mercoledì 27 settembre 2017

Di cose che passano, persino sullo spazio di quelle che restano

Forse qualche volta avrei bisogno di un angelo custode un po' severo che mi bacchettasse i polpastrelli con la cucchiarella tutte le volte che racconto cose che a distanza di mesi o anni non penso più, non sento nella stessa maniera o smettono del tutto di interessarmi come al tempo in cui ne parlavo. Intanto succede che il tempo passa, io mi dimentico di tante cose, ne capitano altre,  ne lascio traccia qui sopra con la percezione non provata che le sensazioni messe per iscritto facilitino forme di elaborazione di certi stati d'animo, una chiave di lettura, un percorso da seguire. Continuo a credere molto in questo tipo di potere che soltanto la parola scritta possiede.
Malgrado questo, ammetto che quando mi capita di rileggere cose di un po' di tempo fa, provo molto disagio, qualche volta imbarazzo e persino un po' di vergogna e questo nonostante gli unici paletti che mi sia data alla libertà di espressione fossero proprio assenza di volgarità e offese verso chiunque. Oggi è capitato che qualcuno, che non posso sapere chi sia, ha letto un mio vecchio post di cui non avevo memoria fino a quando non sono andata a rileggerlo io stessa. Ogni tanto succede che qualcuno, magari tra quelli che mi hanno trovato di recente, peschi a caso tra cose scritte tanto tempo fa e a me questa cosa fa sempre tanta impressione. Nella fattispecie si trattava di una specie di finto dialogo con me stessa nel quale passavo in rassegna il mio bizzarro modo di voler bene e la maniera in cui questo si è trasformato da quando ero bambina fino all'età che mi ritrovo. È un post abbastanza divertente e divertito, a tratti velato di una certa malinconia per una "grammatica dei sentimenti" mai davvero compresa, o forse semplicemente tradotta male e frettolosamente. Ma non era questa la ragione del mio disagio nel rievocare quel breve estratto di vita "in discussione". Ad un certo punto descrivo un episodio accaduto con una persona a cui all'epoca volevo un bene devastante e che ormai non sfiora i miei pensieri neppure per un secondo della mia giornata, non perché provi odio, rancore o qualsiasi altro sentimento negativo. È che non mi interessa più assolutamente nulla di lui. E mi chiedo come sia stato possibile, all'epoca,  superare ogni remora e ammettere di non riuscire a venirne a capo in nessuna maniera...e poi più nulla. Forse sono un mostro oppure ho bisogno di difendermi, di scappare da sofferenze che sono io stessa a causarmi e dalle quali solo io ho il potere di uscire. Ma come è stato possibile? Quando è successo che ho preso le distanze da quello che scrivevo non molto tempo fa? E cosa avrà pensato lo sconosciuto lettore quando è incappato in quel post? Vorrei chiamarlo e dirgli "guarda che quella non sono più io, ti prego  non leggere quei vecchi post. Sono superati, falsificati da giorni, mesi ed anni che mi hanno voluta diversa". Ma forse chi ha letto ha già dimenticato, riso, è passato oltre...che importa cosa sentivo allora se ora non ne è rimasta alcuna traccia.

In realtà, a mia parziale consolazione, ci sono anche le cose che restano, intatte e uguali a se stesse proprio come al tempo in cui le avevo scritte, come il post che proprio oggi mi ha restituito Facebook: uno di quelli in cui mi ricordo di quanto sia bello sentirsi di sinistra oltre ogni ragionevole dubbio e pure che certi pomeriggi milanesi di mezza stagione sono un condensato poetico ormai irrinunciabile per me. Ci sono temi che tratterei sempre nella stessa maniera, per i quali non ho conflitti o dilemmi per cui macerarmi. E forse è questo che mi pare bello e strano allo stesso tempo della rilettura di un diario: un continuo contraddirsi unito al costante tentativo di tenere la barra ferma.

E così stasera penso che il bello di segnarmi le cose, al di là dell'imbarazzo di restituirle ad un potenziale mondo sconosciuto di cui non posso realmente conoscere reazioni e interpretazioni, sta proprio in questo ricordarmi come ero e non sono più, cosa e chi mi piaceva e ora non più, le persone che ho amato e dimenticato nello spazio di due istanti separati tra loro anni luce e quelle che invece vorrei incontrare subito  per scriverne senza dover mai più cambiare idea.
Grazie, lettore sconosciuto, a tutto questo non avevo ancora fatto caso.


giovedì 21 settembre 2017

Se lo arresto forse mi libero. Persino di me stessa

Alla fine ho ceduto, come mio solito, alle lusinghe delle offerte on line e quell'abbonamento alla palestra di nuova apertura di via Mecenate alla fine l'ho fatto. Credo che di correre non smetterò comunque, anche se sono troppo stanca e in realtà non potrei proprio permettermelo dati i miei valori
di ferro costantemente sballati e le gambe ancora un po' pesanti per certi tipi di sforzo. Eppure
continua a rimanere la disciplina "spirituale" più affascinante che esista. Sono sicura che certi cambiamenti strutturali del mio carattere non sarebbero stati possibili senza quella cosa lì così impegnativa e progressiva e così spesso da maledire.

Ma quest'anno faccio una cosa diversa e mi dedico agli attrezzi e alla "core stability", che tanto pure la forza e l'equilibrio mi servono a pacchi. Ci andrò alle sette del mattino, al posto dei dvd americani con la Rebecca, la tutor che conosco da dieci anni e che non cambia mai, non si stanca mai, ha sempre lo stesso sorriso e io comincio a pensare che dovrei incontrarla, dopo tutti questi anni, e avere la prova che è ancora così perfetta come allora o se comincia ad arrotondare i fianchi come me...😀😀😀

E sempre per restare in tema di salute che non ho, l'altro ieri ho fatto una visita privata presso un medico adorabile che non vedevo da anni e da cui farò un piccolo intervento. Gli ho chiesto consigli per un po' di tono, una strategia di riposo, una pozione magica per dormire. Mi ha detto che mi trova in forma, che va tutto bene e basterà qualche massaggio o un po' di distanza da Milano. Io ho finto di credergli, almeno per attivare l'effetto placebo...

Hai presente quella scritta quando spegni il PC che dice "arresta il sistema"? L'ho già detto una volta, ma da vecchia appassionata di centri sociali io la interpreto sempre come un'esortazione alla rivoluzione. Credo che sia per questa ragione che uscire dall'ufficio per me assuma quasi sempre un significato potenziato, pure se alla fine si traduce soltanto in un ritorno al divano, alle tisane rilassanti o al troppo cibo.
Una cosa simile mi capita col Garmin: quel prodigio tecnologico che tengo spesso al polso a monitorare ogni mio passo, battito cardiaco, ritmo di percorso...Dopo circa trenta minuti, se sono
seduta, comincia a vibrare e compare la scritta "Muoviti!" E io un po' mi spavento, un po' mi vergogno per il monito e un po' mi sento accudita, seppure solo da uno strano marchingegno.

La verità è che la mia paura di riuscire a stare sempre abbastanza bene da potermela cavare da sola in ogni circostanza, anche a dispetto degli anni che passano e della forza che diminuisce, spesso diventa una malattia essa stessa. E questo malgrado sia convinta che sia sufficiente tutto quello che di virtuoso già provo a fare da sempre, i cibi che scelgo, i piccoli interventi medici che mi concedo, i battiti sotto controllo e gli integratori. Tento costantemente di fare la brava scolaretta che deve meritarsi ogni premio.
Eppure, a fine giornata, penso sempre che quello che davvero e in modo del tutto gratuito, ancestrale, innocente, rappresenti per me il vero sollievo dal peso di tutto, e di me stessa, sia sempre quella specie di imperativo lì. "Arresta il sistema"









domenica 17 settembre 2017

Navigatore a "svista"

Sempre inesorabilmente sveglia all'alba. Non c'è proprio niente da fare. Ieri credo di essermi addormentata non prima delle due eppure stamattina alle sei e trenta ero giù dall'alto del mio letto, con una tisana bollente e un caffè e perfettamente riposata. Alle sette mi ha scritto un amico chiedendo asilo sul mio divano perché è rimasto chiuso fuori di casa e ora è li che dorme come un bambino. Sono tornata a letto pure io e per fortuna osservo dalla finestra un cielo grigio che rende meno colpevole la mia assenza alla salomon running: quest'anno non mi riesce di aver voglia di indossare pettorali e correre per le gare. Forse dovrei cambiare sport e rassegnarmi al fatto che i miei valori ematici mi impediscono quel genere di sforzo prolungato e sfinente. Ma ancora non sono convinta di certi cambi repentini d'abito, nello sport come nelle sacre abitudini e in ogni orientamento di fondo che a torto o a ragione abbiamo deciso di darci. Però ammetto che ogni tanto lasciar perdere, sfumare, decidere di sperimentare strade poco intuitive possa risultare l'unica rivoluzione possibile

Non ho ancora terminato un libro che mi piace moltissimo e che ho in mano da tempo e non saprei dire se la ragione sia soltanto perché mi sto impigrendo oppure se si tratti di paura dell'abbandono.
Ieri sono stata ad una festa di compleanno in cui sono stata bene nonostante delle scarpe non troppo comode che mi hanno impedito di ballare quanto avrei voluto. La festeggiata era un'amica in comune con Massimo (siamo entrambe sue cinediscepole) e per arrivare da lei abbiamo ascoltato diligentemente le istruzioni del navigatore...che ci portava sempre in tutt'altro posto. È abbastanza curioso assecondare la perentorietà delle indicazioni di una voce elettronica che sta sbagliando con una tale evidenza che è fin troppo ingenuo assecondarla, ma tu lo fai, segui la sua voce deviante e lasci che ti porti financo in vicoletti stretti che non hanno evidentemente nulla a che fare con la meta effettiva. Mi sono divertita in questo gioco durato in fondo poco e che non ci ha impedito di essere a destinazione per tempo. Nel frattempo ci sono state cose dette e stradine anonime che forse non avrebbero trovato spazi di espressione. È trascorso un tempo che mi è parso giusto e per nulla perso.
Se proprio ci penso bene mi piace molto l'idea di procedere seguendo un navigatore che incorpori una qualche componente di errore piuttosto che andare avanti senza alcuna guida e in modo volutamente random e senza alcuna coordinata. Non è la stessa cosa: nel primo caso mi sto fidando di qualcuno che tenta di portarmi dove voglio, nel secondo non so che direzione prendere né come muovermi per darmi uno scopo.

Stamattina sarei forse uscita, avrei preso della pioggia e avrei mangiato un gelato. Invece sto aspettando un amico che si svegli dal mio divano, ho recuperato un po' di pagine di quel libro che non oso finire, ho capito che non mi dispiacerebbe cambiare sport. Strade diverse, orientamenti che si adattano al caso e all'imponderabile. Mi pare tutto sempre estremamente accettabile se c'è un navigatore, possibilmente difettoso, a guidarmi


lunedì 11 settembre 2017

"Immaginiamoci" in silenzio. Rassegna rapida di rassegnazione verbale

Pare che Instagram stia erodendo in modo inesorabile il bacino d'utenza di Facebook. Direi che in fondo la cosa non mi stupisce molto visto che persino io, che pure sono su Instagram dal 2012, comincio a farne un uso divertito e più intensivo soltanto negli ultimi tempi, forse proprio a causa di un crescente fastidio per l'uso strumentale, violento e incontrollato di opinioni che, "piantate" su fb, si diffondono come gramigna con pretesa di diventare delle verità assolute perché hanno infestato ogni spazio dedicato al confronto.  La rete è nata per realizzare una forma di dialogo potenzialmente illimitata e il fatto che ci sia riuscita e abbia per lo più avuto come risultato degli effetti distorsivi della realtà, quando non di odio e di incapacità di realizzare una visione davvero comune di felicità collettiva, la dice lunga sull'impoverimemto progressivo di tutti gli altri ambiti cruciali in cui si coltiverebbe la crescita umana.
Io ho scoperto la connessione di rete e le sue infinite possibilità attraverso i blog, che erano qualcosa di diverso anche da questo su cui scrivo ora. A me la vera rivoluzione copernicana parve quella: persone che decidevano di aprire un diario, spesso tematico, e di esprimere un'idea nella maniera più chiara possibile, raccontare un'esperienza della propria vita, una convinzione profonda, persino le proprie utopie. Questo significava fare uno sforzo di pensiero e di scrittura, trovare una formula comunicativa adeguata, non noiosa e anzi possibilmente ironica e inclusiva di altre nuove idee e contributi di persone lontane e sconosciute. C'erano i commenti degli altri blogger, tanti spunti nuovi e spesso si diventava a amici e si partiva per conoscersi dal vivo. La prima festa della rete, quella a cui partecipai pure io nel 2008, si chiamava Blogfest e fu una delle esperienze più spiazzanti ed esaltanti della mia vita. Poi però penso che pure i grillini sono nati così e allora capisco che delle falle gravissime in quel sistema già Erano ben presenti...

Poi i blog sparirono quasi del tutto, forse a ragione in molti casi, per altri fu un vero peccato per quanto mi paressero dei nuovi generi letterari di cui scoprire l'evoluzione.
Fb ha intuito che il segreto del vero appeal nella moderna comunicazione è la semplificaziome comprimendo i pensieri fino a farli diventare slogan, poi stereotipi, poi pregiudizi, poi pensieri poveri proprio perché troppo brevi, idee distorte, opinioni infondate, odio.
Twitter è riuscito ad andare addirittura oltre, imponendo la brevità dei 240 caratteri a insindacabile modulo espressivo. Lo assolvo solo come valido veicolo di link, ma la dice parecchio lunga in termini di atrofismo linguistico e lessicale.

E allora? E allora forse alla fine capisci che fai davvero bene se te ne stai proprio zitto e provi a dire tutto ciò che vorresti semplicemente con una foto, magari giocando anche stavolta con prospettive funzionali solo  a quello che vuoi mostrare, usando punti di vista che valorizzano solo alcuni lati e nascondendo tutt'altro e ricorrendo a qualche filtro distorsivo di una certa realtà molto meno interessante.
Tutto questo per arrivare, forse, a "rappresentare" la propria verità individuale... senza parole...senza che nessuno possa dirne di proprie. In un dibattito silenzioso, solo immaginario. Solo di immagini...
Forse

mercoledì 6 settembre 2017

"Ciao. Non devo chiederti niente"

Mica mi abbasso così alle provocazioni. E infatti ho imparato a non raccoglierle più. Sono geneticamente non predisposta al litigio e ai conflitti. Non li trovo utili, non mi piacciono, non mi interessano, secondo me spezzano i legami in modo irrimediabile. Appena noto una disarmonia, giro i tacchi e me ne vado. A me piace ascoltare la radio, leggere e andare a cinema, non parlo mai molto, non mi piace il pettegolezzo ed esprimo giudizi soltanto se richiesti. Non sono una sociopatica, ma francamente neppure una compagnona che tutti cercherebbero per animare una serata casinista. Eppure tutto questo non è bastato per evitare un del tutto inaspettato messaggio avvelenato da parte di una persona a cui ho soltanto detto che se un uomo non la cerca è perché non la vuole. Ho ascoltato con santa pazienza tutti i suoi accadimenti e soltanto dopo espresso una mia legittima percezione. Mica le ho detto che è una verità scolpita nella pietra, ma solo che secondo me non la vuole e che lei non dovrebbe cercare di capire molto altro. Si è offesa e mi ha detto che a me non interessa starla a sentire. Devo dire la verità, solo quando me lo ha brutalmente rinfacciato mi sono resa conto che era proprio così. Non mi interessava più neppur un tantino così ripeterle cose che non aveva voglia di ascoltare e non vedevo l'ora di non perdere più un solo minuto del mio tempo per una faccenda fin troppo limpida ai miei occhi. Quel messaggio così piccato e sgradevole è stato in realtà la mia salvezza.

Nel pomeriggio è passato a salutarmi in stanza un collega molto dolce che mi ha detto esattamente così: "Ciao Lucia, in realtà non ti devo chiedere niente, è solo che non ti vedevo da troppo tempo" e io mi sono chiesta come sia possibile restituire senstimenti tanto diversi nei confronti degli altri rimanendo al contempo esattamente quello che si è.
Io sono una persona fondamentalmente timida e spesso a disagio nella gestione dei rapporti umani, a qualsiasi livello. Non ne ho mai fatto mistero, non la considero una colpa o una forma di egoismo. È semplicemente un modo di essere come un altro e forse pure la ragione principale per cui mi sento più a mio agio in una sala buia o con le cuffie o ad andare a correre. Nonostante questo atteggiamento in fondo non troppo velatamente sociopatico, mi ritrovo sempre circondata pure da persone sinceramente affezionate che non fanno che preoccuparsi per me, di ciò di cui ho bisogno, che mi cercano molto spesso per chiacchierare di faccende di comune interesse, che mi trovano buffa e simpatica. Trovo spiazzante e stupefacente pure tutto questo ad essere onesta...

La verità è che forse è proprio vero che non si può piacere a tutti a meno di essere una specie di Zelig che prova ad assecondare tutti dimenticandosi di se stesso. Ma credo che sia altrettanto vero che è quasi impossibile non piacere proprio a nessuno. Pure se frequenti poco, o se pensi che te la cavi meglio facendoti il più possibile i fatti tuoi, pure quando una all'improvviso ti riempie di insulti perché le hai detto semplicemente che la verità è che non gli piace abbastanza...

La prossima settimana sarò a cinema praticamente ogni giorno, il mio collega di stanza dovrà assentarsi di nuovo forse per tanto tempo, riprenderà il palinsesto invernale di radio due e io i miei allenamenti. Direi che non prevedo troppe occasioni di dialogo. Può essere, ma stavolta sarò io ad andare da chi mi ha regalato stupore e riconoscenza per dirgli: "Ciao. Non devo chiederti niente. È solo che non ci vediamo da troppo tempo"


venerdì 1 settembre 2017

Dove ero rimasta? Qui, ma "rientro" anche io

Mi ha preso in pieno. Oggi è piovuto seriamente solo per una decina di minuti, gli unici in cui ero in strada e senza possibilità di riparo. Ne sono stata felice, mi è sembrata quasi un'iniziazione. Per fortuna ero vicino a casa e l'i pad stava nello zaino più figo della terra e che non teme intemperie di sorta. Io invece ero completamente fradicia e affamatissima. Ho saltato il pranzo per correre a vedere un film che in realtà mi ha annoiato, ma l'idea che lo animava è buona, il messaggio mi convince e ogni tanto mi è sembrato sufficientemente poetico da giustificare la mia fame e i miei jeans inzuppati.

Via Torino era gremita e mi pareva un posto completamente diverso da quello in cui pochi giorni fa camminavo, praticamente sola, in mezzo ai saldi al 70%. E invece solo oggi ho scoperto che hanno aperto una particceria napoletana piccola ma bellissima  che mi ha fatto venire voglia di tutto, ma non ho osato neppure entrare a curiosare.

I colleghi sono rientrati in massa: venerdì è un rientro furbissimo. Li capisco, avrei fatto anche io così. È tornato anche il mio compagno di stanza. Mi ha portato la pastarella di mandorle dalla Sicilia, sta riposato, come al solito spegne la luce nella stanza perché gli dà fastidio e  ancora non riesce a capire quando andrà in pensione. E poi è passato a trovarmi il mio collega cinefilo, così sicuro che avessi visto Dunkirk da chiedermi direttamente come lo avessi trovato e se valesse la pena vederlo. Mi piace tanto quando le persone mi sopravvalutano.

Come primo settembre direi non così male. In fondo ho trascorso un'estate facile e felice, in una Milano abbastanza diversa da quella di oggi, perché vuota, rovente, silenziosa. E tutta mia, con le sue albe variopinte ammirate correndo fino a star male, quasi fossero roba da meritare, mentre saluto un'età strana e straniante e nella quale non so esattamente che tipo di abitudini cambiare.
Un amico oggi mi ha fatto notare quanto sia brutta una mia foto di qualche giorno fa: sono io dopo una corsa di undici kilometri percorsi all'alba e a stomaco vuoto, per di più durante una cura massiccia per carenza di ferro. È vero sono bruttina assai in quella foto. Ma poi mi è bastato fare una lunga doccia, abbassare il battito cardiaco, fare una colazione abbondante, truccarmi, mettere le cuffie, lasciare agire le endorfine e davvero tutto era cambiato, perlomeno nella percezione che ho avuto del mio sentirmi bellina e a posto. Ma ammetto che se non passo per quella condizione lì, se non includo la bruttezza, la fatica, la solitudine, il silenzio, la carenza di ferro...non provo mai alcun incanto. E qualche volta sono felice di questo. Altre volte per niente.

Milano si sta riappropriando del suo grigio "necessario", io forse riprenderò ad allenarmi con i miei gruppi di running o a seguire i corsi belli dello scorso inverno. O forse a farmi suggerire dell'altro da una città che è sempre stata più intelligente di me. L'estate milanese non mi ha chiesto nulla e mi ha restituito tutto il tempo e lo spazio di cui avessi bisogno. Posso cominciare a restituire tutto, con congruo interesse...magari reciproco


lunedì 28 agosto 2017

(Pre)impressioni di Settembre

Rimane questo il momento più figo della mia giornata: il rientro dal lavoro sul divano col mio programma radiofonico estivo preferito è l'i pad sulle gambe.
Ho accumulato uno spoposito di ore di credito al lavoro....il vero propulsore di produttività in estate è l'aria condizionata, posso confermare io e le mie pratiche lavorate nella quiete più assoluta in un'atmosfera difficilmente replicabile in altri periodi dell'anno. Il rientro dei colleghi sta avvenendo per gradi secondo un flusso piuttosto costante e questo traumatizza meno anche me che sono qui a d accoglierli a braccia mica troppo aperte. Tra tre giorni usciranno tre film che aspetto da tempo. Dovrò flippare testa tra "Dunkirk" e "easy", mentre di certo vedrò "la storia dell'amore". Due voci che stimo come molto autorevoli e che hanno visto il film in anteprima hanno detto che Dunkirk è bellissimo, uno di loro addirittura che è il più bel film visto in vita sua: mi fido pur non amando i film di guerra.

Prevedo in ogni caso una splendida stagione per i cinefili. Il palinsesto estivo di radio due, mia vera compagna di ogni risveglio e fine giornata, è stato magnifico e, pure se ci sono state giornate in cui credo di non aver parlato con nessuno, non ho mai avvertito il senso di solitudine neppure per un istante. Tra un paio di giorni tornerà pure il mio collega di stanza, una persona per bene con cui ho avuto in passsto scontri molto accesi (dopo i quali è sempre stato lui a chiedermi scusa), con il quale ho imparato a non litigare mai più ma pure ad impedirgli di pensare che possa riuscire a convertirmi ad un qualunque tipo di credo. Con lui spero di ritornare nelle scuole a parlare ai bambini di fiscalità come divertente maniera di diventare grandi e forti e ad andare nelle aziende milanesi per capire come funzionano certi meccanismi del mercato. E poi tornerà l'altro collega con cui ho avuto altri tipi di feroci contrasti (...mamma mia messa così sembro sempre una grandissima  infame...) tanto da averne scritto persino su questo blog e registrato il record imbattuto di lettori e un serio incidente diplomatico. Anche con lui oggi i rapporti sono pressoché perfetti e siamo coppia fissa nelle verifiche
esterne.

Che fatica i rapporti umani, pure se in realtà mi dicono sempre bene al punto di perdonarmi tutti i miei scivoloni e regalarmi sempre qualche lezione. Eppure, alla fine, evitare tutte queste dinamiche, per me sempre surreali, in nome di pace, silenzio e un buon programma radiofonico o la sala buia di un cinema, rimane ancora la mia prima scelta. Nata orsacchiotta...affettuosa nelle intenzioni...ma ancora troppo orsacchiotta...

La pausa pranzo invece è stata tra femmine a fare discorsi di femmine, dove il tema tra un'insalata dietetica e l'altra trattava, che novità,  del "raro" fenomeno degli uomini che non sanno corteggiare forse solo per paura, orgoglio, cattivo carattere (io credo semplicemente perché non sono innamorati). E che pare sia un vero peccato, ma tant'è...

L'estate sta finendo. Io sono stata davvero molto bene, ho parlato poco, litigato mai, corso abbastanza, dimagrita non direi ma credo neppure ingrassata, letto bei libri e mangiato molto bene.
Sono pronta al rientro di chiunque. Se così non fosse sarò pronta ad andar via io.



domenica 27 agosto 2017

E il tuo "status" di grazia qual è?

Ogni tanto lambisco l'argomento, spesso in modo divertito perché ormai c'ho un'età e l'atteggiamento piano piano cambia giocoforza. In realtà credo di aver sempre avuto voglia di dirla meglio e tutta, di raccontare una certa condizione, per la verità piuttosto comune e diffusa, passando proprio per la mia personalissima esperienza. Ma poi come fare? Con quali toni? Riuscirei mai a tradurre esattamente quello che penso senza risultare patetica o ridicola? Molto spesso chi mi conosce poco o da poco non resiste alla tentazione di chiedermi come mai non abbia un fidanzato e il mio imbarazzo nella risposta è sempre lo stesso perché non ho ancora trovato la frase ad effetto definitiva che riesca a fugare ogni dubbio che la colpa sia mia. Quello che mi diverte è che tendano immmediatamente a precisare che me lo chiedono perché mi trovano così bella e di buon carattere che pare impossibile che non frequenti nessuno. Bene, li assolvo. Ora sì che la meritano una qualche risposta!

A me l'indipendenza e l'autodeterminazione sono sempre piaciute, ne ho fatto un'ossessione giovanile che ha assorbito ogni mia energia dell'epoca: quando ho smesso di studiare il mio unico pensiero era affrancarmi dalla dipendenza familiare, andare a vivere da sola e l'indipendenza economica. Questo ha significato gironzolare molto e fare una certa fatica a consolidare i rapporti. Nel frattempo però ho trovato comunque la maniera di incrociare persone con cui ho stabilito legami poi rivelatisi sbagliati perché basati su presupposti insufficienti e troppe incompatibilità, perché profondamente deludenti o costruiti sull'inganno o anche solo perché sognati per tanto tempo ma impossibili nella concreta espressione. Gli anni passano pure così, mentre si commettono errori o ad immaginare cose che in realtà non possono succedere.
Credo di essermi innnamorata pochissime volte nella mia vita, ma quando è successo ho convissuto per anni e anni con quel tarlo nel cuore e nella testa che mi ha spesso devastato e consumato e nel frattempo non c'erano incontri, corteggiamenti, lusinghe da parte di altri uomini a cui avessi voglia di cedere perché io volevo solo quello che dominava i miei sensi, sogni, incubi, speranze e desideri. Sono fedelissima pure negli amori platonici. Poi tutte le volte mi è passata. E pure questo mi spaventa. Mi spaventano le cose che finiscono e che per me erano state ragioni di vita, mi immalinconisce l'aleatorietà di sentimenti un tempo forti e che ad un certo punto non riesco più ad alimentare, ho paura delle crisi, dell'incomunicabilità che si insinua nelle lunghe storie cominciate con una grande passione. Non è bello non provare più nulla solo perché ti rendi conto che avevi sbagliato a provare qualcosa prima.

Io non ho bisogno di stare assolutamente con qualcuno per la paura di star sola. A me star sola piace moltissimo, non mi ha mai spaventato e anzi qualche volte ne ho fatto una sfida di crescita e di scoperta. Però ho bisogno (come tutti a questo mondo) di amare. E di farlo per sempre. Altrimenti non ho alcuna necessità, di nessun genere, neppure il più istintuale. Così stanno le cose e non lo so se sia una colpa, un caso, un modo di essere al pari di una qualsiasi altra normale attitudine o semplicemente una mia caratteristica.

Un amico molto simpatico, ma pure piuttosto giovane e troppo diverso da me nel modo di guardare il mondo, mi dice che dovrei allargare la base delle mie conoscenze iscrivendomi a Tinder o Once. Lui dice che trattandosi di algoritmi nei quali inserire delle variabili che mi caratterizzano, sarebbe molto probabile riuscire ad incontrare una persona che faccia al caso mio.
Per quanto in realtà mi appaia un tipo di approccio assolutamente sensato e ragionevole non mi sognerei mai di fare una cosa del genere. Io credo ancora nell'assoluta casualità degli incontri d'amore, nell'intuizione immediata di uno sguardo, nella parole pronunciate al momento e capaci in un istante di tradurre un groviglio intero di sensazioni, nel non sapere nulla l'uno dell'altro e nonostante questo capire da subito che per entrambi nulla sarà più come prima.
Io sono ancora sola. È probabile che sarà così per sempre. È ugualmente probabile che non sarà così per sempre. Non lo so. Non sono io a decidere, ma non sarà neppure un algoritmo a farlo. Di questo sono ragionevolmente certa.

giovedì 24 agosto 2017

Il vizio del privato che vorrebbe trasformarsi in pubblica virtù

È vero, mi sono persa un sacco di mare, lo iodio, le stelle cadenti, passeggiate sulla spiaggia, grigliate, panorami da favola...ha prevalso la mia anima solitaria e un po' opportunista che vede in una Milano comoda e un ufficio semivuoto un'occasione preziosissima di tranquillità, silenzio, gestione autonoma di uno spazio preposto alla condivisione. In tutto questo io ritrovo lo stesso stato di grazia di un koala avvinghiato al proprio albero. Non sono un'asociale, però, come tutte le persone abbastanza timide, trovo nello star sola una mia personale "comfort zone" da cui quasi mai sento che valga la pena uscire se non nelle rare volte in cui il contesto e le persone mi mettono così a mio agio da far emergere la mia parte spiritosa ed efficace nelle conversazioni.

In questi due mesi ho goduto di un ufficio semidesertico popolato da pochi adorabili colleghi che vengono a trovarmi durante la pausa caffè per aggiornarmi o raccontarmi cose divertenti, altri colleghi per i quali non nutro nessun interesse (o l'ho azzerato col tempo e gli eventi), ho lavorato con l'intero repertorio dei Led Zeppelin in sottofondo e pranzato con cose preparate da me e che mi hanno dato molta soddisfazione. Per fortuna il mio splendido isolamento da back Office è stato spesso interrotto dalla necessità di coprire turni di attività di servizio al pubblico, perché per quanto io lo trovi odioso perché mi sottrae dalla mia beata solitudine, rimane paradossalmente la cosa per cui sono maggiormente apprezzata. E giuro che non mi capacito mai di questo. Ci sono persone che trovano normale raccontarmi le loro faccende private, episodi di vita familiare e lavorativa, mi sorridono, mi fanno complimenti perché sono gentile o trovano bello il modo in cui mi trucco gli occhi e alcuni tra i più affezionati mi hanno fatto persino dei regali per il semplice servizio reso. Tutti loro mi fanno spesso pensare a quanto sia grande il bisogno che hanno certi di aver qualcuno con cui confrontarsi e condividere la propria storia, o anche che è bello confidarsi anche per pochi minuti, anche senza che alla base ci sia un rapporto profondo o consolidato dal tempo. Che è bello anche semplicemente incontrarsi per un po', senza progetti o condizionamenti di sorta, persino con una sconosciuta.
E ad un tratto mi rendo conto che nella mia comfort zone nessuno sa che esisto, non sorrido, non parlo, non ricevo complimenti. Sono semplicemente me stessa e questo qualche volta mi piace e lo trovo imprescindibile, altre volte mi annoia, in certi momenti mi pare addirittura essere una cosa abbastanza inutile. Ma poi chi lo sa cosa davvero sia sensato e utile: se sentirsi nei propri panni oppure scoprire lati sconosciuti di sé facendo un po' di fatica e vedere l'effetto che fa.

Agosto è passato così. Tra poche inquietudini, una pace a cui mi sarebbe molto facile abituarmi, piccole confidenze di sconosciuti avventori che mi hanno accordato la loro fiducia, colleghi divertenti  che facevano da contrappunto ai miei silenzi, pranzi preparati con cura inusuale.
 Intanto già mi pare di sentire Settembre che bussa alle porte smanioso di avvisarmi che il trauma da rientro (altrui) non risparmierà neppure me. Quello che forse non sa è che io in fondo sono contenta così. La "comfort zone" sa di muffa se ad un certo punto non si aprono porte e finestre per cambiare l'aria.

È stata una bella estate.







lunedì 21 agosto 2017

Ogni partenza intelligente lo è a modo suo

Non saprei quanto sia astuta come mossa. So però che mi ci trovo sempre bene, mi pare una scelta strategica alla fine ottimale. Ho quasi intatte tutte le mie ferie di quest'anno. Di solito decido di conservare 15 giorni con l'utopistica intenzione di aggiungerli a tutte le ferie dell'anno successivo e provare ad andare lontano per un paio di mesi pieni durante il rigido inverno milanese. In realtà non l'ho mai fatto: ferie molto lunghe richiedono un impegno logistico/organizzativo notevole, un'idea chiara di cosa fare e dove andare per tutto quel tempo, allontanarsi non solo dal lavoro ma pure dagli allenamenti, dai corsi che mi piacciono, dalle mie coordinate fisse grazie alle quali ormai mi oriento con passo sicuro, dalle persone di cui sentirei inevitabilmente la mancanza...
Eppure lo faccio sempre. Forse perché non mi pesa l'estate a Milano e invece trovo che l'inverno sia veramente duro: già mi vedo con le mie solite mani gonfie, che immancabilmente si riempiono di ferite e di cerotti, i cappotti e le sciarpe e gli allenamenti al gelo, uscire di casa che è ancora buio e rientrare con la stessa oscurità. Non ho desiderato l'inverno neppure in quei due giorni di caldo assassino di qualche settimana fa.

Alla fine credo che farò come gli ultimi due anni: prenderò due giorni a settimana di ferie per un paio di mesi e mi starà bene così. Di solito prenoto un massaggio o sperimento nuove ricette, vado a cinema a ora di pranzo, passeggio per la città negli orari in cui è più frenetica e provo a cogliere ritmi che in fondo non sono mai come quelli miei. Eppure non è passato molto tempo da quando tentavo in tutti i modi di reinterpretare il mio lavoro provando a trovare in esso qualche motivo di crescita, non di livello e neppure economica,  ma di tipologia di attività da svolgere e in cui provare a sentirmi nei miei panni. Per quattro anni di seguito ho partecipato a bandi per andare all'estero per un anno per collaborare a progetti di ricerca volti all'armonizzazione delle procedure fiscali in ambito europeo. Ho coinvolto professori che non vedevo da anni perché mi scrivessero delle buone referenze in inglese, scritto lettere motivazionali, scelto città sfigatissime dell'entroterra tedesco pur di accrescere la probabilità di riuscire ad occupare uno dei posti disponibili. Nulla da fare, nessuno si è mai preso la briga di prendere in considerazione nessuna delle mie candidature. È da allora che credo di aver compreso davvero certe dinamiche del lavoro pubblico. Non è colpa di nessuno. È un sistema fatto così, appiattito, farraginoso, miope...amen

Forse le ferie mi servono a ritardare la stagionalità, a provare a "promuovermi" altrove e a ricordarmi che non dovrei sentirmi una privilegiata soltanto perché riesco ad arrivare a fine mese, perché lo spettro delle umiliazioni è talmente vasto e prodigo di offerte che davvero nessuno può dirsene davvero escluso.
Intanto agosto è ormai quasi finito, io ho scoperto che mischiare in pari quantità yogurt greco magro bianco e yogurt intero alla vaniglia forma una specie di dessert leggero ma sublime che mi evita i gelati che mi sto proibendo, l'ufficio è stato un posto gradevole in cui stare con l'aria condizionata regolata secondo il mio piacere e in questo momento ho una gran paura di Novembre. Sì a Novembre un viaggio lungo abbastanza nel tempo e nella distanza mi pare quasi una necessità ora che ci penso. E così stasera, che non fa troppo caldo, in cui nessuna malinconia da fine estate si insinua nel bagaglio di ricordi di una stagione che sta passando, penso che andare via quando la nostra stagione interiore lo richiede non è più una scelta ma un atto dovuto. Pure quando ormai arrivi a credere che nel posto in cui ti trovi ci sia proprio tutto quello di cui senti di aver bisogno. In realtà non è mai davvero così.

venerdì 18 agosto 2017

contare sulle proprie gambe. E muoverle con metodo

Ora o mai più. Qualche mese fa una persona che mi vuole bene mi ha regalato una bici che gli avanzava e poi, un'altra persona che mi vuole altrettanto bene, il mio vicino, me l'ha sistemata. A me ne hanno già rubate tre e ad un certo punto mi sono arresa alle ruote che alla fine girano sempre senza di me...e invece ad un certo punto ripassano.
In questi mesi l'ho presa soltanto una volta, per andare al lavoro, ma la strada è per lunghi tratti molto pericolosa e tanto trafficata, con automobilisti molto cattivi o perlomeno che diventano tali all'ora in cui passo io. faceva ancora un po' freddo, io ero molto a disagio e l'ho tenuta parcheggiata in attesa di occasioni meno traumatiche.
L'ho ripresa ieri. Ho voluto riprovare ad andare al lavoro con le strade vuote grazie alla settimana più vacanziera dell'anno. Sono uscita alle sei e quaranta, per l'occasione ho riesumato il mio mitico zaino "the north face", compagno fedele di viaggi, escursioni e "vita di strada" milanese, c'ho ficcato dentro il pranzo venuto dal sud e mi sono lanciata nel deserto milanese. È stato fantastico disegnare onde su una strada tutta mia, non tenere conto del rosso, arrivare in un ufficio ancora completamente vuoto, non dire buongiorno di circostanza, assistere alla luce che piano piano crea ombre nella stanza che per ora ospita solo me. Potrei abituarmi subito a tutto questo. Di solito quel tratto di strada percorso lo copro a piedi in quarantadue minuti, durante i quali succedono due o tre cose fisse: una ragazza con i ricci che fa un percorso di camminata sportiva con una tenuta sempre uguale e le cuffie, un signore molto anziano che fa più o meno la stessa cosa, il camion dell'AMSA che mi strombazza per darmi il buon giorno, la porta a specchio dell'Alcantara Spa dove puntualmente mi dò un'occhiata a figura intera, i miei programmi di radio due sparati in cuffia e ascoltati mentre sorrido e faccio espressioni strane, che se qualcuno mi vedesse penserebbe che sono una fuori di testa, e poi viale Lombroso, il sottopasso e finalmente gli anziani che aspettano già da un'ora fuori dall'agenzia per sottoporre subitissimo i loro quesiti sempre uguali.

La bicicletta accorcia un po' tutta questa distanza, by passa ogni rassicurante rituale mattutino in nome di una disponibilità di tempo a cui non ero preparata. Per questo oggi ho ripetuto l'esperienza con qualche piccola variante. Ho deciso di svegliarmi mezz'ora dopo, ho messo il solito dvd americano di functional training provando a spingere un po' di più con i pesi, non sono andata correre e ho cercato di non toccare cose dolci, cosa che trovo inconcepibile a colazione, ho bevuto il tè invece del solito triplo caffè e fatto una doccia con un prodotto nuovo che ha un profumo esotico. La prima cosa che ho notato è che avere tanto tempo per fare altre cose, con dei ritmi meno contingentati, mi ha dato molta calma. È stato in quel momento, mentre mi passavo l'asciugamano sui capelli per tamponarli, che ho pensato che a volte certa mia disciplina da gendarme austriaco non mi porta davvero da nessuna parte e che forse il vero cambiamento, o anche semplicemente un piccolo buon risultato, provengano da un metodo ben ponderato o una tecnica efficace, piuttosto che da un sacrificio che si ostina a trovare le sue ragioni soltanto in se stesso e nella sua pedante ripetitività.

Milano era vuota come ieri, ho usato la bici anche oggi, la strada era ancora tutta per me, ho dormito un po' di più, ho ancora pranzi del sud da scongelare, non ho toccato dolci e non ho bevuto caffè. Sono arrivata al lavoro di nuovo ancora troppo presto. Non mi è dispiaciuto affatto e la mattina mi è parsa davvero un pezzo di giornata con un sapore tutto nuovo. Ma Milano tornerà ad essere trafficata e pericolosa per essere attraversata con una due ruote. Io tornerò quasi certamente al mio caffè e a lasciarmi tentare dai dolci. Forse proverò a testare metodi nuovi e piccole fughe dalla routine troppo disciplinata. Prometto che sarà il mio impegno settembrino. Chissà. Intanto quello che davvero vorrei sapere è se i miei sconosciuti compagni di cammino dell'alba e il camion del AMSA  che mi fa il coro del buongiorno, si sono accorti della mia assenza oppure no.





In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...