppo...

Ad un certo punto mi sono imbattuta in una citazione di Leopardi sull'effetto "amplificatore" della solitudine, intesa come condizione sublime o terribile a seconda dello stato iniziale di chi la vive. L'ho commentata, dicendo più o meno che è una condizione che mi è assolutamente congeniale e che forse questo non sia un bene. In realtà essere dei solitari non coincide con lo star soli, cosa che per la verità mi capita fin troppo di rado tra lavoro, sport, amicizie più o meno consolidate...la mia solitudine è assenza di turbamento, coincide coll'attimo esatto in cui apro la porta di casa la sera, quando è tutto finito e non c'è nessuno ad aspettarmi, a cui rendere conto, tentare di piacere, chiedere pareri, fare progetti, assumere responsabilità, o accettare una qualsiasi inevitabile forma di distrazione o semplicemente una limitazione del mio spazio vitale. Quel momento esatto della mia azione quotidiana di rientro da un giorno che avrei voluto fosse stato anche altro è la parte più magica del mio tempo. Non sono una musona sociopatica e anche io ho sperimentato forme d'amore un numero sufficiente di volte per riconoscerlo e, forse, cercarlo ancora. Il fatto è che con gli anni ho definito sempre meglio il confine che mi separa da tutto ciò che non mi appartiene ma che soltanto in parte posso evitare. Star sola per me è sperimentare senza il rischio di urtare pazienza e sensibilità altrui. Per dirne una, un giorno decisi che dovevo vivere senza televisione e ho finito per farlo per ben sette anni fino allo scorso anno, e poi di diventare vegetariana (e gli anni furono otto), di provare a stare un anno senza lavatrice e tre mesi senza il frigo. Ad un certo punto ho cominciato a girovagare tutta sola per mezzo mondo per scoprire che si può fare...con molto rischio e pericolo...ma sono qui e l'ho fatto.

Ogni tanto mi capita di pensare alla pessima madre che sarei stata, ma poi cosa posso saperne io che in fondo ho un tale senso di accudimento che la sopravvivenza almeno l'avrei garantita di certo? Ecco, credo che per certi interrogativi la solitudine non sia propriamente uno strumento efficace di comprensione, ma poi penso che non sono stata capace di gestire neppure un micio e allora giusto così...
Oggi sono esattamente la solitaria che volevo essere: quella che cucina bene solo pensando di farlo per qualcuno, che ha sempre sognato di vivere in una comune, che ha una TV come chiunque altro, una lavatrice da nove chili e un frigo troppo pieno pure per una famiglia numerosa...

Poi la pausa pranzo è finita, sono rientrati tutti, abbiamo ripreso la lezione e io per fortuna non avevo più tanto sonno


venerdì 3 novembre 2017

uno di questi oggi, anzi due

Ormai è una delle cose del mattino che aspetto con una certa trepidazione. Ma solo da poco, fino a poco tempo era una faccenda che mi immalinconiva o un pretesto per autocritiche fin troppo severe. Adesso no, adesso la notifica dei miei ricordi, pure di quelli risalenti ad otto anni fa, è un appuntamento che prendo sul serio perché mi restituisce non soltanto foto, pensieri un po' scemi accoppiati a considerazioni che trovavo rilevanti o i post di questo sgangherato diario di bordo...mi piace soprattutto perché mi riporta a stati d'animo precisi, che solo raramente proverei con la stessa intensità o per le stesse motivazioni col semplice sforzo di memoria volontaria e posso garantire che certe volte questa è una cosa davvero spiazzante. Oggi per esempio mi sono ritrovata in una foto del 2009, scattata a Pozzuoli da una persona a cui ho voluto molto bene, con cui credo di non aver mai litigato ma dalla quale ad un certo punto la vita mi ha allontanato. Credo che sia una cosa bella, perché quella foto mi piace tuttora molto, io non ero in posa e quella giornata me la ricordo ancora per quella temperatura mite, la bella luce, una conversazione rilassata e buffa. L'ho riportata volentieri sul profilo di oggi.

Invece non ho riportato il post che scrissi, proprio in questo giorno ma un anno fa, su questo blog. Pure quello mi è sembrato molto divertente (credo sia una forma poco onorevole di vanità rileggere le mie fesserie con compiacimento, ma ammetto che qualche volta ne provo gusto): parlavo di come interpreto la mia vita domestica, dello strano loop in cui scado in certe dinamiche dei rapporti umani e di come in fondo mi ritrovi mio malgrado ad essere un dato statistico poco rappresentativo per una qualsiasi categoria. Avevo un ricordo netto di quel giorno e di come in realtà mi sentivo piuttosto triste. Novembre scorso è stato un mese molto difficile per me, ma ora che ci penso è da allora che non ho più pianto. Certi ritorni al passato sono una specie di ripresa di vaccino, mi aiutano a ricordare della bellezza di sentimenti "piani"  e di contro della tossicità di quelli troppo forti che rilasciano solo sensazioni malate, ricordi tristi e paura di ricadere in certe trappole emotive assolutamente da evitare. In mezzo c'ho trovato le mie solite carambole lessicali, battute di cui potrei anche scusarmi, articoli che trovavo utili fotografie di un'epoca...il passato rivissuto con le bricioline lasciate così, un po' in modo istintivo e in parte con intento metodico, mi piace e mi interessa.

Poi sono ritornata ancora a quella vecchia foto di Pozzuoli e ho riletto quel vecchio post pieno di troppi fatti miei e ho pensato che alla fine a me non dispiacciono le cose che finiscono ma, più semplicemente, quelle cominciate male. Sapere che c'è qualcuno/qualcosa che me lo ricordi tutti gli anni comincia a farmi davvero piacere.

sabato 28 ottobre 2017

Il valore variabile di una stessa esperienza

È la seconda volta di seguito che mi succede. Anche questo allenamento del sabato, quello di gruppo al Sempione, non sono riuscita a portarlo a termine. a metà del secondo giro, più o meno al quinto chilometro, mi fermo di colpo, lascio superarmi da tutto il gruppo e comincio a camminare. Non ne saprei la causa visto che sento di avere ancora forza e possibilità di continuare. Ma niente, mi assale una specie di panico da obiettivo, come se fosse chiedere troppo arrivare fino in fondo. Forse è solo un modo di assolvermi da una settimana intera di allenamenti all'alba in quella dimensione che mi è tanto più congeniale che è lo star sola a farmi indicare distanze e andatura da una macchina che non mi assolve, ma neppure ha pretese e forse per questo mi è più facile assecondarla. Non lo so, sono due esperienze così uguali e così diverse, tipo mangiare lo stesso gusto di gelato nel cono o nella coppetta...

Ora sono nel cortile della Statale, devo aspettare le tre e mezza perché per questo e un altro sabato ho il pomeriggio felicemente dedicato ad un altro di quei corsi di cinema senza i quali non so come farò a stare senza, quando avrò concluso tutte le combinazioni possibili di tematiche offerte. Ma poi si fa. È fisiologico, normale, necessario.

L'altro ieri mi è successa una cosa che continuo a ripensare, per il senso di colpa che mi procura e forse pure per il fenomeno che sottende. Ero alla fermata proprio fuori all'esselunga, nell'istante esatto in cui fotografavo uno dei miei momenti un po' fessi che amo condividere con spirito infantile: 19.000 punti sono una notizia in effetti. Ad un certo punto mi si avvicina una anziano signore, con marcato accento milanese e un tubetto vuoto di kukident. Mi chiede 2 euro per comprarne uno nuovo, visto che non gli fanno credito all'esselunga e la nipote gli aveva fatto il bonifico solo quel giorno e lui avrebbe dovuto aspettare tre giorni per vederli sul conto, ma intanto non riusciva mangiare pane da due giorni senza avere i denti ben fissati. Mi ha anche detto che me li avrebbe restituiti. Io ho ascoltato la sua storia, l'ho guardato tutto il tempo impassibile, gli ho dato i due euro con la ferma intenzione che capisse che non credevo affatto alla sua storia. Lui mi ha ringraziato, è entrato di corsa al supermercato e ha comprato davvero il tubetto di pasta dentale. Io mi sono sentita la persona peggiore del mondo nonostante quella moneta alla fine gliel'avessi data senza fare storie.

È che avrei potuto farne un'esperienza diversa e più degna di una persona perbene. A parità di moneta.
Ma è un periodo in cui faccio fatica a fare tutto. Posso solo migliorare





mercoledì 25 ottobre 2017

Autonomi coi santi degli altri

Sono un po' di giorni che ci penso. Non che la cosa mi tolga il sonno, però credo che sia giusto provare a capire, magari proprio partendo da una esperienza personale, a dire il vero condizionata da una adesione cauta a certi stereotipi ma pur sempre condita, ahimè, da certi pregiudizi...
Io ho da sempre un problema con il Veneto. Il mio problema è questo: alcune delle persone più simpatiche, generose, ironiche e in gamba che conosca sono venete. Le trovo sinceramente delle persone adorabili eppure non mi bastano per evitate di pensare che il veneto, in quanto entità antropologica e luogo fisico astrattamente considerato, sia una regione in cui sono felice di non essere nata. Non mi toglie il sonno neppure la faccenda della pretesa autonomia, che se fosse davvero tale significherebbe per esempio non poter essere più la regione con il più elevato tasso di evasione fiscale. Quello che trovo spregevole e offensivo come italiana è il fatto che ne facciano una ossessione isolazionista. Non mi stupisce a questo punto neppure la questione surreale della contemporanea pretesa autonomista di Belluno dal veneto stesso. Io direi di passare direttamente ad un cuccuzzolo di montagna procapite...

In realtà non mi importa davvero molto: è una tendenza perfettamente in linea con quella di questo scorcio di storia e, nella sostanza, potrebbe voler dire molto poco perché essere del tutto autonomi è impossibile, sempre e oggi più che mai. Molta retorica, interessi economici dal respiro corto, politiche raccogliticce sostenute da un localismo arraffone.
Comunque sono ugualmente molto curiosa di sapere cosa intendete davvero, voi, popolo di bevitori fortissimi, saldamente orientati al profitto e all'ostentazione del vostro benessere, razzisti e leghisti...davvero, sono proprio curiosa di sapere dove porteranno i vostri sani valori dominanti...

Tutta questa faccenda mi ha riportato ad un ricordo divertente e ormai lontano che mi lega al veneto
Nel 2008 partii in solitaria per una breve vacanza che mi portò  in quella regione per la prima volta. Ci andai per incontrare una persona che conoscevo da tempo soltanto attraverso il blog. Una volta lui mi scrisse dicendomi che il mio blog era stato il primo nel quale si era imbattuto e che, sulla scorta di come lo avevo impostato, aveva capito come avrebbe voluto orientare il suo. Nel tempo lui divenne uno dei blogger più famosi della rete e ancora oggi, su altre piattaforme, vanta migliaia di seguaci. Il fatto che sia tra i miei follower anche qui mi fa un certo piacere e anzi, se passa di qua, approfitto per salutarlo.
Una vera star...e io l'ho conosciuto di persona e in tempi non sospetti come sua ispiratrice...ehehehe...

Quelli furono giorni molto divertenti, durante i quali, a bordo del suo scooter gironzolammo per il veneto, avendo come base Treviso. Vidi luoghi magnifici, con delle tonalità di verde che non ho mai più ammirato altrove, apprezzai l'ordine, la pulizia ma anche e soprattutto il fascino di un luogo dove
si è fatta la parte migliore della storia d'Italia. Mi resi conto che nessuno emetteva lo scontrino e che il caffè è bene che specificare che non sia corretto, incontrai degli alpini molto anziani e molto bevuti che mi cantarono omaggi coloriti, passeggiai per Conegliano pensando che anche io mi attaccherei alla bottiglia se vivessi in un posto così modello bomboniera e dove la cosa più memorabile che conservo di quella cittadina fu la conversazione di una madre alla sua bambina che le chiese di comprarle una collanina di plastica. Ad un certo punto le disse:"te la compro solo se non la fai provare alle tue amiche".

Quando salutai il mio amico blogger andai a Padova perché mia madre mi raggiunse lì, che ci teneva ad accendere un cero a S. Antonio. Anche Padova è bellissima. Ma quando sono andata in Portogallo
ho sentito che stanno ancora aspettando la salma del loro santo...

Io vivo di stereotipi e di pregiudizi. Mea culpa. Ma i veneti simpatici che conosco vivono a Milano o
altrove e per questo credo che stiano diventando un campione sempre meno rappresentativo, come sempre meno chiaro rimane per me l'idea che un piccolo territorio decida, all'improvviso e solo perché  più ricco grazie a condizioni contingenti favorevoli, di non sentirsi parte di una nazione. A me non importa nulla, davvero, facessero quel che vogliono. Però mi fanno specie lo stesso la grettezza dei toni e  le  motivazioni pretestuose.

Mi risulta che persino il mio amico blogstar non viva più lì. Ma del resto non era veneto neppure lui.



venerdì 20 ottobre 2017

"dipende". Risposta esatta

Quando cerco di raccattare motivi più o meno credibili per trovarmi simpatica di solito comincio da quelli. Dai miei piccoli azzardi di gioventù. Non era scontato che ne facessi: non amo i conflitti, non ambisco né al comando né all'obbedienza, non mi piace chiedere le cose ma trovare possibili strade per andare a prendermele. Quando si è così ci sono solo due possibilità: diventi una disadattata cronica oppure il prodotto di una combinazione di cocciutaggine e flessibilità che tornano sempre utili, quando incespicare è più una scelta di vita che una condizione sfortunata.

Quando i miei mi hanno detto di fare economia non ho battuto ciglio, eppure non c'era una sola cellula di me che la ritenesse una decisione sensata. Non lo era infatti e non lo sarebbe stata se non avessi trovato sul mio percorso un prof. che ho adorato per tutta una vita, per il quale ho ripetuto l'esame tre volte, ma con cui ho poi fatto la tesi e che ho ritrovato come tutor per tutto il dottorato, quello che ho conseguito dopo essermi licenziata da un lavoro che avevo desiderato tanto e che invece era altro da quello che io mi aspettavo per il modello cooperativo su cui era impostato. Chi lo sa se oggi troverei mai il coraggio per fare una cosa del genere, eppure io lo feci con la naturalezza e la spocchia che solo la giovinezza incosciente possiede senza il filtro di un contegno soffocante.

 L'economia mi ha insegnato che la risposta più sensata che si possa dare a qualsiasi problema complesso è "dipende" ed è questa la vera lezione che mi ripeto  ogni volta che cedo alla tentazione di trovare la ricetta definitiva ai dilemmi credendo davvero che esista una verità assoluta che mi salvi dall'errore, dalle delusioni, dai miei "pregiudizi di conferma", quelli che si hanno quando si cerca solo il conforto verso ciò di cui si è già convinti. In economia il "dipende" ha pretesa di esattezza matematica applicata all'imponderabile e questo ai miei occhi ha qualcosa di divino, oggi più che mai che il "dipende" vuole avere pretesa di libertà di scelta basata solo su sensazioni, universi mitologici "tribali" popolati da vegani, rettiliani, antivaccinisti e complottisti non meglio definibili ma sempre pronti al conflitto, allo scontro perenne o, al contrario, al settarismo massonico.

Oggi è stata una giornata difficile al lavoro, ho un problema che non so come risolvere, l'anno scorso invece mi sfogavo su questo blog perché ero l'unica a non aver partecipato all'assemblea sindacale e per questo avevo fatto servizio al pubblico tutta da sola. In altre occasioni ho raccontato di quante volte ho chiesto inutilmente di poter fare un'esperienza di lavoro all'estero e che l'amministrazione non ha mai neppure considerato la remota possibilità di farmi accedere ad uno dei bandi a disposizione dell'agenzia. Mi sono chiesta tante volte se questa fosse davvero la vita in cui speravo, con questi muri che spesso non comprendo, le anomalie a cui faccio caso soltanto io...e mi ripeto che forse, sì, io  volevo proprio una vita così, magari dopo essermi licenziata senza timori, dopo un dottorato per chiudere il cerchio di un percorso conflittuale, magari dopo un anno di vuoto assoluto come quello in cui davvero cominciavo a fare i conti con tutti quanti i miei "dipende".

Di tutto mi rimane l'incapacità di accettare i conflitti e di voler fuggire soltanto da quelli, la ricerca di una composizione armonica delle contraddizioni e il tentativo perenne di rinnovare e purificare lo sguardo senza la smania di cambiare costantemente punto di vista. O, forse, tutto questo "dipende" soltanto dagli anni che hai. Il fattore tempo in economia è la variabile fondamentale per analizzare qualsiasi fenomeno...un caso. Non credo.






venerdì 13 ottobre 2017

Un venerdì 13 è per sempre (...mi piacerebbe...)

Ormai mi convince. Sono circa due settimane che le mie albe, ormai sempre meno luminose e mai troppo illuminate, hanno esordi differenti che alterano rituali consolidati di anni di fede incrollabile a collane di dvd americani, pedalate domestiche, corse attorno all'aeroporto di Linate...e tutta una serie di attività solitarie nella preparazione di colazioni strane, beveroni, doppi e tripli caffè. Cosa non ci si inventa per sentirsi pronti ad affrontare la giornata...
Dicevo, sono due settimane che la mattina - prima del lavoro - vado in una palestra che apre alle 7:00 e che è esattamente a metà strada dal lavoro. La parte più difficile è uscire di casa senza trucco, col borsone e il solito carico per l'ufficio (compreso il pranzo). A quell'ora c'è solo il proprietario, un signore non più giovanissimo ma con un ancora evidente glorioso passato da sportivo. Ha già imparato i miei orari e da un paio di giorni viene anche qualche minuto prima: accendiamo assieme tutte le luci, per la prima mezz'ora ci sono soltanto io e tutto mi pare già molto familiare. Di solito corro in salita per una mezz'ora, faccio un po' di pesi per le braccia e, soprattutto, finisco l'allenamento su una pedana vibrante che credo simuli il Nirvana. Faccio la doccia, mi trucco, bevo delle cose giallo-verdi, saluto il proprietario della palestra, che credo noti la trasformazione radicale e, forse per questo, mi saluta con un sorriso più ampio. A questo punto percorro i residui venti minuti che mi separano dal lavoro  coi capelli ancora umidi, un pezzo di crostata sempre troppo piccolo, le cuffie con "i conigli" e tutto un compiacimento un po' infantile che poi però si stempera durante il giorno.

Al lavoro sono ancora sola in stanza e questo mi consente di sentire i podcast di radio24, di stare zitta per tante ore, di ricevere colleghi adorabili che mi portano la cioccolata o altri generi di conforto - oltre  amabili minuti di conversazione, per poi godere ancora di un silenzio irreale. Oggi in realtà ho dovuto fare due ore di servizio al pubblico e c'era un signore che mi ha detto che era da tanto che non mi vedeva, ma io non ricordavo assolutamente di averlo mai visto e un altro che mi ha raccontato di quanto sia orgoglioso di suo figlio trentenne, della sua passione per i cavalli e per l'ippodromo di Agnano e poi una sorridente signora peruviana, che vedendomi scrivere con la sinistra, mai ha detto che sono "più intellighiente". Mi succede spesso: quando sono giù allo sportello c'è sempre chi ritiene di fidarsi abbastanza di me da raccontarmi piccoli o grandi episodi della propria vita, o decide di affezionarsi al punto di farmi dei piccoli regali, portarmi i cornetti alla crema, dirmi cose carine...e io un po' mi pento della mia preferenza per il mio studiolo vuoto e silenzioso e un po' sono contenta che non tutti se ne accorgano subito.

Questa settimana ho preso un po' dei molti giorni che mi residuano per vedere dei film, fare un massaggio e finire un fumetto molto bello e ho dormito mediamente un'ora in più. Ecco, se proprio dovessi dirla tutta, ammetterei che sia davvero difficile pensare ad una vita più ordinaria e meno appassionante di questa. È più di un anno che non programmo un viaggio e, per fortuna, che non piango per qualcuno, che non ho subito torti imperdonabili o problemi insolubili. In linea di massima sento che non vorrei avere una sorte troppo diversa da quella che i quaranta mi hanno riservato. Potrei chiedermi se abbia trovato finalmente la mia comfort zone che mi isoli da rischi ed imprevisti, ma pure da sorprese e rivoluzioni copernicane, oppure se sia un assestamento che finalmente mi rappresenti in pieno. Forse è semplicemente giusto così per il fatto stesso che non è altro che così e che per una volta potrei addirittura non preoccuparmi del mio stare in pace.

Oggi è venerdì 13. Pure quando sono nata era un venerdì 13, anche il mio onomastico cade il 13, anche la casa in cui ho scelto di vivere sta al 13. Dicono che porti sfortuna. Io invece a volte  penso di non averlo mai davvero meritato...Ecco lo sapevo. Non riesco a godermi mai niente fino in fondo




sabato 7 ottobre 2017

Indicatori di "micro" benessere esistenziale (che con le tre S sono bravi tutti)

C'era un sole splendido oggi a Milano e così, verso le tre del pomeriggio, sono corsa sulla mia panchina "estiva" con la smania di chi non vuole tardare ad un appuntamento importante. Sono giorni che non prendo appunti o scrivo cose che vorrei mi fossero ricordate tra un anno e poi ancora, finché social non ci separi dal nostro passato. È la prima volta che lascio che la vita trascorra senza che trovi necessario anche trascriverla: forse sto abbastanza bene da non trovare utile tentare una qualche analisi alle cose che mi capitano, oppure davvero non mi succede niente di speciale da meritare ricordi tracciabili, o semplicemente sono stata molto stanca per tutta questa settimana e sacrificare il rituale serale delle impressioni scritte delle giornate mi è sembrato un fatto necessario. Scoprire che il mondo non abbia accusato il colpo di questa assenza mi è di un certo sollievo in effetti...Eppure a ben pensarci è stata una settimana un po' speciale per me, che dormo sempre poco e male, e invece sono giorni che Morfeo rimane con me fino a ben sei ore! E poi ho visto un film su Napoli così divertente e ben fatto che ne porto addosso i benefici persino ora. In effetti sono inezie assolutamente essenziali come lo sono per me la necessità di rigenerarmi e vedere buoni film, cose queste che sfuggono ai racconti avvincenti, ma meno male lo stesso che esistono.

Qualche giorno fa, nella sua trasmissione alla radio, Gianluca Nicoletti ha parlato di indicatori di benessere individuale, vale a dire quelle personalissime condizioni a cui ciascuno di noi aspira perché ritenute i fondamenti imprescindibili della felicità. Era un giochino divertente perché partiva dall'escludere i "macrofondamenti" banali delle tre "S" (sesso-salute-soldi) per entrare nel dettaglio "micro" delle essenzialità meno catalogabili. Faccio fatica a spiegarla ma è subito chiaro quando l'esercizio comincia. Io ho provato a fare così: mi sono creata una specie di personali categorie del "benessere" e all'interno di ciascuna ho inserito una piccola lista di indicatori rappresentativi del mio stato di grazia. Le categorie erano 1) il materialismo (...non solo in senso marxista...) 2) l'"intangibile" inteso come l'insieme delle intime sensazioni legate ad esperienze minime e apparentemente odinarie 3) la bellezza a partire dalla sua accezione profana per arrivare fin dove sia dato di incantarmi

Nella prima categoria ho messo questo:
- le lenzuola profumate di bucato su un letto ben fatto. Potrei affondarci dentro per sempre e sentire che tutta la mia infanzia più felice, l'assenza di ogni preoccupazione e stanchezza si realizzano in quella condizione li, in un corpo che non ha bisogno di difendersi ma solo di respirare a pieni polmoni.
- le mie crostate di marmellata. Il piacere comincia da quando compro gli ingredienti, li predispongo sul tavolo, impasto la frolla, arrivo fino al delicato momento della cottura per poi raggiungere l'acme del piacere col primo morso, che cerco di far coincidere in un momento di appetito sincero, quando è ancora caldissima. Non so se si tratti di felicità ma sono sicura che sia una cosa che le assomigli molto.
- ogni nuovo paio di scarpe da running Dalla contemplazione della parete con tutti i modelli fino alla scelta e i lacci tra le mani prima del primo allenamento
- quando vado a fare la spesa e ci sono i miei biscotti preferiti (gli inarrivabili Mc Vitie's digestive) scontati al 40%
- la doccia dopo lo sport con la pressione e la temperatura che dico io
- un cappuccino ben fatto

Nella seconda categoria ci stanno queste cose qui:
- Il pensiero di rivedere a breve una persona a cui voglio bene e, dopo, il pensiero di averla vista ed aver trascorso un tempo piacevole
- cucinare per qualcuno a cui tengo
- le luci che si spengono al cinema
- un trenta e lode a un esame per cui avevo studiato tantissimo e un altro per cui invece conoscevo solo le domande che mi furono rivolte
- tutta la musica che tengo in un  iPod dal 2009. Se sparisse credo che mi ammalerei
- stare sulla mia panchina preferita in questo parco con questo sole in silenzio e senza smanie
- le persone che sanno incantarmi quando parlano

 La categoria della bellezza, infine, ha carattere residuale e volutamente generico. Io ci metterei
 - Pablito e in generale tutti i gatti
 - i miei trent'anni
 - i baci
 - certi bambini "problematici" e simpaticissimi di cui vorrei conoscere il futuro e il modo di districarsi nel mondo
 - Milano e Napoli

 In fondo è una lista furba. Per alcune faccio presto, per altre devo confidare un bel po' nella buona sorte, per altre mi faccio bastare il ricordo. Ma va già bene così





In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...