sabato 13 maggio 2023

Pausa senza riflessione

 Dovevo soltanto infornare. Avevo già tutto pronto, sia la crostata preparata la sera prima che il pan brioche che avevo fatto lievitare tutta la notte. Mi ero alzata come sempre poco prima delle cinque e avevo subito infornato tutto. Poi, come legge morale impone ormai da secoli, ho fatto i miei esercizi, sistemato il letto, lavato i piatti, pulito il bagno, fatto una doccia veloce. Come sempre, anche stavolta ero pronta alle 6:50 per andare al lavoro. Soltanto dopo aver chiuso la porta mi ero resa conto che stava piovendo. Prendo l’ombrello, metto l’impermeabile. Esco di nuovo. No, non ce la faccio. Rientro in casa immediatamente. Poso l’ombrello, infilo la tuta, mi strucco e corro a mettermi sulla mia poltrona/letto con la ferma intenzione di stare tutto il giorno in casa per recuperare i film della wishlist e finire una serie. Così ho avvisato in ufficio che non sarei andata. E’ successo l’altro ieri: sono stata tutto il giorno su quella specie di pouf gigantesco e tanto comodo piazzato proprio di fronte alla televisione. Tutto era immerso in un silenzio quasi commuovente, forse anche grazie alla pioggia o semplicemente al fatto che finalmente i vicini di casa orrendi non ci sono più, almeno fino ad ora, provvidenzialmente, ma non canto mai vittoria su questa questione che mi fa sempre tanta tenerezza, perché mi pare quasi mettermi a confronto con la mia paura del prossimo anche quando le ragioni stanno solo nella mia testa. La realtà era che io potevo disporre di tutta quella giornata sapendo che tutto in casa era già a posto.

Certe volte è un po’ straniante avere del tempo di cui poter disporre esclusivamente a proprio piacimento: il piacere è smorzato dall’ansia di rischiare di sprecarlo facendo scelte di piacere meno vincenti di altre. Però stavolta avevo le idee chiare. Volevo solo stare seduta per tutto il tempo a vedere film e pure leggere l’ultimo Ammaniti (che è stupendo). E così è stato. Credo di non aver detto neppure una parola per tutto il giorno e di non aver pensato ad altro che a quello che in quel momento mi stavo regalando. Il pranzo era già nel contenitore precedentemente destinato per l’ufficio ed in più c’era una crostata calda ai mirtilli che avrebbe potenziato il mio benessere.

“Perché me lo merito” questo mi sono ripetuta per un paio di volte a giustificazione di un giorno di ferie bruciato senza una reale ragione né premeditazione. Non era vero: ho fatto da poco un bel viaggio e la prossima settimana torno un po’ giù per un usufruire del mio secondo blocco di ferie di quest’anno e in generale, mai come in questo periodo, non ho ragioni per dirmi particolarmente stanca. Ho visto tempi peggiori, anche di recente. E così ho pensato che il bello di gustarsi una giornata così, imprevista e anarchica, sta proprio nel suo essere totalmente gratuita, priva di meriti e premi per uno sforzo imposto. Che male c’è? Nessuno si è fatto male per questo ed io mi sono concessa il diritto, per una volta, di respirare al mio ritmo naturale, facendo caso a come possa essere percepito in modo profondamente diverso il tempo quando decidi di non pianificarlo e piuttosto che pensare alla vita che hai davanti, ti accontenti di gustarti tutta la giornata, perché in fondo è un progetto pure questo, ma con risultati visibili a più corto giro.

Non sono una persona felice, direi neppure serena. Non credo che questi siano diritti acquisiti, però continuo a fare dei tentativi, a correggere comportamenti e punti di vista, a trovare il coraggio di provare vergogna per tutte le cose sbagliate che ho detto e fatto in passato, a fare sforzi per ottenere quello che vorrei perché mi pare una condotta intimamente sensata e giusta. Però qualche volta, e senza che diventi un’abitudine, ho bisogno di deviare in modo scellerato e inconsulto dalle mie regole, di non controllare niente e assecondare un approccio totalmente selvatico al fare le cose. Fa parte dei tentativi ad essere felice. E per ora mi sembrano loro i più riusciti

martedì 2 maggio 2023

Contenta. Forse quasi felice

 I viaggi non troppo lunghi mi piacciono perché conservano intatto quel senso di gioiosa avventura, non troppo programmata ma condita di un’ansia leggera di fare e vedere il più possibile unita all’idea che, se anche non dovesse andare tutto come previsto, si tratterebbe pur sempre di pochi giorni. Erano anni che volevo vedere Praga, ma non volevo solo passeggiarci o guardarmi intorno come una sprovveduta e così, prima di partire ho comprato una card, valida per l’intera durata della mia permanenza, che mi avrebbe dato libero accesso a tutti i musei, le mostre, le mini crociere sul Moldava, le attrazioni, le sinagoghe, lo zoo, il cimitero ebraico, gli autobus turistici…ho fatto tutto quello che ho potuto con le opportunità che mi ero garantita già da casa. Inutile precisare che è stata una folgorazione: città fantastica per bellezza, storia, per il fascino che mi ha restituito, per il tempo sospeso che mi ha donato per pensare anche ad altro, per rompere con la routine di una città che non riesco a non amare ma che mi succhia davvero tantissima energia. Con gli anni ho capito che devo impormi qualche distacco periodico da Milano altrimenti mi diventa insostenibile conservare ritmi e abitudini ormai cristallizzate tra bisogni ed obblighi costanti. Intanto già penso a quale potrebbe essere la mia nuova meta di breve periodo. Mi pare molto sano anche semplicemente proiettarsi e pensarsi altrove con scadenze più o meno attendibili.

Non è successo solo questo. Col rischio di sembrare pazza, ribadisco lo stato di grazia che mi ha regalato l’ultimo film di Moretti: il mio approccio è sempre lo stesso quando vedo un suo nuovo film. Prima ho bisogno di sapere cosa provo nell’immediato. Poi però mi concedo sempre un tempo molto dilatato per ripensarlo smontandolo, soffermandomi su parole, inquadrature, parti di film, provando a cogliere stratificazioni, sfumature, allusioni, un pensiero nascosto sotto altri ed altri ancora. Il suo ultimo film è stato un atto d’amore verso chi lo conosce profondamente e profondamente lo ama. E’ per questo che comprendo la perplessità di chi si rapporta ad esso sprovvisto di questa dotazione iniziale che mi pare necessaria, ora più di sempre. Una meraviglia pazzesca. Chi pensa il contrario è solo perché non ne ha colto la grandezza fuori dal comune.


Siamo già al quinto mese di un anno che mi ha regalato più di quanto sperassi dati i presupposti di un 2022 che ancora non mi capacito di aver superato da viva. E’ curioso ma in fondo mi basta sapere di non essere innamorata, di aver capito come funziono in certe dinamiche e di non poterle in alcun modo modificare, di veder gli anni passare con la leggerezza di chi in fondo voleva solo quello che fin qui è riuscita ad ottenere, per pensare che il tempo non aggiusta le cose ma offre la prospettiva giusta per osservarle con lo spirito adatto. 


Chi ha letto questo diario anche nei primi anni si sarà reso conto, almeno in certi casi, di quanto fossi addolorata per i miei incontri sbagliati, amori che tali non erano e più o meno esplicite amare costatazioni sulla mia incapacità di tradurre in realtà concreta il mio desiderio di trovare il vero amore. Oggi credo che in fondo sia stato giusto così, non perché gli altri fossero sbagliati o perchè ero io ad esserlo (oppure sì, ma preferisco concentrarmi sull’analisi del risultato in questa fase). La verità, semplicemente, era che ho sempre inseguito un’idea di rapporto che credo sia impossibile trovare, o meglio, che io non sono riuscita ad intercettare e raggiungere quando mi sarebbe piaciuto. Succede, soprattutto quando non vuoi dei figli e neppure forme tradizionali di “stabilità” fatte di mutui, divisioni esatte dei compiti e gestione pratica delle incombenze. Succede, quando incontri uomini che stanno soltanto cercando di dimenticare qualcun’altra, vogliono diventare padri, ti fanno i conti in tasca, ti vedono solo come l’angelo del focolare con piatto a tavola e casa in ordine, quando la monogamia questa sconosciuta…succede anche che forse è tutta colpa mia che non capisco mai niente di tutto questo in tempo, che non so gestire il compromesso, che fa parte della parte prosaica della vita mettere in conto pure “chi fa cosa” altrimenti non si va d’accordo…


All’improvviso mi piace davvero di più stare così, senza neanche più desiderare di innamorarmi, sul cuscino morbido di tutti gli scampati pericoli, i sotterfugi evitati, i litigi e le tensioni stroncate a monte, la pesantezza della convivenza. All’improvviso il problema, ma anche la soluzione, ero davvero soltanto io.

Una volta un ragazzo, che al tempo aveva 32 anni e già tre figli grandicelli, mi disse una cosa che mi colpì molto. Gli avevo chiesto come mai fosse diventato padre così presto e già per tre volte. E lui mi rispose così: “Perché da quando hanno cominciato ad interessarmi sessualmente le donne non ho fatto altro che cercare quella che mi sarebbe piaciuto fecondare”. Mi colpì moltissimo e così non l’ho mai più dimenticato. E’ una delle prime cose che mi vengono in mente quando ringrazio il cielo di non avere avuto figli e nessun uomo che mi abbia fatto cambiare idea.


Forse sto esagerando nel sopravvalutare i primi mesi di un anno che mi pare bello solo perché è venuto dopo anni terribili un po’ per chiunque. Forse sto semplicemente invecchiando senza troppe rogne e senza l’angoscia di morire sola, visto che in fondo, se così fosse, cosa cambierebbe davvero? Mi piace questa strana forma di coraggio che non sapevo di avere e che mi pare un sereno adattamento a quello che non ho davvero scelto ma che in fondo ho davvero sempre voluto senza riuscire ad ammetterlo.

Sta di fatto che sono appena stata a Praga. Ho visto una marea di cose. Ho pensato tutto il tempo al film di Moretti. E non ho desiderato proprio nient’altro. Quanto manchi per essere felice davvero non saprei. Ma sono contenta lo stesso

martedì 25 aprile 2023

Uno zaino è sufficiente

 Il frigo è quasi vuoto e i piatti già pronti nel congelatore, come da programma, la lavatrice è carica e soltanto da avviare, il letto rifatto, il bagno pulito, la casa quasi completamente rassettata. È quasi tutto pronto per la mia piccola vacanza via da Milano, dopo giorni densi e belli, come possono esserlo solo quelli in cui programmo, aspetto e riesco a godermi delle brevi parentesi di riposo profondo dopo periodi di profonda stanchezza. Sapevo che il 2023 mi avrebbe regalato cose inevitabilmente migliori dell’anno passato, non solo per quello che sarebbe arrivato - come il film che aspettavo o una pace domestica ritrovata, o gli altri libri di Carrere che ho colpevolmente scoperto troppo, troppo, imperdonabilmente tardi, o anche per il corso di yoga che mi ha aperto a nuovi modi di intendere il mio benessere che ho aggiunto a quello basato esclusivamente sul sacrificio e la resistenza al dolore. Sono stati giorni belli di mesi che mi sono sembrati molto generosi. E ora sono qui, con un biglietto e un albergo prenotati in una città che volevo visitare da tanto tempo, pronta per staccare da ogni cosa almeno per qualche giorno.

Ieri volevo donare il sangue, ma non mi è stato consentito perché mi è stata rilevata una forte carenza di ferro. Lo immaginavo, mi capita piuttosto spesso negli ultimi anni. Pazienza, in fondo sentirmi sempre stanca è una cosa che mi pacifica psicologicamente con i miei sensi di colpa e poi mi ha aiutato a dormire tantissimo,  come non ricordavo da anni. Tra le cose migliori di questo periodo ci sono le due volte in cui ho goduto del nuovo film di Moretti: nessun regista mi riguarda quanto lui, la sua lucida malinconia, il pessimismo irrimediabile ma sempre intriso di ironia e di umorismo intelligente, la sua concezione del cinema e quella maniera tutta sua di intendere il modo in cui le cose dovrebbero essere raccontate. È stato bellissimo ritrovarlo e riflettere su tutto quanto.

Qualche volta faccio un piccolo esperimento social. Vado a commentare quei post “divisivi” che pubblicano i giornali on line giusto per creare traffico e il risultato è che succede sempre la stessa cosa: qualche buontempone, di solito over sessanta, mi risponde piccato, poi sempre di più man mano che io rivendico la mia opinione, fino ad arrivare alle ingiurie, alle offese volgari, le parolacce, insulti di ogni genere. E tutte le volte penso che i social servano ormai solo a dimostrarmi, una volta di più, che la maturità sia soltanto molto raramente il risultato di un percorso di miglioramento dell’individui. Il più delle volte diventiamo semplicemente quello che siamo sempre stati, senza una reale evoluzione. Semplicemente ci “consolidiamo” nella nostra condizione di partenza, nella nostra natura primigenia. Tutto qui. Anzi, spesso, semplicemente, peggioriamo. Perché è più facile, oppure perché non migliorare in realtà vuol già dire peggiorare. Chi lo sa. E chi sono io per non ritenermi parte di questo meccanismo banale di sforzo mancato di allontanamento dal peggio di me?

Certe volte penso che in fondo a me ormai basta davvero pochissimo per provare soddisfazione. Potrei assicurare che un letto ben fatto, una casa perfettamente in ordine, un piatto ben cucinato rappresentino senz’altro la causa principale della mia serenità quotidiana. Almeno da quando ho capito che non vorrei che qualcun altro lo facesse per me e da quando ho imparato a godere del mio silenzio più della conversazione e ad accettare il fatto che “mi troverò sempre a mio agio e d’accordo solo con una minoranza di persone”. Per le altre sarò sempre il prodotto un po’ noioso e alquanto contorto di una mentalità poco socievole e scarsamente espansiva. La cosa non mi dispiace più da un sacco di tempo.

Devo ricominciare la cura di ferro. Lo zaino è pronto. Il congelatore è pieno di cose che mangerò al mio ritorno. La casa è pulita e l’orrendo bambino del piano di sopra è ancora un incubo relegato al 2022. Spero di vedere un bel posto. E poi di rientrare e ritrovare tutto proprio come sto per lasciarlo adesso. Sono pronta. Sono quasi pronta. Come da sempre



giovedì 13 aprile 2023

“Grazie di esserci stata”

Il mio rapporto con il lavoro non è mai davvero cambiato. Mi fa un po’ impressione affermarlo in un’epoca in cui sta diventando dilagante il fenomeno di persone più giovani di me che decidono di licenziarsi “perché la vita è una e passarne la maggior parte a fare quello che non appassiona vuol dire morire già prima di morire”. La mia reazione a certe affermazioni è sempre la stessa: concordo pienamente ma mi sfuggono le alternative valide per riuscire a vivere davvero la vita che si sogna quando il lavoro che piace poi non lo si trova. Io so soltanto che sono stata “indirizzata” fin dalla scelta universitaria al posto fisso, preferibilmente pubblico, e che al tempo mi è stato fatto pesare dai miei pure l’essermi laureata sei mesi dopo il tempo canonico. Direi che sono il prodotto quasi perfettamente riuscito di una logica piccolo borghese senza particolari ambizioni nè margini di scelta troppo estesi. In fondo mi sta bene anche così: mi ha permesso di andar via abbastanza presto, di non dover dipendere da nessuno e di usare i miei soldi per coltivare quella povera me stessa che se ne è stata zitta, ferma e in attesa per tutti gli anni in cui piangevo per gli esami di diritto e di economia che vivevo con angoscia e tremenda fatica. Va bene lo stesso, anzi, forse non avrei potuto fare che così. E poi da quando in ufficio ho la stanza singola, in una zona appartata pure dalle aree di transito, il mio posto mi pare un’area zen creata apposta per garantirmi ora di solitudine e silenzio carichi di beatitudine. Eppure qualche volta succede persino a me che qualcuno bussi alla porta per un saluto, due chiacchiere, uno spuntino da condividere. Oppure per dirmi cose belle e un po’ inaspettate come quelle di oggi.

“Sono venuto a salutarti perché hanno approvato la richiesta di trasferimento e per dirti grazie di esserci stata”. Questo mi ha detto uno dei colleghi con cui avevo legato di più fino a poco prima del covid: con lui ho condiviso lunghe chiacchierate in giro per Milano, chilometri e chilometri di passeggiate lungo la Martesana a confessarci cose come se i nostri reciproci drammi si intendessero reciprocamente sul territorio comune dei traumi mai risolti del passato. Una volta siamo persino andati assieme a raccogliere della frutta in una zona bellissima dell’Emilia dove aveva affittato una casa che usava come deposito per tutte le cose da cui non riusciva a separarsi. Ogni tanto mi capita di avere amicizie fatte così, di fiducia reciproca ben riposta e senza derive tossiche o equivoci, in cui il piacere di raccontarsi incontra quello di condividere esperienze concrete che si cristallizzano inesorabilmente nei ricordi di lungo termine. In quegli anni era anche un lettore di questo diario e così una volta si presentò addirittura con le stampe di certi miei vecchi post perché voleva analizzarli assieme a me. Mi colpì molto e un po’ mi imbarazzò: non ho mai pensato che il mio blog meritasse addirittura degli approfondimenti invece di una rapida lettura giusto per sapere i fatti miei. Siamo stati amici così, senza l’impegno della continuità a tutti i costi ma con il senso profondo del suo significato.
Poi non ci siamo più visti per tanto tempo tra covid, una nuova compagna per lui, lo smartworking unito alla soluzione part time, io che cambio la mia stanza. E poi oggi. Che viene a trovarmi con la pacata familiarità di chi ha conservato i toni confidenziali di un tempo, come se intanto non fossero passati questi anni di assenza reciproca. Solo per dirmi quel grazie così pieno e così inaspettato. 

Ho capito molto presto che non avrei mai trovato il lavoro della mia vita, più o meno quando ho scelto la mia strada sapendo perfettamente che mi avrebbe solo allontanato dal mio vero posto. Lo dico senza rimpianto perché in fondo ancora oggi non ho capito quale fosse questo mio vero posto. E poi in fondo posso vantarmi io stessa, come i tik toker contemporanei, di essermi licenziata da un lavoro (pagato il giusto e persino fisso) perché non mi piaceva e volevo fare il dottorato soltanto per ritrovare il mio adoratissimo prof di una facoltà che, è vero, non mi piaceva a sua volta ma che alla fine mi aveva dato molto. Ricordo ancora il coraggio e l’arroganza di quegli anni pazzi e sconclusionati, con quella presunzione priva di fondamento che mi sarei data altre opportunità. Sono arrivate, ma non era mica detto. Le ho desiderate? Credo di no, ma è stato divertente raccogliere la sfida e provare a cambiare.

Non lo so cosa avrei fatto se la mia vera strada l’avessi trovata davvero. Oggi non credo abbia più molta importanza, ma sono molto contenta che alla fine mi abbia condotto fino alla mia stanzetta d’ufficio, tranquilla e appartata, dove un vecchio amico e collega è passato a salutarmi per dirmi poche parole, tutte belle. E che non scorderò 

martedì 4 aprile 2023

Cattivissima me (?)

 Non credo che mi rassegnerò mai a certi lati così intransigenti del mio carattere. Forse perché in fondo costituiscono ancora la mia migliore forma di difesa verso un certo modo di relazionarmi con le persone che hanno orbitato nella mia vita, spesso non per scelta. Ci sono periodi in cui mi capita di ricordare cose di quando ero bambina: da uno schiaffo improvviso e inatteso da mia madre o dalla maestra (pare che ai tempi fosse la norma. Per me, purtroppo è stato così), al tradimento dell’amichetta del cuore o di quelli delle persone a cui ho creduto di voler bene, ai raggiri subiti a scopo opportunistico, alle prese in giro, giusto così, perché a qualcuno andava di divertirsi un po’ alle mie spalle e a certa mia ingenuità congenita. Ogni tanto, a intervalli non troppo regolari, mi torna in mente tutto questo. Tutto. E mi pare quasi di toccarla quella stranita me stessa di allora, smarrita, incredula, che spesso non capiva neppure di fronte all’evidenza, che a volte persino lo accettava come fatto normale. Credo che sia qualcosa di legato al sentire di non meritare davvero quello che sognavo di raggiungere, che poi era sempre il bene delle persone che mi piacevano. Non lo so. Sta di fatto che oggi temo di pagare buona parte di quel conto, di quel passato mai vendicato o metabolizzato col dovuto “lasciar andare” e così credo che il mio ricordare tutto sia legato a delle forme di rancore che mi piace custodire come corazze da stoccare nel mio ripostiglio dell’artiglieria della difesa. Non posso dimenticare e non ho neppure nessuna voglia di perdonare. Non credo sia molto edificante come atteggiamento, eppure ancora non mi riesce di definirlo propriamente una colpa. Anzi a dirla tutta, più mi pare cattivo il mio atteggiamento verso certi ricordi e più prezioso mi sembra il valore della mia dignità recuperata. Potrei cominciare dalla sensazione peggiore che abbia provato nella mia vita: l’assoluta assenza di dolore per la morte del fratello di mio padre. Ad un certo punto della sua vita ebbe ad avere parole e comportamenti così schifosi nei confronti della mia famiglia, ma soprattutto nei miei confronti (per invidia legata a favorevoli questioni economiche che mi riguardavano) che non ho mai dimenticato e per le quali, quando è morto prematuramente e tra atroci sofferenze per una grave malattia, d’istinto ho solo pensato che non avevo alcun motivo per rammaricarmene. E così capita che a volte mi spaventi io stessa della mia totale incapacità di perdonare. Poi però non trovo ragioni sufficientemente valide per cambiare. E’ grave? Credo che lo sarebbe se sentissi di non essere capace di voler bene. E invece non è così.

Ci sono persone per cui farei tutto il possibile pur di vederle crescere, migliorare, raggiungere ogni obiettivo da loro desiderato. E questo malgrado non ci siano vincoli di parentela né scopi secondari. Cosa decide davvero il nostro avere cura dell’altro? È davvero possibile arrivare ad amare l’intera umanità semplicemente ammettendo la fallibilità di tutti, della nostra per prima, perdonando, dimenticando, ricostruendo un legame nuovo? Io non ne sono capace. Non più. Forse non mi interessa come una volta, quando la paura della solitudine mi rendeva meno schiacciata dalle parole e dai gesti che però dentro di me già respingevo come estranei e svilenti.

In questo momento sono in casa, rientrata dal lavoro da meno di un’ora, dove tutto è in ordine e in frigo ci sono già pronti i pasti per domani da portare al lavoro, la wishlist di MUBI che mi aspetta con film che volevo recuperare da tempo, con la coscienza pulita di sapere che  stamattina mi sono allenata senza risparmiarmi e con il piacere un po’ bambino di avere a disposizione un altro cestino pieno di fragole. E sento che non potrei desiderare altro. Non è sempre stato così. Ma non è mai stato meglio di così. In passato ho trascorso questi momenti condividendoli con persone che non vedo più da tempo, sostanzialmente per le ragioni di cui sopra.

Qualche volta tra questi strani ricordi di “raccordo” col presente spunta pure quella volta che andai a prendere Pablito al gattile. Sono sicura che se lo avessi tenuto con me a Milano staremmo ancora assieme. Quella volta che mi scelse saltandomi addosso era un micino piccolo piccolo e con me c’era uno che non vedo ormai da anni e al quale all’epoca volli un gran bene. Eppure, per motivi che non ho scordato neppure stavolta, Pablito rimane l’unico tra quei due di cui senta ancora adesso una mancanza inconsolabile. Vedi alle volte i legami…

mercoledì 29 marzo 2023

Ma guarda il Caso però…

 Era impossibile non ascoltare. Parlava a voce sufficientemente alta e mi stava troppo vicino per non destare la mia attenzione assieme ad una istintiva curiosità. E’ successo qualche giorno fa: avevo preso un giorno di ferie per andare a vedere un film che avrebbe meritato tutto il tempo che poi ho avuto la fortuna e saggezza di dedicargli. Avevo preso la metro e proprio dietro di me, in piedi, c’era un simpatico ragazzino down con uno zainetto in spalla e l’abbigliamento un po’ da rapper che faceva telefonate in sequenza mixata. La sua era una formula fissa: “Hey, ciao! Ti va un caffè tra una ventina di minuti. Offro io!”. Probabilmente la risposta era ogni volta, grosso modo, la stessa: un rifiuto (spero gentile)dovuto forse anche all’orario d’ufficio o scolastico. La sua risposta era sempre la stessa e molto sbrigativa, ma senza troppo rammarico “Ah, ok ciao”. Ad un certo punto, dopo un ennesimo tentativo il suo invito riceve un sì e allora, con tono risoluto: “ok, allora ci vediamo tra un quarto d’ora. E’ un posto che ho scoperto da poco, poi ti faccio vedere dov’è”. Io ero prossima alla mia fermata e sono stata felice di “lasciarlo” sapendo che avesse raggiunto il suo obiettivo: cercare qualcuno che volesse condividere la colazione in un posto che gli piaceva. Avrei voluto sapere chi fosse l’amico, con quale spirito avesse davvero accettato, quale fosse il bar degno di un simile entusiasmo. Ma scendevo ad una fermata diversa, mi attendeva un lungo tratto a piedi e anche i miei piccoli obiettivi ostinati attendevano il loro compimento. Scendo alla fermata Duomo, lui no, è molto presto per il film e così decido di arrivare al cinema Beltrade a piedi (è abbastanza lontano) e di godermi l’aria frizzantina, il sole, la musica in cuffia. All’altezza di Porta Venezia decido di fare tappa al supermercato a fare un po’ di spesa che includesse anche qualcosa da mangiare per pranzo al parco.

Come mi piace camminare senza fretta, assorbire tutto quello che mi sta intorno, approfittare di uno scenario che cambia continuamente a seconda dei quartieri che attraverso. La lunga distanza sembra brevissima quando i tratti intermedi si mostranocosì variegati. Ad un certo punto, più o meno a metà di Corso Buenos Aires…ritrovo il “mio compagno di viaggio”! Era proprio lì, a pochi passi da me, seduto al tavolo di quel bar che gli piaceva tanto, e che mi riservo di sperimentare io stessa a questo punto. Difronte a lui una bellissima ragazza, avrà avuto più o meno la mia età, con capelli molto lunghi e lisci, un caffè davanti, silenziosa e un po’ intenerita che lo osservava mentre lui era tutto indaffarato a scrivere sul cellulare, noncurante di lei, del cappuccino e del cornetto gigante posizionati di fronte. Su entrambi il primo sole che li illuminava, quasi lo avesse fatto apposta per renderli visibili a me che volevo sapere dove avesse portato quella telefonata in metro.

Sono stata contenta di saperlo, mi è sembrato uno di quei piccoli regali da “Serendipity” che ti fanno pensare che forse è vera la storia che il caso un po’ è una roba che ci creiamo noi con dellemisteriose leggi dell’attrazione per arrivare dove vogliamo anche con modalità diverse da una serrata programmazione e dagli sforzi. Ci sono cose che accadono a basta e che neppure sapevamo quanto ci fossero necessarie. A volte mi chiedo quanto la fortuna esista davvero oppure se quella che crediamo essere buona sorte sia in realtà una roba che ci arriva perché l’abbiamo così fortemente interiorizzata come condizione auspicabile che alla fine si realizza davvero secondo geometrie che ci sono precluse. A me per esempio è successo quando ho desiderato fortemente che un collega ripugnante (quello di cui parlai con toni giustamente disgustati anche in questo blog, fingendo di non sapere che l’avrebbe letto. Sì sono perfida, lo so) decidesse di andare via e io in quel periodo non desideravo altro. Oppure quando ho pregato a chissà chi che l’orrendo bambino del piano di sopra smettesse di esistermi intorno e ad oggi sono più di tre mesi che questa cosa è realtà. Una volta avevo scordato l’euro per il distributore di caffè e lo trovai a terra proprio davanti al cancello dell’ufficio.  Pure in questo ci vedo una “generosità” eterodiretta per alleviare il peso del quotidiano.


Cose piccole o grandi che non sai bene quanto hai meritato, di certo le hai desiderate e in qualche modo hanno coinciso con i tuoi bisogni. Non è bellissimo pensare che la vita sia pure fatta di doni graditi che non presuppongano sforzi diversi dall’intensità con cui sono stati pensati? Non so se sia davvero fortuna, caso, necessità, compensazione cosmica…però è una cosa parecchio bella. Proprio come una lunga passeggiata cheall’improvviso ti restituisce più di quanto tu stesso osassi chiederle

lunedì 20 marzo 2023

Di belle e di stagioni

E così è finito l’inverno e con lui tutte le previsioni non realizzate di un Paese che sarebbe rimasto schiacciato dalla morsa del gelo perché privo di riscaldamento. Non è successo niente, solo paure collettive indotte senza un fondamento reale.


Di bello c’è che anche quest’anno non mi sono ammalata di nulla e ho sempre portato a termine le mie to-do-list senza troppe pretese ma sufficienti a farmi sentire orgogliosa dello sforzo quotidiano che faccio per andare avanti senza disturbare nessuno. Dopo tanto tempo mi sono resa conto che ogni cosa che faccio alla fine ha il solo, banalissimo, scopo di piacere un po’ di più a me stessa ogni singolo giorno. Non tra un anno, non tra dieci. Ogni giorno. Credo sia importante. Però qualche volta mi piace guardare anche un po’ più lontano e così provo a chiedermi come vorrei essere definitivamente per piacermi davvero. E parto proprio dall’ aspetto. Il mio ideale estetico è rappresentato, da sempre, dalla Bellucci e dalla Kidman. Qualsiasi altro tipo di bellezza per me è soltanto una pallida declinazione di quello che io ritengo imparagonabile e situato su un piano inarrivabile da qualsiasi altra donna pur molto bella. Risolta questa questione ammetto che qualche volta mi diverte molto osservare donne che qualcuno definirebbe “civettuole”, che un po’ invidio, perché credo che il loro sia un talento vero e proprio, non si può imparare, molto efficace sulle prede individuate dalle stesse con formidabile intuito. Sono facilmente riconoscibili perché naturalmente predisposte alla seduzione anche con semplici stratagemmi: i capelli sapientemente accomodati ad un solo lato del collo, sorrisini languidi, scarpe adatte a valorizzare persino uno stacco di gamba modesto…abilissime nel dosare il loro gioco con sapiente equilibrio tra mistero e promesse. Mi divertono, di solito l’obiettivo è il matrimonio e non fanno mai troppa fatica per arrivarci. Il mio sguardo ammirato non arriva mai all’intento emulativo: dopo pochissimo smettono di affascinarmi e di solito invecchiano male.


Qualche volta invece faccio una cosa diversa: provo a chiedermi che donna vorrei essere io per “corteggiarmi”, o meglio, quale donna mi interessa davvero imitare. E subito penso a qualcuna che ami scrivere e che riesce a farlo con puntuta ironia, che osserva la realtà con incazzato pessimismo ma non si tira indietro nella lotta per migliorare le cose. Mi piacerebbe che avesse un tatuaggio almeno, che amasse (quasi) tutto il cinema, Calvino, i fumetti e il cibo. Mi piacerebbe che fosse sportiva e ispirata da un’idea di società in cui la famiglia non fosse l’unica cellula ipotizzabile . E poi vorrei che avesse un sedere sodo e delle gambe muscolose abbastanza da portare con arrogante disinvoltura jeans a zampa e a vita bassa.


Ecco mi affascina un tipo di donna così: io ci sto dentro solo in molto piccola parte parte e un po’ mi dispiace, ma alla fine bisogna pur fare i conti con quello che siamo davvero anche mentre proviamo quotidianamente a diventare quello che vorremmo. Credo che tutto dipenda dall’intervista della Pascale di qualche giorno fa. Mi ha così colpito che sono giorni che ragiono sul vero significato dell’essere donna in questo tempo qua. Forse la bellezza in fondo per me conta molto più di quanto io stessa sia disposta ad ammettere. E per bellezza intendo proprio quella esteriore, la maniera in cui decidi di occupare il tuo spazio e proporre la tua immagine agli altri. Per me forse conta molto più di quanto vogliano convincerci con la bufala della body positivity, una stupidaggine per tante ragioni, visto che i canoni estetici esistono fin dall’antica Grecia, e che fingere di piacersi vuol dire accontentarsi e non aspirare a migliorare, perché è un incitamento al gioco al ribasso e alla fuga dal giudizio, cose per niente sane in nessuna fase della vita. Perché la bellezza esiste proprio come esiste l’intelligenza: doti non a tutti concesse e per questo le riconosciamo e apprezziamo come tali. Non è un dramma non possederle…ma è meglio averle o provare ad arrivarci in qualche modo, potenziarle.


E’ passato l’inverno. E questo mi rende felice. Io, ovviamente,non assomiglio neppure vagamente alla Bellucci o alla Kidman. E questo mi dispiace quel tanto che basta per continuare a truccarmi, fare un po’ di sport e tingermi i capelli. Forse non sono diventata neppure una idea vaga della donna che “corteggerei”. Per fortuna continuo ancora piuttosto volentieri a “frequentarmi”

lunedì 13 marzo 2023

Ricomincio da Zerocalcare. Sperando di continuare così

 Che strano periodo questo qui! Me ne accorgo dalla mia incapacità di raccontarmelo con la puntualità che ho tentato di conservare durante questi otto anni di diario condiviso, da questa anomala serenità recuperata dopo anni che non definirei dolorosi, ma senz’altro faticosi, “perplessi”, spesso incomprensibili, durante i quali mi imponevo le cose solo per senso del dovere rispetto ad un ipotetico futuro a rischio di rimpianti. Tutto procede col flusso costante di sempre, pur con gli anni che segnano il mio passo con una consapevolezza nuova per ogni gesto compiuto, con i bilanci che si fanno più corposi dei progetti e un autocompiacimento che mi riconosco solo alla luce di quello che sono stata capace di sopportare durante questi anni. È una sensazione bella, perché la mia età mi piace molto più di quella di dieci anni fa, perché io mi piaccio molto più di dieci, venti e persino di trenta anni fa. Decisamente. 

Ieri finalmente sono stata alla mostra di Zerocalcare, uno che ho amato da quando ha cominciato a muovere i primi passi tra case editrici scalcagnate e sconosciute: sono capaci tutti ad apprezzarlo adesso che è sbarcato su Netflix pensando che la sua grandezza stia tutta concentrata lì. E invece non è affatto così. Tra le varie didascalie per raccontarne la storia era citato anche il giorno, era il 2014 e io già sembravo la zia di tutti quelli presenti lì in fila, in cui venne a Milano alla libreria Alastor e ci restò per tutta la notte vino alle 6:15 del mattino a fare dediche per il suo stupendo “dimentica il mio nome”, quando io già avevo fatto mia tutta la sua poetica e la sua filosofia della vita. Mi manca la componente di attivismo politico e sociale come esperienza condivisa con la sua e che me lo fa sembrare ancor più un eroe, ma le sue riflessioni sul quotidiano sono totalmente indubitabilmente roba anche mia. Io quella volta c’ero e gli dicevo “bravo, ieri alla Feltrinelli mi sei proprio piaciuto”, mentre lui, timidissimo, mi rispondeva “macché me so’ incartato mani e piedi”. Adorabile.

È un periodo assurdo perché riesco a dormire tantissimo, come non mi succedeva da anni, perché il venerdì pomeriggio attraverso la strada e faccio un’ora (gratuita) di yoga perché il cam sta proprio di fronte casa e io non ne ho mai approfittato. È un periodo assurdo perché all’improvviso ho goduto del silenzio domestico dopo mesi di baccano insopportabile e poi perché il 2022 mi ha portato così tanto dolore e problemi e disarmonie che davvero adesso questa mi pare la vita migliore possibile. È un periodo assurdo perché non sono innamorata di nessuno e questa per me è la vera grande liberazione di una vita intera: dopo anni a voler bene a catorci dimenticabilissimi, lontani anni luce dalla costruzione tutta ideale che di loro mi ero fatta, a sognarne altrettanti che all’improvviso hanno smesso di piacermi e per i quali ancora oggi mi chiedo perché avevano cominciato ad interessarmi, altri che mi hanno così deluso che ancora mi si forma una riga in fronte quando mi ritornano in mente, a quelli a cui ho dato una possibilità solo perché insistevano così tanto che pensavo che potessero avere ragione loro (maddechè). Oggi, finalmente, ho capito che il problema, ma pure la soluzione, ero soltanto io. Io sono fatta per assecondare la mia irriducibile indole solitaria, mi piace stimare le persone di valore che incontro ma poi, di fatto, non ho mai cercato davvero nessuno da amare. Mi piace imparare, impegnarmi, ascoltare, capire…ma non voglio perdere tempo a mediare la mia vita con chicchessia. E poi mi piace sapere di non dover educare nessuno, di non aver ceduto alla trappola riproduttiva neppure quando avrei ancora potuto, di non essere costretta a sacrificarmi per rapporti in cui credo solo fino a un certo punto e poi all’improvviso non più. L’impegno ostinato nei rapporti è un concetto colpevolmente sopravvalutato: se una relazione diventa faticosa bisogna lasciarla evolvere in altro spezzando per sempre certe catene. La mia età, e solo grazie a lei, mi ha concesso di capire che la mia solitudine non è una mera attesa temporanea, una fase necessariamente limitata, per essere pronta all’incontro del destino, ma una scelta ottimale, priva di compromessi, di responsabilità dettate da modelli sociali in cui non mi riconosco da quando sono piccola piccola. Mi piace che quello che sono diventata oggi sia un traguardo, una scelta precisa in cui la libertà possa coincidere con la massima espressione di me stessa.

So che questo stato di grazia non dipende soltanto da me, prova ne sia che vivo nell’incubo costante che il terrificante bambino del piano di sopra possa ritornare (mio Dio che ipotesi orrenda). Ma finché dura me lo godo fino in fondo. Perché davvero io so di non desiderare nient’altro di quello che ho oggi. E mi pare incredibile, nuovo, insospettabile. Assenza di smanie, inquietudini, tensioni verso chissà cosa.

E quando anche tutto questo benessere dovesse andar perduto, nessuno potrà mai togliermi il fatto che nel 2014 io, assieme ad un fiume di adolescenti e appassionati lettori di cose veramente nuove, stavo in fila per Zerocalcare. Sapevo già un sacco di cose. E però ancora non lo sapevo. Evviva!

venerdì 3 marzo 2023

Il sonno ha ragione

 Dovevo soltanto attraversare la strada. Giusto un minuto di tempo per arrivare al Cam della mia zona: uno di quei centri gestiti dal comune che offrono gratuitamente corsi di ogni tipo, dalle lingue, allo yoga, al cucito, ai corsi di scrittura creativa…io non avevo mai pensato di iscrivermi. Neppure so il perché, forse semplicemente perché in realtà non conosco nessuno in questo quartiere e in fondo mi sono sempre sentita  una “che viene da fuori”. Mi rendo conto che continuo a fare fatica col senso di appartenenza, ovunque io mi trovi, pure nel luogo in cui ho deciso che ci fosse casa mia. E poi è successo che ho fatto la scrutatrice nella scuola a poche centinaia di metri da dove abito e ho conosciuto una ragazza simpatica che ha voluto coinvolgermi in una di queste esperienze. E così oggi mi ha consentito l ‘accesso alla prima lezione di yoga di gruppo della mia vita. Quando mi è successo di praticarlo è stato sempre nel chiuso della mia stanzetta, con i miei tutorial di fiducia e in orari che potrei sostenere solo io e un monaco asceta che non ha più contatti col mondo da secoli. È stata una lezione lieve, con un maestro attento e credo simpatico, nulla di paragonabile alle torture che mi infliggo all’alba e proprio per questo mi è piaciuto molto seguire ogni passaggio. Mi hanno confermato l’iscrizione e quindi potrò tranquillamente tornare anche venerdì prossimo. Pensare di avere questo impegno nuovo e così comodo proprio nel mio quartiere mi offre una prospettiva tutta nuova di questo posto che ho amato anche senza in realtà aderirvi mai del tutto.

Di questi primi due mesi di anno ho poco da dire e anche questo per me è un bene: quando non ho molto da raccontare vuol dire che non ho particolari inquietudini, che dormo bene, non ho conflitti, non mi succede molto e che non ho smanie. Se nulla di brutto accade per me significa che va tutto bene. Intanto lascerò che marzo trascorra sperabilmente tranquillo pure lui e poi comincerò ad usare i miei blocchi di ferie da aprile a giugno, includendo almeno uno dei viaggi in programma e un po’ di rientri a casa.

È una fase fatta così in cui la disciplina ha la meglio sulla motivazione e le cose procedono più per senso del dovere che per reale e profondo entusiasmo. E mi pare sensato e giusto persino questo, se poi l’alternativa rischia di essere la depressione, l’apatia, il distacco, la pigrizia , il lasciarsi andare…ho imparato ad accogliere i periodi di assenza di slanci come delle preziose occasioni preparatorie di momenti più stimolanti e propiziatori.

Sono reduce da un anno che ho trovato per certi versi persino volgare, faticoso, troppo pieno di piccole e grandi delusioni che mi hanno letteralmente consumato. Un anno di poche sollecitazioni in fondo mi sembra quasi un dono o una pietosa compensazione per un periodo così antipatico.

La copertina elettrica che mi sta riscaldando in questo momento è sofficissima e ha la stessa consistenza (e pure lo stesso colore) del pelo di Pablito e quando me la passo sul viso mi pare di avere lui che mi fa le fusa. Una sensazione credibilissima che mi commuove pure adesso mentre scrivo. E poi ho portato la tv in camera da letto e così adesso sto tutta comoda a vedere programmi che mi aiutano ad addormentarmi nel giro di quattro minuti netti. Non ho mai dormito così tanto in vita mia. E forse è questa la novità. Anche adesso, che scrivo solo perché non lo faccio da troppo tempo e mi sento in colpa senza riuscire a sapere il perché, ho in realtà un sacco di sonno ma vorrei stare qui a vedere Crozza o uno dei film dsu MUBI che mi aprono sempre mondi meravigliosi. E invece sono stanca da morire, ho la vista appannata di chi ha solo voglia di dormire per otto ore e che già pensa al pan brioche che ha impastato per domani e di cui si augura una bella lievitazione. Ho voglia di riposare abbastanza per sentire tutti i benefici del massaggio del sabato, ormai diventata la mia più gioiosa consuetudine. Ho voglia di riposare perché penso continuamente al futuro e questo mi fa svalutare continuamente il presente. E ho paura di non essere mai abbastanza pronta per lui.

Crozza sta imitando un ministro che ha fatto delle affermazioni inaudite su dei disperati che scappavano dall’inferno. La seduzione del sonno ha radici non troppo misteriose in effetti. È un buon modo di rifiutarsi di sostenere l’insostenibile. La moka per domani è già pronta. Pure questa mi pare una inequivocabile forma di grande fiducia nel futuro. Sono le nove passate. Che ci faccio ancora sveglia? Cosa può riservarmi ancora il mio oggi che non potrà darmi imeglio il domani con gli interessi? Io non ho dubbi. Ho davvero tanto sonno. Secondo me lo yoga mi fa bene.

domenica 19 febbraio 2023

Vado dal Massimo

 Finalmente un po’ di pace vera, quella fatta di cose calme che si prendono il loro tempo senza interferenze, intoppi o pressioni. Da quando mi sono ripresa dai crampi allo stomaco che mi avevano tenuto bloccata pur senza riuscire a farmi smettere di portare avanti quello che dovevo, ho deciso di riparametrare modi e ritmi con cui stabilire le mie scadenze. Sono stati giorni belli: ho fatto la scrutatrice e trascorso ore amabili con persone simpatiche di un quartiere, quello in cui vivo da tredici anni, che frequento poco, poi sono stata un paio di giorni dai miei dove ho cominciato a ragionare su come potrei fare per ritornare a vivere in Campania in un tempo ragionevole in cui il mio e il loro futuro potesse combaciare e venirsi incontro, ho visto film magnifici e rivisitato la stupenda biblioteca ambrosiana assieme ad Alessandra, e, non ultimo per importanza, la mia casa è finalmente in ordine come desideravo anche grazie ai nuovi mobili in stile industriale che mi mettono molta serenità. E poi quelli del piano di sopra, o meglio l’orrendo esserino che sta con loro, mancano da un tempo che mi procura un certo ottimismo su un altrove lontano da me in cui si sono stabiliti. Davvero un periodo propizio.

Oggi è il compleanno di Massimo Troisi e il mio primo pensiero è stato correre a vedere il documentario che gli ha dedicato Martone in occasione dei suoi 70 anni. Il risultato è quello di un piccolo gioiello in cui ho ritrovato una parte fondamentale della mia storia e del mio imprinting emotivo e culturale. Troisi non era “napoletano di Napoli”, veniva dalla provincia, come me, che è una cosa un po’ diversa dall’essere cittadini, ed è figlio di un’epoca che giocoforza quelli della mia generazione hanno assorbito e metabolizzato, prima di decidere cosa diventare e cosa farsi suggerire dalla vita. Ho sempre pensato che in qualche modo Troisi fosse “roba” solo di noi della provincia napoletana, problematica e degradata, di quegli anni, che si potesse capirlo in pochi e amarlo ancora in meno. E invece è stato da subito una voce universale, capace di far immedesimare chiunque nella sua poetica. Fin dal principio è stato così, fin dal tempo in cui il suo lessico linguistico ed emotivo erano esclusivamente incentrati su tematiche tipiche della sua terra, le persone più prossime e una sensibilità che, pensavo erroneamente, un abitante di Milano forse difficilmente sarebbe stato in grado di penetrare in pieno. Almeno questa è sempre stata la mia percezione. Come ogni vero rivoluzionario, anche quello di Massimo era un messaggio capace di arrivare, scuotere, muovere le corde giuste per farsi ricordare. Ad ogni modo quella malinconia mista ad un contrariato disincanto, quella constatazione amara che un uomo e una donna non siano fatti per stare assieme per sempre, pur valendo sempre la pena amare, è una roba che mi convince e mi riguarda in modo definitivo soprattutto grazie alla sua narrazione. “Laggiù qualcuno mi ama”è un piccolo scrigno di ricordi a più voci che si avvicendano tra artisti ispirati dalla sua poetica, quelli che con lui hanno lavorato generando processi esplosivi di mutua ispirazione, e le donne che ne hanno ispirato le storie e la poetica, pilastro costante della sua intera esistenza e spesso, come nel caso di Anna Pavignano (compagna e cosceneggiatrice), che lo hanno aiutato a leggere tra le righe di un tempo non facile eppure pulsante, portatore di linguaggi nuovi e dei quali Troisi è stato uno dei più fulgidi esempi di quel periodo. Un racconto meraviglioso dell’uomo e del tempo che lo plasmava Vabbè basta sennò mi commuovo di nuovo.

Ho deciso di far crescere i capelli e così adesso riesco a tenerli legati. Mi piacciono e mi aiutano a giocare un po’ di più con il mio aspetto e adesso che ho buttato via pure un sacco di vecchi vestiti mi piace pensare di cambiare anche il mio stile di abbigliamento. E poi sto pensando al mio prossimo viaggio visto che al lavoro ho già dovuto presentare il piano ferie. Piccole novità senza alcuna pretesa, col respiro cortissimo di chi non ha traguardi troppo ambiziosi di fronte a sé, eppure io ci trovo tanta di quella pace da troppo tempo trascurata, l’occasione gentile per sentirmi un po’ meglio nei miei panni senza troppa fatica o investimenti in sforzi rischiosi. C’è una bonaria pacificazione nell’accettazione di un’età che comincia ad avere ricordi sbiaditi che si incrociano con traguardi non troppo lontani. Mi verrebbe da fare una di quelle fantastiche espressioni perplesse e rassegnate che Troisi era solito fare come naturale reazione alle smanie di Lello Arena o di quelli che, dicendogli la verità, pensavano davvero di essergli d’aiuto.

Caro Massimo,

In mezzo a tutta questa riconoscenza che ti ho voluto tributare mi sono scordata proprio di farti gli auguri. È che ai miei occhi sei rimasto ragazzo. Che detta così pare una cosa bella. E invece io vorrei tanto sapere cosa ti avrebbe raccontato  il tempo che impietosamente non ti è stato concesso dalla sorte. Per questo tuo mancato compleanno rotondo concedimi stavolta un po’ di rabbia, magari aggrappata a tutto l’immmutato affetto per te che di anno in anno mi accompagna e mi conforta avvicinandomi, come nessuno riesce mai a fare, alle mie radici.

70. E non mi pare vero


martedì 7 febbraio 2023

Malesseri passeggeri

 Pare che tutto sia tornato normale. La scorsa settimana sono stata poco bene. Molto poco bene. Niente febbre, niente raffreddore, niente malattie tipiche di questo tempo infausto, ma abbastanza fuori gioco per gettarmi nella disperazione di chi da sempre teme il momento in cui potrebbe non farcela più da sola. In tredici anni che vivo qui a Milano, tranne che durante la lunga notte dopo la (inutile) terza dose, non ho mai avuto malesseri o situazioni in cui non potessi cavarmela senza chiedere aiuto. Invece per tutta la scorsa settimana sono letteralmente rimasta piegata in due da dolori lancinanti allo stomaco. Notte e giorno tra nausea, crampi, dolori addominali non meglio precisati, disperazione, stanchezza. Eppure ho continuato a far tutto, quasi come sfida estrema e bisogno di dimostrare a me stessa che potevo ancora conservare il controllo sulle cose. E così mi sono trascinata lo stesso al lavoro, ho fatto la spesa, mi sono persino portata agonizzante al cinema. Tutto tranne allenarmi, perchè questo mi era davvero impossibile, e scrivere. Non so bene per quale ragione mi risultasse impossibile raccontare quello che mi stava capitando e perché avessi così paura di fissare le sensazioni legate ad un momento che appare tanto problematico soprattutto quando vivi da sola e immersa in una rete sociale piuttosto fragile. Credo che sia qualcosa di legato al fare i conti con quello che mi prefiguro sarà il mio futuro, quando davvero non potrò più contare sulle mie risorse perché né la tempra né la lucidità saranno più sufficienti per riuscirci. In realtà è una cosa a cui ho pensato spesso, senza tuttavia troppa preoccupazione perché in fondo il futuro non è mai scritto e ipotecare la libertà presente (e presunta) in nome di affetti “appositamente” costruiti per garantirsi attenzioni future mi è sempre sembrata una cosa alquanto meschina. Non si cerca un compagno per non stare soli, non si fanno figli per la stessa ragione, non si costruiscono amicizie fondate su interessi di tipo opportunistico…e così via. Se proprio devo dirla tutta la vecchiaia ideale per me sarebbe finire in una casa di riposo extra lusso con vista mare, salutata da personale specializzato, e accudente perché ben pagato, che potesse garantirmi degna sepoltura senza rotture di scatole a carico di nessun congiunto, senza lacrime amare o (perché può essere pure questo) sospiri di sollievo liberatori. Una vita spesa bene accompagnata da una morte silenziosa, dignitosa e anonima. Se dovessi pensare alla perfezione penserei a questo…ma vabbè, basta pensare a cose che mi auguro accadano in un tempo troppo lontano per essere anche solo ipotizzato. In fondo questa settimana di pena alla fine è passata, i dolori pure e io ho ripreso la mia amatissima routine, fatta di allenamenti, tanto buon cibo, cinema goduto in pieno, silenzio, lavoro, un colore dei capelli ancora più chiaro e un nuovo taglio pensato per capelli che vogliono essere lunghi.

Di tutto, e di questo mi sono sorpresa io stessa, mi resta il ricordo di certi pensieri assurdi maturati durante le mie fasi di delirio più acuto. Per esempio una notte ho cominciato a chiedermi cosa avesse più di me la compagna di una persona che stimo molto per essere oggetto di tanto amore. Non c’è un motivo, non sono innamorata di quella persona e in fondo non ho nulla contro la sua compagna che peraltro quasi non conosco. Però ho pensato a questo fatto. Poi mi sono ricordata che durante la proiezione di un film l’ho vista consultare il cellulare e che mi fosse bastato questo per declassarla in un precipizio di bassa stima, pur confermando a me stessa l’idea che l’amore sia giustamente fatto di cieca adorazione, più che di meriti effettivi. E poi ho pensato a quella volta che uno, a cui avevo detto che non ero innamorata di lui e che non intendevo avere alcuna relazione, un bel giorno mi invita ad una cena dicendomi così: “Non ti preoccupare, tanto io sono ancora innamorato della mia ex. Mi fa piacere che ci sia anche tu perché sei bella e simpatica, ma non ti preoccupare non voglio niente da te”. Mi ha detto proprio questo. E così ho pensato a quanto fosse assurda la gente, ma che poi in realtà non è vero: è che forse la gente è assurda soltanto con me. Oppure il mio karma vuole che io venga in contatto con certe tipologie umane, oppure che sono io ad ispirare simili atteggiamenti per ragioni che mi sono ancora del tutto oscure. Mi chiedo spesso quanta parte di me abbia volutamente rotto il patto sociale, oppure se me ne sia sentita costretta dall’esperienza e dalla mesta sensazione di questo eterno ritorno dell’uguale. Ad un tratto ho capito che quello che mi spaventa davvero non è il futuro ma l’elaborazione faticosa del passato e soprattutto la delusione per tutte le parole dette male, per i piccoli e piccolissimi gesti indicativi di moltissimo altro, per i sottotesti di frasi che raccontavano di tutto un gigantesco equivoco sulla natura di un legame. Ferite che amano farsi trovare sempre aperte e che io sono incapace di curare se non con una rassegnazione progressiva e inesorabile alla lontananza. 


C’è di buono che da due mesi in casa mia regna il silenzio vero, quello in cui i capricci e l’inarrestabile irrequietezza di un bambino rappresentano per me la vera maledizione, un attentato impunito al mio bisogno di pace. Pare poco. E invece per me è più o meno la sola cosa che conta.


E’ colpa mia. Lo so. Ma se non posso rimediare, forse, non è proprio tutta tutta tutta mia

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...