giovedì 22 giugno 2023

Cerco l’estate tutti gli anni

 Stavolta quasi non me ne sono accorta. E’ di nuovo estate e a me pare di aver semplicemente attraversato un segmento temporale indeciso in cui si ostinava a star dentro qualunque cosa: alluvioni, caldo torrido, cielo coperto che si prendeva pause a casaccio di luce. Intanto moriva Berlusconi, ma pure centinaia di persone anonime in mare, cominciava la solita immarcescibile piaga degli esami di maturità che mi mettono sempre quell’ansia tendente al panico totale come se dovessi rifarli ogni volta. La primavera invece non mi ha mai raccontato davvero molto, come tutte le cose che non ci riesce di definire in maniera netta e limpida, che si propongono come un mero transito verso ciò che percepiamo come pienamente bene o pienamentemale. Io vivo solo per l’estate. Per il resto dell’anno mi limito sostanzialmente ad attenderla. Il mio scopo è soltanto quel pleonasmo rassicurante e fulgido che è la bella estate. 

Eppure detesto il caldo esattamente nella stessa maniera il cui odio il freddo, la qualità della mia vita non migliora affatto, anzi faccio più fatica, mi si abbassa la pressione ai limiti dello svenimento, sogno il mare per il 90 per cento del tempo visto che, di fattoprendo sempre pochissimi giorni di ferie in questo periodo: non potrei accettare di arrivare alla fine dell’anno senza poter contare su giornate in cui posso non andare al lavoro semplicemente perché non ne ho voglia. L’estate è una magnifica promessa infame e tanto mi basta per ravvivarmi, accendermi fantasia e nuovi propositi.

Ho sempre avuto bisogno di una qualche estate “motivazionale”, credo che sia utile soprattutto a chi vive sempre “fuori sincrono” rispetto alla propria stagione interiore. L’ho capito quando ero al primo anno di università: non era quella la strada e io lo avevo capito subito ma non avevo il coraggio di ripensarci, di ammettere l’errore di aver ascoltato il suggerimento sbagliato dei miei. E allora feci così: mi impuntai che avrei chiesto la tesi proprio al prof. che mi fece ripetere l’esame per tre volte, condizionando tutto il mio percorso fino alla laurea. La strada era sbagliata, ma il progetto era più importante dell’errore iniziale. Non saprò mai come sarebbe andata se avessi mollato, se mi fossi data un tempo più comodo di riflessione su ciò che avrei potuto essere, ma aver vinto una sfida che in fondo, questa sì, avevo scelto io è qualcosa di estremamente confortante per il mio presente ormai troppo opaco e lineare. Potrei farne altri mille di esempi così che hanno costellato tutta la mia vita durante le “non belle” stagionisognare per anni e anni qualcuno, riuscire alla fine nell’intento, e in quell’esatto istante scoprire che non era lui. Impuntarsi per ottenere un lavoro in una realtà che hai sempre ammirato, riuscire ad entrarci e scoprire che era tutt’altro e provare così l’ebbrezza irripetibile e meravigliosa del licenziarsi senza sapere come poi sarebbe andata. Credo che esistano maniere molto “time consuming” , ma in fondo alla fine efficaci lo stesso, di autodefinirsi quando non si è esattamente consapevoli di quale talento si possiede o perché non siamo stati capaci di ribellarci quando era il momento. E comunque, se invecchiare serve davvero a qualcosa, è forse proprio la presa d’atto che incarognirsi col destino sia una miserevole perdita di tempo.

Rimane il fatto che stavolta resterò a Milano per tutto luglio, poi starò dai miei per la prima metà di agosto e soltanto dalla fine di ottobre in poi andrò in qualche posto. Stavolta vorrei che fosse in un posto caldo: ingannare la fine dell’inverno e garantirmi una fine d’anno estiva, calda, distopica, lontana come quelle di quando andavo in puglia e credevo che nessun altro luogo di vacanza fosse ipotizzabile. Non era vero niente. Non mi piaceva niente e in acqua c’erano troppe meduse. Un anno decisi che non avrei più messo piede in quella casa e rimasi sola al paese pur di non essere costretta a rivedere luoghi e persone che non mi facevano del bene. Fu così che la casa fu finalmente venduta. E fu così vidi finalmente altri luoghi e persone più belle. E poi imparai il gusto di viaggiare da sola, assieme a tutti i suoi rischi. Un giorno scriverò quanto esilaranti, assurde, persino pericolose, siano le cose che ti lasci capitare quando non ne puoi più di obbedire agli errori decisi dagli altri. Intanto è estate. Va già tutto meglio.


“Ogni fallimento è solamente un’opportunità per diventare più intelligente” Henry Ford

venerdì 9 giugno 2023

Vuoti ingombranti

 Le cose cambiano con una velocità così sconcertante che posso davvero rendermene conto soltanto se mi soffermo a fare un paragone con ciò che è stato fino a uno, due, tre anni fa, al netto della pandemia che è un segmento temporale di cui non voglio neppure più tenere conto. Da rimuovere e dimenticare come certe frequentazioni a cui ti costringevi da ragazza solo per dire che avevi pure tu il ragazzo. In ufficio è arrivato un certo numero di nuovi assunti, molti dei quali sono simpatici, freschi, giovani e pieni di buona volontà. Le ragazze sono particolarmente belle, con i capelli lunghi come piacerebbero a me, gentili e fin troppo rispettose, al punto da farmi sentire più stantìa di come già mi sento. E poi c’è uno, vestito troppo elegante per un ufficio come quello in cui è capitato, che non saluta mai, parla solo con chi ritiene utile farlo e che forse già si previsualizza in ruoli che dovrebbe meritare davvero solo chi si pone in modo sostanzialmente differente dal suo. Ma tant’è. Purtroppo temo che occuperà il ruolo che si sente già addosso grazie a quel suo piglio arrogante e piccolo borghese col sigaro (pure se sento ancora l’odore del latte che ha preso poco prima). Ma non di simili cambiamenti volevo rendere conto, visto che mi interessano troppo poco per finire nei “fundamentals” dei passaggi cruciali delle mie tappe esistenziali.

Sento che le cose cambiano quando trovo il coraggio di allontanarle da me in misura più che proporzionale a quanto le ho desiderate e, in questo periodo di “decluttering”- in cui mi piace svuotare casa sia di mobili che di cianfrusaglie, ricordi, libri brutti, scartoffie inutili, appunti vecchi che non rileggerò mai – l’esperienza tangibile della sottrazione ha un valore potenziato. È toccato persino a quella che per me ha sempre rappresentato la bambola per eccellenza: la mia barbie “viso d’angelo”. Sì perché nella vita io ho ricevuto un’unica barbie. L’avevo desiderata con tutte le mie forze perché i miei non volevano comprarmela, forse perché costava troppo o perché dirmi di no anche senza reali motivazioni è stato uno sport abbastanza praticato da loro quando ero piccola. E’ rimasta la cosa più bella che ho creduto di possedere per tutta l’infanzia e crescendo me la sono portata dietro ad ogni trasloco. Eppure non l’ho mai davvero associata a ricordi belli. Non mi è mai stato chiaro il motivo eppure è così: la amavo con sofferenza, avevo paura che si rompesse o che le mie amiche non la trovassero abbastanza bella. E poi avevo sempre paura di perderla. Non credo di essermela goduta nel modo giusto, ma sta di fatto che non sono mai riuscita a separarmene. Almeno prima d’ora, quando ho deciso che in realtà quella piccola meravigliosa donnina in miniatura dalle forme perfette, dovesse allontanarsi da me per sempre, portando con sé ogni cosa della mia infanzia, in parte perduta in parte mai pienamente vissuta. Pensavo fosse impossibile e invece è stato meraviglioso metterla nel grande sacco delle cose da lasciare andare: un senso di leggerezza e di liberazione mi ha pervaso, come se tutto il peso di questi ultimi anni fosse stato responsabilità soltanto sua.


Io non lo so se sia davvero sensato considerare gli oggetti alla stregua di scrigni di ricordi, che poi si mescolano a stati d’animo e che poi si assumono pure la responsabilità di accompagnarci anche quando il loro compito è finito. Mettere quella bambolina nel sacco, assieme ad una marea di altre cose che sono ripiombate da un passato meno lontano ma forse altrettanto “ingombrante” ha sortito effetti tangibili non solo nella mia concezione dello spazio da riservare ai ricordi. A me è parso che in quello stesso momento sia cambiato improvvisamente il ritmo stesso del mio respiro, come succede quando metti a terra una zavorra estenuante che trasportavi da troppo tempo. Perché il passato mi fa questo effetto? Era davvero tutto così cupo, sbagliato, imperfetto? O è il mio presente la vera lente distorta di tutto quanto? Vai a sapere…


E poi ho fatto lo stesso pure con le persone bloccando un po’ di amici storici, risalenti a infanzia e adolescenza, da FB. E’ successo quando, dopo qualche parola sbagliata persino risalente a mesi e addirittura anni fa che ho tollerato malvolentieri, ho deciso che non aveva più senso ritrovarsi e sapere ancora l’uno dell’altro. Bloccati senza neppure un saluto. Credo che certe volte il distacco drastico, netto, senza passaggi delicati, sia il solo possibile. Sparire e gettare via. Gesti puliti, netti. Cose e persone tenute lì perché tanto che male c’è. E invece le cose cambiano pur nella loro apparente immutabilità. E raccontano altre cose, si nutrono delle nostre malinconie, riaprono ferite curate male, parassitano pensieri e inibiscono un reale e più desiderabile cambio di passo. 


“Decluttering” è una bella parola. In italiano non ce n’è una esattamente equivalente. Non importa. Quando arriva il momento diventa chiarissima

venerdì 26 maggio 2023

Vivere. O raccontarsela?

 Rendersi conto che le cose accadono pure se non riesci a trovare la forza, il tempo, le parole, la voglia di raccontarle. Nell’ultimo mese la mia quotidianità si è lasciata attraversare senza la necessità di lasciarne traccia con foto che testimoniassero momenti apparentemente memorabili, pagine di diario che evidenziassero riflessioni formidabili che solo la parola scritta è in grado di far emergere, frasi ad effetto sui social sperando che qualcuno cogliesse la “raffinatissima” ironia sottostante. A volte mi rendo conto che certe forme di narcisismo, o qualcosa ad esso assimilabile, riflettano soltanto il mio tacito bisogno di non passare inosservata e di ricevere un riscontro che possa attestare un qualche valore, una riconoscibilità, uno spessore di cui altrimenti non avrei prova. In questi giorni sospesi tra il ritorno da un piccolo viaggio molto divertente, la cronaca nazionale come sempre angosciante e disarmante, qualche giorno giù dai miei -dove riesco a star bene solo in parte perché i problemi sono sempre lì, anzi montano e si alimentano con subdola impercettibilità – mi sono resa conto che forse ci sono cose che dovrei proprio smettere di fare, tipo fotografarmi continuamente dopo una sessione di allenamento solo per dimostrarmi di aver lavorato e sofferto abbastanza, come se davvero ogni inizio delle mie giornate fosse una specie di pedaggio da pagare per meritare di mangiare e di dormire un sonno giusto. Continuerò a pensarlo, ma che senso ha, per esempio, farlo sapere sempre a tutti?

Stamattina in radio, alla domanda “quale superpotere vorreste avere?”, una ha risposto “quello dell’invisibilità” che, curiosamente in un mondo narciso ed esibito come questo, credo che sia anche il più gettonato tra i desideri contemporanei. Credo che sia legato all’idea che la vanità ad un certo punto si scontri col giudizio degli altri e tema fortemente la sconfitta. Forse anche io sceglierei questo superpotere, perché in fondo sono così timida che mi mette a disagio quasi ogni cosa del mio muovermi in mezzo alle questioni “reali”, affollate di persone e di “distanze” da coprire prima di tornare a casa e finalmente essere ciò che mi piace veramente di me stessa: la capacità di dimenticare quasi tutto della mia giornata in nome di quel ritorno a casa tutto dedicato a me e al mio nulla accuratamente “pianificato”.


Confesso che ho spesso usato questo diario per far arrivare messaggi che non riuscivo ad inviare dal vivo: una volta l’ho fatto persino parlando di una capo team che mi stressava (con la certezza, poi confermata, che qualcuno avrebbe fedelmente riportato la cosa all’interessata), o per sfogarmi per il comportamento di un collega ripugnante che per fortuna non lavora più in questo ufficio. Altre volte per leggere meglio i miei dolori in campo sentimentale, che per fortuna ho compreso perfettamente e finalmente sto bene, benissimo, da quel punto di vista. Scrivere è lo strumento più prezioso e liberatorio che possiedo per difendermi, o attaccare, senza la fatica di un confronto che sarebbe di certo meno civile o meno analitico e chiarificatore.


Ci sono tanti modi di rendersi invisibili senza “scomparire” del tutto e questo mi pare davvero molto bello. Ma ci sono periodi in cui questo è più difficile perché il flusso dei pensieri non è accompagnato dalle parole giuste per esprimerli. E allora è inutile anche soltanto provarci: si combatte con una smania insensata che annoda ricordi e vecchi rancori, in cui tutto pare sbagliato, aggrovigliato in una specie di paralisi che terrorizza perché non si sa quando finirà. Questo credo che mi sia successo in questi ultimi giorni: tornare in una casa che non mi ospita più da tanti anni e ritrovarci la me bambina con le tristezze di quegli anni mai metabolizzate davvero, con i problemi irrisolti che prima o poi dovrò affrontare, con volti familiari sempre più segnati dal tempo, proprio come me, che in realtà non cambio davvero quanto vorrei per riuscire  accettare tutto quanto.


Una volta, tantissimi anni fa, vennero i ladri in casa. Presero quasi tutto. La casa era completamente in disordine e io ero spaventatissima. Portarono via anche il videoregistratore. Dentro c’era ancora la VHS che avevo visto prima di uscire. Era “Hannah e le sue sorelle”, un film di Woody Allen. Faceva parte della collana che avevo fatto anni prima con il giornale l’Unità e il mio rammarico fu triplo perché da allora in poi non avrei mai più la collezione completa. Di tutto quello che ci fu portato via ho in mente solo quella perdita e l’intensità del mio rammarico. Un piccolo pezzo mancante, perché sottratto con la colpa, che sarebbe rimasto tale per sempre. A volte è proprio così che vedo il mio presente: il risultato di qualcosa, per quanto minima e apparentemente irrilevante, sottratta da qualcuno e ormai impossibile da rimpiazzare senza che ci si accorga della sostituzione “strategica”.


Poi il film l’ho ricomprato in DVD. L’ho rivisto tante volte perché è pure un bellissimo film. Ma non è la stessa cosa…

 

sabato 13 maggio 2023

Pausa senza riflessione

 Dovevo soltanto infornare. Avevo già tutto pronto, sia la crostata preparata la sera prima che il pan brioche che avevo fatto lievitare tutta la notte. Mi ero alzata come sempre poco prima delle cinque e avevo subito infornato tutto. Poi, come legge morale impone ormai da secoli, ho fatto i miei esercizi, sistemato il letto, lavato i piatti, pulito il bagno, fatto una doccia veloce. Come sempre, anche stavolta ero pronta alle 6:50 per andare al lavoro. Soltanto dopo aver chiuso la porta mi ero resa conto che stava piovendo. Prendo l’ombrello, metto l’impermeabile. Esco di nuovo. No, non ce la faccio. Rientro in casa immediatamente. Poso l’ombrello, infilo la tuta, mi strucco e corro a mettermi sulla mia poltrona/letto con la ferma intenzione di stare tutto il giorno in casa per recuperare i film della wishlist e finire una serie. Così ho avvisato in ufficio che non sarei andata. E’ successo l’altro ieri: sono stata tutto il giorno su quella specie di pouf gigantesco e tanto comodo piazzato proprio di fronte alla televisione. Tutto era immerso in un silenzio quasi commuovente, forse anche grazie alla pioggia o semplicemente al fatto che finalmente i vicini di casa orrendi non ci sono più, almeno fino ad ora, provvidenzialmente, ma non canto mai vittoria su questa questione che mi fa sempre tanta tenerezza, perché mi pare quasi mettermi a confronto con la mia paura del prossimo anche quando le ragioni stanno solo nella mia testa. La realtà era che io potevo disporre di tutta quella giornata sapendo che tutto in casa era già a posto.

Certe volte è un po’ straniante avere del tempo di cui poter disporre esclusivamente a proprio piacimento: il piacere è smorzato dall’ansia di rischiare di sprecarlo facendo scelte di piacere meno vincenti di altre. Però stavolta avevo le idee chiare. Volevo solo stare seduta per tutto il tempo a vedere film e pure leggere l’ultimo Ammaniti (che è stupendo). E così è stato. Credo di non aver detto neppure una parola per tutto il giorno e di non aver pensato ad altro che a quello che in quel momento mi stavo regalando. Il pranzo era già nel contenitore precedentemente destinato per l’ufficio ed in più c’era una crostata calda ai mirtilli che avrebbe potenziato il mio benessere.

“Perché me lo merito” questo mi sono ripetuta per un paio di volte a giustificazione di un giorno di ferie bruciato senza una reale ragione né premeditazione. Non era vero: ho fatto da poco un bel viaggio e la prossima settimana torno un po’ giù per un usufruire del mio secondo blocco di ferie di quest’anno e in generale, mai come in questo periodo, non ho ragioni per dirmi particolarmente stanca. Ho visto tempi peggiori, anche di recente. E così ho pensato che il bello di gustarsi una giornata così, imprevista e anarchica, sta proprio nel suo essere totalmente gratuita, priva di meriti e premi per uno sforzo imposto. Che male c’è? Nessuno si è fatto male per questo ed io mi sono concessa il diritto, per una volta, di respirare al mio ritmo naturale, facendo caso a come possa essere percepito in modo profondamente diverso il tempo quando decidi di non pianificarlo e piuttosto che pensare alla vita che hai davanti, ti accontenti di gustarti tutta la giornata, perché in fondo è un progetto pure questo, ma con risultati visibili a più corto giro.

Non sono una persona felice, direi neppure serena. Non credo che questi siano diritti acquisiti, però continuo a fare dei tentativi, a correggere comportamenti e punti di vista, a trovare il coraggio di provare vergogna per tutte le cose sbagliate che ho detto e fatto in passato, a fare sforzi per ottenere quello che vorrei perché mi pare una condotta intimamente sensata e giusta. Però qualche volta, e senza che diventi un’abitudine, ho bisogno di deviare in modo scellerato e inconsulto dalle mie regole, di non controllare niente e assecondare un approccio totalmente selvatico al fare le cose. Fa parte dei tentativi ad essere felice. E per ora mi sembrano loro i più riusciti

martedì 2 maggio 2023

Contenta. Forse quasi felice

 I viaggi non troppo lunghi mi piacciono perché conservano intatto quel senso di gioiosa avventura, non troppo programmata ma condita di un’ansia leggera di fare e vedere il più possibile unita all’idea che, se anche non dovesse andare tutto come previsto, si tratterebbe pur sempre di pochi giorni. Erano anni che volevo vedere Praga, ma non volevo solo passeggiarci o guardarmi intorno come una sprovveduta e così, prima di partire ho comprato una card, valida per l’intera durata della mia permanenza, che mi avrebbe dato libero accesso a tutti i musei, le mostre, le mini crociere sul Moldava, le attrazioni, le sinagoghe, lo zoo, il cimitero ebraico, gli autobus turistici…ho fatto tutto quello che ho potuto con le opportunità che mi ero garantita già da casa. Inutile precisare che è stata una folgorazione: città fantastica per bellezza, storia, per il fascino che mi ha restituito, per il tempo sospeso che mi ha donato per pensare anche ad altro, per rompere con la routine di una città che non riesco a non amare ma che mi succhia davvero tantissima energia. Con gli anni ho capito che devo impormi qualche distacco periodico da Milano altrimenti mi diventa insostenibile conservare ritmi e abitudini ormai cristallizzate tra bisogni ed obblighi costanti. Intanto già penso a quale potrebbe essere la mia nuova meta di breve periodo. Mi pare molto sano anche semplicemente proiettarsi e pensarsi altrove con scadenze più o meno attendibili.

Non è successo solo questo. Col rischio di sembrare pazza, ribadisco lo stato di grazia che mi ha regalato l’ultimo film di Moretti: il mio approccio è sempre lo stesso quando vedo un suo nuovo film. Prima ho bisogno di sapere cosa provo nell’immediato. Poi però mi concedo sempre un tempo molto dilatato per ripensarlo smontandolo, soffermandomi su parole, inquadrature, parti di film, provando a cogliere stratificazioni, sfumature, allusioni, un pensiero nascosto sotto altri ed altri ancora. Il suo ultimo film è stato un atto d’amore verso chi lo conosce profondamente e profondamente lo ama. E’ per questo che comprendo la perplessità di chi si rapporta ad esso sprovvisto di questa dotazione iniziale che mi pare necessaria, ora più di sempre. Una meraviglia pazzesca. Chi pensa il contrario è solo perché non ne ha colto la grandezza fuori dal comune.


Siamo già al quinto mese di un anno che mi ha regalato più di quanto sperassi dati i presupposti di un 2022 che ancora non mi capacito di aver superato da viva. E’ curioso ma in fondo mi basta sapere di non essere innamorata, di aver capito come funziono in certe dinamiche e di non poterle in alcun modo modificare, di veder gli anni passare con la leggerezza di chi in fondo voleva solo quello che fin qui è riuscita ad ottenere, per pensare che il tempo non aggiusta le cose ma offre la prospettiva giusta per osservarle con lo spirito adatto. 


Chi ha letto questo diario anche nei primi anni si sarà reso conto, almeno in certi casi, di quanto fossi addolorata per i miei incontri sbagliati, amori che tali non erano e più o meno esplicite amare costatazioni sulla mia incapacità di tradurre in realtà concreta il mio desiderio di trovare il vero amore. Oggi credo che in fondo sia stato giusto così, non perché gli altri fossero sbagliati o perchè ero io ad esserlo (oppure sì, ma preferisco concentrarmi sull’analisi del risultato in questa fase). La verità, semplicemente, era che ho sempre inseguito un’idea di rapporto che credo sia impossibile trovare, o meglio, che io non sono riuscita ad intercettare e raggiungere quando mi sarebbe piaciuto. Succede, soprattutto quando non vuoi dei figli e neppure forme tradizionali di “stabilità” fatte di mutui, divisioni esatte dei compiti e gestione pratica delle incombenze. Succede, quando incontri uomini che stanno soltanto cercando di dimenticare qualcun’altra, vogliono diventare padri, ti fanno i conti in tasca, ti vedono solo come l’angelo del focolare con piatto a tavola e casa in ordine, quando la monogamia questa sconosciuta…succede anche che forse è tutta colpa mia che non capisco mai niente di tutto questo in tempo, che non so gestire il compromesso, che fa parte della parte prosaica della vita mettere in conto pure “chi fa cosa” altrimenti non si va d’accordo…


All’improvviso mi piace davvero di più stare così, senza neanche più desiderare di innamorarmi, sul cuscino morbido di tutti gli scampati pericoli, i sotterfugi evitati, i litigi e le tensioni stroncate a monte, la pesantezza della convivenza. All’improvviso il problema, ma anche la soluzione, ero davvero soltanto io.

Una volta un ragazzo, che al tempo aveva 32 anni e già tre figli grandicelli, mi disse una cosa che mi colpì molto. Gli avevo chiesto come mai fosse diventato padre così presto e già per tre volte. E lui mi rispose così: “Perché da quando hanno cominciato ad interessarmi sessualmente le donne non ho fatto altro che cercare quella che mi sarebbe piaciuto fecondare”. Mi colpì moltissimo e così non l’ho mai più dimenticato. E’ una delle prime cose che mi vengono in mente quando ringrazio il cielo di non avere avuto figli e nessun uomo che mi abbia fatto cambiare idea.


Forse sto esagerando nel sopravvalutare i primi mesi di un anno che mi pare bello solo perché è venuto dopo anni terribili un po’ per chiunque. Forse sto semplicemente invecchiando senza troppe rogne e senza l’angoscia di morire sola, visto che in fondo, se così fosse, cosa cambierebbe davvero? Mi piace questa strana forma di coraggio che non sapevo di avere e che mi pare un sereno adattamento a quello che non ho davvero scelto ma che in fondo ho davvero sempre voluto senza riuscire ad ammetterlo.

Sta di fatto che sono appena stata a Praga. Ho visto una marea di cose. Ho pensato tutto il tempo al film di Moretti. E non ho desiderato proprio nient’altro. Quanto manchi per essere felice davvero non saprei. Ma sono contenta lo stesso

martedì 25 aprile 2023

Uno zaino è sufficiente

 Il frigo è quasi vuoto e i piatti già pronti nel congelatore, come da programma, la lavatrice è carica e soltanto da avviare, il letto rifatto, il bagno pulito, la casa quasi completamente rassettata. È quasi tutto pronto per la mia piccola vacanza via da Milano, dopo giorni densi e belli, come possono esserlo solo quelli in cui programmo, aspetto e riesco a godermi delle brevi parentesi di riposo profondo dopo periodi di profonda stanchezza. Sapevo che il 2023 mi avrebbe regalato cose inevitabilmente migliori dell’anno passato, non solo per quello che sarebbe arrivato - come il film che aspettavo o una pace domestica ritrovata, o gli altri libri di Carrere che ho colpevolmente scoperto troppo, troppo, imperdonabilmente tardi, o anche per il corso di yoga che mi ha aperto a nuovi modi di intendere il mio benessere che ho aggiunto a quello basato esclusivamente sul sacrificio e la resistenza al dolore. Sono stati giorni belli di mesi che mi sono sembrati molto generosi. E ora sono qui, con un biglietto e un albergo prenotati in una città che volevo visitare da tanto tempo, pronta per staccare da ogni cosa almeno per qualche giorno.

Ieri volevo donare il sangue, ma non mi è stato consentito perché mi è stata rilevata una forte carenza di ferro. Lo immaginavo, mi capita piuttosto spesso negli ultimi anni. Pazienza, in fondo sentirmi sempre stanca è una cosa che mi pacifica psicologicamente con i miei sensi di colpa e poi mi ha aiutato a dormire tantissimo,  come non ricordavo da anni. Tra le cose migliori di questo periodo ci sono le due volte in cui ho goduto del nuovo film di Moretti: nessun regista mi riguarda quanto lui, la sua lucida malinconia, il pessimismo irrimediabile ma sempre intriso di ironia e di umorismo intelligente, la sua concezione del cinema e quella maniera tutta sua di intendere il modo in cui le cose dovrebbero essere raccontate. È stato bellissimo ritrovarlo e riflettere su tutto quanto.

Qualche volta faccio un piccolo esperimento social. Vado a commentare quei post “divisivi” che pubblicano i giornali on line giusto per creare traffico e il risultato è che succede sempre la stessa cosa: qualche buontempone, di solito over sessanta, mi risponde piccato, poi sempre di più man mano che io rivendico la mia opinione, fino ad arrivare alle ingiurie, alle offese volgari, le parolacce, insulti di ogni genere. E tutte le volte penso che i social servano ormai solo a dimostrarmi, una volta di più, che la maturità sia soltanto molto raramente il risultato di un percorso di miglioramento dell’individui. Il più delle volte diventiamo semplicemente quello che siamo sempre stati, senza una reale evoluzione. Semplicemente ci “consolidiamo” nella nostra condizione di partenza, nella nostra natura primigenia. Tutto qui. Anzi, spesso, semplicemente, peggioriamo. Perché è più facile, oppure perché non migliorare in realtà vuol già dire peggiorare. Chi lo sa. E chi sono io per non ritenermi parte di questo meccanismo banale di sforzo mancato di allontanamento dal peggio di me?

Certe volte penso che in fondo a me ormai basta davvero pochissimo per provare soddisfazione. Potrei assicurare che un letto ben fatto, una casa perfettamente in ordine, un piatto ben cucinato rappresentino senz’altro la causa principale della mia serenità quotidiana. Almeno da quando ho capito che non vorrei che qualcun altro lo facesse per me e da quando ho imparato a godere del mio silenzio più della conversazione e ad accettare il fatto che “mi troverò sempre a mio agio e d’accordo solo con una minoranza di persone”. Per le altre sarò sempre il prodotto un po’ noioso e alquanto contorto di una mentalità poco socievole e scarsamente espansiva. La cosa non mi dispiace più da un sacco di tempo.

Devo ricominciare la cura di ferro. Lo zaino è pronto. Il congelatore è pieno di cose che mangerò al mio ritorno. La casa è pulita e l’orrendo bambino del piano di sopra è ancora un incubo relegato al 2022. Spero di vedere un bel posto. E poi di rientrare e ritrovare tutto proprio come sto per lasciarlo adesso. Sono pronta. Sono quasi pronta. Come da sempre



giovedì 13 aprile 2023

“Grazie di esserci stata”

Il mio rapporto con il lavoro non è mai davvero cambiato. Mi fa un po’ impressione affermarlo in un’epoca in cui sta diventando dilagante il fenomeno di persone più giovani di me che decidono di licenziarsi “perché la vita è una e passarne la maggior parte a fare quello che non appassiona vuol dire morire già prima di morire”. La mia reazione a certe affermazioni è sempre la stessa: concordo pienamente ma mi sfuggono le alternative valide per riuscire a vivere davvero la vita che si sogna quando il lavoro che piace poi non lo si trova. Io so soltanto che sono stata “indirizzata” fin dalla scelta universitaria al posto fisso, preferibilmente pubblico, e che al tempo mi è stato fatto pesare dai miei pure l’essermi laureata sei mesi dopo il tempo canonico. Direi che sono il prodotto quasi perfettamente riuscito di una logica piccolo borghese senza particolari ambizioni nè margini di scelta troppo estesi. In fondo mi sta bene anche così: mi ha permesso di andar via abbastanza presto, di non dover dipendere da nessuno e di usare i miei soldi per coltivare quella povera me stessa che se ne è stata zitta, ferma e in attesa per tutti gli anni in cui piangevo per gli esami di diritto e di economia che vivevo con angoscia e tremenda fatica. Va bene lo stesso, anzi, forse non avrei potuto fare che così. E poi da quando in ufficio ho la stanza singola, in una zona appartata pure dalle aree di transito, il mio posto mi pare un’area zen creata apposta per garantirmi ora di solitudine e silenzio carichi di beatitudine. Eppure qualche volta succede persino a me che qualcuno bussi alla porta per un saluto, due chiacchiere, uno spuntino da condividere. Oppure per dirmi cose belle e un po’ inaspettate come quelle di oggi.

“Sono venuto a salutarti perché hanno approvato la richiesta di trasferimento e per dirti grazie di esserci stata”. Questo mi ha detto uno dei colleghi con cui avevo legato di più fino a poco prima del covid: con lui ho condiviso lunghe chiacchierate in giro per Milano, chilometri e chilometri di passeggiate lungo la Martesana a confessarci cose come se i nostri reciproci drammi si intendessero reciprocamente sul territorio comune dei traumi mai risolti del passato. Una volta siamo persino andati assieme a raccogliere della frutta in una zona bellissima dell’Emilia dove aveva affittato una casa che usava come deposito per tutte le cose da cui non riusciva a separarsi. Ogni tanto mi capita di avere amicizie fatte così, di fiducia reciproca ben riposta e senza derive tossiche o equivoci, in cui il piacere di raccontarsi incontra quello di condividere esperienze concrete che si cristallizzano inesorabilmente nei ricordi di lungo termine. In quegli anni era anche un lettore di questo diario e così una volta si presentò addirittura con le stampe di certi miei vecchi post perché voleva analizzarli assieme a me. Mi colpì molto e un po’ mi imbarazzò: non ho mai pensato che il mio blog meritasse addirittura degli approfondimenti invece di una rapida lettura giusto per sapere i fatti miei. Siamo stati amici così, senza l’impegno della continuità a tutti i costi ma con il senso profondo del suo significato.
Poi non ci siamo più visti per tanto tempo tra covid, una nuova compagna per lui, lo smartworking unito alla soluzione part time, io che cambio la mia stanza. E poi oggi. Che viene a trovarmi con la pacata familiarità di chi ha conservato i toni confidenziali di un tempo, come se intanto non fossero passati questi anni di assenza reciproca. Solo per dirmi quel grazie così pieno e così inaspettato. 

Ho capito molto presto che non avrei mai trovato il lavoro della mia vita, più o meno quando ho scelto la mia strada sapendo perfettamente che mi avrebbe solo allontanato dal mio vero posto. Lo dico senza rimpianto perché in fondo ancora oggi non ho capito quale fosse questo mio vero posto. E poi in fondo posso vantarmi io stessa, come i tik toker contemporanei, di essermi licenziata da un lavoro (pagato il giusto e persino fisso) perché non mi piaceva e volevo fare il dottorato soltanto per ritrovare il mio adoratissimo prof di una facoltà che, è vero, non mi piaceva a sua volta ma che alla fine mi aveva dato molto. Ricordo ancora il coraggio e l’arroganza di quegli anni pazzi e sconclusionati, con quella presunzione priva di fondamento che mi sarei data altre opportunità. Sono arrivate, ma non era mica detto. Le ho desiderate? Credo di no, ma è stato divertente raccogliere la sfida e provare a cambiare.

Non lo so cosa avrei fatto se la mia vera strada l’avessi trovata davvero. Oggi non credo abbia più molta importanza, ma sono molto contenta che alla fine mi abbia condotto fino alla mia stanzetta d’ufficio, tranquilla e appartata, dove un vecchio amico e collega è passato a salutarmi per dirmi poche parole, tutte belle. E che non scorderò 

martedì 4 aprile 2023

Cattivissima me (?)

 Non credo che mi rassegnerò mai a certi lati così intransigenti del mio carattere. Forse perché in fondo costituiscono ancora la mia migliore forma di difesa verso un certo modo di relazionarmi con le persone che hanno orbitato nella mia vita, spesso non per scelta. Ci sono periodi in cui mi capita di ricordare cose di quando ero bambina: da uno schiaffo improvviso e inatteso da mia madre o dalla maestra (pare che ai tempi fosse la norma. Per me, purtroppo è stato così), al tradimento dell’amichetta del cuore o di quelli delle persone a cui ho creduto di voler bene, ai raggiri subiti a scopo opportunistico, alle prese in giro, giusto così, perché a qualcuno andava di divertirsi un po’ alle mie spalle e a certa mia ingenuità congenita. Ogni tanto, a intervalli non troppo regolari, mi torna in mente tutto questo. Tutto. E mi pare quasi di toccarla quella stranita me stessa di allora, smarrita, incredula, che spesso non capiva neppure di fronte all’evidenza, che a volte persino lo accettava come fatto normale. Credo che sia qualcosa di legato al sentire di non meritare davvero quello che sognavo di raggiungere, che poi era sempre il bene delle persone che mi piacevano. Non lo so. Sta di fatto che oggi temo di pagare buona parte di quel conto, di quel passato mai vendicato o metabolizzato col dovuto “lasciar andare” e così credo che il mio ricordare tutto sia legato a delle forme di rancore che mi piace custodire come corazze da stoccare nel mio ripostiglio dell’artiglieria della difesa. Non posso dimenticare e non ho neppure nessuna voglia di perdonare. Non credo sia molto edificante come atteggiamento, eppure ancora non mi riesce di definirlo propriamente una colpa. Anzi a dirla tutta, più mi pare cattivo il mio atteggiamento verso certi ricordi e più prezioso mi sembra il valore della mia dignità recuperata. Potrei cominciare dalla sensazione peggiore che abbia provato nella mia vita: l’assoluta assenza di dolore per la morte del fratello di mio padre. Ad un certo punto della sua vita ebbe ad avere parole e comportamenti così schifosi nei confronti della mia famiglia, ma soprattutto nei miei confronti (per invidia legata a favorevoli questioni economiche che mi riguardavano) che non ho mai dimenticato e per le quali, quando è morto prematuramente e tra atroci sofferenze per una grave malattia, d’istinto ho solo pensato che non avevo alcun motivo per rammaricarmene. E così capita che a volte mi spaventi io stessa della mia totale incapacità di perdonare. Poi però non trovo ragioni sufficientemente valide per cambiare. E’ grave? Credo che lo sarebbe se sentissi di non essere capace di voler bene. E invece non è così.

Ci sono persone per cui farei tutto il possibile pur di vederle crescere, migliorare, raggiungere ogni obiettivo da loro desiderato. E questo malgrado non ci siano vincoli di parentela né scopi secondari. Cosa decide davvero il nostro avere cura dell’altro? È davvero possibile arrivare ad amare l’intera umanità semplicemente ammettendo la fallibilità di tutti, della nostra per prima, perdonando, dimenticando, ricostruendo un legame nuovo? Io non ne sono capace. Non più. Forse non mi interessa come una volta, quando la paura della solitudine mi rendeva meno schiacciata dalle parole e dai gesti che però dentro di me già respingevo come estranei e svilenti.

In questo momento sono in casa, rientrata dal lavoro da meno di un’ora, dove tutto è in ordine e in frigo ci sono già pronti i pasti per domani da portare al lavoro, la wishlist di MUBI che mi aspetta con film che volevo recuperare da tempo, con la coscienza pulita di sapere che  stamattina mi sono allenata senza risparmiarmi e con il piacere un po’ bambino di avere a disposizione un altro cestino pieno di fragole. E sento che non potrei desiderare altro. Non è sempre stato così. Ma non è mai stato meglio di così. In passato ho trascorso questi momenti condividendoli con persone che non vedo più da tempo, sostanzialmente per le ragioni di cui sopra.

Qualche volta tra questi strani ricordi di “raccordo” col presente spunta pure quella volta che andai a prendere Pablito al gattile. Sono sicura che se lo avessi tenuto con me a Milano staremmo ancora assieme. Quella volta che mi scelse saltandomi addosso era un micino piccolo piccolo e con me c’era uno che non vedo ormai da anni e al quale all’epoca volli un gran bene. Eppure, per motivi che non ho scordato neppure stavolta, Pablito rimane l’unico tra quei due di cui senta ancora adesso una mancanza inconsolabile. Vedi alle volte i legami…

mercoledì 29 marzo 2023

Ma guarda il Caso però…

 Era impossibile non ascoltare. Parlava a voce sufficientemente alta e mi stava troppo vicino per non destare la mia attenzione assieme ad una istintiva curiositàE’ successo qualche giorno fa: avevo preso un giorno di ferie per andare a vedere un film che avrebbe meritato tutto il tempo che poi ho avuto la fortuna e saggezza di dedicargli. Avevo preso la metro e proprio dietro di me, in piedi, c’era un simpatico ragazzino down con uno zainetto in spalla e l’abbigliamento un po’ da rapper che faceva telefonate in sequenza mixata. La sua era una formula fissa: “Hey, ciao! Ti va un caffè tra una ventina di minuti. Offro io!”. Probabilmente la risposta era ogni volta, grosso modo, la stessa: un rifiuto (spero gentile)dovuto forse anche all’orario d’ufficio o scolastico. La sua risposta era sempre la stessa e molto sbrigativa, ma senza troppo rammarico “Ah, ok ciao”. Ad un certo punto, dopo un ennesimo tentativo il suo invito riceve un sì e allora, con tono risoluto: “ok, allora ci vediamo tra un quarto d’ora. E’ un posto che ho scoperto da poco, poi ti faccio vedere dov’è”. Io ero prossima alla mia fermata e sono stata felice di “lasciarlo” sapendo che avesse raggiunto il suo obiettivo: cercare qualcuno che volesse condividere la colazione in un posto che gli piaceva. Avrei voluto sapere chi fosse l’amico, con quale spirito avesse davvero accettato, quale fosse il bar degno di un simile entusiasmo. Ma scendevo ad una fermata diversa, mi attendeva un lungo tratto a piedi e anche i miei piccoli obiettivi ostinati attendevano il loro compimento. Scendo alla fermata Duomo, lui no, è molto presto per il film e così decido di arrivare al cinema Beltrade a piedi (è abbastanza lontano) e di godermi l’aria frizzantina, il sole, la musica in cuffia. All’altezza di Porta Venezia decido di fare tappa al supermercato a fare un po’ di spesa che includesse anche qualcosa da mangiare per pranzo al parco.

Come mi piace camminare senza fretta, assorbire tutto quello che mi sta intorno, approfittare di uno scenario che cambia continuamente a seconda dei quartieri che attraverso. La lunga distanza sembra brevissima quando i tratti intermedi si mostranocosì variegati. Ad un certo punto, più o meno a metà di Corso Buenos Airesritrovo il “mio compagno di viaggio”! Era proprio lì, a pochi passi da me, seduto al tavolo di quel bar che gli piaceva tanto, e che mi riservo di sperimentare io stessa a questo punto. Difronte a lui una bellissima ragazza, avrà avuto più o meno la mia età, con capelli molto lunghi e lisci, un caffè davanti, silenziosa e un po’ intenerita che lo osservava mentre lui era tutto indaffarato a scrivere sul cellulare, noncurante di lei, del cappuccino e del cornetto gigante posizionati di fronte. Su entrambi il primo sole che li illuminava, quasi lo avesse fatto apposta per renderli visibili a me che volevo sapere dove avesse portato quella telefonata in metro.

Sono stata contenta di saperlo, mi è sembrato uno di quei piccoli regali da Serendipity che ti fanno pensare che forse è vera la storia che il caso un po’ è una roba che ci creiamo noi con dellemisteriose leggi dell’attrazione per arrivare dove vogliamo anche con modalità diverse da una serrata programmazione e dagli sforzi. Ci sono cose che accadono a basta e che neppure sapevamo quanto ci fossero necessarie. A volte mi chiedo quanto la fortuna esista davvero oppure se quella che crediamo essere buona sorte sia in realtà una roba che ci arriva perché l’abbiamo così fortemente interiorizzata come condizione auspicabile che alla fine si realizza davvero secondo geometrie che ci sono precluse. A me per esempio è successo quando ho desiderato fortemente che un collega ripugnante (quello di cui parlai con toni giustamente disgustati anche in questo blog, fingendo di non sapere che l’avrebbe letto. Sì sono perfida, lo so) decidesse di andare via e io in quel periodo non desideravo altro. Oppure quando ho pregato a chissà chi che l’orrendo bambino del piano di sopra smettesse di esistermi intorno e ad oggi sono più di tre mesi che questa cosa è realtà. Una volta avevo scordato l’euro per il distributore di caffè e lo trovai a terra proprio davanti al cancello dell’ufficio.  Pure in questo ci vedo una “generosità” eterodiretta per alleviare il peso del quotidiano.


Cose piccole o grandi che non sai bene quanto hai meritato, di certo le hai desiderate e in qualche modo hanno coinciso con i tuoi bisogni. Non è bellissimo pensare che la vita sia pure fatta di doni graditi che non presuppongano sforzi diversi dall’intensità con cui sono stati pensati? Non so se sia davvero fortuna, caso, necessità, compensazione cosmica…però è una cosa parecchio bella. Proprio come una lunga passeggiata cheall’improvviso ti restituisce più di quanto tu stesso osassi chiederle

lunedì 20 marzo 2023

Di belle e di stagioni

E così è finito l’inverno e con lui tutte le previsioni non realizzate di un Paese che sarebbe rimasto schiacciato dalla morsa del gelo perché privo di riscaldamento. Non è successo niente, solo paure collettive indotte senza un fondamento reale.


Di bello c’è che anche quest’anno non mi sono ammalata di nulla e ho sempre portato a termine le mie to-do-list senza troppe pretese ma sufficienti a farmi sentire orgogliosa dello sforzo quotidiano che faccio per andare avanti senza disturbare nessuno. Dopo tanto tempo mi sono resa conto che ogni cosa che faccio alla fine ha il solo, banalissimo, scopo di piacere un po’ di più a me stessa ogni singolo giorno. Non tra un anno, non tra dieci. Ogni giorno. Credo sia importante. Però qualche volta mi piace guardare anche un po’ più lontano e così provo a chiedermi come vorrei essere definitivamente per piacermi davvero. E parto proprio dall’ aspetto. Il mio ideale estetico è rappresentato, da sempre, dalla Bellucci e dalla Kidman. Qualsiasi altro tipo di bellezza per me è soltanto una pallida declinazione di quello che io ritengo imparagonabile e situato su un piano inarrivabile da qualsiasi altra donna pur molto bella. Risolta questa questione ammetto che qualche volta mi diverte molto osservare donne che qualcuno definirebbe “civettuole”, che un po’ invidio, perché credo che il loro sia un talento vero e proprio, non si può imparare, molto efficace sulle prede individuate dalle stesse con formidabile intuito. Sono facilmente riconoscibili perché naturalmente predisposte alla seduzione anche con semplici stratagemmi: i capelli sapientemente accomodati ad un solo lato del collo, sorrisini languidiscarpe adatte a valorizzare persino uno stacco di gamba modesto…abilissime nel dosare il loro gioco con sapiente equilibrio tra mistero e promesse. Mi divertono, di solito l’obiettivo è il matrimonio e non fanno mai troppa fatica per arrivarci. Il mio sguardo ammirato non arriva mai all’intento emulativo: dopo pochissimo smettono di affascinarmi e di solito invecchiano male.


Qualche volta invece faccio una cosa diversa: provo a chiedermi che donna vorrei essere io per “corteggiarmi”, o meglio, quale donna mi interessa davvero imitare. E subito penso a qualcuna che ami scrivere e che riesce a farlo con puntuta ironia, che osserva la realtà con incazzato pessimismo ma non si tira indietro nella lotta per migliorare le cose. Mi piacerebbe che avesse un tatuaggio almeno, che amasse (quasi) tutto il cinema, Calvino, i fumetti e il cibo. Mi piacerebbe che fosse sportiva e ispirata da un’idea di società in cui la famiglia non fosse l’unica cellula ipotizzabile . E poi vorrei che avesse un sedere sodo e delle gambe muscolose abbastanza da portare con arrogante disinvoltura jeans a zampa e a vita bassa.


Ecco mi affascina un tipo di donna così: io ci sto dentro solo in molto piccola parte parte e un po’ mi dispiace, ma alla fine bisogna pur fare i conti con quello che siamo davvero anche mentre proviamo quotidianamente a diventare quello che vorremmo. Credo che tutto dipenda dall’intervista della Pascale di qualche giorno fa. Mi ha così colpito che sono giorni che ragiono sul vero significato dell’essere donna in questo tempo qua. Forse la bellezza in fondo per me conta molto più di quanto io stessa sia disposta ad ammettere. E per bellezza intendo proprio quella esteriore, la maniera in cui decidi di occupare il tuo spazio e proporre la tua immagine agli altri. Per me forse conta molto più di quanto vogliano convincerci con la bufala della body positivity, una stupidaggine per tante ragioni, visto che i canoni estetici esistono fin dall’antica Grecia, e che fingere di piacersi vuol dire accontentarsi e non aspirare a migliorare, perché è un incitamento al gioco al ribasso e alla fuga dal giudizio, cose per niente sane in nessuna fase della vitaPerché la bellezza esiste proprio come esiste l’intelligenza: doti non a tutti concesse e per questo le riconosciamo e apprezziamo come tali. Non è un dramma non possederle…ma è meglio averle o provare ad arrivarci in qualche modo, potenziarle.


E’ passato l’inverno. E questo mi rende felice. Io, ovviamente,non assomiglio neppure vagamente alla Bellucci o alla Kidman. E questo mi dispiace quel tanto che basta per continuare a truccarmi, fare un po’ di sport e tingermi i capelli. Forse non sono diventata neppure una idea vaga della donna che “corteggerei”. Per fortuna continuo ancora piuttosto volentieri a “frequentarmi”

lunedì 13 marzo 2023

Ricomincio da Zerocalcare. Sperando di continuare così

 Che strano periodo questo qui! Me ne accorgo dalla mia incapacità di raccontarmelo con la puntualità che ho tentato di conservare durante questi otto anni di diario condiviso, da questa anomala serenità recuperata dopo anni che non definirei dolorosi, ma senz’altro faticosi, “perplessi”, spesso incomprensibili, durante i quali mi imponevo le cose solo per senso del dovere rispetto ad un ipotetico futuro a rischio di rimpianti. Tutto procede col flusso costante di sempre, pur con gli anni che segnano il mio passo con una consapevolezza nuova per ogni gesto compiuto, con i bilanci che si fanno più corposi dei progetti e un autocompiacimento che mi riconosco solo alla luce di quello che sono stata capace di sopportare durante questi anni. È una sensazione bella, perché la mia età mi piace molto più di quella di dieci anni fa, perché io mi piaccio molto più di dieci, venti e persino di trenta anni fa. Decisamente. 

Ieri finalmente sono stata alla mostra di Zerocalcare, uno che ho amato da quando ha cominciato a muovere i primi passi tra case editrici scalcagnate e sconosciute: sono capaci tutti ad apprezzarlo adesso che è sbarcato su Netflix pensando che la sua grandezza stia tutta concentrata lì. E invece non è affatto così. Tra le varie didascalie per raccontarne la storia era citato anche il giorno, era il 2014 e io già sembravo la zia di tutti quelli presenti lì in fila, in cui venne a Milano alla libreria Alastor e ci restò per tutta la notte vino alle 6:15 del mattino a fare dediche per il suo stupendo “dimentica il mio nome”, quando io già avevo fatto mia tutta la sua poetica e la sua filosofia della vita. Mi manca la componente di attivismo politico e sociale come esperienza condivisa con la sua e che me lo fa sembrare ancor più un eroe, ma le sue riflessioni sul quotidiano sono totalmente indubitabilmente roba anche mia. Io quella volta c’ero e gli dicevo “bravo, ieri alla Feltrinelli mi sei proprio piaciuto”, mentre lui, timidissimo, mi rispondeva “macché me so’ incartato mani e piedi”. Adorabile.

È un periodo assurdo perché riesco a dormire tantissimo, come non mi succedeva da anni, perché il venerdì pomeriggio attraverso la strada e faccio un’ora (gratuita) di yoga perché il cam sta proprio di fronte casa e io non ne ho mai approfittato. È un periodo assurdo perché all’improvviso ho goduto del silenzio domestico dopo mesi di baccano insopportabile e poi perché il 2022 mi ha portato così tanto dolore e problemi e disarmonie che davvero adesso questa mi pare la vita migliore possibile. È un periodo assurdo perché non sono innamorata di nessuno e questa per me è la vera grande liberazione di una vita intera: dopo anni a voler bene a catorci dimenticabilissimi, lontani anni luce dalla costruzione tutta ideale che di loro mi ero fatta, a sognarne altrettanti che all’improvviso hanno smesso di piacermi e per i quali ancora oggi mi chiedo perché avevano cominciato ad interessarmi, altri che mi hanno così deluso che ancora mi si forma una riga in fronte quando mi ritornano in mente, a quelli a cui ho dato una possibilità solo perché insistevano così tanto che pensavo che potessero avere ragione loro (maddechè). Oggi, finalmente, ho capito che il problema, ma pure la soluzione, ero soltanto io. Io sono fatta per assecondare la mia irriducibile indole solitaria, mi piace stimare le persone di valore che incontro ma poi, di fatto, non ho mai cercato davvero nessuno da amare. Mi piace imparare, impegnarmi, ascoltare, capire…ma non voglio perdere tempo a mediare la mia vita con chicchessia. E poi mi piace sapere di non dover educare nessuno, di non aver ceduto alla trappola riproduttiva neppure quando avrei ancora potuto, di non essere costretta a sacrificarmi per rapporti in cui credo solo fino a un certo punto e poi all’improvviso non più. L’impegno ostinato nei rapporti è un concetto colpevolmente sopravvalutato: se una relazione diventa faticosa bisogna lasciarla evolvere in altro spezzando per sempre certe catene. La mia età, e solo grazie a lei, mi ha concesso di capire che la mia solitudine non è una mera attesa temporanea, una fase necessariamente limitata, per essere pronta all’incontro del destino, ma una scelta ottimale, priva di compromessi, di responsabilità dettate da modelli sociali in cui non mi riconosco da quando sono piccola piccola. Mi piace che quello che sono diventata oggi sia un traguardo, una scelta precisa in cui la libertà possa coincidere con la massima espressione di me stessa.

So che questo stato di grazia non dipende soltanto da me, prova ne sia che vivo nell’incubo costante che il terrificante bambino del piano di sopra possa ritornare (mio Dio che ipotesi orrenda). Ma finché dura me lo godo fino in fondo. Perché davvero io so di non desiderare nient’altro di quello che ho oggi. E mi pare incredibile, nuovo, insospettabile. Assenza di smanie, inquietudini, tensioni verso chissà cosa.

E quando anche tutto questo benessere dovesse andar perduto, nessuno potrà mai togliermi il fatto che nel 2014 io, assieme ad un fiume di adolescenti e appassionati lettori di cose veramente nuove, stavo in fila per Zerocalcare. Sapevo già un sacco di cose. E però ancora non lo sapevo. Evviva!

In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...