giovedì 27 agosto 2020

Sogno asintomatico di mezza estate

Sì. Stavolta era necessario. Staccare completamente da questi mesi e dal luogo che li ha visti trascorrere e abusare della mia capacità di affrontarli. Certe volte si riesce ad avere l’esatta misura della stanchezza proprio dal tempo che è necessario a sentirsi in grado di pensare ad una nuova partenza. Credo che dipenda pure dal tipo particolare di stanchezza che ti porti appresso, quella che non si mostra solo bisognosa di buone dormite, di ozio e pensieri rilassati ma che ti impone pure di immaginarti in qualche altro modo.

Sono in vacanza da cinque giorni. Tornare a casa dopo così tanto tempo mi dà diritto al trattamento “ospite di riguardo”, ovvero una trappola, di cui mi accorgo sempre molto presto, ordita dai miei per farmi desiderare il ritorno. Ma per il momento non attacca. Le mie giornate in questo tempo lieve e di azioni lente si articolano così: La mattina al mare, a pranzo si prepara quello che propongo io, nel pomeriggio me ne sto in mansarda a fare quello che faccio sempre nel tempo libero e cioè vedere film o fare sport. La mia capacità di adattamento a ritmi di questo tipo devo dire che è stata immediata. Sto già molto meglio di cinque giorni fa e questo nonostante i problemi da cui decisi di allontanarmi quando andai via tanti anni fa siano rimasti intatti da allora. I problemi che non si possono risolvere di solito fanno così, non mostrano i segni degli anni e ti ricordano che il futuro ti chiederà una forza che adesso non sai ancora dove trovare.

Il mare mi mette pace. Mi rende “asintomatica” alle mie stesse malinconie. Mi aiuta a ridimensionare o ingrandire tutto quello che nella sua dimensione normale mi sembra sempre stonato, mi fa ricordare col sorriso le persone a cui voglio bene e pure a quelle che ho allontanato. Mi aiuta a pensare a chi vorrei incontrare.

Qui al sud il distanziamento è abbastanza rispettato, tranne in spiaggia dove è il caso di stare molto “al largo” .
E comunque forse dovrei smetterla di guardare nei carrelli della spesa degli altri per provare a capire il dilagante tasso di obesità che mi pare di rilevare in questa parte della popolazione. Ognuno si consola come vuole e si abbandona ai piaceri che crede. Ma so che non è la verità vera questa. E già che ci sono dovrei anche provare ad avere pensieri meno cinici sul sistema scolastico attuale: io credo che sia del tutto fallimentare, a prescindere dal tipo di banchi e di cautele adoperate. Io credo che un bambino cresca molto meglio con uno sport perseguito con molta passione, i cartoni e videogiochi. Lo penso senza alcuna ironia. E comunque meno male che questo non è un mio problema,  pure perché la scuola secondo me è stata del tutto inutile pure ai miei tempi.

La mia estate comincia adesso. Sono ancora un po’ stanca, ma sono lontana da Milano, dal mio vicino scemo, dal mio bagno ancora da finire e da una scuola inutile di cui non mi toccano le modalità di riapertura. E così ho pensato che in fondo non c’è proprio niente di male se, in quanto “ospite di riguardo”, lascio che nulla di ciò che ai miei occhi appare sbagliato, falso e inutile possa in questi giorni riguardarmi. Non ne ho i sintomi. E questo è positivo ☺️👌😊 

martedì 18 agosto 2020

Partire? O semplicemente ripartire?

 Forse dovrei smetterla di sdrammatizzare e ironizzare sempre su tutto. La verità è che sono veramente, irrimediabilmente, bollita. Per tutto. Sono stremata per l’assurdità di questo periodo, del caldo, dei lavori in bagno, del sudamericano col vocione, della mia pressione bassa, della fatica di vivere in una città così cambiata e irriconoscibile. Sì, sono stanca e svuotata e non ho più voglia di offrirmi chiavi di lettura indulgenti per tutto quello che non va solo per dare una giustificazione razionale a ciò che non riesco più a sopportare. In fondo che male faccio se per una cazzo di volta mi lamento non per quanto sono fatta male o per i miei limiti ma di tutto quello che mi sta intorno e pare divertirsi ad avvilirmi e a farmi desiderare la fuga. 

La settimana prossima scenderò giù dai miei. Per allora il mio bagno dovrebbe essere pronto, nonostante un ritardo che mi ha procurato una dose non indifferente di difficoltà, disagio e salti mortali al lavoro. Se sento ancora qualcuno che parla male della PA lo gonfio.

Non ne vengo fuori: il tempo mi pare sfuggirmi dalle mani, sono indebolita e faccio fatica a far tutto, tutto questo mentre provo a sorridere della mia effettiva capacità di sistemare tutto come si deve. Non sarà così. Non ora. Perché non ho più forza. Rivedere la mia casa come è adesso mi ha riportato al tempo in cui ci ho messo piede per la prima volta, un felicissimo gennaio di undici anni fa.  Avevo solo il letto e il microonde. Ricordo che fu in quelle condizioni che una sera vidi “l’ora del lupo” (rivisto da pochi giorni). Neppure il riscaldamento c’era ancora. Eppure non mi pesava niente, ero felicissima. All’epoca lavoravo in un ufficio lontanissimo, in zona gratosoglio, che mi imponeva tre mezzi e 1 ora e venti di viaggio per arrivarci. Ma io ero tutta contenta lo stesso. Oggi al lavoro ci vado a piedi e ho trasformato quella casa gelida e umida in una festosa e accogliente abitazione per ragazze inutilmente ottimiste. Eppure la questione è un’altra e mai avrei immaginato che un giorno ci avrei davvero fatto i conti. La questione è: quando si parte e si decide di andare lontano da casa per lavorare lo si fa principalmente per ragioni del tipo: migliorare la propria condizione economica, esistenziale, di crescita individuale e di consapevolezza. Altrimenti non ha senso partire. E allora ho pensato che per il mio bilancio personale posso fare così: andare per esclusione. Per esempio partirei con:

La questione economica: io appartengo alla categoria di coloro che trovano inconcepibile non lavorare e questo indipendentemente dal tipo di lavoro svolto, da quanto piaccia o costituisca o meno la nostra vocazione. Non mi immagino proprio a dire “io non lavoro”. Se solo penso al concorso, alla folla oceanica, alle attese, all’ansia...mio Dio. Lavorare a Milano ha significato comprare una casa che altrimenti non avrei preso, soldi che non avrei speso e che non compenserò certo con il mio reddito corrente. Quei soldi sono soltanto una perdita, un minus nel mio bilancio, così come tutte le spese che comporta lo stare lontano dalla famiglia in una città estremamente cara. Dunque, questione economica direi non rilevabile. Hanno ragione quelli che ritengono che di fatto i guadagni dal lavorare fuori sede siano quasi sempre inferiori al mancato costo derivante dallo starsene a casa. E ora che Milano si è svuotata per lo smart working forse ci si sta rendendo conto di che immani risorse si stia per privare.

La socialità. Forse la mia nota più dolente. Ho conosciuto una marea di persone, ma sono irrimediabilmente pochissime quelle che ho mantenuto vicine. Nessun incontro ha meritato l’appellativo di amore. Una perdita incalcolabile per la mia crescita affettiva. Ho fatto e visto un sacco di cose. Milano è una città strepitosa. Ma io sono rimasta la “solita solitaria” con vocazione agli affetti stabili. Nessun progresso evidente neppure stavolta

Crescita individuale: e che ne posso mai sapere? Come posso sapere cosa mi sarei inventata per sopravvivere alla noia del paesello. In fondo Napoli è a pochi minuti. Cosa posso saperne degli incontri mai  avvenuti, degli interessi inespressi, della fatica a cui mi sono sottratta  per adattarmi ad un sud sempre più  dimenticato. Che ne so...


Il mio bagno blu è quasi finito. Con un ritardo inqualificabile ma è tanto bellino. C’ho visto troppogiusto con le piastrelle. E poi il ragazzo nuovo che c’era oggi è molto carino e simpatico, mi ha fatto trascorrere una buona giornata.  Mi sembra di aver appena traslocato. Tanta polvere, tanto disordine. Credo che mi attenda un po’ di fatica prima delle vacanze.

Magari ho solo bisogno di ricominciare tutto da capo. Anche se questo poi significa semplicemente ripartire, ancora una volta, da qui.



giovedì 13 agosto 2020

Palindromi. I miei anni di “scapigliata” simmetria

 E così sono arrivati anche loro. Puntuali come lo scoccare della mezzanotte per Cenerentola proprio quando cominciava a divertirsi sul serio. Il mio esperimento è riuscito anche quest’anno, ma già sapevo di non aver bisogno di ulteriori prove. Oggi compio 44 anni. Non so dire come me li porti. Mi è sufficiente sapere che mi stanno ancora i vestiti di sempre, che c’è ancora qualcuno che mi fa dei complimenti e che mi chiede di uscire, che ho ancora la forza di fare un sacco di cose e conservo interessi e qualche passione inossidabile. 

L’esperimento riuscito è la mia solita prova degli “affetti di buona memoria”, quelli di chi mi vuol bene davvero perché ricorda senza sforzo il mio compleanno. E infatti le sole persone su cui conto davvero se ne sono ricordate da primo mattino. Gli altri, senza averne colpa alcuna, l’hanno scordato. E va benissimo così. In altri tempi mi sarei offesa un po’ perché io di loro mi ricordo eccome. Oggi invece penso che il pensiero non vada preteso e, se appare mancante, non vada per questo giudicato. Così è e non me ne devo dispiacere.

I lavori in bagno procedono bene, io provo a sopportare questa enorme tornata di caldo, la polvere, il lavoro e pure una certa tristezza a cui non so ancora dare un nome. Forse sono solo un po’ stanca e non vedo l’ora di andare un po’ al mare anche per concentrarmi su quello che vorrei cambiare nella mia vita a partire da questo autunno in poi. 

Come è strano avere un’età “palindroma” . Ricordo perfettamente il compleanno dei miei 33 anni: nel pomeriggio di quel 13 agosto sarei partita per la Grecia per il matrimonio di mia cugina. Avevo appena concluso il mio tirocinio a Suzzara ed ero stata confermata a Milano, che all’epoca conoscevo solo perché qualche anno prima ero stata al politecnico per sostenere il TOEFL: era stato durante il dottorato e a quell’epoca sognavo di andare a Londra per un ph.d. o un M. Sc. Quante “sterzate” che ho offerto al mio futuro! Eppure nessuna ha avuto una reale conferma: ho sempre preferito cambiare e poi cambiare ancora e ancora. È come se le strade tracciate mi spaventassero Sempre un po’ di più dei “fuori pista”...in fondo non è andata male e ad osservarli bene questi 11 anni mi sono sembrati piuttosto ganzi proprio nel loro essere così scapigliati.

Ho scordato di prepararmi la torta e come al solito non ho candeline su cui spegnere desideri che ho imparato a non rivelare neppure a me stessa. Stamattina ho scongelato un pan brioche alla crema che avevo preparato un po’ di tempo fa per una colazione di lusso, l’ho inzuppata nel latte gelato e mi è sembrata la coccola più gustosa che potessi farmi da undici anni a questa parte. 

Direi che non manchi proprio nulla per i miei prossimi sorprendenti undici anni. Intanto grazie a tutti. Ma proprio tutti. Pure agli smemorati che non mi vogliono abbastanza bene da ricordarsi di me ma che non sanno quanta ricchezza, in consapevolezza e accettazione, mi hanno regalato proprio loro.


lunedì 10 agosto 2020

Sento le mie mancanze. E per il momento non potrebbe andar meglio

 E così anche i lavori per il bagnetto nuovo sono cominciati. I ragazzi che sono venuti a smantellare tutto sono simpatici ed educati. Spero che la mia fiducia non sia mal riposta. Ora non c’è nessuno e io ne ho approfittato per fare due passi in un quartiere totalmente desertico. Molte altre volte ho visto questa città in agosto ma mai, giuro mai, ho avvertito un simile senso di desolazione tanto che persino io, che amo ogni forma di tranquillità e di pace, comincio ad avere con questo luogo quello stesso strano senso di passione affievolita che prende due fidanzati quando, allo stremo di un rapporto ormai logoro, si dicono “o ci sposiamo o ci lasciamo”. Forse è per questo che mi sono decisa a fare i lavori in casa: nel profondo di me comincio a pensare che una sintonia si sia ormai rotta e che potrei anche immaginarmi non soltanto o per sempre a Milano. E no, non ha a che fare col sud americano un po’ scemo che parla sempre e neppure con la possibilità di immaginarmi in smart working anche da Napoli, o che i corsi sul cinema ormai ci sono pure in line e che quindi sto via via perdendo ogni legame diretto con questa città. No, è proprio che mi pare di non riuscire più a crescere ad avere stimoli, ad evolvermi. Milano è cambiata troppo repentinamente, ai miei occhi non ha più il fascino delle possibilità che si realizzano. Forse stare più vicino a chi potrebbe aver bisogno di me avrebbe molto più senso anche per me e per questo strano smarrimento a cui non riesco a dare una definizione. Mah forse è solo che mi fa impressione vedere il mio bagno in quelle condizioni. Tanta polvere e macerie e nell’altra stanza i saponi e i trucchi e gli accappatoi ammassati alla meno peggio in attesa della nuova collocazione di lusso. Mi sembro una sbaraccata. Se non sai come complicarti la vita vieni pure a chiedermi consiglio.

Forse comincio a sentire il contraccolpo di mesi che solo in apparenza non mi hanno segnato. Ho trascorso davvero tanto tempo da sola, ho modificato alcune abitudini quotidiane che davo per assodate, avuto dei dolori lancinanti alle ossa di cui non so bene le ragioni se non associandole ad un allenamento un po’ più intensivo. La verità è che probabilmente sto semplicemente invecchiando e certi sforzi non posso più permettermeli e qualche volta penso che dovrei cominciare ad accettare non solo le mie attuali mancanze, ma farmi una ragione pure di quelle future e non illudermi che sia sufficiente mangiare sano e fare ginnastica per essere carina e sperare di farmi riconoscere da qualcuno che per il momento non so se e dove sia. Ma resisto lo stesso. Bisogna essere pronti a tutto. Persino ad una bella sorpresa.

Il mio bagno nuovo sarà pronto entro venerdì. Nel frattempo cambieranno un po’ di cose in questo strano mese di passaggio e di vuoto che mi pesa. E poi ho appena imparato la ricetta dei pancake proteici, fatto una maschera idratante e ringraziato la sorte anche per ciò che non mi ha concesso. Sono decisamente troppo sola in una città che mi ha ben allenato ad esserlo sempre di più. Ma l’alternativa è stata troppo spesso peggiore. Non sono ancora pronta per quello che voglio davvero. Ma vorrei almeno sapere dove dovrei farmi trovare per quel momento lì 


domenica 2 agosto 2020

Spazio liber(atori)o

Sarà che non mi sono ancora mossa da qui da quando tutto è cominciato, sarà che ho fatto in tempo a prendermi delle ferie per il mio viaggio invernale, o che sto continuando ad andare in ufficio immersa in un silenzio quasi assoluto. Sarà che mi porto appresso una astenia che non mi spiego. Sta di fatto che questa estate mi sta scivolando dalle mani senza che io abbia neppure vagheggiato la possibilità di offrirle una qualche narrazione alternativa alla mia routine, quella solita e buona per tutte le stagioni. Resterò qui ancora per tutta la prima metà di agosto, farò i lavori nel mio bagno - forse pentendomi di non aver pensato di lasciare la mia attuale casa per una più bella e meno periferica o per tornare giù dai miei - e continuerò a buttar via cose come se volessi circondarmi solo dello stretto necessario. Per il resto vorrei solo vedere film in continuazione o starmene al parco sulla mia panchina dell’immaginazione e delle possibilità.
Fa un caldo bestiale, ho dolori alle ossa che non ricordo di aver mai avuto, per il resto continuo a stupirmi di questa serenità in fondo abbastanza assurda persino per me che “mi” vivo sempre in modo troppo critico e problematico. Sto riordinando casa, ho ritrovato cose che credevo perdute e che invece fanno parte dei primi tentativi di estetica dell’arredo dei primi tempi in cui sono venuta ad abitare qui. Mi accorgo solo ora che il mio è stato un progressivo togliere e ridurre al minimo, come se le mie sicurezze aumentassero via via che riducevo le mie - presunte - necessità.

Mi gira un po’ la testa e mi fanno malissimo le mani e questa è l’unica novità. Sto per compiere 44 anni. Quando ero lontana da questa età la consideravo vecchiaia avanzata e invece oggi mi pare una condizione più che accettabile, soprattutto se evito di pensare che certi passaggi “obbligati” li ho allegramente by passati senza preoccuparmi troppo delle conseguenze. Di fatto ho semplicemente azzerato ogni mia aspettativa, provo ad assecondare gli eventi lasciandomi suggerire le azioni. E mi basta così. L’ambizione non mi riguarda più e sono ormai persuasa che le sole persone che mi vogliono davvero bene sono esclusivamente quelle che ricordano il mio compleanno. Le altre rientrano nel volume degli incontri inevitabili, necessari, sorprendenti, divertenti, minacciosi...ma non rientrano nella mia sfera emotiva di lungo termine.

Qualche volta provo a fare un esercizio che mi diverte proprio nella sua plausibilità. Provo ad immaginare cosa potrei fare, oggi, per cambiare totalmente vita, ma non nella maniera di quelli che dicono “mollo tutto e mi metto a vendere panini su una zattera a Cuba”. No, io mi previsualizzo nella concretezza di un progetto da realizzare, ma che imporrebbe un cambio cosi radicale che mi limito a sistemarlo tra gli scaffali del limbo sospeso sulle favolose utopie Mi piacerebbe tornare all’università e prendere una laurea in lettere moderne, fare uno di quei master fighissimi sulla radiofonia organizzati dal sole24 ore nei quali insegna pure Nicoletti per poi chiedergli di lavorare nella sua redazione a ragionare sugli argomenti del giorno prepararando la scaletta in mezzo a panini vegani. Vorrei poter conoscere una persona buona e divertente con cui andare sempre d’accordo su tutto, a cui preparare piatti che non si stancherebbe mai di apprezzare o a  cui si abituerebbe presto. Vorrei ritrovare la voglia di andare in giro, assieme al gusto per le novità al posto di ogni certezza stagnante.
Neppure nel mio “previsualizzarmi” in una rivoluzione esistenziale vedo bambini e bomboniere.

Ho rimesso a posto il ripostiglio e c’erano cose che non ho usato quasi per nulla, come le scarpe col tacco, certi trucchi troppo accesi, libri che non ho portato a termine, abiti troppo eleganti, vecchie foto con persone che ho scordato...ho ritrovato un sacco di roba accantonata e che proprio non mi riguarda. Persino un souvenir che mi portò da un viaggio una coppia a cui avevo fatto un piccolo esame che non superò. Si dai la racconto. Sapevo che lei era un’amante appassionata di caffè, lui meno. Un giorno preparai per loro la mia miscela prediletta e mi cimentai nella produzione della famosa schiumetta fatta col primissimo caffè che fuoriesce e lo zucchero sbattuti molto energicamente. Misi tutta quella meraviglia in una sola delle due tazzine, sperando che lui lasciasse che fosse lei a prenderla. Non fu così. Me ne rammaricai e fui certa che quello non fosse amore (intatti un paio di anni dopo lui la tradì...una caso? Io sono sicurissima di no),

Oggi fa meno caldo di ieri. Non ho ancora fatto colazione: voglio avere abbastanza fame per apprezzare il dolce che mi sono preparata ieri. Il ripostiglio è in ordine. E adesso ho un sacco di spazio. Che mi riempie perfettamente.





venerdì 31 luglio 2020

E tu? A cosa sopravvivi?

- Guarda che con me non puoi imbrogliare
- Ma figurati...ma figurati. Giammai ci pensavo...
- E allora ammettilo
- Cosa?
- Che ti servi di me tutte le volte che non sai come sfogarti ma ti va lo stesso di farlo. Tu mi usi
- Ma perché dici questo? No. È che ho bisogno di un po’ di comprensione. È un’estate complicata, ancora niente mare, in ufficio sempre tutta sola, a casa pure e così ieri al parco mi sono messa a fare quella lista
- La lista...un’altro di quegli espedienti facili per i pigri che non vogliono articolare ragionamenti complessi quando vorrebbero cimentarsi a spiegare come stanno le cose e perché accadono
- Forse hai ragione però quella che ho messo insieme mi ha divertito molto. Sai, quando stai seduta al parco per un po’ di tempo ad un certo punto i pensieri si mescolano ai ricordi, tessendo una trama così disordinata che se riesci ad estrapolarne una lista può essere che sia proprio lei a raccontarti qualcosa
- Continuo a pensare che stai facendo la furba. Ma starti a sentire rientra tra i miei compiti ingrati...allora, fammi vedere...
- E dai magari la trovi divertente quanto è sembrata a me. Sono giorni un po’ così. Abbi pazienza, faccio fatica a fare qualsiasi cosa e non so perché
- Fai fatica perché non hai più vent’anni. E neppure trenta...
- Il punto è proprio questo. Sto invecchiando eppure non penso di stare peggio di quando ero bambina e avevo più forza di oggi. Il disagio mi accompagna da sempre, anche se per ragioni differenti. Direi che mi definirei una sopravvissuta a ciascuna delle mie epoche della vita...tranne che ai trent’anni che -  come sai -  sono gli anni in cui mi sentivo perfetta (chissà poi perché)
- Sopravvissuta? Hai fatto una lista su questo?
- Beh, in qualche modo direi di sì. Per ciascuna fase della mia vita il mio disagio è stata una specie di lotta contro un tempo che non sentivo davvero mio. Ti faccio un po’ di esempi

Sono sopravvissuta:
Anni ‘80
Ai tegolini con l’olio di palma
Al tempo delle mele (1&2)
A kiss me Licia
Alla dittatura dello zaino Invicta
Ai prof che fumavano in classe
Ai capelli cotonati
Alla saga di Dallas
Allo “ciao” senza casco
Agli ombrellini di carta negli aperitivi
Al gelato gusto puffo
Alla diamonica
Anni ‘90:
- Al liceo scientifico
- A un inutile fidanzato
- All’esame di diritto commerciale
- All’aerobica in body
- Ai jeans a vita alta
- Ai film con Madonna protagonista
Anni 2000:
- Ai “devi trovare un posto fisso”
- A “Mi licenzio”
- A una coinquilina sonnambula
- Alla crociera ai Caraibi
- Ai concorsi pubblici
- Ai “ok mi sono sbagliata anche con lui”

...e così via...
- Però nei 2000 avevi anche 30 anni, quelli in cui ti sentivi perfetta
- Eh...ma i trent’anni passano. Sono i 2000 che restano...
- ti perdono anche stavolta. Sfogati pure piccola mia. Ne hai tutte le ragioni





lunedì 27 luglio 2020

Era proprio necessario? La domanda è mal posta

C’è una cosa che mi imbarazza moltissimo e della quale sono la prima a stupirmi. Da un po’ di tempo ho scoperto che qualche avventore legge dei miei post risalenti al 2015. Mi sono persino incuriosita per quei titoli ormai estranei anche a me stessa, ci clicco sopra e mi metto a rileggerli. Il più delle volte mi ritrovo catapultata in questioni ormai sopite da tantissimo tempo, a rivivere sensazioni evaporate e rimpiazzate da tutt’altro, risolte in una bolla assieme a tutti gli equivoci dipanati molto banalmente dalla prova dei fatti. È tutto così strano ciò che viene osservato con gli occhi e la consapevolezza del poi. Ma quello a cui non avevo proprio pensato è il mio imbarazzo attuale: vorrei dire al mio lettore di oggi che quelle cose sono tutt’altro da come le vivevo io a quel tempo, che oggi potrei giurare che non mi soffermerei con quei termini su certi episodi. Addirittura si è messo a leggere un post dove raccontavo di aver dato un bacio a tradimento a uno. Sì, so di averlo fatto davvero (e fu l’unica volta in tutta la mia vita in cui mi sono ritrovata a fare una cosa tanto assurda) ma detta così come l’avevo scritta mi dipinge come una pazza bisognosa d’affetto. In realtà fu una cosa molto buffa, tenerissima, dettata da sentimenti che ho deciso di non provare mai più perché non rappresentano più la mia attuale grammatica dei sentimenti. Vorrei dirgli che adesso sono proprio un’altra persona e che faccio i conti con dilemmi di tutt’altra natura che mi tormentano già da un po’ e che sembrano chiedermi più o meno sempre questo: “Ne valeva la pena?”.

Tranne che per le questioni sentimentali mi definirei un’assoluta testarda: se la mia motivazione è seria io proprio non mollo. Posso starne certa. Invece per tutto il resto, quello che non concerne la volontà, mi rendo preda esclusiva degli avvenimenti. È stato così che ho subito senza strappi la mia destinazione lavorativa: prima nelle Marche, poi nel mantovano. E poi a Milano. Mete mai scelte che ho sempre considerato frutto di un destino da assecondare. È stato così che ho deciso di comprare la casa in cui vivo e poi di trovarmi a subire il vocione di un detestabile uomo grassissimo che parla tutto il tempo con chissà chi dall’altra parte del mondo per notti intere. È stato così che la mia naturale attitudine alla tranquillità e al silenzio viene indebitamente compromessa da mesi.

Tantissimi anni fa ho avuto un fidanzato (l’unico che abbia presentato ai miei come tale e del quale conoscevo a mia volta la sua famiglia) che mi invitava a casa dei suoi solo perché sua madre mi insegnasse a cucinare come lei e che una volta, al telefono, mi illustrò un decalogo sulla buona moglie: si raccomandava che non mi trascurassi mai e a tenere sempre in ordine la casa. Giuro che questo mi è successo davvero. Ero molto giovane ma quella cosa fu per me un vero trauma. Con gli anni ho conosciuto uomini anche peggiori e oggi so che forse incappare in certi soggetti sia in qualche modo tutta colpa mia, nel senso che con altre donne sarebbero degli uomini meravigliosi. Come me invece diventano terrificanti. Continuo ad essere fatalista ma su questa cosa qui vivo di rassegnazione ormai pacificata.

Vorrei dire al mio lettore dei miei cinque anni fa che oggi ho risolto un sacco di quelle questioni. Che certi problemi non me li pongo neanche più, che altri li affronto con una risolutezza che sorprende persino me e che questi anni si confrontano con una persona sempre meno entusiasta del prossimo e del futuro, con la nuova dotazione di una buffa e pacificata perplessità sul presente.
Vorrei fargli sapere che il mio entusiasmo per Milano oggi mi appare progressivamente ingiustificato, che sono meno infelice di cinque anni fa ma infinitamente più stanca, che ho creduto un paio di volte di innamorarmi e invece ho scordato tutto e tutti senza considerarmi vittoriosa per questo.

“Ne valeva la pena?” La risposta esatta è no. Oggi so che la pena non vale mai niente di niente. Come un sacco di cose necessarie. Ma del tutto inutili.

P.S.ho detto all’amministratore che il vicino è insopportabile. Mi ha detto che adesso glielo dice lui. Quanto è normale pretendere di stare un po’ in pace? A proposito di domande poste male...

mercoledì 22 luglio 2020

Una vita attiva_bile


Pare impossibile essere già a fine luglio. È passata più della metà di un anno in cui mi trovo a dirmi fortunatissima solo perché viva, non malata, con ancora un lavoro e senza morti per cui piangere. Eppure anche per me nulla sarà mai come prima. Me ne rendo conto da quando apro gli occhi al mattino,  quando bevo il caffè, quando mi preparo il pranzo. Lo capisco quando cammino in una città che non riconosco più, quando entro nei cinema vuoti, quando vado in ufficio e lo spazio di condivisione ora è tutto mio. È così strano pensare che in fondo la qualità della mia vita sia di fatto tanto migliorata eppure io non riesco a trovare la giusta logica alle sensazioni così inedite. Davvero non so come ritarare il mio modo di percepire il presente.

Ci cascano sempre. Non c’è niente da fare, quando voglio che emerga il mio lato cattivo sono loro a darmi le soddisfazioni maggiori riguardo alle mie convinzioni sul genere umano. Forse è perché mi sono avvicinata ai social partendo dal mondo dei blog e questo vuol dire prediligere, anche in modo involontario, l’argomentazione e il pensiero articolato rispetto agli slogan o alle affermazioni categoriche, quelle che prestano il fianco a provocazioni o reazioni divisive. In questi casi è guerra certa. E qualche volte me la cerco. Mi basta dire che non invidio nessuna madre di bambini capricciosi, che il nord è più evasore del sud, che il privato non è meglio del pubblico, che chi pensa male di Lars Von Trier è perché in realtà non lo ha capito...cose così, pareri personalissimi posti in modo irritante e in grado di generare delle reazioni così esplosive che mi domando come sia possibile che non esista ancora qualcuno che abbia dichiarato guerra per rivendicare il tempo di cottura della pasta. Il tasso di permalosità sui social è centuplicato e non sempre mi è davvero chiaro il perché.
A volte rimango spiazzata, altre mi diverto moltissimo pur sapendo di essere una che fugge da tutti i conflitti possibili e che mi offendo quasi subito e poi che non credo nel valore del dibattito e nella sua capacità di modificare realmente il pensiero originario di chi è già persuaso di una propria convinzione. Il cambio di mentalità credo che  necessiti di altri canali, diversi dal confronto dialettico. E così, ogni tanto, mi metto sulla tastiera, lancio qualche provocazione, leggo le reazioni, rispondo, mi accorgo che il mio interlocutore non è capace di argomentare, provo a stressare fino in fondo la sua rabbia, e arrivo a fargli dire cose di cui probabilmente in condizioni normali si scandalizzerebbe lui stesso. Poi però di solito si arrende e io trovo così conforto riguardo alla mia idea sul nostro essere delle creature tanto prevedibili. Forse è proprio questo che ci manda veramente fuori di testa. Mi basta poco per farmi contenta, persino avere ragione della banalità mia e quella degli altri.

Mi definirei una buona ascoltatrice, soprattutto da quando ho imparato a parlare sempre di meno, ma fuggo dai logorroici che hanno semplicemente bisogno di qualcuno per parlare solo a se stessi. C’è stato un tempo in cui una mia coetanea mi tediava per ore con le sue storie patetiche su come gli uomini la usassero. Credo di averle ripetuto cinquecento volte cose che lei puntualmente non metteva in pratica ma che non la dissuadevano dal perseguitarmi continuando a farmi sapere come la trattassero come mero oggetto sessuale . Un giorno mi disse una cosa del tipo “sempre meglio di come hai deciso di fare tu, che di fatto non vivi”. Non smetterò mai di ringraziarla per quel pretesto formidabile che mi offri l’occasione di non avere più nulla a che fare con lei. Mi finsi offesa e le dissi che non avrei mai più dato ascolto ai suoi monologhi infiniti è sempre uguali a se stessi. Che bello.

Nella mia vita “reale” ho imparato a non innescare mai litigi e a ridimensionare ogni situazione di conflittualità. In quella “virtuale” amministro un mio mondo in cui provo a trovarmi simpatica, articolo meglio i pensieri, provo a giocare con i paradossi e lascio emergere la parte cattiva giustificandola con pretesti a scopo conoscitivo. Tutto, pur di non diventare una noiosa logorroica che cerca gli altri semplicemente per continuare ad ascoltare sempre e soltanto se stessa

lunedì 13 luglio 2020

In estate. Io ci sto

Non ce n’è per nessun’altra. Per me solo l’estate vale. Delle altre stagioni non so proprio che dire e se non ci fossero non ne sentirei alcuna mancanza. Non mi importa del caldo che fa, e neppure dove sono o se sono o no diretta da qualche parte vicina o lontana. Non mi importa se sono sola o in compagnia, se lavoro o sono in ferie. Quando è estate sono sicura che sarò più felice che in qualsiasi altro momento dell’anno, a parità di condizioni. È una specie di bonus di endorfine che agisce direttamente sul mio stato d’animo, donandogli equilibrio e armonia. E questo fatto rimane intatto anche se mi trovo in quella fase malinconica in cui coltivo pensieri cupi sulla mia vita, sulla qualità del mio tempo e del mio modo di stare al mondo, anche quando penso che i miei siano un po’ rammaricati della mia decisione di starmene per conto mio in un modo così categorico e ormai intransigente.
L’estate è il mio cambio di prospettiva sul mio quotidiano, sono le lunghe passeggiate del tardo pomeriggio, è dormire sul divano con la finestra aperta, è la luce domestica che regala a questa casa un’atmosfera frizzante di accoglienza e di festa. Sono i libri letti sul pavimento, le insalatone già pronte nel frigo, è girare scalza e con un impalpabile vestito di cotone da tre euro. È la mia panchina storica al parchetto fuori casa. Persino il sudamericano si è zittito col caldo...spero che stia bene.

Qualche volta il mio papà mi chiama la sera e ultimamente pare non veda l’ora di raccontarmi che tutti i figli dei suoi amici stanno per divorziare. È successo in realtà solo due volte, ma mi sono bastate per chiedermi perché lo abbia fatto. Poi ho pensato che forse, in un modo tutto suo, stesse cercando di darmi ragione, magari provando a capire cosa stia succedendo ad una parte della mia generazione che vive i rapporti di coppia in un modo diverso da quello della sua. Forse vuole consolarmi, senza sapere che non ne ho affatto bisogno, e che comprende questa mia strana dimensione di attesa a tempo indefinito dell’incontro certo, che non voglio più fare tentativi in nome di chissà quale paura di restare sola. Forse ha capito che non funziona così e che si può stare davvero molto male quando ci si lascia tra avvocati o rancori da legami posticci. Sì, forse mi racconta queste cose perché in qualche modo si sta rendendo conto di cosa vorrei davvero dalla vita e cosa vorrei esser certa di evitare.

L’estate dura troppo poco per giustificare tutti quei mesi di freddo e di buio, tutti passati attaccata al termosifone, col raffreddore, la pioggia, il ghiaccio del mattino, il brodo...non ne vale per niente la pensa. Bisognerebbe andare in letargo per decreto per almeno nove mesi. 
E poi svegliarsi alla fine di maggio, farsi un bel massaggio per fronteggiare la prolungata atrofia, mettere un rossetto chiaro per ravvivare l’incarnato, indossare un paio di jeans a zampa, una canotta bianca e aderente con una collanina coloratissima. E poi sorridere e uscire a riconoscersi. 
In alternativa va bene anche così: dormire sul divano, lavorare in un ufficio vuoto, passeggiare fino allo stremo all’anello di Linate, sedersi alla panchina a leggere un libro in cui tutto va come deve andare. E tornare a casa. Con l’insalata pronta e la finestra aperta ad accogliere l’ultima luce. Così. Fino al prossimo letargo.

Buona estate. Qualsiasi cosa significhi per voi

mercoledì 8 luglio 2020

Un bagno nel blu

A giudicare dal preventivo che mi ha presentato direi che sto per ristrutturare il bagno dei Casamonica. Mio padre, come al solito, mi ha detto che mi sono fatta imbrogliare, che con quei soldi ci ristruttura tutta casa sua e gli fanno pure un monumento di riconoscenza. Forse ha ragione, ma il mio istinto mi dice di fidarmi di quel signore gentile e paziente che ha preso meticolosamente le misure, assecondato il mio bisogno di vedere e rivedere tutto il catalogo delle piastrelle, rubinetti, persino del vetro della doccia e inezie  varie da bambina capricciosa. E poi mi regala pure il televisore e mi ha garantito che mi finiscono tutto il lavoro in cinque giorni. 
Alla fine ho deciso di tenermi questa cuccia assurda e con un po’ di chiasso intorno e di mettere a nuovo il bagno. C’è sempre tempo per fuggire altrove e io vorrei tanto farlo in compagnia di qualcuno. Possibilmente. Nel frattempo provo a stare ancorata a questo strano posto come meglio posso. Così è deciso.

Comincia a fare molto caldo. In ufficio sto ancora piuttosto bene nella mia quasi totale solitudine e Milano mi pare alquanto vuota, ma mi sento molto fiacca e dormo troppo poco. Forse dovrei accettare qualcuno degli inviti a cui mi sottraggo sempre con scarse motivazioni. E poi dovrei finalmente cominciare ad imparare a sentire tutto in un modo diverso. E forse è vero che il mio bagno nuovo costa troppo, ma se viene come me lo tengo in testa sarà bellissimo. E se invece non sarà così? Può darsi che a quel punto comincerò a sentire che questa casa non sia più davvero mia e ad applicare un po’ delle mie tecniche del distacco che qualche volta mi tornano utili, quando capisco che si è concluso un percorso. Anche se dovrò farlo tutta sola.

Sono maledettamente stanca. Vorrei fare uno dei miei viaggi in solitaria in un posto di mare dove si rimane in costume tutto il giorno e con quella sensazione di pelle asciugata dal sale. Vorrei chiedere ad uno qualunque dei miei passati amori come hanno fatto a farmi battere così forte il cuore. E come mai oggi questa cosa non mi riesca più. Secondo me è che sono stata proprio brava a riuscire a smettere. Vorrei mangiare una fetta di cheese cake in un posto figo di Milano parlando di qualche film bello con qualcuno. E poi vorrei finalmente indossare il vestitino nuovo che ho comprato da un po’ di tempo e che poi non ho mai avuto voglia neppure di sapere come mi stia.

Sono contenta di fare il bagno nuovo con tutte le piastrelle blu. Davvero. Non vedo l’ora che comincino i lavori.

domenica 5 luglio 2020

Sentirsi nel posto giusto. O perlomeno sentirlo così

Ho aspettato fino a ieri. Dopo circa quattro mesi sono ritornata al cinema. Ho scelto uno di quei piccoli cinema di quartiere, dalla parte opposta della città così da impormi di passare per il centro e ritrovare luoghi da cui sono stata lontana per un sacco di tempo. Sono andata allo spettacolo dell’ora di pranzo: un film in lingua originale. Sono uscita di casa piuttosto presto e con il pranzo al sacco da consumare ai piedi del Duomo, dopo aver ritirato delle cose alla biblioteca Sormani. Poca gente, abbastanza silenzio, molto caldo. Il mio panino era squisito.

Ho camminato per tutto il corso e sono arrivata fino a Porta Venezia, ho mangiato un Mcflurry al bounty che ho molto apprezzato, ma continuo a preferire quello allo sneakers. Il film era talmente bello che nessuno ha osato fare la cosa che temo di più al mondo e cioè accendere il telefonino in sala. Tutto è filato liscissimo e io sono rientrata a casa con quello strano senso di pienezza e di pace che mi mette sempre un po’ in imbarazzo tutte le volte che continuo a trovare sufficienti cose così minuscole per stare serena. Appena rientrata ho dato lo straccio al pianerottolo fuori al mio uscio e alle scale della porzione di corte in cui abito: dovremmo fare una turnazione tra quattro famiglie, ma non si rispetta mai e allora lo faccio io tutte le volte che posso...che non è così spesso...ma vabbè...

Sto studiando un po’ di soluzioni per ristrutturare il bagno, liberarmi di un po’ di mobili, cambiare il colore delle pareti, creare una nuova disposizione all’accoglienza. È da un po’ di tempo che medito di traslocare e fare un salto di qualità domestica e di quartiere, però alterno quello che è un bisogno ormai maturo con la voglia di giocare ancora un po’ con questo posto assurdo e un po’ freakettone che a volte mi irrita ma ancora mi affascina molto. Mah proverò ad intercettare la soluzione ottimale man mano che rifletto su questa cosa.

Sto pianificando le mie ferie. Tornerò giù dai miei a fine agosto e credo che ci resterò fino ai primi di settembre. Lo scorso anno, nello stesso periodo, mi ero regalata il festival del cinema di Venezia. Non mi ci volle molto tempo per capire che non fa per me tutta quella folla, le file, la maleducazione dei veneziani e la loro insofferenza nei confronti di chi viene da fuori e che accolgono solo per avidità. Credo di essere l’unico terrestre ad odiare Venezia. Ad ogni modo, se dovessi mai tornare a quel festival adotterei la strategia di vedere solo i film della sala Volpi. I più belli che mi ricordi e che spesso non approdano in sala.

È da un po’ di tempo che faccio una cosa di cui ancora non ho mai parlato. Credo che proverò a farlo tra qualche tempo, quando saprò bene che tipo di esperienza è stata davvero. Per ora direi che è stata una cosa strana, un po’ faticosa, a sua modo illuminante. Poi racconto.

Oggi c’è un sole splendido e una luce in casa che quasi mi costringe a sgusciare fuori, portare dietro un libro qualunque, il ricordo del sogno di stanotte, qualche piccolo oggetto di cui liberarmi e il pensiero  a qualcuno a caso cui tengo.

Ho fatto colazione con dei pancakes di avena e farina di cocco, frutta e yogurt. Sono a posto. In un posto che ancora sento mio. Anche oggi mi lamento un’altra volta. Non mi pare affatto poco

Non dove, ma come. Non con chi, ma perché. Non se, ma quando

  Sono arrivata all’aeroporto con la baldanza di chi crede di essere in larghissimo anticipo ma non ha fatto i conti con la folla oceanica f...