venerdì 13 settembre 2019

Quando tutto torna mi metto in “ascolto”

Come è strano soffermarsi sulle cose che mi sono più familiari e che mi sembrano nuove solo perché mi ero allontanata da loro per un po’. Il rientro alla routine post vacanziera mi fa sempre questo effetto: la novità senza l’ignoto, la necessità di riabituarmi ai ritmi perduti e al rapido ritorno a certi automatismi senza imprevisti. È un po’ come rinascere ogni volta portandosi però dietro un pezzo di consapevolezza in più. In fondo credo che invecchiare sia esattamente questo: familiarizzare costantemente con ciò che solo in apparenza ritorna sempre uguale a se stesso come un destino ineluttabile ma che in realtà è, necessariamente, tutt’altro da ciò a cui eravamo abituati.
Dell’estate appena passata avevo già fissato qualche appunto, il tanto che mi è bastato per dire che è stata bella, varia, spesso memorabile e che questo mi pare essere stato un gran bel risultato. Ne farò tesoro da capitalizzare per l’inverno.

Per tutta questa settimana ho avuto una forte allergia agli occhi. Mi svegliavo con la faccia di un pugile molto sconfitto e, prima di essere presentabile senza dare adito a deduzioni improbabili, dovevo fare molti impacchi di acqua fredda. Poi è tutto passato con la stessa misteriosa modalità con cui era arrivato. Forse la calma con cui sono ritornata al mio quotidiano più familiare non poggiava su basi poi cosi solide e così una parte di me ha fatto resistenza impedendomi di “vederci” davvero chiaro. Vai a sapere...tanto poi alla fine tutto torna (torna come? Chiaro?).

È tornato pure l’irrinunciabile palinsesto invernale delle mie stazioni radiofoniche preferite, quelle senza le quali il silenzio domestico mi pare il peso più insostenibile che io possa immaginare. Matteo Caccia è passato di nuovo a radio 24 (da radio due): sono 15 anni che lo ascolto e quando ero ancora giù in Campania desideravo tanto conoscerlo e parlargli. Poi questa cosa è successa davvero e adesso mi commuovo sempre un po’ quando tutte le volte che lo incontro si ricorda il mio nome e mi saluta
 col bacetto.

Nell’albergo di Venezia invece ho fatto colazione al tavolo accanto a Lalaura, altra mia storica beniamina di radiodue. Una mattina l’ho avvicinata e le ho detto che la seguo da tanto tempo e che è bravissima. Ne è stata felice, ma io non mi perdonerò mai di essere stata così ineducata quando l’ho vista con le valige e non ho proprio pensato ad aiutarla un po’. Quella mattina non ho fatto altro che pensare a quanto devo averla delusa.
È tornato anche il mio idolo assoluto Gianluca Nicoletti più in forma che mai. Conosco anche lui: di solito mi prende in giro ma credo che sia molto compiaciuto del mio affetto.
Ecco, io credo che la radio renda più tollerabile il mio ritorno alle mie cose sempre uguali, ai risvegli solitari e con la vista appannata, al silenzio imposto, alla familiarità di uno spazio ostinatamente ristretto. Ma forse tollerabile non è la parola giusta. Ad un certo punto credo che il termine esatto da usare  sia “auspicabile”. Io credo che anche la vacanza più bella, la compagnia più piacevole,
l'esperienza più  sorprendente, il mare più cristallino, i tramonti più poetici, siano il pretesto saggio
di un desiderio di tornare qui, in mezzo a queste quattro cose che mi riguardano così tanto. Così più di tutto il resto.

La serata è fresca, mi sono struccata, ho appena visto un bel film e sono ritornata nel mio letto sotto il tetto. Non ho ripreso ad allenarmi, ma so che tornerò a fare anche questo a brevissimo. Tutto già “sentito”. Non mi resta che rimettermi in “ascolto”. Perché ogni vecchio programma, per continuare ad esistere, porta con sé delle novità invisibili agli occhi. Persino a quelli quasi del tutto sgonfi.



sabato 7 settembre 2019

Tra un’attesa e l’altra. Segni di un’estate

Stavolta ho davvero concluso. Sono alla stazione di Venezia ad aspettare il treno che mi porterà dritta dritta verso l’ultimo scorcio di un anno che mi ha visto in ferie in tempi (e posti) diversi a regalarmi occasioni preziose di scoperte, distanze da ciò che mi è inutile e mi ferisce, nuovi punti di osservazione, condivisione...
L'esperienza della mostra del cinema è stata molto al di sopra delle attese. Pare che sia stata una delle più belle degli ultimi anni e io non fatico a crederlo. Vorrei che vincesse “Ema”, un film che mi ha regalato delle suggestioni visive e una tale partecipazione emotiva che fatico ancora adesso a smaltire tutto quel groviglio di sensazioni così intense. Ma sono tantissimi i film che mi hanno profondamente convinto e potrei affermare che mai una sola volta ho pensato di aver sprecato il mio tempo, neppure per Assayas che ogni volta mi fa pensare che sia un regista piuttosto sopravvalutato. E poi ho capito una cosa di me che non mi era mica così chiara fino ad ora: io amo i documentari. Quelli che ho deciso di vedere, con tematiche inerenti il cinema horror, o quello erotico, persino uno sul funerale di Stalin (che mi ha tenuta incollata con la bocca aperta come una bambina a uno spettacolo di marionette) o su autori come Piero Vivarelli, Babenco, Tarkovsky (questo da pelle d’oca), sono stati una folgorazione continua di cui io stessa fatico a credere, visto che per me tutto ciò che ha a che vedere con la didattica finisce sempre per portare con sè qualcosa di maledettamente noioso.
E poi ci sono state le eccezionali compagne di avventura che hanno reso tanto più semplice e gioiosa questa mia epifania cinefestivaliera. Senza Cristina, Mirella, Serena e Pia non avrei saputo così presto e bene come muovermi, fissare un programma delle priorità, che strade percorrere per le passeggiate più belle...l’armonia è il risultato di un equilibrio delicato e intelligente delle componenti in gioco. Ne ho conferma.
È stata un’esperienza profonda ed è anche per questo che mi è difficile concepirne la replicabilità. Mi è piaciuto tutto. Per questo non tenterò di rifarlo.

Le mie vacanze sono state anche il mare della Grecia, il riposo profondo, il cibo buono, i luoghi antichi, quelli che ti ricordano meglio di tutto chi sei veramente.
Vacanze sono state le gite fuori porta in Trentino con Alessandra a girar per vigne. Io che sono più o meno astemia, e poi a Tortona, sempre con lei, a pranzo dai genitori o per una pizza in una cascina che pareva il set di un film di Bertolucci.

Io non so quale sia la definizione giusta di “vacanza” perché in fondo, in quanto lasso di tempo “vuoto”, ciascuno ha il potere e la fantasia di riempirlo come crede. Ho memoria di anni in cui avevo smesso di aver voglia di andare in un”altrove” solo per dover dire di averlo fatto. Non volevo nulla:
non il mare, nè la montagna, non i viaggi e neppure la compagnia. Aspettavo che i miei andassero via per stare da sola a casa. La mia ultima estate così la usai per scrivere la tesi.

Ecco. Ora sono sul treno. Faccio fatica a fare un resoconto. Sto impiegando uno sproposito per
scrivere questo post, ho problemi con la gestione di questo ultimo scorcio di tempo tutto mio, prima che Milano mi fagociti nella sua “routilante routine”.Sono pronta ma è come se fossi contrariata di questo, sono sazia e appagata da tutto eppure mi pare una colpa ripartire proprio da dove ho scelto di restare. È una sensazione strana e inedita che forse mi passerà non appena riprenderò le chiavi per entrare in casa.

Il treno sta partendo. Ciao Venezia.

Spero che vinca “Ema”. Ma se vincerà un altro andrà benissimo lo stesso

mercoledì 4 settembre 2019

In fila (a tessere le fila)

Ho camminato per due ore, è questo il tempo a piedi dall’albergo fin qui alla mostra. Sono le 9:39 ed è la prima volta da quando sono qui che vedo questo posto sgombro dalla folla oceanica che tiene sotto assedio lo spazio, in fondo molto limitato, nel quale fare file per qualsiasi cosa è uno “state of mind”. C'è un bel sole, una musica di sottofondo abbastanza orribile, io sono seduta su una specie di panchina di fronte al palazzo del casinò e sono già in ansia per la fila alla sala Volpi. Ieri dopo un’ora in attesa sotto un sole impietoso ci hanno detto che era già piena.

Venire alla Mostra è stata una bella idea. Una bella idea che non mi farò più venire. La verità è che sono contenta di tutto, persino dell’albergo totalmente inadeguato rispetto allo sproposito che è costato, mi sono piaciuti tutti i film e direi persino che benedico la scelta proprio di quelli che avrei potuto vedere soltanto qui. Mi sono fatta piacere pure quest’ansia perenne delle file dal mancato buon fine, delle attese per andare in bagno, del mangiare quello che capita e quando capita. Mi sono fatta piacere pure il glamour più tamarro e fesso che si possa immaginare, le gnocche senza fine sui tacchi dodici (esistono ancora i tacchi a spillo e qualcuno che li trova belli...). Ho tollerato la maleducazione dei veneziani che sugli autobus ti fanno appunti pure per il tuo respirare, e persino i panini a sette euro. Va bene tutto. Perché sonno stati giorni di totale astensione da tutto il mio mondo conosciuto, perché passare quasi tutto il tuo tempo vigile tra sale di cinema a vedere film bellissimi e a non dover pensare a nient'altro è stata un'esperienza di catarsi irripetibile, un’avventura totalizzante di vita “aliena” che non sarei stata capace di realizzare in nessun’altra maniera.

Infatti non la ripeterò. E neppure la scorderò. Non la rimpiangerò. Ma che gran peccato sarebbe stato perdermela.
Ora devo andare verso la sala Volpi. C'è un’ora di fila che mi aspetta sennò mi lasciano fuori. E fuori dalla sala garantisco che trovo solo storie meno belle


giovedì 29 agosto 2019

Venezia mi mostra. E mi dimostra

Alla fine ci sono venuta davvero. La mia prima mostra del cinema di Venezia mi vede a zonzo tra una sala e l’altra a fare file su file per vedere più film che mi è possibile, soprattutto tra quelli che so che non arriveranno mai nelle sale. Oggi ne ho visti di belli e di molto belli e mi è sembrata davvero un'esperienza  atipica nonostante il rammarico di dover redarguire, pure stavolta, persone che avevano il cellulare acceso in sala. Non c'è speranza ormai...

Su tutti mi è rimasto dentro un film che, pur non essendo il migliore tra quelli visti oggi, continua a lavorarmi dentro come ad impormi un giudizio più articolato e meno sbrigativo. Il film si chiama Pelican blood. (Pelikanblut). Non mi interessa raccontarne la trama: mi limiterò a dire perché lo trovo così sorprendente. Il tema trattato è vecchio come il cucco: la maternità e le sue infinite declinazioni, la difficoltà di gestire un certo tipo di infanzia estremamente problematica come quella di un bambino adottato e con un passato difficile, i muri di un contesto sociale troppo impaurito dal diverso, i limiti della scienza attuale nella comprensione di tutti i fenomeni della psiche e dell’emotività, la potenza salvifica dell’amore anche quando il suo linguaggio non è compreso da nessuno.
La storia in sè, ma anche tutti i temi che tratta sono faccende che mi stanno tanto a cuore per più di una ragione e questo basterebbe a rendermi il film molto amabile. È che un po’ mi dispiace che sia stato bollato come diseducativo, dalla narrazione incoerente, poco “illuminista”. Io credo invece che sia un bel tentativo di raccontare il coraggio di percorsi che non rinnegano tutto quello che già si conosce per esplorare i territori ingannevoli della superstizione, ma che al contrario affermano il potere salvifico dell’amore servendosi (anche) della forza mistica di riti ancestrali.
Ho trovato molto affascinante tutto questo proprio, anzi a maggior ragione da un punto di vista “illuministico”. E non aggiungo altro perché è un film che suggerisco e caldeggio e di cui vorrei discutere davanti ad un buon piatto.

È il mio primo giorno pieno a Venezia. Ieri ho visto soltanto “la verità” e avrei voluto stupirmi di più, ma va bene lo stesso.
 Non credo che tornerò a replicare questa bella esperienza perché la folla, le lunghe file, le passerelle, i fotografi che aspettano i divi e tutta questa complicata macchina organizzativa, sono faccende che alla fine mi stancano molto e non mi affascinano manco troppo. C'è di bello che sono in buona compagnia, che vedrò film che forse non passeranno altrove e ho interrotto la mia rassicurante ma limitativa routine...ci sta tutta un’esperienza come questa. Bella ma non so come dire...

Domani ho in programma cose altrettanto interessanti. Può darsi che stavolta dirò persino di cosa
parlano i  film

sabato 24 agosto 2019

Case da riabi(li)tare

Stavolta ne avevo proprio bisogno. Ieri sono tornata qui in Campania per un paio di giorni. È stata un’estate un po’ faticosa per me e questo nonostante non mi sia fatta mancare le vacanze e un più che ragionevole tempo di riposo. Credo che il cambio di team non mi stia giovando: ho la sensazione tutt’altro che vaga di non piacere affatto alla nuova capo. Ogni volta che interagisce con me me la immagino a pensare cose del tipo “ tu sei una strana, chissà che mi combini. Voglio sapere ogni singola cosa che fai”. Percepisco che non si fida e che il suo modo di lavorare non combacia affatto con quello che è stato il mio fino ad ora e che comunque non ha mai comportato guai irrisolvibili o malcontento. Direi che la mia coscienza rimane pulita nonostante i limiti oggettivi di un metodo di lavoro ovviamente migliorabile e perfettibile. In altri tempi mi sarei agitata e rammaricata di un approccio simile, oggi ho deciso di assecondare con calma la sua strana mania di controllo con l’auspicio che si renda conto che se sono dieci anni che seguo certe procedure senza che nessuno sia morto, e nonostante tutte le problematiche disfunzionali tipiche di un ufficio della pubblica amministrazione, vuol dire che in fondo può anche stare un po’ più calma. Pazienza, mi abituerò anche al nuovo regime, sperando di non dover sopportare un clima ostile o frustrazioni.

Stanotte ho dormito molto bene. Nella casa dei miei è tutto più comodo. E non credo che sia soltanto perché è molto grande, dato che , di fatto, io passo quasi tutto il mio tempo nella mia mansarda, quella che hanno fatto costruire proprio nell’anno in cui me ne sono andata a Milano. L’ho arredata io, con dei vecchi mobili riportati in vita, attrezzi per la ginnastica, quadri di vecchi film e di pubblicità d’epoca. Quando vengono a trovarci gli amici dicono tutti più o meno così: “questa mansarda è lo specchio esatto di Lucia” . E io sono sempre molto soddisfatta di questa cosa qui. Quando finii di arredarla sono dovuta andar via e così quando torno sento che è quello il posto della casa che davvero mi appartiene. Le stanze ai piani inferiori no, in quelle mi sento ospite. È proprio
una faccenda strana: una casa mai vissuta che più passano gli anni, meno ci vivo e più comincio a
sentire come totalmente mia, ancor più del piccolo e vissutissimo spazio (quello sì veramente mio) milanese.

Non lo so com’è eppure questa è la prima volta che accarezzo davvero l’ipotesi che un giorno potrei decidere di tornarmene qui, in questo paese che non mi è mai piaciuto, in cui ho trascorso gli anni di un’adolescenza faticosa e sbagliata (sia chiaro, per mia colpa essenzialmente), un posto in cui non succede mai nulla che mi interessi davvero, ma nel quale c’è una parte di casa in cui non ho mai vissuto. E che forse mi appartiene più di tutto.
Lunedì tornerò a Milano. C'è ad aspettarmi una casa piccola piccola in cui ho risolto la parte più significativa della mia vita, un lavoro che mi promette problemi che voglio affrontare con spirito sereno, una serie di attività che non vedo l’ora di riprendere e delle persone a cui tengo molto. In più, stavolta per la prima volta, porterò con me una voglia tutta nuova di casa. Quella in cui non ho mai abitato, ma che mi pare ogni volta più pronta ad accogliermi.


martedì 20 agosto 2019

Sta tutto in frigo (se è vuoto)


Ormai la fase di rientro è cominciata. L’ufficio si ripopola dei volti familiari e bruniti dei miei colleghi rilassati. Stavolta la mia estate in ufficio è stata veramente pesante. Ma è passata anche questa e tra poco mi allontanerò io per un po’.
Sono un po’ irritata. Non so perché, forse non ci sono ragioni precise e quando mi capita di solito mi passa lavando i piatti o i panni a mano o grazie a mezz’ora di pesi seguita da una doccia fredda per poi mettermi distesa sul divano, in silenzio, a pensare a come vorrei che le persone si comportassero con me. Poi mi calmo e mi dico che non ho il diritto di pretendere niente dagli altri, ma solo tener conto del loro agire rispetto al mio, e poi di fare attenzione, ricordare, non restarci male e gioire della generosità altrui. Una collega oggi mi ha portato un pensiero del tutto inaspettato e io sono sicura che non lo scorderò.

Tra qualche giorno sarò dai miei solo per un week end. Manco da molto tempo ma ormai uso le mie ferie soltanto per risolvermi la vita a Milano o andare in vacanza per conto mio. In futuro mi riserverò più occasioni per tornare a casa, magari per meno giorni alla volta. Secondo me è una soluzione molto efficace.
Nel frattempo si sta per chiudere questa ridicola e terrificante pagina politica, che è servita solo a creare un clima schifoso, tossico, un’economia stagnante e la perdita di credibilità agli occhi dell’Europa e del mondo. Se avessi un figlio sarei molto più rammaricata.

Il frigo è quasi vuoto. Mi è rimasta una mezza mozzarella, mezzo litro di latte, una cotoletta vegetale e un ultimo pezzo di cioccolato fondente. Non ho più nulla in scadenza o da conservare. Finalmente potrò sbrinarlo e regalarmi due giorni di colazione al bar, gelato a pranzo e pure a cena. Poi i miei mi tratteranno come una principessa (succede solo quando mi trattengo molto poco, altrimenti sarebbe
tutto meno enfatico...e direi che mi pare sacrosanto...) e io prenderò tutto senza fare l’ospite timida: in fondo quando mi ricapita...

Poi tornerò a Milano, lavorerò ancora per un po’ di giorni e poi andrò per la prima volta al festival del cinema di Venezia. Vedrò film dalla mattina alla sera, che poi è tutto quello che vorrei fare della mia vita invece di stare a scandire continuamente il tempo tra stati d’animo di cui non comprendo la matrice, gli umori della Storia e quelli di chi mi sta intorno e il rientro dalle ferie mie o altrui.

Fino a poco fa ero irritata. Ho dovuto lavare i piatti a mano per stare calma e sollevare un po’ di pesi per sentirmi abbastanza forte per la giornata. Poi ho ricevuto un pensiero inaspettato da una collega rientrata dalle ferie e ho percepito il suo affetto.
Il frigo è quasi vuoto. E direi che, finalmente, non manchi proprio nulla

mercoledì 14 agosto 2019

Agli ex-post l’ardua sentenza

Ieri ho compiuto 43 anni. Cominciano a sembrarmi decisamente tanti eppure degli ultimi dieci anni potrei sinceramente dire che sono volati, soprattutto se penso che a questi risale la mia definitiva trasferta a Milano, il mio contratto a tempo indeterminato, la mia prima casa di proprietà...sembra tutto così dietro l’angolo e invece di mezzo ci sono dieci lunghi anni di cose realizzate tutte per conto mio. Impressionante se penso alla svagata e un po’ incespicante che di natura mi trovo ad essere.

Su Facebook non è più visibile la data del mio compleanno, per cui quelli che mi hanno fatto gli auguri di primo mattino sono quelli che la conoscevano già e che se ne sono ricordati da soli. Poi ho postato il mio “prima e dopo” in foto dai 33 ai 43 e si sono aggiunti dei deliziosi e affettuosi auguri social e, infine, ho ricevuto altri inaspettati auguri in privato. Di alcuni conserverò per sempre il tono dolce e la sincerità.
Ci sono poi gli auguri nei quali speravo e che invece non sono arrivati. Va bene comunque, l’affetto non deve dare per scontata la reciprocità e se questa manca vuol dire che devo prendere meno seriamente il mio senso di attaccamento verso gli altri. Mi sta bene anche questa cosa qua, ma devo ricordarmi di avvertire la bambolina Piggy di non eccedere nei nostri auguri speciali...potrebbero essere fraintesi, o sottovalutati, e noi siamo due bimbe tenere che poi ci restano un po’ male...

Ieri mi ha anche scritto la solita persona ossessionata dall’idea che parli di lei nei miei post in questo blog e che dice che questo dovrebbe essermi proibito. Ha esordito con degli auguri molto cerimoniosi, che sono una persona speciale, che le dispiace che non siamo più in buoni rapporti e cose del genere. Io le ho risposto molto  gentilmente dicendole che apprezzavo molto le sue parole, che la ringraziavo ma che non avevo intenzione di ricucire i rapporti con lei (non ho nessuna intenzione perdonarle per la seconda volta ira, frasi di odio con turpiloquio nei miei confronti) lei ha risposto di nuovo adirata nei miei confronti, ripetendo il suo solito repertorio di veleno e di ordini a
non parlare di lei. Ma io non parlo di lei: io parlo di me e della mia incapacità di liberarmi delle sue manie di persecuzione. Ma ormai direi che non riesca proprio a capire questo banalissimo concetto. Poi ho smesso di leggere quelle mail che stonavano così tanto con il mio buon umore e ho buttato tutto nella posta indesiderata. Spero che basti, stavolta e per sempre.

Mi sono preparata la tortina da sola, non ho spento candeline e non ho espresso desideri, ho sollevato pesi di tutto rispetto per il mio work out mattutino e ricevuto dell’affetto più che proporzionale rispetto all’odio e alla disattenzione. Il mio bilancio ha ancora il segno più sebbene la mia età più bella rimanga ancora oggi quella dei miei trent'anni. Sì, 30 anni è stata la mia età perfetta: avevo appena conseguito il dottorato, mi trovavo bella come mai più sarei riuscita a vedermi, avevo già cambiato lavoro due volte, per mia scelta, e amavo molto.

Sarà impossibile per me fare meglio dei miei 30 anni. Ma non dispero ancora del tutto.
Ho 43 anni. Devo assolutamente trovare il tempo per ripassare di nuovo per i 30



domenica 11 agosto 2019

La luce buia delle stelle

- Hey! Perché ieri sera non ti sei messa a guardare il cielo e a desiderare qualcosa? Credi di distinguerti addormentandoti alle nove nonostante i tuoi sette caffè? Certa tua apatia è inqualificabile. Devi combatterla
- Perché la chiami apatia? A me piace alzarmi alle cinque del mattino. È normale che alle nove di sera mi venga sonno. Non desidero proprio niente che non possa realizzare da sola, chi me lo fa fare di farmi venire il torcicollo per aspettare che un meteorite (perché non sono stelle quelle di cui parli) mi faccia felice?
- Ma davvero ti basti?
- Si. Mi basto così
- Forse ti illudi soltanto
- Forse...e che differenza fa?
- Potresti stare meglio. È un peccato se non lo fai. Che intendi fare? Sono dieci anni che vivi qui, non hai avuto bambini, non hai pensato mai di vivere in una casa più grande, non hai mai cambiato lavoro, non hai cercato un compagno che fosse per la vita...intendi continuare così?
- Direi di sì...
- Ma davvero? E che scopo hai?
- Stare tranquilla, non avere nessuna smania, risolvermi i problemi solo quando si presentano e non inventarmene dal nulla, accettare la fallibilità e l’imperfezione di tutti i sentimenti umani, camminare molto, stare in silenzio, vedere film, leggere qualche buon libro, evitare persone tossiche, evitare di esserlo io stessa
- E credi che sia sufficiente per essere felice?
- Non lo so. Credo che possa bastare a me, che non ho particolari talenti e neppure un coraggio
sufficiente per fare qualcosa di epico. Ho capito che il meglio che posso essere è cercare di essere
meno negativa possibile e di provare a lasciare un’impronta non troppo pesante su questo pianeta.
Non servono le stelle per fare questo
- Perché non ti misuri con qualcosa d più importante?
- Perché questo per me lo è già moltissimo
- Sei noiosissima
- Almeno quanto te che mi fai tutte queste domande. Come se fosse normale pretendere che dall’alto ci sia qualcosa o qualcuno che ci faccia svoltare...
- Ma che c’entra! Quello è un auspicio, è la speranza che ci sia dell’altro rispetto alla propria ristretta esistenza e ai limiti con cui ci troviamo a fare i conti
- Io invece credo che Epicuro avesse ragione: se non sei già felice ora non puoi sperare di diventarlo dopo
- E quindi ti sei fatta una bella dormita
- Eggià. Se non altro perché per accettare tutta l’infelicità che mi circonda ho bisogno di stare molto in forma. Lo vedi che alla fine è tutta colpa del resto del mondo se la vita rischia di affaticarmi!
- La ringraziamo per la sua tolleranza allora
- Sempre a disposizione 😇😌


lunedì 5 agosto 2019

Alla luce di un po’ di penombra

Avevo proprio voglia di rivederlo. L’ultimo film di Almodóvar  “Dolor y gloria” è di una bellezza folgorante e rassicurante. Una storia raccontata con generosità che sfrutta il pretesto autobiografico per un affresco policromo sui sentimenti e sul peso sempre più leggero dei ricordi quando di questi si delineano trame e percorsi, si aggiunge il perdono, si prova a “rammendarne” le falle (come la giovane mamma di Salvador mallo -  che finto anagramma divertente!-  fa per il calzino del suo bimbo usando un piccolo uovo di legno ben levigato. La sola eredità che gli riserverà). Un film splendido reso ancor più luminoso dallo sguardo profondo e melanconico di un Banderas al suo apice. Rivederlo in lingua originale e nell’atmosfera rarefatta di un piccolo cinema quasi vuoto è stato uno dei momenti migliori di questa strana estate, quella che mi prepara ad un'età che comincia a farmi davvero un po’ impressione.

Sento ancora troppo caldo, l’ufficio mi stanca succhiandomi energia e io comincio a sognare troppo poco, il che non credo che sia esattamente un male in sė, ma è così che temo che atrofizzi il pensiero, la fantasia, la vocazione per l’imprevisto.
È tanto tempo che non indosso più nessuna delle mie collanine colorare, che metto soltanto la matita e il mascara e non più il rossetto, che indosso scarpe da running pure quando devo soltanto passeggiare, che porto sempre gli stessi orecchini discreti e da santarellina dallo sguardo basso, quelli col brillantino al posto dei ciondoloni molto freakettoni che tanto ho adorato nei miei anni più vivaci. Mi sento come una luce che si affievolisce in modo lento ma inesorabile, come se per prepararmi all’oscurità fosse necessaria una preparazione graduale a vedere sempre meno senza considerarla invece una limitazione.

È stata una giornata un po’ faticosa, Milano è ancora troppo affollata, in frigo ci sono soltanto cose necessarie, io dormo ancora sul divano e vedo e rivedo film a cui penso troppo. Credo che non saprò
mai se vada bene così oppure no. So per certo che se qualcuno, in questo momento, mi invitasse ora ad uscire sentirei che sarebbe l’ultima cosa al mondo che vorrei (tranne forse in un improbabilissimo caso per fortuna...), che mi piace il sottofondo della tv che mi racconta delle raffinatissime strategie di comunicazione di Salvini, e poi il profumo dei peperoni fritti che sono sul fuoco, i miei leggings comodi ma griffati, su scarpe che in fondo hanno macinato anche km di corsa.  Mi faccio andar bene pure questo leggero mal di testa che si porta dietro uno strano smarrimento e intontimento che mi deresponsabilizza e mi rilassa e al quale potrei addirittura abituarmi
Ma è agosto, io ho l’impressione di vivere nell’unica maniera che mi è consentito di desiderare in questa stagione: quella inutile senza per questo essere dannosa, asettica senza essere egoista, arrendevole senza essere vittima.

Agosto la luce me la diede ormai un sacco di tempo fa. Con gli anni ho imparato a regolarne l’intensità a seconda della vista che ho voluto concedermi di volta in volta. E certe volte starmene
all’ombra, o anche semplicemente in penombra, può essere una forma di ristoro quasi “gloriosa”. Nell’attesa di nuovi squarci di luce da “rammendare” con ricordi rotondi e levigati bene come un piccolo uovo di legno



sabato 27 luglio 2019

Sentirsi a casa. Anche fuori

Fa veramente molto caldo qui a Milano. È stata una settimana climaticamente complessa che ha messo a dura prova la mia capacità di convivere con una pressione già normalmente molto bassa.  Di contro ho una strana vertigine che rallenta i miei riflessi e mi impone una lentezza che in fondo non mi dispiace. Il caldo innaturale ottimizza gli sforzi da compiere evitando la dispersione inutile di energia.

Avrei dovuto aspettarmelo. Le mie scorse considerazioni sulla necessità di poter dire quello che penso hanno avuto delle ricadute su chi si sarebbe sentito chiamato in causa da quello che raccontavo solo a grandi linee: come se davvero mi si potesse impedire di scrivere quello che voglio pure quando non faccio nomi e non rendo riconoscibili i fatti nel dettaglio. Io parlo di me...mai di altri. Sempre. Intanto ho dovuto sorbirmi una domenica intera di mail schiumanti veleno e invettive gratuite e piene di insinuazioni campate in aria. Credo si chiami eterogenesi dei fini e mi ha aiutato a capire più cose di quelle che avrei voluto su chi mi sta intorno. Bene, però roba da matti lo stesso...

Vivo per conto mio da tantissimi anni. Credo di averlo desiderato da quando ero piccolissima. Mi piace l’idea di uno spazio, anche minimo, del quale ho totale dominio e nel quale pormi in ascolto di me stessa, della musica che preferisco, delle voci alla radio che amo, dei film che scelgo. Credo che il compromesso inevitabile che impone la serena e civile convivenza sia una condizione da cui riuscire ad astenersi almeno un pochino nel corso della vita di ciascuno, perché le forzature alla lunga logorano e incattiviscono chiunque. Ecco perché secondo me la solitudine non dovrebbe spaventare mai. E non è questione di buono o cattivo carattere. È una faccenda legata alla possibilità di avere davvero a che fare con se stessi senza imporsi a nessuno e viceversa.

Ho davvero troppo caldo però ho dormito bene su questo divano di fronte alla finestra che rimane
sempre aperta. Abito al pian terreno, all’interno di un cortile che fa molto anni 60 e nel quale spesso si affastellano voci di varia provenienza: mi capita spessissimo di sentire di litigi, discussioni, chiacchiere conviviali. Certe volte mi pare di stare in un campeggio o in una comune, altre mi chiedo come sarebbe condividere il mio piccolo spazio con qualcun altro. Ma dura poco. Non è un’idea che accarezzo volentieri. A me piace proprio un sacco stare in casa da sola, non dire niente, non discutere ma neppure dire cose divertenti. Mi piace ricordare, buttare cose vecchie, scovare cose che avevo scordato di avere perché occultate dal tempo e soffocate da cianfrusaglie nuove...Come è carina la mia casa. Forse lo penso soltanto perché di fatto ci sto dentro davvero molto poco, soprattutto in inverno, quando è molto più umida e poco accogliente, quando sono costretta a tenere lo stendino sempre pieno di cose in mezzo ad una stanza troppo piccola per contenerlo e ho bisogno di coperte pesantissime perché di notte fa freddissimo pure col riscaldamento a palla...
La mia casa è bella adesso, con questo caldo, con le nottate sul divano e le finestre aperte, con i litigi degli altri che mi danno ragione della mia discrezione domestica. La mia casa è bella dopo le docce
fredde i vestiti leggeri nell’armadio, i sandali, il magnesio e la papaya fermentata. È bella dopo che ho messo la matita sugli occhi e il rossetto ambrato sull’abbronzatura “metropolitana”. È bella quando mi aiuta a farmi pronta. Fino a suggerirmi che è finalmente ora di uscire e di non tornare prima di sera

domenica 21 luglio 2019

Eh, ma che carattere...

Sono anni che ho smesso di litigare. Per qualsiasi motivo e con qualsiasi essere umano. Ho impiegato un sacco di tempo per riuscirci e questo nonostante il fatto che le nobili motivazioni, la bontà d’animo, il bisogno di stare in pace con l’universo mondo non c’entrino in realtà proprio nulla. Casomai qualche volta è esattamente il contrario: il mio disprezzo, insofferenza, pigrizia, voglia di semplice quieto vivere sono fattori talmente dominanti da farmi evitare ogni forma di puntigliosa intemperanza per far valere le mie ragioni. Non pretendo di fare la morale a nessuno ma esigo che chi decide di farla a me abbia una incidenza sulla mia vita emotiva pari alla più totale noncuranza. Funziona benissimo. Se l’avessi capito prima mi sarei risparmiata anni di giovinezza piccata. Per tutto il resto prendo appunti e trovo in questa maniera la dimora per ogni sfogo. What else?

Qualche anno fa scrissi quello che diventò, mio malgrado, il post più letto di questo blog. Era ua lunga invettiva pieno di disprezzo (di cui potrei sottoscrivere ogni singola sillaba ancora oggi) su un collega bifolco e maleducatissimo con cui avevo avuto un alterco non legato a questioni di lavoro  ma, diciamo così, su una certa visione del mondo. Per fortuna ha chiesto il trasferimento e io ho risolto la mia repulsione nei suoi confronti semplicemente aspettando che la sorte mi assecondasse con eventi propizi. A volte succede davvero ed è un po’ come vincere al lotto.
Quell’episodio mi fece capire quanto fossero attenti ai fatti miei pure i colleghi che non salutano neanche quando condividono lo spazio in ascensore e poi nei fatti non vedono l’ora che tu faccia qualcosa di cui parlare e sparlare in pausa pranzo. Ci può stare. Così credo che sia sempre stato e così sarà sempre per contesti del genere.
Nel frattempo mi sono resa conto dell’urgenza di cominciare a frequentare e portarmi dentro solo le persone che mi piacciono davvero, quelle che non mi criticano  (perché tanto lo so che dai giudizi non imparo mai niente davvero) e verso cui sento di voler fare altrettanto. Quando stabilisco un legame quello che mi preme più di tutto è non urtare la sensibilità. Se così non è il mio compito è
diventato allontanarmi più che posso.

È così che sono riuscita a non litigare più. Ed è molto bello. Per il resto fingo di assecondare...tanto che mi importa. Ieri mi è stata contestata un’espressione autoironica che uso solo per me stessa. Ecco. A me certe contestazioni può farle solo qualcuno dei miei fari eletti della comunicazione, tipo Matteo Bordone o un luminare di filologia...altrimenti parlo esattamente come mi pare...ma questo me lo sono ripetuta in cuor mio, mentre fingevo di soprassedere all’irritazione di chi si sentiva offesa per una simile sciocchezza.

Migliorare per me ha significato fuggire dai conflitti, fare lunghi respiri prima di cedere ad una provocazione, educarmi alla calma, non reagire, far finta di niente. Spesso è durissima, ma paga. Mi aiuto con lo sport, o lunghissime camminate, la scelta accurata di persone belle. E poi con l’irrinunciabile mia amatissima solitudine. Quella scelta, che mi suggerisce senza offendermi. Che non giudica. Perché lei mi vuol bene così come sono. E pure io


Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...