venerdì 18 novembre 2016

Io ci metterei la firma. Verifiche esterne (con effetti dall'interno)

- abbiamo parlato con suo marito e ci ha garantito che avrebbe firmato lei il verbale del nostro accesso
- si io firmo ma non voglio nessun coinvolgimento con le cose che riguardano gli obblighi di mio marito. Sapete com'è se ne sentono tante sulle vite segrete delle persone che ci stanno accanto. Fidarsi è bene però...meglio essere cauti...

Questa è la risposta che la moglie di un commercialista milanese ha dato oggi a me e al mio collega durante un controllo per gli studi di settore. Una risposta assolutamente ragionevole eppure a me ha lasciato di stucco. Siamo entrati in una casa molto bella, col parque e l'acquario e ci stava una signora molto elegante e gentile e io trovavo tutto molto perbene, misurato e ordinato. E poi quella frase lì, con la paura di firmare qualcosa di compromettente che il marito le avrebbe potuto accollare. Non saprei dire se mi ha colpito di più questa cosa o il parrucchiere cinese dove credo di aver sentito odore di napalm promanare dalla testa di anziane signore che non rinunciano alla piega, seppure a basso costo.

Quando si tratta di uscire in verifica io sono sempre molto contenta. Per moltissime ragioni, tutte molto più valide dell'immensa stanchezza che comporta lavorare fuori ufficio, come provare a non vedere né sentire cose spiacevoli, la sedentarietà prolungata, uno strano disagio di cui non comprendo  tutte le ragioni e che mi porterebbe a fuggire via se soltanto potessi.

La moglie del commercialista, quando era ormai tranquilla e si è fidata di noi, ha cominciato a chiacchierare piacevolmente. Mi ha raccontato del figlio preadolescente che non vuole studiare e comincia ad avere comportamenti che la fanno disperare, che è stufa e avvilita. Io la ascoltavo e mi chiedevo come fosse possibile che in una casa così bella e impeccabile ci fossero dinamiche familiari così banali. Poi mi son detta che in realtà è del tutto assolutamente normale.

Cosa mi sto davvero perdendo? Una famiglia infelice e banale o una squadra vincente in cui regna simpatia, collaborazione, intelligenza e amore finché morte non ci separi? Che differenza ci sta tra lo starmene qui beata con le poche cose da fare per badare a me stessa e il non dover chiedere a nessuno cosa vuole per cena, o litigare per il telecomando o per i compiti non ancora finiti. Che tipo di appagamento danno tutte queste cose? Persino io, che ho un senso di accudimento talmente forte che appena mi affeziono a qualcuno devo immediatamente preparargli da mangiare sennò mi sento male, credo che proverei moltissimo disagio a trovare sempre bello avere una famiglia con cui mediare e provare ad evitare ogni incomprensione. Cosa mi sto perdendo? Io, che fino ad ora mi sono persa solo per chi non voleva niente di particolare da me, e questa cosa la capivo solo dopo anni, mentre facevo tentativi ridicoli per provare che invece era come  quello strano cuore irragionevole imponeva. Mi sarei con assoluta probabilità presa un uomo distratto e anaffettivo, di certo traditore, poco dolce, inopportuno e pure tignoso. Avrei passato i primi anni di unione a cercare di trovare dei punti di convergenza e dialogo, poi mi sarei ritirata in un rassegnato silenzio, fino a spegnere completamente quel povero cuore imbranato e a riaccenderlo solo quando finalmente sarei ritornata a me stessa e alle mie cose fatte da sola. E in fondo è questo quello che ho sempre fatto tutte le volte che le ho provate tutte e niente...non ce n'era. Meglio correre e inseguire mete che se voglio le raggiungo sul serio.

Questo mi sarei persa, almeno con le variabili attuali, fatte di quello che sono, delle persone a cui ho voluto bene e dell'esperienza vissuta o semplicemente tentata.

E così ho pensato che fino a quando non ci metterei la firma, su tutto - pure su un verbale dell'agenzia
delle entrate - perdermi tutto sarà sempre la mia unica scelta possibile. Le verifiche esterne forse servono proprio a questo. Ecco perché mi piacciono così tanto.

giovedì 17 novembre 2016

Aspirante vicina

Che strana sensazione. Credo che siano passati quattro anni dall'ultima volta e mi sono accorta di averne un ricordo davvero sfumato. Stasera ho mostrato la casetta a prezzo stracciato che confina con la mia a due colleghi che avrei piacere che concludessero questo affare. Mi sono procurata le chiavi e così sono rientrata in quello spazio così vicino al mio e non occupato da nessuno, almeno non da quando io vivo qui. Mi ricordavo di una casa abbastanza più piccola ma che avevo desiderato da subito perché in quegli anni non pensavo ad altro che a garantirmi uno spazio da gestire a mio piacere, nel quale stare comoda e in cui ogni colore e ogni dettaglio fosse il prodotto di una precisa ispirazione, ricordo o emozione. E soprattutto erano anni in cui, forse senza saperlo o volerlo io stessa, ero certa che non avrei vissuto a lungo da sola. Ma questa storia l'ho già raccontata...faccenda chiusa.

Rivedere quella casa dopo così tanto tempo è stato stranissimo. Forse perché nel frattempo è molto cambiato il mio modo di intendere la casa, perché lo spazio e la comodità non costituiscono più delle priorità, perché avere una casa tutta mia è una cosa bellissima se non ne banalizzi il valore coltivando inutili manie di grandezza. Sono sette anni che vivo in questo bilocale e questo non mi ha impedito di farci entrare dieci persone per cenare. In questa casa alcune volte sono successe delle cose, anche fondamentali per me, e molto più spesso non è accaduto assolutamente nulla, una volta l'ho trovata allagata, un'altra mi sono esplosi i tubi dell'acqua, un'altra mi sono fatta costruire un letto per aria. E qualche volta mi sono affacciata alla finestra e ho fantasticato su quello spazio chiuso, vuoto, a cui dare un'anima, della luce, dei colori. Ho pensato che se fosse stata mia ne avrei fatto qualcosa di molto diverso da quella attuale. Ci avrei messo dentro gli ultimi sette anni, che mica lo so davvero che cosa sono stati per me. Forse non farei più le pareti così verdi e così rosa e Non metterei neppure tutti questi Wall stickers policromi che fanno tanto freakkettona sfigata, ma probabilmente metterei ancora tutti i poster coi film e le tazze coi loghi delle trasmissioni radiofoniche, ma poi non saprei cosa altro piazzarci, nessuna novità, nessun nuovo codice, solo una casa più spoglia, minimalista e più gestibile.

Però è stato proprio bello proporla ai miei colleghi. È una bella casa, quasi regalata, ed è un peccato saperla vuota e con le serrande sempre chiuse. Ma niente, non ho più voglia di farmi largo, di occupare spazi nuovi che non aggiungono nessuno spazio interiore, non ho più voglia di considerarlo il presupposto per qualcos'altro, una proiezione di me o un mero allargamento dei miei confini.
La casa è un concetto strano, ognuno le dà il peso e il valore che crede. Io ho cercato di alleggerirlo, che in fondo di muri si tratta, un guscio protettivo, una misura della propria identità..ma pure isolamento, tutto il mondo fuori, diffidenza, pigrizia, chiusura. La mia casa è bella perché sa ancora buttarmi fuori, mi fa ancora venir voglia di cercare altrove lo spazio di cui ho bisogno, di desiderare poco, di aprire la finestra e non aspettare più che arrivi dell'altro. Nessuna smania. Perfetta così. Anzi no, lo diventerà quando anche quella accanto aprirà le sue finestre da cui qualcuno mi auguro che avrà voglia di lanciarmi un saluto.

mercoledì 16 novembre 2016

Contratture emotive e fisioterapia dei dolori inutili

Eccomi qua. Nella palestra fighettina che frequento il sabato mattina per gli allenamenti di running e il mercoledì pomeriggio per la fisioterapia. È stata una giornata tanto tanto faticosa ma credo produttiva. Un amico mi ha fatto notare che si vede che ce l'ho con qualcuno che vorrei si comportasse diversamente con me. Invece io penso che vorrei solamente che le persone fossero educate e non volutamente cretine solo per rimarcare cose che ho già capito. Vorrei semplicemente andare oltre ripassando dall'istante zero. E invece mi pare che no...rimane sempre tutto piuttosto squallido e questa cosa a me non torna mai...

Ci sta un collega di cui ho tanta stima e al quale ho dato un po' di consigli per vincere un dottorato in economia, avendone conseguito uno pure io ormai molti anni fa, fornendogli un po' di bibliografia e suggerendogli gli argomenti principali su cui puntare. Il mio collega il concorso per il dottorato lo ha vinto. Ovviamente il merito è tutto suo, ma mi piace che ogni volta mi ringrazi per i consigli che gli ho dato, e poi che continui a chiedermi pareri e a fidarsi di me. Sempre. Gli ho persino scritto una bozza di lettera da inviare al suo tutor su come potrebbe impostare questa incredibile esperienza di formazione superiore. Ecco, di colleghi così io vorrei che fosse pieno l'ufficio e la mia vita.

Non credo che sia corretto, ma mi accorgo che non faccio altro che vivere di meccanismi di compensazione, come se fosse normale che la fatica e il dolore e le delusioni debbano ricercare altrove il loro senso piuttosto che trasformare se stesse in quanto di meglio io vorrei. Faccio sempre questo errore qui: non so risolvere un problema e cerco la felicità da un'altra parte. E così ho pensato che se non riesco a fare finta di niente, se non riesco a cancellare, se non ho più voglia di soffrire per quello che non riesco ad ottenere non devo far altro che concentrarmi solo su quelle cose lì e plasmarle, piegarle, violentarle fino a quando non troverò in esse
le ragioni della mia soddisfazione.

Tra poco farò la mia ultima fisioterapia. Ho cominciato con una spalla completamente bloccata, c'ho messo sopra altro dolore, l'ho manipolata e compressa fino a quando ad un certo punto tutto quel dolore si è sciolto, fino a diventare sopportabile e poi sparire. Il dolore non si accantona, non esistono magazzini di stoccaggio del dolore, rimane energia tossica che frena ogni impulso. Il dolore lo puoi solo estirpare affrontandolo e mai accantonandolo. A volte va via da solo. Altre volte proprio no. Ti provoca, ti stuzzica, ti guarda dritto in faccia fino a porti nella condizione di trovarla una cazzo di maniera di liberarti di lui.

Oggi mi sono chiesta cosa renda i rapporti umani così variegati e perché a volte siano belli e altre no. Avrei voluto scoprire che ruolo ha il dolore in ognuno di essi e se davvero si impara qualcosa dalle offese o piuttosto va già bene fuggire, far finta di nulla, passare oltre. E se sì, come si fa a fare finta? esiste una fisioterapia dei sentimenti? Ora chiedo, che tanto la spalla ormai è guarita


martedì 15 novembre 2016

Guarda. Che luna?

Io non lo faccio mai. Me ne dimentico o non sono mai riuscita a coglierne davvero il valore metaforico o romantico. Io non mi soffermo quasi mai a guardare la luna. Anzi direi che è rarissimo che mi metta a guardare il cielo. Mi pare troppo e le cose che non riesco a delimitare e nelle quali non  mi sento contenuta mi spaventano sempre molto. Io devo sapere che le distanze, tutte, si possano coprire e che gli orizzonti pure quelli più lontani diano la certezza di un limite un confine entro il quale le cose diventano afferrabili. Le poche volte che mi è piaciuto osservare il cielo è stato assieme a qualcuno, ma solo perché più bello che guardarsi negli occhi ci sta quello di percepire in due l'ipotesi dell'infinito. Basta la finisco che sennò Leopardi dice al suo pastore errante di venire a menarmi per come parlo di cose di cui solo lui sa come si fa.

Però ieri sono caduta nella tentazione di scontrarmi con questa luna gigante, che non ho avvertito come tale ma in fondo mi stava bene lo stesso per quanto poco la frequento. Stava lì, in mezzo a qualche nuvola che ne diluiva i contorni rendendola ancora più suggestiva ed evanescente. Era perfettamente incastonata tra le palazzine che sovrastano la mia casetta al pianterreno e a me pareva una specie di gigantesco occhio di bue, una di quelle grosse lampade che illuminano gli attori che stanno soli soli sul palcoscenico e parlano davanti a un pubblico che non possono vedere.

Pareva che avesse puntato il suo riflettore su di me e che si aspettasse una richiesta, uno sfogo, una dichiarazione qualsiasi che giustificasse il suo esserci anche per me. E io non avevo niente da dirle, non provavo niente, nessun dolore o rabbia o desiderio da esprimere. Non ero neppure stanca ieri. Le ho fatto una foto, non perché la trovassi particolarmente affascinante, ma per ricordare che mi stavo perdendo l'occasione di un'emozione mancata. È un vero peccato avere gli strumenti e non sapere come usarli e sprecare i momenti nell'attesa di un sentimento che non si riesce a provare. Io la guardavo e la guardavo e la guardavo...e non riuscivo a sentirla. Forse non si è accorta di me, oppure mi stava raccontando cose che arriverò a sentire in altri momenti, forse mi diceva di guardare altrove perché per ora ci stanno altri cuori da salvare o da riempire...Forse ognuno tiene la sua luna che spunta in una sera di un anno imprecisato ad avvisarci che quello è il momento di alzare la testa,
guardarla, ascoltarla e obbedirle.
Qualche tempo fa dicevo di non essere mai stata al Planetario perché ci voglio andare con chi diventerà parte di me. Credo che questa cosa abbia una correlazione parecchio stretta con la piccola luna che ieri provava a farmi luce senza purtroppo riuscire ad abbagliarmi neppure per un istante. Per ora direi sipario e arrivederci alla prossima luna

venerdì 11 novembre 2016

...e lo vado a cercare...anche solo per sentirlo senza parlare

Prometto che non toccherò più l'argomento per tutto il tempo che posso, però è una bella serata, mi aspetta un week end pieno di cose e io sono abbastanza stanca da sperare di riuscire a farmi una di quelle agognate dormite belle e ristoratrici. Nel pomeriggio ho postato uno di quegli articoli di Oltreuomo che mi piacciono quasi sempre e nei quali trovo sempre un pezzo in cui mi riconosco come se per scriverlo mi avessero inseguito con una telecamera o letto nel pensiero. Era un articolo sulla singletudine delle donne intelligenti. No, non ho la presunzione di ritenermi tale e per questo destinataria dell'articolo, però in qualche modo ci provo sempre a vedere se nei punti di quell'elenco di motivazioni ci rientro pure io. Tutto qui. Solo un ulteriore tassello di analisi.

Un amico mi ha detto che posto sempre che è bello stare soli e che ormai si è capito. E io questo non l'ho mai pensato affatto. Ho sempre detto che è infinitamente meglio star soli che accontentarsi di un amore mediocre. Ma mi pare pacifico che questo voglia dire tutt'altro. Eppure a volte mica è così chiaro...

Tra i miei tanti colpevoli limiti ci sta la difficoltà ad innamorarmi delle persone giuste, la mia totale assenza di istinto materno, nonché la capacità di infilarmi sempre in situazioni anomale.
Poi però lo so che cosa divento io quando amo, cosa sarei capace di fare e quello a cui rinuncerei. Lo so perché la percezione esatta di cosa significhi tutto questo uno la tiene indipendentemente dalla esperienza effettiva che ne ha fatto.

Mi ricordo di una recente intervista a Battiato. Lui, uno dei maggiori cantori d'amore della storia dell'umanità, raccontava di non essersi mai innamorato in tutta la sua vita. Solo una volta aveva creduto di aver trovato la persona giusta ma poi successe una cosa che lo fece immediatamente ricredere. La cosa era questa. Lui si stava facendo la doccia e nel frattempo lei gli aveva finito tutto lo yogurt che ci stava nel frigo. Da quel gesto lui capì che lei peccava di egoismo, altrimenti avrebbe avuto l'attenzione di non privarlo del tutto di yogurt. Mi sembrò un episodio buffo ma tutto sommato abbastanza convincente...

Io invece ho creduto tante volte di amare qualcuno. Poi ad un certo punto mi sono resa conto che tutte le volte che è diventato necessario parlarsi e chiarirsi molto, avevo creduto male. L'amore vuole abbastanza silenzio, una marea di baci e abbracci e una priorità reciproca su tutto. Quando anche una sola di queste cose non c'è stata mi è andata male. E direi che fino ad ora la ricerca mi pare lunga faticosa e forse persino non percorribile.
Io "prendo a baci" quando ho bisogno di capire. L'ultima volta è stato con uno che immediatamente ha fatto come se nulla fosse. E io ho imparato tante cose sulla cautela, il rispetto per me stessa, la difficoltà di gestire situazioni faticose e il mio modo decisamente ingenuo di valutare le persone di cui mi affeziono.

Ecco perché oggi, ancora una volta, mi sono chiesta quanto sia davvero una colpa, una scelta, una incapacità o cos'altro, lo star soli, compiaciuti in fondo di esserlo, pur continuando ad immaginare la perfetta coincidenza tra l'intima percezione di cosa davvero sia per me amare e la concreta realizzalizzabilita di questo strano tarlo da cui, a vario titolo, ci lasciamo consumare un po' tutti.
Ma d'altra parte ben venga la lavata di capo di chi, avvertendo i miei temi fondamentali come delle ossessioni, mi dica pure di lasciar perdere...
Se soltanto sapesse quanto lascerei perdere volentierissimo io stessa...
P.S. Prendetemi a legnate se mi perdo ancora in chiacchiere simili. Non sono mica Battiato io


giovedì 10 novembre 2016

Di stelle che strisciano...di sogni che "americano"...

Lo so che col senno di poi è facile indossare i panni del fine analista che interpreta il dato per quello che inevitabilmente è. Ci stava un intero pianeta che ne rideva, ci scommetteva contro, ci confezionava video satirici, ne ridicolizzava look, parole, stile di vita tamarro, stanandone l'ignoranza, la rozzezza di modi e di pensiero. I rappresentanti migliori di tutte le arti c'hanno messo la faccia lanciando appelli dai contenuti francamente discutibili ma decisamente sentiti. Niente. Nessuno aveva capito davvero quanto Trump conoscesse bene gli umori, la rabbia, il bisogno disperato di esorcizzare tutto ciò che è miseria e sacrificio in quella cosiddetta "America profonda" che per ora lo ha portato dritto dritto a realizzare il suo di sogno americano.

Devo dire la verità, per quanto io stessa mai avrei immaginato che Trump potesse farcela, ho sperato nella vittoria della Clinton soltanto per il valore simbolico che avrebbe rappresentato, per il resto credo che sarebbe stata un pessimo presidente nella misura in cui nessun presidente degli Stati Uniti, in questa complicatissima e quanto mai "depressa" fase storica, possa essere in grado di fare davvero qualcosa per realizzare un qualunque sogno anche minimo di riscatto umano. Se devo proprio immaginare un cambiamento, non so perché ma tendo sempre ad escludere i cosiddetti grandi della terra  nella partecipazione a nuove architetture...

Detto questo è andata così e noi italiani siamo avvantaggiati perché di leader del genere conosciamo fon troppo bene il profilo psicologico. Tutto già visto, battute già scritte...ci annoieremo moltissimo da queste parti...

E poi, detto per inciso, fino a quando i gatti non avranno diritto di voto nessun candidato potrà mai davvero dirsi regolarmente eletto e all'altezza del vero cambiamento auspicato. quando il mondo lo capirà sarà ormai troppo tardi.

Credo che in fondo stato molto saggio Obama ad affermare che alla fine il sole sorge lo stesso, incurante delle cose del mondo e della piega che decidono di prendere mentre la terra gli gira intorno quasi come per evitare di mostrargli un lato solo di se'. Nessun uomo ha mai goduto di così tanto potere da incidere davvero su tutti gli accadimenti in modo irreversibile. Le guerre ci sono sempre state, così come mai si sono arrestati i più estremi tentativi per fermarle, l'arte non ha mai smesso di consolare, divertire, ammonire...e in tutta l'umanità ha sempre trovato spazio un qualche Trump assieme al suo opposto.

L'intera grandezza economica americana è stata costruita su un sogno realizzato da pochi che hanno scommesso a rischio zero sulla miseria della maggioranza. Come fai ad accettare una cosa simile? Preferisci continuare a credere che non sia vera e che prima o poi in quel paradiso di benessere e assenza di sforzo un giorno ci capiterai anche tu.

Che ne so io che cosa pensa l'America davvero. Per me rimane un posto comunque magnifico e fichissimo in cui accadono una sacco di cose diverse, fortemente contrastanti, stupidissime e raffinatissime, dove tutto è sempre innegabilmente affascinante, come lo sono soltanto le cose con forti contrasti interiori. La paragonerei a una tormentata donna bipolare, una magnifica Marilin adagiata sul fianco con aria annoiata e perversa che assiste imperiosa ai sussulti emotivi di un mondo che non sa se la prossima mossa sarà un bacio o un rifiuto capriccioso. Tanto nel mito lei c'è già entrata. Che le importa...






martedì 8 novembre 2016

All'incanto (titolo fuorviante...non vorrei deludervi troppo...)

Alla fine ho deciso di no. L'ultima occasione che mi era stata concessa di scegliere prima di altri di comprare ad un prezzo ormai simbolico la casetta in vendita all'asta accanto alla mia, l'ho lasciata cadere così, nel vuoto  di un bilocale da ristrutturare ma che, dato il costo e le agevolazioni fiscali, rimaneva l'investimento più logico che potessi fare.

Quando ho comprato la casa in cui vivo ora quella confinante era già vuota. Un esproprio per morosità. È da quando vivo qui che ho cominciato a nutrire fantasie sulla casa che avrei realizzato abbattendo una semplice parete e unendo quelle due stanze e il bagno in più. Una volta ci sono pure entrata e immediatamente me la sono vista risistemata in quella maniera chiara che hanno solo quelli che trovano nell'estetica domestica la migliore e più immediata espressione di se stessi.
Fino a qualche anno fa ho desiderato tantissimo averla, tanto che mi parevano già un affare gli ottantamila euro della base d'asta iniziale ( pur sempre trentamila meno del costo della mia casa identica a quella). Non so perché, ma all'epoca pensavo che avrei incontrato qualcuno con cui condividere i miei spazi e per questo ho sempre ritenuto fondamentale che pure nella più piccola delle abitazioni fossero necessari due bagni. E così, mentre aspettavo il momento propizio per acquistare, mi cullavo nei progetti di una casa che fosse funzionale ai due suoi abitanti.

Col tempo ho progressivamente realizzato che la famiglia sarebbe rimasta mononucleare, ma siccome ho avuto una breve e magnifica parentesi di convivenza con un micio, ho cominciato a pensare a due stanze in più come quelle dedicate al mio coinquilino a quattro zampe, tra giochi, lettiere, pappe e poltrone per noi due. Ma ahimè anche lui è approdato a lidi migliori e così ho "ristrutturato" ancora una volta la mia ipotetica appendice domestica finalizzandola ad altri scopi. Nell'ultimissimo periodo per esempio avevo pensato che ci avrei ricavato una palestra. Di certo il tapis roulant così finalmente mi sarei allenata regolarmente nei giorni di pioggia evitando l'inzuppo, poi i
pesi, un mega schermo per fare ginnastica coi dvd, tappetini per il pilates e altre stravaganze del genere per il fitness. Ma così facendo sono certa che sarei ripiombata nell'isolamento e nella divorante comodità del fare le cose senza sforzarmi di stare con gli altri, che è poi la cosa che mi diverte di più e mi fa imparare davvero.

E così mi sono detta che va bene così, che quella saggia idea di avere uno spazio domestico che sia
essenziale, compatto, e non dispersivo, deve essere mantenuta come regola aurea. Una casa molto spaziosa e comoda è una trappola in cui si cade quasi sempre. Salvo poi scoprire che non aggiunge molto alla qualità della vita, che porta alla pigrizia ma pure alla inutile fatica di gestire uno spazio più ampio assieme alle cose che arrivano col tempo a riempirlo.

Perciò stamattina ho risposto con sofferta ma implacabile decisione alla mail dell'amministratore. L'ho ringraziato del vero affare per cui mi ha concesso prelazione, ma gli ho scritto che purtroppo non mi serve a niente, che non trovo sensato investire anche solo per dare in affitto e creami una rendita, che sono sola e due stanze mi bastano, che molto probabilmente quel secondo bagno non mi diventerà mai indispensabile e che probabilmente tra un po' di anni troverò un modo di tornarmene giù a casa, quando da questa città non potrò più prendere nulla né dare altro.

Dopo sette anni che la sognavo, ho smesso di desiderare questa casa così vicina così lontana. Proprio adesso che mi apre la sua porta dopo che avevo bussato tante volte quante erano le case che avevo immaginato di realizzare lì dentro.

domenica 6 novembre 2016

La magia del presente

Certe volte le cose vanno proprio così. Esattamente come devono andare. E a quel punto non ci sta cielo grigio che tenga per impedire che una giornata riesca col buco. Ti alzi una domenica mattina di pioggia novembrina, devi fare la corsa per la LILT all 'idroscalo, hai freddo, hai come al solito dormito poco e pensi che tutto sarà nella migliore delle ipotesi così così, che è impossibile che ci possiamo divertire con questo tempo, che ci prenderemo un accidente, metteremo i piedi in qualche pozzanghera e scivoleremo ovunque. E invece è stata una corsa bellissima in un posto che aveva ancor più magia con quella luce malinconica che si mescolava coi colori caldi di alberi e foglie. E poi lo spirito tutto intorno, i sorrisi, le foto, le persone, il tè caldo...una mattinata bellissima, di quelle che speri di tenere a mente per tanto tempo quando vuoi pensare a come ti piace vivere a Milano. Pure quando un giorno te ne sarai tornata a casa tua.
Una doccia calda e lunga, lunghissima. Non la faccio mai così, perché è peccato. Però oggi sì. E poi uscire di nuovo. A cinema a vedere il film dei Dardenne con Nicola. Pollice molto all'insù per quel film così umano troppo umano, ma pure ben carico di buona speranza nel genere umano. E poi certe piccole grandi confessioni reciproche che vengono tanto facili solo tra persone che si intendono bene.

Io credo che le giornate così, quelle in cui tutto fila liscio in quella maniera facile e dispettosa assieme, siano regolate da un'armonia interiore che nessun rumore di fondo è capace di sporcare. Pioveva, e se ci fosse stato il sole nulla sarebbe stato diverso. Come quando stai bene e non sai spiegarti il perché.

Passo la maggior parte della mia vita a pensare a come far rientrare nella mia giornata tutti gli obiettivi che mi prefisso, a come comportarmi se subisco comportamenti che mi annientano, a come diventare la persona che voglio essere. Non credo che sia un errore avere degli obiettivi e pianificare, perché vivere è soprattutto fare progetti, pensare al futuro e non banalizzare le proprie ambizioni con l'improvvisazione. Però tutto questo include anche un tipo di sacrificio che qualche volta andrebbe evitato. È il sacrificio del presente.
Oggi ho vissuto il mio presente così. In pieno, godendomi il giorno per quello che era, con questa
magia imprevista fatta di condivisione, allegria, fatica e riposo, arte e chiacchiere in libertà.
Non ci ero abituata. Forse è un bene. Ma meno male che domani sono in ferie. Il trauma di una certa realtà a me più drammaticamente familiare potrebbe essermi quasi fatale.

giovedì 3 novembre 2016

Come diventare campioni(...per nulla rappresentativi...ma pur sempre campioni...)

Il dato è falsato. Me ne rendo conto soltanto adesso che rileggo i miei ultimi aggiornamenti su fb, ma anche gli ultimi post di questo posto ameno in cui faccio le mie "sedute" di analisi maccheronica. Chi non mi conosce da tanto tempo, e al di fuori di ciò che scrivo, non potrebbe che pensare che sono una persona devastata e ossessionata dall'incontro fatale che la proietti verso una nuova esistenza piena d'amore e passione mentre tutto il mondo fuori rimane incantato a contemplare il nostro idillio. Non è così. Questo aspetto della mia vita occupa una parte cruciale ma pur sempre minima delle mie considerazioni riguardanti il mio stare al mondo. In realtà trascorro la stragrande maggioranza del mio tempo a pensare, in ordine di importanza: 1) ad allenarmi sempre meglio e con più passione 2) a vedere film nuovi, 3) a cucinare cose buone e sanissime 3) ad accumulare tantissimi punti fragola per andare più spesso possibile a cinema gratis  4) ad accertarmi che la mia famiglia e il mio gatto stiano bene 5) ai fumetti, ma pure ai libri seri 6) lavorare senza combinare troppi guai.

Ecco, i tasselli della mia serenità si compongono di piccolissime schegge di normalissima quotidianità da cui tento di esorcizzare ogni imprevisto o scarsa possibilità di controllo. Innamorarmi è sempre stata una mia utopia imprescindibile da quando ero all'asilo e credo che in questa chiave stia la mia incapacità di afferrarlo. La scienza mi ha rivelato che io sono una preda facilissima dei cosiddetti "manipolatori narcisi", quelli che non ti vogliono ma che se gli accenni anche solo un saluto amicale cominciano a fare i brillanti con tutto il resto del mondo affinché tu te ne accorga mentre sono occupati a non avere considerazione di te. Io di questi campioni dall'acume prevedibile come l'acqua che bolle a cento gradi ho sempre avuto una passione travolgente 😆 ... A ciascuna il suo, a me i "furbi" che si credono davvero tali..
Ho cominciato a vivere in case diverse da quelle familiari da quando avevo ventiquattro anni. Ho capito prestissimo che le dinamiche che si creano nella convivenza tra estranei sono quanto di più auspicabilmente da evitare ci possa essere. Nessuna solitudine, neppure la più sofferta, regge il confronto con una cattiva convivenza.
Parto dalle mie di colpe. Uno dei miei limiti e quello di essere moderatamente disordinata e pulisco quando posso, solo il bagno e il piano cottura sono sempre impeccabili. Il resto decisamente no. Non stiro. Non rifaccio mai il letto. Un altro  terreno di scontro sono gli orari dei pasti e i pasti stessi. Mangio quando voglio e cose spesso strane e improbabili ( insalata e pasta a colazione per dirne una) , sposto spesso tutti i mobili alle 5 del mattino per fare degli allenamenti guidati da dvd americani. Cose così, ma io non potrei mai e poi mai convivere con chi non vive così o non trova normale tollerare questo per tutta una vita.
Ergo non posso che vivere da sola.

Quando penso a queste cose mi viene in mente che ho la dispensa piena di prodotti Plasmon, pur non avendo bambini e che non mi mancano mai le birre e i superalcolici pur essendo io quasi totalmente astemia. Per la statistica il sono quella che si definirebbe un "outlier", quel dato anomalo che altera le informazioni riferite al fenomeno. Come consumatrice per la statistica io sarei una neomamma alcolista...e invece ho comprato quelle cose solo perché ci ricaricavano sopra una marea di punti fragola...
Ho pensato che succede esattamente la stessa cosa quando scrivo delle mie pene del cuore o quando parlo dei miei drammi della solitudine. Mi viene facile parlarne perché sono un'idealista "Talebana" dei rapporti, ma "per fortuna" poi mi scontro sempre con una realtà che mi dà torto e che mi aiuta a pensare a tutt'altro dalle mie utopie irrealizzabili.
Scrivere di certe cose è come ricevere tanti punti fragola aggiuntivi che poi uso per regalarmi qualche altra cosa. Sperabilmente meno effimera dell'amore e più interessante  di una casa troppo pulita.









martedì 1 novembre 2016

fatta in casa

Da un po' di tempo provo a pensare a come descrivere la ma idea di casa. Sono giorni che faccio fatica ad aggiornare questa pagina perché ho quasi paura di peccare di insensibilità in un periodo in cui una parte del paese è funestato da sussulti continui, distruzione di magnifici antichi borghi e intere popolazioni che assieme alla casa hanno perso pure tutta la loro storia, le certezze, gli "affetti tangibili", i progetti realizzati e annientati come in un colpo di spugna.

Nella mia vita ho cambiato casa un numero sufficiente di volte da comprendere come lo spazio e la maniera in cui noi siamo titolati ad occuparlo condizionino moltissima parte del nostro essere.
La mia infanzia è trascorsa in un appartamento non grande e neppure troppo confortevole. Quando a tredici anni ci trasferimmo nella casa indipendente, dove tuttora vivono i miei, io ero davvero felice perché mi pareva che tutto quello spazio in più avrebbe significato più libertà, più cose da avere e più attività divertenti da inventarmi. E invece mi ricordo di essere rimasta per la stragrande maggioranza del mio tempo vissuto in quella casa nella camera mia. La mia vera casa era quella stanza li, con i libri scelti da me, i miei pupazzi, gli oggetti che incarnavano ricordi e affetti, gli incensi, i colori delle pareti, i cuscini...tutto deciso da me.

Un po' di tempo fa mi colpì la notizia di un top manager, di quelli ricchi ricchi in modo assurdo, che aveva deciso di vivere in macchina perché riteneva che soltanto quello fosse lo spazio necessario e  sufficiente per evitare di avere il superfluo, vale a dire cose non necessarie ma per le quali si spreca del tempo pe doverle gestire. E in realtà anche in precedenza avevo sentito qualcosa, relativamente a questa attitudine, che affermava che l'ambiente ideale in cui vivere è la camera d'albergo perché in quella c'è solo ciò che ci è necessario.

Anche per me casa equivale a spazio attentamente delimitato, forse perché anche io sono ossessionata dalla necessità di separare il necessario dal superfluo, che è una distinzione che qualche volta non mi è per niente facile.
Credo che la mia vera casa sia "diventata" quella in cui vivo ora, dopo due ristrutturazioni, dopo i tanti tentativi di disposizione di mobili, dopo aver buttato tutto ciò che non ho mai sentito mio e che credevo erroneamente necessario, dopo le persone che sono passate e che hanno lasciato le loro tracce...dopo che chiudendomi la porta alle spalle una giornata trascorsa a calpestare spazi non familiari, ho sentito finalmente di riconoscermi in ciò che mi stava intorno.
Sono convinta che non sia sufficiente comprare e occupare uno spazio perché questo diventi subito nostro. Sentirsi a casa solo molto raramente succede in modo immediato, più spesso è il frutto di un percorso di faticoso adattamento, conoscenza, affetto con cose e pareti che compongono il tutto. La tentazione principale è sempre quella di dare un senso di stabilità a questo, come se la casa fosse davvero il nostro guscio inattaccabile da cui proteggerci da quello che ci ha stancato o offeso. Ma è un errore. Quella da assecondare è la dimora interiore che qualche volta diventa raminga e decide di proiettarci altrove perché i luoghi smettono di raccontarci quello che siamo, perché nuovi incontri ci invitano dentro spazi meno limitati e con pareti di altri colori o perché purtroppo una tragica fatalità più spazzare via tutto e cancellare tutte le storie fatte in"casa" .

Io non lo so se abiterò per sempre in questo strano bilocale con il letto sospeso per aria, le pareti colorate piene di poster di film e di perline colorate. So che non vorrei che fosse più grande, che mi piacerebbe condividerla con qualcuno, che mi piace ancora moltissimo rientrarci dopo una giornata intera senza sapere che luce c'era nei vari momenti del giorno, che riesco a riconoscermi in questo buffo disordine da cui credo di non salvarmi neppure se butto via tutto quello che ho...
Questa casa è mia perché sono io fino all'ultimo granello di polvere lasciato nella parte alta dei mobili.  Se un terremoto me la buttasse giù penserei soltanto a ciò che lì dentro sia rimasto in sospeso: forse un libro non ancora concluso. O la persona che stavo ancora aspettando

venerdì 28 ottobre 2016

Cosa è successo? Niente, ma direi che può già bastare

Mi ero ripromessa di fare questo esercizio non prima dell'ultimo giorno dell'anno. Ma poi mi sono detta che ne ho voglia adesso e che i tempi sono ormai maturi per costruire la traiettoria di un percorso di cui ho deciso di lasciare traccia con regolarità sufficiente per riuscire ad estrarne degli elementi significativi.

Stasera ho passato in rassegna tutti i miei post di quest'anno, ho preso degli appunti per ciascuno di essi e li ho catalogati per macroaree tematiche. A stupirmi non sono stati tanto i temi trattati : ormai mi conosco abbastanza bene da ricordare che le mie materie d'elezione sono sempre le solite, quelle che oscillano tra vana ricerca del compagno della vita ideale e il gusto dello starmene per conto mio, i film, lo sport...cose così che trovano nel racconto del mio quotidiano oggetto di appunti e ricordi più o meno cari. Quello che davvero mi stranisce è la maniera con cui rivivo oggi quelle esperienze che raccontavo allora, dopo il tempo e l'elaborazione, dopo che altre cose si sono sovrapposte e nuove scelte sono state prese. E non lo so se sia un esercizio sano. Vediamo...

GENNAIO
Ho cominciato l'anno buttando via le cose che ritenevo superflue ma da cui facevo fatica a separarmi. Ne ho fatto una metafora catartica e l'intenzione di dare spazio a tutto ciò che è davvero importante. Ho coniato il verbo "decumulare"
FEBBRAIO
Vedevo un cartone americano che mi faceva riflettere sull'imperfezione di ogni rapporto fino all'inevitabile fallimento di ogni pretesa di assoluto. 
Facevo chiarezza su un mio personale equivoco durato tanto tempo e ho capito che i baci caratterizzati da "asimmetria affettiva" sono un piccolo crimine che non voglio commettere mai più.
Vedevo perfetti sconosciuti
Febbraio mi pare di ricordare che sia stato un mese faticoso...
MARZO
Comincio a correre con altre persone.
Scrivo un post al vetriolo su un collega che scatena un insospettabile clamore di cui oggi non vi è che qualche impercettibile traccia
APRILE
Scrivo un post sulla gelosia che sottoscrivo ancora adesso parola per parola. Se amo sono gelosa. Chi mi ama davvero non deve far altro nella vita che evitare che io lo sia. Sento gli applausi e il sorriso beffardo del vincitore a tavolino di signora Solitudine a questa dichiarazione...
MAGGIO
Malinconia da cambio di stagione. L'idea che Bernie Sanders potesse realizzare l'utopia del 
socialismo al potere in America...
GIUGNO
Una contrattura alla spalla che mi ha fedelmente accompagnato fino ad oggi, un viaggio in Portogallo  perfetto e una parola nuova "phubbing", ovvero l'interesse per il proprio smartphone piuttosto che per chi ti sta vicino. Mi si è aperto un mondo e poi l'ho immediatamente richiuso per rifiuto e frustrazione
LUGLIO
Comincia la mia vacanza a Milano, accompagnata alle mie solite elucubrazioni esistenziali che tanto terreno fertile trovano nella quiete della città semivuota. Equilibrio instabile, destino e azione come parole chiave
AGOSTO
Arrivarono i 40 anni
SETTEMBRE
Separazione di due attori americani che non ho mai trovato interessanti in quanto coppia. Io che corro, che comincio a divertirmi di più con cose e persone nuove, che non ho più voglia di permettere
 a qualcuno di offendermi con i miei tentativi ingenui di fiducia mal riposta, mentre continuo a fare spazio senza cercare di riempirlo di nuovo. Io che provo a cambiare meta.
OTTOBRE
Le scarpe nuove. Le mete si cambiano più facilmente con scarpe nuove e un passo diverso

Mancano  soltanto due mesi. Cosa mi ha voluto dire quest'anno mi pare già abbastanza chiaro. Direi che potrei provare ad usare questo tempo residuo come preparazione all'anno che verrà. Una specie di anteprima. Ci sarà pure un trucco per far finire prima un anno come questo del quale, non so come, ho annotato tutte queste cose? Come dici? Chi mi garantisce per un 2017 diverso? Addirittura...e cosa altro può "non" accadere?


In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...