lunedì 20 maggio 2019

Non me la racconto. Così forse la capisco meglio

Non aggiorno questa pagina da un sacco di tempo. In realtà non me ne dimentico mai: mi piaceva l’abitudine di raccontare le sensazioni che si affastellano senza una logica precisa nel corso di una giornata e che cominciano a sembrarmi un po’ degne del mio sforzo nel quotidiano soltanto dopo averle fissate per iscritto. È un periodo un po’ così, pieno di cose normali, senza smanie, senza “aritmie” cardiache, con equa ripartizione tra amata solitudine e amabili compagnie. Credo che sia la prima volta da tanto tempo che non mi senta tormentata proprio da nulla: non ho un ultimo pensiero della sera o uno del primo mattino che mi ossessioni, ho ancora la stessa taglia, la signora del piano di sopra non fa rumore e mi ha ritinteggiato l’infiltrazione sul soffitto, ho finalmente riparato la lavatrice con una modica spesa, vedo dei bellissimi film, seguo tutti i corsi che mi piacciono, non piango da un sacco di tempo e non porto rancore neppure verso chi mi ha umiliato. Ecco, quando sto così vorrei scrivere che sono felice, o che non sono infelice, ma non ne ho mai voglia davvero. Mi pare una cosa inutile. È come se l’assenza di tormento non avesse una sua vera dignità narrativa.

Qualche tempo fa, durante una delle lezioni sul cinema e la fotografia, Andrea ha citato un regista filippino, Lav Diaz, che fa film anche di otto ore in cui non vi è una trama. Solo una sequenza di immagini non correlate tra loro da nessuna connessione narrativa. Gli ho chiesto che senso avesse parlare ancora di cinema per una operazione del genere. Lui mi ha risposto che il cinema contemporaneo e più sperimentale qualche volta è anche volutamente antinarrativo, e da Lynch in poi questa è un’attitudine che ormai sta definendo un suo solco ben preciso. Poi mi ha detto pensarci. E io ho provato a farlo per davvero.
Sono partita immaginando una storia da raccontare e ho provato a trasformarla in una sorta di “non racconto”. Mi sono chiesta se ridurre una storia qualunque in una sequenza di immagini sconnesse tra di loro, destrutturate nel tempo e nello spazio, come mescolandole idealmente, possa continuare a possedere una sua ipotesi di rappresentazione per il solo fatto che quelle immagini conservano un
significato a sè stante e non in quanto collegate alle altre con cui compongono un vissuto preciso.
Può darsi. Può essere che se con Lynch la destrutturazione narrativa voleva dire compiere uno sforzo di decodifica per ritrovare una coerenza narrativa che poggia su un piano logico e percettivo diverso,
con Diaz il racconto si componga di “monadi”, di racconti istantanei che si risolvono in ciascuna  dalle foto poi raccolte in un film che può essere potenzialmente di durata infinita. Può darsi. È solo che io non ho voglia di sapere se sia davvero così se per averne conferma devo impegnare un tempo per ora irragionevole.

Io credo da sempre che certe esperienze possano anche semplicemente essere intuite, piuttosto che vissute direttamente. E se ci penso bene è una forma di antinarrazione pure questa: ragionare su un film proprio perché non lo si è visto e perché vederlo significherebbe soltanto ammettere con certezza che non se ne può dire nulla. Un po’ come faccio io da sempre con l’amore: mi piace soltanto quello non vissuto, di cui non posso raccontare nulla, nè le esperienze, nè se sia durato il giusto, non posso
parlare della stanchezza o del divertimento che mi ha procurato.
Di quelli vissuti potrei raccontare un mucchio di cose, dall’euforia alla desolazione, dagli episodi esaltanti alle conclusioni traumatiche o semplicemente fisiologiche. Tutti accomunati da una trama in fondo prevedibile e blindata nello schema rigido di una finitezza obbligatoria. Forse è proprio vero che il racconto così come lo conosciamo è un concetto sempre più sopravvalutato, come l’esperienza effimera, come i tempi morti, l’energia sprecata, la dispersione...
Ma come si fa a saperlo davvero fin dall’inizio? Io credo che si possa. Ne sono sicura, come lo sono dell’inutilità degli amori che poi finiscono. Non bisognava neppure iniziare.

Forse non è vero che la vita si debba viverla per raccontarla. Bisogna viverla per il motivo esattamente opposto: riuscire a percepirne senso, spessore e significato indipendentemente dalla sua effettiva traducibilità narrativa.

Quando rivedo Andrea glielo dico che poi c’ho pensato davvero a questa cosa. Ma il film di Lav Diaz  me lo perdo lo stesso



martedì 7 maggio 2019

Stabili equilibri precari

Ci sono conferme che non ho voglia di ricevere. Per me certe intuizioni devono posizionarsi nel limbo del mai confermato, delle convinzioni profonde che valgono solo per la mia personalissima esperienza e visione delle cose. Per gli altri, almeno per quelli che ai miei occhi rappresentano delle gioiose eccezioni al mio pessimismo sulla stabilità dei sentimenti, ho bisogno di essere sicura della riuscita incorruttibile di certi legami. Però poi lo so che, ad un certo punto, troverò conferma della mia amara coscienza della fallibilità di lungo termine della quasi totalità dei rapporti umani. Così mi pare sia accaduto anche per quanto riguarda la mia amica, una a cui una volta ho dedicato uno dei miei primissimi post di questo blog.
All’epoca (era il 2015) raccontavo di una madre bellissima e premurosissima, di quelle che interpretano la maternità come puro amore e non come pretesto per soddisfare delle ambizioni più o meno represse. È una donna molto bella, dolcissima, di quelle che ti pare sempre che facciamo la cosa giusta, col marito bello e col quale c’è sempre pieno accordo. Non è un fatto strano, se proprio ci penso. Le cose cambiano anche semplicemente perché i figli crescono e la voglia di uscire più spesso con le amiche diventa un atto dovuto a se stesse dopo tanti sacrifici. Oppure c’è qualcosa che inevitabilmente mi sfugge delle dinamiche affettive di lunghissimo termine e per le quali ho sempre solo avuto un sacro timore reverenziale. Il fatto è che osservandola con gli occhi di un’amica che la stima e che le vuole sinceramente bene, mi pare meno stanca ma pure meno felice di una volta. Forse la mia è solo un’impressione, falsata a sua volta da una percezione condizionata dalla mia insana passione per la vita domestica solitaria.

Io non ho mai sofferto di solitudine. Credo che sia questo il mio vero dramma: vorrei trovare l’amore incondizionato ma allo stesso tempo è questa la cosa che più mi fa paura al mondo. Non ho alcun interesse per le frequentazioni occasionali, gli incontri in chat o nei siti deputati a questo nuovo spirito degli approcci. È una roba che proprio non mi riguarda nè mi incuriosisce neppure come esperienza antropologica. L’altro dramma è quello di non pensare mai al...beh insomma ci siamo capiti. Non so cosa sia l’orologio biologico nè ho mai neppure vagamente contemplato l’idea di avere dei figli. Ho spessissimo bisogno di abbracci e vorrei avere qualcuno sempre a portata di baci senza per questo rinunciare a starmene per conto mio nella mia casa piccola a lavare i piatti a mano e con il letto sotto il tetto. Tutto qui: malinconico oltre che poco costruttivo, ma io davvero non penso che questo. Forse non ho mai capito nulla di certe porte del paradiso che non hanno mai acceso la mia curiosità al punto da decidere di scoprire cosa mi celassero.

È un maggio freddo, io sono diversa da qualche anno fa, quando parlavo estasiata della mia amica moglie e madre perfetta. Anche lei è cambiata, ma è ancora bella come allora.
Il passaggio dalla stabilità all’instabilità non è detto che imbruttisca. Anzi, forse tonifica.
Me lo devo ricordare più spesso. Così forse faccio pace con le cose che finiscono. Come certi piaceri
passeggeri che, così dicono, mi farebbero bene. Se soltanto lo volessi.


lunedì 29 aprile 2019

È quasi tutto mezzo vuoto

Noi solitari ci riconosciamo così. Dalla panchina personalizzata. Il parchetto fuori casa, quello in cui trascorro la quasi totalità del mio tempo libero primaverile ed estivo, ha quasi sempre tutte le panchine occupate. Quelle più laterali, lontane dalle giostre o dagli spazi per i cani sono le nostre. Di noi solitari, desiderosi delle stesse cose: silenzio, spazio verde, un punto di osservazione ampio. Potrei starmene così per un giorno intero e, conoscendomi, questo è davvero strano perché so per certo che, a parità di tempo trascorso in casa avrei già aperto il frigo cinque volte sperando di trovarci chissà quale consolazione, provato a mettere ordine tra cassetti che traboccano di cose che non so come siano finite lì ma che non ho il coraggio di buttare e poi forse mi sarei guardata allo specchio per assicurarmi di non sembrare ancora troppo in carne.

Non amo stare in casa, per questo non ho mai davvero desiderato di averne una più grande: mi avrebbe dato soltanto dei problemi gestionali più complessi. Il vero salotto per me è questo parco. Non so ancora come farò a continuare a compiacermi per così poco, a non cercare più nulla e pensare che sia in fondo tutto qui, dopo un lavoro che mi stanca senza farmi crescere, i sogni che non ho più voglia di realizzare perché cominciano a farmi paura, la carenza di ferro che aggrava il mio fiato corto quando provo a correre più veloce. Ma è proprio così. Sto bene senza aver voglia di stare meglio.

Ho prenotato le vacanze ma non ne ho mica voglia, eppure sono stata una viaggiatrice entusiasta, solitaria e persino temeraria. Perché ora mi spiace così tanto sganciarmi da questo posto pure se non faccio niente di speciale? Provo a riflettere su notizie terrificanti e sento di giustificarle liquidandole come un segno necessario del tempo, come se questo bastasse per accettarle. Non mi arrabbio più quasi per nulla, al massimo provo uno sconforto a cui offro spiegazioni dal sapore quasi arcaico e non lo avrei mai pensato se solo penso alla bambina e adolescente tanto irritabile che sono stata. Oggi mi dicono spessissimo che sono dolce, ma è solo perché si sono persi un pezzo della mia vita in cui sono stata totalmente altro. È stato davvero un bene ammorbidirmi fino a questo punto? Oppure ci sarebbe ancora qualcosa che riesce ancora ad “animarmi”  come una volta?

Ma perché sto pensando a queste cose? È colpa di questa panchina. Adesso mi alzo. Sono quasi le otto e devo rientrare a casa mia che c’è blob e non voglio perdemelo. Per fortuna il frigo è vuoto, tra poco partirò per le vacanze, mi inventerò un amore. E forse anche un odio, se serve.

sabato 27 aprile 2019

una pastiera “proustiana”

Non vi è pentimento che valga a privarmi di un simile piacere. E in ogni caso ho fatto in modo di meritarmelo. È stato il mio unico pensiero durante tutto il tragitto verso casa, dopo aver visto un piccolo film francese un po’ snob sulle nuove dinamiche amorose, tema sul quale io ho smesso di avere competenze già da molto tempo. Dicevo, ho camminato in una Milano splendida, luminosissima, calda e desertica fino alla biblioteca, ho ritirato delle cose da rivedere e poi mi sono allungata fino al cinemino per il film di cui sopra. Mi ero portata dietro un po’ di cose ipocaloriche per non svenire e perché avevo intenzione di preservare un appetito sufficiente ad alimentare il desiderio. Sì, perché il piacere di cui parlo è quello che mi procura una fetta della mia pastiera scongelata al microonde e gustata rigorosamente calda. È successo alle tre del pomeriggio ed è stato magnifico. La mia pastiera mi piace più di qualunque altra mai assaggiata. E mi chiedo sempre se sia una forma di presunzione ingiustificata, visto che la ricetta è fedelmente riprodotta, oppure è perché in realtà la mia variante senza l’acqua ai fiori d’arancio faccia una differenza davvero sostanziale. Ma credo che la ragione vera sia sempre la stessa e cioè che la pastiera è fatta sempre per qualcuno che non sono io. A me al massimo restano gli avanzi, che poi congelo per farmi un regalo quando conto bene le calorie. È una cosa diversa dal preparare il pranzo per qualcuno, perché in quel caso includo una certa idea di condivisione. La pastiera no. Lei rappresenta la propensione all’altro o il peccato che presuppone un’autorizzazione gestita in solitaria.

Era squisita, morbida e profumata. Mentre affondavo il cucchiaino pensavo a come è strano che oggi faccia così caldo e che Milano sia così silenziosa e poi mi sono ricordata di una Pasqua in cui il mio papà era venuto a trovarmi qui e noi camminavamo verso la metro. Ad un tratto si era accorto di un piccolo leprotto rimasto imbrigliato in una rete verde di recinzione e l’aveva aiutato a liberarsi. È stato bellissimo vederlo scorrazzare felice lontano. Qualche giorno fa, a telefono, mi ha detto, “ti ricordi quel leprotto? Chissà che fine ha fatto adesso”. Non lo so perché mi sono un po’ commossa.
E poi mi è tornata in mente quella volta che la pastiera l’avevo fatta per uno con cui stavo ma non ero felice. Venne bruciata da un lato e io non me ne rammaricai troppo. Ora forse capisco.
Adesso mi trovo alla mia solita panchina vicino a casa, mi sento un po’ appesantita ma non abbastanza da pentirmi pensando ai miei fianchi. Preferisco ricordare ancora qualcosa. Ho fatto la pastiera anche l’anno scorso, per persone che non vedo più e a cui ho voluto un bene non confermato dal tempo, eppure ancora non ho scordato tutto l’affetto che ci avevo messo dentro. Ci sono ricordi che sono destinati a sbiadire con calma inesorabile e sono quelli che apprezzo di meno. Ma tant’è. E poi c’è la pastiera di quest’anno (e quella di oggi ne era, appunto, il suo avanzo) e ho provato ancora lo stesso piacere, stavolta aggiunto alla speranza che i suoi destinatari siano belli così come li vedo.

Sarà che ho visto un film un po’ sentimentale, che mi aiuta ad accettare la mia inattitudine ad un rapporto profondo traducendo l’affetto in un dolce, che poi diventa ricordo. Sarà l’avanzo di un piacere da consumare da sola. Sarà che Milano è bellissima oggi e invece soltanto ieri pioveva e si gelava e perciò non era il caso di scongelare la mia fetta di pastiera. Sarà tutto questo, o proprio nulla di tutto questo, ma oggi quella magnifica fetta di dolce era il mio unico desiderio. Realizzato solo grazie a qualcun altro che neppure lo sa.


lunedì 22 aprile 2019

Di cosa si nutre il genio?


Appunti per Welles
...poi tornerò di nuovo a parlare di me...
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Nel novero delle poche verità incontestabili alla base del dibattito critico sul cinema c’è l’assunto che Orson Welles sia uno dei più importanti e innovativi registi del Novecento. I suoi film costituiscono un passaggio obbligato per chi di cinema vuole parlare, capire o anche soltanto godere. E questo, oggi, è fuori discussione. Ma purtroppo si sa anche che non è sempre stato così.
Nelle scienze economiche esiste una teoria, mutuata a sua volta da studi sul comportamento animale, denominata “Affamare la bestia” (“Starve the beast”), secondo la quale determinati soggetti dotati di particolari caratteristiche ad alto potenziale sono in grado di esprimersi al loro meglio soltanto in condizioni di estrema proibizione, in ottemperanza ad un principio di ottimizzazione di risorse scarse e di vantaggio comparato nelle dotazioni iniziali. In economia questo si traduce in attenzione puntuale all’uso dei mezzi di produzione, assenza totale di sprechi, utilizzo creativo delle risorse - interne ed esterne - a disposizione. 
Orson Welles è stato, rispetto a Hollywood, il prodotto forse meglio riuscito di questa teoria. Il suo talento, la sua “bulimia creativa”, il suo genio produttivo, costantemente umiliati e ostacolati dall’”Industria” sono stati paradossalmente soddisfatti proprio grazie alla fortissima penuria di mezzi e di opportunità. Un tentativo di fornire prova di questa ipotesi potrebbe essere quello di analizzare alcuni aspetti proprio di uno dei suoi film meno riusciti, a livello di critica e di pubblico e per ammissione dello stesso Welles: la “Signora di Shangai”, opera decisamente nata sotto una cattiva stella. Pare che in tutta l’America vantasse in Truman Capote il suo unico estimatore (in Europa invece fu più apprezzato), subì peraltro una gestazione lunghissima perché funestato da morti e malattie nella troupe, tagliato di quasi un’ora e mezza dalla produzione e rimontato un numero considerevole di volte senza mai tenere conto delle istruzioni fornite dal regista. In buona sostanza del film non rimane altro che una vaga approssimazione delle reali intenzioni di Welles. Ed è proprio questo che lo rende così interessante: il genio creativo rimane intatto anche quando il prodotto è stato svuotato delle sue stesse intenzioni. A confermarlo ci sono punti del film in cui l’estetica dei contrasti chiaroscurali a sostegno di una narrazione psicologica dei personaggi, l’adesione a tematiche dolenti sulla condizione umana e le sue contraddizioni, la messa in scena che omaggia una certa teatralità alla base di tutte le dinamiche umane fondate su rapporti di forza (il tribunale ma poi in altri film anche il mondo dell’editoria, della politica o della borghesia), che già rappresentano dei chiari indicatori della sua impronta del tutto peculiare e innovativa.
“Vi sono uomini che intuiscono il pericolo. Io no”. In poche parole tutte le ragioni di una disavventura e, in senso autobiografico, della condotta di una vita intera.
Ma è nei minuti finali che questa idea trova la sua forma più compiuta, quando Michael pare quasi invitare lo spettatore a scivolare assieme a lui nell’incubo della “crazy house”, laddove vertigine e insicurezza e poi figure multiple di identità indefinite e inganni rivelati lasceranno finalmente spazio alla verità. E al ritorno alla luce.
Welles è stato prima di tutto un intellettuale di solida formazione, ha fatto suo il fermento innovatore di matrice europea. È stato totalmente figlio e interprete poliedrico del suo tempo. Ma lo era anche di un luogo che a certi fermenti avrebbe contrapposto, almeno in campo cinematografico, un’idea narrativa diversa e della quale Hollywood era gelosa custode. Non stupisce dunque la costante difficoltà a finanziare i suoi film, l’intrusione esterna nella lavorazione, il costante rimaneggiamento dei suoi film fino all’incapacità di rendere immediatamente percepibile la portata innovativa del suo linguaggio filmico. Una tale mole di ostacoli avrebbe indotto alla resa chiunque. Non lui. Welles non si è mai lasciato scoraggiare dalla scarsità di risorse o dall’ostruzionismo facendo dell’ostinazione il vero motore per la realizzazione di progetti in condizioni estreme. Proprio come una “bestia affamata” che non contempla la resa.
“Vince chi gioca una giusta partita e non l’abbandona”
“Il solo modo di evitare questi guai è quello di invecchiare [...]Ma temo che morirò molto prima”
Forse nulla più di queste ultime battute del film, restituisce l’idea di insopprimibile necessità di seguire se stessi a dispetto di tutto. E di sperimentare costantemente.
Il tempo gli ha dato ogni ragione. E Hollywood gli ha restituito, con un ritardo in fondo perdonabile, tutto il dovuto


giovedì 11 aprile 2019

Oggi un post che vale per il compitino per il corso su Lynch.

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“Io...Noi, ti stiamo chiedendo di avere una mentalità aperta”
Quasi una dichiarazione d’intenti e forse un’esortazione dello stesso Lynch nei confronti di chiunque accetti la sfida di un’esperienza fortemente alienante, destabilizzante ma allo stesso tempo profondamente intima e individuale.
Per Mulholland Drive audacia narrativa, fascinazione estetica, suggestioni oniriche, turbamento irrazionale, tensione paranoica sono solo alcune tra le espressioni-chiave di più immediata ispirazione. La storia, pur nella sua disarmante complessità, è di facile sintesi. Una donna che sogna di essere una promettente attrice, tenta di rivelare l’identità di una sconosciuta. Alla fine troverà “soltanto” se stessa, i suoi sogni infranti e l’incapacità di accettare una realtà non filtrata dalla consolazione dell’immaginazione e del sogno. Sullo sfondo Hollywood, posticcia e spietata a fare da set per colpi di scena non subito chiari. Mentre il racconto si fa sempre più frammentato, ci si perde quasi subito tra numerose identità irrisolte e la sensazione costante che l’irrazionale governi e domini ogni cosa e che la narrazione individuale sia il mero prodotto di una eterna dialettica tra Caso e Necessità, in cui la volontà del singolo rappresenti solo un semplice innesco di quella lotta.
“Volevo proprio venire qui [...]. Sono due sogni ma è come se ne fosse uno [...] .Spero di non dover mai vedere quella faccia quando sono al di fuori del mio sogno”. Il sogno racchiude ciò desideriamo davvero assieme a quello che temiamo di più. Uscirne vuol dire esporsi al pericolo.
“L’atteggiamento di un uomo va di pari passo con quella che sarà la sua vita [...] Io voglio che lei pensi e che smetta di fare il furbetto con me”. Il Caso (o la Necessità?) si diverte a stuzzicare il regista facendogli credere di avere dei margini di manovra che, di fatto, non gli sono concessi.
Il regista:“Non voglio che recitiate. Aspettate di diventare veri”. Ma l’attore: “Ma recitare è reagire”. La scena del provino pare assecondare ogni cosa e mettere d’accordo tutti, ma appena fuori dal set, uno dei consulenti del regista osserva che per l’attore il copione non è più adatto.
“È lei la ragazza” ...”È una scelta eccellente, Adam”. Ma sappiamo non essere stata affatto una sua scelta.
“È tutto registrato [...] È solo un’illusione”
[...]
“Silenzio”.
La comprensione e l’essenza delle cose non sono traducibili in parole. Neppure il cinema lo pretende (si potrebbe qui azzardare una ardita similitudine col “silenzio” pronunciato da Fritz Lang nel “Disprezzo”). Il cinema si limita, appunto, a registrare illusioni.
Come si fa a parlare del cinema di Lynch senza rischiare di cannibalizzare le migliori intuizioni già al servizio delle analisi e interpretazioni più riuscite? Da dove partire per tradurre le suggestioni, la fascinazione, il turbamento, l’indecifrabile generati da tutto il “non-detto” dei suoi film? È stato osservato che i film di Lynch non vanno visti ma “usati” (Canova), quasi a definirli un’occasione esplorativa “multisensoriale”. Può allora valere anche vedere il film più e più volte per poi scoprire che in ciascuna di esse ci si troverà al cospetto di qualcosa di nuovo accompagnato da un paradosso: man mano che la trama diviene meglio comprensibile e lo snodo narrativo ritrova una sua, seppure surreale, coerenza, si viene inghiottiti in un gorgo di oscurità e irrazionalità fatta di incubi, traumi irrisolti, senso di annientamento e di impotenza verso una realtà solo fintamente rassicurante. Si potrebbe ragionevolmente affermare che tutti i film di Lynch richiedano una specie di necessaria premessa di metodo: quella di essere visti, e vissuti, più e più volte. Provare per credere. E riprovare per ricredersi.
Lynch non è un regista militante. È approdato al cinema senza prima essere stato un cinefilo. La sua “urgenza narrativa” ha origini e motivazioni estetiche e filosofiche che partono da tutt’altro, in primis il suo interesse per la pratica trascendentale. Eppure alcune questioni cruciali del contemporaneo, come ad esempio proprio quella dell’identità (il vero grande tema della modernità) o - fa impressione osservarlo proprio all’indomani della prima foto di un buco nero - l’idea che l’alterazione spazio-temporale sia la variabile endogena cruciale di un paradigma universale, fanno del suo cinema uno strumento efficacissimo anche per una chiave di lettura tutta “immanente” della società. Ma forse questo è solo un Caso.
O una Necessità

domenica 7 aprile 2019

È solo una fredda domenica di Aprile

È una brutta giornata. Sono all’ingresso di un cinema che non ha ancora aperto. Non sono neppure le due e mezza, pioviggina e fa freddo. Ho trascorso la mattina in casa tra un cartone della ghibli e le puntate sempre amatissime di vita da strega. Ora vedrò “Noi” e poi spero di trovare una buona pizzeria. Il mio Garmin mi dice che ho percorso cinque kilometri e trecento metri a piedi e così mi sono ricordata che non ho partecipato neppure quest’anno alla Milano marathon. Corro da tutta la vita ed è da tutta la vita che odio correre: ormai dovrei accettare il fatto che quel momento di estasi che raggiunge il runner, quando diventa abbastanza allenato e consapevole, io non lo proverò mai. Non è mai stato il mio sport e forse non potrò mai perdonarmi il fatto che avrei potuto investire i miei sforzi di tutti questi anni in qualcosa di divertente. A pensarci bene potrei estendere questa osservazione un po’ a tutta la mia vita senza poter sapere mai come sarebbe andata.

Ho un freddo cane. Qui in viale degli Abruzzi non c’è quasi anima viva e io credo di non aver ancora detto una parola, da stamattina, forse giusto qualcosa mentre parlo da sola senza rendermene conto. Non so neppure di preciso di cosa parli il film che sto per vedere. So soltanto che Andrea lo ha consigliato e che io mi fido di lui. Fino ad ora non mi sono sbagliata, sebbene con gli anni mi sia resa conto che quando ho avuto ragione o torto non è mai stato per sempre in entrambi i casi. Intanto, per ora, so per certo che fidarmi di lui è giusto.

Cominciano ad arrivare dei bambini un po’ chiassosi e io mi rendo conto che è una cosa bella anche non avere alcuna responsabilità, stare zitta tutto il giorno, non correre la Milano marathon senza sentirsi in colpa e cimentarsi nella visione di un horror sapendo che se non ti fidassi di chi te lo ha consigliato non lo avresti mai considerato. Ma alla fine ho imparato che scegliere sia uno sforzo sopravvalutato. Subire gli eventi non è necessariamente una modalità peggiorativa dell’esistenza. Può essere una gran fortuna, soprattutto quando si è data ampia prova di non essere dei campioni delle scelte ottimali.

Mamma mia quanti bambini! Che baccano. Meno male che tra qualche minuto il cinema apre e loro andranno tutti nell’altra sala.
Sono proprio fortunata 

mercoledì 3 aprile 2019

Come “marcia” il cambiamento?

In fondo è un po’ come me lo ero immaginato. Ormai sono tanti anni che lavoro, circa quattordici, di cui quasi dieci in amministrazione e non avevo mai aderito a nessuno sciopero tra quelli indetti prima di quello di ieri. Le ragioni sono molte ma tutte sostanzialmente riconducibili al fatto che non mi piacciono le logiche, gli obiettivi e le dinamiche sindacali che si sviluppano nella pubblica amministrazione. La mia è per lo più una forma di sdegno contro di loro. Ma quello che sta succedendo per assecondare l’inettutudine della politica nelle strategie di recupero di risorse necessarie a finanziare le sua sciocche promesse a fondo perduto (quota cento, reddito di cittadinanza tra quelle di maggiore appeal mediatico, ma non solo quelle) mi ha portato in strada assieme alla quasi totalità dei miei colleghi. È stato un bel momento di partecipazione del quale conserverò memoria. E poi ho ritrovato colleghi di altri uffici in cui ho lavorato in passato e che non vedevo da anni. Mi ha stupito che tutti loro mi hanno detto la stessa cosa: ti leggo sempre su fb e mi piace quello che scrivi. Ad oggi non ho ancora capito che cacchio scrivo di così simpatico per certe persone. Io, che sono una maldestra, timidissima, sociopatica, per lo più incapace di intercettare un uomo normale che mi ami in modo anormale e che passo la vita a portare i segni di offese e mortificazioni o a vedere film che mi portino un po’ di conforto, o almeno di confronto. Quello che rimane sono soltanto poche attività di copertura di un vuoto che spesso mi esaspera.

 Gran bella giornata quella di ieri.

Da mesi sto procrastinando un controllo medico su una questione fisica che mi lascia perplessa e mi chiedo se sia questo un atteggiamento completamente scellerato oppure se sia sufficiente non provare nessun sintomo per pensare che sia ancora tutto ok. Il fatto è che fino ad ora ho sempre avuto l’ottima scusa di un sacco di cose da fare e sono mesi che ormai dico “vabbè, se ne parla domani. Può darsi
che intanto la cosa si risolva da sola”. Sono proprio una scellerata.

È una cosa bella svegliarsi con un primo pensiero diverso ogni volta. Lo è di certo per me, che sono sempre stata vittima di inutili chiodi fissi grazie ai quali ho costruito tormenti del tutto privi di fondamento eppure pesanti come zavorre. Di solito era per qualcuno che si divertiva a farmi del mare (che novità), qualche volta per difficoltà oggettive legate al dover fare tutto da sola, o per il lavoro che non riuscivo a trovare, e poi per una cosa che non si può risolvere ma che mi è bastare imparare ad accettare come condizione in sè. Oggi quando apro gli occhi penso solo alla mia moka pronta, al libro che vorrei finire non troppo presto, alle i,prescindibili lezioni di cinema. E poi penso alla gran fortuna di non dover conquistare chi mi piace perché tanto è già impegnato e posso sognarmelo perfetto cosi come pare a me.

Ieri è stata una bella giornata. Lo ripeto perché me lo devo ricordare. Ho fatto una cosa nella quale
non credevo fino in fondo come uno sciopero eppure mi è sembrato tutto assolutamente necessario. Ho pranzato allo stesso tavolo con persone con cui ho in passato avuto un rapporto a dir poco problematico e che, riuscendo a cancellare tutto ciò che ormai è stato, mi hanno fatto ridere e riportato ad un’armonia dimenticata.

Io non lo so come avvenga davvero un cambiamento profondo. Alcuni dicono che sia repentino perché si ritiene che sia frutto di un fermento sotterraneo rimasto soffocato per troppo tempo e che cerca solo il momento adatto per esplodere. Per altri è il prodotto di un processo graduale, persino impercettibile, fatto di metodo, visione a lungo termine, concentrazione e tenacia.
Io credo che, qualche volta, il cambiamento sia semplicemente un’intuizione che sopraggiunge inattesa. Persino durante una marcia perplessa per sostenere uno sciopero. O tra persone ritrovate. O per distanze che si accorciano. Fino alla scoperta di una sorprendente normalità



sabato 30 marzo 2019

Decadi mai decadute

Non me ne dimentico mai. Ormai non lo vedo da dodici anni eppure il giorno del suo compleanno è una cosa che non dimentico mai. Ormai sono sessanta e non gli faccio gli auguri da quando ne aveva compiuti cinquanta. Del mio prof. di economia sono stata totalmente appassionata per tantissimi anni. Cominciai col corso di economia politica, il mio secondo esame, passando poi per la tesi, un corso di master e poi il dottorato. Sempre sotto la sua egida. Dai diciotto ai trent’anni ho delegato a lui gran parte  della mia formazione e del mio investimento sul futuro. Credo che sia la persona di cui ho maggiormente avuto stima nella vita. Eppure è stato un uomo piuttosto severo con me. Il suo esame. me lo fece ripetere tre volte prima del 30 e lode. E poi negli anni spesso i rapporti sono stati piuttosto tesi.
È stato lui l’ultima persona che ho incontrato prima di trasferirmi a Milano: avevo concluso il mio percorso già da tempo e non avevo più occasione di incrociarlo, ma ipotizzai che sarebbe andato in una Feltrinelli a Napoli per la presentazione di un libro e mi feci trovare lì “per caso”. Fu molto emozionante.
 Per tornare ad avere a che fare con lui, tre anni prima mi ero licenziata dal lavoro e fatto l’esame per entrare al dottorato. Solo dopo averlo vinto gli avevo chiesto di farmi da tutor. Mi sono occupata di economia dello sviluppo, ho fatto una tesi sull’agricoltura in India, provato inutilmente a capirci qualcosa di econometria e fatto i conti con la presa di coscienza che il mondo accademico fosse per me la cosa meno interessante che possa esserci. Staccarmi da lui è stata un’epifania che ho posticipato il più possibile e faticato ad accettare. Ne ho sentito la mancanza per anni e anni. Poi mi è passata senza però scordarlo mai e considerandolo uno dei miei principali interlocutori immaginari nei momenti di dubbio.

Io faccio così. Per me voler bene a qualcuno significa questo: rimanere concentrata sull’affetto e la
considerazione che provo. E poi il pensiero constante, la fatica e il coraggio di allontanarsi per
evolversi e affrancarsi da ogni possibile forma di dipendenza, fosse anche solo intellettuale.
Però il suo compleanno me lo ricordo sempre e quando gli faccio i miei auguri silenziosi ripenso a quanto lui, più di chiunque altro, abbia condizionato praticamente tutta la mia vita. È a quel punto che non so mai se ringraziarlo tanto oppure per niente. E poi mi chiedo se si ricord ancora di me, di quella    studentessa decisamente non troppo votata alla sua materia, ma tenace e un po’ cocciuta, che una volta gli portò una fetta di dolce di McDonald per farli gli auguri per i suoi quarantaquattro anni, quella che prendeva in giro per la sua passione per Moretti e poi un giorno le mostrò il suo mega poster di caro diario per farle invidia. Chi lo sa, se ogni tanto, così un po’ per caso gli viene in mente una ragazzina provinciale, un po’ maldestra con i numeri, ma abbastanza intuitiva e in fondo intelligente per riuscire a portare a casa un risultato più che degno.
Chi lo sa se ogni tanto si chiede se mi manca e se lo penso. Chi lo sa se, come faccio io con lui,
sbircia sul mio profilo e se mi trova invecchiata. Chi lo sa se si domanda se mi ricordo ancora del suo compleanno.
Mi piace immaginare che faccia proprio tutto questo. Così posso essere quasi certa che il mio “tanti auguri caro prof.”gli sia arrivato giusto giusto in tempo

domenica 24 marzo 2019

Sensazioni...a sentimento

Credo che non cambierà mai. Da quando lo conosco, ormai una decina d’anni, sente la necessità di mettermi in guardia su questa cosa qui. E in fondo credo che abbia ragione. È per questo che anche stavolta, che non è come pensa lui - ma alla fine non fa molta differenza - il suo monito mi serve come utile promemoria, valido pure quando non ci sono rischi.
La cosa è questa. Lui è l’amico con cui ho una confidenza totale, quella senza rischi di derive. Abbiamo dormito nella stessa casa più volte, fatto week end assieme, ho conosciuto quasi tutte le sue fidanzate, parliamo di tutto senza imbarazzo...siamo amici. Mai pensato di essere altro. Lui di me sa che dell’amore ho un’idea intraducibile nella realtà, mi ripete che se non cambio non potrò fare altro che soffrire, che sono bella e che potrei divertirmi molto di più. Io gli sorrido, penso che abbia ragione ma che questo non basta per riuscire a farmi cambiare. Di solito è il primo ad accorgersi quando perdo la testa per qualcuno. Non ho mai capito come faccia, ma ci riesce immediatamente e senza che io gli dica nulla. Dopo un po’ di tempo, quando ammetto il mio errore per l’ennesima volta, lui mi dice “Basta. Non è lui. Andiamo a vederci questo spettacolo, a mangiare,...”. È così da sempre e credo che sia tutta merito suo la velocità con cui riesco a dimenticare le mie innumerevoli sviste sentimentali.

Stavolta però si sbaglia. Una mattina mi ha visto e mi ha detto “ hey, mi raccomando, non ti fissare”. Io l’ho guardato perplessa e mi sono chiesta cosa intendesse e perché stesse pensando che sono in una fase di innamoramento. In realtà sono semplicemente molto serena, piena di nuovi amici e di persone che mi interessano...ma non “oso” innamorarmi da un pezzo ormai. Però ho voluto assecondare il suo equivoco e gli ho detto sorridendo: “Ma non ti preoccupare. Tanto io ti voglio bene lo stesso”. Lui se ne è stato zitto. E ho trovato la cosa parecchio divertente.

Qualche volta mi succede di rileggere la colonnina di questo blog in cui scrivo un po’ di cose che mi descrivono. In realtà, al netto della notizia che vivo a Milano e che la amo in modo conflittuale, è una presentazione che ho copiato e incollato da un blog che avevo nel 2008. Quindi la parte in cui dico che il mio scopo sia la solitudine è di fatto una roba che mi porto dietro (e dentro) da tantissimo tempo, pure mentre tentavo malamente - e inutilmente - di smentirla. Nel frattempo ho imparato qualcosa in più sull’amicizia, sull’essere figlia e sorella di persone con cui i legami sono faticosi...ma per il resto basta. E ora che ho ormai una certa età, che per fortuna non ho pulsioni o necessità particolari di incontro, che ho dimenticato tutto e tutti quelli che mi hanno causato sofferenza e/o disillusione, direi che sia stata una vera fortuna non dover bipartire la fatica del quotidiano, il naturale imborghesimento che impone una vita di coppia duratura ed equilibrata, la gelosia, la gestione del conflitto, il dubbio. Ma quanto coraggio è necessario per dirsi capaci di amare!?!
In realtà la presentazione prosegue con la speranza di essere smentita e che la solitudine sia in fondo soltanto una possibilità tra le altre e pari a quella di una gioiosa compagnia. Ma son quelle cose che si dicono quando pensi che la serendipity sia una cosa valida e da dimostrare col miracolo.

E allora mi chiedo: che tipo di luce e di gioia ho negli occhi in questi giorni, tanto da aver fatto pensare al mio amico storico che mi sia innamorata? Forse lo sono a mia insaputa e lui se n’è accorto prima di me.
Come vorrei che avesse ragione anche stavolta!
(...almeno stavolta...)


venerdì 15 marzo 2019

Un riflesso da trenta secondi

Direi che non mi convince molto. Non mi ha mai convinto molto la frangia sul mio viso così ovale. Lo sapevo già ma avevo proprio voglia di cambiare in modo rapido e senza conseguenze irreversibili. I capelli crescono, oppure faccio la piega ai lati e metto un po’ di fermagli...insomma, all fine il buon vecchio luogo comune che se una donna taglia i capelli...beh insomma...quelle fesserie lì che si dicono per sottolineare le paturnie femminili senza fondamento. E così se è vero che mi piacevo un po’ di più prima, lo è altrettanto che mi dispiaccio un po’ meno adesso.

Tra un po’ fanno dieci anni che sono a Milano. Un paio di settimane fa mi ha contattato l’anziana signora presso cui ho abitato per tre mesi successivi al mio arrivo in questa città. Quando andai via le feci presente la mia difficoltà a conservare i rapporti quando viene meno la continuità o una frequentazione dettata da necessità e le chiesi scusa se l’eventualità che non ci saremmo più riviste si sarebbe poi rivelata fondata. Lei capì. Ci augurammo il meglio e poi ognuno per sè. E invece mi ha cercato per dirmi che la piantina che le regalai ormai tanti anni fa, continua a darle fiori tutti gli anni in questo periodo e che tutte le volte che succede mi pensa e si chiede come me la stia passando. Credo che sia una cosa molto tenera che restituisce almeno in parte il senso di certe distanze che considero come parte necessaria di un percorso concluso. Non credo che io la contatterò mai.

Quando vado in metro mi capita sempre più spesso di osservare il mio viso nel riflesso del vetro del vagone. Tra una fermata e l’altra osservo i segni di espressione sempre più profondi che scorgo in modo ancora più evidente di quando mi specchio a casa. Forse perché è un riflesso grigiognolo, su un vedremo con lo sfondo nero, in un contesto dove di solito non ho espressioni facciali significative, o sono concentrata a conservare un equilibrio sufficiente a non pestare i piedi a chi mi sta davanti. È in metro che prendo davvero atto di tutto il tempo che è passato e che il mio cambio di
vita è coinciso con l’abitudine a considerare la metro il vero simbolo di questa rivoluzione toponomastico-esistenziale. Ricordo perfettamente il riflesso del mio volto sulle mie prime metro, quelle di dieci anni prima per l’appunto, avevo la frangia anche allora ma poi per il resto ero abbastanza diversa da oggi. Non più bella, neppure più espressiva, ma ero davvero tutt’altro nella mia percezione di me stessa. E quel vetro, quel maledetto vetro non riesce a farmi capire cosa sia così diverso a parte il collagene che devo aver espulso ad ogni nuovo abbonamento annuale urbano.

Il mio unico guru di sempre, quello per cui sono totalmente acritica sia che parli di principi escatologici che di tubi per sturare cessi otturati, è Gianluca Nicoletti. Di lui mi appassiona il modo di ordinare il pensiero e poi di tradurlo in splendido eloquio. Credo che potrebbe chiedermi qualsiasi cosa ed io mi attiverei in ogni modo per assecondarlo.
Alla radio qualche volta propone un giochino: chiede ai radio ascoltatori di raccontare la propria
epica individuale in trenta secondi. Non di più nè di meno. Lui sostiene, e poi lo dimostra, che sia un
tempo più che sufficiente per raccontare un episodio, una delusione forte, un’intuizione, una svolta dell’esistenza...capaci di dire praticamente tutto di noi.
Il giochino funziona sempre, eppure, se lo chiedesse a me non so bene cosa prenderei davvero in
considerazione. Vediamo un po’...
(...cronometro...)

Ho trascorso tutta la perte iniziale della mia esistenza in una famiglia piuttosto rigida e anaffettiva, sofferto di solitudine, di disturbi alimentari, per mia sorella, per uomini che mi hanno trattato tutti allo stesso modo, per la provincia. Poi mi sono allontanata da tutto, ho ricominciato tutto da capo. Ma, a parte la metro al posto della provincia, trovo ancora conferma di tutto quanto era già stato.
E così mi concentro ancora una volta sul mio viso riflesso sul vetro con lo sfondo nero e mi chiedo come faccia a sembrarmi così diverso da quello di dieci anni fa se poi sono sufficienti trenta miserrimi secondi per poterne dare contezza. Che mistero...
(...sì...direi che nei trenta secondi rientro alla grande...)

In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...