sabato 9 aprile 2016

Una leggerezza...per ora insostenibile...

Quando me ne sono resa conto ho subito pensato "oddio, cos'ho fatto!?!?",  come se tenerle sempre lì,  sotto cumuli stratificati di tanto altro ciarpame che mi piace conservare, mi aiuti a sentirmi meno "sguarnita". Sono stata per più di un minuto in silenzio a riflettere su quell'attimo di distrazione "fatale" , quella che mi ha portato a cancellare tutte le mail che tenevo archiviate perché meritevoli di ricordo e affettuosa evocazione. Roba risalente ad almeno cinque anni fa, spesso scritta da persone che non vedo da tanto tempo, con le quali i rapporti si sono indeboliti in modo non proporzionale al ricordo, frasi bellissime, notizie  che mi hanno sorpreso. Quelle mail erano state sempre lì, in quella scatola virtuale che credo di aver aperto solo due o tre volte, ma l'importante era sapere che ci fosse dentro tutto ciò che avevo deciso di custodirci. Mi ricordo di una lettera di auguri magnifica per il mio compleanno, del tutto inattesa e piena di una dolcezza atipica -  data la "penna" che la componeva. Ma poi anche di un abbandono e di tutti gli inutili chiarimenti che ne seguirono. E poi di un viaggio che avevo fatto e del quale condividevo i ricordi con le persone che avevo  conosciuto in quell'occasione. Un piccolo patrimonio di parole, sensazioni, lacrime, arrabbiature, stupore e affetto...che è andato via con un click.
Ci stava in quel gesto di un attimo tutto il bisogno di un "reset" simbolico, ma anche concreto, che mi togliesse pure la tentazione di tornare a quel passato ingabbiato e traviato da emozioni ormai estinte. Ho aperto quella "scatola", l'ho buttata nel "cestino" e ho fatto un "elimina tutto". Senza fare neppure un rifiuto, è scomparso tutto come succede con la magia di cui però vorresti conoscere anche il trucco per poter rimediare. Invece stavolta niente, tutto sparito per sempre e senza lasciare la minima traccia.

Per un po' mi ha fatto impressione, io quella lettera per il mio compleanno me l'ero riletta tante volte, era così bella, mi raccontava così tanto di me con gli occhi di un altro...ma poi se ne stava lì, senza riuscire a sbiadire e ingiallire come la carta da lettere che invecchia e per questo io poi non capivo mai, o mi faceva comodo non capirlo, che il tempo ne aveva minato inesorabilmente la forza e il significato. Le mail invecchiano in modo strano, rimangono congelate nella cronologia, sono facilmente rintracciabili, ma poi pure quelle, quando le cerchi e le trovi subito,  cominciano a raccontare storie diverse, sembrano diventare tutt'altro, mostrano la loro vecchiaia pur senza i segni evidenti dell'usura.

Io ho sempre odiato festeggiare il mio compleanno, la cosa che mi salva è che capita a ridosso di ferragosto, quando non ci sta nessuno e io posso far finta di niente. Quasi nessuno, al netto degli aggiornati di fb, se ne ricorda, e in ogni caso la candelina la spengo sempre da sola, per fortuna. Però qualche volta, tanto tempo fa, qualcuno a cui tenevo se ne era ricordato e mi aveva scritto un sacco di belle cose. Con gli anni ho scoperto che non erano vere e io andavo nel mio archivio a leggermele giocando a crederci. Poi stamattina ho deciso che il mio spazio di memoria meritava di essere liberato.
 Se fosse stata una lettera di carta sono sicura che avrei ripreso il cestino e reincollato tutti i pezzi. Per fortuna con le lettere moderne questo non si può fare. E meno male che non l'ho stampata. Ho riprovato a fare la mia ricerca nel mio cestino visrtuale. E niente, è sparita per sempre. Ecco, mi sento davvero leggera. Diciamo pure vuota. Ed è una cosa tremenda.

giovedì 7 aprile 2016

Chi va veramente a "genio"?

Alla fine il dubbio ti viene. Quando ti appassioni a personaggi che trovi geniali al punto da provare a figurarteli nel loro momento creativo, ti chiedi da dove venga tutta quella magnifica ispirazione. Dice che il genio ha una sua matrice insondabile e misteriosa, che non è il frutto di una educazione, esercizio o istruzione, che conta poco pure quanto il soggetto in questione sia colto. Il genio è tale perché c'è in lui qualcosa di divino che gli consente di leggere il mondo secondo una chiave del tutto nuova, aggiungendo altre verità e nuove prospettive. Ok, mi piace perché mi fa sentire meno in colpa, nel senso che è inutile che mi sbatto e mi impegno per diventare genio che tanto è una cosa che non si può imparare. Tutto quello che avrei potuto fare se proprio avessi voluto essere un po' più felice di come sono (ma manco è detto) era capire quale fosse la mia attitudine principale e lavorare solo su quella. Perché si sa, tutti noi umani, anche quelli semplicemente normodotati, siamo felici se riusciamo ad essere la massima espressione di ciò che siamo. Che ci vuole?...non chiedetelo a me (tendo alla violenza quando non conosco le risposte)

Invece per i geni è diverso. Loro sono già la massima espressione di se stessi e pure di quello che riescono a fare. E allora ho cominciato a chiedermi come possono mai articolarsi delle giornate-tipo dei geni: sono così sregolati come vuole la letteratura più banale al riguardo? Oppure ci sono considerazioni più sottili sulla condotta di questi invidiabili "macrocefali". Ho provato così a considerare le abitudini di alcuni famosi "intellettuali"  (facciamo che uso la parola genio con più cautela da ora in avanti) contemporanei che trovo estremamente interessanti, se non altro perché per tutti loro si tratta di autentiche ossessioni da cui non possono prescindere per poter lavorare ai loro altissimi livelli.
Ci sta la Amelie Nothomb, di cui ho appena finito l'ultimo delizioso libro (il primo per me), che scrive tutti i giorni dalle 4 alle 8 del mattino e poi basta. Passa poi il resto della sua giornata a scrivere a mano lettere di risposta ai sui ammiratori. Pubblica rigorosamente un libro all'anno. Non uno di più né uno di meno
L'altro famosissimo scrittore Murakami dice riesce a mettere la penna sul foglio soltanto dopo aver corso almeno per dieci chilometri. Anche per lui questa è una pratica quotidiana.
Woody Allen scrive tutti i suoi film in una camera d'albergo, con una macchina da scrivere, poi taglia i fogli a pezzettini e ricostruisce i dialoghi facendo dei grossi collage. mai usato il pc, mai scritto a casa sua.
Il mio amatissimo Zerocalcare non conosce resa: è capace di tenere la matita in mano per dodici ore di fila, sudare, non mangiare non avere necessità primarie, fino a quando non decide di aver finito. C'è una mistica zen nella sua concezione del disegno e se non l'avessi visto con i miei occhi non lo crederei possibile.
Superfluo dire di Kubrick che viveva in un labirinto inespugnabile da chiunque e della cui maniacalita' ha risentito il sistema nervoso di chiunque abbia lavorato con lui.
Haminguay e Bukowsky (ma in realtà moltissimi altri) non scrivevano mai niente senza almeno un gatto tra i piedi.
Non vado oltre che tanto mi bastano questi esempi per pensare che pure quella degli intellettualmente eletti è 'na vitaccia e trova le su ragioni di completezza nelle sue stesse ossessioni.

Io non posso sapere cosa significhi essere un genio, trovo già una conquista enorme riconoscerlo e apprezzarlo, ma credo che la questione stia proprio tutta qui: alla base di ogni talento innato, pure di quello rivolto a sovvertire le regole auree fino ad ora conosciute in quel campo del sapere, c'è anche una forma ossessionata di rigore e di disciplina che trova sfogo in attività anche molto strane e improbabili. Forse perché è vera la storia che tutto si tiene assieme secondo legami non banali, misteriosi  o magici di cui solo gli illuminati comprendono il senso.

E niente. Volevo solo aggiungere che sapete tutti che io mi alzo all'alba, faccio sport tutte le sante mattine, amo i gatti...e che quella del genio "incomprensibile" è una carriera che si costruisce piano piano...prima di riuscire generare una perfetta "Arancia meccanica" o anche un'"Irrational man" di tutto rispetto.
(Ahahaha....ahahaha)









martedì 5 aprile 2016

Amori "universali" molto "provinciali"

La cosa più ingenua che possa pensare una persona che è vissuta per trent'anni in provincia e poi va a vivere a Milano è quella di credere che quando torni un po' a casa non troverai mai delle novità sorprendenti.
Sono qui da due giorni e dalle amabili conversazioni con i miei parenti ho sentito solo di storie di abbandoni e tradimenti. Credo che un bravo romanziere avrebbe materiale per una collana intera.

Matrimoni da sogno infranti così all'improvviso e quasi senza un perché, relazioni pericolose, fughe di mezzanotte, intrighi, inganni, bugie...tutto questo è successo davvero, a persone reali e in situazioni precise che hanno dato al mio paesello un volto e un fascino che mai gli ho attribuito prima.

Il tema di fondo è sempre lo stesso che mi ossessiona da sempre, dato il mio scarso talento in materia sentimentale: l'incapacità del maschio di rimanere fedele per sempre alla donna scelta come moglie, le incomprensioni, l'incomunicabilità, l'impossibilità di congelare i sentimenti al loro magnifico stadio di incanto iniziale. 
Quello che trovo stranissimo è che quando penso a queste cose mentre sono a Milano mi sembra un fatto normale. Io alla città associo immediatamente  una certa impossibilità nel consolidamento dei rapporti profondi, perché tutto corre più veloce, gli incontri sono moltiplicati ma spesso troppo effimeri per riuscire ad arrivare a strutturarsi. Forse perché sono convinta che i legami che ti costruisci da adulto e in una città che non conosci da tutta la vita richiedono un tipo di collante tanto difficile da fabbricare. E io in verità non so neppure di che pasta sia fatto.

E poi arrivo qui e in un paio di amabili conversazioni coi parenti, scopro che c'è tutto un mondo di intrecci romantici a fare da sfondo alla noia, all' abbandono e al niente...
Mica me ne compiaccio poi così tanto. Tornare a casa per me vuol dire avere la certezza che ci sia un luogo che a dispetto delle pochissime opportunità che mi offre, si faccia vanto di affetti consolidati,  di legami tenaci e protetti con la stessa cocciutaggine contadina che garantiva frutti pure da una terra 
dispettosa e che anzi mi venga a rinfacciare la mia incapcita di trovare queste cose in una città che non sarà mai la mia perché a certi valori non riesce ad arrivare.

E invece no. In paese succedono le stesse cose che a Milano. Ci si incontra, ci si illude di amarsi alla follia, passa un po' di tempo ma neppure troppo...noia, abbandono...e niente...non ti voglio più.

Però le storie di tradimenti che succedono al paesello a Milano se le sognano...e poi ci sta quel'"indotto" ineguagliabile fatto di pettegolezzo, ricami romanzati, travisamento dei fatti...di cui solo un provinciale può capire l'essenza.

P.S. Io per amore sarei disponibile a trasferirmi pure ai polI. Basta che mi garantisci che almeno là durerà per sempre




lunedì 4 aprile 2016

Scelte insindacabili

Avevo pianificato questa vacanza da un sacco di tempo. Mi piace moltissimo andarmene via dall'ufficio subito dopo le feste comandate. Credo che sia una specie di splendido paradosso quello di riuscire a moltiplicare il beneficio delle date da onorare proprio perchè non le si onora. E cosi appena sono tornati tutti al pieno regime delle loro attività, mentre io occupavo gli spazi di un ufficio semivuoto e a basso impatto produttivo, ho salutato tutti per farmi finalmente i fatti miei con i tempi totalmente anarchici che mi posso permettere e che per questo mi risultano molto più dilettevoli.

Questa premessa un po' gradassa mi serve per dire un paio di cose alle quali mi sono resa conto di tenere molto perché causa di forti dilemmi in passato.
Ho già avuto modo di dire un sacco di volte del mio rapporto di totale diffidenza verso i sindacati, realtà che apprezzo soltanto sulla carta e non per le persone che li rappresentano (la mia piccolissima esperienza per la questione estero e il parere, che ho trovato sbrigativo e persino un po' seccato della collega/sindacalista che all'epoca ebbe pure il mio voto, non è che un piccolissimo e insignificante esempio personale. In realtà purtroppo la mia idea è sempre stata questa).

Il 7 Aprile pare che ci sarà uno sciopero per rivendicare questioni fondamentali e, indipendentemente dal fatto che siano dei sindacati a promuoverlo, credo che stavolta avrebbe visto in piazza anche me.

Da quando lavoro ho scioperato una sola volta. Ero al mio primo impiego nella rossa Coop Adriatica, credevo ancora che lavorare in certe realtà avesse un significato, avevo sempre votato comunista...ed ero tanto entusiasta. Ho imparato troppo presto che l'ingenuità ti salva la vita solo fino a quando non scopri che era ingenuità se non addirittura meschina presa per i fondelli. Da allora giurai che non avrei mai più fatto un solo sciopero in tutta la mia vita lavorativa, neppure per giustissima causa. Tuttavia, per stemperare il senso di colpa da mancata partecipazione ad azioni di contrato dimostrative, ho adottato questa strategia: il denaro guadagnato in ogni mancato sciopero l'ho sempre destinato ad una causa "umanitaria". L'ultima volta per esempio è stato per il canile di Milano devastato dall'alluvione. Lo hanno riaperto due mesi più tardi e ho sentito la cosa come una conquista personale molto concreta. La volta precedente il mio bonifico da giornata lavorativa fu per i profughi della Palestina...ma temo che per là vedere dei risultati dovrò attendere ancora molto...

Ebbene sì, io non credo affatto nel valore dello sciopero per esprimere la propria voce e il proprio malcontento, credo che i sindacati facciano solo ed esclusivamente i propri interessi come tutte le lobby dall'impianto arcaico che si consolidano in questo Paese, credo che lo Stato ci guadagni molto da una giornata di lavoro non pagata, credo che il cosiddetto Sistema Italia risenta moltissimo dei disservizi creati dallo sciopero generando ancora più odio e disordine sociale - abbassando il benessere generale in modo irrimediabile, credo che bisognerebbe fare uno sforzo molto più serio per inventarsi una maniera più efficace per rivendicare pretese ragionevoli.
A farla breve, mi sono stancata di essere una persona di sinistra che non apprezza più niente del suo essere di sinistra.

Il 7 Aprile ci sarà uno sciopero. Ma io per fortuna sono in ferie. E, almeno per una volta, sono proprio contenta di non avere la colpa di fare la solita scelta giusta che tenta di farmi sentire sempre un po' più sbagliata di quelli che trovo sbagliati.
          

venerdì 1 aprile 2016

Pablito (che cosa sei...che cosa sei...) (o chi?)

Era il 13 giugno del 2013. Avrei giurato molto di più. Quella mattina ero contenta e tanto curiosa. Avevo chiesto al mio amico Paolo di accompagnarmici, che da soli queste cose non si fanno. Mi ero imposta di non immaginare nulla, soprattutto di non avere pretese estetiche. Doveva essere tutto una sorpresa, come quando si diventa genitori.
Avevo promesso al signor Franco, uno dei tanti anziani che, per arrotondare la pensione, vengono in agenzia a portare gli atti da registrare, che avrei preso uno dei micini salvati dall'associazione a cui appartiene anche sua figlia.
Entro nell'abulatorio veterinario, dalla piccola gabbia sgusciano fuori due mici gemelli e uno di loro mi salta addosso con la determinazione di chi vuole assolutamente essere il prescelto. È stato molto più facile di quanto pensassi. Fu lui a scegliere me. La figlia di Franco mi regalò un topolino di pezza e la sportina per il trasloco. Fu così che il mio sfortunato micino  abbandonato in un cassonetto di San Donato ebbe una casa e tante mensole su cui saltare e da cui far precipitare i ninnoli accuratamente scelti a rappresentare la mia estetica domestica.
Aveva meno di due mesi e io non mi ero neppure ancora dotata di una lettiera per una dignitosa accoglienza. Così io e Paolo andiamo alla Coop e prendiamo tutto quello che serve al nuovo arrivato, oltre ad un bel traspostino fucsia per quelli che sarebbero stati dei viaggi abbastanza frequenti.

Pablito è rimasto con me un anno, poi, una delle volte che tornai giù a casa con lui mi resi conto che era davvero una crudeltà quella di tenerlo rinchiuso in un bilocale, solo tutto il giorno, senza mai uscire, mentre ora nella casa di giù scorrazza felice per il giardino, socializza con i tanti mici dei miei, fa la pennica con mio padre, con cui ha un rapporto molto più speciale che con me. Quella volta, ormai due anni fa, me ne tornai a Milano da sola, mentre lui prendeva immediatamente possesso di tutto laggiù, soprattutto del cuore dei miei familiari. Io ne sono stata felice, pure se ogni tanto penso a come era vivere con lui, che aveva trovato quella maniera strana di aprire i cassetti della cucina, che non ha smesso mai di rubarmi gli elastici dei capelli e nascondermeli dietro ai mobili, di salire e  scendere mille volte e senza sosta dalla scala del soppalco, di farmi le fusa tutte le volte che mi vedeva scrivere al computer. Era un'adorabile canaglia. Tutte le volte che ci rivediamo si lascia prendere in braccio, Mi mordicchia il collo e mi illude che sa bene chi io sia, ma a me dà sempre l'impressione che mi voglia ringraziare per avergli donato un vita da gatto e non da pesce rosso a cui sembrava destinato nel mio posto senza sole milanese.

Domani lo rivedo e questo fatto aggiunge sempre tanta allegria al mio tornare a casa. Chi lo sa se se la ricorda veramente la sua vita precedente. Non può aver dimenticato momenti fondamentali come gli addominali della mattina che faceva assieme a me imitandomi benissimo, o il rito serale della corsa verso la porta appena sentiva il rumore delle chiavi.
Chi lo sa se se lo ricorda perché lo chiamai Pablito.

Ma in fondo che importanza ha, quello che conta è che lui fa parte della mia vita anche così, senza che ci ostacoliamo a vicenda, ritrovandoci se e quando è necessario. Lui con me non ci può stare, io con lui non ci so stare, lui di me si ricorda, ma forse è solo che a me piace pensare che sia così. Io lo cerco, ma poi lo lascio andare. Perché è meglio, perché sarebbe peggio se così non fosse.
E nessuno ricorda perché l'ho chiamato così. 

mercoledì 30 marzo 2016

"Lucia di notte"...(Gianmaria Testa e poco altro)

Mi avevano detto che non dovevo aspettarmi una risposta. Il direttore legge tutte le mail che gli arrivano ma non risponde mai. Va bene, intanto gli scrivo tutto, gli dico come può pesare un rifiuto motivato male, gli racconto che il senso del dovere procede di pari passo con l'entusiasmo e la motivazione, che il lavoro sarà pure vero che non è strettamente necessario che piaccia se poi ti pagano per farlo, ma forse i soldi sono meglio guadagnati se in quello sforzo ci metti pure un poco del meglio di te stesso. No, non gli ho scritto queste cose, gliene ho dette delle altre, armandomi di tutta la diplomazia possibile, senza nessuna retorica né perdita della dignità.  Se non mi vuole rispondere, che almeno sappia.

E lui invece mi ha risposto. Mi ha scritto una mail molto lunga, bella e bene argomentata. Mi è sembrato un bel gesto da parte di un'autorità che non aveva il potere di decidere della mia ammissione all'estero, ma abbastanza per decidere che le mie istanze fossero anche per nulla meritevoli della sua attenzione. Sono stata contenta e ho pensato che da domani andrò al lavoro con uno spirito diverso e proverò a mettere in pratica i suoi consigli di buon senso. In fondo questo chiede una persona che non ha nel lavoro la sua vocazione più naturale, ma che di questo ha scelto di vivere per godere in pieno Soprattutto del proprio tempo non lavorativo. Questione risolta...così così...ma ok.

Mi è successo soltanto una volta in vita mia di piangere per la morte di un cantante. Ci stavano i funerali di De Andre' in TV e io stavo davanti al camino. Ad un certo punto ho cominciato a piangere come una disperata. Non la smettevo più e mia madre mi disse che ero davvero stupida...quella frase non l'ho dimenticata mai più e io invece avrei voluto con tutte le mie forze...
Invece non ho pianto quando è morto Pino Daniele, perché fu un tale shock che mi ricordo che spensi l'asciugacapelli e corsi a sedermi per non svenire. Era l'alba, era buio, non piangevo. Mi sentivo soltanto terribilmente sola.

Ma di Gianmaria Testa proprio non pensavo. Così tanto educato e misurato da affascinarmi per quella timidezza pacioccona. Troppo giovane, non sapevo che fosse ammalato, mi legano alle sue canzoni ricordi troppo netti e teneri che, pure se non era un mio ascolto propriamente abituale, è come se un cancellino avesse cominciato a ripulire tutto quello che sta su una lavagna gigantesca, piena di disegni e frasi e caricature fatte coi gessetti colorati, con i tratti che si sono sovrapposti negli anni, quasi a creare tratti nuovi a testimonianza di ricordi ancora più variopinti. Tengo tutte le sue canzoni nel mio famigerato i pod, quello con le canzoni che non cambio dal 2009, quello che ascolto solo quando viaggio o le volte che vado a correre sul lungomare di Senigallia quando fanno il Caterraduno. Tengo nel cuore una canzone che porta il mio nome e che mi fu dedicata un sacco di tempo fa.

Quando l'ho saputo mi sono sentita come quella volta che uscii dalla palestra e trovai il catenaccio della mia bici per terra, ma la mia bici non ci stava più. E non lo so come mi sento. È solo che "non mi faccio capace", come direbbero a Napoli.

Ma io non mi faccio mai capace di niente, né delle mie inutili faccende quotidiane che si consumano nella comprensibile indifferenza di un tempo speso senza poesia, né della scomparsa ingiusta delle parole da cui ogni tanto decido di lasciarmi salvare perché chi le ha messe assieme e cantate sapeva come riuscirci.
Ecco, oggi ho pensato che quando muore un cantautore che mi ha aiutato a sua insaputa, poi dovrebbe avere il garbo di non lasciarmi senza difesa quando  decide che non può più fare molto per quelli come me...quelli che si sentono dire che sono stupidi se piangono quando uno di loro muore e che per andare avanti arrivano financo a pensare che hanno bisogno dei consigli di un direttore per trovare la forza...








martedì 29 marzo 2016

accadde oggi

Ormai è quasi piena. Mi trovo bene a fare così. Una settimana prima di tornare a casa tengo la valigia aperta e lascio che si prepari da sola, con un paio di cose al giorno che decido di lanciar dentro e che ritengo imprescindibili. E così la sera prima di partire è magicamente piena e sono sicura che le cose che non riesco a ficcarci dentro non sono più importanti di quelle che già hanno occupato il loro posticino.

Per tutto il tempo che sarò giù mi perderò una marea di cose magnifiche che accadranno qui a Milano e a cui avrei voluto partecipare assolutamente...ma tant'è e del resto uno dei motivi per cui mi allontano da Milano è proprio questo suo stancarmi e obbligarmi a fare sempre qualcosa o andare da qualche parte...se non lo vivessi sulla mia pelle stenterei a capire di che parlo, ma è esattamente così per una provinciale che è sempre stata ossessionata dall'idea di aver buttato troppo tempo a perdersi le cose che fanno piacere e che aiutano a crescere.

Oggi è il compleanno di una persona che non vedo da tantissimi anni ormai. Non me ne dimentico mai, ogni anno gli rivolgo idealmente i miei migliori auguri sperando che stia bene e che gli vada tutto bene. Una volta che ancora avevo a che fare con lui gli portai una fetta di torta presa dal Mc Donald e gli feci gli auguri di buon compleanno, sapendo perfettamente che lui non sapesse che io lo sapevo. Se ci sta una cosa che amo ricordare delle persone a cui ho voluto molto bene è il loro volto stupito per qualcosa che ho fatto per loro. Credo che certi legami indissolubili passino più o meno sempre per faccende simili. E quindi carissimi auguri ovunque tu sia mio indimenticato "mentore".

"Amarsi non è fare l'amore. È un'altra cosa"...no, non c'entra quasi niente, ma è di Jannacci e oggi fanno tre anni che è morto e a me, da quando vivo nella sua città, dispiace un po' di più.

Sempre oggi ho fatto una cosa strana, tanto che conoscendomi non l'avrei mai detto. Ho scritto una lunga lettera al direttore provinciale. Sono stata molto educata e misurata, ma non ho nascosto il mio rammarico per quella che mi è sembrata una ingiusta esclusione per un'esperienza che avrei avuto tutto il diritto di fare o per la quale concorrere con i miei strumenti e non con un arbitrario ostruzionismo. Ho trovato molto liberatorio questo mio sfogo, mi pare quasi un'iniziazione...quella al coraggio di ribellarsi come succedeva in quel film che non è un film ma un pilastro irripetibile di tutto il firmamento di celluloide fino ad ora conosciuto che è "qualcuno volò sul nido del cuculo".
Quarant'anni oggi.

La città è ancora semivuota, oggi ci stava un bel sole, un'aria che mi ostino a percepire come nuova pure se in realtà mi sento troppo scema a dire questa fesseria infantile e senza fondamento. Ci stanno ancora un sacco di assenti e io non sento alcuna mancanza. E così ho pensato che è davvero un fatto strano sentire di più la mancanza con una presenza che si sarebbe voluta tutta diversa, piuttosto che con l'assenza vera e propria, ma forse è soltanto adesso realizzo che, alla fine, tutti i miei legami più veri e indissolubili sono fatti di resistenza alle reciproche assenze. Sono fatti di mancanza e di soli ricordi belli. Tutto questo ha il sapore di una condanna. O di una salvezza. O dello scampato pericolo di vivere di presenze non all'altezza di un compito così arduo come quello del perfetto accordo.

Ma oggi è oggi. Spero che domani accada tutt'altro.





Chi lo sa a chi farò per sempre gli auguri di buon compleanno senza che se ne accorga mai, come ho fatto oggi










domenica 27 marzo 2016

fuori il tempo (almeno quello perduto)

Cambia poco. Quelli come me me lo sanno come funziona. Dormire meno di quanto si vorrebbe, dico. Lo sanno solo loro come'è veramente. Tu puoi pure importi di compensare, pensare che te ne stai nel letto che poi può darsi che ti riaddormenti, girarti dall'altra parte, fare la cura di melatonina. Se dormi poco...dormi poco e poco puoi fare se non avere la presunzione non provata che sei cosciente più a lungo degli altri...mica vero. Io tutte quelle ore di veglia in più le passo ad inventarmi cose e situazioni che manco il sogno più sgangherato sarebbe capace di mettere assieme. Vorrei proprio sapere che interpretazione sarebbe capace di dare il buon Freud ai sogni ad occhi aperti come quelli che faccio io, che si autoinfrangono prima che io provi a distinguerli dalla realtà che spesso mi pare un'incubo. Mica scemo lui.

Adesso che ci penso il caso di oggi è diverso, perché in realtà quella presunta ora di sonno per me è stata un'ora di sogni ad occhi aperti di meno. È forse per questo che mi sento più fiacca e triste pure io  che  di fatto non mi sono persa nessuna fase R.E.M.

Oggi è Pasqua e pure se non sono credente e non festeggio niente, non so né come né perché - visto che mai ho voglia di tutto questo - ma come sempre ho fatto la pastiera, poi pure un budino gigantesco con tutto il cioccolato avanzato dalle uova, sono circondata da colombe e pulcini, ho fatto gli auguri a tutto il mondo conosciuto...e sono solo le nove e mezzo del mattino. Sarà una giornata durissima, lo sento. Ma passerà pure questa e di buono ci sta che finisce un'ora prima.

Allora ho pensato a tutto il tempo perduto. Perduto perché ci viene tolto, perduto perché lo usiamo male, perduto perché ci adattiamo passivamente a Pasque che non ci fanno risorgere, perduto "perché perduto è il tempo che nell'amar non si spende (Tasso)". E quando ho pensato a tutto questo spreco "cronologico" mi sono chiesta cosa mi sarebbe successo se avessi fermato per sempre le lancette dei miei tempi morti. Mi sono detta che a me non serve un asettico orologio che mi imponga ore solari pure quando tengo le tempeste nel cuore, che da un certo momento in poi le mie ore si chiameranno legali senza farmi capire bene cosa ci fosse di non legale nelle mie ore precedenti.
Io credo che non abbiamo bisogno della dittatura di un tempo non nostro per misurare il tempo nostro. 
Il tempo mi guarda sempre  e passa e non si cura di di me e invece io vorrei solo che fosse sereno. Poi passasse per dove gli pare, pure per un viso che non vuole assomigliarmi più, pure per una memoria che non trattiene più i ricordi, pure per una forza sempre meno fisica...ma deve smetterla di non accorgersi mai di me e di non chiedermi mai come sto e cosa può fare per me. E così ho pensato che almeno per oggi non userò orologi per misurare il mio tempo. Io oggi voglio il barometro
 
Qual è l'unità di misura del barometro? No...non mi mettete "pressione"...giusto quello che serve perché faccia bello. E ora che l'ora è legale io invece voglio stare solare. Tie'




venerdì 25 marzo 2016

"Palestre" di vite

Ad un certo punto mi ero stufata e così ho provato a organizzarmi diversamente. Da quando vivo qui ho sottoscritto abbonamenti in tre palestre differenti, tutte molto belle, con tanto di sauna e centro relax, tantissimi attrezzi, corsi molto sperimentali, personal trainer belli e in posa come sculture greche, clientela molto glamour...eppure io andavo in quelle magnifiche strutture sempre molto malvolentieri: mi irritavo quando il mio tapis roulant preferito era occupato, mi affaticavo troppo per finire tutta la mia scheda, mi sentivo sempre inadeguata sia negli esercizi che nello stesso abbigliamento (se non tenevi figo pure l'elastico per i capelli finivi subito tra i paria)...però ci stava una cosa che amavo molto. Mi piaceva stare nello spogliatoio ad osservare e ascoltare le altre "palestrate". trovavo molto affascinante quel clima naturalmente privo di pudori nel quale tra i vapori e i profumi buoni di bagnoschiuma e creme ci si abbandonava alle confessioni più disparate. Pure tra perfette sconosciute. I temi erano sempre gli stessi: amore, figli, nipoti, lavoro. E io mi mettevo lì seduta ad impiegare più tempo del dovuto per prepararmi e andare. Amavo ascoltare, mi compiacevo che una semisconosciuta mi trovasse abbastanza affidabile da raccontarmi i fatti suoi ( senti chi parla...quella che scrive i suoi ad una platea potenzialmente illimitata e soprattutto invisibile). In tutti gli spogliatoi che ho visto ci sta sempre un grande specchio a figura intera prima dell'uscita e la cosa che non ho mai smesso di notare è che tutte, ma proprio tutte noi, prima di uscire con la nostra tenuta sportiva, facciamo una torsione per guardarci il fondoschiena. Poi usciamo, sicure di noi stesse più o meno quanto lo si può essere della composizione chimica dell'antimateria. In certe cose siamo gli essere più prevedibili e scontati del mondo. Lo ammetto.

Poi un giorno mi sono stufata del borsone, di tutta quella fatica praticata in uno spazio cosi limitato e chiuso, di quella musica mai azzeccata alle mie necessità, di quegli orari obbligati. Non ho più sottoscritto abbonamenti e ho cominciato ad allenarmi da sola a casa, in orari antelucani e prima di qualunque altra attività della giornata. Tutti i giorni per circa quaranta minuti. Ne ho fatto una disciplina spirituale oltre che fisica. Così è stato negli ultimi due anni e così spero di continuare molto a lungo perché è un esercizio di costanza che ritengo fondamentale. Intanto però continuavo a sognare un'altra cosa: correre al Parco Sempione con altre persone. Da circa un mese lo faccio, ho ripreso il mio borsone, frequento di nuovo gli spogliatoi e riascolto di nuovo le stesse storie. La differenza è che ci alleniamo all'aria aperta, non solleviamo pesi  ma corriamo libere nella natura, non rimaniamo confinati in uno spazio chiuso e parcellizzato ma prendiamo possesso di un intero territorio ponendo noi i limiti. Ci sta una differenza enorme nella maniera in cui decidi di muoverti, di occupare lo spazio, di vivere e condividere la fatica. La vera cartina al tornasole è stato di nuovo lo spogliatoio, così tanto diverso da quelli a cui ero abituata, perché lo noti da subito che adesso i problemi - sempre quelli - senti che li puoiaffrontare come se fosse uno sport di squadra e non un fardello di cui sostieni il peso solamente tu. .
Io l'avevo appena conosciuta quella piccola dolcissima donna col caschetto mogano e le asics più belle che abbia mai visto. Ha cominciato a raccontarmi dell'uomo col quale convive da dieci anni e che ora non la vuole più e lei non sa che fare. Ad un tratto piange, chissà dopo già chissà quante altre volte, e ad un certo punto quelle lacrime sono sparite tra gli abbracci, l'ironia e la leggerezza di due sue adorabili compagne di running.

E così ho pensato che è proprio vero che lo sport fa tanto bene. Ma ci stanno delle volte che è capace di fare addirittura meglio

giovedì 24 marzo 2016

niente di nuovo tranne l'uovo

Da quando fb mi ricorda quello che ho fatto l'anno scorso, mi rendo conto di come qualche volta il tempo passi senza nessuna fantasia. O forse sono io ad impedirgli di averne. Esattamente un anno telefonavo all'ufficio preposto alla valutazione della mia candidatura per l'estero per sentirmi dire che non potevo andare. Perché? Perché no. E sempre oggi mi arriva una mail, formale e ben argomentata stavolta, nella quale mi si dice che non posso andare all'estero perché l'amministrazione investe su altri tipi di risorse umane per questo tipo di attività internazionale. Francamente ho visto parafrasi più eleganti per dire "secondo me non vali niente, non ti faccio andare sebbene non ti conosca e so che ci tieni da morire ad andare".

In realtà me lo aspettavo, proprio come mi aspetto che tutte le cose a cui tengo oltre la soglia della ragionevolezza non si verifichino perché i miei piedi ci tengono a rimanere giù per terra, che quando spicco il volo sono pericolosa per me e pure per gli altri.
Va bene. Per ora si rimane qui a Milano e io proverò a ridisegnarmi la vita con matite nuove e colori più brillanti, facendomi domande diverse o almeno inventandomi nuove risposte...si vede vero che ci sono rimasta tanto male? Mi passerà come mi passano tutte le cose un po' più dolorose della soglia di sopportazione ordinaria. Lo vuole l'istinto di sopravvivenza.

Io amo Milano, l'ho detto miliardi di volte - al netto di periodi di sconforto un po' faticosi ma per i quali questa città è responsabile solo in minima parte - ma ho bisogno di darmi propettive nuove, di fare altri tentativi, nuovi incontri, porre rimedio alle mie sciocchezze e al tempo sprecato ad inseguirle, altrimenti lo so per certo che mi sarà difficile trovare un nuovo equilibrio. Perché succede A volte che uno per trovare pace si deve dichiarare nuove guerre...per me funziona così che sennò la pressione si abbassa troppo e io poi collasso. sono sicura che mi inventerò qualcosa per sorprendermi ancora...

Il tempo che passa non ha rispetto per me...e allora io non rispetterò i tempi. Io l'uovo lo voglio aprire stasera




mercoledì 23 marzo 2016

Quella volta che chiamai in giudizio l'istinto materno

Me lo ricordo ancora il putiferio che scatenai quella volta che ne parlai sul mio primo blog, più di otto anni fa. Eggia' perché quando  nacquero i primi blog le dinamiche del dibattito erano profondamente diverse da quelle che si stabiliscono su questo blog, seguito perlopiù dai miei amici di fb, molti dei quali mi scrivono le loro impressioni soltanto in privato. Quando avevo "Semi_seri" (questo era il titolo) ci stavano altri blogger che trattavano tematiche simili alle mie oppure avevano un mood molto affine e nei commenti accadevano delle vere conferenze spesso molto combattute.
Mi ricordo di un post per me "epocale" nel quale mettevo l'istinto materno sul banco degli imputati.
Avevo trentadue anni e dicevo di non avere alcuna voglia di avere dei figli, argomentavo elencando una serie di motivazioni e concludevo dicendo più o meno che essendo io una irriducibile pessimista, in realtà era una cosa assolutamente logica non avere intenzione di mettere a questo tipo di mondo un mio "spin-off".

Si scatenò l'inferno. Da una parte le madri orgogliose, con le moraliste irriducibili convinte che lo scopo della vita di ciascuno sia la generazione di altra vita e poi quelle che i figli li avrebbero voluti e non sono arrivati e ne hanno fatto un dramma...dall'altra parte le non madri convinte, assieme alle madri "ragionevoli" che ammettevano di comprendere le mie ragioni ( una mi disse "hai aperto un vaso di Pandora..."), addirittura le madri pentite, perché ci stanno pure quelle, credetemi.

A distanza di otto anni devo dire la verità, non la penso esattamente come allora. All'epoca davo per scontato che avrei trovato di certo l'amore della vita e su di lui avrei scaraventato tutto l'amore che mi viene da donare, compreso il senso di accudimento che avrei voluto riservare soltanto a lui. Forse quando hai tanto tempo davanti ti permetti di vivere con spavalderia pure quelle scelte che puoi fare con tutta calma perché la scadenza è ancora lontana.

Oggi, a quarant'anni a breve, con la certezza che ormai il grande amore non arriva più, ma neppure il piccolo e il medio (per fortuna), l'idea che non avrò dei figli è meno spavalda di allora ma forse ancora più convinta. In mezzo alle mille paure della solitudine, degli affetti non costruiti, delle tracce che non lascerò, ci sta una vita vissuta senza pesi e ansie che forse non avrei saputo sopportare. Ci sta quel pessimismo da cui non sono mai guarita ma che mi ha consentito di rimanere coerente, ci stanno le infinite possibilità che l'essere così "libera" mi offrono.

Io quel post infuocato me lo ricordo bene. Mi ricordo di tutta la rabbia e la furia che certe mamme "felici e appagate" mi urlarono contro. Però, adesso che ci ripenso, mica lo capii tanto bene il perché di tutto quel livore...

In che sen50?

  Mi pare ieri. Anzi no, pare che siano passati mille anni. Succede, quando non hai un album fotografico da cercare e da aprire, con l’inten...