domenica 2 agosto 2026

Buio in sala. Luce ovunque

 Inutile girarci intorno. Fa un caldo così invalidante che senza misure drastiche di compensazione tra aria condizionata, mare, rifugi nel nord Europa… chiunque avrebbe il diritto a dare di matto, vivere tutto il tempo sotto una doccia fredda, trasferirsi al reparto surgelati fino a settembre. Io non so come sia riuscita a resistere agli ultimi quattro giorni e alla sacra sindone che puntualmente ho lasciato sul letto per ognuna di queste notti. Oggi finalmente c’è vento e per fortuna percorrere via Mecenate per arrivare nel cinema da dove scrivo adesso non mi è sembrato il calvario di cristo ma una tregua pietosa concessa da un team di divinità in crisi di coscienza verso gli umani. Grazie, chiunque voi siate e qualsiasi colpa dobbiamo farci perdonare.

Finalmente ho la data del rogito. Il 7 settembre (l’ho detto? Devo crederci? Nel frattempo accadrà l’inconcepibile? Meglio che mi affidi agli dei di cui sopra?) prenderò possesso delle mie chiavi e trasferirò il mio disagio domestico dalla casa in cui sono verso quella nuova. Sì perché già so che la cucina non sarà pronta prima di novembre e che nel frattempo avrò molto a che fare con polvere e con tutto quello che una casa nata dal nulla mi chiederà. Ho scoperto soltanto ora che il mio terrazzo non avrà una ringhiera perché essendo al piano terra sarà un corpo unico con il giardino condominiale e che la demarcazione sarà definita da una barriera di aiuole. E a me questa cosa, che non sapevo, sembra un fatto bellissimo ma pure un po’ assurdo. Chissà come la prenderà il futuro gatto di cui vorrei non dover fare a meno.

L’ho fatto. Avevo giurato che per quest’anno niente più viaggi. La Patagonia doveva essere la mia topic experience del 2026 per durata, complessità, bellezza e, inutile girarci intorno, impegno economico non secondario. Ma è stato un anno troppo complicato e faticoso per non ipotizzare una sua seconda parte almeno vagamente consolatoria e così ho deciso di prendere una manciata di giorni di settembre, costruirmi un programma serrato di cose da fare e da vedere, cullarmi nella pre visualizzazione di tutto quello che vorrei che accadesse e prenotare il mio bel volo, il mio albergo e tutta la mia rinnovata gioia di vivere quando decido di far convergere intenzioni ed azioni. Dove vado? In un posto lontano e bello come solo certi posti che non riesco a smettere di amare sanno essere. Mica si può dire tutto di tutto.

Tra poco entrerò in sala a vedere “l’hangar rosso”

Pensavo di morire di caldo e non è successo

Pensavo che sarei rimasta sola a Milano e invece ieri ero con amici. La mia socialità è già più che appagata 

Pensavo che mi sarei “accontentata” della Patagonia e invece farò un altro viaggio

Pensavo che sarei impazzita in una casa senza cucina e invece SI-PUÒ-FARE

Pensavo che non avrei mai più traslocato e invece c’è perlomeno una data

Pensavo…e invece dovrei smetterla. Posso fare di meglio


martedì 28 luglio 2026

Cerco l’estate tutto l’anno (ma forse solo perché vorrei non trovarla mai)

 Prevedibilissimo. Esce un film di Nolan e inevitabilmente si scatena l’inferno. E io già lo so che assistere a certi duelli rende giustizia di intere annate di indolenza narrativa variamente distribuita tra autori che tentano di fare la differenza e invece non arrivano neppure vagamente lambirla. Poi finalmente arriva lui e l’universo mondo cinefilo (o presunto tale) sente che è giusto dire qualcosa, qualsiasi cosa, sull’esperienza di visione di cui si sentono parte fondamentale e attiva. E questo, per chi anche un po’ grazie al cinema sente che questo sia un posto bello in cui provare ad orientarsi, è una faccenda di vero godimento. Per non cadere in questa trappola, mi limito a dire che Odissea sia per me uno di quei film che ti fanno perdere completamente il senso del tempo: stai lì, incollato a immagini, musiche, parole, suggestioni…come ipnotizzato, sospeso, incantato. Se un film, per tre ore, riesce a produrre questo effetto io credo che il diritto a qualsiasi critica non dovrebbe essere contemplato, indipendentemente dall’ovvia constatazione che a criticare il regista più maniacale del mondo si rischi quantomeno il ridicolo. Lo dico da estimatrice del suo talento ma non al punto da definirmi una nolaniana per incoercibile professione di fede. Ma in tutta sincerità che “glie voi dì” a un film così? Il solo rimpianto è non averlo visto in IMAX perché quel tipo di suggestioni visive ha effettivamente bisogno di essere onorato da uno schermo capace di accogliere degnamente tutta quella meraviglia. 

C’è qualcosa nei programmi pomeridiani che non ho mai codificato fino in fondo. Direi che si dividono in due tipologie fondamentali: dibattito politico privo di ogni approfondimento (di solito è pura propaganda indirizzata ad anime molto semplici o facilmente manipolabili) oppure rubriche a contenuto variabile che spazia dal gossip all’ospite “esperto”. Ecco mi concentrerei su questa figura ai miei occhi surreale che dispensa consigli su alimentazione, giardinaggio, abbigliamento, cura della persona…di solito sono gli stessi da anni e anni, ormai anziani che ripetono cose che spesso sono superate da protocolli che li smentiscono clamorosamente…ma niente, loro perseverano con la solita solfa. E così mi ritrovo quasi sempre, seduto ad uno di quei divanetti con la presentatrice che ha le stesse domande scritte dall’82 sui benefici della dieta mediterranea, il dietologo ufficiale della rai, ormai pure in sovrappeso e con un aspetto che tradisce ogni risultato ottimale dei consigli che dispensa. Ma lui sta lì con l’autorevolezza che si auto attribuisce chi si sente ormai un riferimento stabile e immancabile. E a me questa cosa fa puntualmente ridere, pure perché non si capisce come sia possibile che nessuno noti questa separazione netta tra il dato fattuale e un ormai mesto farneticare ormai smentito dalla scienza. 

Io credo che ci siano essenzialmente due modi di occuparsi della propria salute: un approccio medico, che considera il corpo partendo da una malattia da curare. E un approccio da “professionista del benessere”  (mental coach, allenatori, nutrizionisti…) che considerano il corpo come una potenzialità, uno strumento di un percorso che arriva al vero benessere attraverso delle pratiche incrementali, cicliche, progressive  che si evolvono, che tengono conto del tempo e delle fasi di un corpo che ha la fortuna di essere sano. Vive come vivo è un corpo e tutto quello che proviamo a custodire di noi stessi in lui. 

E così - mentre ancora mi crogiolavo per la meraviglia dell’Odissea nolaniana, vicina ad Ulisse che dopo vent’anni non perde la sua forza ma fragile nel suo aver messo in  discussione ogni altra cosa del proprio valore, a questa estate sospesa tra le mie attese eterne in cui non mi è concesso di incidere troppo, ai pomeriggi soffocati da una televisione pervicacemente uguale a se stessa pur potendo fare e dire tutt’altro, ai medici che non curano più, al benessere che non è mai una cosa sola ma un percorso pieno di tutto - ho capito che anche in un’estate più decente di questa “io mi troverei sempre a mio agio e d’accordo” con una stagione inesistente nella quale io non devo più aspettare nulla.



martedì 21 luglio 2026

L’estate sta (s)finendo

 A Milano si respira. Non è affatto scontato in questi giorni infuocati un po’ in tutta Italia e io me lo faccio bastare come benefit di un’estate metropolitana nella quale in fondo mi è soltanto richiesto di esercitare l’attesa passiva prima di un riassetto auspicabilmente migliorativo. Nel frattempo la Spagna, per cui ho tifato, ha vinto i mondiali dimostrando che si può battere l’arroganza (non soltanto sportiva) con strumenti alternativi molto più potenti e dall’impatto emotivo e collettivo fortemente incisivo, se prima si è costruito un bagaglio di dignità con la caparbietà di chi si oppone ad una realtà in cui non si riconosce più. Sono felicissima di questo segnale di luce in una fase storica che sento come nerissima (ma sulla mia capacità di percepire anche colori nuovi giuro che sto lavorando seriamente). Grazie Spagna, sei stata un erogatore di pura grazia.

Nel frattempo ho comprato un nuovo  iPad perché ho rotto l’altro in una maniera che solo un bambino che non ha ancora imparato a camminare potrebbe fare, e poi non ho ancora avuto modo di vedere Odyssey e l’attesa di questo piacere confermo che sia essa stessa piacere, ma spero che non duri ancora molto.  Ho persino avuto la faccia tosta di programmare il prossimo viaggio dei sogni, assieme a tutte le condizioni favorevoli che vorrei si creassero per renderlo indimenticabile: luoghi da lasciare a bocca aperta, cibo da estasi, incontri finalmente indimenticabili, imprevisti belli, meteo a favore, occhi nuovi che mi aiutino ad apprezzare anche le cose di casa mia. Spero sia tutto davvero possibile. 

Ho ordinato la cucina per la casa nuova e al momento di pagare l’acconto ho pensato che mi ha fatto strano che costasse così tanto visto che sono mesi che vivo senza neppure un fornello e che la cosa mi sembri ormai del tutto normale. È incredibile la nostra capacità di abituarci a tutto, persino al disagio meno scontato e a come ciò che ci appare irrinunciabile e fondamentale in realtà non lo sia affatto. Ma sono sicura che non impiegherò troppo tempo a riabituarmi alla comodità domestica così come trovo divertente continuare ad immaginarla, provare a pensarmici dentro e persino (!)) seduta ad un balcone a bere il caffè. Avrò finalmente un balcone, wow…Con quali piccole cose mi ritrovo a pensarmi felice! Bello davvero.

Cos’altro dire del resto? Davvero poco e in fondo anche questa mi pare un’ottima notizia. Potrei aggiungere che mi sono (ri)fatta la promessa di non testare comportamenti maschili che finiscano per restituirmi sempre gli stessi risultati. Ormai lo so da tempo che non ho più bisogno di certe conferme e che è davvero raro non incappare in uomini banali che però si credono originali e brillanti e altro non sono dall’ennesima conferma che quelli sorprendenti, generosi, corretti, quelli che non si mettono a fare gli “strateghi di ‘sta cippa”, del “bastone e della carota”, delle risposte tardive ai messaggi, del “ho una compagna ma posso tradirla se mi capita, se mi va, se sono sicuro che non mi può scoprire”… io non sono capace di intercettarli. Ok. Lo accetto come dato statistico assodato mentre mi impongo di pensare di poter meritare tutt’altro. O magari no…chissà. Forse davvero nella mia personale esperienza ho avuto il privilegio di testare la vera essenza del maschio tipico e di svelarne la natura piuttosto scadente. Ma no, lo so che non sono tutti così…ma se non li incontro il mio campione rappresentativo purtroppo rimane sottostimato e distorto non per mia volontà….

Io in realtà preferisco avere fede in quella teoria secondo la quale il vero amore, se e solo se il destino lo ha previsto anche per gente come me che non sa più cosa aspettarsi, lo si incontra soltanto dopo i cinquant’anni, quando gli altri traguardi sono ormai assodati, quando l’identità e i desideri sono finalmente definiti. E quando tutti i peggiori li abbiamo già conosciuti e riconosciuti come tali. È una bellissima teoria nella quale vorrei investire ogni mia residua utopia delle emozioni. Amen.

Luglio sta per fortuna finendo. E non vedo l’ora di poter dire lo stesso di agosto. L’ho detto davvero!?!? Davvero vorrei che fosse già settembre!?!?  Pazzesco




giovedì 16 luglio 2026

Ripartire. Da dove? Piuttosto, come? O meglio, perché?

 Ancora per un paio di giorni qui in Campania. Stavolta sono venuta giusto per cose strettamente necessarie come matrimonio di cugina, un po' di rigenerazione termale, riposo, un po' di questioni cronicamente problematiche e destinate a diventarlo sempre di più, il mio solito bisogno un po’ paranoico di programmare tutto almeno fino ai prossimi tre mesi in cui provare a mettere dentro persino un viaggio lungo che, se mi riuscisse davvero di fare, potrebbe valermi una medaglia per gli incastri temporali impossibili. 

Dice che il film di Nolan sia di una bellezza imbarazzante e io, anche solo per questo, non vedo l’ora di tornare a Milano, occupare il mio posticino di sempre nel mio cinema del cuore e restarmene lì a godermi tre ore di tregua dall’esistenza. Ci sono annate a cui posso perdonare ogni slabbratura, inconsistenza, pallore storico…per il solo fatto che prevedano la distribuzione dei film o delle serie che arrivino a fissare dei punti di passaggio evolutivi nelle emozioni collettive. Zerocalcare e Nolan già basterebbero da soli a smazzarsi tutto ‘sto lavoro, almeno per quello che serve a me. Ma poi tra un po’ esce pure Moretti e allora perché non dovrei sentirmi una personcina pacificata pur dentro il peggiore dei mondi possibili che sento che mi sia toccato in sorte? Bisogna conservare un certo portamento anche nel pessimismo cosmico più incurabile.

Anche stavolta il bagaglio per tornare a Milano mi spezzerà la schiena. Come sempre e non capisco mai bene il perché. Se non altro a questo giro non devo incollarmi nessuna torta preparata per uno che l’altra volta me l’aveva chiesta e quando è venuto a trovarmi ha tenuto a dirmi, come prima cosa, che non mi aveva portato neanche un fiore. Ora, io non mi aspettavo nessun fiore, ma il fatto che lui stesso avesse sottolineato questa cosa la dice davvero lunghissima sulla qualità delle mie frequentazioni (sporadiche, s’intende) nonché del grave deficit educativo che grava su di loro. Ma vabbè. Meglio dimenticare.

Ho finalmente ordinato la mia bella cucina per la casa nuova. Ho scelto dei colori rischiosi e non ho assolutamente idea di quale possa essere l’effetto generale. Però è stato molto divertente progettarla assieme all’arredatrice e anche se dovesse essere un po’ meno scenografica di come la immagino sono sicura che mi ci divertirò tantissimo. Del resto come potrebbe essere altrimenti, visto che ancora per più di un mese dovrò vivere in quella specie di ricovero per sfollati che è la mia casina attuale?

Fa un caldo infame ma qui per fortuna c’è l’aria condizionata e pure ancora un po’ di tempo per recuperare puntate di serie fatte apposta per generare picchi di dopamina, per cucinare cose che i miei si sognano se non gliele faccio io, per allenarmi in qualsiasi orario e non come se dovessi rispettare uno schema sovietico. E chiedermi ancora per un po’ cosa ci sia davvero in me che non funzioni. Ma forse certe domande potrei anche farmele altrove e quando davvero mi accorgo di tutto quello che non funziona. Questo è il mio anno bello perché è così che ho deciso. Quindi per ora funziona tutto perché è obbligatorio così 😜






sabato 11 luglio 2026

C’è troppo settembre in questo luglio che pensa ad agosto come all’eternità

 È stato bello. Ho pianto di nascosto. Mi sono goduta ogni istante. Un po’ lo sapevo. Un po’ temevo che ormai rientrasse nell’universo delle mie consapevolezze assodate. Quante volte l’avrò fatto? Non me lo ricordo più. L’ho fatto tutte le volte che ho confessato che le questioni affettive hanno rappresentato il mio vero tarlo per tutta la vita. L’ho fatto quando mi sono detta meglio rinunciarci per sempre perché tanto come lo sogno io non esiste. L’ho fatto quando ho pensato che mi facevo andar bene chiunque e invece non mi andava bene per niente. L’ho fatto quando ho cominciato a giocare con una narrativa alternativa, fatta di piccoli giochi psicologici per testare la buona fede, quando ho messo in tabella i pro e i contro di caratteristiche e comportamenti e il risultato dava sempre il segno meno. L’ho fatto quando ho capito che non lasciarsi umiliare, offendere, assecondare strategie infantili, tossiche, dettate da una lucidità troppo nemica del sentimento era l’unica cosa che dovevo a me stessa. È così, la questione amore per me rimarrà sempre un tabù e - forse - il mio rammarico più grande. Ma tant’è. Pace e andiamo avanti.

Dicevo che è stato bello, che ho pianto di nascosto e che mi sono emozionata. Ieri al matrimonio di mia cugina è successo e ne sono stata felice, come lo sono quando vedo le cose per come le ho sempre sentite da quando ho coscienza di me. E non riguarda il fatto che avrei voluto esserci io lì a pronunciare quel sì, perché non è mai stato questo il mio desiderio. È stato il percepire vibrazioni fortissime, uno stato di grazia tra due che si capiva che parevano esserci soltanto loro in mezzo a tutti noi altri lì a celebrare quell’unione. L’ho trovata una cosa bella come lo sono tutte quelle che mi confermano di essere possibili e non solo desiderabili. E mi sono detta che non importa se non sia successa a me. Importa il fatto stesso che sia possibile. Almeno per qualcuno. In qualche porzione di tempo e di spazio. Che meraviglia!

Sarò qui in Campania ancora per qualche giorno e vorrei soltanto non pensare che il prossimo mese sara null’altro che un’entità fatta di certezze e smarrimento: compirò 50 anni. Vivrò ancora in una casa in cui non c’è più niente. Lavorerò sempre. Sarò sola in una città desertica. Penserò in ogni istante che Settembre dovrebbe restituirmi tutto con degli interessi da usura. E credo che quest’ultima certezza sia la mia sola ragione di sopravvivenza agostana.

Ieri ho pianto per una cosa bella, c’erano le lucine e il pergolato come nelle migliori favole a lieto fine. Avevo un vestito che mi piaceva con delle scarpe troppo comode per onorarlo e perché è nell’imprecisione che faccio respirare da sempre la mia visione plastica del mondo. C’era un risotto fatto bene accompagnato ad un vino di pregio che non ho bevuto. C’era della bella musica che si mescolava a canzoni inascoltabili. E nulla sarebbe potuto essere più perfetto e indimenticabile di così 




sabato 4 luglio 2026

Mid term

 


Abbiamo scavallato. A luglio non ci sono più auspici da principio di magnifiche sorti da realizzare. Sappiamo già che andatura stiamo sostenendo, su quale materiale a disposizione provare a fare qualche considerazione, per cosa darci la colpa, premiarci o perdonarci e dove andremo più o meno a parare mentre arriviamo al piccolo traguardo di fine anno.

Da dove cominciare? Da una ristrutturazione cominciata a gennaio con la speranza del tutto vana di traslocare altrove un paio di mesi dopo? Da una casa verso cui vorrei “ricominciare da tre” e che tarda a vedere la mia luce? Da un viaggio in Patagonia dall’epilogo talmente assurdo che se dovessi rappresentare nella sua narrazione effettiva forse qualcuno mi direbbe “Ma perché? Ma veramente hai fatto questo? E che tipo di esperienza ti sei regalata?”. Sì penso che tra tutto quello che ho attraversato quest’anno, la lezione più interessante sia stato il viaggio in Patagonia e quello che ne è venuto dopo. Nulla di bello: gli altri con me diventano più assurdi che se non ci fossi io. Succede così spesso che è un gioco che di cui ho ormai imparato tutte le regole. Il problema è  mio non di chi mi sta davanti. Se fingo di assecondare certe dinamiche è solo perché per una volta vorrei che qualcuno mi smentisse. Dicevo, nulla di bello ma di profondamente illuminante sul modo in cui lascio che i comportamenti altrui mi raccontino di loro più di quanto potrei riuscirci io basandomi su una mera percezione. Penso spesso a quell’esperienza e mi chiedo come faccia a rendermi capace di ficcarmi in certe situazioni assurde provandoci un gusto quasi masochistico. Ma vabbè, colpa mia.

Cos’altro è stato? Ho partecipato ad una comunione e non mi è  stata data la bomboniera. Perché? Dimenticanza?  Dare per scontato che se non hai famiglia non sei un invitato di famiglia? Boh. Ma io certe cose le noto così tanto in tutta la loro piccineria che se ci penso bene, alla fine, bomboniera o non bomboniera, a me che importa? Niente. Non mi importa niente. Eppure boh…se una si offende un motivo ci sarà.

Ho seguito un sacco di corsi di cinema, come da più di dieci anni a questa parte ormai, e credo che arriverò alla fine della mia vita sperando di aver almeno imparato a considerarla come una specie di lungometraggio dalla trama non troppo ingarbugliata, mediamente avventurosa, con l’amore che prima o poi arriva, e un ending abbastanza happy da farmi lasciare questo mondo con un sorriso stampato che racconta quanto ne sia valsa la pena. Se non esistesse il cinema penso che tutto il Fentanyl che è stato rubato ieri nell’ospedale israelitico non basterebbe a farmi stare in piedi neppure per un giorno.

Cos’altro c’è? Niente ci che. C’è ancora la destra al potere, un ministro che interrompe un intervento istituzionale perché sente profumo di hamburger, un presidente degli Stati Uniti che ha quadruplicato il suo patrimonio per il solo fatto di essere presidente e una sinistra che ha come strategia di vittoria il fatto che se uno vota Renzi è perché gli fa schifo Conti è così si sommano i voti per vincere. Mio Dio, ma cosa sto riportando a futura memoria di questo brandello di vita che potrei rileggere in futuro? Avanguardia pura.

Sei mesi. Non sono tanti, ma sono abbastanza. Ne bastano anche meno per capire che, di tutto un anno che sarà, ma pure di quello che è stato già, sarebbe meglio ricordare il meno possibile. E allora per il momento facciamoci almeno gli auguri di Buona dimenticanza e felice semestre nuovo!




lunedì 29 giugno 2026

5 minuti di eternità

 Intenso questo mese di giugno. Per me, che ragiono su piani mensili da coprire per monitorare il mio passaggio da una casa in cui provo a gestire le attese e una nuova in cui predisporre una fase diversa della mia vita, fare il bilancio di un mese che si conclude è un modo per “tenermi” sotto controllo.

Tanto per cominciare mi sono imposta una piccola challenge (si fa per dire, in realtà è stata una prova titanica di perseveranza e resistenza): fare ogni mattina un plank di 5 minuti. Per chi sa cosa sia il plank capirà benissimo che stare per cinque minuti in quella posizione vuol dire avere percezione dell’eternità e dell’inferno assieme. Durante quei cinque minuti di solito succede una cosa: trovi provvidenziale lasciarti dominare dalla mente pur di dimenticare la condizione di assoluta sofferenza che stai imponendo ad ogni fibra del tuo corpo immobile in quella posizione isometrica. Di solito a me capita che le cose a cui penso siano anche quelle che a vario titolo mi stanno più a cuore o toccano maggiormente certe corde. Cosa mi tocca di più? Ormai poco, perché non mi stupisco più, perché ho capito come funziono io e come funzionano gli altri con me. Perché non mi delude più niente, ma neppure nessuno è ancora capace di riservarmi le sorprese per il semplice fatto che - forse - ogni loro azione e reazione dipende dalla percezione che io restituisco di me. Dovrei lavorarci? Sì. Ma siccome non ne ho voglia, mi tengo quello che trovo. O lo butto via lontano se mi irrita e mi offende come al solito.

Ho pensato che mi diverte mostrarmi “disarmata”, più ingenua di quel che sono, dire e fare qualcosa solo per notarne reazioni e risposte. E di solito tutto succede come da copione. Quando faccio abbassare le difese a chi si relaziona con me è molto probabile che la sua vera natura emerga abbastanza presto e che si dimostri meno gentile, generosa, riconoscente, attenta a gesti e parole…di quello che sarebbe se fosse meno rilassata. Questa piccola ma fondamentale strategia  consente a me di non perdere troppo tempo a capire come potrebbero andare le cose. E di lasciar perdere senza investire altro tempo. Di solito questo lo penso entro i primi 2 minuti e mezzo (non solo di plank…)

Ho pensato che ho un bisogno disperato di andare in un posto nuovo per almeno dieci giorni. L’idea di non poter fare vacanza per i prossimi due mesi mi manda ai matti e quando realizzo che da un lato ho come l’impressione che il tempo mi sfugga prima di permettermi di pianificare le cose come vorrei, dall’altro l’idea di affrontare questi due mesi di calore così estremo a Milano mi pare una punizione per colpe che di certo ho ma che non ricordo essere gravi fino a questo punto. E siamo al terzo minuto e ai primi rivoli di sudore sulla fronte.

Ho pensato che mi piacciono da morire i mobili trasformabili: quelli che cambiano la loro funzione a seconda delle necessità domestiche del momento. Ho visto un documentario sulle case che li includono e questa cosa rivoluziona completamente l’intera filosofia e le regole dell’abitare. Di solito penso a questa assurdità quando ormai sono così disperata che se non voglio mollare mi devo aggrappare ai pensieri più assurdi che accorrono in consolazione. Diciamo al terzo  minuto e mezzo.

Ho pensato che se sapessi di morire entro un’ora penserei solo a sfondarmi di variegato all’amarena, di frappuccini e di panna sparata direttamente in bocca. Sono quasi al minuto 4. Ormai ce l’ho fatta di certo anche oggi, ma ho seriamente pensato di morire in quell’istante moltiplicato per l’intero mese.

Ho pensato che vorrei un anno sabbatico per andare ovunque. No non è vero. Io vorrei stare tutto l’anno in giro solo per gli USA. Dal minuto 4 al minuto 5 io sono sempre in America.

Ho pensato che gli ultimi trenta secondi di plank sono l’eternità dell’eternità e che l’eternità non è affatto una bella cosa.

E poi cado. Come corpo morto cade. Ma è stato il momento migliore di ciascuna delle mie giornate di questo giugno rovente, faticoso, intenso. E ormai andato. Come tutto il resto


giovedì 25 giugno 2026

Se ti pare vero allora lo è (anche se ancora no)

 Per la prima volta mi pare vero. Credo che succeda quando ti sei messa in modalità attesa per così tanto tempo che ad un certo punto perdi di riflessi, cominci a pensare ad altro, provi a fartene una ragione oppure semplicemente non ci credi più davvero. A me succede quando tengo così tanto a qualcosa che parto in quarta, mi concentro, ci metto dentro tempo, risorse, fantasia, entusiasmo…poi le cose si complicano, si fanno attendere troppo, spesso non arrivano proprio e allora io sprofondo in quella specie di pantano emotivo fatto di disillusione, passo rallentato, mollare la presa e piano piano declasso anche l’euforia più genuina a pratica burocratica farraginosa.

E invece ieri per la prima volta è tornato quello slancio luminoso che mi aveva spinto, ormai più di due anni fa, a scegliere il nuovo quartiere dove sarebbe sorta la mia casa nuova nuova che spero diventerà a misura di quello che vorrei farci stare dentro in termini pace, gioia, passioni, nuovi significati.

Mi ha convocato il costruttore, mi ha mostrato tutti i servizi del nuovo condominio, gli spazi comuni, il giardino grandissimo, la palestra, l’ulivo che pianteranno proprio all’ingresso…e poi mi ha portato nella mia casina con ingresso autonomo (e già questo mi fa impazzire!). Ho visto per la prima volta il luminoso salone con soppalco, il mio bagno in camera con doppia finestra e poi quello per gli ospiti. E poi finalmente avrò un balcone grandissimo che affaccerà proprio sul giardino. Ho visto tutto quello che in questi mesi avevo soltanto immaginato a fatica e poi quasi volutamente cancellato per paura di tenerci troppo anche stavolta e restarci di nuovo male. Eh sì, perché mica questo è stato il primo tentativo. Milano con le case delude per così tante ragioni che un po’ li capisco quelli che la trovino respingente. Nei fatti lo è, anche per chi ci vive da secoli.

Sono stata felice, di quella felicità un po’ immeritata che ti arriva solo perché aspettare era l’unica cosa che davvero ti era richiesta, una volta messa in moto la macchina del cambiamento. Io volevo una casa nuova, non una già abitata e data via, volevo che nascesse per me, che anche un po’ fosse stata concepita per soddisfare un mio pensiero preciso. E ieri questa sensazione è stata così forte che, se anche l’opera finita dovesse diventare tutt’altro, io saprei che nella sua ossatura di fondo c’è sempre stato uno spazio che ha parlato direttamente a me. È stato molto bello sentirsi già a casa anche solo in modalità primo incontro.

Sono giorni dal caldo infernale. Io davvero non mi capacito come sia possibile affrontare queste temperature senza diventare cattivi. Persino io che ho paura dell’inverno credo che affrontare il disagio di questi giorni richieda un ottimismo che chi resta a Milano come me può giustificare solo con le grandi promesse settembrine.

E insomma è così, mi sono inventata la felicità di un cambio casa che non avverrà prima dei due mesi forse solo per provare a compensare una faticosa estate in cui farò i conti con quella in cui vivo e che non ha più mobili, le temperature infernali, i turni forse potenziati al lavoro. E niente mare. Quanto si deve essere fiduciosi nel futuro per poter sopportare tutto questo?

La verità è che forse mi diverte pure questo modo anomalo che ho di convivere con i miei bislacchi tentativi di non annoiarmi mai e poi che quando resto e tutti se ne vanno mi pare che anche io mi ritrovo in un posto diverso che mi racconta cose nuove e mi accoglie come se la padrona fossi io. 

E poi verrà settembre. Io intanto avrò aspettato ancora. Forse per allora sarò troppo stanca. Oppure soltanto molto felice. Forse prima di allora il caldo mi avrà abbattuta e settembre sarà solo la mia ultima occasione mancata. Oppure accadrà tutt’altro. E a me andrà benissimo così. O così. O così…io mi fido di tutto.

venerdì 19 giugno 2026

E tu? Dove “ti abiti”?

“Abitarsi meglio”. Qualche minuto fa ho letto questa frase che mi è sembrata così bella che avrei voluto pensarla io. Perché è normale prendere continuamente le misure con quello che ci sta intorno, con lo spazio che occupiamo e a cui proviamo continuamente ad adattarci. Ma cosa facciamo per sentirci meglio nei nostri stessi panni? Io non mi sono mai posta la domanda in questi termini e invece mi pare sacrosanta come portare un regalo quando si è invitati. È un piccolo obbligo che dobbiamo a noi stessi per il solo fatto di aver riconosciuto lo sforzo, neppure richiesto, di fare tutto il possibile per essere una persona decente.

Ho appena preso un antidolorifico e quindi voglio approfittare del temporaneo inganno di un benessere “fittizio” per provare a capire come mi sento proprio in questo preciso istante in cui posso concentrarmi su quello “spazio interiore” capace di allargare e restringere i propri confini a seconda della qualità dei pensieri che ha voglia di contenere, del vuoto che sente di poter combattere, degli interrogativi a cui intende dare risposte.

Che pensieri ho abitato? Più o meno questi qui. Piccoli e devastanti:

- devo assolutamente avere un micio entro quest’anno

- accettare che le mie sessioni di cardio mi devastano a livelli che non sono più in grado di sostenere

- faccio ancora finta di non notare cose che noto benissimo e non mi è chiaro se mi raccontano davvero chi ho di fronte  oppure sarebbe meglio giocare a carte scoperte

- mi abituo a troppe cose. Persino ad una casa inagibile. E questo è male

Quale vuoto sento di essere pronta a combattere? Poco, perché in fondo il vuoto è spazio e lo spazio mi fa sempre stare bene. Ma se proprio devo:

- la mia sconfinata inattitudine a consolidare legami degni di senso

- la mancanza di ispirazione nel trasformare il quotidiano in tempo di qualità. Vorrei che anche preparare un frittata diventasse un momento prezioso

- non riempire la solitudine con forme di interazione scadente/sporadica/opportunistica

A quali interrogativi dare risposte? Solo a quelli che sanno già tutto

- quanto mi piacerà il prossimo Moretti? Tantissimissimo. Ma che domanda è?

- riuscirò a tornare in America il prossimo settembre? Magari assieme al trasloco, così spazio interiore ed esteriore si salutano e si abbracciano

- riuscirò a spegnere 50 candeline pensando che sono diventata proprio la casa in cui volevo “abitarmi”? Che poi…alla fine…chi l’ha detto che le risposte giuste debbano pure essere sincere. Mi risponderò quel che mi servirà per crederci abbastanza. E quando ci credi non hai bisogno di sapere altro

- quanti antidolorifici posso prendere in una giornata? Tutti quelli che mi servono per illudermi di non averne più bisogno

Direi che come prima abitazione posso optare anche solo per una ristrutturazione parziale…tanto a breve traslocherò di nuovo 😅







venerdì 12 giugno 2026

L’estetica anestetica dei pensieri


 Me ne sono stata così almeno per mezz’ora. Seduta per terra, schiena al muro, sguardo fisso sul vuoto a ripetermi che non ce l’avrei fatta.Non questa volta. Sono tre giorni che ogni più piccolo angolo di me è impastato di Voltaren e disperazione. Colpa mia, mi sta bene voler continuare a sollevare pesi e ormai dovrei rassegnarmi al fatto che questo potrebbe indebolirmi piuttosto che rinforzarmi, confermando così un assunto fondamentale che accompagna tutta la mia vita: il gusto insaziabile per il paradosso. Ma tant’è, lo accetto come faccio con lo sguardo giudicante del micio della dirimpettaia mentre bevo il primo caffè della giornata. Comunque, dicevo del mio starmene seduta per terra con lo sguardo nel vuoto. Da calendario mi aspettava un cardio piramidale, di quelli che tiene la mia coach preferita che trasuda energia e motivazione lungo tutta la catena cinetica posteriore, emanando una luce che nemmeno la “magica Creamy” in fase di trasformazione…ma io ormai già pensavo che no, stavolta, per la prima volta capirò che non posso più chiedere nulla al mio corpo e che il mio crepuscolo dell’esistenza comincia da qui la sua inesorabile fase discendente. Ma la rassegnazione è una alleata insidiosa quando ancora non hai pianificato la giusta dose di umiltà per conviverci e così ho provato a trovare una strategia che mi aiutasse a non sentire tutto il peso di un realismo così arrogante. Ho pensato che prima di alzarmi, e provare a fare un qualsiasi sforzo per cui di fatto non mi sentivo all’altezza, dovevo costringermi a sollevare il mio umore e mettere a fuoco tutto quello che mi piace tantissimo e che mi pare facile come gli omaggi delle patatine. Hai presente le cose bellissimissime che non richiedono alcuno sforzo particolare per poterle godere? Ecco, proprio quelle, quelle che il cervello intercetta come una specie di droga innocua e un po' infantile che hanno il solo scopo di una consolazione immediata e a basso costo, che incidono sugli ormoni del piacere senza avere pure pretesa di svolte epocaliE allora mi sono venute in mente queste cose qua:

Cancellare alla lavagna. Ho una piccola lavagnetta con i pennarelli lavabili che uso per la mia programmazione quotidiana. Adoro scriverci sopra e poi pulire tutto con il cancellino a fine giornata. Una nettezza facile, soddisfacente, immediata. Che gioia
Le carambole lessicali. Quella specie di paradossi logici o piccoli giochi di parole con cui di solito mi invento pure i titoli di questo coso su cui scrivo
I gelati soft alla spina. Uno dei miei più grandi desideri sarebbe andare al McDonald e abbassare la leva della gelatiera per fare una torre altissima di quel magnifico ricciolone bianco fatto di polimeri sintetici e calcestruzzo
La schiuma fatta col primissimo caffè e lo zucchero. Prima di berla la guardo sempre come se fosse la notte stellata di Van Gogh
Una pagina a caso di un libro a caso di Calvino. Ma se è “gli amori difficili” è il caso più al caso mio
Ricordare che ho visto l’alba in Sardegna perché quel sole là non può essere lo stesso che vedo da Milano 
- ricordare le mie passeggiate al Greenwich Village ripetendo battute a caso dei film di Woody Allen
Il primo viaggio in solitaria che neppure mi ricordo dove mi portò

Ad un certo punto mi è bastato. Ero ancora seduta per terra, a guardare nel vuoto, con un piramidale da cominciare e il Voltaren che gridava vendetta prendendosi i meriti di dolori magicamente scomparsi. Ma io lo so che invece è stato grazie ai miei pensieri belli se pure stavolta mi sono alzata, ho cominciato il piramidale e me lo sono portato dritto dritto fino all’ultimo respiro. Sì, pure stavolta. E poi ho pensato che il corpo quasi sempre ce la fa. È la testa che si arrende per prima: si arrende quando non trova trucchi per ingannarsi, quando i pensieri belli sono troppo strani per essere pure visti e quando mettere a fuoco quelli più piccoli può invece fare tutta la differenza. Il corpo obbedisce…fino a prova contraria.

Ah…un sentito grazie pure al signor Voltaren. Ci mancherebbe altro…

venerdì 5 giugno 2026

Cronaca di un inizio annunciato

 I fatti. Zerocalcare ha sfornato la terza serie Netflix che è divisiva solo sulla carta, perché di fatto non può che piacere a tutti, di qualsiasi credo politico, ideologico, di qualunque segmento generazionale o livello culturale essi siano. Io, anche solo per questo posso dirmi perfettamente in asse in questo periodo piccolo e insignificante di me. Siamo in piena crisi energetica non per carenza di risorse ma perché Trump ha dovuto dichiarare guerra all’Iran a causa di Epstein, che lo ricatta pure dall’aldilà e lui per evitare che ce ne accorgiamo tutti ci fa guardare altrove. A spese nostre… E poi è morta la Satrapi, di crepacuore, e mi è sembrato come perdere l’equilibrio ad una notizia che ho trovato così ingiusta per tante ragioni: l’età, il suo enorme talento, lo sguardo militante eppure lieve e ironico sulla storia del suo paese. Ti ho voluto un tale bene che vorrei che almeno ti accorgessi di aver trovato finalmente pace.

Le opinioni. Sono stati giorni strani per le mie faccende personali. Non so di preciso da dove comincerei se avessi la possibilità di raccontarli. Forse partirei da come definire una red flag nell’ambito di un rapporto di qualsiasi natura. Confesso che sono diventata veloce e che ormai mi bastano un paio di cose che considero assolutamente colpevoli per farmi abbandonare il campo senza appello. E quindi amen.

Le ipotesi. L’estate prova a cominciare e io non posso bruciare ferie che forse mi serviranno tutte quando ricomincerà l’autunno, quando finalmente dovrei traslocare, avere di nuovo un tavolo, un divano, una cucina, una lavatrice. E allora cosa mi toccherà fare fino ad allora? Temo molto poco e molto male. Forse passerò tutto il mio tempo libero alla panchina preferita pensando che saranno le ultime volte che mi godrò quel salotto a cielo aperto di una Milano che presto mi riserverà uno scenario diverso che finalmente potrò osservare addirittura da un balcone. Poi magari riuscirò persino ad andare al mare per un paio di giorni. Chissà. 

L’immediato. Mi fanno male tutte le ossa e anche i muscoli che non so di avere. Il fatto di accorgermi del tempo che passa dal non riuscire più a fare tutto quello a cui sono abituata a chiedere al mio corpo mi fa diventare pazza. Dovrei accettare di ritarare gli sforzi e il concetto di attività fisica, ma è un passaggio meno banale di quanto si possa credere. 

Oggi ho assistito ad una stupenda conversazione con Valeria Bruni Tedeschi. Andrea le ha chiesto cosa è il cinema per lei e ha risposto  “l’ossigeno che permette a questo mondo in crisi di respirare”. Mi ha convinto più delle sue reali intenzioni. E ho trovato adorabile il suo modo ineffabile di raccontarsi e declinare l’essere attrice e regista.

Non è ancora estate. Respiro ancora. Forse perché non ho ancora capito cosa mi aspetti. O perché in fondo lo so benissimo. E poi la serie di Zero calcare ha così tanti easter eggs che se non la rivedi almeno altre due volte non l’hai davvero vista.

L’estate sta iniziando e se c’è una minima possibilità di realizzare una qualche felicità in terra, può accadere solo in questo momento dell’anno. O mai più 



venerdì 29 maggio 2026

Come stanno le cose? Bene o male…anche stavolta…

 E alla fine pure quell’espressione stagionale, e ormai stagionata, come “caldo anomalo” torna a riecheggiare in territori sensibili al trauma che può generare un’impennata repentina e intensa delle temperature. 

Io odio il freddo e l’inverno ma confesso che Milano in certi periodi mi pare un allenamento alla vita ultraterrena di chi sa di aver commesso troppe colpe e deve anticiparne le pene. Soffrire di pressione bassa è quello che serve per rendere tutto ancora più preciso nel disagio complessivo. Ma sono pronta a tutto: meglio l’inferno che il buio e il freddo di una città che riesce a raccontarsi bene solo durante questi mesi qui. Intanto per me le cose stanno così: sarò costretta a vivere per almeno altri tre mesi in una casa senza cucina, senza lavatrice, senza tavolo e senza sedie perché mi illudevo che avrei traslocato in questi giorni e invece faccio provini per l’isola dei famosi in quello che resta di una casa che in fondo fino a poco tempo fa mi aveva custodito con una certa grazia. Tant’è, festeggerò i 50 anni gattonando verso una fetta di anguria ghiacciata e qualche asciugamano avvolto nel ghiaccio…

Sono giorni strani questi, tra un De Luca che vince per la quinta volta come sindaco di Salerno e un altro che dice che è sionista perché è giusto esprimere anche un pensiero diverso da quello che ritiene che stanno morendo tra indicibili atrocità migliaia di poveri cristi che hanno come unica colpa quella di volere stare a casa loro. E poi c’è lo strano caso di Belen, che ha urlato per ore dal suo bagno a Brera e poi la polizia ha sfondato la porta e l’hanno portata all’ospedale. Si è detto che sia depressa, che non le hanno confermato la conduzione per l’isola dei famosi, che non si sia ripresa dall’abbandono di De Martino…cose così che saranno vere o presunte e delle quali sarebbe legittimo non dover sapere nulla. Però mi stupisce sempre il fatto che si dica che una persona bella e ricca non sia possibile pensarla anche come triste o depressa ma poi anche che il disagio di una persona nota abbia una narrazione più epica di quella di un comune essere umano che fatica a trovare livelli minimi di comprensione. È un privilegio anche il sentirsi “visti” in  certe fasi di fragilità così delicate della vita e spesso è questo che fa tutta la differenza.  Certe cose me le ha appena raccontate Zerocalcare che anche a questo giro ha continuato a superare una grandezza stilistica e narrativa ampiamente dimostrata anche nelle due serie precedenti (dei fumetti che ne parliamo a fare). Se non esistessero voci come la sua, capaci di leggere il mondo (ma pure gli angoli più polverosi di noi stessi) con la leggerezza dolce amara di chi ha la certezza che alla fine una strada - in qualche modo - si trova sempre, io davvero sento che non saprei come dosare l’angoscia di tutta una fase della mia esistenza che non mi ricordo più quando è iniziata e dove vorrebbe accompagnarmi.

La bella stagione ha scelto di arrivare facendosi notare, sottolineando che di bello, o di brutto, o di strano e di assurdo, mi riporterà ancora il retaggio di promesse spesso solo evocate, una proposta climatica che a tratti diventerà insostenibile, l’aggiornamento periodico della condizione psicoesistenziale di Belen, delle guerre immorali, dei siparietti dei De Luca, assieme a raggianti novità come i panni che laverò a mano e il caffè sul fornellino da campeggio sorseggiato sul pavimento…

Io non lo so perché la chiamano bella stagione. So che i modi di piacere sono tanti. Ne troverò qualcuno persino io. O no?

martedì 19 maggio 2026

Se il passato è il meno prossimo alla fine

 Stavolta il gioco è fin troppo semplice. Dopo mesi passati, e la previsione di altri ancora da affrontare, in una casa ormai priva di qualsiasi elementare comodità, tornare a casa per un po’ e trovare degli spazi in cui la dignità abitativa non è soltanto un’ipotesi, mi ha restituito una condizione di spirito che avevo quasi scordato: il conforto. Non mi ci voglio abituare ma mi ha fatto davvero bene tornare qui a casa per un po’, pure in mezzo a tutte le cose che non funzionano e che mai lo faranno, pure se ad attendermi ci sono cose che dovrò gestire nella più totale improvvisazione. Va bene così. Va bene perché c’è stato un bel pranzo in famiglia in un posto bello di Gaeta, col sole e cugine con cui ho condiviso tutta la prima parte della mia vita, va bene perché ho fatto vedere ai miei l’ultimo Sorrentino e lo hanno trovato bello, perché ho preparato torte, perché c’era il sole e perché ho corso e perché la mia mansarda è un posto bello che mi pare fatto apposta per le attese.

Ormai credo che il processo di ritorno agli anni ‘90 sia completo. Il ritorno in grande spolvero della serie Friends sulla tv generalista, la pubblicità della Tim con Lopez, il ritorno di Megan Fox, il ritorno della Minetti e di tutto il campionario umano ed etico che rappresentava quando ha cominciato a muovere i primi passi in “politica”, il ritorno del mito della magrezza innaturale e ottenuta grazie a pillole facilitatrici alla faccia della body positivity. Potrei continuare a lungo, così tanto da ammettere che forse il ritorno ai ‘90 è la magra consolazione di non poter far tornare gli ‘80: quell’ottimismo ottuso purtroppo non possiamo proprio più permettercelo e suonerebbe stonato pure ai più baldanzosi.

Non reggo l’attesa per il nuovo film di Sorogoyen: pare che sia una delle opere più potenti degli ultimi anni. Ma muoio di curiosità anche per il nuovo Almodovar. Meno male perché c’è un bisogno così disperato di distrazioni sostanziose dalla realtà che non vedo come sia possibile non rifugiarsi in qualche allucinazione di qualsiasi tipo pur di sentirsi altrove.

In questo momento c’è Saviano dalla Gruber che ragiona sulla insensatezza del ragionamento razziale sulle cause della follia assassina del caso di Modena. Confesso che sono un po’ a disagio perché sta diventando una questione politica meramente strumentale e questa impostazione devia l’attenzione dalla situazione di estremo disagio che sta attraversando questo tempo e che dovrebbe risvegliare sensibilità, proposte, approcci del tutto differenti. Ma forse è a me che sfugge qualcosa. O è solo che ho appena rivisto “American psycho” e ne esco sempre un po’ a brandelli quando lo faccio. E meno male perché per me è come sottopormi ad un test del raccapriccio necessario per esorcizzare la barbarie.

Poi tornerò a Milano e la smetterò di avere così paura di quello che mi passa per la testa quando sono troppo rilassata per capire davvero


giovedì 7 maggio 2026

Restare sullo stesso piano. Se si sa quale sia

 Me la sono cercata. Volevo una casa nuova, ho firmato un contratto, ho creduto alla tassatività delle scadenze indicate. E invece bisogna tenere sempre conto degli imprevisti e considerarli addirittura come la sola vera certezza di ogni piccola o grande novità in cui decida di cimentarmi. E così mi sono ritrovata ad aspettare maggio con la distorsione cognitiva di chi pensava di abitare finalmente altrove e invece continuerò a imitare un reality per sopravvissuti in una casa in cui ormai manca tutto. Ok, lo accetto, l’eccesso di ottimismo va punito.

Che poi è divertente non avere niente a disposizione…no. Non lo è. In questo momento vorrei essere circondata pure dalle cose più inutili della terra per quanto è noiosa la vita dei minimalisti di tua nonna.

Quand’è che ho deciso che dovevo andarmene da qui? Quelli del piano di sopra sono andati via da anni e così erano ritornati la pace e il silenzio. Perché mi sono ostinata a cercare lo stesso una casa altrove? Forse non c’era una vera ragione se non quella di cambiare quartiere e avere un balcone grande. Ma l’idea che tutto sia slittato a settembre mi rende davvero complicata ogni ipotesi di sopravvivenza normale  nel frattempo. Vabbè mi inventerò qualcosa, il tempo passerà lo stesso e io mi renderò conto che è stato meno drammatico di quanto temessi. Come quasi tutto quello che devia dal progetto e non per questo diventa tragedia.

Intanto che faccio? Una lista delle cose per cui vale la pena di vivere? Un viaggio che mi aiuti a stare lontana da qui il più possibile? Un’aspettativa dal lavoro che mi permetta di tornarmene dai miei fino a lavori conclusi? Pianificare un nuovo viaggio perfetto a NewYork? Quante cose si possono fare per starsene lontani dalla propria casa se questa smette di accogliere?

Ma che ne so. Forse dovrei semplicemente far finta di niente e pensare che, per ora ma non per sempre, non potrei stare meglio di così. In fondo tutta la mia vita sta dentro questo scatoloni che ho preparato troppo presto e se ne stanno chiusi, aspettando di restituirmi il loro passato “tangibile” che se ne sta intrappolato in questa casa vuota senza esserlo davvero. Che stranezza vera.

In questo momento c’è la Signoris da Fabio Volo. Sta raccontando che appena diplomata al liceo artistico ha preso un treno con direzione Scala di Milano, ha bussato e ha chiesto che avrebbe voluto lavorare da scenografa per il teatro. E così ho pensato ad un paio di cose simili, non per il lavoro, che ho fatto anche io in quell’età folle in cui davvero sembrava che fosse possibile ogni bizzarria mi passasse per la testa. È una donna molto simpatica e credo che Crozza sia davvero un uomo fortunato. Adesso parlano di importanza di non avere un piano B perché altrimenti ci si incammina verso un mesto ripiego perché non si è creduto abbastanza al piano A. Lo penso persino io, che non ho mai avuto piani diversi da quello “rialzato”. Persino nella casa in cui, prima o poi, andrò a stare.

La trasmissione è carina. Pure vista su uno sgabello, in mezzo agli scatoloni. Tra piani alti e rasoterra. Che tanto, in fondo, la differenza è solo un fatto di prospettiva.


lunedì 27 aprile 2026

Se non parto dalla fine, non comincio neppure

 “Hey Lu! Ci vai quest’anno al festival dell’economia di Trento? Mi ricordo che lo frequentavi in passato” 

“Hey ciao! Ci sono andata una sola volta credo 15 anni fa. Ma perché me lo chiedi.”

“Porto i ragazzi (alunni, ndr) e mi farebbe piacere rivederti”

Un paio di giorni fa mi ha contattato un mio ex collega dell’università che non vedo più o meno da quando mi sono laureata, cioè anni fa. Sì, ci aggiorniamo periodicamente, ci lanciamo battutine su fb, ci siamo perfino sentiti di recente telefonicamente per un bruttissimo problema che ha avuto e per il quale gli sarei stata d’aiuto.  Ma non abbiamo più avuto modo di rivederci. Io in Lombardia, lui in Veneto. Ci legano tutti gli esami preparati assieme, in quella bella biblioteca vista mare, le ripetizioni infinite al porto, i suoi disegni folli e caricaturali dei nostri prof, le confessioni più assurde, il confronto continuo, la nostra comune impacciatezza nelle prime storie d’amore a cui ci affacciavamo in quegli anni, in bilico tra la paura del futuro e l’urgenza di vita, che si mescolavano a quella degli obblighi che condivisi parevano pesare di meno. Una di quelle amicizie belle e solide che come, spesso mi è capitato per i legami che hanno dato un significato a certi segmenti della mia vita, non sono stata capace di coltivare.

Però sono stata felice che mi abbia proposto di rivederci dopo tutti questi anni, in questa fase della vita in cui i ricordi cominciano ad avere una rilevanza quasi poetica nell’aiutarmi a decifrare il presente. E la cosa che ho capito è che da sempre io il coraggio lo trovo solo quando so che le cose avranno una fine, che decido io a priori, e che ad un certo punto non sarò più la responsabile di quella cosa bella che ricorderò per sempre. Saperlo mi protegge dalle brutte sorprese perché tanto me le ero già costruite io a tavolino. Giocare d’anticipo è pur sempre giocare in fondo. Per me le cose che hanno davvero senso devono assolutamente avere una fine, altrimenti ho paura. Non so bene di cosa. Non l’ho mai capito. Ma ho paura.

Ieri su zoom ho partecipato ad uno dei miei tanti laboratori cinefili in cui i partecipanti sono chiamati a presentare un piccolo elaborato. Stavolta era la relazione tra cinema e specchi: cioè in che modo l’uso degli specchi si fa anche veicolo di messaggi o di suggestioni per lo spettatore. Io ho pensato alla citazione che fa Woody Allen in “Misterioso omicidio a Manhattan” dell’ultima scena de “La signora di Shangai” di Welles, in quel meraviglioso gioco di specchi e di frammentazione delle identità, dove i personaggi reali e quelli riflessi si confondono in un gioco ipnotico senza soluzione. La ripete in modo identico e poi ci mette in sovrapposizione i personaggi della sua storia, come a dire che la vera soluzione dell’enigma ha il potere di offrirla solo il cinema perché i personaggi reali non hanno abbastanza strumenti per sbrogliare tutta quella la matassa intricata che ha portato al delitto. Mi è sembrata una bella trovata, ma in realtà non credo di averlo spiegato al meglio quando mi è stato chiesto.

A volte mi succede di non riuscire a farmi capire come vorrei e così dopo passo tutto il tempo a chiedermi cosa ha davvero capito chi mi ha ascoltato. Non è una bella sensazione e io vorrei solo tornare indietro nel tempo e dire “guarda, adesso te lo spiego meglio, ma tu stai attento che sennò non mi capisci neppure adesso”. E invece non si può, neppure quando di ogni cosa, esperienza, frammento di vita o anche solo di giornata, io ho cominciato a scrivere la fine. Prima di qualsiasi inizio possibile.

E adesso sono qui a desiderare di andare al festival di Trento per rivedere una delle persone che mi conoscono meglio al mondo e che non vedo da oltre 25 anni. Ma che, proprio per questo, sento di non aver mai davvero perso di vista. 


mercoledì 22 aprile 2026

Domande senza richieste

 Cosa me ne faccio di questo Aprile che sembra passare prima di tutte le paure con cui mi predisponevo ad affrontarlo? 

Ho provato ad interpretare i giorni, ormai contati, che mi vedono in questa casa quasi vuota restandomene il più possibile per strada, in giro, al cinema, al lavoro, al parco…ma un nido non accogliente non permette di ricaricarsi pure se hai un letto e lo stretto necessario. Ma lo stretto necessario non è mai una cosa sufficiente e alla lunga pure i più austeri se ne rendono conto. Ma il bello di non avere troppa scelta è che ci si rende presto conto di quanto lamentarsi sia una pratica dispersiva e inutile. E allora tanto vale provare a fare un esercizio diverso del tipo chiedermi “cosa vorrei fare davvero se solo potessi”, “dove vorrei trovarmi”, “con chi”, “perché”…domande così o persino più ardite del tipo “se potessi, come sceglierei il mio ultimo giorno?”, che raccontano abbastanza di quanto, in questo preciso istante, ci sentiamo comodi nei panni che abbiamo deciso di indossare o che abbiamo semplicemente trovato nell’armadio in dotazione dal padrone di casa precedente. Le risposte io le conosco tutte, quasi tutte, e il fatto che in questo momento stia seduta su una sedia girevole che mi serve per lavorare in smart working, ma anche per pranzare e per vedere film (perché mica posso starmene per terra tutto il tempo) credo che mi potrebbe suggerire molto del punto in cui sono qui ed ora. 

“Dove vorrei essere?”

Nessun dubbio. A New York. Di nuovo. Che darei per camminare ancora nel Village all’alba, costeggiare l’Hudson, aspettare la prima luce dalla Little Island o dal Pier 57  fino all’apertura di una di quelle magnifiche “bagellerie” a Chelsea. Poi mi porterei con tutta calma a Bryant Park e rimedierei un cappuccino lungo con cui completare la mia colazione seduta ad uno di quei piccoli tavolini che lo circondano. Così, per tutti i giorni che avrei voglia di farlo

“Perché?”

Perché credo che potrei non stancarmi mai di come mi sento io in quella città. E non si tratta di quanto sia bella. È qualcosa che si annida in un intero immaginario costruito in quegli anni miei in cui ogni bella storia poteva essere raccontata soltanto su quello sfondo

“Di cosa vorrei morire?”

Sono indecisa se di indigestione di anelli di cipolle panati o di variegato all’amarena

Forse non è che avrei davvero voglia di rispondere a tutte le domande che mi passano per la testa in giorni sospesi come questi, quando ci si mettono le mezze stagioni, le mezze età, le mezze case che non ne fanno una. O anche soltanto le mezze verità che mi racconto per mentirmi senza pentirmi.

Qui a Milano c’è il salone del mobile e di questi tempi si respira la stessa aria di euforia luccicosa da infinite possibilità tipicamente newyorkese. E io un po’ ci sguazzo come se la scoprissi per la prima volta e un po’ provo a chiedermi come sia possibile che tutto questo inutile apparato possa funzionare davvero. Eppure lo fa e questo dovrebbe già bastarmi.

E poi penso che aprile non è un buon mese per farsi troppe domande. Meglio maggio. Quando anche sbagliare anche tutte le risposte non sembra poi un gran peccato






lunedì 13 aprile 2026

Sottoscrivo le sovrascritture

“Quando si scrive si attinge a delle zone anonime del proprio io” (Manganelli)

 Forse non avrei dovuto farlo. Ci sono regole non scritte che andrebbero rispettate. Non bisognerebbe mai rimettersi a leggere cose scritte cinque, sette, otto, dieci anni prima perché potrebbero entrare in gioco questioni che non prendi in considerazione quando ti metti a scrivere un diario senza lucchetto. Scrivere non ti rende necessariamente più forte perché più consapevole di quello che senti, potrebbe renderti invece  “attaccabile” nelle fragilità autodichiarate, in certi episodi che col senno di poi diventano strumenti di manipolazione o ricatto, nell’asimmetria informativa tra chi scrive e chiunque decida di leggere senza essere tenuto a raccontare nulla di sè.

Scrivo su questo coso da così tanti anni che mi ha quasi spaventato riaprire pagine a caso delle mie prime confidenze e scovare cose che forse avrei scordato per sempre assieme ad altre che mi sembravano non cambiare mai. È strano, ma pescando a caso tra i post dei vari anni mi pare di notare essenzialmente due elementi drammaticamente fissi: la mia componente emotiva irrisolta e la necessità di non sentirmi preda del caso provando a controllare tutto il possibile. La “me del senno di poi” vorrebbe dirmi “anche meno eh…nessuno ti obbliga a stare dentro situazioni che non ti stanno comode, piuttosto dovresti smetterla con gli alibi proprio per evitare di scoprire quanto possa essere tutto più semplice e divertente”. Ma credo che faccia parte del gioco facile di chi ormai già conosce il seguito della storia e trova in quella rilettura solo i passi incerti di una persona in buonafede e senza troppi riferimenti. E questo è divertente ma pure leggermente malinconico.

Oggi a Milano piove e fa di nuovo un po’ freddo e per il mio quotidiano domestico posso ormai contare solo su una lavatrice, un microonde e un letto. Sapevo che mi ci sarei abituata e che l’avrei trovato persino divertente, proprio come quando in quel lontano gennaio di tanti anni fa mi insediavo qui dentro e anche allora c’erano solo un letto, un microoonde e una lavatrice. E fuori un manto di neve che forse non si è mai più visto da allora. Tutto già visto. E tutto, ancora, da vedere.

  Ho scritto per anni su questo coso perché vedere i fatti miei tradotti in forma di racconto cronologico sbrindellato e paranoico mi aiuta ad individuare una traiettoria, perché è tenero persino solo immaginare che ci sia qualcuno che ne faccia parte anche leggendo a caso, perché raccontare quello che riesco mi aiuta a stabilire i perimentri di quello che proprio non potrei dire.

Le zone anonime del mio io sentitamente ringraziano

lunedì 6 aprile 2026

Sentirsi a casa. Sì, ma quale?

 Sì è vero, “la realtà è scadente”. Saperlo serve solo per trovare pretesti per sfuggire da lei nei modi che più ci somigliano che per me sono film, serie, corse all’alba, passeggiate al parco a pensare o a parlare con chi sta messo come me. 

Ormai non ho più neppure la cucina in casa e sono circondata solo da scatoloni perché tra un paio di mesi abiterò altrove. Eggià, ho comprato una casa tutta nuova nella parte opposta a quella in cui vivo. Una nuova periferia che mi pare così diversa da questa a sud di Milano che credo che passerò un tempo di non poco smarrimento prima di riuscire a riassestarmi davvero. Ma ne avevo bisogno. Avevo bisogno di un po’ di spazio in più (non troppo, ma sì ci vuole), di un bel balcone, di giocare un po’ con l’arredamento e una cucina in cui poter fare quello che voglio in tutta comodità. Non so perché non ci abbia pensato prima: sono stata in questa casa per 17 anni considerandola da sempre come l’appoggio temporaneo che a stento accetterebbe una studentessa che va avanti con i buoni pasto. Credo che la risposta meno insensata stia nel fatto che non ho mai capito perché per me non abbia fatto mai una reale differenza l’avere o non avere soldi: la mia quotidianità non ha mai davvero subito delle variazioni di stile e così credo (anzi ahimè temo) di aver conservato quella logica tutta provinciale, e a tratti quasi reazionaria, che una grossa spesa possa essere giustificata soltanto da una solida idea di futuro e di stabilità, giammai per frivolezze da scalata sociale da esibire. E allora resta solo l’acquisto di una casa. E così, dopo 17 anni mi sono accorta che forse quella in cui vivo da così tanto tempo può anche chiudere la sua porta assieme a tutte le storie incredibili e meravigliose che ha accolto. Negli anni l’ho colorata, stravolta, risistemata, per poi farla tornare esattamente come era all’inizio. E mi rendo conto che forse è sempre stata questa la sua versione migliore, proprio come tutti i miei giri immensi attorno a cose che non mi somigliavano e che ad un certo punto ho deciso di lasciare così come volevano essere. Con la prossima vorrei non commettere nessun errore, vorrei che fosse comoda, accogliente, funzionale e con poche cose che però contano tutte. Che è poi quello che mi auguro per tutto quello che vorrei trattenere in questa seconda e di certo più breve fase della mia vita.

Sono stati giorni di sole luminoso, di passeggiate, corse e di un po’ di chiacchiere, di film belli e di quiete. È passato pure il mio papà per un paio di giorni e gli ho fatto vedere la casa in cui andrò ad abitare, l’ha trovata molto carina, sebbene altri due mesi senza cucina siano secondo lui davvero tanti.

Non lo so, la studentessa Erasmus che è in me la vive come un’avventura in cui esercitare un po’ di sana capacità di adattamento. Al contrario, la quasi cinquantenne che brontola dal sottoscala pensa che abbia aspettato fin troppo a posizionarmi su uno standard un po’ più degno di una persona matura con esigenze e possibilità decisamente più comode. Boh, in fondo chi stabilisce quello che ci serve davvero se non la nostra personalissima idea di benessere?

Intanto adesso sono al parco a godermi un sole ancora magnifico e gente che festeggia scanzonata con della carne orrenda che brucia sulla griglia, stamattina ero a correre e poi sono andata al cinema.

E ho pensato che il bello di avere una casa poco abitabile è che poi, senza volerlo, ti costringe a stare fuori molto di più. E stare fuori è sempre una buona idea

mercoledì 25 marzo 2026

Il sapore del mattone bagnato

 Ormai sono tornata a pieno titolo alle mie ordinarie faccende quotidiane. Tornare dai viaggi belli vuol dire affrontare la transizione verso la vita “precedente” con un bagaglio variegato di esperienze da catalogare e lasciar sedimentare in qualche posto accogliente della memoria, sperando che tutto quel mondo si mescoli con quello che siamo sempre stati fino a cambiarci, anche di poco. In fondo è questo il vero senso di certe esperienze: attraversarci-plasmarci-rinnovarci. Spero sia successo. Spero di rendermene conto. E che duri a lungo. 

Un po’ come capita col tofu. 

Prima di capirne le potenzialità mi rapportavo con il panetto di tofu con la stessa severa diffidenza di Homer Simpson quando lo definisce “una roba che ha il sapore di mattone bagnato” (ma quanto può rendere perfettamente l’idea una definizione simile!). Oggi credo che sia uno degli alimenti per me più preziosi e versatili tra tutti i cibi esistenti. E il motivo è proprio nella sua permeabilità a qualsiasi sapore gli venga accostato e quella sua capacità di diventare tutt’altro con un mix ben dosato di ingredienti che si combinano bene tra loro. Oggi so come lavorarlo e trasformarlo in qualcosa che non somiglia a nient’altro ma che nel gioco dei sapori, della cottura e delle consistenze mi restituisce un piatto sostanzialmente irripetibile e “attraversato-plasmato-rinnovato” proprio come quando si ritorna da un viaggio.

Stamattina sono rientrata in ufficio dopo quasi un mese ma prima mi sono regalata una lunga corsa affiancata da un’alba, incurante della sua potenza e del suo splendore crescente man mano che coprivo la mia distanza, mentre combattevo con un mal di testa fortissimo su cui poi ho avuto la meglio. Era da tempo che non lo facevo e invece oggi la luce e la temperatura mi sono sembrate delle alleate meravigliose che mi sussurravano “Lucia non puoi perderti questo inizio. Non oggi che hai un’emicrania che non ti lascerà in piedi”. Meno male che ho lasciato convincermi, perché dopo mi è sembrato tutto più semplice perché l’ossigeno, una sudata all’aperto, il sole, il mal di testa che passava, la campagna…cambiano tutto. Se non lo avessi fatto sarei rimasta un mattone bagnato, un’occasione perduta, una pedina insapore manipolata da emicrania e cartellino”

Oggi è una giornata epocale per la politica italiana e questo solo grazie ad un referendum che nella teoria non ha generato alcun cambiamento e nei fatti ha scoperchiato un vaso di Pandora fatto di mele marce che grazie ai risultati clamorosi di un rifiuto collettivo ad un cambiamento non richiesto stanno piano piano abbandonando il campo. C’è del tofu  anche in questo bizzarro tentativo di alterare i sapori usando ingredienti tossici che poi per fortuna vengono buttati via giusto in tempo.

E così ho pensato che in fondo è di grande conforto poter contare su una base apparentemente neutra di riscrittura delle cose di questo mondo pazzo, soprattutto quando poi ci si accorge di avere già tutto quello che serve per farla come si deve. Funziona sempre? Non lo so. Ma io mai più senza mattoni bagnati



domenica 15 marzo 2026

L’arte di ritornare

 La valigia è di nuovo pronta. Domani ritorno a casa e credo che faticherò a crederci per un tempo pari al numero di casini che mi aspettano, proprio come fanno certe mamme quando dicono ai figli “vieni qui che non ti faccio niente”. Cosa ricorderò di questo viaggio così variegato e carico di cose che non avevo neppure lontanamente previsto? Cosa posso permettermi di raccontare senza apparire scontata? Si è mai sentito uno che è andato in Patagonia e non l’ha trovata fantastica? Che di fronte al Perito Moreno non abbia pensato almeno per un istante che fosse una delle cose più meravigliose che gli occhi abbiano avuto il privilegio di vedere? Sono state due settimane di avventure variegate, faticose o faticosissime, di imprevisti e inciampi non voluti, di meraviglie da contemplare e attraversare. E di altro. Che non avevo previsto e che mi è piaciuto accogliere con la giocosa baldanza delle cose belle che hanno una fine proprio nella scadenza tassativa con cui nascono. Certi viaggi sono belli perché non tutto può diventare racconto e rimane esperienza intima, personalissima e non condivisa se non da chi l’ha vissuta, forse scelta, sicuramente sentita.

Quando sai di trovarti alla fine del mondo può capitare che ti metti a pensare che dopo, quando sei di nuovo tra i tuoi spazi soliti e ricominci, pensi di non farlo da dove eri rimasto, o perlomeno per me in questo momento è così, è come se ti sentissi in diritto di ripartire da zero, quasi a concederti la speranza o la possibilità di un restart dalla tua vita precedente dandole forma e consistenza nuova. Almeno questo è quello che ho creduto di pensare io in mezzo a una natura e uno scenario che non mi erano familiari e che mi suggerivano in ogni momento che le ipotesi nuove sono un modo formidabile di ridisegnare la vita da questo momento in poi. Ma forse è soltanto una delle mie solite suggestioni. Forse, molto più plausibile rimane l’ipotesi che appena rivedrò Milano, la mia casa semivuota, gli impicci che mi aspettano al varco, il mio cervello tornerà quello di sempre assieme all’ansia del tempo che mi pare sempre poco, agli allenamenti delle 5, il lavoro, il rubinetto in bagno che non so cosa voglia da me, gli scatoloni, il mal di testa della sera…

Forse è solo che i viaggi sono faticosi perché tutti sanno sempre come prepararne uno. Ma poi sono davvero pochi quelli che ti dicono come si organizza davvero il ritorno

Buio in sala. Luce ovunque

 Inutile girarci intorno. Fa un caldo così invalidante che senza misure drastiche di compensazione tra aria condizionata, mare, rifugi nel n...